Aiutare l’odio a non mettere radici

Aiutare l’odio a non mettere radici

Quando vivi con le vittime di una guerra le cose non sono sempre così chiare come le dipingono nei nostri media. Per semplificare qui ci sono solo buoni e cattivi, quasi sempre i buoni siamo noi e i cattivi sono loro!

In zone di conflitto ci sono molte sfumature, ma paradossalmente è più facile capire perchè. L’odio è componente fondamentale delle guerre, delle contrapposizioni e nel terrorismo.

L’occidente è odiato! L’occidente odia! Perché tutto questo? Alla luce dei recenti fatti ho riletto con più attenzione questo diario scritto prima degli atti di Parigi.
Da una tenda di legno, cartone e plastica, in un campo profughi siriano in Libano, una volontaria di Operazione Colomba prova a capire! Ci da delle chiavi di lettura e aiuta anche noi a capire.
Buona Lettura
Fabrizio

Aiutare l’odio a non mettere radici
I volontari vanno e vengono, qualcuno è rientrato per le feste. Qualcuno invece scende al campo ora, dopo le feste.
Qualcuno si e’ fermato. Qualcuno non e’ riuscito a tornare. I profughi invece sono sempre li’, nella stessa situazione di prima.
Loro non si possono muovere, in nessuna direzione, ne’ indietro ne’ in avanti. Le notizie che ci arrivano sono preoccupanti. La situazione non migliora.

A dicembre e’ arrivato un messaggino sul cellulare di tutti i profughi con scritto che erano sospesi gli aiuti dell’ONU per mancanza di fondi.
Umm S. e’ svenuta per strada quando lo ha letto. La sopravvivenza di molti di loro dipende da questi aiuti. Poi ne e’ arrivato un altro. Sembra che fino a gennaio gli aiuti ci saranno grazie ad un’ingente donazione da parte di qualche Paese arabo. Poi pero’ non si sa. Non lo sa nemmeno l’ONU. Certo e’ che non potranno continuare per sempre. Certo e’ anche che il lavoro non si creerà dal nulla in Libano, e non c’e’ lavoro a sufficienza perchè tutti vivano in maniera dignitosa.
Il futuro rimane davvero oscuro. Sembra che il tanto desiderato ritorno sia sempre di più un sogno che tiene viva la speranza più che una realtà concreta.
Abbiamo saputo che ad Homs, la città da cui provengono la maggior parte dei profughi sunniti che si sono rifugiati in quest’area, hanno bruciato il catasto. Sembra che Homs ora si stia ripopolando di alawiti e sciiti. Come faremo a dare una notizia del genere ai nostri amici? Con che parole potremmo dire che la loro casa forse e’ stata abbattuta o riabitata da altri e non esistono più documenti che possano dimostrare che è loro?

Anche se finisse oggi la guerra, come potrebbero tornare a vivere nella loro città se al posto delle loro case ci sono altre famiglie che vi abitano? Come possiamo dire a queste persone “ecco da oggi devi accettare che la tua identità è di profugo, non rivedrai mai più la tua casa, la tua città e il tuo Paese”?
Mi sembra di rivedere la storia dei palestinesi, che sono scappati o sono stati scacciati con la forza dalle proprie case nel 1948 e non sono mai più tornati. Non le hanno mai più riviste, e ora nelle loro case abitano israeliani che sono nati e cresciuti li’ e quindi si sentono ovviamente a casa loro. I palestinesi sono rimasti da 60 anni nei campi profughi, che si sono stabilizzati, si sono ingranditi (solo in altezza) e sono diventati parte fatiscente e integrante delle citta’ in cui si trovano.
Allora dovremmo dire ai nostri amici profughi che non gli rimane altra via che quella di cercare di integrarsi, di far diventare i propri figli dei libanesi e sperare che nella lotta all’accaparramento delle poche risorse (acqua, elettricità, terra, lavoro) riescano a farcela a scapito di qualcun’altro… perchè per tutti e’ ovvio che non ce n’e’ abbastanza.

Vorrei portare in Italia tante persone che potrebbero farcela lì, integrarsi e avere un futuro. Vorrei che tutti i Paesi facessero uno sforzo per salvare i propri fratelli. Vorrei poterli riaccompagnare a casa. Vorrei che riuscissimo a dire per i grandi numeri quello che ci sembra ovvio per i piccoli numeri, come che rubare e’ sbagliato e che l’omissione di soccorso e’ un reato. Invece le nostre frontiere sono chiuse e nessuno chiede conto ad Assad, all’Isis e agli altri delle ingiustizie perpetrate sui civili.

Ci chiediamo chi ha ragione e non ci chiediamo come garantire i diritti umani dei civili.
Se qualcuno di questi amici covasse odio verso chi li ha bombardati, e verso gli arabi che li hanno traditi e verso l’occidente che chiude gli occhi, come potrei biasimarli? Se qualcuno che non ha più niente, ma niente da perdere, decidesse in un gesto disperato di riversare il proprio odio in maniera violenta contro chi non gli tende una mano? Non e’ una cosa cosi’ improbabile…

Spero che la nostra presenza possa essere una parola di conforto, di speranza, se non altro una presenza d’amore, e di occhi aperti che non si voltano dall’altra parte. Spero che questa presenza aiuti l’odio a non mettere radici per impedirgli di rubarsi l’umanita’ rimasta. Ma sara’ dura perchè la disperazione e’ tanta e noi siamo 4, mentre i profughi sono 2 milioni solo qui.

(immagine tratta da operazionecolomba.it)

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