La forza preziosa dei piccoli gruppi

La forza preziosa dei piccoli gruppi

Da sabato 19 a domenica 20 agosto si è tenuto a Dalpe, una bella località posta a 1.200 metri sopra Bellinzona, l’incontro seminariale del Centro per la Nonviolenza della Svizzera italiana dedicato ad Aldo Capitini.

Da sabato 19 a domenica 20 agosto si è tenuto a Dalpe, una bella località posta a 1.200 metri sopra Bellinzona, l’incontro seminariale del Centro per la Nonviolenza della Svizzera italiana dedicato ad Aldo Capitini.

Tra le molte attività che il Centro svolge vi è questo annuale appuntamento estivo, nella casa di montagna di Luca, il responsabile del Centro, e della moglie Silvana. Ne hanno fatto un luogo di calda e straordinaria accoglienza. Sono stato invitato come relatore. Grazie all’attenzione e disponibilità dei partecipanti, e all’aiuto nell’animare l’incontro offerto da Elena Buccoliero, il Seminario ha raggiunto il suo principale obiettivo: conoscere l’elaborazione teorica di Aldo Capitini, la sua capacità di lettura profonda dei processi in atto. Con i ripetuti tentativi di operare nella direzione della nonviolenza in situazioni diverse, sotto e contro il regime fascista, ha indicato una strada per la costruzione di una democrazia aperta, ben indicata nella Costituzione, ma poco e male perseguita dalle forze politiche, per contribuire con la proposta della nonviolenza a tradurre nella realtà, non solo sulla carta, la sovranità del popolo. Il potere dei tutti, diceva Capitini, consapevoli e capaci di esercitare il loro potere, formati al controllo delle autorità e all’iniziativa in assemblee competenti, nonviolente, non menzognere, in un confronto fondato sul dialogo, sulla ragione, sull’apertura.

Ci fu un promettente avvio, nell’immediato dopoguerra, di queste assemblee, denominate Centri di Orientamento sociale. Scrive Capitini in “Attraverso due terzi del secolo”:

“Subito dopo la liberazione di Perugia, nel luglio 1944, costituii il Centro di orientamento sociale (C.O.S.) per periodiche discussioni aperte a tutti, su tutti i problemi amministrativi e sociali. Fu un’iniziativa felice che convocava molta gente e le autorità (tra cui il prefetto e il sindaco), molto desiderata da tutti per l’interesse ai temi e per la possibilità di «ascoltare e parlare»; e si diffuse nei rioni della città, in piccole città dell’Umbria, e in città come Firenze e Ferrara. Nessuna istituzione la diffuse e la moltiplicò, e il mio sogno che sorgesse un C.O.S. per ogni parrocchia era molto in contrasto con il disinteresse e l’avversione che, dopo pochi anni, sorse in molti contro un’istituzione così indipendente, aperta, critica…”.

Ho studiato in modo approfondito la breve, ma non effimera, esperienza ferrarese e ho visto come ai temi locali se ne siano aggiunti altri di ampio e amplissimo respiro: la riforma religiosa come pure l’obiezione di coscienza o la possibilità del divorzio. Si era nel ’46. Per il riconoscimento degli ultimi due si sono attesi gli anni ’70. Capitini diceva nel C.O.S. si può e deve discutere di “patate e ideali”, è bene anzi che siano compresenti.

Oggi abbiamo strumenti diversi e potenti, ma l’assenza di uno spazio nonviolento e ragionante sembra evidente e pesare in profondità nella crisi della democrazia. Nessun contributo pare venire da nuove leggi elettorali o da proposte di democrazia diretta fondate su un clic al computer. Un contributo è parso invece l’ultimo scritto di Capitini, 6 ottobre 1968, il giorno prima del suo ricovero per l’operazione alla quale non è sopravvissuto. Si intitola “La forza preziosa dei piccoli gruppi”. Conserva il clima di quegli anni, ma leggendolo e discutendone, proprio al termine del Seminario, è parso offrire considerazioni che, utili e non ascoltate in passato, potrebbero esserlo oggi.

