Ad Auschwitz a tredici anni. Il racconto di Liliana Segre

Ad Auschwitz a tredici anni. Il racconto di Liliana Segre

(Tratto da Memoranda. Strumenti per la giornata della memoria, a cura di D. Novara, edizioni la meridiana, Molfetta, 2003. Titolo originale: “Matricola 75190 di Auschwitz” )

 

Avevo 8 anni ed ero una bambina, famiglia italiana da generazioni e generazioni. Facevo parte di quella minoranza di cittadini italiani di religione ebraica – trentacinquemila persone al tempo – che, di colpo, con le leggi razziali fasciste diventarono cittadini di serie B all’inizio, per poi arrivare a diventare di serie Z.

Otto anni e, all’improvviso, mi dissero che non potevo più andare a scuola. Era l’estate del 1938, avrei dovuto iniziare la terza elementare. I miei erano agnostici, laici, in casa non sentivo mai parlare di feste ebraiche, di questioni religiose o di appartenenze particolari, fu, quindi, per me, molto più difficile, anche per questo, rendermi conto che mentre io mi sentivo così uguale alle altre bambine, venivo da quel momento considerata una diversa.

Ed è stato allora, quando il mio papà cercò di spiegarmi che non potevo più andare a scuola per quelle leggi razziali fasciste, che io ho strappato il cordone della mia infanzia. Mi ricordo tutto di quell’istante.

E poi? Sono andata in una scuola privata che mi ha accolto. Le ragazzine, con le quali avevo frequentato la prima e la seconda elementare, nel quartiere, quando mi incontravano, mi segnavano col dito. Era una sensazione strana: erano le stesse bambine con cui avevo diviso il banco, con cui avevo trascorso la ricreazione, con cui avevo partecipato a giochi, a festine, a quelle piccole cose delle piccole vite di 8 anni, e improvvisamente quelle mie piccole coetanee mi vedevano come «la Segre». «Lei è la Segre, non può più venire a scuola perché è Ebrea». È stato un momento strano: mi sentivo talmente uguale alle altre ed ero considerata da loro diversa. Nella nuova scuola io non parlavo mai di quello che succedeva a casa mia. Cercavo di non essere diversa, volevo essere uguale alle altre, e quindi non raccontavo che nelle nostre case di borghesi piccoli piccoli, veniva la polizia, e che era un’impressione incredibile per noi: mio padre e mio zio erano stati ufficiali della grande guerra, erano patrioti, mio zio era persino fascista e si era sposato, forse l’anno prima, nel ’37, proprio in camicia nera. Era assurdo, per una famiglia borghese come la nostra, avere improvvisamente la sensazione di essere dichiarati nemici della patria.

E mi ricordo della Polizia che veniva a controllare documenti, che veniva con aria truce a guardarci con sospetto. E mi ricordo come, attaccata al vestito di mia nonna che andava a aprire, io vedessi questi poliziotti che mi sembravano tanto grandi, entrare con aria battagliera ed essere ridimensionati dalla vecchia signora piemontese, donna dell’Ottocento, che con garbo li faceva accomodare in salotto e offriva loro dei dolcetti. E le camicie nere venivano spiazzate da quest’atteggiamento e non sapevano bene come comportarsi. Ma mi ricordo anche che la nonna chiudeva la porta e mi mandava di là a giocare. E io ero

combattuta tra la curiosità pazzesca di stare fuori dalla porta a origliare, sentire cosa avessero da dire quei poliziotti alla mia nonna, e la paura di quello che avrei potuto sentire.

Andavo di là a giocare, ma diventavo grande.

La zona d’ombra dell’indifferenza

Ero orfana di mamma, per cui mio padre era tornato a casa con i suoi genitori. In quegli anni della persecuzione, scrutavo i visi umiliati e dolenti delle persone che mi volevano bene, guardavo i loro occhi, sentivo i loro discorsi – quelli che mi facevano sentire – percepivo una zona d’ombra: quella dell’indifferenza, una costante: la violenza psicologia terribile di chi, pur non compiendo alcun gesto o non esprimendo alcun commento contro di noi, voltava però la faccia dall’altra parte: non erano persecutori, non erano carnefici… semplicemente non c’erano. Voltavano la faccia dall’altra parte. E io mi ricordo di aver sentito in casa frasi simili a questa: «Abbiamo incontrato il tale e non ci ha salutato» oppure mi ricordo le telefonate anonime vigliacche, di cui anch’io qualche volta ero vittima perché andavo a rispondere al telefono, oppure le lettere anonime di cui sentivo parlare vagamente, capivo che arrivavano, traspariva dallo stato d’animo di chi aveva aperto la busta, leggendovi parolacce.

Era la sensazione di essere soli. Una solitudine non cercata, una solitudine non d’élite, come lo è di solito. No! Era una solitudine forzosa, forzata. Ed era la sensazione di essere guardati, di essere notati, come diversi. Ed era anche l’atteggiamento vigliacco di quelli che seguono il carro dei vincitori.

È chiaro: è molto più facile stare vicino a chi ha denaro, a che è garantito e può garantire, ma quando si è provato a essere dalla parte dei perdenti, allora si sa quanto sia importante un amico con la A maiuscola: noi, per fortuna, abbiamo avuto amici con la A maiuscola, che ci hanno fatto recuperare pienamente il significato della parola amicizia, che ha la stessa radice della parola amore. Ci sono stati gli amici eroici, quelli che hanno rischiato per noi anche la vita, e molti di loro sono onorati fra i Giusti a Gerusalemme, ma ci sono stati quei tanti che invece hanno fatto parte di quella zona grigia dell’indifferenza.

Così passarono gli anni della persecuzione in cui si aggiungevano, giorno dopo giorno, alle severe e umilianti leggi fasciste piccoli codicilli, che facevano sì che crescesse continuamente il numero delle proibizioni, dei veti, che ci allontanavano sempre più dalla società. Proibizioni anche assurde – tipo «è proibito avere un cavallo Ebrei» – proibizioni che hanno il sapore dell’incredibile, che non avevano alcun senso, ma che servivano ad annientare il nostro essere cittadini.

Cominciò la caccia all’uomo

Allo scoppio della guerra, e quando ci furono i bombardamenti su Milano, luogo dove io ho sempre abitato, la maggior parte delle famiglie in grado di sfollare, lasciava la città. E anche noi andammo in un paesino della Brianza per sfuggire ai bombardamenti. Mio nonno era malato terminale del morbo di Parkinson. Sessant’anni fa, mio nonno era un povero vecchio ebreo malato e assolutamente non autosufficiente a causa di un male che lo aveva obbligato a stare su una sedia, trasportato qua e là per ogni minima sua necessità. Il cervello, invece, purtroppo per lui, era sveglissimo, e nonno era attento e disperato alla rovina della sua casa intorno a lui.

Ma nessuno di noi si rendeva ancora conto, in quel momento, verso quale abisso stessimo sprofondando.

