Federalismo e riforma della finanza per una vera economia alternativa

Federalismo e riforma della finanza per una vera economia alternativa

Dibattito precongressuale

Federalismo e riforma della finanza per una vera economia alternativa

di Paolo Candelari

Premetto che a me lo slogan Decrescita non piace granchè. Esso è stato una utile provocazione nei confronti di una scuola economica che fa della crescita illimitata un mito. Però non si può basare un programma economico alternativo sulla decrescita in sé: sarebbe fuorviante tanto quanto quello della crescita: ci sono settori dell’economia che dovrebbero crescere ed altri che sarebbe meglio decrescano, ed altri ancora che sparissero del tutto (come le fabbriche degli F35); ma non c’è dubbio che, psicologicamente, la decrescita viene rifiutata dalla gente, e richiama rinunce e depauperamento, aldilà dell’aggettivo che giustamente si aggiunge al termine, “felice”, da contrapporre alla “decrescita infelice” che è quella che stiamo vivendo nella crisi attuale. Preferisco parlare di sobrietà, da non confondere con la povertà, e definire queste mie note “appunti per un’economia alternativa”; si tratta solo di spunti, non un esauriente trattato, scritti per di più da un “dilettante”; essi hanno lo scopo di mettere qualche “pulce nell’orecchio” e stimolare nuove proposte: un avvio, dunque, non certo un punto di arrivo. Un modello economico basato sulla crescita continua del PIL e conseguentemente delle merci da produrre non può funzionare per sempre, anche se per lunghi decenni ha dato notevoli risultati pratici. L’attuale sistema economico è basato innanzitutto sull’energia a buon mercato: quest’epoca è finita per due motivi principali: le risorse fossili non sono più disponibili come alcuni decenni fa: la richiesta è molto più vasta di un tempo: l’industrializzazione e la “crescita” di Cina, India e altri paesi portano ad un grande aumento della domanda di energia. Ed è da sottolineare che proprio la crescita mette in crisi il sistema. Oltre ad un problema di “limite” allo sviluppo, esiste anche un problema di giustizia sociale: la distribuzione della ricchezza attualmente è molto diseguale: parlare di fine della crescita a masse di persone che soprattutto in Africa ed in Asia vivono con meno di 1 dollaro al giorno, sarebbe una bestemmia: ricordiamo la domanda che Gandhi con grande intuito fece più di 100 anni fa: “se 30 milioni di inglesi per il loro benessere devono sfruttare 300 milioni di indiani, come ridurranno il pianeta 300 milioni di indiani che volessero vivere come gli inglesi?”; oggi gli inglesi sono il doppio ma gli Indiani sono più di 1 miliardo! Oggi siamo in presenza di una triplice crisi: in ordine di importanza: energetica, ambientale, finanziaria. Tutti sembrano occuparsi solo dell’ultima; ma questa non è slegata dagli altri fattori. In realtà il mondo della finanza, tramite strumenti “creativi” è riuscito a creare nell’ultimo ventennio una enorme ricchezza virtuale che non ha corrispondenza alcuna con la realtà: uno studio della Mc Kinsey nel 2010 dava questi valori ( in miliardi di dollari!): – valore finanziario totale (somma di tutti i valori quotati nelle borse mondiali): 764.000 – prodotto lordo mondiale: 63.000 – debito totale mondiale 158.000 E’ chiaro che una situazione del genere non può reggere, e non esistono politiche fiscali, patti di stabilità che tengano: non si può quotare in borsa una ricchezza che non esiste e il debito essendo due volte e mezzo la ricchezza reale non potrà essere pagato! Quello che è successo a partire dalla crisi dei mutui edilizi americani è proprio questo: un ridimensionamento dei valori finanziari più vicino a quello reale: è come quando a poker qualcuno dice “vedo”: saltano fuori i “bluff”. Ma chi aveva in “portafoglio” quei valori (banche assicurazioni, ma anche privati, enti pubblici) contando di possedere una certa ricchezza, se le è vista dimezzata nel giro di qualche mese: ha dovuto tagliare drasticamente i propri investimenti, tra cui titoli di stato che sostenevano il debito pubblico, a cominciare da quelli considerati più a rischio: ecco che la crisi si è trasferita sui debiti sovrani, ossia degli stati, a cominciare da quelli più incerti; a questo punto la risposta degli stati è stata quella di tagliare i servizi sociali, ossia far pagare la crisi ai ceti più deboli: oggi i sacrifici che vengono imposti a Grecia, Spagna Italia hanno il