Londra non è così fiera delle armi

Londra non è così fiera delle armi

Cronaca delle proteste a DSEI 2017

La fiera delle armi di Londra è chiamata DSEI (Defence and Security Equipment International) ed è organizzata ogni due anni da una compagnia privata con il pieno supporto del governo britannico.

Si tratta di una delle fiere più importanti al mondo: la scorsa edizione (2015) ha visto presenti più di 1.500 espositori e oltre 30.000 persone vi hanno preso parte.

Delle aziende presenti, alcune sono più conosciute e hanno contratti milionari in tutto il mondo (BAE System, Lockheed Martin, Northrop Grumman); mentre altre sono più piccole o sconosciute, specialmente quelle che producono armi “non letali” come gas lacrimogeni (Condor Non-lethal Technologies) o mirini per fucili (Aimpoint)

Perciò, con lo slogan “War, injustice and repression start here: let’s stop them here” (Guerra, ingiustizia e repressione cominciano qui: fermiamole qui”), diverse associazioni inglesi protestano da anni contro la DSEI ed il commercio di armi in generale.

Quest’anno, il network di associazioni inglesi “Stop the arms fair” ha organizzato una settimana d’azione (4-11 Settembre) esattamente prima dell’inizio della fiera (12-15 settembre). Ci sono quindi stati blocchi – durati anche diverse ore –  alle strade di accesso alla zona fieristica, azioni (per esempio questo die-in )e proteste nonviolente ai principali ingressi, ogni giorno con un tema diverso che mettesse in risalto le conseguenze mortali che si celano dietro il commerci di armamenti.

Anche la War Resisters’ International – associazione antimilitarista di cui il Movimento Nonviolento è sezione italiana – ha preso parte agli eventi della settimana, e nello specifico ha organizzato dei workshops per la giornata di Domenica 10.

Tra gli interventi, per esempio, mi ha colpito il parallelismo fatto tra un’attivista della Corea del Sud ed un avvocatessa turca. La prima ha parlato della produzione ed esportazioni di lacrimogeni da parte della Corea del Sud; mentre la seconda ha visto il commercio da parte dell’acquirente: ovvero la sua Turchia.

Questo per sottolineare come l’import-export di armi crea legami tra tutti i paesi del mondo, come una trama ben nascosta ma incredibilmente solida e proficua.

Inoltre, da parte mia, ho notato delle capacità organizzative notevoli e una cura per l’incolumità degli attivisti non da poco. Basti pensare che esperti legali hanno preso parte come osservatori e con il loro blocchetto hanno preso nota di ogni azione della polizia che potesse valicare i confini di legge. Oltre a questo, le giornate iniziavano con l’enunciazione del vademecum in caso di perquisizione ed arresto, mentre gli esperti legali distribuivano biglietti da visita con i numeri utili da contattare.

Nel frattempo, un’interrogazione al parlamento britannico – richiesta dalla parlamentare Caroline Lucas (Green Party) – ha portato alla pubblicazione dell’elenco dei paesi che hanno ricevuto un invito ufficiale del governo per prendere parte alla fiera. Tra questi figurano paesi come Arabia Saudita, Egitto, Turchia ed Emirati Arabi ( fonte parlamentare)

L’esito della settimana d’azione ha portato l’attenzione dei media sul commercio di armi ( The Guardian qui e qui), mentre rumors riportano che la fiera ha visto ritardi organizzativi non da poco.

Il nostro impegno prosegue, la guerra va’ fermata anche ai supermercati dove i governi si riempiono il carrello di nuovi giocattoli letali.

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