Annotazioni da un autunno di ordinaria follia

Annotazioni da un autunno di ordinaria follia

Come in un taccuino personale, questo autunno ho annotato sulla mia pagina Facebook, quasi quotidianamente, uno o due pensieri suscitati da alcune “notizie del giorno”. Rileggendole insieme, a posteriori, se ne può ricavare il senso complessivo di un autunno di ordinaria follia. Seppur alleviata dalla costruzione collettiva di qualche antidoto. Eccone una selezione, dal 21 settembre al 27 ottobre.

21 settembre, Giornata internazionale della pace

Tra gli indicatori della vocazione pacifica o bellica di una società si dovrebbe aggiungere la comparazione tra le possibilità che essa offre al lavoro per la pace ed a quello per la guerra.
Nel nostro Paese i tanti che lavorano per la guerra lo fanno a tempo pieno, con grande dispiegamento di mezzi, implementazione continua delle risorse a loro destinate, riconoscimento sociale, peso politico e impatto economico.
I pochi che lavorano per la pace, il disarmo e la costruzione di relazioni nonviolente – al contrario – sono costretti a farlo nei ritagli del tempo libero dal lavoro, a sera e nei fine settimana, alla continua ricerca di risorse e di attenzione, auto-organizzandosi con gli amici, come si trattasse di un hobby qualsiasi.
Non del più urgente degli impegni civili. In uno dei Paesi più bellicisti del pianeta.

24 settembre

Quanto più le politiche securitarie dei governi europei alimentano la precarietà e le paure dei cittadini, solleticando la logica istintiva e reazionaria della caccia al nemico interno e internazionale, tanto più la destra fascista e nazista ne guadagnerà in consenso elettorale.
L’accoglienza del ministro Minniti come “uno di noi” alla festa dei fascisti nostrani e gli oltre novanta seggi guadagnati dai nazisti tedeschi al Bundestag sono, in questo senso, aspetti diversi dello stesso problema. Continentale.

25 settembre

Dunque, pare che le sorti dell’umanità siano ormai affidate alle follie contrapposte di Kim Jong Un e Donald Trump.
Aveva ragione Aldo Capitini nel ripetere che la pace è cosa troppo importante per essere lasciata nelle mani dei governanti. E che ciascuno deve assumersi la propria responsabilità personale nel costruirla e difenderla con l’impegno nonviolento.
Ma non lo avete preso sul serio.

26 settembre

Se siamo ancora qui a parlarne è perché il 26 settembre del 1983 Stanislav Petrov interrompeva gli automatismi della follia.
Meglio ricordarlo. Oggi più che mai.

27 settembre

Leggo delle difficoltà a sinistra di quagliare sulle alleanze, sulla realizzazione di una lista unica, dei distinguo e dei veti personali. Leggo molto meno dei nodi programmatici sui quali si esprime accordo o dissenso
Per me – che ho sempre distinto l’attività politica (che esercito da sempre) da quella partitica (che non ho mai esercitato) – le cose sono più semplici. Ci sono cinque misure, non solo essenziali ma addirittura vitali, che abbiamo ribadito anche nell’iniziativa unitaria reggiana “Tra guerre e terrorismi, la sinistra riparta dalle politiche attive di pace” del 16 settembre scorso: chi le sostiene è mio alleato politico – ed avrà il mio voto – chi non le sostiene o, addirittura, le avversa è e sarà mio avversario. Gli schieramenti sono nei fatti.
Disarmo e riconversione sociale delle spese militari, sottoscrizione del Trattato per la messa al bando delle armi nucleari e riconversione civile dell’industria bellica; istituzione e organizzazione della difesa civile, non armata e nonviolenta.
Qui non c’è solo “un’altra difesa possibile”, ma un altro – necessario e urgente – paradigma di relazioni umane.

2 ottobre, Giornata internazionale della nonviolenza

Dunque, in questa decima Giornata internazionale della nonviolenza, che ormai volge al termine, non solo non hanno avuto tregua le violenze delle guerre e degli attentati che, quotidianamente, insanguinano il pianeta in ogni latitudine, ma un folle armato di 20 fucili mitragliatori ha ucciso 59 persone e ne ha ferite oltre 500 ad un concerto country di Las Vegas.
Nonostante la solita rivendicazione dell’Isis, l’FBI ha spiegato che questa volta non si tratta di “attentato terroristico”…
Ma come si può definire altrimenti il complesso politico-militare-industriale che – oltre a fare ed alimentare guerre, vendendo armi in giro per il mondo – produce, promuove e spaccia liberamente fucili mitragliatori che finiscono anche nelle mani di soggetti psicopatici?
Come si può definire, se non terrorista? Solo negli USA, ogni anno, vengono uccise in questo modo 33.000 persone!
Per questo la nonviolenza non può essere solo celebrata un giorno all’anno, ma deve diventare strenua lotta quotidiana per il disarmo. È l’unica vera difesa da ogni terrorismo

