Nessuno ha salvato da sé stesso il soldato Rasi

Nessuno ha salvato da sé stesso il soldato Rasi

Trovo un elenco su Internazionale, certo incompleto, dei Paesi che utilizzano bambini soldato, vittime e carnefici di sé e degli altri.

Sarebbero circa 250 mila bambini coinvolti in quindici conflitti. Per uno che si conclude, Colombia, un altro se ne è aperto, Siria. Ci sono anche sempre più bambine, riposo del guerriero e attentatrici suicide. Mi sono venuti in mente i nostri bambini soldato, risorgimentali e anche oltre.

I paesi che maggiormente arruolano bambini sarebbero: Afghanistan (taliban ma pure la polizia), Birmania (sia esercito che milizie di opposizione), Repubblica Centrafricana (i diversi gruppi armati, mentre si attenua la “guerra santa” dell’Esercito di resistenza del Signore), Ciad (esercito e ribelli), Colombia (smobilitano finalmente le migliaia di ragazzi e ragazze combattenti), Repubblica Democratica del Congo (decine di migliaia, molti gli smobilitati, ma continuano gli arruolamenti), India (ribelli naxaliti arruolano anche a sei anni, e a dodici sono pronti a combattere), Irtaq (Al Qaeda e non solo), Nigeria (ragazze usate anche come kamikaze), Filippine (gruppi ribelli come il New People’s Army, Abu Sayyaf e il Moro Islamic Liberation Front), Siria (bambini sono arruolati dalla Stato islamico), Somalia (Al Shabaab particolarmente), Sud Sudan (l’Esercito smobilita un po’ i suoi ma le diverse milizie ne reclutano a migliaia), Sudan (fazioni di opposizione e filogovernative), Thailandia (in particolare il gruppo Pejuang Kemerdekaan Patani), Yemen (forze armate e ribelli houthi).

Terribili le storie di questi bambini, faticoso il loro rilascio, faticosissimo, e incerto, il loro recupero. Di loro ci giunge qualche parola. Da Ishmael Beah, per esempio. In Memorie di un bambino soldato racconta dal reclutamento, a 13 anni, all’uscita dall’incubo, dopo due anni, e il lento processo verso la normalità. In Sierra Leone fra il 1991 e il 2001, un esercito di ragazzini, dai 10 ai 15 anni, ha devastato il paese producendo almeno 50.000 cadaveri. Siamo nel 1993. Del villaggio assediato Ishmael ricorda: Un uomo portava in braccio il figlio morto, pensando che fosse ancora vivo. Era zuppo del sangue del ragazzo e, correndo, ripeteva senza tregua: “Ti porto in ospedale, piccolo mio, e tutto si risolverà”. Quando è con il gruppo armato sono solo i rumori degli spari e le grida delle violenze a riempire la sua testa. È imbottito di droga, educato all’orrore, all’omicidio, alla devastazione. Ha il suo battesimo del fuoco. Sollevai l’arma, premetti il grilletto e uccisi un uomo.

Non troppo diversi i ricordi di pochi anni fa di Grace à Dieu. Orfano entra in un gruppo armato di Seleka: volevano che diventassimo spietati e ci sono riusciti. Usavano molte droghe, io bevevo molto, ma non usavo droghe. Avevo 15 anni, ma ho visto bambini anche di 8. Ho vissuto bene nel gruppo armato. vivevamo dei saccheggi. Liberato da una ONG riflette: prima della guerra non c’erano differenze tra musulmani e cristiani. Eravamo tutti uguali. Non credo che musulmani e cristiani potranno vivere in armonia ora…con tutto quello che abbiamo fatto. È della Repubblica Centro africana dove la violenza si è addirittura accresciuta.

