Il G8 di Genova, 16 anni dopo

Il G8 di Genova, 16 anni dopo

Sedici anni dopo, da più parti e con toni diversi, sono stati ricordati i fatti di Genova del luglio 2001.

Tra il 19 e il 22, la protesta contro il G8 (riunione dei capi di Governo dei paesi più industrializzati del mondo), andò incontro a una durissima repressione, fino alla morte del giovane Giuliani, al ferimento di molti, all’assalto e sequestro nei confronti di giovani indifesi, alla loro tortura. La documentazione, a disposizione di chi voglia farsene un’idea, è molta e facilmente rintracciabile.

In quell’occasione il Movimento Nonviolento, a differenza della maggioranza degli altri gruppi che facevano riferimento alla Rete Lilliput, ritenne che non ci fossero le condizioni per iniziative di contrasto coerentemente nonviolente e si impegnò, come poteva e nelle diverse situazioni, prima, durante e dopo quegli avvenimenti per una conoscenza dei tanti temi evocati.

Nel maggio a Taormina si è tenuto il G7, manca infatti la Russia. Non ci sono state reazioni comparabili a quelle del 2001. Anche recentemente mi è avvenuto di incontrare giovani che ne hanno sentito parlare, e meno giovani che vi hanno partecipato. Ho così ritrovato un breve intervento, pubblicato pochi giorni prima di quei fatti, su un foglio promosso da amici ecologisti ferraresi. Lo ripropongo.

 

La festa di Daniele Lugli, da “Pollicino”, 15 luglio 2001

I potenti si sono pressoché liberati dai condizionamenti dello spazio e del tempo: le loro imprese di affari e di guerra si manifestano rapide e senza preavviso dove la convenienza le porta. Sono finalmente liberi da ogni dovere nei confronti non solo dei dipendenti, ma dei giovani e dei più deboli, delle generazioni che verranno e delle condizioni stesse che assicurano la vita di tutti noi (Z. Bauman). Hanno motivo di far festa, come i loro antenati quando, già nel Rinascimento e nell’età barocca, un grandioso apparato spettacolare clamorosamente ribadiva le distanze sociali fittiziamente negate (v. Lanternari). Il modello delle attuali feste della ricchezza (WTO, FMI, BM, G6-7-8…) e della Forza (NATO…) è quello: sono indette in nome del benessere e della sicurezza di tutti, ma i fuori casta (non grandi mercanti, soldati, uomini di stato) sono previsti solo come intimoriti ed ammirati spettatori. In queste feste vengono dettate e rinnovate le tavole della legge, che volonterosi Mosè porteranno ai rispettivi popoli. I comandamenti non sono più incisi in lastre di granito, viaggiano nel cyberspazio, fatti della materia di cui sono fatti i sogni (taluno insinua: gli incubi). Ogni disobbedienza è fatale. In principio era il LOGOS, ora c’è il LOGO. Questo è un fatto che nessuna contestazione, nessun libro blasfemo può cancellare.

Eppure si diffonde scetticismo verso le promesse ed i dettati che da queste feste provengono. Si contesta un sistema che tutto riduce a denaro e tutto al denaro subordina. Parole già dette prendono nuova vita a contatto con un aggettivo nuovo: Libertà globale, Giustizia globale, Fraternità globale. C’è infatti chi non si rassegna alla fine della storia (e della geografia ) e vuol cercare ancora e fare conoscere i risultati della ricerca e delle sperimentazioni in corso. E vuol farlo anche in queste feste mondiali, che richiamano attenzione e pellegrini. Questo rischia di rovinare la festa o peggio trasformarla in occasione di conoscenza e di esperienza che le cose possono essere altrimenti. Ma la festa ha molte risorse: c’è un rituale antico e tradizionale di “astuzia simbolica”, studiato da storici ed antropologi, secondo il quale il dileggio, l’aggressione, la finta ribellione, anche armata, sono funzionali al ristabilimento dell’autorità. La festa libera ritualmente le forze contestative, e le trasforma in fattori di unità, di sicurezza e di prosperità imponendo l’ordine sociale come ricalco dell’ordine del mondo (v. Lanternari). O meglio oggi che i potenti sono più che potenti, sono infatti pre-potenti, è l’ordine del mondo che si adegua all’ordine sociale: aria, acqua, terra, fuoco, tempo, spazio sono alla mercé di chi comanda.

È un rituale che funziona anche se, o forse proprio perché, i ribelli pensano di cambiare le cose affermando la loro presenza ed identità, nel disordine e nella distruzione. Non si accorgono che la loro rivolta è presa nel gioco della festa. E funziona in molti casi anche come iniziazione dei giovani al mondo adulto: come i loro coetanei, delle società studiate dagli antropologi, subiscono prove di dolore e di coraggio, sono sottoposti a maltrattamenti, bastonature e minacce da parte di individui travestiti in guise terrorizzanti (v. Lanternari). Non è detto sia il modo migliore per diventare adulti. Ne è detto che si debbano accettare feste ingannevoli e rituali umilianti. Io ho conosciuto un uomo, mite ed inflessibile, Aldo Capitini, che suggerisce un’altra idea della festa:

La festa vibrava fin lontano di crescente apertura,

non indugiando sul male,

così come i giovani fan posto ad ogni altro,

come a primavera le tante pianticelle sui campi,

verdi piene di succhi,

talvolta anche appoggiate tra loro per gioco.

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