Krippendorff e la critica dell’istituzione militare

Krippendorff e la critica dell’istituzione militare

 

Apprendo della morte di Ekkehart Krippendorff, il grande politologo tedesco, pacifista, che ho conosciuto nei seminari del Movimento Nonviolento su “Politica e Nonviolenza”. Nel 2003, appena uscita in italiano,  avevo letto la sua raccolta di saggi L’arte di non essere governati. Politica etica da Socrate a Mozart e successivamente l’edizione italiana (meritoriamente pubblicata da Gandhi Edizioni nel 2008) del suo fondamentale testo degli anni Ottanta del ‘900 – ormai un classico della critica politica – Lo Stato e la guerra. L’insensatezza delle politiche di potenza. Per ricordarlo, o farlo conoscere, ripubblico qui, ancora una volta, un mio articolo del 2011 che riassume, riprendendone alcuni passaggi, il suo saggio serio ed efficace Critica dell’istituzione militare. Le cui tesi sono valide oggi più che mai (Pasquale Pugliese).

Perché, pur in un momento di crisi e di ossessiva invocazione del rigore nel bilancio dello Stato, non si tagliano le spese militari? Perché, nonostante i drammatici tagli alla spesa pubblica imposti dal governo, solo flebili voci – per lo più extraparlamentari e marginali – chiedono una stretta a queste folli spese di morte che pre/vedono dei costi abnormi? Perché, per la stragrande maggioranza di forze politiche, sindacali, mediatiche non è assurda la crescita di questo unico capitolo di spesa pubblica, ma è assurda la richiesta che venga tagliato? Talmente assurda che non si pongono neanche il problema?

Ho trovato le risposte più convincenti a queste insistenti domande rileggendo alcune pagine del politologo tedesco Ekkehart Krippendorff ne “L’arte di non essere governati” (del 1999, ma pubblicato in italiano nel 2003), in particolare il capitolo “Critica dell’istituzione militare”.

Riportiamone qualche brano:

“L’unica istituzione comune a tutti gli Stati è quella degli esperti in uniforme, accasermati, equipaggiati con le armi di volta in volta più moderne e conseguentemente addestrati all’applicazione della violenza fisica: i militari. Esistono Stati con o senza partiti, parlamenti, costituzioni scritte, tribunali indipendenti, con o senza presidenti, banche centrali, chiese di Stato, moneta propria, lingue nazionali e così via, ma tutti hanno le forze armate.

Globalmente considerati, tutti gli Stati spendono per le forze armate più che per l’educazione e la salute dei loro cittadini. Le forze armate sono il maggiore datore di lavoro in assoluto; i danni ambientali direttamente e indirettamente provocati dalle forze armate sono superiori a quelli provocati da ciascuna singola industria.Nel ventesimo secolo il numero di rovesciamenti violenti di singoli governi dovuti all’intervento delle forze armate supera quello causato da ribellioni politiche o rivoluzioni. Sono le forze armate ad aver scritto, come afferma Eric Hobsbawm nel suo bilancio del secolo passato – il capitolo più nero nella storia occidentale delle torture e del controterrore.

Dall’altro lato, proprio questa istituzione con le sue guerre, di cui soltanto nell’ultimo secolo sono cadute vittime milioni e milioni di persone, per tacere del numero molto più grande delle persone cacciate dalla loro terra e di quelle ridotte alla fame dalla conseguenze della guerra, riceve da parte delle scienze sociali un’attenzione relativamente modesta, e nella stampa e nell’opinione pubblica l’istituzione militare viene trattata solo come uno dei tanti temi.

L’istituzione militare non viene però vista come uno dei tanti organi dello Stato, bensì come quello addirittura più ovvio tra di essi. La maggior parte delle persone, quasi indipendentemente dalla loro provenienza culturale, sono in grado di immaginarsi tanto poco uno Stato senza forze armate quanto uno Stato senza bandiera o sedi del governo. Proprio per questo, pare, le forze armate sono così di rado oggetto di dibattito scientifico o pubblico. Si noti bene: l’istituzione e non le rispettive forze armate in concreto, che finiscono continuamente sulla “linea del fuoco” delle controversie politiche in quanto fattore di potere, sia come voce del bilancio pubblico, o ancora sotto l’aspetto dell’ottemperamento o meno dei loro compiti istituzionali.”

In realtà, in Italia, sono sottratte al dibattito pubblico le forze armate tout-court, sia come istituzione che come esercito “concreto”. Non sono mai al centro di “controversie politiche”, neanche in riferimento al bilancio dello Stato. Il confronto politico si è aperto perfino rispetto alla Chiesa cattolica e alle tasse non pagate per gli immobili, ma si evita accuratamente di occuparsi di spese per esercito e armamenti. Dunque il radicamento dell’ovvietà delle forze armate, nel nostro Paese, risiede ancora più nel profondo.

