Consigli di lettura n.3: i libri di Claudio Morandini

Consigli di lettura n.3: i libri di Claudio Morandini

Morandini parla di montagne. Di gente chiusa, abituata alla roccia, alla neve. Parla di un mondo antico, che sta perdendo se stesso, che si sgretola, ma resiste, ancorato alle sue storie e all’incanto dell’ascolto.

Ci sono violenze e odi che si muovono dentro i suoi racconti, ma quella natura pura, aspra, induce al silenzio, più che al grido; alla osservazione e non al giudizio e così le tensioni si disperdono, o meglio si indeboliscono, sferzate dal vento ghiaccio che le sballotano di qua e di là. Nei suoi libri ci sono  voci dolorose, ma fiere; consapevoli e testarde. Che vogliono continuare a dire la loro, contro ogni avversità. E ce ne sono: dalla follia che può generare l’eccessivo isolamento, come avviene ad Adelmo Farandola, protagonista di ‘Neve, cane, piede‘ e al suo animale di compagnia; alle strane vicissitudini che capitano al villaggio di Sostigno, messo sotto torchio e assedio da rocce animate in ‘Le Pietre‘. Con un linguaggio che cattura, capace di essere essenziale e poetico insieme. Preciso ed evocativo. Suggestivo e concreto. Tutto su un equilibrio precario, come un sentiero sul costolone di montagna, ma che rimane costante, pagina dopo pagina. Una riga alla volta, senza strafare. C’è nella lettura “il gusto delle storie raccontate per benino, senza fretta, senza voler dimostrare qualcosa a tutti i costi, anche.”, come ci dice il narratore di ‘Le Pietre’, parlando della sua maestra di scuola, la signora Agnese.

Qui sta la bravura, il tocco: chi racconta deve sempre ricordare che è la storia a essere più importante della voglia di stupire, di affascinare il lettore. Come, per chi va in montagna, è necessario avvicinarsi con rispetto e non con supponenza o ambizione. Altimenti si rischia di scivolare.

Due bei libri. Nel solco delle pubblicazioni della casa editrice ‘Exorma‘, che trova sempre punti di vista originali, autentici, puliti. Veri. Che non si piegano al chiacchiericcio dilagante, ma che cercano la parola, quella che serve per dire una cosa. E che, proprio per questa forza, chiama a sé il silenzio, la riflessione. Come avviene in montegna, appunto. Evviva!

 

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