Colonnello non voglio il pane

Colonnello non voglio il pane

Dall’Eritrea, già colonia italiana dal 1890 al 1941, arrivano moltissimi giovani in cerca di rifugio. Fuggono fame e violenza estreme: esecuzioni senza processo, sparizioni, torture, lavori forzati, prigioni disumane.

Fuggono da un paese dove ogni diritto umano è violato, dove domina il terrore, dove manca ogni libertà di espressione (il paese meno libero del mondo, secondo Repoters sans frontières), dove il servizio militare è previsto, per donne e uomini, dai 17 anni in poi, perciò prima dei 60 anni non è possibile avere un passaporto (è il secondo stato più militarizzato del mondo). Per questo, e per avere una speranza, i giovani, se possono, fuggono da una dittatura spietata e pure corrotta, per cui, pagando i militari che controllano le frontiere, si riesce a uscire.

L’Eritrea, indipendente dal 1993, dopo tormentate vicende (nel ’41 occupazione inglese, nel ’52 federata all’Etiopia, a questa annessa nel ’62, lunga guerra per l’indipendenza e scontri tra diversi fronti indipendentisti) ha perfezionato la conduzione autoritaria, violenta e corrotta che ha caratterizzato dall’avvio la prima delle colonie italiane. Già nel 1891 c’è l’inchiesta parlamentare per delitti efferati e malversazioni compiuti nella fondazione della colonia, dal 1888 al 1890. Coinvolge anche i massimi responsabili. Il generale Antonio Baldissera, accusato di aver ordinato l’eliminazione di 800 abissini, ammette: “È vero che ho fatto fucilare otto o dieci indigeni, senza chiamare a giudicarli il tribunale di guerra”. Ma lui pensa in grande: c’è il genocidio in prospettiva. ”L’Abissinia ha da essere nostra, perché tale è la sorte delle razze inferiori: i neri a poco a poco scompaiono…” . Un autorevole commissario, Ferdinando Martini, già anticolonialista, annota: “all’opera nostra l’indigeno è un impiccio; ci toccherà dunque, volenti o nolenti, rincorrerlo, aiutarlo a sparire, come altrove le Pelli Rosse…”. A processo arrivano solo due italiani, Livraghi e Cagnassi assolti con formula piena, dure condanne invece per due agenti indigeni, Kassa e Abdelrahman.

Baldissera e Martini si ingannavano. I “neri” non sono scomparsi per nulla e arrivano in tanti sulle nostre coste. Dei profughi eritrei non si capacita Pier Gianni Prosperini: hanno una guida autorevole e paterna nel Presidente, che per assicurarla non promuove elezioni, pur avendo distrutta ogni opposizione. Conosce bene quel paese, Prosperini. C’è stato più volte ed è perfino colonnello dell’esercito eritreo. È pure Assessore della Regione Lombardia e nel 2009 viene arrestato per corruzione e turbativa d’asta. Seguono altri guai per fatture false, evasione fiscale ecc.. La “persecuzione giudiziaria” lo induce a tentare il suicidio nel 2010. Insopportabile è per lui la pena da scontare ai domiciliari o l’affidamento in prova ai servizi sociali. La diletta Eritrea ritorna nell’ultima condanna a 4 anni, venuta nel 2015 per esportazione illegale, verso quel Paese, di materiale d’armamento, visori notturni per fucili di precisione. Ha sentito un appello struggente: “Colonnello non voglio il pane, dammi visore pel mio moschetto…”, canta “La sagra di Giarabub”. Quelli sono gli eritrei meritevoli, non gli smidollati che fuggono. Poppanti in cerca, infatti, di asilo!

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