• 15 Agosto 2022 11:12

Azione nonviolenta – Agosto Settembre 2006

DiFabio

Feb 2, 2006

Azione nonviolenta agosto settembre 2006

– La nonviolenza è il cuore del servizio civile, Elena Buccoliero intervista Daniele Lugli
– Il servizio civile, tutto da progettare. Per ripensare Enti e volontari. Nuove regole e nuova cultura, di Claudia Pallottino
– 10 obiezioni di coscienza ad alcuni aspetti del nuovo sistema di servizio civile, Di Elena Buccoliero
– Formare alla nonviolenza. Una riflessione, di Pasquale Pugliese
– Pierre Ceresole, 1879-1945. Un pioniere del volontariato
– Il servizio civile al Movimento Nonviolento, Elena Buccoliero intervista Raffaella Mendolia ed Irene Valente Vai
– L’anno di volontariato sociale, una radice invisibile del servizio civile nazionale, di Claudia Pallottino Vai
– E se da “volontario” diventasse “obbligatorio”? Le diverse prospettive delle istituzioni e dei movimenti, a cura di Elena Buccoliero
– Lettera al Ministro Paolo Ferrero sul servizio civile al Movimento Nonviolento, di Daniele Lugli e Mao Valpiana
– Lettera aperta dei movimenti nonviolenti al governo sulla difesa popolare nonviolenta e sul servizio civile

LE RUBRICHE

– Educazione. Una comunicazione che arricchisce la vita (a cura di Pasquale Pugliese)
– Disarmo. Via le bombe da Aviano (a cura di Massimiliano Pilati)
– Economia. Le chiese protestanti preferiscono la finanza etica (a cura di Paolo Macina)
– Per esempio. Donne che vogliono la pace per la prosperità della Cambogia (a cura di Maria G. Di Rienzo)
– Musica. Voci femminili cantano la pace (a cura di Paolo Predieri)
– Movimento. Se vuoi la pace finanzia la pace (a cura della Redazione)
– Libri. Idee e pratiche della nonviolenza (a cura di Sergio Albesano)

La nonviolenza è il cuore del Servizio Civile

Il Servizio Civile nazionale e internazionale, i primi campi del MN e quelli attuali, la realtà e le prospettive del servizio civile volontario…
Conversazione con Daniele Lugli, segretario del Movimento Nonviolento

