Autobiografia e nonviolenza alla Casa per la Pace di Ghilarza

Autobiografia e nonviolenza alla Casa per la Pace di Ghilarza

Lavorare con l’autobiografia è come scavare per ritrovare reperti di memoria, sollevare con le mani un vaso fragile e prezioso, o come percorrere una terra vergine in punta di piedi, come se un’aura di sacralità tracciasse i confini di quel regno:

di Carlo Bellissai

il luogo dell’interiorità, della memoria condivisa, un luogo antichissimo. Questa sorta di sacralità, laica e umanista, forse in qualche modo panteista, è data prima di tutto dal sentimento del rispetto per sé e per l’altro. E’ come se il viaggio a ritroso nella vita, che insieme facilitati proviamo, diventi un qualcosa che fa gruppo, che crea fiducia, che ci fa sentire per qualche ora, per qualche giorno, intima comunità.

E’ quanto accaduto alla Casa per la pace di Ghilarza, ancora una volta, nelle giornate del primo e del 2 ottobre, durante il 3° laboratorio autobiografico itinerante da me condotto, dal titolo “Scoperte, delusioni, sogni…” al quale hanno partecipato 11 persone.

Per due giorni si è lavorato su di sé, attraverso l’evocazione di ricordi, la scrittura, l’ascolto, le condivisioni e le risonanze. Ci siamo anche allontanati dai locali della sempre accogliente Casa, per alcune passeggiate nei territori circostanti, fino a fermarci in luoghi scelti per ricordare, scrivere, narrarsi, confrontarsi. articolo-carlo-bellisai-3

Questa è infatti la magia che si innesca nei laboratori autobiografici: il sé per qualche attimo si fonde agli altri sé e si forma un organismo più grande e più complesso: il gruppo. Gruppo che ascolta profondamente e silenziosamente, fa da cassa di risonanza al racconto della persona, gli conferisce la dignità di essere, di essere stato, di esistere, di stare al mondo, fra noi.

L’ascolto profondo è senza giudizio: non deve stabilire proprio niente, non deve comparare, non deve quantificare. Queste operazioni mentali semplicemente sono d’ostacolo all’ascolto.

Il potere dell’autobiografia come metodo di ricerca di sé e di cura della persona sta proprio in questa profonda, ancestrale, potenza comunicativa del narrarsi. Perché questo evento per noi oggi eccezionale è stato vissuto sicuramente dai nostri avi e dagli avi degli avi.

La nostra civiltà ipertecnologica sta perdendo questi momenti. Ai racconti del nonno davanti al camino si è sostituito lo schermo televisivo, o l’ossessivo digitare sullo smartphone. Non c’è più lo spazio sociale e naturale che permetta al bisogno di narrarsi di venir fuori.

Lavorando su se stessi in gruppo, come in questo genere di laboratori, si instaura una sorta di “tregua” con l’incedere della vita e sembra ci si fermi, fino a che ci giunge una vasta sensazione di molteplicità che possiamo permetterci di contenere dentro noi stessi. Questo arricchisce la nostra forza interiore.

Quest’ultima ci aiuta a migliorare le relazioni con gli altri. Più ci sentiamo forti e coraggiosi dentro e più saremo capaci di accogliere gli altri nel nostro mondo, anche quando le loro diversità possono infastidirci, farci sorridere, o irritarci.

articolo-carlo-bellisai-1Perché sappiamo che fa parte della vita e che anche dentro di noi si sono agitate e ancora si agitano le molteplicità e le diversità. Talvolta i comportamenti che meno sopportiamo negli altri sono quelli che ci ricordano qualcosa di noi stessi.

Nel pomeriggio del 2 ottobre, abbiamo rivolto il nostro pensiero a Gandhi e alla nonviolenza, con alcune citazioni brevi lette ad alta voce. Quindi i partecipanti hanno scritto il loro messaggio in bottiglia da lasciare al mondo. I messaggi sono ancora appesi nella sala della Casa per la pace di Ghilarza a narrarci quanto sia importante che ciascuno di noi possa trovare voce ed ascolto.

In questo le metodologie autobiografiche possono dare anche un contributo importante al pensiero nonviolento e al processo educativo concreto che dovremmo con sempre più forza consolidare e diffondere.

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