3 ottobre

Poiché l’uomo che a Las Vegas ha ucciso 60 persone con 23 fucili non ha urlato hallauhakbar, il terrorismo strutturale del sistema fondato sulle armi è già archiviato.
Fino alla prossima strage

4 ottobre

Oggi il presidente del consiglio Paolo Gentiloni si è recato ad Assisi, per la festa di san Francesco, dove è intervenuto pubblicamente per dire che “Francesco ci insegna che le sfide si vincono con il dialogo”.
Leggo sulla rivista cattolica Città Nuova che “un gruppo di giovani ha issato uno striscione, in mezzo alla folla, per ricordare al presidente del Consiglio il disastro della guerra in Yemen alimentata, anche, con le bombe che partono dall’Italia con destinazione Arabia Saudita”.
Leggo ancora che la polizia ha provveduto “a rimuovere lo striscione e a chiedere i documenti a coloro che potevano recar danno all’ordine pubblico”.
Non leggo che la polizia sia intervenuta anche a bloccare chi viola una legge dello Stato – la 185 del 1990 – vendendo le armi ad un Paese in guerra, che colpisce con quelle armi ospedali e vittime civili, come confermato anche dalla Nazioni Unite e dal Parlamento europeo.
Del resto anche il governo Gentiloni – come il precedente – ha intessuto un proficuo dialogo con i sultani dell’Arabia Saudita, come Francesco d’Assisi, ma non a mani nude come il poverello, bensì con gli hangar carichi di armi.
Devo ricordare io, un senza-chiesa, le Fonti francescane al cattolico Presidente del Consiglio? Oltre alla Costituzione italiana ed alle leggi dello Stato?

6 ottobre

Il Premio Nobel quest’anno è davvero per la pace: assegnato alla International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN), la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari.
Una vittoria nostra, del movimento per la pace e il disarmo.
Ora il nostro Paese ratifichi il trattato per la messa al bando delle armi nucleari

7 ottobre

Dalle reazioni sui social sembra che il Premio Nobel per la Pace alla International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN) – la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari – sia una questione per “addetti ai lavori”.
Ma quindicimila (15.000!) testate atomiche sono puntate conto le teste di tutti.
Meglio svegliarsi e cominciare a riconsiderare le proprie priorità personali. Come fanno coloro che, quotidianamente, si battono per il disarmo. Cioè per la vita, a beneficio di tutti.
Tutti siamo addetti a questo impegno. Il resto è conseguente.

11 ottobre

C’è chi – come Gigi Riva su L’Espresso, per esempio – nota le analogie (ma anche le differenze) tra le vicende catalane e quelle che portarono all’esplosione violenta della Jugoslavia.
Ciò che è certo è che in questi venti anni l’Europa non ha fatto tesoro di quella tragica esperienza e non si è dotata di quei “corpi civili di pace” che Alex Langer proponeva proprio per fare fronte ai conflitti – anche nazionalistici – prima che degenerino in guerre fratricide. Invece di rimanere a guardare impotenti (o complici), prima, e intervenire militarmente, poi.
Alex proponeva l’istituzione e l’organizzazione dei corpi civili di pace al Parlamento europeo a partire dalla tragedia jugoslava. Se l’Europa lo avesse ascoltato, oggi potrebbe agire attivamente la mediazione, anche, nel conflitto spagnolo. Invece di rimanere inerme. O prendervi parte.

12 ottobre

Ieri le agenzie di tutto il mondo battevano le dichiarazioni di Donald Trump, riportate dalla NBC News, di voler decuplicare le proprie testate nucleari.
Subito dopo lo stesso Trump ha twittato – riportano sempre le agenzie – una “smentita” nella quale dichiara che lui vuole “solamente” portare l’arsenale nucleare USA al “top delle sue possibilità”.
Oggi, gli USA annunciano formalmente la loro uscita dall’UNESCO, l’Organizzazione dell’ONU per l’Educazione, la Scienza e la Cultura – seguiti a stretto giro da Israele – dopo che da anni non ne pagavano le quote di partecipazione.
Il preambolo della Costituzione dell’UNESCO si apre con queste parole: “poiché le guerre cominciano nelle menti degli uomini, è nelle menti degli uomini che si devono costruire le difese della Pace”.
Nella mente di Mr. Trump l’unica difesa concepibile è quella della guerra e dell’industria bellica, convenzionale e nucleare.
Una de/mente, lucida, follia. Che – se non la fermiamo in tempo, invece di esserne proni – ci travolgerà tutti.

