Bingo, Bango, Bongo

Bingo, Bango, Bongo

Non so niente del Congo. È presto nei miei ricordi infantili con una canzoncina – Bingo, Bango, Bongo stare bene solo al Congo – che si fa conturbante quando, adolescente, la sento, e vedo, cantata da Sophia Loren.

Non faccio in tempo a entusiasmarmi, da studente liceale e universitario, per Lumumba, che guida il paese verso l’indipendenza e la libertà, che lo ammazzano all’inizio del 1961. Sul finire dello stesso anno tredici aviatori italiani vengono trucidati in Congo, fatti a pezzi e pure un po’ mangiati, si dice. Chi voglia capire cos’è successo, e anche perché, ha oggi a disposizione un libro, Morire di pace. L’eccidio di Kindu nell’Italia del «miracolo» di Amoreno Martellini. È un’opera preziosa: legge quel lontano tristissimo episodio, il primo intervento militare che si vuole umanitario e per la pace, con le motivazioni, le menzogne, le divergenti interpretazioni, i lutti che lo accompagnano, così come sarà per tutti i successivi fino ad oggi.

Miei amici invece conoscono bene il paese e lo frequentano. Hanno organizzato Una notte con il Congo RD che piange, lotta e spera il 30 settembre a Bologna. Mi ricordano che dopo un periodo coloniale particolarmente feroce, indipendente dal ’60, ha un breve momento di speranza per finire sotto una lunga e spietata dittatura, che continua lo sfruttamento coloniale. Nel decennio dal 1996 al 2006 guerre partite da stati confinanti hanno avuto teatro il Congo, con più di sei milioni di morti, ovviamente quasi tutti civili. Si calcolano 4 milioni di sfollati interni. Altro momento di speranza sono le elezioni del 2006 che danno al Congo un Presidente e una Costituzione, non rispettata neppure per le elezioni, che avrebbero dovuto tenersi alla fine del 2016.

Il paese è ricchissimo: risorse d’acqua e terre fertili, che danno mais, riso, patate, anacardi ma pure cacao, caffè, cotone, tè, zucchero, corteccia di china, gomma (ne ebbe il monopolio in passato), olio di palma (ora piuttosto impopolare dalle nostre parti), un sottosuolo pieno di rame, cobalto, diamanti, oro, zinco, petrolio e l’indispensabile coltan, basta grattare la superficie, per i nostri telefonini. Ricchissima è una minoranza, rapace e corrotta, povera la stragrande maggioranza della popolazione, di circa 80 milioni. Tutti i servizi si pagano, dalla scuola alla sanità. Bande armate sono all’opera per impadronirsi di queste ricchezze, per conto proprio o al servizio di altri.

Prima di essere colonia del Belgio, dal 1908 al 1960, è proprietà personale del Re Leopoldo II, con il nome, ben trovato, di Stato libero del Congo. È un grande possedimento: settantasei volte il Belgio. Sperimenta a fondo il colonialismo umanitario, così lo definisce il filantropo sovrano proprietario di tutte le terre non coltivate, di tutto il sottosuolo, dell’avorio e del caucciù. Lui si arricchisce in modo incalcolabile nel ventennio di sua proprietà, mentre la popolazione semplicemente si dimezza per malattie, fame, sfruttamento, deportazioni. Si calcolano dieci milioni di morti. Stragi e distruzioni di villaggi tolgono ogni velleità di resistenza. Di ogni pallottola impiegata i soldati devono mostrare il buon uso portando non lo scalpo ma una mano mozzata al cadavere. È un buon metodo: lo adotteranno negli anni Cinquanta gli inglesi in Kenya con i Mau Mau.

Leggere Cuore di tenebra di Joseph Conrad può dare un’idea, non esagerata, della situazione di allora. Esce a puntate nel 1899 e si basa sulla documentazione raccolta da Roger Casement. Le denunce di missionari coraggiosi, il rapporto sul Congo, redatto da Casement, le notizie divulgate da Edward More sono state decisive per le pressioni di Gran Bretagna e Francia perché si limitassero le pratiche più scandalose e il Belgio si assumesse la responsabilità della colonia.

Quel genocidio è rimasto impunito e sostanzialmente ignorato. Si vorrebbe che le attuali condizioni della popolazione fossero almeno conosciute. Non stanno per niente bene in Congo, quanti non fanno parte dei padroni politici ed economici. Mente, ha sempre mentito, il testo di Bongo, Bongo, Bongo, che traduce l’originale e contemporanea Civilization, una canzone di un musical americano. Non stanno per niente bene, donne e uomini, vecchi, adulti e bambini. Non stanno bene neppure gli elefanti: c’è la foresta pluviale, seconda nel mondo per estensione ma, tra savana e foreste, si calcola che vivano qui non più di 7mila elefanti. Solo negli ultimi quattro anni ne hanno uccisi mille. Erano 100mila nel 1980.

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