di Elena Buccoliero

All’inizio del suo percorso il Movimento Nonviolento ha organizzato alcuni campi insieme al Servizio Civile Internazionale, ai quali anche tu hai partecipato.
“Sono stato a tre campi. Il più rilevante comunque è stato il primo”.
Perché?
“Perché il primo campo non si scorda mai… Era il ’64, l’anno in cui comincia ad uscire Azione Nonviolenta. Si svolgeva in Svizzera ed era organizzato da una collaborazione tra il Servizio Civile Internazionale e War Resisters’ International. Ha dato al Movimento Nonviolento – e particolarmente a Pietro Pinna – l’esperienza necessaria per organizzare altri due campi di studio e lavoro, che si sono svolti in Italia nei due anni successivi. Un’esperienza breve, due settimane, ma nella mia memoria occupa uno spazio che normalmente può essere di tre, quattro mesi… mi è rimasta la sensazione di un tempo più lungo, forse proprio per la sua intensità”.
Che cosa facevate?
“Una strada. Un sentiero appena tracciato doveva diventare una strada percorribile. Questo al pomeriggio, per cinque ore di lavoro manuale svolto a pieno. La mattina invece si discuteva il tema del campo, l’obiezione di coscienza, e nelle sere da capo si tornava a discutere”.
Avevate contatti con gli abitanti?
“Praticamente no. Il contatto era dato dal fatto che noi facevamo quest’opera in un comune povero che ne aveva bisogno. Lo scambio era molto forte tra di noi, questa era la scoperta più significativa. Ricordo ancora tutte le facce”.
Da dove venivate?
“Dall’Italia eravamo in cinque, quattro da Ferrara e Pietro Pinna, praticamente già perugino, poi c’erano inglesi, svizzeri, tedeschi, francesi, un belga. L’unico che ne capiva del lavoro era un vecchio stradino pacifista che allora a me sembrava vecchissimo, avrà avuto una settantina d’anni. Sapeva far tutto, eravamo guidati da lui. Anche il fatto che fossimo, sì, prevalentemente giovani, ma con una componente di persone più mature, era sicuramente una ricchezza.
Questa formula del campo di studio e di lavoro è una formula bella, che in qualche modo viene ripresa nei campi estivi MIR-MN”.
In questo momento è vissuta come una forma di “vacanza impegnata”. Che cosa dà ad un campo la qualità di “servizio civile”?
“Nel nostro caso era il fatto di costruire un’opera a favore di una comunità che ne aveva bisogno. Poi questo avveniva in Svizzera, il paese di Pierre Ceresole, fondatore del Servizio Civile Internazionale. Insomma i campi di servizio civile internazionale sono proprio esperienze di lavoro a favore di una comunità, lasciano cose che restano”.
A te cosa è rimasto di quel campo?
“L’aver incontrato persone di nazionalità diverse, tutte impegnatissime su questa questione dell’obiezione di coscienza, che non era riconosciuta nei paesi di cui si parlava. L’Inghilterra era passata al servizio professionale e avevamo con noi un inglese che aveva fatto obiezione di coscienza dopo essersi arruolato come professionista, una cosa alla quale bisogna prepararsi anche in Italia. Al di là del lavoro, importante è stata proprio la conoscenza delle persone e i contenuti su cui ci si è confrontati. Abbiamo vissuto intensamente insieme facendo le cose di sempre in modo estremamente spartano – dormivamo in un fienile e sul legno, non sul fieno perché i contadini non volevano, non c’era luce elettrica, niente acqua… – insomma, era bello davvero”
Il campo sull’obiezione e l’attività del GAN per l’obiezione di coscienza
È stata un’esperienza determinante per il primo GAN sull’obiezione di coscienza?
“Non determinante ma propulsiva, questo sì. Le azioni del GAN erano iniziate qualche mese prima. E poi naturalmente il campo non era finito se Piero Pinna non si faceva arrestare…”
Come ha fatto?
“Oh, è facile. Ha tenuto, da solo, una manifestazione vietata a favore dell’obiezione di coscienza.
Il legame tra rifiuto della guerra e servizio civile era ben chiaro per noi visto che l’obiezione era il tema centrale del campo, e il tema era anche un modo per riportarsi all’origine del servizio civile. Ti leggo una citazione di Pierre Ceresole: Il Servizio Civile Internazionale ha lo scopo di creare tra i popoli uno spirito nuovo che renderebbe moralmente impossibile l’attacco di un popolo da parte di vicini divenuti amici sinceri. Questo per lui è solamente l’inizio. Lo scopo finale è ottenere la sostituzione dei servizi militari nazionali con un servizio civile internazionale.
Quindi nel suo disegno il SCI aveva anche uno scopo di difesa?
