Il Congresso di Brescia 2010

Il Congresso di Brescia 2010

XXIII Congresso del Movimento Nonviolento

Brescia, 29 ottobre – 1 novembre 2010

La nonviolenza per la città aperta

Relazione introduttiva di Daniele Lugli, presidente del Movimento Nonviolento

Il Congresso del Movimento vuole essere un invito a quanti collocano nella nonviolenza l’orientamento fondamentale per il loro agire nella società. Congresso, come altre volte ricordato, è un composto dal latino gradi che significa avanzare, in particolare a piedi (gradatim: passo dopo passo) unito a cum: congresso è avanzare assieme. Può essere un’occasione importante di confronto per i partecipanti e di indirizzo alla attività del Movimento. Non è nuovo l’appello che in tal senso rivolgiamo ad amici che condividono, operando anche in gruppi diversi, nostre aspirazioni e iniziative. Sono grato a chi ha accolto l’invito comprendendo i limiti della nostra preparazione e cogliendone l’apertura. Una gratitudine particolare va a Peppe Sini che ha riproposto a tanti amici della nonviolenza l’occasione offerta. Ci sembra che rivesta una importanza particolare in un momento di profonda crisi della vita sociale e culturale che investe le strutture stesse della democrazia. Lo dice bene Marco Revelli, che sentiamo molto vicino ma che raramente abbiamo con noi, in un ricordo di Bobbio (mai ci ha fatto mancare il suo saluto ed augurio). Nell’Ottanta, e Berlusconi era solo un avventuroso imprenditore, Bobbio scriveva essere caratteristico del tiranno compiere in pubblico atti immondi, perché a lui tutto era permesso. Cosa impossibile in un regime democratico per lo scandalo e il rigetto da parte della pubblica opinione. Bobbio ha avuto modo di vedere il passaggio e assieme la compresenza tra potere invisibile e democrazia dell’applauso in un Paese dominato da una minoranza di furbi con una forte presenza di servi. Provò vergogna fin dell’essere italiano, come ad altri allora è successo, di fronte all’assassinio di Falcone. L’essere italiano gli apparve comunque un valore di fronte alla povertà degli argomenti e alla volgarità del linguaggio dei cosiddetti leghisti. E a Bobbio la morte ha risparmiato il seguito.

La nonviolenza per…
Il titolo che abbiamo scelto sta a indicare la volontà di assumere la nonviolenza come risposta necessaria a questa crisi profonda e a molte dimensioni. Che di questo si tratti nessuno dubita. Un poeta lo aveva detto con particolare efficacia:
Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima – cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale di che sognata equità. E l’udienza è tolta.
Mario Luzi, “Muore ignominiosamente la Repubblica”

