La trilogia dei morti di George Romero: gli zombi siamo noi

La trilogia dei morti di George Romero: gli zombi siamo noi
Da questo mese la rubrica di cinema di Azione nonviolenta sarà curata da un esperto in materia, molto meno pigro del sottoscritto, che mi affiancherà nel tentativo di rendere questo spazio un ambito di riflessione, discussione, partecipazione sui film(s)  proiettati nelle sale in relazione a tematiche di indagine sociale, politica, comunicativa che offrano una prospettiva altra sul mondo circostante. Quindi, è con molta gioia che vi invito alla scoperta di queste pagine, scritte da una penna di alta qualità, nonché mio caro amico.
Buona lettura.
Enrico Pompeo

La trilogia dei morti di George Romeno: gli zombi siamo noi

di Gianluca Pelleschi

Tutto ha inizio nell’isola di Haiti: un sacerdote cattura l’anima di un disgraziato e lo zombifica. Inscena la morte della vittima per poi fingere di resuscitarla e renderla sua schiava, privandola di pensieri e volontà autonomi. Come ricordano Doni e Tomelleri nel loro recente saggio Zombi – I mostri del neocapitalismo, Haiti fu la prima isola scoperta da Cristoforo Colombo e la popolazione indigena venne ben presto schiavizzata e costretta a lavorare nelle miniere. Il folclore di un popolo che vive lo schiavismo come qualcosa di simile a un mito fondativo, quindi, partorisce la figura dello Zombi e lo condanna, ab initio, a diventare una Grande Metafora: lo Zombi come immagine dello schiavo, dello schiavismo e dell’oppressione sociale. Sembra insomma che la genesi dello zombi ne cristallizzi subito il portato metaforico, connaturato alla sua origine. Il cinema horror pre-Romero è rimasto sostanzialmente legato alla zombi caraibico: sia che si parli dello scienziato nazista di Revenge of the Zombies (Steve Sekley, 1943), dello stregone di White Zombie (Victor Helperin, 1932) o della madre del Tourner di I Walked With a Zombie (1943), lo zombi è sempre uno schiavo al servizio di qualcuno.zombi-lanottedeomortiviventi

Nel 1968, però, cambia tutto: Night of The Living Dead (La Notte dei Morti Viventi) è un piccolo film indipendente dal budget esiguo, girato in un bianco e nero sgranato, spesso con la macchina a mano, e sovverte molti dei canoni horror classici. Ed è una Grande Metafora. Romero stesso incoraggia la lettura allegorica del suo film dichiarando che vorrebbe “tracciare un parallelo tra quello che le persone stanno diventando e l’idea che le persone si muovano su diversi livelli di follia, chiari solo a loro stesse”. Già. Ma cosa stavano diventando, esattamente, le persone? Il fatto che siamo in clima maggio francese incoraggia la politicizzazione della pellicola, ma la chiave di lettura non sembra univoca. Le molte vulgate, costruite anche col senno di poi, proiettano nello zombi lo spettro del capitalismo, la violenza che si annida nel Sogno Americano, l’angoscia legata alla guerra del Vietnam, il razzismo e la disintegrazione della famiglia nucleare. Poi c’è anche chi, come Teo Mora, tracciando un percorso del cinema fantastico americano, vide nei living dead sessantottini il passaggio dal rifiuto del totalitarismo degli zombies anni 40, coi loro padroni aristocratici e nazisti, alla paura del lavaggio del cervello in stile body snatchers, per approdare al “terrore dello scatenarsi di una furia e di una violenza incontrollate e irrazionali”, con riferimento forse al lato violento e irragionevole della contestazione parigina. Tornando alle parole di Romero, quindi: cosa stanno diventando le persone? Chi sono e cosa rappresentano gli zombi? Il vero volto del sogno/incubo americano o la furia irrazionale dei contestatori? La sola cosa certa, e che spinge forse alla sovrainterpretazione, è che questo piccolo horror parla evidentemente di noi. Anche visivamente, cinematograficamente, i morti viventi non sono ancora i mostri in avanzato stato di decomposizione che verranno ma uomini del tutto simili ad altri uomini: il primo zombi dell’era moderna non viene neanche riconosciuto come tale dai personaggi del film, Barbara e Johnny, che si accorgono del pericolo solo quando vengono fisicamente aggrediti. I contorni allegorici degli zombi sono quindi tanto evidenti quanto sfumati, rarefatti e forse addirittura eterodiretti: metafore polisemiche nelle quali si è portati a proiettare concetti anche contraddittori, spinti dalla sensazione che in qualche modo facciano da specchio deformante quanto fedele alla società americana complottista post- assassinio Kennedy, in preda alla schizofrenia, alla paura del vicino di casa e lacerata dalla guerra del Vietnam. Se quindi l’intrinseca identità metaforica dello zombi è sfuggente, la cosa certa è che la presenza, l’incombere, l’assediare dei morti fanno esplodere la stupidità, la violenza e l’egoismo dei vivi. Caratteristica, questa, che rimarrà una costante nel Cinema dei Morti Viventi, non solo romeriano. Gli assediati nella casa di campagna tirano fuori il peggio di sé, litigano, si rivelano meschini e bugiardi, si abbandonano e si tradiscono, dimostrandosi non meno ottusi e violenti degli assedianti. Se è giusto vedere in quella casa sprangata un microcosmo della società americana, quella società ne esce letteralmente a pezzi. Col microcosmo nel microcosmo, la cellula base di quella società, cioè la famiglia, che ribadisce il concetto: la figlia uccide i genitori e li divora. E un finale raggelante: il solo personaggio positivo, l’eroe nero Ben, riesce a salvarsi per poi venire ucciso, con un colpo di fucile alla testa, da una squadriglia di volontari intenzionati a riportare “l’ordine”, capitanata da uno sceriffo redneck e fascistoide: dove ha fallito la furia omicida dei morti, cioè, che non sono riusciti a uccidere l’eroe del film, riesce quella non meno bieca e ottusa dei vivi, che giocano al tiro al bersaglio.