“Ma sai, se nel frattempo hai abolito gli eserciti da chi ti difendi…? Per noi poi aveva un altro stimolo ancora, per la nostra lotta a favore di una legge sulla obiezione di coscienza che prevedesse un servizio civile sostitutivo. Il senso largo dell’obiezione era potenziato dal fatto di parlarne in un campo internazionale, che ci permetteva di confrontare diverse visioni dell’obiezione di coscienza, e non sui libri ma con dei giovani che vivevano il problema. Gente che era condannata per la scelta di obiezione, altri che avevano fatto del lavoro per la pace un impegno di vita… L’altro tema era quello di pensare ad un servizio civile che, sostitutivo di quello militare, potesse avere carattere internazionale secondo l’ispirazione di Pierre Ceresole; un servizio civile non solamente sostitutivo ma che potesse colpire l’istituzione stessa militare, la sua necessità”.
I campi proseguono ogni anno, organizzati dal MIR-MN o dal Movimento Nonviolento, da soli o con altri. Qualche anno fa anche tu hai partecipato ad uno di questi…
“Mi pare però che in questi campi, che sono belli, certi aspetti siano un pochino meno presenti. Al massimo qualcuno racconta che cosa sono il MN o il MIR, ma raramente è messa a tema la questione della pace e della guerra… Il servizio civile volontario invece è tutt’un altro discorso”.
Il servizio civile volontario come formazione alla nonviolenza?
Proviamo a parlarne?
“C’è dentro un anno intero di vita di un giovane, un tempo importante nel percorso di ragazze e ragazzi. Negli strumenti di formazione il richiamo alla nonviolenza, al rifiuto della guerra, alla gestione dei conflitti è presente ed è anche molto enfatizzato, ma io non so quanto passi in concreto nell’esperienza che i ragazzi fanno. Ho l’impressione che sia un discorso un po’ appiccicato”.
È un’impressione che ricavi dalla tua esperienza di formatore?
“Insomma, è come proporre Manzoni a scuola: è il modo migliore per far odiare Manzoni. Per quanto si faccia formazione in modo interattivo, attraverso laboratori che chiamano in causa direttamente i ragazzi, ribadire i collegamenti tra servizio civile e obiezione di coscienza non è di per sé una garanzia sufficiente perché ci sia poi una coerenza con l’esperienza che i ragazzi fanno. C’è il problema di che cosa i ragazzi, che fanno il servizio, sono convinti di star facendo. Per noi era una piccola cosa, due settimane appena, ma sapevamo che servivano ad attrezzarci per far crescere il Movimento in Italia, per chiedere una legge sull’obiezione… L’anno di servizio civile che i ragazzi oggi fanno in che modo serve a loro, e alla comunità che è lì? È un pre-lavoro? Che tipo di riconoscimento ha? Raccontare ai giovani le radici del servizio resta abbastanza appiccicaticcio se poi nell’esperienza che i ragazzi fanno trovano un mezzo lavoro più o meno deludente”.
Credi che favorire progetti direttamente legati alla nonviolenza potrebbe essere una soluzione?
“No, non è questo. Io penso che accudire un bimbo handicappato abbia molto a che fare con la nonviolenza, forse perfino più che studiare Galtung un giorno sì un giorno no. Nessuna delle aree di progetto va male. Il problema è sempre sapere se esegui un compito o se dai un senso a quello che stai facendo, se lavorando in una biblioteca comunale ti limiti a inserire delle schede o se t’importa che la gente legga, se ti chiedi che pubblico hai o puoi avere e in che modo… Non penso cioè che la specificità stia nel trattare i temi della nonviolenza. Secondo me è importante che ci siano delle attività che vengono sottratte al mercato come tale, e vengono fornite come servizio pubblico. Ecco perché mi va bene che i volontari siano nei Comuni oltre che al MN. Certo che se vengono presi per sostituire i dipendenti di basso profilo che ti occorrono ma che non puoi assumere, allora no… Ma se prende questa piega il servizio civile finisce, non ha molto respiro. E a me pare che il problema vero sia proprio questo, la qualità dell’esperienza, al di là che il servizio sia volontario o generalizzato, oppure che sia più legato alla Difesa Popolare Nonviolenta o invece al welfare… Questi temi, di cui si parla molto anche nei nostri ambienti, a mio avviso non arrivano al cuore della faccenda”.
Un problema di fondo: la qualità dell’esperienza
Allora la questione è garantire la qualità…?
“Pesa secondo me, anche sul servizio civile volontario, il retaggio, che io non riesco a considerare positivo, degli ultimi anni di servizio sostitutivo del militare nato dall’obiezione di coscienza, per il modo in cui concretamente nella grandissima parte dei casi si è svolto. Un’attività abbastanza dequalificata. C’è da rimontare e secondo me c’è da pensare anche, in termini nazionali ma europei, che cosa potrebbe essere un servizio civile che abbia presente le sue origini”.
