Ci risiamo. La colpa è sempre dell’altro.

Ci risiamo. La colpa è sempre dell’altro.

Quando volano le bombe, si producono i “collateral damages”, cioè l’uccisione di innocenti: il cinico pallottoliere dei morti aggiornato all’ora di cena dai TG mentre siamo seduti a tavola supera le centinaia.

E dopo la conta di quanti bambini siano morti straziati dalle bombe, quanti feriti siano stati ammazzati nel loro letto di ospedale, ricomincia la girandola di accuse su chi sia il vero, primo, definitivo colpevole del conflitto israelo-palestinese.

Ha iniziato lui! Non è vero, è stato lui” si incolpano a vicenda i bambini quando vengono rimproverati dai genitori. E ogni genitore sa che non è andando dietro a questo filo che si riuscirà a ricomporre il conflitto, dal quale si uscirà solo insegnando ai bambini di gestire la diversità di opinioni e ragioni.

La guerra è sempre giusta per chi la combatte, e quindi i belligeranti sostengono inevitabilmente la fondatezza delle PROPRIE ragioni, attribuendo appunto sempre all’avversario la colpa di quanto sta accadendo.

Quindi adesso, nell’immediato, non mi interessa attribuire colpe, analizzare torti storici, anche perché ogni tentativo di analisi viene facilmente strumentalizzato attribuendo patenti (offensive) di sionismo, di antisemitismo, di nazismo. Ciò non aiuta ovviamente ad avvicinare le posizioni, che anzi ne escono ulteriormente lacerate, e quindi si ricomincia a litigare anche con l’esperto di turno ed i bombardamenti continuano.

Dalla dichiarazione di Balfour di quasi cento anni fa la storia della Palestina è storia di un conflitto: e sempre dalla dichiarazione di Balfour sorge il dubbio che l’arbitro che vuole dirimere i contrasti non sia esso stesso coinvolto, parteggiando per una delle parti (non sempre la stessa, peraltro, per le dure ragioni della Realpolitik).

Il dibattito infiamma anche oggi i commentatori, divisi a seconda dei loro pre-giudizi: si sono schierate numerose star musicali, del cinema, molti intellettuali. Spesso rompono tradizioni culturali e religiose per dissociarsi dal gruppo di appartenenza, con scelte intuibilmente dolorose: intanto però i civili continuano a venire massacrati, i bambini a venire bombardati mentre giocano a calcio, gli ospedali fatti saltare, i razzi continuano a partire diretti verso insediamenti civili.

Questo sistema di cercare la colpe altrui, di vedere la pagliuzza nell’occhio dell’avversario ignorando la trave nel proprio, non funziona fra bambini che litigano e non funziona – lo dimostrano i cento anni passati – nemmeno fra fazioni contrapposte nel secolare conflitto israelopalestinese.

E mentre si continua in questo insopportabile balletto gli “effetti collaterali” (?!) aumentano, gravando sulle nostre coscienze.

Come uscirne?

Smettiamola di schierarci per pre-giudizi, smettiamola di tentare di trovare nella storia le soluzioni immediate (ognuno peraltro invoca le proprie ragioni storiche): la priorità è di fermare le bombe ed i razzi, richiedendo un immediato cessate il fuoco.

Tocca all’opinione pubblica, cioè a noi, riaffermare le ragioni di una soluzione nonviolenta che non può che passare dal superamento di un approccio “di chi è la colpa?”.

  1. Luigi Ficarra 31 luglio 2014, 0:01

    Una distinzione fra vittime e carnefici va necessariamente fatta, perchè esimersene è già un parteggiare per il carnefice.
    La tesi degli sraeliani è che i palestinesi devono rfinunciare alla lotta mentre essi continuano ad esercitare vilolenza e distruzione con occupazione programmata e sitematica della loro terra mediante nuovi insediamenti coloniali, estendendo di fatto e quindi di diritto il dominio di Israele.
    Gli stupratori pretendono che lo stuparato se ne stia tranquillo, non si agiti.
    Li chiamano nazisti e credo non via sia altra denominazione più corretta di questa.
    Ieri al Parlamento la ministra degli esteri di Renzi e Napolitano ha ipocritamemte detto che non bisogna parteggiare per gli uni o per gli altri, tacendo sulla stretta allenza militare fra Italia e Israele, molto operativa in tutti i campi, a datare dal 2005.
    Luigi Ficarra

    Reply
  2. Caro Luigi,
    non sostengo affatto che carnefici e vittime non vadano distinti.
    L’urgenza è quella di trovare una uscita da un rimpallo di colpe.