Proseguiamo la lettura:

“Ma già a questo punto si affollano le domande poste così di rado e a cui ancor più raramente viene data una chiara risposta: qual è la funzione dei militari? E’ possibile coglierne e spiegarne l’essenza ricorrendo alla loro “funzione”? (…)

Per capire perché l’istituzione militare sembri costituire una componente così ovvia dello Stato, quasi come un inno nazionale, un apparato fiscale o la polizia, perché l’idea pura e semplice di uno Stato senza portatori di uniforme sia per la classe politica di qualsiasi colore tanto insopportabile e impensabile quanto, ad esempio, quella di un papa che dubiti della paternità divina di Gesù Cristo o dell’Immacolata concezione; perché i rappresentanti politici senza le loro forze armate si sentano, per così dire, come se fossero nudi; insomma per cogliere la dimensione profonda di questo bisogno di sicurezza, è sufficiente, per cominciare, elencare i rituali militari mediante i quali gli Stati manifestano e testimoniano il loro reciproco rispetto: compagnie d’onore, sciabole guizzanti, bande militari, che fanno della più civile delle melodie una marcia ritmata e marziale, fucili con baionette lucide e appuntite, in basso punte di stivali allineate con il righello e in alto volti irrigiditi, addestrati a non mostrare nessuno stato d’animo, nessun sentimento umano, in modo che non possano distinguersi da macchine ubbidienti a qualsivoglia comando, occasionalmente lo sparo di salve di saluto e la parata al passo dell’oca.”

Si badi che Krippendorff non parla di rituali antichi e dimenticati, ma delle rinnovate parate militari che, in Italia, per esempio, oltre a “festeggiare” il 4 novembre – giornata che dovrebbe essere piuttosto di lutto a memoria, non retorica, delle vittime di tutte le guerre – si sono espanse anche al 2 giugno, Festa della Repubblica, che viene celebrata al passo dell’oca e con lo sfoggio di tutti gli osceni strumenti di morte, come se solo le forze armate rappresentassero degnamente la Patria.

Ancora:

“Questi rituali sono i resti reali e simbolici di quella prassi, caratteristica dell’epoca dell’assolutismo, mediante cui i dominatori facevano sfilare davanti ai loro ospiti i propri giocattoli da guerra allo scopo di mettere chiaramente in vista la potenza e le proprie capacità, che si trattasse di dissuasione o di intimidazione. In quella società di lupi dei giochi dinastici a somma nulla ognuno doveva aver paura di ogni altro ed essere in grado di minacciarlo per poter sopravvivere, oppure per restare (politicamente) in vita. Le parate e le dimostrazioni militari erano – e sono ancora! – espressione del timore di perdere i propri privilegi, la propria posizione, il trono. Esse lanciavano, e lanciano, però, anche un messaggio diretto verso la base: Io sono il tuo Stato, il tuo signore, tu mi dovresti temere e amare e non avere alcun altro signore oltre a me, e se sei disubbidiente, vedi allora quale potente macchina, che sta ai miei comandi, è in grado di sopraffarti. Infine i dominatori con le loro parate fanno coraggio a se stessi, per loro il passo di marcia di disciplinati soldati, il silenzio alla luce delle fiaccole, le marcette e gli uomini in uniforme rappresentano orgasmi sia acustici che visivi del potere”

Questi rituali militari, “orgasmi del potere”, risalgono all’epoca dell’assolutismo degli Stati moderni. Eppure, spiega Krippendorff, non è li che si trova l’origine della simbiosi tra Stato ed esercito, essa si forma ancora prima nel tempo, nel momento di passaggio tra il feudalesimo e l’epoca moderna. Gli stessi Stati moderni vennero creati da dinastie che avevano bisogno di fornire una “sistemazione durevole e sicura ai loro eserciti, ai quali soltanto dovevano il loro potere”. In quella fase fondativa non è “la guerra la continuazione della politica con altri mezzi”, secondo la definizione fornitane da Clausewitz, ma, al contrario avviene la fondazione della politica moderna come “continuazione della guerra con altri mezzi”. Non a caso Niccolò Macchiavelli, padre della scienza politica moderna, fu anche uno stratega militare che guidò i fiorentini all’assedio di Pisa.

Seguiamo il ragionamento di Krippendorff:

“La politica come continuazione della guerra con altri mezzi, il suo ruolo in quanto sguattera dell’autoconsapevolezza militare dei nuovi Stati, le cui strutture erano state sviluppate e finalizzate a soddisfare le necessità degli eserciti permanenti: dalla fortificazione delle città attraverso la costruzione di strade fino al sistema fiscale, dall’organizzazione cameralistico-mercantilistica della produzione nelle manifatture per i fabbisogni dell’esercito fino al censimento amministrativo della popolazione a scopo di reclutamento, dalle dottrine della virtù politica e dai codici militari fino all’edificazione strategica di castelli e palazzi posti nel centro delle libere città, dalla simbologia consistente nel fatto che il re indossava la stessa uniforme dei suoi ufficiali e soldati – essi infatti personificavano lo Stato, erano lo Stato – fino alle bandiere e agli emblemi del dominio (per lo più aquile e leoni), nei confronti dei quali ora il cittadino si doveva mostrare reverente e attraverso i quali poteva definirsi un senso statale e nazionale. Da tutti questi elementi, trasformatisi più volte, adattatisi alle mutate condizioni sociali, attraverso un processo di socializzazione, in parte a mezzo di indottrinamento sistematico (scuola, servizio militare obbligatorio), in parte mediante mutuo esercizio, le forze armate in quanto istituzione e la dimensione militare quale forma di pensiero divennero parte integrante della cultura e della statalità europea. (…)