La poesia è degli anni Settanta. L’agonia è stata lunga, non priva di effetti nelle vite degli italiani. La sua storia è stata scritta in più modi e secondo diversi profili. Ricordo ad esempio Guido Crainz con Autobiografia di una Repubblica. Non starò a riprenderli. La situazione nella quale siamo è segnata dalla violenza agita, minacciata, temuta.
Dire nonviolenza è in primo luogo dunque obiettare a un sistema strutturalmente, culturalmente e direttamente violento del quale siamo vittime e complici. Vuol dire anche pensare che dall’obiezione è necessario partire per costruire l’azione, come amava dire Danilo Dolci. Sarà perciò importante compiere un esame dello stato della nonviolenza che si vuole organizzata nel nostro Paese. Il bilancio, possiamo anticipare, non appare troppo positivo, sia pure dal nostro limitato osservatorio. Sono diversi i gruppi e le persone che alla nonviolenza si richiamano ma i rapporti tra loro sono occasionali, superficiali, talora conflittuali, raramente arricchenti. Questo rende tanto più necessario il confronto con quanti al pensiero e alla pratica nonviolenta cercano di ispirarsi. Misuriamo in questo ambito i nostri limiti come Movimento nel trovare forme di collaborazione impegnata che pure appare di evidente necessità. Scontiamo anche la difficoltà di collegamenti sul piano continentale e più latamente internazionale, e il nostro modesto e sbilanciato insediamento nel Paese. Siamo lontani dalla speranza dell’Italia nonviolenta disegnata da Capitini negli interventi che compongono il libro donato agli iscritti.
Il tentativo, al quale abbiamo partecipato con l’impegno e la capacità di cui disponiamo, costituito dalla Rete Lilliput, aveva la giusta ambizione di colmare questi limiti che non sono solo nostri. L’esperienza ha confermato l’importanza dell’obiettivo ma non sembra avere costruito lo strumento per raggiungerlo. L’obiettivo però resta attuale. L’orientamento alla nonviolenza portato nei conflitti in corso e in quelli che si annunciano è un viatico al loro successo. Penso, ma è solo un esempio, alle lotte delle genti campane affogate nei rifiuti. Sappiamo per esperienza come l’avvitamento in spirali di violenza porti a un sicuro fallimento. In una situazione di impoverimento che va allargandosi anche nella nostra società la perdita di lavoro per gli adulti e delle prospettive di occupazione per i giovani esaspera comprensibilmente le iniziative. In questa difficile condizione la Fiom, da più parti attaccata e descritta come irresponsabile antagonista, ha condotto un’azione che ha attratto altre componenti sociali evitando degenerazioni previste e forse auspicate. Anche per tale via viene in risalto la difficile difesa del “lavoratore globale” che sempre più è compito del sindacato affrontare, in una condizione di arretramento, impetuosamente avviato negli anni Ottanta, dei diritti e delle conquiste sociali. Per consentire ai giovani di avere una speranza qualche idea generale per un futuro che non sia una corsa di topi bisogna averla. Sono i giovani a pagare il prezzo più pesante oggi. I precari non sono qualche migliaio ma qualche milione; la formazione, la tenuta morale, la libertà di questi milioni di ragazze e ragazzi sono un dovere per loro e per noi vecchi (Francesco Ciafaloni). Noi vecchi possiamo ripetere con Guglielmo d’Orange Non c’è alcun bisogno di speranza per intraprendere, né di successo per perseverare, ma qualcuno la speranza è bene che ce l’abbia se (proverbio indiano) la speranza è come una strada di campagna, che si forma perché la gente inizia a percorrerla.
Su questioni rilevanti, quali ad esempio la battaglia per il riconoscimento del carattere di bene comune all’acqua, si sono realizzate forme larghe e significative di intesa e di azione condivisa. Si è comunque molto lontani da una “proposta della nonviolenza” che risponda ai molti aspetti critici con i quali quotidianamente siamo confrontati. Sono lontanissime le speranze della caduta del muro di Berlino, alimentate dalla caduta dei regimi autoritari avvenuta con metodi sostanzialmente pacifici, e l’idea che si aprissero prospettive di pace e di impegno comune per la soluzione di problemi il cui carattere globale sembrava riconosciuto generalmente. Già Pontara aveva avvertito l’affermarsi nella nuova situazione di una logica fondata sull’uso più spregiudicato della forza, accompagnata dal diffondersi di una mentalità che non esitava a definire nazista. Può dare speranza la ricerca di Antonino Drago che passa in rassegna le “rivoluzioni” del secolo passato. Quelle condotte con metodi nonviolenti hanno avuto nella metà dei casi successo, un risultato doppio rispetto a quelle che hanno utilizzato la violenza. Ritengo che la più rilevante, se non la sola, rivoluzione alla quale ho assistito sia quella che ha riguardato le donne, nel nostro Paese, anche in altri, non in tutti. Ancora recentemente il Parlamento Europeo ha adottato un provvedimento significativo: almeno 20 settimane per le madri (la Commissione ne aveva chieste 14) e 2 per i padri per accudire al neonato. Nello stesso tempo ovunque uomini uccidono donne, e fondatamente si parla di femminicidio. Quanto spesso avvilenti e diffuse siano considerazione e immagine delle donne anche in Italia, se non particolarmente qui, è sotto i nostri occhi. La libertà, la civiltà di una società si misura dalla condizione della donna, avvertiva Capitini in tempi in cui questa considerazione non era usuale.
Non ripercorro i luoghi dei conflitti, dell’oppressione, dell’estrema miseria che caratterizzano gran parte del mondo. Solo ricordo che si è preso atto del fallimento dell’obiettivo di dimezzare entro il 2015 il numero dei poveri. Denutriti e esposti a malattie, sono comunque più di un miliardo. Né le cose vanno meglio in termini di convivenza e condizioni di vita nella maggior parte degli Stati. Continuano sanguinosi conflitti interni ed esterni. La proposta della nonviolenza, che è sembrata avere un’udienza e uno spazio privilegiato nel vicino Kossovo, è stata travolta dall’intervento militare e dal successivo affermarsi di istituzioni che ben poco hanno di democratico. Quale rancore e voglia di rivalsa rappresenti la soluzione data al problema per molti giovani serbi è testimoniato dall’impresa di Ivan allo stadio Marassi, né sembra che la partecipazione dei nostri militari alla guerra all’Iraq abbia dato un qualche contributo positivo. Molti dubbi suscita anche la missione in Libano in cui le nostre forze hanno un ruolo rilevante e che per il suo carattere più si avvicina ad una operazione di polizia internazionale, interponendosi tra Hezbollah e Israele. Si preparano armi ed uomini per un prossimo scontro. In Afghanistan il contingente italiano è passato dai 1.000 uomini del 2003 a 3.900. Dall’inizio della guerra, con rotazioni prima quadrimestrali ora semestrali, sono stati coinvolti 90.000 uomini. Il costo annuale è passato dai 100 milioni del 2003 ai 675 dell’anno corrente per un costo complessivo di 3 miliardi di euro. Quali risultati si siano conseguiti non è dato comprendere. Certo è che ci si sta organizzando per lasciare quella guerra con i minori danni possibili contando su un accordo tra Karzai e i talebani, con quanto rispetto per i diritti umani, e in particolare delle donne, è facile immaginare.
Una recente inchiesta (la Repubblica, 21 ottobre 2010), indica un consistente taglio alle spese militari nel nostro continente. Proprio l’Italia sarebbe la più disarmista. Il bilancio della Difesa sarebbe stato decurtato del 38% nel 2009 e nuovi tagli seguirebbero. Nello stesso anno anche altri Paesi europei avrebbero, seppure in misura minore, diminuito la spesa militare: Grecia – 25% , Francia – 15%, Germania – 14%, Austria – 10%, Spagna – 9%, Regno Unito – 8%, Belgio – 6%
Sono dati, dei quali peraltro non trovo altri riscontri, che richiedono da parte nostra un’analisi approfondita ed un’attenzione particolare, almeno pari a quella del Wall Street Journal, preoccupato, giacché il peso delle guerre, necessarie e indispensabili, finirebbe col gravare sul contribuente americano. Non è così. Come Cipolletta argomenta in un recente saggio, guerra e recessione vanno di pari passo. Le due recessioni economiche, degli anni Settanta con la crisi petrolifera che ha sestuplicato nel giro di pochi anni il prezzo del petrolio, e del 2008, con il dissesto finanziario ancora in corso, hanno le radici nelle guerre di lunga durata condotte dagli USA che ne hanno poi riversato i costi sul mondo intero. In questo quadro anche un politico non sprovveduto, come Giuliano Amato, ritiene importante sostenere che la nostra Carta Costituzionale non nega la guerra, anche se non riesce a dimostrare che nelle missioni in corso ricorrano le condizioni che le autorizzerebbero.
Federazioni di stati privilegiati, responsabili in gran parte di quelle situazioni, si richiudono come fortezze per contenere le ondate migratorie. Il risultato è quello di società fortemente stratificate al loro interno, con super-ricchi e potenti e sacche crescenti di miseria, e nei rapporti tra Stati, con una morale che afferma il diritto del più forte. È l’esatto contrario dell’idea di progresso che ci aveva consegnato Condorcet: ridursi delle differenze all’interno degli Stati e tra le nazioni, e continuo innalzamento dell’etica personale. Le speranze suscitate dalla nomina di Obama a capo della potenza maggiore, se non spente, sono certo molto attenuate.

