La nonviolenza oggi, tra crisi del pacifismo e legittima difesa

La nonviolenza oggi,  tra crisi del pacifismo e legittima difesa

Piccoli ma importanti riconoscimenti per noi del Movimento Nonviolento, proprio alla vigilia del suo venticinquesimo Congresso nazionale, che si terrà il prossimo fine settimana, e che ha come titolo: “Coerenza, continuità, convinzione. La nonviolenza oggi”.

Lo scorso ottobre il Servizio di consulenza linguistica dell’Accademia della Crusca, ha sentenziato che “la lessicografia contemporanea considera la forma univerbata “nonviolenza” come un’unità lessicale: esito che senza dubbio è stato favorito dalla spinta del Movimento Nonviolento, che ha attribuito un nuovo valore alla parola”. Insomma, la nonviolenza entra nel Vocabolario, scritta tutto attaccato, proprio come voleva Aldo Capitini già negli anni sessanta del secolo scorso, per dare un senso positivo al termine, superando la semplice negazione della violenza, così come ha fatto recentemente Papa Francesco, scrivendo il messaggio per la Giornata della pace, 1 gennaio 2017: “La nonviolenza, stile di una politica per la pace”.

Piccoli ma importanti riconoscimenti per noi del Movimento Nonviolento, proprio alla vigilia del suo venticinquesimo Congresso nazionale, che si terrà il prossimo fine settimana, e che ha come titolo: “Coerenza, continuità, convinzione. La nonviolenza oggi”.

Ma i nodi che i nonviolenti riuniti a Roma nei giorni 1 e 2 aprile dovranno affrontare sono tutti politici: il declino del movimento pacifista messo in scacco dal proliferare di muri e fili spinati, e la virulenta campagna per lo sdoganamento della “legittima difesa”.

Il movimento per la pace ha attraversato tutte le stagioni politiche, dagli anni cinquanta ad oggi. Con fasi alterne: ora di massa, ora carsiche. Il suo obiettivo è ben preciso: abolire gli strumenti che rendono possibile la guerra, indicando politiche alternative di pace, per la soluzione dei conflitti e la convivenza. Oggi questa storia è però a rischio. Forse mai come ora il movimento pacifista gode di scarso consenso nell’opinione pubblica, chiusa, disorientata, impaurita da guerre e terrorismi che sente sempre più vicini. Evidentemente errori di strategia e di comunicazione sono stati compiuti.

Quindi una riflessione si impone. I pacifisti rischiano di gettare via un enorme patrimonio accumulato in decenni di iniziative; devono invece tornare ad essere capaci di offrire al paese un movimento per la pace serio, maturo, consapevole e finalmente convincente.

Nell’ambito del più generale (e a volte generico) movimento per la pace, i nonviolenti rappresentano forse una minoranza, ma certamente sono molto attivi, propositivi, hanno una strategia unitaria e lavorano per rafforzare l’opzione nonviolenta.

Le istituzioni hanno già accolto molte delle nostre proposte come il Servizio Civile universale e la sperimentazione dei Corpi Civili di pace. Ora, con la Campagna “Un’altra difesa è possibile” vogliamo ottenere il riconoscimento e la pari dignità tra la difesa armata e la difesa civile, per dare piena attuazione all’articolo 52 della Costituzione. In questo momento particolare, nel quale viene agitato il tema della ‘legittima difesa’ per preludere ad un tipo di difesa personale fai-da-te, in una società dove vince chi è più armato, dare una veste istituzionale alla difesa nonviolenta può essere la risposta migliore per mantenere il dibattito dentro al quadro costituzionale, con proposte concrete ed efficaci. Il lavoro della nonviolenza è soprattutto preventivo.

Noi nonviolenti non vogliamo accodarci al coro di chi parla male e denigra tutto e tutti, tranne se stesso: sarebbe troppo facile e altrettanto inutile. Vogliamo agire per la buona politica, a partire dal modo in cui stiamo lavorando, da cinquant’anni, per sviluppare il nostro Movimento, fatto di tante esperienze locali radicate nel territorio. Dubitiamo dei partiti personali, che si identificano nella figura del leader (politico o antipolitico che sia), e sappiamo che la costruzione di un soggetto politico ampio e partecipato è un percorso difficile, ma indispensabile.

Oggi stiamo conoscendo la “pars destruens” (la parte che distrugge) del processo politico. E’ una fase che affida il ruolo di protagonista a chi più sa colpire, nel mucchio, anche se non ha progetti ben definiti, ma sa urlare. Noi invece preferiamo e stiamo già lavorando alla “pars costruens” (la parte che costruisce), con le nostre campagne culturali di tipo pratico per la diffusione del metodo e del pensiero nonviolento. Sappiamo che la condizione preliminare per ricostruire la politica e orientarsi al benessere di tutti è l’opposizione integrale alla guerra.

Mao Valpiana

27 marzo 2017

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