significato di sottrarre ricchezza ai popoli per garantire le ricchezze, altrimenti solo virtuali, dei grandi operatori finanziari. Lo schema è certo molto semplificato, ma sostanzialmente rappresenta quello che sta succedendo. La prima cosa da fare sarebbe riformare la finanza, renderla quantomeno più trasparente, la seconda è favorire l’investimento produttivo nell’economia reale, rispetto a quello finanziario, in genere altamente speculativo, e questo lo si potrebbe fare con una diversa tassazione, oggi tutta spostata sull’economia reale. Rimane poi il grosso problema del debito sovrano: questo non è un problema solo italiano, né solo europeo, ma da noi è amplificato. Tradizionalmente gli stati fortemente indebitati cercavano di risolvere il problema stampando moneta: ciò provocava inflazione (non dimentichiamo che è una tassa sui poveri!), ma abbassava l’entità del debito; e rendeva concorrenziali i prodotti nazionali sui mercati esteri. Tale via in Italia non è più consentita, perché con l’euro non siamo più padroni della nostra moneta. In realtà questa soluzione funziona solo se l’economia si riprende in fretta (cioè crescita), altrimenti non fa che aggravare i problemi; per questo secondo me il problema non è uscire dall’euro, ma chi governa l’euro: di fatto la sovranità monetaria non è passata dagli stati nazionali ad un’entità superiore, un governo europeo, che come tutti i governi democratici dovrebbe rispondere ad un parlamento eletto a suffragio universale; l’euro è una moneta senza governo ed una politica miope dell’UE non fa che ingigantire problemi che altrimenti sarebbero molto meno gravi. Come uscirne? Per me occorrerebbe una maggiore spinta federalista europea, i popoli che oggi si ribellano in maniera scomposta ed isolata alle politiche europee dovrebbero unirsi ed essere in grado di proporre un programma alternativo. Se il fondo salvastati (meglio sarebbe chiamarlo salva-banche) anziché concedere prestiti all’1% alle banche perché possano comprare titoli di stato (al 5%!) avesse comprato direttamente titoli di stato allo stesso tasso, già l’Italia sarebbe con un passo avanti enorme nell’uscire dal suo debito. Come abbiamo visto sopra sarà comunque ben difficile che tutto il debito possa essere ripagato: andrebbe analizzato come è composto, ossia come si è formato e chi sono i creditori: una parte andrebbe ristrutturata. Tutto ciò non basta se non si prende atto del fallimento di un modello economico, quello capitalistico finanziario e si cerca di cambiarlo. Ma per cambiarlo occorre cambiare mentalità. Partiamo dal concetto stesso di economia: dovrebbe essere la “scienza” che studia come garantire a tutti gli abitanti del pianeta una vita dignitosa, tenendo conto dei limiti delle risorse e mantenendo un ambiente vivibile, consentendo a tutti di poter esprimere al meglio la propria creatività e potendo perseguire, nei limiti del possibile, le proprie aspirazioni. Più facile a dirlo che a farlo, sicuramente, ma oggi l’economia è concepita in maniera totalmente diversa, ritenendosi la scienza di come arricchire in fretta e senza troppi scrupoli. Bisogna passare dall’economia dei mercanti (lo scopo è vendere) a quella delle persone (lo scopo è star bene). Nel recente passato c’è stato un modello economico alternativo al capitalismo: era quello comunista: esso però non teneva conto dell’imprescindibile bisogno di libertà dell’uomo che si esprime anche nella possibilità di libera iniziativa in economia; era totalitario, nel senso che pretendeva di organizzare tutta l’attività umana, e faceva discendere tutto da un unico principio: l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione; infine le realizzazioni del “socialismo reale” si sono rivelate molto distanti dalle promesse della teoria e poco attraenti; inoltre era un sistema basato pur sempre sulla crescita infinita. Alcune delle affermazioni e dei suoi principi però sono validi, mentre col suo definitivo fallimento conseguito alla caduta dell’URSS, si è buttato via “il bambino con l’acqua sporca”, come si suol dire. Oggi la tendenza è di privatizzare tutto, ritenendo che gli unici attori economici debbano essere solo i privati; al pubblico è riservata la sola politica fiscale e monetaria e una funzione di regolazione. Insomma c’è un’adesione direi totale a quelle che erano le teorie del liberalismo classico di inizio Ottocento, ulteriormente estremizzate. In nome di questo si cerca di