Il viaggio può essere tante cose, anche fuga

Il viaggio può essere tante cose, anche fuga

Il viaggio può essere tante cose, belle e brutte. Però allarga la nostra mente, la nostra esperienza, la nostra speranza, sia se lo facciamo a piedi che con altri mezzi.

Anche fosse la fuga su un pessimo gommone o una lunga, alternativa, traversata piena di tali fatiche e pericoli, da ridimensionare l’impresa di Fidippide, che tuttavia ne è morto, correndo da Atene a Sparta, 246 chilometri in tutto, per chiedere soccorso per la battaglia di Maratona. Sono fughe dolorose prodotte da persecuzioni, bombe e anche semplice fame che, quando ci si mette, non scherza. È stato sempre così e ci pensavo anche un po’ in uno scritto leggero di 15 anni fa.

Ora le cose sembrano precipitare e volgere al peggio. Addirittura i disgraziati che arrivano sono detti invasori e fanno paura. Ritorna anche il perfido e untuoso omino – pensavamo di essercene sbarazzati – che ripromette di portarci tutti al Paese dei Balocchi, visto che il Paese, già delle Api industriose, dichiara fallimento. Rileggo “Pinocchio ovvero l’arte della fuga”, pubblicato su Pollicino, un foglio amico dell’ambiente, il 12 novembre 2002 a Ferrara.

Il sogno

Pinocchio è figlio del sogno di Geppetto: fuggire dalla propria condizione per una vita girovaga. Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno… Con questo burattino voglio girare il mondo, per buscarmi un pezzo di pane e un bicchiere di vino.

Vuol farsi busker l’attempato Geppetto, con la sua parrucca gialla e il progettato burattino, per buscare di che vivere nelle piazze, come si raccoglie legna nel bosco, nel busk (bush). Ed è proprio a un legno, un semplice pezzo da catasta, che affida il suo sogno.

Mossi i primi passi, a mano del suo autore, Pinocchio cominciò a camminare da sé e a correre per la stanza; finché, infilata la porta di casa, saltò nella strada e si dette a scappare. È la prima di molte fughe che rientrano in un progetto di vita disapprovato dal Grillo: mangiare, bere, dormire, divertirmi e fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo. Scoprirà tutta la difficoltà di quel programma: domani, all’alba, voglio andarmene di qui.

La leggerezza

Ci vorrebbe la leggerezza del pulcino. Mille grazie signor Pinocchio, d’avermi risparmiato la fatica di rompere il guscio! Arrivedella, stia bene e tanti saluti a casa. Ciò detto distese le ali, e, infilata la finestra che era aperta, se ne volò via a perdita d’occhio. Al burattino resta la possibilità di una scappata al paesello vicino, nella speranza di trovare qualche persona caritatevole, che gli facesse l’elemosina di un po’ di pane. Troverà un’enorme catinellata d’acqua versata da un subdolo e stizzito vecchino, col berretto da notte in capo. Per asciugarsi perderà i piedi nella brace e ogni possibilità di fuga, fino al ritorno di Geppetto.

Pinocchio diverrà un viaggiatore leggero, sul dorso del Colombo, per intercettare il padre in partenza per il Nuovo Mondo. – Mille chilometri ? O Colombo mio, che bella cosa potessi avere le tue ali!.. – Se vuoi venire ti ci porto io. – Come? – A cavallo sulla mia groppa. Sei peso di molto? – Peso? Tutt’altro! Son leggiero come una foglia.

La prigione

La fuga dalla prigione è un classico, ma Pinocchio non vi ricorre. C’era finito perché giustamente frodato, nel tentativo di diventar ricco. Lo sappiamo, che i ricchi diventino sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri è logico sviluppo delle rispettive professionalità. Pinocchio prova ad investire nel Campo dei Miracoli: se io sotterrassi in quel campo i miei cinque zecchini, la mattina dopo quanti zecchini troverei? – È un conto facilissimo – rispose la Volpe – un conto che puoi farlo sulla punta delle dita. Poni che ogni zecchino ti faccia un grappolo di cinquecento zecchini: moltiplica il cinquecento per cinque e la mattina dopo ti trovi in tasca duemilacinquecento zecchini lampanti e sonanti.

L’imperatore di Acchiappa-citrulli, avendo riportato una grande vittoria contro i suoi nemici…in segno di maggior esultanza volle che fossero aperte le carceri e mandati fuori tutti i malandrini. Oggi trova più comodo fare leggi perché i malandrini, grossi ed amici, in prigione non ci vadano proprio. – Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch’io – disse Pinocchio al carceriere. – Voi no – rispose il carceriere – perché voi non siete del bel numero… -Domando scusa – replicò Pinocchio – sono un malandrino anch’io. – In questo caso avete mille ragioni – disse il carceriere.

La terra promessa

La fuga può portare al paese delle Api industriose. Le strade formicolavano di persone di qua e di là per le loro faccende: tutti lavoravano, tutti avevano qualche cosa da fare… Non gli restavano che due modi per potersi sdigiunare: o chiedere un po’ di lavoro o chiedere in elemosina. A chiedere l’elemosina si vergognava, ma piuttosto che lavorare fa anche questo. Quando nella comunità è ben inserito, grazie alla Fata, può conoscere, tramite Lucignolo, l’altra faccia del Paese delle Api industriose: il Paese dei Balocchi. Ci si arriva facilmente. Infaticabile è il conduttore del carro, l’Omino che canta Tutti la notte dormono e io non dormo mai… Figuratevi un omino – non abbiamo bisogno di figurarcelo, lo conosciamo benissimo – tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole. Tutti i ragazzi (ora non più solo loro), ne restavano innamorati e facevano a gara nel montare sul suo carro…

L’approdo

Mentre Pinocchio nuotava alla svelta per raggiungere la spiaggia , si accorse che il suo babbo, il quale gli stava a cavalluccio sulle spalle e aveva le gambe mezze nell’acqua, tremava fitto, fitto… – Coraggio babbo! Fra pochi minuti arriveremo a terra e saremo salvi…Nuotò finché ebbe fiato: poi si voltò col capo verso Geppetto, e disse con parole interrotte: – Babbo mio aiutatemi… perché io muoio! È lo sbarco del clandestino, scaricato al largo dal gommone Pesce-cane. Ha la miglior conclusione possibile. Bisogna ringraziare il Tonno, che pochi clandestini hanno la ventura di incontrare al largo delle nostre coste, e la leggerezza.

– Siam troppo pesi?… – gli domandò Pinocchio. – Pesi? Neanche per ombra. Mi par d’aver addosso due gusci di conchiglia… Bisogna ringraziare anche Giangio, l’ortolano, che gli assicura formazione professionale, lavoro e adeguato compenso. – Dunque, tirami su cento secchie d’acqua e io ti regalerò in compenso un bicchiere di latte. – Sta bene. Giangio condusse il burattino nell’orto e gli insegnò la maniera di girare il bindolo. Pinocchio si pose subito al lavoro…

Il commiato

L’ultima e radicale fuga è quella che compie da sé stesso. Esco da me per non rientrarvi mai più, aveva detto santa Caterina da Genova e avrebbe potuto ripetere Pinocchio. Com’ero buffo quand’ero un burattino!, si accontenta di dire.

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