Noi siamo le nostre relazioni – Relazione introduttiva al Congresso – di Pasquale Pugliese e Mao Valpiana

Noi siamo le nostre relazioni – Relazione introduttiva al Congresso – di Pasquale Pugliese e Mao Valpiana

Relazione introduttiva al Congresso – di Pasquale Pugliese * e Mao Valpiana **

La nostra Memoria

Dedichiamo questa Relazione a Piero Pinna, cofondatore, con Aldo Capitini ed altri pochi amici, del nostro Movimento. Piero ci ha lasciati un anno fa e questo è il primo Congresso che celebriamo in sua compresenza e sentiamo il suo sguardo benevolo accompagnarci.

Pur con la riconoscenza che dobbiamo ai pionieri della nonviolenza, non vogliamo rimanere imbrigliati nella nostalgia del passato, sappiamo che tocca a noi ora scrivere pagine nuove da mettere su quel conto che la nonviolenza ha aperto in ogni paese, in cui ciascuno può depositare via via impegni e iniziative.

Vogliamo farlo a partire da questo Congresso, che saprà dire parole nuove ma nel solco di una storia dalla quale discendiamo.

Usiamo proprio le parole di Pinna:

La cosa fondamentale non è la conoscenza del metodo come il possesso di uno strumento, ma ciò che è nell’animo, cioè l’apertura allo spirito della nonviolenza. Che è questo spirito? Capitini lo condensa in una formula: “Nonviolenza è apertura [cioè interesse, appassionamento, amore] all’esistenza, alla libertà e allo sviluppo di ogni essere”; apertura radicata nel “sentimento dell’unità amorevole di tutti”, operante verso tutte le persone “nella loro individualità singola e distinta”. È per un verso la determinazione di non danneggiare alcuna creatura vivente, dall’altro verso la volontà di assecondarne lo sviluppo nel bene, nel meglio. Un modo di fare dunque radicalmente altro da quello corrente, dominato dall’egoismo, dalla divisione e dalla violenza.

Questo è l’orizzonte. Ringraziamo Pietro Pinna per tutto quello che ci ha insegnato, per la “coerenza, continuità, convinzione” che ha testimoniato con la sua vita.

Così come vogliamo ringraziare anche Nanni Salio, che se n’è andato troppo presto. Di lui ci mancherà la lucidità, la capacità di analisi, la lungimirante visione, e ancora la “coerenza, continuità, convinzione”. Nanni ci aveva salutati in apertura e chiusura del nostro precedente XXIV Congresso di Torino.

Ringraziamo anche Fulvio Cesare Manara, che pure ci ha lasciati nel 2016, studioso raffinato, umile, appassionato; a lui dobbiamo moltissimo per i suoi lavori divulgativi e gli insegnamenti su Gandhi e la nonviolenza.

Ricordiamo Piero, Nanni, Fulvio, perché sono doni vivi dati a noi, ed è nostro debito trasmetterne lo spirito; consapevoli della loro compresenza nel nostro lavoro di questi due giorni.

Come scriveva Alexander Langer in Minima personalia: “Tra le maggiori fortune che mi sono state date in sorte, considero i rapporti con le tante e diverse persone che ho potuto incontrare e conoscere […] vivo come una delle mie maggiori ricchezze gli incontri già familiari o nuovi che siano che la vita mi dona”… così è anche per il nostro Movimento, che vive attraverso le relazioni che ha saputo costruire, e che oggi vogliamo valorizzare.

Tre anni intensi

Questi ultimi tre anni che ci separano dal Congresso di Torino sono stati tra i più densi d’inziativa politica del Movimento Nonviolento. Il 25 aprile del 2014, all’Arena di pace e disarmo, straordinaria manifestazione politica, lanciavamo la campagna Un’altra difesa è possibile raccogliendo intorno ad essa le sei Reti che la sostengono, il lavoro dei comitati locali e le cinquantamila firme dei cittadini che hanno consentito alla proposta di legge di approdare al Parlamento, dove ha raccolto anche le firme dei 74 deputati, che hanno così avviato l’iniziativa parlamentare ed ottenuto l’incardinamento nelle Commissioni parlamentari. Poi il lancio della seconda fase, con gli Stati generali della difesa civile non armata e nonviolenta, a Trento il 3 e 4 novembre 2016, fino alle ventunomila cartoline indirizzate ai deputati che abbiamo da poco consegnato al Presidente della Commissione difesa con la richiesta della calendarizzazione della discussione. In tre anni abbiamo fatto un lavoro importante raggiungendo tutti gli obiettivi. Ora dobbiamo definire e lanciare la terza fase della Campagna, fino al conseguimento del risultato.