12 ottobre

“Non esiste mai consenso preliminare all’innovazione. Non si va avanti a partire da un’opinione media, che non è democratica, ma mediocratica. Si va avanti a partire da una passione creatrice. Ogni innovazione trasformatrice è all’inizio una devianza. Fu il caso del buddismo, del cristianesimo, dell’islam, della scienza moderna, del socialismo. La devianza si diffonde divenendo una tendenza e poi una forza storica.”
Rileggendo queste parole di Edgar Morin in “Insegnare a vivere”, penso che di fronte alla tremenda violenza – culturale, strutturale e diretta – che domina questa fase storica dell’umanità, è tempo di mettere tutta la passione creatrice di cui siamo capaci per trasformare la “devianza” della nonviolenza, divenuta tendenza, in forza storica.
Il disarmo, la riconversione sociale delle spese militari, la riconversione civile dell’industria bellica, la difesa civile non armata e nonviolenta, la messa al bando delle armi nucleari, ne sono i passaggi ormai imprescindibili.
Non c’è impegno politico più urgente di questo. A ciascuno tocca fare la sua parte.

17 ottobre

Sabato scorso le esplosioni di due autobombe a Mogadiscio ha fatto oltre 300 vittime e centinaia di feriti, in un tragico conteggio che cresce di ora in ora.
Un attentato terroristico – probabilmente di origine islamista – di inaudita gravità, praticamente ignorato (salvo qualche lodevole eccezione) dai media italiani. Ed oggi del tutto sparito.
Questa apartheid informativa non è indolore, ma – insieme ad altre analoghe omissioni – contribuisce a costruire una narrazione distorta della realtà.
Nasconde il dato che il terrorismo islamista colpisce quotidianamente al di fuori dell’Europa e che le prime, maggiori e principali vittime sono musulmane.
Nasconde il dato che la Somalia è precipitata nella guerra infinita tra bande di signori della guerra – tra le quali si sono fatti largo i terroristi di al- Shahab – dopo l’intervento militare internazionale, con la complicità italiana, del 1993, che avrebbe dovuto portare democrazia e pace. Fallimentare negli obiettivi dichiarati, come tutti gli altri.
Nasconde il fatto che la Somalia è stata – e, con tutta evidenza, lo è tuttora – crocevia di traffici internazionali di armi, anche italiane, come documentavano Ilaria Alpi e Miran Hrovatin per questo assassinati – senza colpevoli – nel 1994.
Nasconde che i cittadini somali che cercano rifugio e protezione nell’ex potenza coloniale – ed incappano nel “codice Minniti” e nelle mazzate della polizia italiana – scappano dalla barbarie, che il nostro Paese ha contribuito a realizzare.
Nasconde questo e molto altro, crea disinformazione, ma continuano a chiamarla informazione.

18 ottobre

Sto leggendo alcuni della valanga di post di donne con l’hastag #quellavoltache #metoo.
Le sto leggendo con timore, in quanto papà di due ragazze dell’età in cui molte hanno iniziato a subire molestie.
Le sto leggendo con vergogna, in quanto appartenente al genere maschile di cui emerge un panorama di squallore diffuso.
Le sto leggendo con indignazione, perché la pratica del sopruso e della violenza – di genere e no – continua ad essere la cifra delle relazioni umane.
Le sto leggendo con impegno, necessario a promuovere la cultura della nonviolenza, la cui vera esperienza non può che iniziare nelle relazioni di base: il maschile e il femminile

19 ottobre

“Avere raccolto le firme non significa che la gente sia preparata. Il grosso lavoro da fare adesso è la formazione diffusa. Non illudiamoci neanche sul volontariato, anche questo va coscientizzato…”
Sono alcuni tra gli appunti che ho preso al Congresso di Roma del Movimento Nonviolento dello scorso aprile, dove ho visto per l’ultima volta Alberto L’Abate, durante la sua partecipazione alla commissione di lavoro sulla campagna Un’altra Difesa è possibile, dove ha ascoltato e parlato, come un attivista tra i tanti della nonviolenza italiana.
Invece Alberto, che oggi ci ha lasciati, è stato un maestro per molte generazioni di amici della nonviolenza. E la sua opera ci darà ancora per molto tempo materiali di riflessione e azione.
Ma oggi io voglio ricordarlo così, com’era negli ultimi tempi, un po’ zoppo, un po’ sordo, ma sempre attento e presente – insieme all’inseparabile Anna Luisa, a cui va il mio abbraccio – ad indicarci le cose ancora da fare.
Ciao Alberto e grazie di tutto.