Io amavo moltissimo nonno, e mi curavo di lui in modo totale, quasi tutta la giornata, visto che lì dove eravamo sfollati non potevo più andare a scuola. C’era solo una scuoletta pubblica di guerra e io ero assolutamente emarginata dalle altre mie coetanee. Stavo sempre a casa con lui e sentivo la radio dei vicini. Ero diventata un’esperta di radio Londra. Noi non potevamo girare quella manopola, era uno dei divieti assurdi impostoci dalla polizia, venuta a casa per bloccare la radio su un’unica stazione italiana. Ma i nostri vicini, bravissime persone, erano cattolici, potevano girare la manopola e mi permettevano di andare da

loro a sentire la radio. Si cresce in fretta in guerra e io diventavo ‘adulta’ ogni giorno di più nei miei dodici, tredici anni, mi arricchivo di esperienza per quello che stava succedendo Ero diventata un’esperta di bollettini di guerra, sia quelli ufficiali sia quelli di Radio Londra, una specie di rebus questi ultimi, con parole d’ordine abbastanza affascinanti che bisognava decodificare per capirne il contenuto tra le righe. La rovina era assoluta per noi perché le armate tedesche naziste stavano invadendo l’Europa e i vari eserciti cadevano come birilli. E là dove entravano le truppe tedesche, immediatamente per gli Ebrei era la fine.

Ma ancora le notizie non arrivavano così dure come poi fu la realtà.

Avvenne per noi nell’estate del 1943 quando, alla caduta del Fascismo, seguì prima un momento di euforia in cui speravamo di tornare a essere cittadini, poi un interminabile esperienza di sconforto, in cui perdemmo completamente tutte le speranze: dopo l’8 settembre i nazisti divennero padroni anche dell’Italia settentrionale. Alle leggi razziali fasciste, severe e umilianti, si sovrapposero, le leggi di Norimberga, che avevano nel testo quelle due parole “soluzione finale” a cui nessuno, in fondo, voleva o poteva credere, e le leggi razziali fasciste della Repubblica di Salò, che forse erano anche peggiori delle leggi razziali di Norimberga.

Cominciò la caccia all’uomo, un rastrellamento incredibile a dirsi, perché, in pieno tempo di guerra, invece di focalizzare l’attenzione sulle strategie e sulle tattiche belliche necessarie per contrastare i nemici che si aprivano varchi su vari fronti, i nazisti, in tutta l’Europa occupata da loro e quindi anche in Italia, si dedicarono alla ricerca spasmodica di ogni ebreo – anche bambini o neonati – capillarmente cercato. E si vedevano allora equipaggi di soldati armati fino ai denti che avrebbero terrorizzato anche altri individui armati, figuriamoci persone assolutamente inermi, borghesi, impreparati, increduli a una realtà come quella. Soldati aiutati da questori e prefetti italiani, che avevano consegnato loro gli elenchi precisi con gli indirizzi, già da tempo stilati dai fascisti: avevano organizzato la caccia all’uomo in modo che la ricerca degli occupanti nazisti fosse assolutamente semplificata.

Il terrore, la disperazione, la paura, l’incapacità assoluta di renderci conto fino in fondo delle misure da prendere. L’organizzazione mentale di una soluzione creava ancor più confusione nel nostro cuore e nella nostra mente. Eravamo inadatti ad affrontare quel rastrellamento. Fu mio papà a decidere, unico uomo della famiglia, avevaallora 43 anni, dovette assumersi la responsabilità di mandarmi via da casa.

Dovevamo fuggire in Svizzera

Anch’io avevo la carta d’identità falsa.

Quando mio padre riuscì ad averla da un impiegato corruttibile di un municipio e me la portò a casa, mi spiegò che avrei dovuto imparare a memoria quelle generalità false. Ero stupida, sicuramente. Ma mi ripugnava l’idea di assumere generalità non mie: mi era stato insegnato, nella mia famiglia di persone oneste, a non fingere, a dire sempre la verità, a presentarsi con pregi e difetti per quello che si è.

Era profondamente umiliante sentirmi dire improvvisamente: «Impara a memoria queste generalità, perché non solo potrai salvarti tu, ma potrai anche salvare gli amici eroici che d’ora in poi ti terranno nascosta». quando arrivò il momento di fuggire, con quella carta d’identità mi presentai nella casa di amici con la A maiuscola, che mi tennero nascosta per due mesi.

Erano famiglie di persone normali che rischiavano la vita, perché c’era la pena di morte per chi nascondeva un Ebreo con carte false. Aprirono le loro porte e mi trattarono con grande affetto, come trattavano i loro figli.

Ma in quel momento io avevo lasciato per sempre la mia casa.

Non sono mai più rientrata in quella casa, e non ho mai più visto i miei nonni amatissimi Olga e Giuseppe Segre. Mio padre, mentre io ero nascosta e protetta da questi amici, riuscì ad avere un permesso

per i suoi genitori: vista l’età e visto lo stato di salute di tutti e due erano – come scopri dopo la guerra leggendo il documento che papà aveva conservato – «impossibilitati a nuocere al Grande Reich tedesco». In seguito, quando già tante altre tragedie si erano compiute, i miei nonni furono arrestati nella loro casa, portati a Fossoli e dopo essere stati a Fossoli, portati a Milano, a San Vittore, e da lì deportati ad Auschwitz, dove arrivarono vivi per essere gasati e bruciati all’arrivo per la sola colpa di esser nati.

All’epoca non sapevamo. Non avremmo mai immaginato che altri uomini e altre donne avessero preparatouna simile realtà per esseri umani colpevoli solo di esser nati Ebrei.

Gli amici ospitanti, visto quel lasciapassare che dava tranquillità a mio papà – perché noi naturalmente eravamo ben contenti di credere a quel permesso – ci aiutarono a trovare dei contrabbandieri che a quel tempo dietro Varese, ai piedi delle montagne che confinano con la Svizzera, per cifre da capogiro, accompagnavano i clandestini fino al confine, naturalmente sulle montagne, là dove passavano i cosiddetti “spalloni”, dediti al contrabbando di persone e di sigarette in Svizzera.

Ricordo che immaginavo quella fuga come una meravigliosa avventura e spingevo tantissimo papà perché la volesse compiere insieme a me. Eravamo ormai tranquilli per i nonni e potevamo fuggire in Svizzera.

Fu un’avventura ma certamente non a lieto fine.

Lasciammo la casa dei nostri amici Civelli a Legnano e ci imbarcammo prima su autobus, poi corriere, funivie, filovie… il terrore a ogni fermata, quando la polizia saliva a controllare i documenti. Finalmente arrivammo con le nostre carte false. Arrivammo in un paesino, si chiama Viggiù, e poi a Saltrio, dove ci aspettavano i contrabbandieri. In una notte, in un’alba – sembrava di compiere un’avventura straordinaria – correvamo sulla montagna, io con la mano nella mano di mio papà, con altri due vecchi cugini che si erano uniti a noi, correvamo su quella montagna che ci portava in Svizzera: terra di libertà… Con grande fatica attraversammo quei buchi nella rete così stretti per noi, vestiti da città, e inadatti alla clandestinità. Era inverno, dicembre, e noi ci provammo. Riuscimmo a passare dall’altra parte, ci abbracciammo quando i contrabbandieri ci dissero: «Correte, correte che arrivano adesso, a quest’ora le sentinelle, correte, avanti, è la terra di nessuno, correte, al di là c’è la Svizzera».

E quando scendemmo da quella cava di sassi, arrivammo nel boschetto, ci voltammo indietro a guardare le montagne che con una fatica infinita eravamo riusciti a passare. Eravamo felici, eravamo liberi, non avremmo dovuto più fuggire.

Ma non fu così.

