La forza preziosa dei piccoli gruppi – Documento d’indirizzo della Commissione 3

La forza preziosa dei piccoli gruppi – Documento d’indirizzo della Commissione 3

Documento d’indirizzo della Commissione 3

di Claudio Morselli *, Daniele Taurino ** e Vittorio Venturi ***

Nell’intitolare La forza preziosa dei piccoli gruppi la terza commissione del nostro XXV Congresso, il riferimento è all’ultima (la 63esima) delle Lettere di religione di Aldo Capitini, datata 6 ottobre 1968, cioè pochi giorni prima dell’operazione chirurgica che gli costerà la vita. Non si tratta di un richiamo occasionale o di forma al “padre fondatore” ma, cinquant’anni dopo, ci è sembrata l’espressione più adatta a nostra disposizione per delineare il punto di attivazione del lavoro passato presente e futuro come Movimento Nonviolento, ovvero la nascita, la stabilità e la valorizzazione dei Centri territoriali, dei singoli e dei gruppi di persuasi che danno corpo alla nonviolenza organizzata. Quella Lettera, per Capitini, non era finita e ci avrebbe voluto rimettere le mani una volta uscito dall’ospedale; in questa sorta di incompiutezza sta probabilmente la sua ancora ineludibile attualità perché ci ha lasciato qualche cosa che sta lì pronta per essere incrementata in una modalità di scrittura chiara, per punti schematici. Da cui far scaturire approfondimenti, domande, iniziative. Per questo invitiamo tutte e tutti a leggerla e pensarla come un vero e proprio materiale precongressuale. Per fare una torta che sia buona per tutte e tutti e scrivere una ricetta replicabile anche da altri, non possiamo non condividere gli ingredienti di base, costruendo così sulla coerenza, sulla nostra comune e corale persuasione, la «tensione e la familiarità» della nostra reciproca conoscenza. Crediamo infatti che le esperienze maturate all’interno dei centri territoriali del MN (di cui nelle pagine che seguono leggeremo, per così dire, le ‘relazioni d’attività’ e alcune proposte) offrano elementi di riflessione più complessivi per sperimentare l’efficacia e la durata nel tempo, appunto la continuità; e che tutte, sia quelle dei gruppi che dei singoli iscritti, siano storie di convinzione e convincimento grazie ai quali, come ci ha insegnato Alex Langer, rendere desiderabile l’azione per la nonviolenza.

Di fronte alla crisi della politica, di fronte al disorientamento di tanta parte dei cittadini, che non trovano più punti di riferimento credibili, e di fronte a un sistema fondato strutturalmente sulla violenza, che diventa sempre più violento, il MN deve attrezzarsi per svolgere un ruolo «politico» e contribuire alla costruzione di un’alternativa che abbia come riferimento l’idea e la pratica della nonviolenza. La nonviolenza, come diceva Gandhi, in quanto alternativa globale, strategica, di vita, di cultura e di civiltà. C’è dunque bisogno di compiere una scelta etico-politica che prefigura (e vive già come una festa) un progetto alternativo di società da contrapporre all’attuale sistema dominato dal capitale e fondato sulla violenza.

I nostri gruppi, quindi, dovrebbero ragionare insieme sull’importanza della gestione comunitaria dei territori, con l’obiettivo dell’autogoverno solidale delle comunità locali e la costruzione di una rete delle autonomie locali, attuando così, non la conquista del potere, ma la sua destrutturazione, frantumazione, con i cittadini che si organizzano con una nuova e più avanzata pratica di gestione ecologica e solidale dell’economia e del territorio. Ecco allora che i movimenti della nonviolenza hanno, per esempio, l’opportunità di una benefica contaminazione con esperienze che fanno riferimento al “nuovo municipalismo” o al movimento delle “città ribelli”. E sicuramente nella discussione congressuale e post se ne aggiungeranno altre di possibili aperture in cui impegnarsi.

E non potrà mancare, in particolare sul piano delle tecniche, una discussione su quali approcci culturali possiamo far nostri per l’agire di oggi, ma anche per leggere il passato e dare nuovo significato alla memoria. La nonviolenza può essere, in campo culturale e formativo, il terreno d’incontro tra passato e presente, l’orientamento decisivo per progettare il futuro. Certo guardando alle grandi testimonianze storiche dei “maestri”, ma anche grazie al lavoro prezioso della storiografia più recente che sposta il baricentro della ricerca sulla nonviolenza come “motore” della storia, centrata sul valore supremo della vita, ribaltando l’idea che la storia con la S maiuscola è fatta dalle guerre e dai loro vincitori.

