Sulle logiche di guerra nel conflitto sociale

Sulle logiche di guerra nel conflitto sociale

Insegnamenti dalla lettura del “libro dell’incontro – vittime e responsabili della lotta armata a confronto. (Il Saggiatore)

Premetto che il libro è stato presentato alla Comunità La Collina di Serdiana questo 27 maggio, con la partecipazione di Agnese Moro, di Maria Grazia Sgrena e dell’ex magistrato Gherardo Colombo. Che il significato complessivo del lavoro è quello di mostrare come ci possa essere un piccolo processo di giustizia riparativa anche in Italia fra i familiari delle vittime della lotta armata degli anni Settanta in Italia e i responsabili di quelle morti. Il mio scritto prende spunto da alcune parti del libro, per mostrarne, a mio avviso, una componente pedagogicamente importante.

Per capire meglio come i conflitti sociali corrano costantemente il rischio, nella storia umana, di sfuggire di mano ai loro stessi attori, per incanalarsi in uno scontro violento e cieco che perde di vista i punti di partenza e gli obiettivi stessi per cui erano nati, possono esserci utili alcune testimonianze di chi, in un passato non troppo lontano, si è lasciato trascinare in questa trappola.  I così detti “anni di piombo” hanno portato da un lato ad una guerra sempre più ristretta e personale fra i gruppi che avevano scelto la lotta armata e gli apparati di sicurezza dello Stato, mentre dall’altro sancivano la fine di un movimento ben più ampio e variegato e di una stagione culturale per molti versi innovativa e rivoluzionaria. Quel movimento e quella stagione si sono esauriti ed inariditi anche a causa dell’estremizzazione e separazione posta in atto dai gruppi armati. Il fenomeno che ne seguì ha lasciato dietro di sé solo sangue, lutti, incarcerazioni, oltre ad una progressiva perdita della conquiste sociali fin lì raggiunte.

“Noi pensavamo che la violenza dello Stato e la violenza della rivoluzione fossero distinte. In realtà, se scegli il terreno della violenza, diventi simmetrico a chi ha il monopolio della violenza, nel caso specifico lo Stato. Non fai altro che riprodurre ciò che tu vorresti combattere. E’ un discorso di simmetria: pensi di essere il nemico di quell’altro, in realtà ne stai diventando il figlio”.

(Anonimo, ex della lotta armata)

“Pensare di incarnare quello che è più giusto, quello che è più valido dal punto di vista umano, è una contraddizione terribile. Perché non si può pensare di voler costruire un mondo in cui la vita abbia un valore diverso, in cui ci sia il rispetto, ci sia l’armonia, e usare come strumento per arrivare a quel mondo, a quella vita, la negazione della vita.”

(Anonimo, ex)

“ In questi ultimi anni, il risorgere, favorito anche dalla lacerante crisi economica, di forme di antagonismo distruttivo conferma la definizione di quegli anni  come un embolo non riassorbito della storia nazionale che ha finito per strozzare un’evoluzione in senso creativo e nonviolento dei conflitti sociali e della narrazione democratica nazionale. La scelta delle armi e della violenza negli anni Settanta è stata una delle forme più atroci di irrazionalismo politico che ha caratterizzato quell’epoca, ma non la sola.  (…) Abbiamo visto che qualsiasi conflitto civile che scappa di mano agli attori e alle controparti tende a seguire gli stessi avvitamenti funesti.”

(Anonimo, ex brigatista)

“Nessuno di noi agisce senza motivo, e anche io ne avevo. Ma il problema non sono le proprie ragioni, quanto piuttosto il modo in cui si affermano: Io, insieme a molti altri, le avevo portate avanti scegliendo la via più breve e sbagliata, quella dello scontro frontale, della nemicità assoluta e della guerra. E per fare questo avevo dovuto rimuovere e mutilare parte di me stessa, quella che di me era la migliore. Come era stato possibile? Come era potuto accadere? “(Adriana Faranda) [1]

Chi quegli anni ha vissuto ricorderà che solo una parte del movimento era allora incline alle contestazioni violente, mentre altre componenti preferivano dare spazio alla creatività e all’inventiva (ricordate gli indiani metropolitani?).  Ma pian piano si facevano strada certe idee: “alzare il livello dello scontro”, si diceva, “colpire il potere”. Si iniziò con le pietre e con i bastoni, per passare alle molotov ed arrivare infine alle P38. Durante i cortei, sempre più militarizzati dai così detti autonomi, si inneggiava alla lotta armata e, accanto al pugno chiuso, si alzavano simbolicamente le dita nel segno della pistola. Ma soprattutto il nemico ( lo Stato con i suoi simboli, dal giornalista asservito al poliziotto, dal politico al magistrato) diventavano sempre più un ostacolo da eliminare fisicamente, con ogni mezzo. Io stesso, pur non essendo d’accordo con la scelta separante della clandestinità, condividevo con molti l’idea che si fosse vicini ad una svolta insurrezionale e che quindi lo scontro duro, anche violento, con i servitori dello Stato fosse necessario.

A distanza di tanti anni c’è chi da quella pagina ormai storica ha tratto importanti lezioni per il futuro e chi forse non ha elaborato i tragici avvenimenti che ne accompagnarono la fine. Di sicuro la società italiana nel suo insieme e le istituzioni in particolare non hanno fatto tutti i passi necessari affinché quel periodo  di feroce scontro sociale venisse “superato” e rielaborato.

Così oggi ci ritroviamo di fronte a delle nuove generazioni, che non hanno vissuto quegli anni e alle quali non sono stati tramandati significati condivisi né apprendimenti etici su quegli avvenimenti. Per cui esse stesse possono essere esposte ai rischi ed alle contraddizioni derivanti da contrapposizioni rigide, dalla ancora imperante “cultura” del nemico e dalla tentazione di prendere scorciatoie strategiche che diano loro l’illusione di vedere subito i risultati del loro impegno.

E’ triste ma, ancora una volta, non possiamo che constatare che l’uomo non impara dalla Storia.

 

Carlo Bellisai

 

[1]   Le frasi citate sono tratte da “Il libro dell’incontro” – Il Saggiatore 2015

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