20 ottobre

Il tragico e consueto bilancio del giorno, battuto dalle agenzie, è di oltre 70 morti in Afghanistan vittime di due attentati terroristici. Le ultime vittime civili di un Paese in mano alle bande armate ed ai trafficanti di droga, dopo 16 (sedici!) anni di occupazione militare della NATO e dopo 900 (novecento!) miliardi dollari – di cui 7,5 italiani – buttati nella guerra (come documenta il rapporto del MILEX l’Osservatorio sulla spese militari italiane).
Non dimentichiamolo, l’Afghanistan fu invaso dagli USA e i suoi alleati subito dopo l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, i cui attentatori erano tutti…sauditi.
Una vendetta senza senso che – a fronte di circa tremila vittime degli attentati statunitensi – ha provocato ad oggi circa 140.000 (centoquarantamila!) vittime afghane, soprattutto bambini. Neanche i nazisti, nelle loro rappresaglie, arrivarono a tanto.
Eppure, tutti i governi italiani, uno dopo l’altro – da Berlusconi a Gentiloni – continuano a finanziare la presenza del contingente italiano, il più numeroso dopo quello statunitense. Una follia senza fine.
Il fallimento, senza appello, della strategia militare. Della strategia della violenza

21 ottobre

I mezzi di “informazione” da stamattina aggiornano costantemente sul matto di Monaco che ha ferito col coltello quattro passanti.
Contemporaneamente, le violenze estreme e quotidiane delle guerre e dei terrorismi – dal Congo alla Somalia, dalla Siria all’Iraq, fino agli ottanta morti in Afghanistan di ieri – passano sotto assoluto silenzio.
Quale ragione può orientare questa gigantesca distorsione dell’idea e della pratica dell’informazione, se non la deliberata scelta di far sentire gli europei, a tutti i costi, sotto costante attacco? E quindi, in definitiva, alimentare e propagare scientemente – e colpevolmente – la paura irrazionale?

22 ottobre

Mentre intorno di svolgeva la farsa del referendum autonomista veneto, oggi ho partecipato al Coordinamento nazionale del Movimento Nonviolento alla Casa per la Nonviolenza di Verona, il luogo di maggiore analisi politica, tensione ideale, familiarità umana che conosca e frequenti da sempre.
Dopo un momento di raccoglimento per Alberto L’Abate, abbiamo passato in rassegna i molti impegni impegni internazionali e nazionali e le attività dei centri territoriali. Oltre alla programmazione dei prossimi numeri di Azione nonviolenta.
Nonostante tutto – e per fortuna – la nonviolenza è ancora in cammino

23 ottobre

L’esito delle elezioni giapponesi ci dice che lo spauracchio di Kim Jong Un è il pretesto perfetto per la nuova corsa agli armamenti voluta – da tempo – dal premier Shinzo Abe, stracciando la Costituzione pacifista. E mettersi alla pari con la corsa globale.
Ma sommare una follia all’altra, non azzera la prima, raddoppia le follie.
(Del resto, in Italia abbiamo fatto lo stesso senza modificare la nostra Costituzione pacifista e senza bisogno di spauracchi).

24 ottobre

Un secolo dopo la disfatta di Caporetto, le guerre continuano ad essere la disfatta dell’umanità.
Come se non imparassimo nulla dagli errori del passato, continuiamo a ripeterli sempre più gravi.
Per questo anche oggi voglio ricordare Mario Baricchi e Fermo Angioletti, che – invece – a 18 anni avevano capito tutto.
E per questo furono uccisi dall’esercito italiano – nel febbraio del 1915 mentre tentavano di impedire il folle ingresso del Paese in guerra – davanti al Teatro Ariosto di Reggio Emilia.
Ma non erano disfattisti: credevano nell’umanità.

27 ottobre

Ora l’Europa imponga una mediazione urgente tra la monarchia spagnola e l’autoproclamata repubblica di Catalogna.
Fare finta di niente non porterà a niente di buono.
Bisogna imparare a trasformare i conflitti con la nonviolenza, ad intervenire con mezzi pacifici.
Prima che sparino le armi e i conflitti si trasformino in guerre. Che non sono mai civili.

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