“Mi chiamo Yeda Lee come Yoda ma con la e” Ovvero l’obiezione di coscienza in Corea del Sud

“Mi chiamo Yeda Lee come Yoda ma con la e” Ovvero l’obiezione di coscienza in Corea del Sud

L’associazione World Without War ci informa che il 95% degli obiettori di coscienza incarcerati nel mondo sono sud coreani, approssimativamente si tratta di 700 giovani che non hanno la possibilità di svolgere un servizio alternativo a quello militare.

Noi li chiamiamo prigionieri di pace, la società coreana invece li ritiene dei traditori: la Corea del Sud è un Paese fortemente militarizzato, in cui le tensioni con la vicina Corea del Nord sono un vissuto quotidiano e la guerra è percepita come ineluttabile.

Di tutto questo ne abbiamo parlato in un’intervista con Yeda Lee, timido ma persuaso pacifista sud coreano e primo della sua nazionalità a cui è stato riconosciuto a Parigi lo status di rifugiato perchè obiettore di coscienza al servizio militare.

Martina: Perché hai deciso di fare obiezione al servizio militare?

Yeda: Quando avevo 14 anni ho letto un fumetto di Osamu Tezuka intitolato “Le vie di Buddha”. Rimasi impressionato da questo fumetto, riflettei che non c’è nessuno che ha il diritto di uccidere, tutti gli esseri umani sono uguali, perciò io non posso accettare né di svolgere un’esercitazione su come uccidere un soldato né di essere obbligato a svolgere il servizio militare.

La maggior parte dei coreani spesso dice “Le due Coree hanno solo sospeso le ostilità, la guerra potrebbe cominciare oggi stesso”, è questa convinzione che produce un’atmosfera di paura e si addice molto bene alla società coreana che pensa che “L’obbligo di svolgere il servizio militare è normale, le persone che si rifiutano di fare il servizio militare sono dei traditori”. La Corea del Sud non ha fatto nulla per far cessare la guerra con la Corea del Nord per quanto concerne la preparazione degli armamenti. Senza porre in essere degli sforzi la guerra non finirà mai, piuttosto penso che l’obbligo di svolgere il servizio militare senza una riflessione sia pericoloso, si tratta di una condizione in cui si attende la guerra senza fare nulla. […]

Martina: Secondo la legge della Corea del Sud, tu sei un disertore o un obiettore di coscienza?

Yeda: Purtroppo un disertore, infatti non è possibile fare appello perciò ho rifiutato di entrare nell’esercito ed è quindi possibile punirmi secondo la legge. Gli obiettori di coscienza trascorrono in carcere circa un anno e 6 mesi. L’obiezione di coscienza è rara perché la sanzione è pesante e il peso del percorso penale è notevole, oltre ad essere discriminante. Infatti la mobilitazione funziona per più del 90% dei casi.

Martina: Come sei arrivato in Francia dalla Corea del Sud?

Yeda: Sono partito dalla Corea con un semplice biglietto: ci sono controlli per gli uomini che hanno superato i 24 anni e non hanno effettuato il servizio militare, ma io non avevo problemi perché avevo 21 anni.

Una lettera dell’esercito mi indicava la data in cui sarei dovuto entrare nell’esercito, mi hanno controllato chiedendomi come intendessi ritornare comunque.

Martina: Qual è la cosa più difficile della condizione di rifugiato politico per te?

Yeda: Al momento che sono rifugiato non ho più problemi. Piuttosto è stata dura quando ho deciso di fare domanda di asilo. La mia condizione era vulnerabile, non avevo niente e non conoscevo nessuno e c’era la possibilità che la domanda venisse respinta.

Ho incontrato Yeda – che quando si è presentato mi ha simpaticamente detto che il suo nome era “Come Yoda ma con la E” – a Ginevra lo scorso anno in due occasioni. Mi ha colpito la sua figura di ragazzo giovanissimo, solo all’apparenza fragile, fermo nella sua decisione e con un importante vissuto che porta sulle sue strette spalle.

Ora Yeda vive a Parigi e studia all’università, finchè le cose non cambieranno e la sua condizione sarà ritenuta penalmente rilevante non potrà fare rientro nella sua terra natale.

Per un interessante articolo di The Diplomat su Yeda e sulle norme internazionali sull’obiezione di coscienza si può cliccare qui , mentre per un video di Amnesty International in cui Yeda racconta il suo vissuto personale qui.

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