Pur essendo da sempre un’organizzazione piccola sul piano meramente quantitativo, il Movimento Nonviolento in questi anni di crisi del “movimento pacifista” è diventato sempre di più punto di riferimento e di servizio di un’area più ampia, svolgendo un ruolo di equilibrio rispetto alle diverse anime della campagna Un’altra difesa è possibile e di traino rispetto a contenuti e passaggi organizzativi: svolgiamo il ruolo di coordinamento della Campagna e la segreteria organizzativa è presso la nostra sede nazionale.

È in quest’ambito che abbiamo favorito la promozione dell’Osservatorio sulle spese militari italiane; abbiamo deciso di sostenere la nascita e il lavoro di MIL€X perchè convinti che la ricerca della verità sui numeri e i costi della spesa militare sia già pratica di nonviolenza.

Segnaliamo anche la nostra partecipazione attiva all’edizione 2016 del Festival Filosofia di Modena con la mostra Senza Offesa. Strategie di opposizione nonviolenta. Oltre all’orgoglio di essere stati riconosciuti come interlocutori filosofici del Festival, ci resta la bella Mostra sulla nostra storia ora a disposizione di tutto il Movimento per ulteriori suoi utilizzi didattici. Questo nostro ruolo anche “filosofico”, cioè di elaborazione e divulgazione del pensiero nonviolento, intrecciato con la prassi, l’abbiamo svolto anche contribuendo fattivamente al giro dell’amico Giuliano Pontara di presentazione in Italia del suo recente lavoro Quale pace?.

Infine i “documenti” politici del Movimento – dalle ragioni di dissenso rispetto alla marcia Perugia-Assisi 2016, alle nostre riflessioni in merito di referendum costituzionale – hanno avuto un’importante circolazione in rete e sono stati considerati elemento di riflessione in ambiti più larghi.

Il movimento per la pace

Ancor oggi nel cosiddetto generico “movimento per la pace” c’è chi ha nostalgia delle grandi manifestazioni che per decenni hanno rincorso le guerre senza riuscirne a fermare nessun cacciabombardiere, a partire da quella storica del 15 febbraio del 2003, quando milioni di persone scesero in piazza contemporaneamente in tutto il pianeta per dire “No alla guerra in Iraq”, al punto che il New York Times definì quel movimento la seconda “superpotenza”. Fu il momento di massima forza del movimento per la pace, globalmente inteso, ma anche di massima debolezza, non riuscendo a ritardare di un giorno l’invasione pretestuosa dell’Iraq, dimostrando l’inefficacia dell’impegno solo reattivo.

Oggi questo movimento è obbligato a confrontarsi con che papa Francesco chiama “terza guerra mondiale diffusa”, ed ha il suo tragico emblema nella guerra in Siria, che ha fatto emergere in tutta la sua drammatica confusione il problema dell’identità del cosiddetto “movimento per la pace” (quel movimento che Nanni Salio definiva “il movimento che non c’è”, perché composto da soggetti eterogenei che non hanno la costruzione della pace come obiettivo specifico, ma solo come aspirazione generica, parziale, temporanea, sempre subordinata ad altre priorità).

Per esplicitare il nostro pensiero, prendiamo a prestito parole di Pietro Pinna:

il grande e variegato Movimento della pace è indubbiamente meritevole, generoso, nobile nelle intenzioni, ma immancabilmente inconsistente ed effimero nei fatti. Ciò perché, inattivo e silente in un dormiveglia prolungato, ne viene destato soltanto all’approssimarsi della guerra, mobilitato ora a contrastarne la minaccia con un profluvio di proclami, appelli, prese di posizione ecc. Ma come sempre ad ogni guerra è dato tristemente di registrare, finisce quel contrasto pacifista, nella sua tardiva e mera protesta verbale, per risultare di una penosa assoluta scontata inconcludenza, pari a quella di voler arrestare un ciclone con una reticella da farfalle.

Insomma, se vero pacifismo dev’essere, se vogliamo definitivamente affossare la guerra (“la più grande trasformazione che abbia mai avuto la storia umana” asseriva Norberto Bobbio), essa va combattuta all’origine, nella lotta qui ed ora contro l’installazione del suo strumento essenziale, l’esercito. Altrimenti avremo, come sempre è stato, è e continuerà ad essere, la guerra.

