M’ha detto Vivarelli

M’ha detto Vivarelli

Pax Christi ha fatto la sua cinquantesima Marcia per la pace di fine anno, sui passi di papa Roncalli, Turoldo, don Tonino Bello, a Sotto il Monte. È il paese di Giovanni XXIII, uno tra i pochi Papi che, come l’attuale, trovano rispetto e ascolto anche da chi, come me, cattolico non è.

Vorrei aggiungere il nome di una altro prete. Umberto Vivarelli era del ’19 ed è morto nel ’94. È sepolto a Fontanella di Sotto il Monte, accanto a Davide Turoldo, di tre anni maggiore di lui, morto due anni prima. Gli ultimi anni, non so quanti, li hanno trascorsi assieme. E io assieme li ricordo.

Era inverno, inizio del ’73. L’abbazia di Sant’Egidio di Fontanèla (come dicono i bergamaschi) ospitava un incontro di persone che pensavano di non poter stare né con i riformisti, perché non facevano le riforme, né con i rivoluzionari, perché non facevano la rivoluzione. Io la penso ancora così. Volevano fare una cosa nuova, che risultò poi vecchia. Il confronto lo ricordo appassionato e c’erano belle persone. Sgradevolissime le suore, che negarono un poco d’acqua calda per mia figlia di cinque anni, quasi congelata per aver giocato a lungo nella neve. Amorosamente frizionata riprese tutta la sua allegria. Ci confortò una serale zuppa calda nel refettorio e ancor più il caldo invito a mangiarla di padre Turoldo. Era apparso improvvisamente, altissimo in mezzo a noi seduti ai tavoli. Amerigo mostrò il piatto già vuotato. “Mangiata tutta” disse ad alta voce e a me, sottovoce, “Dillo anche tu. Hai visto che mani ha?”.

Sentii un vocione inconfondibile rivolgersi a Turoldo. Era Vivarelli. Non lo vedevo da 10 anni. La sua collaborazione con Turoldo veniva dalla Resistenza. Lui, carmelitano, e Turoldo, servita, nel ’45 organizzarono una spedizione di camion in Germania per portare da mangiare e aiuto ai sopravvissuti dai lager e riportarli a casa. Passarono da vari campi e riportarono a casa 200 persone. Di Vivarelli sapevo che aveva scritto su “Adesso”, usando pseudonimi, come il fondatore Mazzolari, autore di “Tu non uccidere”. Il libro lo conoscevo solo attraverso la recensione di Capitini. Umberto Vivarelli è stato il primo e straordinario predicatore televisivo, anni ’50 e primi ’60. Lo ascoltavo con attenzione, pur avendo già abbandonato ogni pratica religiosa. Tra il ’61 e il ’63, non ricordo la data, c’è stata la sua ultima trasmissione. Ha parlato di un argomento proibito: l’obiezione di coscienza! In televisione sarà sostituito dal francescano Nazareno Fabbretti, anch’egli legato a don Primo Mazzolari. Fabbretti lo incontro a Genova, alla Comunità del Molo, in occasione del Campo di lavoro e studio di Montoggio nel ’67.

Vivarelli viene mandato al “confino” a Corte Cascina, sperduta località del Basso ferrarese. A quattro chilometri da Migliaro è un borgo inventato dall’Ente Delta Padano nel 1962, attorno alla chiesa, di nuova costruzione, dedicata a Nostra Signora della Pace. Dovrebbero convergervi gli assegnatari dei terreni bonificati negli anni precedenti. La chiesa è da tempo chiusa al culto. Se ne progetta un restauro e riuso a fini culturali e sociali. Umberto Vivarelli ne è il primo parroco dal 1963 al 1969. Con amici cattolici lo vado a trovare. In canonica c’è un confratello, che si presenta come frà Diavolo. Un bel tipo. Non capisco molto della discussione che si sviluppa. Ne ricordo solo la vivacità, se non la concitazione.

Rivedo Vivarelli, con più calma, in almeno un paio di occasioni in incontri da Luciano Chiappini, buon amico di Silvano Balboni e promotore, presso la sua sopitale abitazione, di un centro di cultura religiosa: il Centro Studi Charles de Foucauld. Gli dico del mio impegno per l’obiezione di coscienza. Mi squadra e mi trova leggero, non solo di peso, e mi dice: “Ci sono battaglie che si combattono dai chili ottanta in sù!”. Era non solo un grande predicatore ma un interlocutore straordinario, che ti faceva pensare. Le sue parole non mi offendono, ma mi sconcertano. Non parla con me di obiezione, ma della condizione dei poveri. Su questa richiama tutta la mia attenzione. Non lo vedo più fino all’incontro a Sotto il Monte. Mi propongo, gli propongo di rivederci. È interessato, sembra, ai motivi che mi hanno portato lì, alla tensione verso l’eguaglianza e la liberazione. Naturalmente non ci vediamo più.

Saprò, anni dopo, del suo costante impegno. Trovo su un’agenda di un decennio successivo all’incontro di Sotto il Monte questa mia annotazione, con “a capi” che non la rendono poesia:

Ci sono battaglie

che si combattono

da chili ottanta in sù

m’hai detto Vivarelli

e t’ho creduto ed era vero

quello che non m’hai detto

o che non ho capito è che

si perdono tutte

o quasi.

Mi sbagliavo anche allora. Le battaglie indicate da Vivarelli non si vincono, ma neppure si perdono. Dieci anni dopo ho saputo della morte di questo persuaso. Io resto un perplesso, ma dei persuasi amico. Li riconosco se li incontro.

Qui un bel ricordo di Umberto Vivarelli scritto da Enrico Peyretti

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