L’ufficiale del comando di Arzo, il primo paese del Canton Ticino, ci disse: «Ebrei, perseguitati in Italia? Non è vero, siete degli impostori». Avevamo buttato le carte d’identità false sulla montagna e avevamo conservato i documenti autentici perché ci era stato riferito che gli Svizzeri non ci avrebbero accettato con le carte false, sapevamo bene che con i nostri documenti non avevamo più possibilità di tornare indietro. Fu un momento tremendo, erano le speranze perdute. Mi ricordo che mi buttai per terra, inginocchiata ai piedi di quell’ufficiale e lo supplicai: «Ci tenga, la prego, di là ci ammazzano». Ma quello mi respingeva come si facon un cucciolo.

Mi hanno invitato due o tre volte a intervenire a programmi della televisione svizzera, ultimamente mi hanno anche intervistata al telegiornale per la giornata della memoria, e io la racconto questa vicenda agli Elvetici increduli, agli Elvetici pacifisti, agli Elvetici che voltano la faccia dall’altra parte. La prima volta in cui fui invitata alla televisione svizzera, raccontai di come ci avesse trattato quell’ufficiale. Con disprezzo infinito verso l’altro, inerme e bisognoso, gridò: «Via, la Svizzera è piccola, non vi può tenere» Gli risposi: «in questi momenti bisognerebbe sentire la voce della propria coscienza». Anche se gli ordini erano «La barca è piena» – come si diceva in Svizzera dall’8 settembre in poi – la nostra vicenda rappresentava comunque uno di quei casi in cui sarebbe stato generoso voltare la faccia dall’altra parte e far finta di non

vedere, certamente non per indifferenza, ma per altruismo e amore della vita. Se quell’ufficiale avesse finto di non vederci, avrebbe salvato quattro persone. Invece ne ha mandate a morte quattro, sentenza eseguita poi dai nazisti per tre, visto che io sono viva. Non ha voltato la faccia dall’altra parte e, al mattino stesso, ci ha rimandato nel luogo da dove eravamo partiti, accompagnati da guardie armate sghignazzanti. La sera stessa eravamo arrestati sul confine, con i nostri documenti veri.

L’ultimo rifugio insieme

A 13 anni, con l’accusa di esser nata ebrea, sono entrata nel carcere femminile di Varese. Mi ricordo le impronte digitali, la fotografia, mi ricordo il corridoio, il corridoio buio, spinta da una secondina senza pietà che mi buttò dentro una cella… Carcere femminile.

Piangevo disperata. E piansi sempre, tutti i giorni, insieme alle altre donne arrestate come me sul confine, e poi piansi ancora tanto nel carcere di Como. E poi non piansi nel carcere di Milano, perché a Varese e a Como ero sola, nel carcere femminile, per la sola colpa di esser nata, a San Vittore ero prigioniera, per la sola colpa di esser nata, ma ero con il mio papà. Il carcere di San Vittore a Milano è costruito con una pianta, potremmo dire a stella: c’è un corpo centrale e dei bracci. Uno di questi era adibito agli Ebrei: famiglie intere. Non c’era la divisione tra i reparti maschili e femminili, come c’era e come c’è nelle carceri anche adesso. Famiglie ricostituite stavano nelle celle insieme, quando – dopo l’iter burocratico dell’ingresso – vidi mio padre e compresi che saremmo stati insieme nella cella provai una indescrivibile tranquillità.

Quanto sono stati importanti quei quaranta giorni, gli ultimi che passai con papà, come fu importante quella cella: fu una casetta, una casetta spoglia, terribile, ma l’ultimo rifugio insieme.

Era la deportazione annunciata. Si susseguivano notizie, perché già era partito un trasporto e si sapeva che ne sarebbe partito un altro. Dei trentacinquemila Ebrei residenti in Italia la maggior parte si era nascosta, molti erano fuggiti per tempo, ma ottomilaseicento furono i deportati, quindi quasi un quarto della popolazione ebraica di allora. Il carcere si riempiva: all’inizio eravamo circa duecento, col passare dei giorni i rastrellamenti portavano persone a ogni turno, era terribile incontrare un amico, trovare un parente: «Anche tu. Anche tu». Ognuno aveva la sua storia: «Sono stato arrestato lì». «Mi hanno portato via questo…».«Mia madre l’hanno portata via, io mi sono nascosto…».

Erano mille storie, piccole, grandi, di cui io, adesso, ogni volta che c’è la giornata della Shoah o qualche momento particolare, cerco di ricordare, perché il mondo possa sapere, perché quasi nessuno si può ricordare di quelle persone che sono sparite nella Shoah. Ricordo un nome, una storia, una persona: alta, bassa, bionda, bruna, ricordo la voce per ridarle voce, per ridarle un volto, per restituire un colore a quegli occhi, che nessuno ha mai più visto.

Ci incontravamo sempre alla stessa ora. C’era il permesso di sostare in una piccola sala di riunione, e allora partivano quei messaggi che ognuno credeva di sapere sulla deportazione annunciata, con la speranza che fosse solo una voce infondata, ma con la paura nel cuore che fosse il futuro di tutti noi: «Ma non è possibile che Mussolini lasci partire per l’estero dei cittadini italiani, non è possibile, ci manderanno a lavorare, ma sarà in Italia, non sarà all’estero»

… Non fu così.

Ma la cosa che mi ricordo di più di San Vittore è un’altra: la Gestapo chiamava gli uomini per gli interrogatori, feroci: torturavano, davano botte, martoriavano. Restavo sola nella cella, aspettavo che tornasse mio padre. Non avevo una spalla su cui piangere, purtroppo non l’ho mai avuta. Restavo sola e non avevo un libro, non ero credente, avevo solo mura di disperazione: vi erano scritte indimenticabili, graffite, in cui c’erano addii, saluti, maledizioni, benedizioni, che io leggevo, per ore imprimevo nella

mente quell’intonaco scrostato. Aspettavo un’ora, due ore, tre ore, poi il mio papà tornava, ci abbracciavamo, in silenzio, eravamo insieme, eravamo insieme, eravamo insieme.

Ho avuto da mio padre e a lui ho dato così tanto amore che mi è bastato per cercare la vita in ogni momento. Lui mi ha dato insegnamenti di vita e non di morte, insegnamenti di pace e non di vendetta. Papà mi ha lasciato un patrimonio di una tale importanza che non ho mai smarrito nel mio ricordo pur avendo perso, quando avevo solo 13 anni, lui come persona.

Restavo da sola, un’ora, due ore, tre ore, e diventavo vecchia. Quando lui tornava e ci abbracciavamo io non ero solo la sua bambina, ero sua sorella, ero sua madre.

Ho tre figli e mio figlio maggiore, che si chiama Alberto come si chiamava mio padre, oggi è più vecchio di quanto fosse papà allora: perché mio figlio oggi ha 49 anni, papà ne aveva 43. Mi succede qualche cosa di così particolare che è anche difficile da spiegare: c’è più che uno sdoppiamento nel mio ricordo, quando guardo mio figlio alto, quasi vecchio ormai, perché un uomo di 49 anni è un uomo maturo, assolutamente, con ben altri problemi di quelli che aveva l’altro Alberto, si sovrappongono in me i due uomini e provo una sensazione dolcissima nel ricordo perché è amore, è puro amore.