Ma se né la formazione e, quasi, neppure la volontarietà garantiscono la qualità, su che cosa si dovrebbe puntare?
“La qualità del servizio c’è se il lavoro di chi è lì nella continuità, professionalmente o come volontario, ha un livello decente. Se lavora male chi è lì tutti i giorni, è chiaro che i volontari restano delusi o, qualche volta, se la prendono comoda. Nello sporco si sporca di più. Dove non si lavora non lavora nessuno. Avrai il servizio civilista che sta in ufficio per non-lavorare, nel posto dove non-lavora un altro”.
Non credi che la necessità, per enti e associazioni, di progettare, e la possibilità per i ragazzi di scegliere, sia un correttivo per evitare situazioni di questo tipo?
“Certo la progettazione è uno stimolo che va nella direzione giusta, ma da sola non basta. Niente di più facile che scrivere dei finti progetti, se si vuole… Ma questo riguarda il lavoro in generale, la qualità dei servizi. Anche gli obiettori di coscienza avrebbero potuto essere utilizzati su progetti, se si fosse voluto. Invece non si è voluto fare e ci siamo accorti delle conseguenze.
Chi faceva obiezione cominciava firmando un modulo in cui dichiarava di rifiutare la guerra e l’esercito per motivi di coscienza. Per molti questo era mentire in modo spudorato, e sulla menzogna iniziale si costruiva l’intera esperienza: tutti sapevano che molto probabilmente stava mentendo e nessuno chiedeva all’obiettore comportamenti coerenti rispetto al dichiarato. Negli anni di massima generalizzazione ci sarà stato un obiettore su mille, una certa percentuale di imboscati e una fascia intermedia di persone che svolgevano un serio servizio civile”.
Un altro punto che viene frequentemente sollevato è quello della competenza, nazionale o regionale, e presso la Presidenza del Consiglio o il Ministero alla Difesa, con richiamo alla DPN, o invece al Ministero Affari Sociali, come è attualmente, intendendolo una forma di solidarietà sociale…
“Anche questi sono elementi di un qualche rilievo, ma non colgono un punto fondamentale. Il servizio civile è davvero una carta importante per la produzione di servizi e beni pubblici, a disposizione della collettività, prodotti fuori da una logica di mercato, in modo efficiente ed efficace, affiancando a operatori professionali del pubblico e del non profit  giovani motivati? Se la risposta è sì va ampliato e qualificato, attentamente seguito, soddisfacendo ogni richiesta degli enti che lo propongono e dei giovani che si propongono. Che naturalmente vorrebbe dire incentivare la progettazione e poi attivare – quindi finanziare – tutti i progetti che si ritengono meritevoli. Non dovrebbero esserci problemi visto che componenti non irrilevanti dell’attuale maggioranza avevano ipotizzato di renderlo obbligatorio”.
Ernesto Rossi, Pierre Ceresole
“In Abolire la miseria, un testo che ha più di sessanta anni, ma ancora di grande interesse, Ernesto Rossi proponeva un servizio del lavoro, obbligatorio e biennale per tutti i cittadini. Suo scopo era la produzione di beni e servizi “in natura” per coprire tutti i bisogni fondamentali: nutrimento, alloggio, vestiario, sanità, istruzione. Rossi era un economista liberista, molto apprezzato da Einaudi, che rifiutava l’idea che la povertà di strati della popolazione fosse la condizione dello sviluppo economico. Credo che ritrovare questa visione, collegare Rossi a Ceresole, potrebbe essere un buon viatico per un buon servizio civile. Per noi del Movimento Nonviolento sarebbe anche un rivederlo accanto a Capitini, come lo era, al termine della prima marcia Perugia-Assisi nel settembre del ‘61, alla Rocca”.
Pierre Ceresole credeva che la conoscenza tra persone di paesi diversi avrebbe contribuito a ridurre la violenza e la guerra.
Eh lo so, c’è l’idea che chi si conosce è più difficile che si faccia del male… Non è vero. Lo dimostrano le guerre nei Balcani o… Perfino gli omicidi e le violenze sulle persone avvengono per la maggior parte in famiglia o tra persone che si conoscono bene. Come sempre non c’è una risposta sola a una questione complessa. Credo però che valga la pena lavorare in questa direzione. Una diversa cooperazione internazionale e l’attuazione del disegno di Langer sui corpi civili di pace europei potrebbero riprendere quel percorso con un respiro adeguato”.