…la città…
La città degli uomini, con il suo modo di pensarla e di costruirla, è il nome che prende l’abitare che è comune dell’uomo sulla terra, ci ricorda Franco Riva. Le nostre città cambiano rapidamente sotto i nostri occhi, come cambiano gli abitanti, le loro aspirazioni e le loro relazioni. È un mutamento forte. C’è chi lo considera antropologico. La sua direzione non mi appare con sicurezza positiva.
A questa realtà, ci è parso, costituisce una buona introduzione ripercorrere la Proposta di decalogo per una convivenza interetnica di Alexander Langer del quale invidiamo lo sguardo. Questi mutamenti introducono problemi nuovi e complessità che possono disorientare e spaventare. Le situazioni complesse richiedono un pensiero ed un’azione ricchi e complessi per essere affrontate adeguatamente. Costano impegno e fatica. Non appaiono immediatamente remunerativi. Da ciò il ricorso a forme di pensiero elementari, ad azioni brutali che allontanano provvisoriamente la paura e sembrano offrire un preciso orientamento. L’esame attento dei problemi, la necessità di una comprensione delle modalità e delle cause, appaiono perdite di tempo di fronte all’emergenza. Le stesse procedure democratiche, le garanzie del diritto frutto di lotte e sacrifici dei nostri predecessori, sono avvertite come impedimenti all’agire efficace. Il successo delle forze politiche che si sono fatte imprenditrici del disorientamento e delle paure dei cittadini di fronte a mutamenti repentini e inusitati ha queste radici. Constatiamo che dove entra la paura non c’è posto per altro. Come un gas, occupa tutto l’ambiente nel quale si diffonde. Neutralizzarla è un compito difficile. Più facilmente trova uno sfogo distruttivo. L’antica pratica del capro espiatorio è riproposta con poche varianti. Cambia il nome della popolazione immigrata che appare più minacciosa, mentre resta confermato il carattere sempre fastidioso e difficilmente trattabile degli zingari. Quanto alla religione, non vi è dubbio che la palma negativa spetti all’Islam. La città non conserva neppure più il ricordo della polis, del luogo cioè dove i cittadini esercitavano la loro capacità di autogoverno. Vota periodicamente per chi si propone come il migliore sceriffo, perché i cittadini (difficile continuare a chiamarli così) possano dedicarsi ai loro differenti affari di aristocratici, artigiani, iloti, schiavi, barbari, immigrati…
Questo modello, affermatosi in alcuni luoghi, ha avuto un’ampia diffusione.
Viene in risalto la miseria feroce della politica. Ne misuriamo quotidianamente gli effetti, né questa sciagura colpisce solo il nostro Paese. Da noi si ammanta del nobile nome di federalismo. Non c’entra con Cattaneo o con Spinelli e Rossi. È l’opposto di quello che pensavano: l’unione di popoli diversi. Si parte dalla città, dalla regione dall’esperienza più vicina e concreta per unire in dimensione superiore in tutti i sensi. Oggi lo si bestemmia per richiudersi nel luogo, nell’etnia inventata. In altri Paesi sono in crescita spinte populiste e xenofobe. Sono tanto più inquietanti perché si manifestano in un momento di crisi dell’esperienza europea e della stessa idea di Europa.
Lo storico inglese Sassoon ricorda che il mercato interno europeo è più grande di quello statunitense, frammentato però in decine di Stati divisi, secondo l’olandese Kohstamm scomparso in questi giorni, tra i piccoli e quelli che non sanno di esserlo. La Grande guerra civile europea, in due fasi (prima e seconda guerra mondiale) ha distrutto la supremazia del Vecchio continente. L’Europa, risollevata dalle macerie, rinunciando ad ambizioni militari, ha avviato l’esperimento più importante di integrazione regionale mai esistito. Attraversa ora una grave crisi. L’Europa deve ancora scegliere se rimanere una zona poco più che di libero scambio o costruire un vero Stato federale.
Questa indecisione pesa. Così, pur apprezzando gli aspetti positivi che nel diritto internazionale faticosamente avanzano, la debolezza dell’ONU è di tutta evidenza e particolarmente avvertita nel cosiddetto mondo della globalizzazione. Il diritto, a tutti i livelli sia nel suo versante soggettivo (i diritti delle persone) che oggettivo (norme valide per tutti) appare soggetto a un attacco di poteri economici, politici, militari che si vogliono svincolati da ogni regola.
Il vuoto del diritto e della politica è stato riempito, si è detto, dall’economia. “Qui non si fa politica, qui si lavora”, un vecchio motto è tornato per un certo tempo di attualità. Il mercato, nella sua oggettività e imparzialità, è apparso sostituire fragili poteri internazionali che si erano andati formando, i poteri dello Stato e delle sue articolazioni. Azienda Italia è divenuto una locuzione comune e, in quanto azienda, ha bisogno di padroni, manager, lavoratori subordinati, clienti. Non ha bisogno di cittadini e delle loro rappresentanze scelte dai cittadini stessi. Perfino la legge elettorale si è adeguata togliendo anche la residua possibilità di esprimere una preferenza.
Come a suo tempo in Argentina col peronismo, anche in Italia il regime nel quale viviamo ha preso il nome del capo del Governo. “Società e Stato nell’era del berlusconismo” è il titolo di un convegno svoltosi il 15-17 ottobre a Firenze promosso da “Libertà e giustizia”, con una ventina di relatori che hanno affrontato il tema sotto diversi profili riassunti in: “Società, economia, costume”, “Culture e mass media”, “Istituzioni e giustizia”, “La povertà della politica”. Risulta evidente come nel nostro Paese, all’evoluzione/involuzione della democrazia rappresentativa sempre più affidata ai media, al marketing politico e al presunto rapporto diretto con il leader, che è comune agli altri Paesi di democrazia liberale, si aggiunge la concentrazione dei poteri di governo, di partito, di media in una sola persona che ha fin qui avuto successo con mirabolanti e mai mantenute promesse.
Ora che con la crisi economica certamente non si fa politica, ma si stenta anche a lavorare, lo straordinario ministro dell’Economia, universalmente invidiatoci, non ha più indicato il mercato come sovraordinato allo Stato e quasi suo sostituto, ma ha invocato il ruolo decisivo della società civile. I detentori del potere economico e politico sono dunque in difficoltà e hanno bisogno di un più ampio sostegno. Di adesione convinta alla riduzione di diritti e garanzie in cambio di una possibile ripresa economica con offerta di occupazione. Così si è detto che la stessa legge per la sicurezza sui luoghi di lavoro è insostenibile nelle attuali condizioni di concorrenza internazionale. Questo in Italia, dove morti e feriti sul lavoro raggiungono cifre da guerra civile, che non interessano ai potenti poiché i morti sono da una parte sola.
Una buona notizia viene dal Cile. Attenzione umana, sostegno psicologico e una tecnologia applicata hanno salvato vite di minatori con una cura addirittura superiore a quella che abbiamo visto in opera per recuperare piloti abbattuti, dei quali gran conto si tiene per il forte investimento formativo e di esperienza che rappresentano. C’è da augurarsi che questa vicenda renda più consapevoli delle condizioni di lavoro e dei rischi quotidiani che in Cile e altrove i lavoratori spesso debbono affrontare.
Più generalmente il tema di un’economia al servizio della vita buona delle persone – e della necessità, quindi, di trovare alternative a quella cosiddetta socialista che ha fallito e alla indifferenza per le sorti delle persone non immediatamente sfruttabili dell’economia capitalista – è centrale per la nonviolenza. Non mancano abbozzi pratici e teorici e un interessante momento di confronto c’è stato al Festival dell’economia a Trento, nel confronto tra Francuccio Gesualdi e Andrea Ichino, professore di Economia Politica all’Università di Bologna. Per il nostro amico Francuccio si tratta di mettere in discussione lo sviluppo basato sul dogma della crescita e del mercato e, anche in considerazione della crisi ambientale, ridurre i nostri consumi e le nostre produzioni. Per il professore, mercato, finanza e globalizzazione non sono responsabili della crisi, né possono imporsi scelte ambientaliste agli individui. La soluzione si sostanzia in un sistema di incentivi economici a comportamenti rispettosi dell’ambiente. Già Langer, del resto, ammoniva che una scelta di sobrietà, per divenire possibile, deve essere anche desiderabile. La conversione da un’economia della quale vediamo tutti i limiti e i pericoli, ma che fonda il nostro modo di vivere, richiede il difficilissimo compito di cambiare tutti i pezzi, e lo stesso funzionamento del motore, mantenendolo in moto.
Un contributo della società civile è certo necessario ma richiede che la società si meriti l’aggettivo, sia cioè composta da cittadini, non da clienti, teleutenti, sudditi.