Nessuno fu risparmiato

Arrivò il momento della deportazione annunciata. Entrò un Tedesco nel raggio e lesse un elenco di più di 600 nomi fra cui i nostri. Ci dovevamo preparare a partire. Ci preparammo a partire. Nessuno fu risparmiato: non c’erano intrasportabili, non c’erano malati, non c’erano neonati al seno della propria madre, non c’erano donne incinte. Tutti, per la colpa di esser nati, dovevano partire. E così uscimmo: lunga fila di personaggi borghesi, messi in ordine per la partenza.

Uscimmo dal carcere di San Vittore.

Ricordo sempre come si comportarono in modo splendido altri detenuti di un altro raggio, detenuti comuni, forse assassini, forse delinquenti comuni, forse ladri, forse rapinatori, forse truffatori. Furono straordinari, furono uomini, furono uomini che ebbero pietà di altri uomini che non avevano altra colpa che quella di esser nati. Quando attraversammo il raggio dove stavano questi detenuti affacciati alle loro celle – avevano forse l’ora d’aria a noi negata – questi uomini ci urlarono benedizioni, saluti, incoraggiamenti: «Che il Signore vi benedica». «Abbiate coraggio». C’era chi ci buttava una mela, chi un fazzoletto, un paio di guanti, una sciarpa, una cosa qualunque… Loro ebbero pietà. Non voltarono la faccia dall’altra parte. Furono gli ultimi uomini noi incontrammo.

Ce ne volle poi, un anno e mezzo, per incontrare altri uomini: fu un viatico eccezionale.

All’uscita da San Vittore, fummo spinti a calci e pugni e bastonate sui camion, portati alla stazione Centrale. A un incrocio, io, che ero stretta a mio padre, in fondo al camion dove il telone si apriva, vidi la mia casa di un tempo, pensai mai più, mai più, mai più, mai più, mai più, pensai di colpo che la tappezzeria era gialla, pensai a com’era fatta una certa stanza, pensai che c’era un corridoio… Mai più, mai più, mai più. Arrivammo alla Stazione Centrale e lì… dai sotterranei partimmo: non si partiva certo dai binari, per non mostrare quella vergogna agli altri passeggeri, si partiva dal ventre nero della grande stazione di Milano che è ancora oggi un punto di raccolta di quelli arrivati all’ultima spiaggia: tossici, alcolizzati, senza fissa dimora… Là era preparato non il treno, ma un vagone… Ma noi allora non l’avevamo capito, me lo raccontò molti anni dopo Liliana Picciotto Fargion, la storica che ha scritto il libro della memoria. Non c’era il treno completo, c’erano due vagoni, ma noi in quel buio, i fari, il terrore del momento, l’incredulità di quello che ci stava succedendo, i cani che abbaiavano, le bastonate, i fischi, non capivamo che i vagoni erano due per volta, man mano che il vagone era riempito di umanità dolente, veniva sprangato e portato con un elevatore – che ancora esiste – al binario di partenza, e in fondo agganciato.

Dentro un vagone piombato

Come ci si pone con l’altro, che sia uno sconosciuto, che sia tuo padre, che sia tuo marito, che sia tua sorella, che sia tuo figlio, dentro un vagone piombato? Come ci si guarda intorno, cosa si dice, cosa si fa, come si piange, come si urla, come si sta zitti. Che modo c’è? Perché per ogni cosa c’è un modo, ma non c’è un modo per essere dentro a un vagone piombato con un po’ di paglia per terra, un secchio per gli escrementi, subito pieno… Come ci si pone, come ci si guarda?

Poi il treno si muove. E cominciano le ruote ad andare. E ogni rumore di queste ruote ti porta lontano dalla tua casa, dai tuoi odori, dai tuoi sapori, dai tuoi affetti… io lo racconto, come sono capace, perché non ho certo la vena poetica di Primo Levi, di Hetty Hillesum… anche loro, in realtà, non sono riusciti a rendere cos’è questo viaggio verso il nulla, questo viaggio verso ignota destinazione. E i ferrovieri che guidavano questi treni non si chiedevano – o se lo chiedevano – come mai i vagoni tornavano indietro vuoti… C’erano i capistazione, c’erano quelli ai passaggi a livello, c’erano quelli che avevano le case che davano sulla ferrovia, e vedevano passare in tutta Europa questi treni. Perché sono stati deportati sei milioni di uomini, donne, bambini, bambine? Non una volta tanto un viaggetto, no! Era un via vai continuo…

Mi ricordo le tre fasi: la prima del pianto, che apparteneva a tutti, grandi, piccoli, uomini, anche giovanotti forzuti, tutti piangevano. Quando poi il treno passò il confine e ai ferrovieri italiani subentrarono quelli Austriaci e poi Tedeschi, e si vide il treno andare verso nord, allora veramente i pianti arrivarono… Da nessuna parte, perché nessuno ci ascoltava. Nessuno ci diede un bicchiere d’acqua alle stazioni. Quelle fotografie di repertorio in cui si vedono visi dolenti che si affacciano a grate di finestrini dei carri bestiame… ci rappresentano, fanno sì che non si possa più girare la faccia dall’altra parte: eravamo come i vitelli che vanno a morire. Chi si interessava di noi? Dopo se ne è parlato, quando già erano morti i vitelli… Dopo s’è tanto parlato di Shoah, ma al momento nessuno diede un bicchiere d’acqua.

Alla prima fase del pianto subentrò una seconda fase rarefatta, kafkiana, importante: gli uomini religiosi, i pii, più fortunati, si riunivano nel centro del vagone e, dondolandosi, salmodiavano, lodando Dio anche in quel momento. Pregavano anche per noi, che non sapevamo pregare. Il vagone era buio, la gente appoggiata alle pareti del vagone e quegli uomini, al centro, si dondolavano pregando, con lo scialle di preghiera: era una visione straordinaria.

La terza fase fu quella del silenzio: quando si è già detto tutto, quando non c’è più niente da dire, ma è il momento di massima comunicazione con l’altro. Non è solitudine quando si è con l’altro a cui vuoi bene e non dici una parola. Io e il mio papà non avevamo più niente da dire, in realtà avevamo parlato sempre pochissimo io e lui, perché non avevamo bisogno di tante parole. Ma il momento massimo è il momento di comunione, così profondo, così silenzioso.

Allora l’ho capito: quando la vita è piena di rumore, di auricolari, di musica che sovrasta gli altri suoni, persino quelli delle casse al supermercato, non è mai un momento importante della nostra esistenza. Un momento importante della vita è sempre di silenzio assoluto, quando la coscienza e il cuore e la mente hanno la loro massima espressione.

Auschwitz: stazione di non ritorno

Fu un momento essenziale. La maggior parte di noi era condannata a morte all’arrivo. E a quel silenzio che io ho in così grande onore e che ricordo, importante dopo così tanti anni, all’arrivo subentrò il rumore osceno e assordante degli assassini intorno a noi, che aprirono i vagoni e ci buttarono, dinanzi agli occhi assuefatti al buio, la visione dell’inferno preparato a tavolino per noi da altri uomini. Era Auschwitz: era la stazione di non ritorno, binari morti, treni fine corsa, treni che ogni giorno sfornavano migliaia di persone che arrivavano da tutta l’Europa. C’erano persino vagoni fermi pronti per essere agganciati al treno successivo che così tornava indietro vuoto e un altro venivavuotato.