Il servizio civile, tutto da progettare
Per ripensare anche Enti e volontari

di Claudia Pallottino

La dinamica degli Enti che vogliono giovani in servizio per poter funzionare non è cambiata, si può inserire questo elemento nell’elenco delle eredità lasciate dall’Obiezione di Coscienza. È un bisogno creato dall’evoluzione quantitativa degli obiettori di coscienza negli anni ‘90 e poi lasciato insoddisfatto con la sospensione della leva militare.
Non è un fatto da trascurare. Proprio in forza di questo bisogno è stata pubblicata quasi di corsa la legge istitutiva del nuovo servizio nazionale, ma come fare perché non si trasformi il servizio civile in un “tampone sociale”?
Lo Stato ha scelto la forma della delega (più gentilmente chiamata accreditamento) agli Enti Locali e a quelli del Terzo Settore per indicare ai giovani i luoghi ed i modi per svolgere il servizio attraverso la progettazione annuale. Da un lato ciò significa che si accorciano le distanze tra chi pensa il servizio civile e i giovani che lo concretizzeranno, in quanto sono più vicini al territorio e alla comunità civile e hanno la possibilità di creare progetti realisticamente utili. Dall’altro lato la distanza si allunga pensando al rapporto tra Stato ed Enti progettanti, quasi un rapporto “di massa”, dove la specificità e le competenze riescono a disperdersi in modo abbastanza puntuale. Non è un caso se già nel 2002 i rappresentanti dei primi Enti progettanti proponevano all’Unsc, in un convegno a Pisa organizzato dalla Fondazione Zancan e altri promotori, un disegno di legge che è stato in larga misura trasformato nel D.Lgs. 77/02 entrato in vigore a gennaio di quest’anno e che tra le altre cose prevede il passaggio alle Regioni di alcune funzioni importanti come la fase della progettazione e dell’accreditamento.
Lo sforzo di progettare
Ma dover ogni anno progettare cosa significa? Sicuramente nello specifico del servizio civile assume pregi e difetti specifici.
Tra i pregi troviamo subito la richiesta, di natura istituzionale, di fare uno sforzo culturale di grosso stacco rispetto alla modalità prevista per gli obiettori: prima l’Ente sapeva che lo Stato gli “destinava” i giovani, ora li deve innanzitutto immaginare, poi deve entrarci in rapporto e fare in modo che scelgano il suo progetto, successivamente deve fare in modo che l’esperienza incontri sufficientemente le aspettative dei volontari affinché la portino a termine.
Progettare il servizio civile può anche voler dire rinnovarlo periodicamente, magari coinvolgendo i diretti interessati, verificandolo seriamente e mettendo in discussione quanto si è fatto con gli obiettori.
D’altro canto, da un punto di vista operativo troviamo molti difetti, forse fisiologici se inseriti nel contesto della “nascita istituzionale” a cui stiamo assistendo (se pensiamo alla nascita di un’altra grande istituzione recente e guardiamo al Servizio Sanitario Nazionale, ci accorgiamo che il travaglio è stato molto più lungo…).
Guardando alla reale messa in pratica della normativa del servizio civile, troviamo il rischio che gli Enti si trasformino in efficienti “progettifìci” capaci di creare sulla carta un servizio civile spettacolare che poi però non è messo in pratica, e i giovani si scoprono impiegati per la pura sopravvivenza degli Enti. Altra nota dolente è la competizione tra le migliaia di Enti progettanti, tutti contro tutti – Enti grossi e microscopici sullo stesso piano – per vedere il proprio progetto in cima alla graduatoria per i finanziamenti. A cosa serve chiedere agli Enti di progettare senza limitazioni di sorta, quando a priori si prevedono finanziamenti pari ad un terzo? Dove sta il baco? Nella partecipazione di massa degli Enti o nella scarsa considerazione finanziaria del servizio civile prevista nel bilancio dello Stato, o dove ancora?