…aperta
Apertura, nel lessico capitiniano, evoca costantemente la nonviolenza.
Una città è aperta nella misura in cui sono aperti i cittadini che la abitano. Sono cioè consapevoli dei mutamenti avvenuti e vogliono indirizzarli in modo costruttivo. Affrontano la complessità del vivere in comune costruendo luoghi di conoscenza, scambio, incremento reciproco. Che di questo ci sia bisogno, anche per colmare la crescente separatezza tra i cittadini e i loro rappresentanti, non a caso indicati come casta separata, è nozione diffusa. Abbondano sperimentazioni di democrazia partecipativa variamente denominate, di differente origine ed ispirazione. Spesso, a promettenti se non entusiastici avvii, seguono stanche repliche e infine abbandoni. Stimolare e integrare gli istituti della democrazia cosiddetta rappresentativa con nuove forme di coinvolgimento popolare è compito difficile. Richiede crescita nell’impegno e competenza dei cittadini, e disponibilità degli amministratori a condividere il potere loro attribuito. Entrambe le condizioni si verificano molto raramente. Proprio Capitini all’indomani della Liberazione avviò l’esperienza dei COS.
Subito, dopo la liberazione di Perugia, nel luglio 1944 costituii il Centro di orientamento sociale (C.O.S.) per periodiche discussioni aperte a tutti, su tutti i problemi amministrativi e sociali. Fu un’iniziativa felice, che convocava molta gente e le autorità (tra cui il prefetto e il sindaco), molto desiderata da tutti per l’interesse ai temi e per la possibilità di « ascoltare e parlare »; e si diffuse nei rioni della città, in piccole città dell’Umbria, e in città come Firenze e Ferrara.
Nessuna istituzione la diffuse e la moltiplicò, e il mio sogno che sorgesse un C.O.S. per ogni parrocchia, era molto in contrasto con il disinteresse e l’avversione che, dopo pochi anni, sorse in molti contro un’istituzione così indipendente, aperta, critica; né si poteva dire che l’organizzazione ne fosse difficile; ci sarebbe tuttavia voluta una virtù: la costanza. […]
Non lo Stato antifascista, ma molto meno quello che seguì nel 1948, erano in grado di valersi dei C.O.S. ed inserirli nella struttura pubblica italiana, ad integrazione della limitata democrazia rappresentativa del parlamento e dei consigli comunali e provinciali. Né le forze dell’opposizione di sinistra, tese nella speranza di una presa del potere, si curarono di apprestare uno strumento così elementare per la convocazione della popolazione e dell’opinione pubblica.
L’avversione alle istituzioni indipendenti, aperte e critiche perdura. E, se è particolarmente evidente nelle forze governative, non risparmia quelle dette di opposizione. Eppure resta questo il terreno per la costruzione di una città aperta. Un luogo dove si porti all’attenzione la miglior conoscenza disponibile. È un dato elementare ma non scontato. Giorni fa si è celebrata la Giornata mondiale della statistica. È stata un’occasione per ricordare come nel nostro Paese viga la cosiddetta statistica da “ Porta a Porta”: questi sono i dati che portate voi, i nostri invece…
Il direttore dell’ISTAT e un docente universitario della materia hanno in quella occasione rilevato l’uso del tutto strumentale delle statistiche senza alcun rispetto né ricerca della verità possibile. Tra le ragioni indicate il piegare ai propri interessi i dati, si tratti di occupazione o di sicurezza, la consapevolezza che lo scontro sull’orlo della rissa fa audience, la fiducia ben posta nell’ignoranza dei cittadini sugli elementi di base per l’interpretazione dei dati. Sapere che vi è un luogo, magari promosso e animato da amici della nonviolenza, che ha per primo scopo quello di mettere a disposizione la miglior informazione e promuovere su questa, e sul suo costante miglioramento, una discussione tesa non a un risultato preordinato ma alla più convincente soluzione del tema proposto, costituisce a mio avviso il contributo di base per una convivenza democratica degna di questo nome. Un COS rinnovato acquisirebbe credito e autorevolezza necessari nei confronti delle istituzioni pubbliche. Si fosse seguita l’indicazione di Capitini non avremmo conosciuto un regime partitocratico prima e una sorta di sultanato temperato ora.
In questa prospettiva le tecniche già sperimentate alle quali si è accennato, e altre che si possono mettere a punto, possono diventare utili strumenti di allargamento e approfondimento della democrazia e forse alludere al “potere di tutti”. Un luogo privilegiato di sperimentazione è indubbiamente la scuola pubblica a tutti i livelli, oggetto invece di un attacco demolitorio.
Cittadini ben formati sanno che la quotidiana costruzione di relazioni tra pari e di democrazia vissuta è il modo giusto per essere padroni in casa propria, in una casa “che è mezzo ad ospitare” (Capitini). Non è cosa facile dopo anni di chiusura mentale, sociale, politica, esaltata in nome di una miserabile identità data dalla nascita in un luogo piuttosto che in un altro.
Non richiamo le note considerazioni sul tema dell’identità di Amartya Sen, Zygmunt Bauman e altri, spesso felicemente anticipate dal nostro Langer. Non ci sono ricette sicure e indolori per la convivenza. Le varie soluzioni apprestate denunciano ovunque i loro limiti. Siamo certi però che vi sono provvedimenti che aggravano la situazione. Così è certamente per la formazione di una sorta di diritto speciale che riguarda gli immigrati sospendendo addirittura garanzie costituzionali. È una situazione denunciata dai costituzionalisti in un congresso dello scorso anno con un intervento di particolare vigore dell’amico, già obiettore di coscienza e ora docente universitario Andrea Pugiotto, intitolato “Purché se ne vadano!”. Così è certo che rendere la vita e l’inserimento più difficile agli immigrati non ne impedisce l’arrivo, può stimolare qualche partenza, sicuramente induce a comportamenti ai margini della legge, se non francamente illegali. La condizione dei Centri di accoglienza e per i richiedenti asilo, o dei Centri di identificazione ed espulsione, viene periodicamente in rilievo per scontri, evasioni, digiuni, morti. Sono 26 polveriere disseminate nel Paese.