Sono necessari dei tentativi per rendere visibile «il potere di tutti» nel piccolo, senza alcun bisogno di sventolare alti i vessilli ‘retorici’ della democrazia diretta e orizzontale. Già Capitini assegnava ai piccoli gruppi l’arduo compito della sperimentazione contro la violenza culturale e strutturale, attribuendo proprio ad essi (finanche a un solo persuaso della compresenza) il ruolo prezioso di «laboratori di omnicrazia». In questo senso, un fertile terreno di discussione sarebbe quello di interrogarsi su cosa potrebbe portare la moltiplicazione di piccoli gruppi di questo tipo in una città, in un territorio, magari riuscendo a immaginare pure modalità di rinnovamento per l’esperienza dei C.O.S., con il loro motto “ascoltare e parlare”. Di certo una ricchezza sul piano dei principi, ma anche la testimonianza concreta di una cultura opposta a quella della violenza, dell’aggressione, dello scontro; un orizzonte strategico in cui la nonviolenza e il disarmo unilaterale (l’aggiunta specifica alla quale costantemente ci richiamava Pietro Pinna) sono valori e pratiche di radicale opposizione alla guerra e al terrorismo, a tutte le forme di violenza che abbiamo visto diventare sempre più feroci e coinvolgere sempre di più cittadini inermi e innocenti; strumenti operativi per la paziente “tessitura” di reti, di attivazione di tavoli ampi di confronto e ricerca tra associazioni e istituzioni, per l’individuazione degli “obiettivi comuni e condivisi” per superare i conflitti, accogliere e sostenere chi fugge da fame e guerra, per essere concreti artefici di politiche di pace e relazioni nonviolente, fra Stati, comunità, umani, nonumani e natura.

Tenendo insieme tutte queste cose, e altre ancora che non vediamo, a ognuno di fare qualcosa, a ciascuno la possibilità di «farsi centro». Consapevoli che agire in queste molteplici direzioni, oltre a richiedere un lavoro infinito (che però è già fine e non mezzo per altro), ci rende centri di radicale «contestazione», di contrapposizione assoluta alla realtà così com’è. Proprio nella necessità di far emergere con “coerenza, continuità, convinzione” questa contrapposizione troviamo anche una prima risposta alla domanda centrale di questa Commissione: quali strategie nazionali, tecniche e modalità di partecipazione territoriale possiamo mettere in campo per aumentare il numero degli aderenti al Movimento Nonviolento e di abbonati alla nostra rivista Azione nonviolenta, con particolare riferimento ai giovani?

Dobbiamo avere il coraggio di incanalare la forza preziosa dei nostri Centri per rendere la visibile la «nonviolenza concreta» (cfr. A. Capitini, An, ottobre 1968, p. 1) poiché non c’è da aspettare nessun «potere nuovo» che venga da altre parti, ma c’è sicuramente la possibilità di articolare un’intensa e complessa attività che tenga insieme mezzi e fini, bisogni e visione. La nostra opposizione alla realtà deve sempre avere il sapore della liberazione e portata avanti come un’aggiunta attraverso la quale l’apertura ai tutti è già vissuta come una festa, preliminare e permanente: con la prassi dei valori la nonviolenza crea il “fatto nuovo” ed è questo che può avvicinare tante ragazze e ragazzi al nostro Movimento. Non possono esserci bastevoli il bacino del Servizio Civile (sul quale pure occorrerà riflettere in vista della sua universalizzazione e di un nostro rafforzato e più capillare impegno) né quello, ancora più limitato, di singole persuasioni che non derivano da una nostra politica associativa. Anche perché, la nonviolenza dal basso può già renderci capaci di costruire una trama incessante di iniziative premurose, affettuose (come il Tu che sentiamo verso Tutti), incisive. E non dobbiamo scoraggiarci se vediamo che c’è ancora tanto da fare: la rivoluzione nonviolenta non può avvenire hic et nunc, ma può essere già vissuta. Questo è ben chiaro.

* Centro di Mantova

** Centro di Fiumicino

*** Centro di Modena

  1. Credo che un modo importante per fare ulteriori e più convincenti esperienze sia quello di cominciare a fare politica a livello locale con liste civiche che abbiamo tra i loro pilastri proprio la nonviolenza. Lista Civica Italiana ha recentemente diffuso un codice per l’autocertificazione delle liste civiche indipendenti che credo possa interessare. La nonviolenza è stata inserita condo punto della seconda parte del codice. Per completezza cito i primi tre punti:
    2.1 Promozione della conoscenza delle diverse culture nel mondo per diffondere il rispetto e la comprensione tra cittadini di nazioni diverse
    2.2 Promozione della nonviolenza
    2.3 Riconoscimento del valore delle differenze, a partire da quella di genere, da cui far discendere la promozione della cultura del rispetto e delle pari opportunità unitamente ad iniziative di contrasto alla violenza, al sessismo, alle discriminazioni.
    Forse si poteva fare di più. Vogliamo parlarne? Chi vuole approfondire trova qui tutto il “Codice di autocertificazione delle liste civiche indipendenti”
    http://www.listacivicaitaliana.org/2017/03/19/codice-per-lautocertificazione-delle-liste-civiche/
    Spero di sentirvi presto!

    Reply
  2. […] ampi stralci del documento sulla forza preziosa dei piccoli gruppi (qui il testo completo) scritto per il XXV congresso del Movimento Nonviolento,  tenutosi a Roma i […]

    Reply

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