Mantova: Grande Guerra pagina funesta della storia

Mantova: Grande Guerra pagina funesta della storia

Anche quest’anno, con la maggior parte delle celebrazioni del 4 novembre, si prosegue sulla strada della retorica nazionalista e dell’apologia della guerra che il fascismo costruì per diffondere il mito della patria fondata sull’affratellamento delle trincee e sul ”sacrificio eroico” dei soldati.

NOI E IL 4 NOVEMBRE

Ma così si nega e si nasconde la verità della colpevole e inutile carneficina di oltre un milione di italiani, militari e civili, che è la vera essenza della Grande Guerra, definita dal papa di allora, Benedetto XV, come una “inutile strage”. A quasi cent’anni dalla fine della guerra sarebbe utile, da parte delle istituzioni, un po’ di verità su questa pagina funesta della nostra storia».

di Claudio Morselli  (pubblicato sulla Gazzetta di Mantova il 02.11.2017)

Per il ministero della difesa, e per la maggior parte delle celebrazioni, il 4 novembre è la Festa delle Forze armate, “Giorno dell’Unità Nazionale e Giornata delle Forze armate”, ovvero “la data in cui andò a compimento il processo di unificazione nazionale”, con gli italiani che “si trovarono per la prima volta fianco a fianco, legati indissolubilmente l’un l’altro sotto la stessa bandiera”. In alcuni casi viene aggiunta la sottolineatura: “99° anniversario della vittoria”. Si è scelto, quindi, e me ne rammarico, di proseguire sulla strada della retorica nazionalista e dell’apologia della guerra che il fascismo costruì per diffondere il mito della patria fondata sull’affratellamento delle trincee e sul ”sacrificio eroico” dei soldati, Ma così si nega e si nasconde la verità della colpevole e inutile carneficina di oltre un milione di italiani, militari e civili, che è la vera essenza della Grande Guerra, definita dal papa di allora, Benedetto XV, come una “inutile strage”.

Non bisogna dimenticare che, come riconobbe lo stesso Giolitti, l’Italia poteva evitare di entrare in guerra ottenendo come contropartita, dall’Austria, la cessione di Trento (che era ormai già acquisita) e Trieste. Il neutralismo, alla fine del 1914, era in Italia ampiamente prevalente, ma le mire espansionistiche e gli interessi di alcuni grandi gruppi industriali alimentarono una martellante campagna propagandistica che, in pochi mesi, consentì alla politica interventista di portare l’Italia al delirio collettivo e alla follia dell’inutile sacrificio di tante vite umane. Con totale disprezzo per la loro vita, i soldati vennero mandati al macello con ripetuti e assurdi assalti alle trincee nemiche, sotto il controllo dei carabinieri che, alle loro spalle, sparavano a chi esitava nell’eseguire gli ordini ricevuti. Un milione e mezzo di soldati (quasi il 30% di tutti i militari chiamati alle armi) furono processati – molti in contumacia perché emigrati all’estero – per renitenza, diserzione, disobbedienza, ammutinamento e per atti di autolesionismo. Un numero incalcolabile di soldati venne fucilato con esecuzioni sommarie eseguite a sorteggio, come da circolare del generale Cadorna, di fronte all’impossibilità di accertare le responsabilità personali degli atti di insubordinazione. Finita la guerra, per evitare l’esplosione del malcontento popolare, che aveva già provocato la rivolta di Torino del 1917, il governo fu costretto a proclamare l’amnistia per quei reati militari. Il rientro dei reduci – disorientati, sconvolti e senza lavoro – contribuì inoltre all’ondata di inquietudine sociale e di violenza che travolse l’Europa post-bellica.

La Grande Guerra produsse, è vero, un elemento di “unità nazionale”, che è diventato però una spregevole caratteristica del nostro Paese, di cui però poco o nulla si parla perché chiama in causa le responsabilità della politica italiana: la corruzione di sistema. Quella “crudele e delittuosa avidità di denaro – disse Giolitti – che spinse uomini già ricchi a frodare lo Stato imponendo prezzi iniqui per ciò che era indispensabile alla difesa del paese; a ingannare sulla qualità e quantità delle forniture con danno dei combattenti; e a giunger fino all’infamia di fornire al nemico le materie che gli occorrevano per abbattere il nostro esercito”. Una corruzione che coinvolse, in modo organico, con ramificate collusioni e affari giganteschi, ampie aree del mondo imprenditoriale e fette consistenti delle classi dirigenti e della pubblica amministrazione, civile e militare. Una corruzione sistemica che dilagò sovrana. Il più grande episodio di corruzione sistemica della storia d’Italia. Tutto documentato nei voluminosi atti della specifica commissione parlamentare d’inchiesta, che Mussolini censurò e occultò negli archivi del Parlamento. Un altro effetto di “unificazione nazionale” – anche questo poco onorevole – che si è poi riprodotto fino ad oggi in modo esponenziale, senza alcun beneficio per la maggior parte dei cittadini, fu il nostro debito pubblico, che dai 13 miliardi del 1914 schizzò, alla fine del 1919, alla cifra iperbolica (per allora) di 94 miliardi di lire.

A quasi cent’anni dalla fine della guerra sarebbe utile, da parte delle istituzioni, un po’ di verità su questa pagina funesta della nostra storia.

Claudio Morselli

(Movimento Nonviolento)

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