Fummo tirati giù da quel treno, gambe anchilosate, occhi che facevano fatica a capire non solo quello che ci stava intorno, ma anche a sopportare la luce di quel mattino grigiastro. 6 Febbraio 1944.

Una spianata, uomini vestiti a righe, prigionieri con la testa rapata erano sferzati dai diavoli SS coi loro cani, per fare in fretta in fretta in fretta in fretta a radunare noi, sbalorditi, incretiniti dal viaggio, ubriachi.

Radunarono le nostre valigie, divisero gli uomini dalle donne. Non sapevo che non avrei mai più rivisto il mio papà e continuo a sperare che anche lui non lo sapesse. Fummo divisi. Mio padre mi aveva raccomandato di stare vicino alla signora Morais: l’avevamo conosciuta a San Vittore ed è una di quelle persone a cui rendo la voce, ogni tanto, ricordandola, una dolce signora, mamma di due ragazzini più o meno della mia età. Mio padre, abituato a farmi da papà e da mamma, aveva visto a San Vittore che questa signora era dolce, graziosa, materna, e mi aveva detto: «Se là dove arriveremo, divideranno ancora gli uomini dalle donne, tu stai vicino alla signora Morais» e si era raccomandato anche a lei che lo aveva assicurato, rispondendogli: «Certo che mi occuperò anche della sua bambina… Ma perché adesso dobbiamo pensare che saremo divisi?».

Su quella spianata, avvenne la prima selezione. I nostri assassini avevano in mano la Transportlist e sapevano già quanti uomini e quante donne, quel giorno, sarebbero entrati vivi come forza lavoro. Erano due ufficiali e un medico, che seppi in seguito essere quel famoso Mengel di cui si parlò tanto… Ci tenevano calmi, con occhi gelidi e con labbra atteggiate al sorriso, dicevano: «Calmi, Calmi, tutti calmi, adesso vi registriamo e poi stasera le famiglie saranno di nuovo unite».

Noi volevamo credere a quelle parole e stavamo calmi. E loro scelsero così, con un gesto della testa: tu qui tu là. Trentuno donne, tutte del mio trasporto, tra le più giovani, e una sessantina di uomini. Fui spinta in quella fila, tribunale di vita e di morte senza saperlo. Non mi chiesero nulla. Avevo13 anni, ma ne dimostravo di più: ero alta, sciupatissima dal viaggio e fui mandata a sinistra. La signora Morais, coi suoi due ragazzi, fu mandata a destra. Quando vidi che mi separavano da lei avrei voluto essere accanto a quella donna, ma certo non potevo chiedere: «Mi scusi tanto, io vorrei andare da un’altra parte». Rimasi impietrita, silenziosa, spaurita. La signora Morais fu mandata direttamente al gas e la sera stessa era sicuramente già cenere.

Io, con altre trenta ragazze, fui mandata, non si sa perché, a piedi al campo femminile di Birchenau, ad Auschwitz. Era una città: era una città del dolore, una città di 60.000 donne che entravano e uscivano tra quelle che andavano a morte e le nuove arrivate. Trentuno ragazze, italiane – non conoscevo nessuna di loro e solo la lingua ci univa in quel momento – entrai con loro e vidi quella serie infinita di baracche, la neve grigia, in fondo una ciminiera che sputava fuoco, intorno il triplo filo spinato elettrificato… E poi le sentinelle, e donne, donne scheletrite, testa rasata, vestite a righe, picchiate, in ginocchio, portavano pesi… «Ma dove siamo entrate?». Era una scena apocalittica. Noi, scese due ore prima da quel treno, ci guardavamo intorno, ma nessuno più ci avrebbe sussurrato: «Tesoro. Amore». «Ma dove siamo arrivate?». «Che cos’è questo posto incredibile?». «Siamo vittime di un incubo, di un’allucinazione… Non può essere che esista un posto di questo genere…».

Sì, esisteva, era stato costruito. Dov’erano i muratori, dov’erano i falegnami, dov’erano gli elettricisti, dov’erano gli industriali che avevano fornito i materiali?.

Erano stati realizzati questi campi già da tempo, molto ben organizzati, molto ben preparati per far soffrire e morire: quello era il fine.

75190 di Auschwitz

Entrammo nella prima baracca, dove ci fu tolto tutto! Fummo spogliate, nude. Come si può sentire una donna, improvvisamente nuda, dinanzi a soldati che passano, guardano sghignazzano con l’estremo disprezzo della razza padrona.

Uomini armati, vestiti di tutto punto e quelle ragazze nude che cercavano inutilmente di coprirsi con pudore: era quella la maggiore persecuzione. E poi sempre davanti ai soldati venimmo rapate a zero, ci vennero rasati il pube e le ascelle, e poi, con estremo sfregio e spregio, ci fu tatuato il numero sul braccio sinistro.

Lo porto con grande onore il mio numero, il 75190 di Auschwitz. In questo i nazisti sono riusciti perfettamente. Chi è tornato per raccontare, è rimasto essenzialmente il numero di Auschwitz. Volevano sostituire con un numero l’identità di milioni di uomini e donne e una volta morti, non sarebbero state più persone, ma numeri: il niente a raccontare di loro. E chi è tornato è rimasto essenzialmente quel numero. Io lo ripeto sempre ai miei figli: sulla mia tomba, se sarò una delle poche persone della mia famiglia ad avere una tomba, voglio che ci sia scritto prima di tutto il mio numero. Con una piccola operazione di chirurgia plastica potrei toglierlo, in qualunque momento. Ma credo che quel numero sia un monumento alla vergogna di chi l’ha impresso sulla pelle, e credo che sia anche un motivo di onore per chi, avendo perso tutto nella Shoah, non ha perso la sua mente, non ha perso la sua anima, non ha perso la memoria di quella serie interminabile di numeri.

In quel momento ero una disgraziata ragazzina di 13 anni a cui veniva portato via tutto, anche una fotografia, un libro, un fazzoletto, le restava il suo povero corpo, rasato, rapato, e col numero tatuato sul braccio sinistro.

Venimmo rivestite di stracci, venimmo rivestite a righe, un fazzoletto sulla testa rapata. Cominciava la nostra vita di prigioniere e schiave.

Le altre, quelle che erano a Birchenau già da un po’, ci spiegarono dove eravamo arrivate. Non volevamo credere alle loro parole. Pensavamo di essere arrivate in un manicomio e che quelle ragazze che ci spiegavano torture, esperimenti, forni crematori, camere a gas, fili elettrici, fili spinati con l’elettricità… Non volevamo credere. Noi le guardavamo pensando di essere arrivate in un manicomio. Ma sarebbe stato troppo facile liquidare prigionieri e carnefici come pazzi. Nessuno era pazzo, né gli uni né gli altri.

Cominciò questa vita di prigioniera e schiava. Mi ricordo come piangevamo tutte nei primi giorni, ma scegliemmo la vita. Scegliemmo la vita immediatamente, scegliemmo la vita, volevamo vivere, capimmo che dovevamo mettere al bando nostalgie e ricordi, capimmo che, se volevamo vivere, dovevamo non ricordare, perché il presente, in quel momento, era assolutamente tragico e dolcissimo il passato per ognuna di noi, e non avremmo potuto sopportare quel presente ricordando il passato. Se volevamo scegliere la vita dovevamo proibirci ogni ricordo del passato, dovevamo mettere tutto il nostro impegno e le nostre forze per sopportare quella realtà in quel luogo dove eravamo arrivate per la sola colpa di esser nate.