Le galere sono piene come non mai e in particolare di immigrati, non certo di corrotti e corruttori, per i quali siamo famosi nel mondo. Siamo passati dietro al Ruanda nella più accreditata classifica, stilata da Transparency International. Non mi proverò neppure ad affrontare questo tema se non per ricordare l’ovvia maggior probabilità di finire in carcere per un reato e di restarvi: il 60% dei detenuti stranieri è in attesa di processo, contro il 40% degli italiani, difficile, se non impossibile, è il ricorso a misure alternative ecc. La relazione, se non l’equiparazione, immigrazione/criminalità è data per scontata nel dibattito politico, nella divulgazione mediatica, nella lamentazione popolare. Le ricerche mostrano non esservi relazione causale tra forte presenza degli immigrati e tassi di criminalità ma non arrivano a scalfire questa convinzione, alimentata dall’utilità di un capro espiatorio. sul quale scaricare le nostre difficoltà generali e locali. Certo politiche migratorie che restringono gli ingressi, le permanenze, il rinnovo dei permessi e costringono a una condizione di irregolarità, bollata come criminale, condizioni di marginalità abitativa e sociale possono convincere, almeno una parte, che la scelta criminale è più allettante ed accessibile di un irraggiungibile inserimento lavorativo regolare. Così, ad esempio, gli immigrati sono subentrati agli italiani in diverse attività criminali, come il traffico di stupefacenti, soprattutto nello spaccio.
Le cose potrebbero andare diversamente. Putnam, il teorico del capitale sociale, aprendo il Festival dell’Economia a Trento ha parlato della ricchezza di una società multietnica e pluralista, ma anche di quanto lenta e faticosa sia la sua costruzione. Per favorire l’integrazione – e trarne i maggiori benefici – è necessario decostruire l’identità, cosa che gli Stati Uniti fanno da sempre per effetto delle diverse ondate migratorie, e costruire un “nuovo senso di noi”, di identità comune e di appartenenza. Difficoltà sono ovunque, in ogni Paese europeo, per quanto da vicino ci riguarda. Anche Sarkozy ha smesso di valorizzare le sue particolari origini: figlio di un aristocratico ungherese e della figlia di un medico ebreo sefardita di Salonicco.
Si tratta dunque di un continuo processo di apertura personale e collettiva, di liberazione se si preferisce. Di questo processo il nostro Movimento vuole essere, consapevole dei suoi limiti, strumento.
Sette riforme indica Morin come necessarie: politica, economica, sociale, del pensiero, dell’educazione, della vita, della morale.
L’apertura va portata nella politica, restituendole la sua generosa funzione di costruzione della città per i figli e i nipoti e non occasione di potere e arricchimento personale, aprendo alla comprensione di civiltà differenti ed al loro apporto alla città comune.
Va a riformare un’economia in evidente crisi dopo l’ubriacatura finanziaria e il suo svincolo dai bisogni profondi e dalle possibilità di sviluppo delle persone.
Così sono necessarie profonde riforme sociali per rimediare a inaccettabili diseguaglianze di ricchezza e potere.
È un sistema intero di pensiero che va aperto, al di là delle estreme specializzazioni che impediscono di cogliere la complessità dei processi. Il confronto costante ed impegnato vi è essenziale. La stessa espressione “pensiero unico” è negazione di pensiero.
La centralità di processi educativi che mettano le persone nella condizione di esprimere e confrontare pareri competenti, il contrario dell’imperante retorica populista.
È la vita che va aperta, a dimensioni che non conosciamo o abbiamo dimenticato.
Il settimo campo indicato da Edgar Morin è dunque quello della morale. Un fine che ha bisogno di mezzi ingiusti non è un fine giusto. Sembra Gandhi ma è Marx, il Marx citato e amato da Camus. In questa riforma morale si colloca l’avvertimento di Chiaromonte: Sarebbe tempo d’avvedersi che un individuo il quale non si riconosca sottomesso a un ordine che lo trascende e trascende con lui ogni altra cosa creata, un individuo il quale non riconosca come evidenza prima che più importante (oltre che infinitamente più forte) di lui è il legame fra lui e gli altri – la comunità – mentre più importante di lui medesimo e della comunità è il legame suo e d’ogni singola cosa con l’insieme delle cose – Natura o Cosmo che lo si voglia chiamare – sarebbe tempo, diciamo, di avvedersi che tale individuo è puramente e semplicemente un mostro.
Da questo stadio non siamo sicuri di essere usciti, ed è comunque molto facile tornarvi. Fa piacere che nei giorni scorsi, a Rimini, si sia tenuto un convegno dal significativo tema “Dalla città dell’individuo alla città delle persone”.
Sembra appropriato il richiamo alla solidarietà della quale ci parla Franco Riva: La città sente spesso l’affanno, la solitudine, l’abbandono: avverte, cioè, il disagio del suo non essere ancora, fino in fondo, una città solidale. Eppure, nelle sue articolazioni e nei suoi snodi, nei suoi servizi e nelle sue abitazioni, nella sua pianificazione, la città allude a quella solidarietà che ispira e sorregge la sua configurazione. Il carattere universale della solidarietà, quale fondamentale dell’umano, si mette in gioco nella città. La solidarietà è un modo di dire la comunità di comunità che fanno, insieme, la città degli uomini. O per dirla sveltamente con Kant La solidarietà non è un sogno nobile, ma una reale necessità.O infine secondo un proverbio zulu, che piace a Marchionne (escludendo però i metalmeccanici della Fiom), una persona è una persona tramite altre persone: umuntu ngumuntu ngabantu.