Centro per la Nonviolenza della Svizzera italiana 1

Concludo riportando la parte iniziale del testo e invitando a leggere Capitini.

“Il fatto dei gruppi di contestazione in atto è importante. Essi hanno la fiducia di essere efficienti, sia perché hanno il coraggio di scendere in piazza, specialmente nei luoghi di lavoro: università o fabbrica, sia perché urtano direttamente il sistema, rompendone delle parti, cose o persone.

Ma sono evidenti questi gravi limiti:

  1. l’attenzione dei gruppi è verso gli avversari con cui lottare (poliziotti, uomini del potere politico o economico), invece che alla solidarietà con le persone con cui e per cui operare: queste passano in seconda linea o non sono nel pensiero, perché interessa l’urto (e questa è la ragione per cui nei gruppi si mescolano persone che amano menar le mani, buttarsi al rischio, e non altro);
  2. manca talvolta nei gruppi una coscienza precisa dei perni guasti del sistema da mutare, dei fini e del rinnovamento da instaurare (non basta dire: contro il capitalismo, contro il potere, se poi si producono un capitalismo e un potere molto più duri);
  3. c’è spesso nei gruppi la tendenza a misconoscere o urtare “i più”, come se siano complici o addormentati nel sistema, e vadano spaventati (mentre bisogna fare come se potenzialmente siano dalla parte del rinnovamento);
  4. i gruppi non danno la garanzia, con il loro modo di agire e di trattare gli altri, che, se avessero il potere, questo sarebbe di tutti.

Tuttavia noi nonviolenti possiamo comprenderli meglio di ogni altro, perché la nostra contestazione del sistema è generale, per le ragioni che sempre diciamo:

  1. non vogliamo che ci sia un sistema che agisca con la violenza fisica sulle persone di origine vicina o lontana;
  2. non vogliamo che ci sia un sistema che mantenga (con la violenza) l’inferiorità della povertà di tanti esseri umani;
  3. non vogliamo che si possa “manipolare” l’opinione degli altri, diffondere cose false o tendenziose, o privare alcuni esseri della libertà di informazione e di critica;
  4. non vogliamo che si amministri e governi ciò che è pubblico senza la costante possibilità del controllo di tutti dal basso.

Ma noi sviluppiamo questa contestazione in un modo nostro, diverso dai gruppi violenti, perché:

  1. il nostro animo e il nostro metodo non è contro le persone, ma contro certi fatti, certe strutture, certi modi di agire, che possono essere sostituiti da altri. Noi facciamo appello continuamente alla possibilità di miglioramento in futuro degli esseri, e perciò il nostro contrasto è con un certo determinato agire e non con tutta la persona. La garanzia che perciò possiamo dare a tutti non è tanto di difendere ad oltranza le loro cose, quanto di difendere i valori di tutti, qualche cosa che è reale o potenziale, oggi o domani, in tutti gli esseri (noi saremo sempre per la promozione in tutti della libertà, dello sviluppo, dell’uguaglianza, della nonviolenza ecc.);
  2. per noi è molto importante il rapporto con le persone, che può essere di solidarietà in certe campagne nonviolente, e può essere indipendente da queste; sempre siamo interessati alle persone e agli altri esseri, al tu, al dialogo, alle assemblee. Noi sappiamo che c’è sempre da praticare e perfezionare questo rapporto, ad ogni livello e occasione della nostra vita;
  3. per noi i beni sono, più o meno esplicitamente, di tutti, aperti alla fruizione pubblica. Deve diventare assurdo che ci sia un escluso, un mancante, un misero, mantenendo diversi livelli sociali e una limitazione di possibilità per alcuni;
  4. le frontiere vanno superate, e la parola “straniero” è da considerare come appartenente al passato. Ogni comunità vive nell’orizzonte di tutti, e perciò non è troppo grande, ed è collegata con le altre federativamente. Ma se vi sono spostamenti di genti, esse non sono da sterminare, ma da accogliere, tenendo pronte strutture e provvedimenti che rendano possibile questa apertura. (…)”

Contatti con il Centro per la Nonviolenza della Svizzera italiana :www.nonviolenza.ch

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