Cominciò una teoria di giorni tutti uguali. Io fui molto fortunata, perché fui scelta quasi subito per diventare operaia nella fabbrica di munizioni Union. È una fabbrica che in tempo di pace costruiva macchine utensili, in tempo di guerra lavorava per la guerra: realizzavamo bossoli per le mitragliatrici.

Avevo scelto di essere una stella

Mi ricordo che imparai a diventare una prigioniera trasparente.

Quando ho letto Sopravvivere di Bettelheim – pubblicazione che mi ha dato molta sofferenza e che ho in gran parte contestato – ho capito che, meccanicamente, avevo scelto un mia modalità per sopravvivere: io avevo scelto di non essere lì. Avevo scelto, quasi in modo automatico, bestiale, irrazionale, infantile – in fondo ero ancora una bambina – e nello stesso tempo in modo maturo, vecchio, ottuagenario – in fondo ormai tale ero diventata – avevo scelto di non essere lì, perché era la realtà intorno a me che era inaccettabile. Avendo scelto la vita – ho sempre scelto la vita e anche adesso che sono vecchia scelgo la vita

– non potevo accettare la morte intorno a me e quindi avevo scelto di non vedere. Avevo scelto di essere una stellina.

È diventato un leitmotiv nella mia famiglia, al punto che anche i miei nipoti, quando erano piccoli, spesso mi regalavano il disegno di una stella.

Avevo scelto di essere una stellina che vedevo nelle notti chiare. Pensavo: «Io vivrò finché quella stellina brillerà e quella stellina brillerà finché io sarò viva».

Era un modo appunto assurdo e infantile… E il mio corpo, invece, pretendeva attenzione.

Il mio corpo diventò uno scheletro, perché la fame si faceva sentire, terribile, perché era inverno e avevo freddo, avevo le piaghe ai piedi, avevo dolori ovunque quando venivo bastonata.

Io non volevo essere lì, non guardavo, non volevo guardare le compagne in punizione… Ero vigliacca. Nel mio modo di sopravvivere, nella mia ricerca di sopravvivere ero estremamente vigliacca. Non mi voltavo a vedere le compagne in punizione, non mi voltavo a vedere i mucchi di corpi nudi scheletriti pronti per essere bruciati.

Io non mi voltavo. Io non guardavo. Io non volevo vedere il crematorio, sia che ci fosse la fiamma sia che ci fosse il fumo. Io non volevo sentire l’odore dolciastro della carne bruciata. Io non volevo vedere la cenere sopra la neve. Io non volevo essere lì. Volevo essere quella di prima, che correva in un prato, che faceva il bagno al mare e che veniva chiamata Tesoro, Amore… Non volevo essere lì, ma c’ero purtroppo, e prendevo le botte, e non avevo da mangiare, prendevo gli insulti e sentivo freddo, avevo intorno a me quel paesaggio allucinante che era il campo di Birchenau ad Auschwitz.

Avevamo una fame terribile

Avevo intorno a me le mie compagne, erano il mio specchio: il loro volto senza espressione, i loro occhi come dei gusci vuoti erano lo specchio che non avevamo… Imparammo a non piangere più. Imparammo a non raccontare più: «La mia casa era così, la mia mamma era così, mia sorella era così» perché anche l’altra aveva lo stesso dolore, anche l’altra aveva la stessa fame…

Fratellanza, amicizia, solidarietà… muoiono di morte violenta anche loro in quei contesti.

Non avevo una spalla su cui piangere e non sono stata una spalla su cui piangere. Quelli che sono stati spalle su cui piangere sono diventati santi. Sono santi. Noi eravamo povere ragazze che parlavano solo di cibo. Il mangiare era diventato una fissazione: oggi non si può capire, oggi è difficile, quasi impossibile raccontare la fame alle nuove generazioni abituate ad aprire il frigorifero e a scegliere, abituate a buttare nella spazzatura alimenti scaduti perché non piaciuti abbastanza.

Noi avremmo mangiato qualunque cosa. E parlavamo solo di cibo. E inventavamo ricette succulente, e immaginavamo torte megagalattiche poste nel centro del piazzale dove c’erano invece le forche. Avevamo una fame terribile e diventavamo scheletro giorno dopo giorno.

All’alba venivamo svegliate da una bastonata, non avevamo orologio, non avevamo radio, non sapevamo mai che giorno fosse, che ora fosse. Venivamo inquadrate all’appello e poi portate al lavoro. Uscivamo dal campo e incontravamo sulla strada per Auschwitz, per andare in fabbrica, quasi tutti i giorni, ragazzi della Hitlerjugend: nostri coetanei, pasciuti che stavano a casa propria. Ci vedevano passare e, non contenti di essere carnefici e figli di carnefici, ci sputavano addosso e ci dicevano parolacce che avrei capito solo in seguito e che mi sarebbero sembrate assurde e ingiuste. Li odiavo allora, con tutte le mie forze, ed è stato liberatorio per me, nella mia età matura, diventata la donna di pace che sono, rielaborare quei ricordi, e avere pena di quegli adolescenti di allora e dei Naziskin di oggi.

Proseguivamo la strada, arrivavamo in fabbrica, lavoravamo tutto il giorno. Non c’erano sindacati e gli industriali tedeschi erano ben contenti di avere manodopera schiava in grande quantità, subito sostituita dopo la morte. Lavoravamo tutto il giorno, a sera tornavamo al campo. Eravamo fortunati: è stata una delle ragioni per cui io sono sopravvissuta quella di aver lavorato al chiuso, le mie compagne, infatti, che lavoravano all’aperto in quei climi e senza mangiare non resistevano a lungo.

Jeanine, francese, andata al gas

In quell’anno che trascorsi ad Auschwitz, Birchenau, tre volte passai la selezione. Non era quella della stazione. Era la selezione annunciata, quando c’erano troppi nel campo e bisognava mandare a morte quelle che non ce la facevano più a lavorare.

E io mi ricordo: nude, in fila indiana, nel locale delle docce, dovevamo passare da un’uscita obbligata dove un piccolo tribunale di tre assassini decideva con un sì o con un no se potevamo ancora lavorare. Come ci si presenta davanti a questo tribunale di vita e di morte quando si è nudi e inermi? Io sceglievo l’indifferenza, sceglievo di non essere lì. Il cuore mi batteva come un pazzo dentro il mio petto scarno e macilento, arrivavo davanti a quei tre, criminali. Mi guardavano davanti, dietro, in bocca, i denti (se c’erano ancora) e poi con un gesto mi lasciavano andare.

Mi ricordo la prima volta che passai la selezione. Il medico, sempre quello, mi fermò e mi mise un dito sulla pancia lì dove ho la cicatrice dell’appendicite per cui avevo subito un’operazione due anni prima. Il terrore, il panico: «È il momento, ecco, adesso perché ho una cicatrice mi manda a morte».

No… lui tutto soddisfatto, prima mi chiese di dove fossi e quando risposi tutta terrorizzata: «Italienerin» mi disse: «Che cane di chirurgo italiano» – e mi indicava ai suoi compari – «Un cane. Una ragazza così giovane! Le ha lasciato una brutta ferita che si porterà per tutta la vita, invece io lascio un striscia sottilissima, così quando una donna diventa adulta, anche se è nuda non si vede alcuna cicatrice».