smantellare non solo l’intervento statale nell’economia, ma lo stesso stato sociale. A ciò c’è stato qualche tentativo di resistenza, come l’esemplare campagna per l’acqua pubblica (finalmente una campagna non basata sul NO ma su una proposta costruttiva); vediamo come la classe politica stia facendo di tutto per ribaltare il risultato di un referendum che ha manifestato come poche altre volte, una chiara ed univoca volontà popolare. Una politica dei beni comuni, ossia basata sull’esistenza di un’area di beni e risorse, che per la loro importanza, non possono essere mercificate, ma vanno gestite pubblicamente, è quanto mai necessaria oggi, anche se andrebbe contro-tendenza. Potrebbe essere il primo tassello di una politica economica alternativa, in grado di aggregare movimenti, associazioni, gruppi sociali oggi divisi. Oltre all’acqua, le risorse energetiche, la salute, l’ambiente, la rete dei trasporti sono da considerarsi beni comuni. A questo punto è bene fare una precisazione: per pubblico non deve necessariamente intendersi “statale”; le istituzioni locali, ma anche comunità gruppi di cittadini che si mettono insieme, forme di cooperazione. Ecco allora un altro spunto utile: più che di economia pubblica dovremmo parlare di economia di comunità. Si potrebbe ipotizzare l’esistenza di due forme di economia: un’economia di comunità dedicata a garantire i diritti per tutti, quella di mercato al soddisfacimento dei desideri individuali. Tramite la prima verrebbe garantito il minimo indispensabile a tutti, tramite la seconda ognuno può cercare di raggiungere il benessere che più gli si confa. L’intervento pubblico nell’economia, oltre che utile e necessario, è anche in linea con la nostra Costituzione, che in diversi articoli, a cominciare dal 3 (“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che….impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”) assegna al settore pubblico il compito di correggere le eventuali storture generate dal libero mercato; e non dimentichiamo che agli artt 41 e 42 si assegna una funzione sociale alla proprietà privata, pur dichiarandola un diritto fondamentale del cittadino. Lo stato può intervenire in due modi: con la leva fiscale e favorendo l’economia di comunità. Col primo si può favorire una riconversione in senso ecologico dei consumi (utilizzare meno risorse energetiche, ridurre i rifiuti); si dovrebbero favorire le produzioni locali, quelle sostenibili. Anche il lavoro andrebbe ripensato: oggi, grazie allo sviluppo tecnologico, sarebbe possibile produrre ciò che serve con meno ore di lavoro; ciò che invece viene fatto è di aumentare l’orario di lavoro del singolo, diminuendo il numero dei lavoratori. Un elemento da considerare è lo scambio di tempo: ognuno potrebbe dare una parte del proprio tempo per servizi utili alla collettività ricevendone in cambio altro tempo per le proprie esigenze, così come avviene nelle banche del tempo. Tramite un’estensione del servizio civile si potrebbero offrire servizi collettivi che oggi richiedono alti costi. Se si riuscisse tramite il settore pubblico a garantire veramente l’indispensabile a tutti, la richiesta di lavoro sarebbe meno pressante, e tutti vivremmo meglio. Oggi degli embrioni di nuova economia sono i gruppi d’acquisto solidale, che riescono ad avvicinare produttore e consumatore; in alcuni casi si è cercato di costruire delle vere e proprie reti di economia solidale; questa economia di rete è nata in America Latina negli ultimi due decenni proprio per sopperire a casi di grave indigenza. Le banche del tempo sono un altro esempio. Queste esperienze sono per il momento “di nicchia”, ossia non riescono a mettere in discussione le scelte e le strutture macro economiche esistenti, ma vanno sviluppate. Termino qui questi miei appunti, ben cosciente che si tratta di un testo “incompiuto”, da continuare con altri spunti ed idee. Mi permetto di suggerire la lettura di 2 libri: uno è “Facciamo da soli” (ed. altreconomia) di Francuccio Gesualdi, che molti conoscono, animatore del centro nuovo modello di sviluppo, da cui ho tratto alcune delle proposte alternative che ho citato; l’altro è “La rivoluzione delle reti” (ed. EMI) di Euclides Mance, filosofo brasiliano, animatore di diverse esperienze di rete, consulente del progetto “fame zero” durante il primo governo Lula, sull’esperienza delle reti di economia solidale.

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