Il “conoscere” il mondo è connesso con il volerlo cambiare

Il “conoscere” il mondo è connesso con il volerlo cambiare

Il “conoscere” il mondo è connesso con il volerlo cambiare (Aldo Capitini – Educazione aperta, 1968, p.23)

Con la nuova configurazione di Azione nonviolenta, la rubrica sull’educazione aspira a presentarsi arricchita e più aperta. Insieme ai temi pedagogici letti in chiave nonviolenta, si aggiunge una finestra sugli stili di vita, pratiche innovative da tempo a cuore della nostra riflessione e del nostro agire. Entrambe le aree, fortemente connesse sul piano unificante del quotidiano, vedranno le firme di più voci, nell’ottica di incrementare il dibattito e offrire spunti di natura pratica da mettere alla prova della vita di tutti.

Lontani da un didatticismo che intristisce molte riviste di settore, quanto da una speculazione che si fa fatica a tradurre sul piano reale, desideriamo mantenere viva l’attenzione sul prezioso contributo che i padri della nonviolenza hanno dato anche nell’educazione, sapendo che più a cuore di tutti rimane Aldo Capitini col suo immenso patrimonio di riflessioni che aprono sentieri di ricerca tutti da percorrere.

A questo focus che resta ben centrato sulle nostre colonne portanti, vogliamo aggiungere le aperture a pensatori, educatori, maestri che dialogano idealmente con la nonviolenza, talvolta accostandovisi esplicitamente, talaltra non assumendone in modo palese la dizione, ma offrendo parimenti un affaccio significativo su pedagogie amiche della nonviolenza.

La terza anima di questo spazio vuole aprirsi a esperienze, pratiche, progetti sia italiani sia esteri che valorizzino la nonviolenza-in-azione educativa.

Il punto di vista di fondo – che è anche il legame con gli stili di vita – vede l’educazione come coincidente con l’esistenza in tutto il suo corso. Il soggetto in educazione è la persona in toto, lungo il suo unico e irripetibile cammino di crescita che non ha conclusione e si espande (o si contrae) grazie alle aperture (o le chiusure) che la vita offre, sia attraverso altri esseri umani che la società titola “educatori”, sia attraverso i numerosi compagni di viaggio che si incontrano sul sentiero. Compagni umani e nonumani, compagni di ogni età, colore, estrazione. Compagni viventi e morti. L’educazione a cui vogliamo pensare è la vita stessa nel suo andare e la connettiamo alla nonviolenza nella misura in cui desideriamo qualificarla come drammaticamente cosciente dei limiti della realtà, ma anche – attraverso l’educazione stessa – capace di tendersi, di sporgersi su un futuro di liberazione che abbracci Tutti e dischiuda per Tutti la dimensione della festa.

Al cuore di ogni riflessione in tal senso, resta la domanda capitiniana:

Dobbiamo aiutarlo [il fanciullo] a svilupparsi per far parte di questa umanità-società-realtà, pur nella nostra convinzione che questa umanità-società-realtà non sia accettabile?” (Il fanciullo nella liberazione dell’uomo, p.9). Si tratta del quesito pedagogico per eccellenza, la cui risposta fa da discrimine tra un’educazione che accetterà il reale come naturalmente buono (o legittimamente cattivo – il male necessario) e chiederà ai nuovi nati di adeguarvisi per riprodurlo identico o con blande riforme e un’educazione che sceglierà l’opzione radicale di aggiungere tramutando.

Quella lotta tormentosa che sottostà alla seconda opzione pedagogica ed esistenziale non è tanto contrapposizione, fronteggiamento con la realtà così com’è, quanto “coscienza appassionata della finitezza”, accoglienza del limite con l’apertura mite che Tolstoj chiama “non-resistenza al male”, con in più una tensione rivoluzionaria che non si accontenta affatto di mettere il belletto alle cose, ma vuole trasformarne radicalmente l’intima struttura. In questo passaggio si colloca l’azione educativa e l’agente tramutante è la qualità nonviolenta dell’operare. L’azione nonviolenta riscrive la storia, riconfigura, riproporziona, porta la realtà a una metamorfosi totale e corale. Realizza la compresenza. Celebra la festa.

L’educazione non è solo l’agente, ma anche oggetto di riflessione e azione nonviolenta. Senza che l’educazione si tramuti essa stessa – nelle sue finalità, nelle sue concettualizzazioni, nelle sue pratiche quotidiane, nei suoi metodi – decade, sfiorisce la possibilità di fare festa e la liberazione torna ad allontanarsi, fino ad apparire come un miraggio sfuocato e irraggiungibile, se non inconsistente.

C’è bisogno che l’educazione si disarmi, inventando un’architettura del lessico e dei saperi educativi completamente diversa da quella che ha prevalso finora. Se è vero che l’educazione di millenni ha condotto all’apoteosi della distruzione bellica che è sotto gli occhi di tutti.

L’educazione agisce prima, è questo il suo proprium. Il punto di vista preventivo – e non meramente (e di solito inefficacemente) riparatorio – unito alla mole di studi dei più vari campi scientifici, ci permette di dire oggi che un’educazione che fa bene passa per una buona nascita, per una sana e ricca relazione con le propria madre e i vari caregiver, per un continuum di relazioni che permettano al bambino di essere sé stesso senza subire costrizioni, di esprimersi creativamente, di muoversi liberamente, di imparare vivendo (e non solo facendo). Di essere gioioso, felice, a partire dal corpo. Di restare nella festa, per dirla con Capitini.

Tuttavia questo quadro quasi scontato dal punto di vista ideale urta ogni giorno con modalità di accudimento ed educazione molto diverse, spesso opposte rispetto all’ideale. I primi momenti dei piccoli umani passano all’insegna di una cattiva nascita, segnata dalla violenza primaria dell’interferenza della medicina che come atto di benvenuto toglie al neonato nelle ore più importanti della sua vita l’unica persona che rappresenta tutto, infliggendogli un imprinting devastante. Quello che verrà dopo è coerente con questo benvenuto, che depriva delle relazioni calde, corporee, significative per sostituirle con la disperata solitudine dei bambini consumatori e iper-tecnologizzati.

La violenza in educazione non è solo quella dei lividi che affiorano sulla carne. Di violenza invisibile è costellata la quotidianità dei bambini che non sanno che significa correre in un campo di fiori, coltivare un albero, giocare a perdifiato, sudare (perché sudare è vietato…), respirare l’aria. Fa male dirlo, ma siamo ancora troppo poco coscienti dei danni immensi dell’educazione, con le file ordinate dei piccoli nei corridoi, i banchi allineati a cui i più grandetti sono inchiodati per ore nelle aule, con l’obbligo di chiedere il permesso per ogni movimento, con una didattica omologante e standardizzata che butta fuori chi non sta a galla con l’arma della diagnosi e i bisogni speciali, con una modalità di apprendimento individualistica e competitiva che azzera la creatività e annienta l’identità personale. Quei bambini, i nostri bambini, saranno per anni ammaestrati a essere “tanti bei soldatini obbedienti”. Alcuni diventeranno gli iperadattati del sistema, altri cresceranno con un oscuro livore dentro, più o meno refrattari al sistema ma senza i mezzi per scardinarne qualche meccanismo. A volte, senza neppure i mezzi per salvare se stessi. Pochi, troppo pochi riusciranno a non soccombere, avendo coscienza di quanto armata e bellica sia stata la loro educazione finora. Derubati della festa, vogliamo almeno sperare che essi diventeranno i nuovi profeti di un domani sperabile.

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