XXIII CONGRESSO NAZIONALE DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

Mozione politica generale

Il 23° Congresso nazionale del Movimento Nonviolento (MN), riunito a Brescia nei giorni 29, 30, 31 ottobre e primo novembre 2010,
al termine di lavori articolati in sedute tematiche, commissioni e plenaria:
– esprime adesione alle linee generali di analisi e di programma esposte nella relazione introduttiva del Presidente;
– assume gli impegni risultanti dai lavori delle commissioni come approvati dall’assemblea;
– ribadisce la necessità dell’apporto dei pensieri e delle pratiche della nonviolenza, esercizio competente del potere di tutti e di ciascuno, per affrontare la grave crisi della politica e delle stesse strutture della democrazia rappresentativa;
– indica nella diffusione e approfondimento del lavoro dei Centri del Movimento Nonviolento e dei singoli aderenti, nel loro collegamento a livello regionale, nel loro coordinamento affidato al comitato nazionale, nella costante apertura, proposta e pratica di collaborazione ai movimenti o realtà diffuse che alla nonviolenza si ispirano, la condizione necessaria perché l’aggiunta della nonviolenza per creare un futuro amico di città aperte, sia convinta e convincente.

Commissione 1
EDUCAZIONE APERTA, NELLA CITTÀ E NELLA SCUOLA

Il Movimento Nonviolento attribuisce un valore prioritario e si riconosce un ruolo possibile nel lavoro culturale di educazione e formazione alla nonviolenza nei diversi ambiti: scuola, servizio civile volontario, educazione dei giovani e degli adulti.
Ritiene che questo sia un impegno necessario e attuabile, vista la ricchezza di esperienze in ambito educativo da sempre intraprese dagli amici della nonviolenza e la presenza di strumenti quali la rivista Azione nonviolenta, il sito web, i campi estivi, l’impegno sul servizio civile, le attività dei centri locali. Tutto questo costituisce i percorsi con i quali il Movimento fa educazione e formazione alla nonviolenza.
Il Congresso delibera di:
1) creare una commissione permanente con referenti che affrontino in continuità le questioni dell’educazione nonviolenta;
2) garantire una maggiore conoscenza e divulgare i risultati della ricerca sulla genitorialità nonviolenta e sulle competenze relazionali degli insegnanti;
3) mettere a punto, nel programma dei campi estivi, una proposta formativa rivolta particolarmente a giovani e adulti sul rapporto tra nonviolenza e politica, per diffondere una concezione della politica come gestione del bene comune, contrapposta alla politica come cura del proprio interesse a scapito della comunità;
4) promuovere, all’interno del percorso formativo dei volontari in servizio civile, la conoscenza e, ove possibile, la pratica diretta della nonviolenza con un’attenzione alla riconversione del sistema militare e alle modalità di azione nelle situazioni di conflitto;
5) valutare la fattibilità di un campo estivo specifico sulla DPN e sul disarmo rivolto genericamente ai giovani, o in particolare ai volontari in servizio civile;
6) rivolgere un’attenzione specifica a uno dei pregiudizi e delle forme di violenza più diffuse e meno affrontate, cioè l’omofobia, valutando la possibilità di un campo estivo su questo tema;
7) continuare ad animare costruttivamente, secondo le proprie possibilità, quello che è stato il Coordinamento per il Decennio ONU al fine di mantenerlo in opera, svilupparlo e farlo crescere. In particolare si condivide l’importanza dell’opera di supporto al legislatore per la definizione di contenuti normativi e di criteri delle buone pratiche educative;
8) costruire una rete tra le diverse esperienze di educazione alla nonviolenza, tra i formatori, tra chi fa ricerca sull’educazione nonviolenta, a supporto di chi voglia svolgere progetti nella scuola o intraprendere un percorso personale di formazione alla nonviolenza.
Si pensa a materiali didattici e di approfondimento, o a proposte formative rivolte particolarmente a educatori – genitori, educatori, insegnanti, amministratori scolastici -, o singoli che vogliono formarsi alla nonviolenza. I temi d’interesse sono quelli dall’educazione all’empatia, all’ascolto, all’exotopia, alle capacità relazionali, all’assertività, alla comunicazione nonviolenta. Queste proposte formative devono mettere al centro l’esercizio di buone pratiche a partire da sé, ritenendo che il “cambiamento dal basso” possa essere promosso attraverso il cambiamento personale.
Il collegamento tra le esperienze può essere intanto affidato ad Azione nonviolenta e al sito dell’associazione, nazionale o di centri locali. Il compito è all’attenzione del Centro per la nonviolenza della Svizzera italiana che curerà su questo tema una sezione del proprio sito web, facendosi promotore per raccogliere e segnalare esperienze e materiali.

In difesa della scuola pubblica

Profondamente preoccupati dalla situazione attuale di attacco alla scuola pubblica, ritenendo che è compito fondamentale e necessario per la scuola pubblica di attuare una attenzione e una cura verso gli ultimi, resa impossibile dai tagli e dalla controriforma in atto, formuliamo le seguenti proposte perché il MN le faccia sue, le diffonda, attui ciò che è da attuarsi per quanto di competenza e nelle sue possibilità, e perché una coscienza su questo argomento diventi generale in tutti i nonviolenti italiani.
Elenchiamo qui gli elementi di preoccupazione che stiamo vivendo:
l’assurda e incostituzionale distribuzione di fondi pubblici alle scuole private, a scapito della scuola pubblica;
il numero generalmente troppo elevato di alunni per classe, che rende difficilmente gestibili le dinamiche di gruppo e i processi di apprendimento;
i passi indietro che sono stati compiuti riguardo l’importantissimo settore dell’integrazione dei ragazzi diversamente abili, ulteriormente complicato dal numero di alunni per classe e dalla riduzione delle ore di sostegno;
i passi indietro fatti rispetto all’accoglienza e alla integrazione di alunni stranieri, che pongono le premesse per una cultura della discriminazione;
i passi indietro fatti rispetto alla formazione degli adulti.
Esiste un’esigenza forte di ristabilire ed ampliare la possibilità di critica all’interno della scuola, dando voce alle componenti essenziali della scuola stessa.
Riteniamo incompatibile la presenza militarista nella scuola addirittura con progetti di cultura militare, come il progetto lombardo “Allenati alla vita”, finanziati con i fondi per l’educazione alla pace.
Il primo suggerimento al MN potrebbe essere quello di proseguire la tradizione dell’ADESSPI, Associazione per la Difesa e lo Sviluppo della Scuola Pubblica Italiana, sia a livello nazionale sia localmente attraverso i Centri attivi del Movimento Nonviolento.
Proponiamo che la rivista Azione Nonviolenta dedichi uno spazio ai problemi della scuola pubblica, nell’ottica sopra descritta, e che si valuti l’apertura di blog o forum specifici sul sito del MN.

Commissione 2
ECOLOGIA POLITICA PER FERMARE IL NUCLEARE

Il Movimento Nonviolento guarda con interesse a quelle reti di singoli ed associazioni che stanno discutendo la necessità e prefigurando la presenza di un movimento ecologista nel panorama della politica nazionale, per una nuova strategia di “ecologia politica” resa urgente ed indispensabile dalla crisi ambientale in atto e particolarmente dal tentativo di rilancio del nucleare.
Il congresso delibera di:
1) realizzare una mappatura della documentazione in materia ambientale ed energetica da mettere a disposizione di comitati locali;
2) di produrre uno specifico nostro materiale antinucleare a carattere divulgativo per contrastare la propaganda filonucleare; tale impegno si potrà articolare a diversi livelli, quali quello del governo democratico dell’energia, anche legato ai vari territori e quello della necessità a praticabilità di un nuovo modello energetico da fonti rinnovabili effettivamente sostitutivo di quello tradizionale e di quello nucleare;
3) predisporre una riedizione del libro “Le tecniche della nonviolenza” di A. Capitini, con apposita nuova prefazione, come vademecum per le azioni ambientaliste.
4) attuare una documentazione e divulgazione di esempi di lotte ambientaliste locali condotte con metodi e contenuti nonviolenti (come ad esempio il Comitato che si oppone al mega- aeroporto di Viterbo);
5) creare uno spazio su Azione nonviolenta per realizzare “inchieste” utili a far conoscere e creare collegamenti fra comitati ambientalisti locali (contro inceneritori, parcheggi, strade, cementificazioni, ecc.), come strumento di conoscenza e per mettere a disposizione materiali ed esperienze significative anche dal punto di vista della nonviolenza;
6) preparare un “decalogo della decrescita” che espliciti pratiche nonviolente virtuose e possibili per tutti;
7) utilizzare l’impianto fotovoltaico installato alla Casa per la Pace di Ghilarza anche come strumento didattico di educazione ambientale.

