Violenza mimetica e arte grezza

La Halle Saint Pierre è un piccolo museo situato ai piedi del Sacre Cœur, al centro della vecchia Montmartre, uno dei siti più amati della capitale francese. L’edificio si compone di una caffetteria, una piccola libreria – dove si possono acquistare diversi numeri della rivista HEY! – ed uno spazio espositivo distribuito su due piani interamente dedicato essenzialmente alle opere di artisti che si richiamano all’art brut, art singulier e art outsider.

Il termine “art brut” viene tradotto in italiano con “arte grezza” e fu coniato nel 1945 dal pittore francese Jean Dubuffet ad indicare le produzioni di persone prive di cultura artistica. Dubuffet raccoglie un buon numero di lavori di non professionisti, autodidatti, prigionieri, pensionati dell’ospedale psichiatrico (a dispetto del foucaultiano “la folie est l’absence d’œuvre”), in una collezione che poi si stabilizzerà nella Collection de l’art brut nella svizzera Losanna. Il pittore rimase sostanzialmente affascinato dall’idea di un’arte spontanea, a-riflessiva, operante al di fuori delle norme estetiche convenzionali. In un epoca in cui ancora si distingueva nettamente l’arte “alta” dall’arte “bassa”, la tradizione dalle avanguardie o comunque dalle opere che più o meno consciamente si discostavano dal canone, riuscire a pensare l’arte grezza come una forma artistica meritevole di occupare uno spazio espositivo e della consacrazione che lo spazio-Museo comporta significava soprattutto scrollarsi di dosso l’idea che ci si potesse esprimere artisticamente nelle sole forme codificate o, perlomeno, in un necessario dialogo con esse. L’arte grezza non si confonde con “art singulier” e “art outsider” – che definiscono, invece, episodi più recenti, spesso contemporanei, di artisti che coscientemente rifiutano il dialogo con la tradizione artistica – ma ha in comune con queste correnti la posizione marginale e disinteressata rispetto al discorso artistico codificato.

Al di là dell’evidente ironia della fagocitosi teorica che ha ormai fatto dell’art brut una corrente artistica ben definita, non è un caso che il termine di arte grezza entri a far parte dell’enciclopedia artistica proprio negli anni in cui, in Francia più che altrove, si rifletteva quasi ossessivamente sui temi del linguaggio e della forma in termini, spesso, di tirannia e violenza. Uno su tutti, Roland Barthes alla lezione inaugurale del Collège de France nel 1977 dice: “La lingua non è né reazionaria né progressista; essa è semplicemente fascista; il fascismo, infatti, non è impedire di dire, ma obbligare a dire”. Il problema, tutto moderno, barthesiano era principalmente legato alla (im?)possibilità di padroneggiare il mezzo espressivo che, a sua volta, ci padroneggia, ci preesiste, ci forma, vale a dire il linguaggio in ogni sua declinazione. Il suo “grado zero”, il “neutro” (Le Dégrée Zéro de l’écriture, il cui nucleo concettuale appare per la prima volta in un articolo del ’47) rappresentavano una sorta di antidoto all’ossessione legata al linguaggio, un tentativo di ricominciare da zero, di dimenticarsi dell’imposizione dei codici linguistici prefissati. Sebbene Barthes non si sia mai interessato direttamente all’art brut, le riflessioni sull’opera di Cy Twombly toccano non pochi punti che si potrebbero accumunare all’innocenza e all’anacronismo degli artisti raggruppati da Dubuffet.

Se è vero che le riflessioni del teorico francese sono state, in parte, il risultato di un certo grado di spossatezza di fronte alla mondanità intellettuale sovraccaricata dell’epoca, lo è anche il fatto che l’esigenza mimetica di un artista rispetto alla tradizione, alla Storia dell’Arte, contiene anche una forma di violenza “fascista” ai danni dell’espressione. L’arte grezza rappresenta, in questo senso, un sospiro di sollievo (puntuale, certo, ma non meno significativo) rispetto all’“obbligo” che forza l’artista ad esprimersi in certi termini pre-codificati, una boccata d’aria fresca dal turbine di definizioni e riferimenti che regolano produzione artistica e critica.

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