Nella nostra memoria, storico letteraria, mi appare un picciol ragazzo, qual diè di piglio ad un sasso e lanciollo contro un ufficiale tedesco, nel 1746 a Genova dando inizio all’insurrezione al grido di che l’inse. Sarebbe stato l’undicenne Giovan Battista Perasso, conosciuto come Balilla e finito così nell’inno di Mameli. Non mi soffermo su di lui né sul tamburino sardo, 14 anni ma ne dimostra 12, che perde una gamba per salvare i commilitoni a Custoza, ma riceve in cambio tre baci sul cuore dal capitano, rozzo soldato. Neppure mi occupo della piccola vedetta lombarda, uscito anch’egli dalle pagine di Cuore, ragazzo d’una dozzina d’anni, di viso ardito, con gli occhi grandi e celesti, coi capelli biondi e lunghi. Ha ultimato tragicamente il suo compito di avvistatore dall’alto di un frassino e lo lascio là nell’erba, ravvolto nella sua bandiera, col viso bianco e quasi sorridente.

È Giacomino Rasi il bimbo soldato, amato e presente nei miei sogni agitati e nei discorsi con un coetaneo all’età di sette anni. È Il piccolo alpino di Salvatore Gotta, dedicato al figlio perché impari a non avere paura della guerra. Lo pubblica lo stesso anno dell’istituzione dell’Opera nazionale Balilla, 1926, che invera il detto di Mameli i bimbi d’Italia si chiaman Balilla.

Non so di Massimiliano, figlio di Salvatore Gotta, ma Giacomino della guerra non ha paura: ci sguazza. La guerra è la più meravigliosa delle avventure; offre le novità più tragiche ed appassionanti. È un ragazzetto di dieci anni, bruno, tozzo, coraggioso camminatore. Il primo morto che tocca è una festa, caduto compiendo il dovere più puro e più alto. Com’è dolce la morte degli eroi. È occasione di un fiero proposito. Egli voleva vendicare quel morto. E lo fa in vari modi. Fa prigioniero un austriaco alto un paio di metri, che, affamatissimo, gli gridava dietro: – A me pane! A me pane! Bono, piccolo Kamerad, bono, bono. Uccide pure un ufficiale nemico: gli ho scaricato la pistola in faccia. Aviatore è attaccato da aereo nemico, l’uccellaccio enorme crociato di nero. S’abbrancò alla mitragliatrice. Toccò il bottone: la scarica partì. L’apparecchio nemico precipitava nel vuoto, in fiamme. Molte altre sono le imprese, concluse con la medaglia d’oro e il ritrovamento dei genitori creduti morti in un incidente in montagna la vigilia di Natale del 1914. Sa stare in compagnia, beve forse un po’ troppo, come il coetaneo Grace à Dieu, incoraggiato dagli altri alpini: prese un bicchiere di vino e lo tracannò d’un fiato. Tutti scoppiarono a ridere. – Bravo il nostro camerata! – Con voi vado anche in capo al mondo! Esclamò Giacomino tracannando un altro bicchiere.

La guerra è finita. Il piccolo alpino ha quattordici anni ora. Giacomino ha smesso da un pezzo di fare la guerra, è un bravo ragazzo che studia e obbedisce e ama i suoi genitori. Sarà certo domani un cittadino esemplare. Sorprendente come l’esperienza della guerra non abbia lasciato in lui alcuna traccia.

Lo attende ancora L’altra guerra del piccolo alpino. Ne scrive Salvatore Gotta nel 1935, ricordando le gesta di Giacomino, giovane squadrista, scudiscio e rivoltella, nel dopoguerra, col pestaggio di scioperanti, socialisti, comunisti, anarchici, tutti sadici, ubriachi, nichilisti. È a Fiume con D’Annunzio e poi alla marcia su Roma. Questo bimbo soldato, che guardo ora con altri occhi, è stato fortemente coinvolto nell’esperienza di guerra. Gotta ha scritto pure Il piccolo legionario in A.O. e ho creduto per un momento trattarsi di Giacomino rimasto tozzo, affetto da eroismo e nanismo al tempo stesso. No, è un suo emulo invece: Pierino Marra, di undici anni, conquistatore dell’Etiopia.

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