Commissione 3
LA NONVIOLENZA PER LA LIBERAZIONE DALLE MAFIE

Le mafie sono in forte rafforzamento sia sul piano dell’intensità del dominio esercitato su alcuni territori che per la pervasività dell’espansione sull’intero Paese.
Per elaborare le aggiunte che il Movimento Nonviolento può dare alla lotta per la liberazione dalle mafie, bisogna partire dalla premessa che questo fenomeno non può essere liquidato come forma di “criminalità organizzata” tout court, ma va distinto almeno in tre dimensioni:
1) la dimensione del dominio pressoché totale esercitato su alcune regioni italiane, sui piani armato, economico, amministrativo, politico, formativo e informativo. Contesti nei quali si può parlare di un vero e proprio “sistema di violenza”, che fonda la violenza diretta sulle più profonde violenze di carattere culturale e strutturale; la situazione della Calabria ne è l’emblema e la conferma;
2) la dimensione relativa ai rimanenti territori del Centro-Nord nei quali il controllo e l’espansione non si sono ancora fatti sistema, ma assumono i contorni di una fortissima criminalità organizzata sempre più penetrante nei tessuti democratici, già indeboliti dal berlusconismo e dal leghismo;
3) infine, la dimensione del condizionamento e dell’orientamento degli assetti di potere generale in Italia, con la capacità di controllare ed orientare centinaia di migliaia di voti.
Queste dimensioni del fenomeno ci dicono che la lotta contro la violenza e per la democrazia in Italia non può rimanere solo un compito della magistratura e delle forze dell’ordine, ma necessita – al Sud come al Nord – di un impegno diretto e costante della società civile. Nel primo caso a partire da un più profondo processo di coscientizzazione, di capacità di identificazione della violenza e di obiezione di coscienza al dominio mafioso, nel secondo caso di attraverso il rafforzamento dei “fattori protettivi” dei tessuti sociali e del controllo democratico dei territori.
Quel pezzo di società civile che si ispira alla nonviolenza, come orizzonte e come prassi di azione quotidiana, non può non mettere questa lotta per la liberazione delle mafie in cima alla sua agenda. Anche il MN deve continuare a fare la sua parte, sia attraverso i propri centri territoriali che attraverso il suo coordinamento nazionale.
Per quanto riguarda le persone ed i gruppi locali le indicazioni emerse ribadiscono l’importanza del “farsi centro”, dovunque siamo presenti, anche rispetto alla lotta alla violenza mafiosa, ciascuno come può. Ecco alcune indicazioni:
1) entrare nei gruppi locali che già si occupano di mafie, magari legate alla rete Libera, provando ad approfondire anche il tema dei consumi etici anti-mafia, per contrastare il riciclaggio del denaro in attività economiche e commerciali apparentemente pulite, in tutta Italia;
2) collaborare alla promozione di “osservatori territoriali anti-mafie” che tengano alta l’attenzione democratica sull’infiltrazione dei capitali, sulle imprese economiche mafiose che si aggiudicano gli appalti, sulle estorsioni, sull’usura e sullo scambio dei favori con la politica. Invitando le amministrazioni locali ad entrare nella rete di “Avviso pubblico”;
3) promuovere, dove possibile, percorsi educativi e formativi dentro e fuori la scuola sui temi dell’educazione alla responsabilità ed all’assertività, esplicitamente in funzione anti-mafie.
Per quanto riguarda la responsabilità nazionale, di cui sarà investito il coordinamento del Movimento Nonviolento, il Congresso delibera di:
1) mantenere l’adesione alle due reti nazionali “Libera” e “Associazione per la democrazia e la legalità in Calabria”;
2) promuovere uno o più campi estivi di formazione, rivolti in particolare ai giovani, sul tema specifico de “la nonviolenza per la liberazione dalle mafie”;
3) dare mandato al direttore ed alla redazione di Azione nonviolenta di dedicare un’attenzione più specifica al tema dell’aggiunta nonviolenta alla lotta antimafie, attraverso uno o più numeri monografici e/o attraverso una rubrica dedicata;
4) promuovere una pubblicazione sulle possibili declinazioni – del passato, del presente o possibili – sul metodo della nonviolenza nei sistemi di violenza mafiosa;
5) guardare con attenzione ed interesse alle iniziative della Rete IPRI-Corpi Civili di Pace rivolte all’intervento nei contesti mafiosi.

Commissione 4
GLI STRUMENTI PER L’AGIRE DEL MOVIMENTO

Il Congresso ribadisce la volontà di proseguire la pubblicazione del mensile Azione nonviolenta riconoscendone l’importanza e la validità nel panorama italiano. E’ questa anche la nostra risposta politica alla scelta del governo, che abolendo le tariffe postali editoriali ha di fatto limitato la libertà di stampa.
Come ulteriore strumento di comunicazione il Movimento Nonviolento si attiverà per affiancare alla rivista e al sito web alcuni ulteriori supporti (forum, An informatizzata e sfogliabile, elenco iniziative, ecc…) da definire e sperimentare. Si guarderà anche all’esigenza dell’incremento della diffusione della rivista e alle eventuali necessarie trasformazioni dell’impaginazione e dei contenuti. A tal fine si auspica la creazione di un apposito gruppo di lavoro.
Per una valorizzazione delle sedi, dei gruppi locali e delle iniziative che anche singole persone possono fare, il congresso dà mandato agli organi statuari di prevedere una o più persone che si attivino con un impegno costante al sostegno e alla nascita di gruppi locali.

Marcia Perugia-Assisi
Il Congresso, consapevole che nel 2011 ricorreranno il 50° anniversario della prima Marcia Perugia-Assisi (promossa da Aldo Capitini il 24 settembre 1961) e la conseguente nascita del Movimento Nonviolento, delibera (preso atto dei rapporti intrapresi con la Tavola della Pace) di convocare, congiuntamente alla Tavola della Pace, la prossima marcia della Pace Perugia-Assisi prevista il 25 settembre 2011. Delibera altresì di caratterizzare questo avvenimento con i principi contenuti nella prima Marcia riassumibili nell’affermazione “opposizione integrale alla guerra”.
Questa occasione di impegno deve costituire una base di partenza per pubblicizzare e far conoscere il Movimento Nonviolento nella sua completa attività. Pertanto si invitano tutti gli aderenti ad essere presenti e attivi, oltre che nel giorno della Marcia, anche in tutti i momenti preparatori, ricordando che siamo nel 50° anniversario del Movimento Nonviolento. Il Movimento Nonviolento si impegna anche a collaborare con l’Associazione Nazionale Amici di Aldo Capitini e la Fondazione Aldo Capitini nella preparazione di seminari o convegni per far conoscere e tenere vivo l’immenso contributo alla nonviolenza dato da Aldo Capitini.

