Alberto Melandri, un sorriso ambulante

Alberto Melandri, un sorriso ambulante

È morto da poco un amico caro. Una decina di anni meno di me. Ci conoscevamo da tanto. A molti manca già il suo sorriso. Anche a me. Un “sorriso ambulante” l’ha detto la figlia maggiore. Un sorriso che sapeva accogliere.

Alberto Melandri si è diplomato al Liceo classico di Ferrara nel ’68 e nel ’73-’74 già vi ha tenuto una supplenza in lettere e storia. Le sue allieve, i suoi allievi, lo ricordano con amore e riconoscenza. Così tutti quelli che ha incontrato nella sua lunga e impegnata attività di educatore, cominciata presto e durata fino alla morte. Dentro e fuori la scuola. Non ha mai cessato di imparare e di insegnare assieme. È il solo modo, che pure io condivido, di imparare e di averne voglia. Ha molto amato ed è stato amato tanto.

Negli anni Settanta è già una presenza nuova e vivace nell’impegno cittadino per la pace e in forme di democrazia avanzata e partecipata. Negli anni ’80 lo conosco come responsabile, non solo locale, del CIES, Centro di Informazione Educazione allo Sviluppo. Il CIES nasce a Roma nel 1983. Opera per la partecipazione della società civile in vista di una cittadinanza globale, per costruire uno sviluppo sostenibile basato sulla pace, sul rispetto dei diritti umani, sulla democrazia, sul dialogo tra culture e religioni diverse. Pochi anni dopo è attiva una sede a Ferrara, centro e promotore di innumerevoli iniziative. Uno scritto di Alberto, pubblicato dal CIES, “Razzismo dove, come, perché?” del 1987, è purtroppo ben attuale dopo oltre trenta anni. È da lui che sento parlare di isole e popoli – a me sconosciuti – vittime di oppressioni intollerabili, alle quali dunque opporsi con ogni mezzo a disposizione. Si comincia con il conoscere. Ecco allora lo scritto “Per conoscere Timor est”. Farà seguito un piccolo, prezioso libro, “Timor Est, un coccodrillo pieno di speranza: la lotta di un popolo verso l’indipendenza”. Ovunque possibile Alberto porta il suo messaggio. Per molti timoresi è importante. In molti oggi lo piangono anche su quell’isola. Sempre da lui ho appreso della lotta per la sopravvivenza del popolo Ogoni nel delta del Niger.

Le iniziative che l’hanno visto protagonista sono tante. Non proverò a ripercorrerle. Lo ricordo almeno fondatore dell’Associazione Cittadini del Mondo, formata a Ferrara nel 1993 da cittadini di varie nazionalità, per favorire integrazione e tutela degli immigrati. Di rilievo è l’attività di formazione di mediatori linguistico-culturali, preziosi anche per l’inserimento scolastico e per il dialogo tra le famiglie.

Dell’immigrazione ha sottolineato l’apporto sul piano culturale fin dai primi anni Novanta, con interventi nelle scuole di città e provincia e in quelle vicine di Mantova e Rovigo. Storie, racconti, poesie di immigrate e immigrati hanno formato oggetto di pubblicazioni e di convegni. Saper vedere la bellezza che le persone venute da lontano ci portano a saperle ascoltare e guardare bene non è facile. Alberto ci ha indicato come fare. Senza retorica. Lui – avrebbe detto Capitini – era un “persuaso”, e “al persuaso la realtà viene incontro”. Così gli è stato possibile proporre utopie concrete, piccole azioni senza dimenticare orizzonti ampi e lontani.

Qualche piccola iniziativa l’abbiamo fatta assieme. Penso all’andata alla Base Nato di Poggiorenatico, con la nostra posizione sulla guerra in corso in Kosovo affissa in visione a tutti militari, all’informazione e preparazione in vista del G8 di Genova… Eravamo certo molto vicini, ma non sempre d’accordo. Alberto aveva opinioni fermissime, anche perché non le sottraeva a serrati confronti. Il suo sorriso era l’apertura di uno spazio nonviolento, non menzognero, ragionante nel quale il confronto, la discussione avessero luogo e buon esito. Quale che fosse. È lo spazio del Centro di Orientamento Sociale, avviato nell’immediato dopoguerra da Aldo Capitini e portato a Ferrara da Silvano Balboni. Alberto ne sarebbe stato ideale e perfetto animatore.

Da qualche tempo si era trasferito fuori città, in una frazione di mille abitanti, a due chilometri dalle mura che circondano Ferrara. È in quella frazione che giorni addietro si è tenuta una festa in suo onore: musica, ricordi, poesie, canzoni. Eravamo in tanti, dai piccini ai vecchi come me, a sentirlo presente. Forse gli sarà intestato il parchetto, dove lo abbiamo festeggiato, al termine della ciclabile, che unisce il piccolo centro alla città. Intanto una targhetta apposta a una panchina decorata di farfalle lo ricorda. Accanto alla panchina è un’edicola per uno scambio di libri. “Pontegradella in transizione” è il nome assunto da un gruppo di vicini di casa che hanno trovato in Alberto il fratello maggiore, il maestro, il nonno delle controfavole, della poesia, delle canzoni. La transizione vuole essere verso un mondo conviviale e di comunicazione nonviolenta, tra grandi e piccini. Con la sua capacità di pensare il mondo e agire localmente mi ricorda Langer.

Nonno Alberto ha potuto esprimere tutto il suo affetto e capacità di raccontare ai nipoti avuti e a quelli acquisiti nel vicinato. Ho pensato alle sue controfavole. Me n’è venuta in mente una, non all’altezza delle sue. Per Alberto forse il Pollicino della fiaba non sarebbe caduto nello sconforto per le briciole mangiate dagli uccellini e l’impossibilità di seguirle per tornare. Avrebbe probabilmente detto “Bene, così anche gli uccellini hanno mangiato. E poi è buio. Non avremmo comunque potuto seguire la traccia. Siamo in una radura. Il cielo è stellato. Faccio il punto e poi scegliamo la direzione. Magari non sarà la casa di prima. Ne troveremo una migliore. Cambiare non ci spaventa. Via verso la transizione”.

Il 3 ottobre prossimo sarò al XXIV Convegno di teologia della Pace mi hanno assegnato per tema “Ferrara città nonviolenta?”, con un ricordo pure di Alberto. Dirò che lui ha fatto il possibile e tentato qualcosa di più.

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