[l’istituzione e la dimensione militare] Sono parte integrante della nostra cultura, dalla musica all’architettura fino alla letteratura, costituendo quindi anche lo sfondo, per lo più del tutto inconsapevole, del nostro modo di immaginare l’ordine e la sicurezzaOgni critica elementare di questa istituzione va quindi a cozzare contro strati profondi, consapevolmente coltivati dalla tradizione e cresciuti attraverso secoli di statualità moderna, che si sottraggono ad argomentazioni razionali, funzionali, o che sono difficilmente raggiungibili dalla critica stessa”.

Per cui, continua Krippendorff“uniformazione, accasermamento e legittimazione a scopo strategico di dominio dell’istituzione militare costituiscono la spina dorsale e le raison d’etre della statalità moderna”(…) L’istituzione militare si è trasformata nel cancro di tutte le società, assorbe risorse materiali e intellettuali a discapito del bilancio statale per la salute, l’istruzione e la cultura, si nutre e si riproduce a spese della società civile che deve poi assumersi anche i costi dei anni provocati ogniqualvolta l’istituzione militare entra in azione uscendo dal suo stato di quiescienza”

La società civile paga dunque due volte, la prima quando – in tempi ordinari – alimenta le voraci casse di eserciti e armamenti, sottraendo risorse a tutti gli altri settori pubblici; la seconda nella ricostruzione del tessuto civile dopo che – nei tempi speciali – l’esercito è entrato in azione. Ciò riguarda sia l’azione che si rivolge verso l’esterno, con le guerre, quanto quella che si rivolge verso l’interno dello Stato con, appunto, i “colpi di stato”. Oggi, in Italia, il tempo ordinaro e il tempo speciale sono intrecciati e sovrapposti, con vent’anni di partecipazione consecutiva a guerre in giro per il mondo, che legittimano ancora di più la necessità di risorse economiche e di costosi armamenti, e la percezione di pace e “sicurezza” diffusa retoricamente all’interno del Paese.

Che fare per liberarsi di questo cancro?

Poiché il problema ha radici profonde, culturalmente stratificate, la risposta, secondo Krippendorff, deve svolgersi allo stesso livelo di profondità e dunque proprio sul piano culturale, nelle sue differenti declinazioni: storica, di genere, scientifica e, infine, politica.

Storica: “il primo passo in direzione di un capovolgimento dei valori da parte della critica dell’istituzione militare consiste nello scrivere e leggere la storia, e sopratutto quella dell’epoca moderna, sotto l’aspetto del ruolo in essa giocato dalla violenza organizzata dallo Stato e dai suoi risultati sia socio-politici che cultural-ideologici. E’ la storia di una malattia sociale, la storia di una patologia”.

Di genere: “Sono uomini quelli che si sono organizzati in strutture militari, che difendono i loro privilegi nella forma di valori e orizzonti di senso militari e cercano di legittimare il loro potere attraverso la guerra. La critica dell’istituzione militare trapassa in critica del patriarcato”.

Scientifica: “E’ una via abbastanza diretta quella che collega la scienza naturale dei primordi dell’età moderna disposta alla violenza e l’istituzione militare quale asse portante dello Stato moderno. Alla base di ambedue queste manifestazioni della modernità sta la violenza come metodo; la scienza moderna e l’istituzione militare sono due delle sue forme di manifestazione, e entrambe hanno provocato effetti catastrofici. Esemplare al riguardo è la collaborazione tra di esse nello sviluppo della prima bomba atomica”.

Politica: “In quanto le forze armate, a partire dal diciassettesimo secolo, hanno pervaso la società politica, plasmandola e orientandola nel proprio senso, esse hanno segnato il discorso sulla politica ormai “statalizzata”, sulle dottrine della virtù politica e sugli ideali di possibili atteggiamenti sociali.(…) La famosa definizione di Clausewitz, secondo cui la guerra sarebbe la continuazione della politica con altri mezzi, non fa che tirare le conseguenze implicite nella tradizione macchiavellica, le conseguenze dell’aver definito la politica come la prosecuzione della guerra con altri mezzi diversi rispetto a quelli militari, cioè di aver pensato sempre politica e dimensione militare come un tutt’uno”.

Su tutti questi piani deve oggi svolgersi il “compito secolare” indirizzato in primo luogo all’opinione pubblica, da promuovere in maniera scientifica: “caratterizzare le forze armate per quello che esse sono oggettivamente e di fatto: l’istituzione più pericolosa e più avversa alla vita, e a un tempo la più dispendiosa, che sia mai stata inventata”.

Dunque, mi pare che sia tempo di non disperdere le energie e di mettersi al lavoro per promuovere un significativo e necessario disarmo culturale se vorremo ottenere, in un tempo ragionevole, ma misurabile sul piano della storia, un significativo e necessario disarmo militare, che pre/veda anche il taglio delle spese militari.

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