    Per chi fosse interessato ad approfondire la questione, in calce allego l’appello di molti giuristi.

    Nicola Canestrini

    La Comunità Internazionale ponga fine alla punizione collettiva della popolazione civile nella Striscia di Gaza!

    Come accademici e studiosi di diritto internazionale e penale, difensori dei diritti umani, giuristi e cittadini che credono fermamente nello stato di diritto e nella necessità del suo rispetto in tempo di pace e, ancor più, in tempo di guerra, sentiamo l’obbligo intellettuale e morale di denunciare le gravi violazioni, mistificazioni e trasgressioni dei più basilari principi del diritto dei conflitti armati e dei diritti fondamentali dell’intera popolazione palestinese, commesse nell’ambito della attuale offensiva di Israele nella Striscia di Gaza.

    Condanniamo, indipendentemente dall’identità dei responsabili, ogni attacco indiscriminato nei confronti di civili, non solo in quanto illecito sul piano giuridico, ma in quanto moralmente inaccettabile.
    Anche i lanci di razzi dalla Striscia di Gaza vanno condannati.
    Tuttavia, come sottolineato dalla Risoluzione del Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU del 23 luglio 2014, le due parti in conflitto non possono essere considerate alla stessa stregua e le rispettive azioni, ancora una volta, appaiono di incomparabile gravità.
    Ancora una volta è la popolazione civile, i soggetti protetti dal diritto internazionale umanitario, ad essere al centro degli attacchi.
    La popolazione di Gaza è stata presa di mira in nome di un diritto all’autodifesa di Israele legalmente non giustificabile, nel mezzo di una escalation di violenza provocata di fronte a tutta la comunità internazionale. La cosiddetta operazione “Protective Edge” è stata lanciata nel corso di un conflitto armato già in essere, nel quadro di una prolungata occupazione militare cominciata nel 1967.

    Nel corso di questo lungo conflitto, migliaia di Palestinesi sono stati uccisi o feriti nella Striscia di Gaza durante le fasi di “cessate il fuoco” fin dal 2005, ossia dopo il cosiddetto “disengagement” dalla Striscia da parte dell’esercito israeliano. Non si possono ignorare, inoltre, le morti e le continue provocazioni causate dall’esercito israeliano a Gaza ben prima dell’ultima ripresa delle ostilità.
    Secondo fonti Onu, nelle ultime due settimane più di 800 [1100 al 30 luglio 2014, NdT] Palestinesi sono stati uccisi a Gaza e più di 4000
    [7000 al 30 luglio 2014, NdT] risultano feriti. La stragrande maggioranza di entrambi è costituita da civili. Diverse fonti indipendenti concordano sul fatto che un mero 15 % delle vittime è costituito da combattenti. Sono state uccise intere famiglie.
    Ospedali, cliniche e persino un centro di riabilitazione per disabili sono stati attaccati e gravemente danneggiati.

    In un solo giorno, domenica 20 luglio, oltre cento civili Palestinesi sono stati uccisi a Shuga’iya, quartiere residenziale di Gaza City. Si è trattato di una delle più sanguinose ed aggressive operazioni mai condotte da Israele nella Striscia di Gaza, una forma di vittimizzazione collettiva in spregio ad ogni rispetto per l’innocenza dei civili. Questa operazione è stata seguita solo pochi giorni dopo da un attacco egualmente distruttivo a Khuz’a, ad Est di Khan Younis.
    L’offensiva ha già causato distruzione su vasta scala di edifici e
    infrastrutture: secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), più di 3.300 case sono state prese di mira e ridotte in macerie. Come denunciato dalla Commissione Indipendente d’Inchiesta delle Nazioni Unite sul conflitto a Gaza, subito dopo l’operazione ‘Piombo Fuso’ del 2008/2009: “Mentre il Governo israeliano ha cercato di presentare le proprie operazioni essenzialmente come una risposta ai lanci di razzi, in esercizio del proprio diritto alla legittima difesa, la Commissione ritiene che il piano di attacco fosse diretto, almeno in parte, a un diverso
    obiettivo: l’intera popolazione di Gaza” (A/HRC/12/48, par. 1883).
    Lo stesso sta avvenendo nel corso di questa offensiva.

