Ascoltare e parlare

Ascoltare e parlare

Chi può parlare ascolta più profondamente, scrive Capitini. Pensa alle libere assemblee dei Centri di Orientamento Sociale, che vorrebbe in ogni quartiere, in ogni parrocchia, nelle prigioni, nei manicomi, negli ospedali…

Brevi, e limitate nei luoghi, sono state diffusione e attività. Decisiva la presenza di un animatore persuaso, come Aldo Capitini (Perugia), Silvano Balboni (Ferrara), Enzo Santarelli (Ancona), Antonio Curina (Arezzo), Ernesto De Pasquale (Firenze). Decisiva anche la stagione: l’immediato dopoguerra, con le sue speranze, la tensione verso il rinnovamento. Nel 1948 è tutto finito. Nessuno ne raccoglie l’eredità e lo slancio per una democrazia migliore.

Il C.O.S. fonda la partecipazione consapevole dei cittadini verso la costruzione di una comunità costantemente aperta, capace di trasformazione condivisa. In assenza di ciò la stessa democrazia rappresentativa corre il rischio di finire senza troppi rimpianti, come già era finita quella liberale con il fascismo.

Qualcosa dello spirito dei C.O.S. è passato in grandi e piccole, diffuse, diverse riunioni che hanno alimentato, circa venti anni dopo, una spinta di liberazione e trasformazione importante, da tempo esaurita. Nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche e nei luoghi lavoro, nelle parrocchie, nelle più chiuse istituzioni, come i manicomi e le carceri, se ne è sentito il soffio liberante. Talora è parso un vento annunciatore di una nuova stagione. Ciò è avvenuto, in particolare, nel mutamento della condizione delle donne. Il solo imponente cambiamento positivo, sempre fragile come ogni cosa buona, che io abbia visto fin qui.

Capitini aveva riconosciuto e accolto con speranza quel soffio, scrivendone su Azione nonviolenta e su un foglio intitolato Il potere di tutti. Questo periodo l’ho vissuto. È stato ancor più breve della fioritura dei C.O.S., ma ci conferma che questa possibilità c’è. Occorrono le giuste condizioni. È quando sull’assemblea – luogo privilegiato dell’ ascolto e della parola – c’è il soffio della compresenza, direbbe Aldo. È convocata cioè la molteplicità di tutti gli esseri pensata come avente una parte interna unitaria di tutti, come un nuovo tempo e un nuovo spazio, una somma di possibilità per tutti. Un nuovo tempo, un nuovo spazio, possibilità impensabili di relazioni, di riconoscimento di una parte interna comune (e non ignobile) consentono gli attuali strumenti di comunicazione.

La pratica sembra andare però in altra direzione. Sono responsabili i malvagi in azione – ma quanti possono mai essere – o gli stupidi insonni, o gli ignari analfabeti funzionali? Non che manchino. Da qualche parte, in Giovanni Jervis, ho letto dei malvagi, tetragoni a ogni richiamo morale. Non ricordo la stima, ma erano pochi, pochi. A spiegare la qualità scadente dell’incrociarsi di espressioni – arduo qualificarle di pensiero – sui social, sui blog (o che so io, povero mortivo digitale) possono essere piuttosto gli stupidi. Bonhoeffer ci ricorda: il fatto che lo stupido sia spesso testardo non deve ingannare sulla sua mancanza di indipendenza. Parlandogli ci si accorge addirittura che non si ha a che fare direttamente con lui, con lui personalmente ma con slogan, motti ecc. da cui egli è dominato. È ammaliato, accecato, vittima di un abuso e di un trattamento pervertito che coinvolge la sua stessa persona. Trasformatosi in uno strumento senza volontà, lo stupido sarà capace di qualsiasi malvagità, essendo contemporaneamente incapace di riconoscerla come tale. Da questi stupidi, capaci di ogni malvagità, Bonhoeffer è stato ucciso.

A me di persone così deformate sembra di incontrarne e non c’è stato bisogno del nazismo a renderle tali. Sono le spesso incolpevoli vittima della maga Tina (There Is No Alternative), che denuncia come stupidi, non realisti gli altri. Presuntuosi che pretendono di esercitare spirito critico, dialogare, discutere, continuare nella ricerca, senza riconoscere nei mercati gli inappellabili tessitori dei nostri destini, collettivi e individuali. Ci sono stupidi vocati, quale che sia il loro livello di istruzione, e stuoli di analfabeti funzionali esposti al contagio della stupidità. Mi si dice che uno su quattro in Italia è considerato tale. Siamo primi, nella non bella classifica, in Europa. Secondi se vogliamo considerare europei i turchi, che vedono un Ramoscello d’ulivo – espressione coniata da un creativo malvagio – nella distruzione delle curde e dei curdi siriani.

Gli analfabeti funzionali sono capaci di leggere e scrivere, ma hanno difficoltà a comprendere anche testi semplici. È un rischio che corriamo tutti, allontanandoci dalla scuola, dalla lettura, dai confronti che non siano chiacchiera e rissa. Questi analfabeti – alla loro condizione non mi sento estraneo, solo che provi a leggere le istruzioni del mio cellulare – non rinunciano però a esprimersi nei social e in ogni occasione, come anche nel voto. Non bisogna pensare che le cose un tempo fossero meglio, gli analfabeti di ritorno si aggiungevano agli analfabeti docg, calati nei decenni passati. Oggi preoccupa il loro essere esercito di riserva degli stupidi, non malvagi, ma di ogni malvagità capaci.

E allora ci sarebbero da pensare nuovi C.O.S., nei quali entrino i nuovi e potenti strumenti di comunicazione, senza sostituire alla comunicazione faccia a faccia quella feccia a feccia. Qualche esempio in giro c’è. Occorre provare con attenzione, in modo esatto, direbbe Danilo Dolci. Rifletterei, ancora una volta, su una considerazione di Nicola Chiaromonte: Sarebbe tempo d’avvedersi che un individuo il quale non si riconosca sottomesso a un ordine che lo trascende e trascende con lui ogni altra cosa creata, un individuo il quale non riconosca, come evidenza prima, che più importante (oltre che infinitamente più forte) di lui è il legame fra lui e gli altri – la comunità – mentre più importante di lui medesimo e della comunità è il legame suo e d’ogni singola cosa con l’insieme delle cose – Natura o Cosmo che lo si voglia chiamare – sarebbe tempo, diciamo, di avvedersi che tale individuo è puramente e semplicemente un mostro.

Rifletterei perché i caratteri indicati da Chiaromonte non mi sono estranei. Sento il bisogno di una pratica che riduca questa mostruosità, liberi dalla stupidità in agguato, affranchi dal nuovo analfabetismo. Perché torni ad essere vera l’affermazione di Capitini Chi può parlare ascolta più profondamente, il ché oggi non è. Diceva il maestro Manzi Non è mai troppo tardi. Io penso che l’essere tardi non sia una caratteristica del tempo, ma nostra. In ogni caso meglio troppo tardi che troppo mai.

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