E poi fece quel gesto, con cui indicava che avevo passato la selezione. Ero viva, ero viva, ero viva, ero viva, e non mi importava del luogo dove mi trovavo, della mia solitudine, della mia condizione psicofisica, ero viva, ero felice, per quella volta ero felice, ero viva, ero viva, ero felice, non mi voltavo, ero vigliacca… Non mi sono voltata – lo racconto sempre, non posso fare a meno di raccontarlo – quando fermarono dietro di me Jeanine, giovane francese che lavorava con me in fabbrica, non mi sono voltata. La macchina in quei giorni le aveva tranciato due falangi. Lei era nuda. Con uno straccio aveva cercato di coprire quella mano. Gli assassini l’hanno vista. Ovviamente. E io ero appena passata e godevo di questa felicità infinita di essere viva… Sentii che fermavano Jeanine e che la scrivana, prigioniera anche lei, era obbligata a prendere il numero, io non mi voltai, non fui come i detenuti di San Vittore. Non le gridai: «Coraggio. Ti voglio bene». Qualche cosa, una parola qualunque! Lavoravo con lei da mesi alla macchina e non sopportai altri distacchi. Io non mi voltai, io volevo vivere. Descrivo Jeanine, perché devo espiare, nel presente, una reazione così vigliacca e spaventosa che nessuno conoscerebbe se io non la raccontassi. Jeanine è andata al gas per la colpa di essere nata, e solo io sono testimone di me stessa e dell’abisso a cui ero arrivata. Jeanine, per un attimo le rendo la vita, raccontando di lei alle intelligenze e ai cuori di chi legge: Jeanine, francese, ventidue, ventitré anni, bionda, due centimetri di ricciolini che erano ricresciuti, occhi celesti, voce dolce, andata al gas, in quella mattina, ad Auschwitz, colpevole di essere nata. Io non mi sono voltata. Io ero viva.

La marcia della morte

Dopo un anno di questa vita, ero diventata una prigioniera dura, diversa da quella ragazzina tenera scesa dal treno, una prigioniera scheletrita che non sentiva neanche più la fame, una quattordicenne – li ho compiuti ad Auschwitz i miei 14 anni – che non voleva morire, ma vivere a tutti i costi.

Il mio corpo non reclamava vita, la morte sarebbe stata una grande liberazione, ma la mente voleva vita, vita, vita…

Improvvisamente cominciammo a sentire i rumori della guerra che si avvicinava. Non sapevamo niente, ma sentimmo rumori, vedemmo aerei che passavano e non capivamo che cosa stesse succedendo. Verso la fine di gennaio del 1945 i nostri persecutori fecero saltare gran parte del campo di Auschwitz, come è così ben descritto ne La tregua da Primo Levi il quale racconta l’arrivo di quattro soldati russi allucinati, che vedono le vestigia di quella che fu una grande fabbrica di morte.

Quelli di noi, che stavano ancora in piedi, già da giorni erano stati obbligati a cominciare la marcia, che fu giustamente chiamata Todesmarch, la marcia della morte: cinquantottomila erano i prigionieri che come mefecero la marcia della morte, dati che io certo allora non sapevo, perché non sapevo niente. Non sapevo numeri, non sapevo dove fossi geograficamente. Queste sono tutte informazioni che ho conosciuto in seguito…

Cominciò la marcia di evacuazione, perché i nostri persecutori avevano i Russi alle costole e non volevano lasciare né prigionieri (non avevano fatto in tempo a ucciderli tutti) né testimonianze di quell’orrore che era Auschwitz.

Ma non fecero in tempo a farlo saltare completamente, perché i Russi ruppero il fronte e arrivarono prima del previsto. Noi, avviati sulle strade della Polonia e della Germania, fummo obbligati a marce sempre più forzate verso il nord, man mano che i nostri aguzzini si sentivano sempre più in trappola. Era una marcia allucinante. Non so, me lo chiedo tante volte vedendo quella Liliana di allora nei miei ricordi, come abbiamo fatto a marciare. La forza della disperazione.

Si camminava soprattutto di notte… Città e paesi deserti, i civili, asserragliati nelle loro case, non uscivano, nessuno ci diede mai un pezzo di pane o un bicchiere d’acqua.

Attraversammo città e paesi deserti.

Sono essenzialmente due le cose che mi ricordo di quella marcia: i bordi della strada e gli immondezzai.

Nessuno poteva permettersi il lusso di cadere, non dovevano restare feriti o persone stanche. Erano morti senza tomba quelli che sui bordi della strada venivano uccisi, finiti dalle guardie della scorta e la neve era rossa.

Sapevamo che non si doveva cadere, che nessuno poteva appoggiarsi all’altro.

Nessuno aveva la forza per camminare. Dopo mesi o magari un anno come era nel caso mio di prigionia le forze fisiche erano allo stremo. Era la forza del nostro desiderio di vivere e la forza delle nostre menti che ci reggeva obbligandoci a camminare, camminare, camminare. Era una strada con la neve rossa e questa è la cosa che dal punto di vista visivo mi ricordo di più.

Gli immondezzai che incontravamo sulla strada, erano la nostra felicità. Erano letamai, grandi nel mio ricordo, si stagliavano nelle notti terse di gennaio e noi ci gettavamo come piranha, come pazze, sugli schifi che c’erano nei letamai: bucce di patate crude, sporche di terra, torsoli di cavolo marcio; tutti gli avanzi avariati dei civili tedeschi – che avevano veramente poco in tempo di guerra e che tuttavia potevano buttare – per noi erano la felicità. Ci riempivamo lo stomaco di questi orrori, sapendo perfettamente che il giorno dopo puntuali vomito e diarrea ci avrebbero servito, ma intanto, in quel momento, lo stomaco era pieno e il cervello poteva comandare alle gambe: «Cammina, cammina, cammina, cammina…».

Non morite, la guerra sta per finire

Arrivammo poi in altri Lager: il Ravensbruck, lo Jugendlager. Furono esperienze tutte diverse, tutte tragiche. Si perdevano anche quei pochissimi contatti con le prigioniere di Auschwitz, si riduceva sempre di più il numero delle superstiti, di quelle che erano scese dal treno l’anno prima.

E fu poi l’ultimo campo in cui vissi nella primavera del 1945: Manschow, era nel nord della Germania, un piccolo campo di cui si vedevano i confini. Era una visione strana, perché ad Auschwitz e anche a Ravensbruck, finito un lager, ne cominciava un altro, c’era quindi una visione praticamente infinita di prigionia. Mentre a Manschow la sensazione era incredibile: mentre noi eravamo dentro c’era un fuori. Dentro il lager, fuori i prati. Vedevo i prati, perché anche lì era arrivata la primavera, questo miracolo della natura che si ripete ogni anno, ma che io ho notato solo in quell’occasione con lo stupore che merita: perché un filo d’erba diventava speciale, era una creatura libera, su cui nessun uomo poteva comandare, nasceva liberamente, perché era la primavera che era arrivata anche lì…

Noi da dentro, dal grigiore assoluto del lager, da quell’appiattimento psicofisico che aveva colpito tutto e tutti, vedevamo l’erba, vedevamo gli alberi con le prime foglie.