    La popolazione civile di Gaza è sotto attacco diretto e molti sono costretti ad abbandonare le proprie case. La situazione, già drammatica a causa della grave crisi umanitaria, è ulteriormente aggravata da nuove ondate di civili in fuga: il numero di profughi interni ha superato i 150.000 [240.000 al 30 luglio 2014, NdT], molti dei quali rifugiati nelle scuole dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi-UNRWA, rivelatesi però tutt’altro che immuni agli attacchi israeliani, come dimostrato dai ripetuti attacchi alla scuola UNRWA di Beit Hanoun.
    Non c’è cittadino di Gaza che non sia sotto shock e costretto a vivere in uno stato di costante terrore. Questo risultato è intenzionale.
    Israele sta di nuovo applicando la c.d. “Dahiya doctrine”, che prescrive il ricorso deliberato all’uso sproporzionato della forza e all’inflizione di sofferenze alla popolazione civile, a fini di politici (esercitare pressione contro il Governo e Hamas), più che militari.

    Così facendo, Israele viola in modo ripetuto e flagrante il diritto dei conflitti armati, il quale stabilisce che possano essere oggetto di attacchi solo combattenti e obiettivi militari, cioè quegli obiettivi che, per natura, posizione, scopo od uso, forniscano un contributo effettivo alle operazioni militari e la cui distruzione parziale o totale, cattura o neutralizzazione, nelle circostanze del momento, offrano un chiaro vantaggio militare.

    La maggior parte dei recenti bombardamenti a Gaza, al contrario, manca di qualsiasi giustificazione militare accettabile e, al contrario, appare concepita per terrorizzare la popolazione civile. Come chiarito dal Comitato Internazionale della Croce Rossa, terrorizzare la popolazione civile è inequivocabilmente proibito dal diritto internazionale consuetudinario.

    Nel suo Parere consultivo nel caso “Armi Nucleari”, la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che il principio di distinzione, che richiede agli Stati belligeranti di distinguere civili e combattenti, è uno dei ‘principi cardine’ del diritto internazionale umanitario e uno dei ‘principi inviolabili del diritto internazionale consuetudinario’.

    Il principio di distinzione è codificato negli articoli 48, 51(2) e
    52(2) del Primo Protocollo addizionale del 1977 alle Convenzioni di Ginevra, rispetto al quale non vige alcuna riserva. In conformità al Primo Protocollo, il termine “attacchi” si riferisce agli “atti di violenza contro l’avversario, sia di natura offensiva che difensiva (articolo 49). Ai sensi sia del diritto internazionale consuetudinario, sia di quello pattizio, dunque, il divieto di dirigere attacchi contro la popolazione civile o contro obiettivi civili é assoluto. Non c’è nessun margine di discrezionalità per invocare necessità militari come giustificazione.

    Contrariamente a quanto affermato da Israele, gli errori militari che hanno causato vittime civili non possono essere giustificati: in caso di dubbio sulla natura dell’obiettivo, infatti, la legge stabilisce chiaramente che, se normalmente dedicato a funzioni civili (scuole, abitazioni, luoghi di culto e strutture mediche), esso va presunto tale e mantenuto immune da ogni attacco. Nell’arco di queste settimane, rappresentanti e funzionari Onu hanno ripetutamente richiesto a Israele di attenersi scrupolosamente a tale principio di precauzione a Gaza, dove i rischi sono tanto alti quanto la densità della popolazione e, pertanto, deve essere esercitato il massimo rigore per evitare vittime civili. Human Rights Watch ha sottolineato come queste norme esistano per ridurre al minimo gli errori militari e come “il ripetersi di tali errori sollevi la preoccupazione che tali norme siano state violate” .
    Non solo. Israele, anche attaccando obiettivi chiaramente militari, viola sistematicamente il principio di proporzionalità: ciò è particolarmente evidente in relazione alle centinaia di abitazioni distrutte dall’esercito israeliano nel corso dell’offensiva. Con l’obiettivo dichiarato di colpire un singolo militante di Hamas, le forze Israeliane hanno bombardato e distrutto case residenziali occupate da dozzine di civili, incluse donne, bambini e intere famiglie.
    E’ senza dubbio illecito alla luce del diritto internazionale consuetudinario prendere di mira intenzionalmente obiettivi civili, e la violazione su vasta scala di un così elementare principio può configurare un crimine di guerra. Dare un ‘avvertimento’ – come il c.d. ‘roof knocking’ (i.e. avvertendo dell’imminente attacco con dei bombardamenti di ‘lieve’ entità sul tetto dell’edificio), o inviare un sms cinque minuti prima dei bombardamenti – non modifica il fatto che attaccare intenzionalmente un’abitazione senza una dimostrata necessità militare rimane illecito e viola il fondamentale principio di proporzionalità. Inoltre, questi ‘avvertimenti’, non solo risultano inutili per salvare vite e possono risolversi in ulteriori perdite civili, ma appaiono concepiti come giustificazioni precostituite per potere ritrarre i civili che rimangono all’interno delle loro abitazioni come ‘scudi umani’.