Abbiamo insistito su questo nodo del Movimento per la pace, per un semplice motivo: perché ci sta molto a cuore e ci sentiamo ad esso legati fraternamente. È per questo che il MN partecipa attivamente alla Rete della Pace, fin dalla sua costituzione. Confermiamo qui il nostro ruolo in Rete Pace, pur se in alcuni momenti i nostri giudizi si sono differenziati, come ad esempio rispetto alla partecipazione alla Marcia Perugia-Assisi dell’ottobre scorso. Non vogliamo dilungarci sulla questione (rimandiamo a quanto già scritto nel nostro documento specifico), ma siamo convinti che dopo più di 50 anni, sarebbe il momento di fare una valutazione collettiva ed anche ripensare ai modi di comunicazione e di espressione del più vasto movimento. Marciare in corteo da Perugia ad Assisi nel 1961 era un fatto assolutamente innovativo e rivoluzionario; continuando a farlo ogni due anni si cade nell’inefficace ritualità. Chiediamo ancora, quindi, una riflessione profonda e critica sul senso della Marcia oggi, come forma collettiva di azione nonviolenta orientata a precisi obiettivi politici. Non possiamo più permettere che all’opinione pubblica venga presentato un movimento per la pace inadeguato, autoreferenziale, inconcludente, non all’altezza delle sfide del nostro tempo.

Emerge ancora una volta, dunque, l’urgenza della costruzione di un vero movimento per la pace, nazionale e internazionale.

Da parte nostra lanciamo la proposta della convocazione di una importante iniziativa politica nonviolenta nazionale nel 2018 in vista di tre date simboliche: il 2 ottobre, Giornata della nonviolenza, il 16 ottobre, cinquantesimo della morte di Capitini, e il 4 novembre, centenario della fine della prima guerra mondiale; con le altre Reti della Campagna possiamo forse pensare ad una seconda edizione dell’Arena di pace e disarmo, una assemblea per “voltare pagina”, per chiudere un secolo di storie di guerre e per inaugurare il tempo della Difesa civile non armata e nonviolenta.

La politica

C’è, nel Paese, un grave problema politico che evidentemente deriva da un problema culturale.

Populismo, leaderismo, demagogia, voglia di uomini forti al comando, sfiducia nella democrazia e nelle istituzioni, giustizialismo fai da te, etc. costituiscono nell’insieme uno scenario molto preoccupante. La debolezza della politica emerge anche dalla rincorsa al costante rinnovamento senza contenuti di vero cambiamento, dalla continua frammentazione e nascita di nuove formazioni, senza riferimenti ideali.

Non esiste una politica che si incarna nell’uomo della provvidenza, se manca il quale tutto salta. La politica è necessariamente un processo collettivo, dove si può raggiungere oggi quello che si è preparato ieri. Un processo politico deve avere il tempo di sperimentarsi e radicarsi nel territorio. Anche qui sono assolutamente necessarie “coerenza, continuità, convinzione”.

Anche il nostro Movimento è un soggetto politico, seppur non partitico – poiché l’impegno per la Polis ha una dimensione ben più ampia della sola rappresentanza istituzionale – svolgendo nella sua storia ultra-cinquantennale anche un’importante funzione pre-politica, di formazione ed educazione alla politica, tramite le proprie campagne, anche con momenti di apertura e aggiunta verso partiti che dimostravano interesse per la nonviolenza (dai Radicali ai Verdi, a Rifondazione). In questa fase, non c’è alcun partito – neanche nella riorganizzazione in corso della sinistra – che abbia posto il disarmo, la riconversione sociale delle spese militari e civile dell’industria bellica, la costruzione delle alternative alla guerra, a fondamento della sua azione politica. Tuttavia sappiamo individuare singoli esponenti di partiti con i quali collaboriamo proficuamente o particolari lodevoli esperienze amministrative locali.

Nel drammatico scenario internazionale e nazionale, nel quale non si è mai speso tanto per preparare e fare le guerre, il nostro compito oggi è di far entrare il tema essenziale della costruzione della pace con mezzi pacifici nell’agenda della politica. Una nostra aggiunta specifica può essere quella di “scuole della nonviolenza politica”. I nostri centri territoriali siano anche palestre dove formare cittadini attivi all’azione diretta nonviolenta, alla disobbedienza civile, alla non collaborazione, all’obiezione di coscienza, soprattutto tramite le campagne culturali di tipo pratico nelle quali il Movimento si impegna.