zombi-ilgiornodeglizombiGeorge Romero tornerà altre cinque volte sui Morti (non più) Viventi, esplicitando il sottotesto politico delle sue creature e adattandolo al contesto nel quale si trova di volta in volta a produrre. Il primo sequel di Night of the living dead è Dawn of the dead (Zombi, 1978). Il film inizia in medias res, l’invasione degli zombi è servita come un dato di fatto del quale non viene fornita nessuna spiegazione (pseudo)razionale (in Night si accennava a una sonda spaziale mandata su Venere e poi distrutta dalla NASA perché fonte di strane radiazioni), e i protagonisti, anche stavolta, si barricano in un luogo chiuso, un centro commerciale, dove lottano per la sopravvivenza. Non solo contro gli zombi, ovviamente, perché come al solito gli umani non mancheranno di uccidersi a vicenda in una feroce lotta territoriale. Ma quello che è rimasto scolpito nell’immaginario collettivo, è l’ormai iconico assedio dei morti viventi al Mall quale luogo importante della loro vita passata, luogo intorno al quale continuano ad ammassarsi senza un reale perché, per mera coazione a ripetere (espressione abusatissima che riporto, forse, per mera coazione a ripetere vecchi cliché critici). La chiave interpretativa, stavolta, è immediata e univoca: il morto vivente, ultimo capitolo della bio-socio-antropologia umana, diventa l’emblema della società capitalista in piena bulimia consumistica, che arriva ad autoconsumarsi (si autodivora, letteralmente) dall’interno. E nella solita omologia vivi-morti, dentro-fuori, assediati-assedianti, anche il manipolo di sopravvissuti si dà allo shopping/saccheggio, all’interno dei negozi del centro commerciale, in una scorribanda tra gli scaffali che Romero cinematografa quale unico momento di distensione e relativa serenità concesso ai malcapitati (e al film tutto): la sicurezza degli oggetti inutili, l’acquisto ossessivo compulsivo come unico sollievo possibile, barlume di effimera gioia in un mondo/film altrimenti buio e disperato.

Il terzo capitolo della trilogia classica romeriana (alla quale va aggiunta la seconda trilogia/appendice/postilla Land of the dead – 2005 – Diary of the Dead – 2007 – e Survival of the Dead – 2009 – ), è Day of the Dead (Il giorno degli zombi, 1985). L’incipit del film, la città apparentemente deserta in mano agli zombi, molto citato (e anche campionato dai Gorillaz del primo album eponimo, nella canzone M1A1), chiarisce subito il legame diretto con i precedenti capitoli della saga: Night mostrava la vera dawn (alba) dei morti viventi, Dawn presupponeva invece un’apocalisse in corso d’opera mentre il Day of the Dead è in realtà il day after, ossia la post apocalisse. Si tratta di un’altra Iliade, per dirla con Raymond Queneau, quindi di un assedio, in cui esplodono le difficili, e alfine esiziali, interazioni umane all’interno dell’eterogeneo manipolo di sopravvissuti. Il luogo prescelto, stavolta, è una base militare sotterranea comandata da un gruppo di militari violenti e ottusi. Siamo in piena era Reagan, sono gli anni dell’Impero del Male, della corsa al riarmo, dello Scudo spaziale e dell’invasione di Grenada: difficile non dare una lettura politica del film, di stampo pacifista, antimilitarista e antireaganiano. Ma non solo, perché Romero inserisce pleonastici quanto significativi approfondimenti sulla biologia degli zombi: lo scienziato pazzo Matthew Logan compie infatti singolari esperimenti in grado di chiarire, una volta per tutte, che i morti viventi agiscono in assenza di reali motivazioni fisiologiche, dato che una volta privati degli organi interni, apparato digerente compreso, continuano ad avere fame di carne umana. Lo zombi, dunque, si conferma emblema perfetto del consumatore finale, definitivo, spinto dall’ossessivo impulso di soddisfare bisogni inesistenti. E gli zombi, basta guardarsi intorno, siamo (sempre stati e siamo sempre) noi.

  1. Bel lavoro Gianluca.
    Ti segnalo solo un refuso nel titolo: “ROMENO”! Che potrebbe però prestarsi anche ad altre interpretazioni…
    Un caro saluto
    A presto
    Mimmo Cortese

    Reply

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