Nelle prime ore del pomeriggio in quest’ultimo lager non si lavorava, c’era il permesso di uscire dietro la baracca, chi stava ancora in piedi – io stranamente, con poche altre, anche se ormai ridotte a fantasmi senza sesso e senza età – usciva in quel primo tiepido sole.

Guardavamo la natura, fuori, libera, mentre noi eravamo prigioniere. Sognavamo di cogliere quell’erba, di metterci in bocca una foglia, di camminare sul prato, sognavamo che avrebbero aperto quel cancello e che noi saremmo uscite e avremmo camminato ancora come una volta.

Improvvisamente, un giorno, vedemmo passare in fondo al campo dei prigionieri, ragazzi, che non indossavano né divisa dei lager, né stracci. Erano prigionieri, però, sorvegliati da guardie, erano ragazzi francesi, soldati. Essendo stati presi come prigionieri di guerra, lavoravano nelle cascine, nelle fattorie tedesche, in un momento in cui gli uomini erano tutti in guerra, era necessaria manovalanza nelle campagne. Passavano un giorno dopo l’altro e si incuriosirono guardandoci, noi ectoplasmi, figure orrende dei lager. Ci urlavano ogni giorno: «Mais qui êtes-vous?». Mi ricordo che, in coro, perché non avevamo più voce, rispondevamo: «Siamo ragazze ebree». Ragazze?. Eravamo personaggi di cui non si capiva né età né sesso… Ma quando quei soldati capirono che eravamo veramente ragazze, perché ognuna gridava: «Io ho 20 anni». «Io ho 25 anni». «Io ho 15 anni». «Io ho 18 anni», ebbero pietà di noi.

Dopo i prigionieri detenuti di San Vittore furono i primi ad avere pietà di noi.

Furono fratelli al di là del filo spinato e ci rassicurarono: «Non morite, abbiate speranza, la guerra sta per finire!».

Noi non avevamo mai più avuto notizie, né letto un giornale, né sentito la radio, spesso ci eravamo chieste fra noi: «Ma quanto andrà avanti? Stiamo veramente per morire?» E la morte era sempre in agguato con tutte le malattie del lager: la dissenteria, gli ascessi, le febbri non dal termometro, ma talmente forti da togliere quel filo di forza che ancora teneva in vita. «La guerra sta per finire». «I Tedeschi stanno perdendo su due fronti». Era quasi impossibile da credere una notizia così bella, quasi impossibile da sopportare, il cuore faceva male, eravamo troppo deboli per crederci. I francesi ogni giorno ci davano il bollettino: «Gli Americani sono a trenta chilometri». «I Russi sono a venti chilometri». Rientravamo nella baracca e lo riferivamo a quelle che non si alzavano più: «Non morite, non morite. Ci dicono di non morire, teneteviforte». Alcune ragazze morirono nei giorni seguenti la liberazione, perché eravamo veramente arrivate alla soglia della morte…

In quei giorni cambiò qualcosa nella gestione del campo che era sempre stata segnata dalla disciplina, da un ordine quasi maniacale: i nostri persecutori innervositi, caricavano scrivanie, dossier, documenti, macchine da scrivere su camion, camioncini, le famose motociclette col side-car. E portavano via, mentre noi ci chiedevamo: «E di noi che cosa sarà? Ci ammazzeranno tutte, perché adesso non vogliono certo farci trovare in questo stato». Non fecero in tempo. I fronti si avvicinavano con una velocità enorme, le armate naziste erano in rotta su due fronti, come ci raccontavano tutti i giorni i ragazzi francesi, rasserenandoci:

«No, non vi ammazzeranno, abbiate fiducia!» Fu così infatti. Aprirono quel cancello che avevamo sperato tante volte di vedere aperto e ci fecero uscire. Uscimmo tutte: quelle che stavano ancora in piedi, e anche quelle che da giorni non stavano più in piedi, si rialzarono… è l’enorme forza che c’è in ognuno di noi, quando pensiamo di non farcela più, se vogliamo, siamo forti, fortissimi, dobbiamo crederlo per costruire la vita.

Non ho raccolto quella pistola

Eravamo le larve di quello che eravamo state, eravamo ancora prigioniere su quella strada, ma fummo testimoni del mondo che cambiava. Fummo testimoni di qualcosa di incredibile: nelle ore che seguirono vedemmo aprirsi le case, fuggivano i Tedeschi, quei civili che non avevano mai aperto le loro porte e i loro cuori ai prigionieri se non rarissimi casi, veramente eroici, fuggivano anche loro, volevano andare nella zona americana perché sapevano che a Est stavano per arrivare i Russi. Si univano a noi, si mescolavano a noi prigionieri, civili e guardie, terrorizzati, si mettevano in mutande vicino a noi…

Esterrefatti li guardavamo buttare la divisa nel fosso che seguiva la strada, allontanavano il cane, che era il distintivo delle SS, quel povero cane che sarebbe stato buono per natura se il suo padrone non lo avesse addestrato in modo crudele. In quel momento erano loro ad avere paura e si mettevano in borghese, tornavano alle loro famiglie, tornavano a essere padri affettuosi e avrebbero raccontato che la Shoah non era accaduta. Nella nostra debolezza estrema, come ubriachi, su quella strada, vedevamo il mondo cambiare davanti ai nostri occhi.

Io avevo odiato, per tutto il tempo della mia prigionia, i miei persecutori, li avevo odiati con una forza enorme e in quel momento, quando vidi il comandante di quell’ultimo campo vicino a me spogliarsi e buttare divisa e rivoltella, ai miei piedi pensai: «Adesso, con grande fatica, vista la mia debolezza, mi chino, prendo la pistola e lo uccido».

Mi sembrava il giusto finale per quello che avevo visto e sofferto, per quello che avevo visto soffrire e morire intorno a me. Un attimo. Una tentazione fortissima. Ma, in quell’attimo stesso in cui ebbi la tentazione di uccidere, capii che io ero diversa dal mio assassino, che io non avrei mai potuto uccidere nessuno per nessun motivo. Se avevo scelto la vita, non potevo mettermi sullo stesso piano di chi aveva nutrito a tal punto di odio la cultura del proprio Paese da collocare nei luoghi del potere simboli di morte come le tibie incrociate e il teschio.

Io avevo scelto la vita quindi non avrei mai potuto uccidere nessuno. Non ho raccolto quella pistola e da quel momento non solo sono stata libera ma sono diventata donna di pace. Appartengo a una specie in via di estinzione: i sopravvissuti della Shoah, sono nata nel 1930, sono oggi una delle più giovani di quei 90 sopravvissuti che vivono in Italia che possono dire come me: «Io c’ero». Quando vado a parlare nelle scuole, nelle università, nei circoli, nelle parrocchie, ovunque mi invitino, vorrei prendere per mano quelli che mi ascoltano, visto che la mia testimonianza non è né un’elaborazione né uno studio teologico, critico, filosofico, storico, psicanalitico, ma una storia personale. Vorrei prendere per mano le persone e invitarle, mentre racconto, a non perdere nella vita nessun momento di amore verso coloro che ci vogliono bene… Sono momenti preziosi, che caricano per tutta la vita.

Tratto da Memoranda. Strumenti per la giornata della memoria, a cura di D. Novara, edizioni la meridiana, Molfetta, 2003

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