Appartenenze multiple, classificazioni impossibili, genitorialità diffusa

Appartenenze multiple, classificazioni impossibili, genitorialità diffusa

Mi ha sempre affascinata vedere che ogni tentativo di spaccare le persone in partizioni esatte fallisce.

Ricordo di averlo messo a fuoco in modo particolare assistendo al processo a Michael Seifert, il boia del lager di Bolzano, nel lontanissimo novembre 2000, al tribunale militare di Verona. A Bolzano come in tutti i lager il sistema era matematico, nessuno scambio doveva avvenire tra le parti, ma tra i prigionieri c’era un uomo che conosceva il russo (Seifert e il suo compare Otto Sein erano ucraini) e comprendeva i loro discorsi. Si è salvato e dopo la fine della guerra ha potuto parlare, sebbene per il processo ci siano voluti decenni – ma questa è un’altra storia. In quell’aula, pur visitando l’orrore ho gustato l’ironia della vita che con le sue sbavature smarrisce i confini, altera i programmi, trova una strada dove era scritto che non ce ne fosse alcuna.

Un meccanismo simile lo ritrovo in altre guerre, in altre contrapposizioni: proviamo pure a costruirci un nemico così diverso da noi, tentiamo di dividere il mondo per etnie, per opinioni politiche, per composizione familiare… non ce la facciamo. Qualunque sistema si voglia adottare esistono crepe, infiltrazioni nella compattezza, che diventano testimonianza. E se queste appartenenze multiple – ricordando, di Alex Langer, l’insuperato Tentativo di decalogo per una convivenza interetnica – coinvolgono il rapporto con l’infanzia, la testimonianza è più coraggiosa e, per chi vi assiste, meno aggirabile.

Una prova mi sembra di riconoscerla in Mamme per la pelle, associazione culturale che ha raccolto il seme gettato nel febbraio 2018 quando, pochi giorni prima delle elezioni politiche, Gabriella Nobile, una donna milanese mamma adottiva di due ragazzi africani, ha indirizzato una lettera a Salvini per “ringraziarlo” di fomentare l’odio verso chi non è italiano. La lettera conosce subito una diffusione ampissima e il 30 novembre dello stesso anno si costituisce questa associazione culturale “per svolgere attività dirette a creare e rafforzare una rete organizzata di madri con figli che possano subire discriminazioni per le loro origini ed il loro diverso colore della pelle”. Realizza progetti nelle scuole, raccoglie le denunce di discriminazioni e offre consulenza giuridica e psicologica.

Ci risiamo allo sberleffo, allo spiraglio: forse a qualcuno sembra possibile erigere steccati per dividere un “noi” di pelle bianca da un “loro” di altro colore ma qui ci sono mamme bianche con figli di altro colore. Se da sempre i “noi” possono infischiarsene dei “loro” perché fuori confine, le mamme adottive non conoscono distinzione. Quei giovani di pelle nera che secondo una certa logica sono etichettabili come spacciatori, delinquenti o perdigiorno, davanti alla legge sono cittadini italiani e per loro sono figli, cioè piezz’ ’e core – e oplà, gli steccati saltano.

In molti modi e momenti, nella storia e nel mondo, le donne si sono unite e hanno fatto sentire la loro voce proprio in quanto mamme, o nonne, per proteggere il bene più prezioso dalla violenza, dall’odio, dalla discriminazione. Così negli ultimi giorni le Mamme per la pelle hanno denunciato l’inasprirsi di ostilità verso i loro figli sulla base del colore della pelle. E così leggiamo la storia di Pietro, adottato molti anni fa dall’Etiopia, rifiutato da uno stabilimento balneare (che per questo è stato chiuso due settimane) sulla spiaggia di Chioggia. La donna racconta di avere protetto il figlio alimentandone l’autoironia, l’ottimismo, la gentilezza. Adesso però ha paura. La stessa che prova Gabriella raccontando due episodi accaduti in vacanza. Il più breve: “In spiaggia un ragazzo sui 30 anni lo ha improvvisamente spintonato dicendogli: «Negro di merda, torna casa tua, questo paese è nostro! Peccato che non sei affogato con gli altri». La sera mio figlio mi ha raccontato tutto con rassegnazione ma con il dolore negli occhi. È difficile spiegare la sensazione di impotenza che prova un genitore davanti ad una situazione del genere”.

Fatti come questi, chissà quanti se ne potrebbero raccontare. Non deve sorprenderci. Tutto – no, molto – cospira in quella direzione. L’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad), agenzia del Ministero dell’Interno creata nel 2010 per raccogliere le segnalazioni alla polizia di crimini di odio, riporta 1.048 denunce nel 2017, un aumento netto rispetto alle 736 del 2016. L’Oscad segue la classificazione dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), e non contempla per esempio i discorsi d’odio (hate speech), limitandosi ai soli reati denunciati. Poco bravi come siamo, in Italia, a raccogliere informazioni su ciò che più ci riguarda, non esiste comunicazione tra il Ministero della Giustizia e il Ministero dell’Interno, per cui non sappiamo quante denunce si tramutano in processi. Anche questo ci rende zoppi nel confronto con altri paesi europei dove lo studio dei fenomeni sociali è consolidato.

In mancanza di dati ufficiali troviamo buone indicazioni nel database gestito dall’associazione Lunaria, Cronache di ordinario razzismo, che registra ciò che viene riportato dalla stampa. Selezionando solamente gli atti avvenuti nella società incivile, non in politica o sui media, le segnalazioni sono 247 nel 2016, 286 nel 2017, 387 nel 2018. L’archivio consente una buona ricerca, possiamo scoprire ad esempio che le notizie riportanti violenze verbali in tre anni sono più che raddoppiate, le violenze fisiche addirittura quintuplicate (da 26 a 127).

Le Mamme per la pelle proteggono in concreto e introducono un pensiero diverso. Mi piace leggere sul sito che l’associazione è aperta anche alle donne straniere che vivono qui con i loro figli, perché se un valore c’è nel loro operato non sta nel lavorare per imbastire un’eccezione – la discriminazione razziale è giusta, fatti salvi i ragazzi adottati – ma nel riportare al centro il valore della persona.

Ancora Lunaria mi ricorda una violenza avvenuta nella mia città a fine 2018. Yacoub Ivane, 19enne originario della Costa D’Avorio accolto nello Sprar e impiegato come tirocinante in un supermercato, è stato apostrofato in pieno centro come spacciatore e, alle sue proteste, ulteriormente insultato e pestato. «Dicevano che tutti i neri hanno la droga e che siamo tutti spacciatori. Mi insultavano e intanto si avvicinavano. Ho sentito una botta sulla testa da dietro e poi mi è arrivato un pugno in faccia». Lo hanno aiutato due passanti, una donna e un uomo, quest’ultimo a sua volta colpito dagli aggressori.

La notizia mi aveva shockata allora ma, ripensandoci, che cosa ne avevo fatto del mio senso di rifiuto? Al più, qualche chiacchiera con gli amici. E Yacoub ha una rete di protezione debole, non ce l’ha accanto una mamma per la pelle, la sua famiglia è lontana. In questi giorni mi riaffiora spesso una frase illuminante di Aldo Capitini ed eccola di nuovo, ad aspettarmi. Intendo la raccomandazione ad “essere uno madre all’altro”.

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