Commissione 5
L’ANTIMILITARISMO OGGI: DISARMO E CORPI DI PACE

Il Congresso delibera di:
1) promuovere un convegno, in occasione dei 40 anni della Legge sull’obiezione di coscienza (1972-2012), che si rivolga ai tantissimi che hanno fatto la scelta dell’obiezione di coscienza antimilitarista e del servizio civile, per valorizzare una storia che ha contribuito alla crescita della democrazia nel nostro paese, e per riaffermare il valore e la necessità dell’obiezione di coscienza al militarismo e alla preparazione della guerra; in preparazione di questo convegno nazionale sull’obiezione di coscienza, il Movimento Nonviolento rilancerà la proposta di un Albo nazionale degli obiettori, di cui si deve far carico l’Ufficio nazionale del Servizio Civile; in concomitanza con questa scadenza il Movimento Nonviolento sosterrà la creazione di un apposito video sulla memoria storica dell’obiezione di coscienza in Italia;
2) aderire alle raccolta firme della Rete Disarmo contro le modifiche alla legge 185, che regola il commercio delle armi, che riducono la trasparenza, e contro l’acquisto degli F35;
3) sostenere il progetto per la sperimentazione della difesa civile non armata nonviolenta nell’ambito del servizio civile all’estero presentato da Ipri-Corpi civili di pace, che prevede l’impiego di civilisti nelle attività di monitoraggio e prevenzione dei conflitti, con sede centrale di coordinamento a Vicenza e presenze in paesi a rischio conflitti armati;
4) collaborare con Rete Disarmo, al fine di valorizzare e divulgare il lavoro di informazione e analisi sul Bilancio della Difesa;
5) rinforzare l’impegno per:
– la difesa del Servizio Civile, che deve essere aperto alla partecipazione di tutti i giovani che ne facciano richiesta, orientato anche alla costruzione della difesa popolare nonviolenta; le risorse ad esso destinate devono essere garantite e reperite anche distogliendole da iniziative come la “mini-naja”;
– il mantenimento del Servizio Civile all’estero – anche in situazioni di conflitto – con una valorizzazione della partecipazione delle donne (avendo presente la risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU n. 1325, così come sostenuto dal Presidente del Consiglio di Sicurezza);
6) favorire, anche in collaborazione con le organizzazioni internazionali di cui facciamo parte (come la War Resisters International), la realizzazione della Conferenza internazionale prevista nel 2012 sulla “denuclearizzazione del Mediterraneo”, che dovrà vedere la partecipazione attiva di tutte le reti ed associazioni nonviolente italiane e dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

Commissione 6
PER UNA NUOVA CONVIVENZA NELLA CITTÀ APERTA

La Commissione ha fatto propria la traccia di lavoro preparatoria, sottolineandone il criterio positivo/propositivo, ed integrandola con una forte sottolineatura della tutela dei diritti di tutti i cittadini ed abitanti della città.
Il confronto ha evidenziato i molteplici livelli del conflitto e della mediazione, da quello istituzionale, a quello sociale, economico, culturale; ha privilegiato un criterio territoriale di riferimento, ancorato soprattutto ad un impegno di documentazione e di azione anche in collegamento con le realtà operative nel contesto – sindacati, associazioni, difensori civici ecc..-; ha evidenziato l’opportunità di avviare o consolidare esperienze di scambio, e di dare vita a momenti e spazi di “zona grigia” – secondo la definizione di Alex Langer – vale a dire di comuni interessi e di pratiche unitarie di confronto e di vita delle diverse realtà cittadine; ha sottolineato l’importanza del settore dell’informazione, anche con metodologie creative, nel lavoro per una nuova convivenza nella città; ha evidenziato come la discriminazione e la chiusura delle città che si manifesta in primo luogo e con maggiore evidenza nei confronti degli stranieri ha coinvolto e coinvolge tanti altri soggetti umani; ha infine dedicato particolare attenzione alle modalità di contrasto alle misure discriminatorie vessatorie di tante ordinanze dei sindaci, di tanti comportamenti delle forze dell’ordine e dei vigili urbani, sempre più dimentichi di un ruolo di servizio e sempre più orientati ad azioni di repressione da “polizia locale”.
La Commissione ha ricevuto come organico contributo un documento per la definizione di una “Carta per la convivenza civile nonviolenta”.
Le indicazioni di lavoro e di iniziativa che sono scaturite dal confronto si sono articolate in proposte di impegno personale e di gruppo nelle diverse realtà territoriali di riferimento, ed in proposte al Movimento per una sua diretta responsabilità attiva.
Le proposte di lavoro e di impegno sono così venute a precisarsi:
1) per ciascun centro di nonviolenza nel territorio:
– azioni di disobbedienza civica a fronte di atti autoritari e di discriminazioni e di attacco ai diritti di tutti;
– richiesta e pratica di spazi informativi e di documentazione, sui giornali, nelle radio, ecc.;
– richiesta e pratica di spazi ricreativi e culturali comuni, nei circoli, nelle parrocchie, nei sindacati, ecc.;
– conoscenza e progressiva successiva utilizzazione delle competenze specifiche e personali di tanti stranieri in città;
– scambi programmati in ambienti liberi sulle festività, sulle figure storiche significative, sui nomi, sulle consuetudini delle diverse tradizioni;
2) per il Movimento Nonviolento:
– rendere disponibile il Codice contro le discriminazioni;
– elaborare e produrre un manuale dei diritti personali di difesa civile analogo al “vademecum del cittadino sospetto”;
– predisporre, anche raccogliendo i risultati delle esperienze sin qui svolte, un materiale organico di formazione alle tecniche di nonviolenza per gli agenti della pubblica sicurezza.
Due proposte, inoltre, si collocano sul piano del singolo territorio e della singola città come su quello nazionale e generali:
– disponibilità del Codice contro le discriminazioni;
– avvio pratico, a diversi livelli territoriali, di “Osservatori di documentazione e di garanzia” per una nuova convivenza.
La Commissione, infine, indica l’opportunità di andare alla definizione di una Carta per la convivenza civica nonviolenta, assumendo quale traccia di riferimento il documento sopra ricordato.

Organi eletti dal Congresso

Presidente:
Mao Valpiana

Direttivo:
Pasquale Pugliese
Elena Buccoliero
Raffaella Mendolia
Piercarlo Racca

Comitato di Coordinamento:
Adriano Moratto
Sergio Albesano
Caterina Del Torto
Rocco Pompeo
Massimiliano Pilati
Alberto Trevisan
Marco Baleani
Caterina Bianciardi