I nostri strumenti

I risultati fino ad oggi raggiunti, sono dovuti principalmente al lavoro collettivo che Direttivo e Comitato di Coordinamento hanno saputo svolgere. Ma questo lavoro non sarebbe possibile se alle loro spalle non vi fosse il lavoro quotidiano dei nostri Centri territoriali. Oltre alla tenuta dei gruppi storici (Torino, Brescia, Verona, Ferrara, Reggio Emilia, Livorno) dobbiamo registrare positivamente la crescita ed il consolidamento dei Centri di Fiumicino, di Modena e l’avvento del nuovo gruppo di Mantova, così come l’importante lavoro di singole persone che, costituendo praticamente un centro personale, riescono comunque a sostenere importanti iniziative territoriali a Trento, a Mestre, a Bari. Infine segnaliamo il lavoro regionale in Sardegna, che ruota attorno alla bella esperienza della Casa per la pace di Ghilarza, e la nostra sede “all’estero” con il gruppo svizzero di Bellinzona. È così che il MN cresce.

Vi sono poi i rapporti che il MN intrattiene con le reti o coordinamenti di cui fa parte.

Facciamo parte del Tavolo interventi civili di pace (grazie a Daniele Taurino) e alla Rete Ipri-ccp (grazie a Rocco Pompeo); siamo partner della Rete italiana Disarmo (grazie a Massimilano Pilati) e della Rete della Pace (grazie a Mao Valpiana); siamo osservatori nella Conferenza nazionale degli Enti di Servizio Civile (grazie a Daniele Lugli); collaboriamo attivamente con la Fondazione Alexander Langer Stiftung (grazie a Caterina Del Torto); partecipiamo alla vita internazionale del Beoc, il Bureau europeo per l’obiezione di coscienza (grazie a Martina Lucia Lanza, che segue anche, ma vorremo poter fare di più, le attività della War Resisters’ International di cui siamo sezione italiana).

A questo risultato aggiungiamo un uso più consapevole dei nostri mezzi di comunicazione. Azione nonviolenta – compiuti i 50 anni con la festa popolare a Modena nell’estate del 2014 – è diventata un bimestrale di approfondimento e formazione con numeri monografici che svolgono un’importante funzione culturale e formativa (grazie alla redazione coincidente con il Coordinamento del MN e al gruppo di lavoro dei giovani del Litorale romano). Ad essa abbiamo affiancato l’edizione on line Azionenonviolenta.it che sta sul confronto quotidiano, rilanciando notizie, articoli e comunicati nostri e delle reti delle quali facciamo parte. Infine, anche le pagine social collegate al Movimento – Movimento Nonviolento, Azione nonviolenta, Aldo Capitini – pur non avendo numeri da grande organizzazione, sono in crescita costante.

Migrazioni ed Europa

Il tema con il quale abbiamo voluto aprire questo congresso è la sfida che la nonviolenza dovrà affrontare nei prossimi anni: Migrazioni e conflitti. Politiche per la città aperta. In un flusso contrario rispetto a quello dell’esportazione di armi, masse di profughi fuggono da guerre, terrorismi, povertà e cambiamento climatico, muovendo verso l’Europa, che alza muri e riscopre i fascismi. Lo scenario è inquietante, ma la nonviolenza è forse l’unico punto di vista che può offrire soluzioni positive. Ci vengono in aiuto parole profetiche di Langer: “L’Europa oggi non è più scontata: l’avanzata dei nazionalismi e di ogni genere di esclusivismo etnico, persino l’epurazione etnica che ricompare, ne minacciano le fondamenta. C’è un altissimo bisogno, in Europa e nel mondo, di esempi positivi, di una strada che porti all’integrazione, alla democrazia, alla pace, alla giustizia sociale, alla preservazione dell’ambiente: vogliamo che l’Unione sia un esempio positivo e che lo sia senza scaricarne i costi ed i pesi sugli altri. Insomma: c’è bisogno dell’Europa come casa comune, che per suo nucleo abbia la democrazia”. È un programma di lavoro, insieme a quello per il disarmo, che ci invita all’azione per i prossimi anni.

* Segretario

** Presidente

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