Microbiografie / 15 – Carl e Jasmine

Microbiografie / 15 – Carl e Jasmine

Domenica. Stiamo prendendo posto in chiesa, in attesa della Messa.

Poco più avanti di me siedono Carl e sua moglie Jasmine, che sono originari di Capo Verde.

Lui indossa un abito tradizionale del suo paese, una tunica ampia e che lo fa sembrare ancora più alto e massiccio. È di un tessuto simile al raso ed è fittamente intrecciata di fili d’oro luccicanti.

L’effetto è ipnotico.

Lei ha un vestito rosso di foggia occidentale, ma i suoi occhi neri sono più ipnotici di qualsiasi filo d’oro e quindi, se anche indossasse un ampio strofinaccio asciugapiatti probabilmente non me ne accorgerei.

Hanno un bambino. Avrà due anni, massimo due e mezzo, ed è molto sicuro dei suoi movimenti.

Quando siamo a circa metà della Messa – probabilmente stanco di tanta teologia eurocentrica – il bambino di Carl e Jasmine decide di lasciare i genitori per andarsene nel piazzale della chiesa.

Di corsa raggiunge la porta, guarda la mamma e urla “No!”.

Jasmine, bravissima, non fa una piega e accetta che il suo bimbo vada nel mondo da solo.

Lui lancia un’ultima occhiata e scompare.

Carl e Jasmine si guardano.

Da genitore, capisco che sono spaventati ma concordano nel ritenere più importante lasciare libero il loro bambino piuttosto che mantenerlo al sicuro bloccandolo.

Passano alcuni minuti.

Il bimbo torna e ha in mano alcune margherite provenienti dall’aiuola del piazzale.

Le dà alla madre e torna a sedersi tra i genitori.

Ha un’espressione soddisfatissima.

L’avventura è tutta qui.

Carl e Jasmine, senza parole, hanno detto: “Noi ti lasciamo andare. Abbiamo paura, ma ci fidiamo di te. Se tu avessi bisogno di noi, sai dove trovarci”.

Il loro bimbo ha risposto, senza parole: “Ho bisogno di andarmene un po’ da solo. Ho paura, ma mi fido di voi. So che vi ritroverò e quindi esco tranquillo”.

Per chi è del mestiere, questo è John Bowlby applicato.

Ma anche chi non fa l’educatore può vedere chiaramente il benessere che nasce quando, tra persone, c’è un patto condiviso e onorato. Un benessere che genera sicurezza di sé e apertura verso il mondo.

Noi viviamo nell’epoca dei “Patti a tempo”. Vale a dire (Bauman l’ha spiegato molto meglio di me, ma il concetto è questo) di quei patti che durano “fino a che non si ritiene di farli cessare”.

Penso alla Brexit, a Trump che esce dagli accordi di Parigi, ai “Piani di ristrutturazione aziendale” che consistono (sempre e ciecamente) nella trasformazione di lavoratori in “esuberi”, ai risparmiatori che hanno visto svanire il loro denaro affidato alle banche.

Un patto rinegoziabile e abbandonabile in qualsiasi momento, cessa – di fatto – di essere un patto. E questo genera insicurezza, risentimento, frustrazione, rabbia.

Insicurezza, risentimento, frustrazione, rabbia.

Quattro sentimenti che caratterizzano il nostro tempo, le nostre città.

L’esatto opposto di ciò che provano i bambini che portano le margherite ai genitori.

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