    Attaccare in maniera indiscriminata e sproporzionata, colpire obiettivi che non generano alcun vantaggio militare e rendere bersagli i civili e le abitazioni sono stati elementi persistenti nella lunga ‘politica’ Israeliana di afflizione dell’intera popolazione della Striscia di Gaza, che, per oltre sette anni, è stata sostanzialmente imprigionata dal blocco Israeliano. Questo regime è una forma di punizione collettiva, che viola il divieto assoluto codificato nell’Articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra ed è stato condannato a livello internazionale per la sua manifesta illiceitá .
    Tuttavia, lungi dall’essere effettivamente contrastata, l’illegale politica israeliana di chiusura assoluta imposta alla Striscia di Gaza è inesorabilmente proseguita, con la complice acquiescenza della comunità internazionale degli Stati.
    Come affermato nel 2009 dalla Commissione Indipendente d’Inchiesta delle Nazioni Unite sul conflitto a Gaza: “La Giustizia e il rispetto dello Stato di diritto sono condizioni indispensabili per la pace. Il protrarsi delle violazioni ha determinato una grave crisi della giustizia rispetto ai Territori Palestinesi occupati, che esige risposte concrete” (A/HRC/12/48, para. 1958). Senza dubbio: “La perdurante impunità è stata un fattore chiave nell’innesco di violenze nella regione e nel riprodursi delle violazioni, così come di perdita di fiducia tra i Palestinesi e gli Israeliani quanto alle prospettive di una soluzione giusta e pacifica del conflitto” (A/HRC/12/48, para.
    1958).
    Di conseguenza:
    accogliamo con favore la Risoluzione adottata il 23 luglio 2014 dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, che ha stabilito una commissione d’inchiesta internazionale e indipendente per accertare tutte le violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani perpetrate nei Territori occupati Palestinesi; Chiediamo alle Nazioni Unite, alla Lega Araba, all’Unione Europea, agli Stati -in particolare gli Stati Uniti-, e alla comunità internazionale nella sua interezza e coi suoi poteri condivisi di agire con la massima urgenza per porre fine all’escalation di violenza contro la popolazione civile di Gaza e di attivare tutte le procedure atte a condurre i responsabili delle violazioni elencate di fronte alla giustizia, inclusi i leader politici e i comandanti militari.
    In particolare:
    – tutti gli attori regionali e internazionali devono supportare un immediato, duraturo, completo e bilaterale accordo di cessate il fuoco, che assicuri il rapido accesso degli aiuti umanitari e l’apertura dei confini da e verso Gaza;
    – le Alte Parti Contraenti delle Convenzioni di Ginevra devono essere urgentemente e incondizionatamente chiamate a conformarsi alle loro fondamentali obbligazioni, vincolanti in ogni contesto, e ad agire in osservanza dell’art.1 comune alle Convenzioni, che prescrive di intraprendere tutte le azioni necessarie per porre fine alle gravi violazioni, come chiaramente sancito dagli articoli 146 e 147 della Quarta Convenzione; -Denunciamo inoltre le vergognose pressioni politiche esercitate da vari Stati membri delle Nazioni Unite sul presidente Mahmoud Abbas, per scoraggiare il ricorso alla Corte penale internazionale e sollecitiamo i leader del Governo Palestinese ad invocarne la giurisdizione, ratificandone il trattato istitutivo e, ad interim, reiterando la dichiarazione ex art. 12(3) dello Stato di Roma, al fine di investigare e perseguire i gravi crimini internazionali, da chiunque commessi, sul territorio palestinese;
    – Il Consiglio di Sicurezza delle NU deve agire in conformità alle proprie responsabilità di mantenimento della pace e di perseguimento della giustizia, esercitando il suo potere di deferimento della situazione in Palestina al Procuratore della Corte Penale Internazionale.

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