Uno sguardo al nuovo decreto per la progettazione di quest’anno
Nel mese di agosto 2006 la circolare Unsc dell’8 aprile 2004, unica “normativa” che dettava le regole per la progettazione, è stata recepita con qualche modifica in un nuovo Decreto Ministeriale che non implica grandi cambiamenti – fatti salvi alcuni rimandi alle normative (future) regionali – ma dettaglia con più precisione alcuni aspetti progettuali e affina lo strumento della competizione tra gli Enti, ovvero la “Griglia di valutazione dei progetti”, che indica i criteri con cui i progetti vengono posizionati nella fatidica graduatoria. Chi ha più punti vince. Giovani in servizio civile come premio. Ma questa non è una novità.
Scorrendo le novità (più o meno preannunciate) all’interno del decreto troviamo che:
– la finestra 2006 per la presentazione dei progetti è fissata dal 2 al 31 ottobre, mentre per i prossimi anni sarà stabilita a cura delle Regioni;
– è necessario trasmettere nuovamente i curriculum vitae di Operatori Locali ed eventuali Tutor (figura necessaria per gli Enti con più di 30 volontari) in allegato al progetto, anche se precedentemente già accreditati. La pena è l’esclusione del progetto dall’iter di valutazione. In allegato al decreto si trovano dei fac-simili per la forma ideale con cui produrli;
– le Regioni potranno consentire con propria normativa che il minimo di volontari previsti da ogni singolo progetto sia ridotto a due;
– riguardo alla formazione, oltre al minimo di ore previsto in 80 tra generale e specifica, è stabilito un massimo di 150 ore per le attività formative;
– per i progetti che si svolgono in altri Paesi è indicato in 7 mesi il minimo di permanenza presso le sedi accreditate all’estero;
– è affidata alle Regioni la possibilità di incentivare la co-progettazione tra Enti accreditati in uno stesso albo regionale. Questo aprirebbe la possibilità di presentare congiuntamente lo stesso progetto, ma non vi è alcuna indicazione sulla necessità di stipulare precedentemente un accordo formale (come previsto dalla circolare del 2 febbraio 2006 in cui si parla di accordo di partenariato), probabilmente si dovrà aspettare (o stimolare?) la normativa regionale;
– alcune modifiche non sostanziali alle schede per la progettazione in Italia e all’Estero, ma attenzione ad usare la scheda aggiornata, pena l’esclusione dal gioco;
– sono aggiornati i dettagli per l’istanza di presentazione dei progetti. In particolare l’inserimento informatico dei dati nel sistema Helios, diventando obbligatorio, non apporta più i 10 punti da aggiungere alla griglia di valutazione previsti lo scorso anno;
– i criteri indicati nella griglia di valutazione sono stati abbondantemente ritoccati, aprendo la possibilità alle Regioni di aggiungerne altri.
Attraverso uno sguardo più dettagliato alla griglia di valutazione, oltre alla faccenda della competizione, si ha qualche elemento in più per tentare di capire cosa ha valore nei progetti di servizio civile dal punto di vista dello Stato, e in quale direzione si sta faticosamente muovendo (o se si sta muovendo) l’intero sistema.
Tra le altre, alcune modifiche più rilevanti possono essere:
– l’eliminazione dei “punteggi deflettori”, ovvero non saranno più sottratti punti relativamente ai trascorsi dei progetti precedenti per parziale o totale non copertura dei posti banditi nell’anno precedente o per eventuali infrazioni nella gestione dei volontari;
– la scomparsa già accennata dei 10 punti per l’inserimento informatico dei dati;
– la “rilevanza del progetto” viene individuata nei rapporti tra descrizione del contesto e obiettivi dichiarati, la “coerenza” è sostanziata dal legame tra obiettivi e attività;
– è valutato il rapporto numerico tra personale dipendente e personale volontario nella sede di servizio, ed è premiata (3 punti a 1) una maggior presenza di altri volontari dell’Ente rispetto alla presenza di dipendenti (cosa vorrà dire? per quale soggetto è pensato questo “premio”?);
– l’aumento dei punti per le attività di promozione che l’Ente dovrà dettagliare meglio anche nel progetto;
– la diminuzione dei punti legati ai crediti formativi (viste probabilmente le difficoltà nello stabilire qualcosa di interessante in modo equo a livello nazionale con le Università);
– l’aggiunta dei criteri di valutazione delle formazioni generale e specifica (ben 16 punti in palio).
Un punto di vista tanto per prendere posizione
L’impressione che arriva dal contatto con la normativa e con l’Unsc, facendo lo sforzo di comprendere il linguaggio burocratico per cogliere il messaggio, è l’intento di stimolare una progettazione che tenga conto del passato. C’è la necessità di muoversi dal punto fissato dal servizio civile degli obiettori, e la progettazione è un mezzo centrale per potersi scrollare le rigidità ereditate.
Si tratta di sforzarsi nel pensare davvero i progetti, investire energie e risorse nel costruire concretamente qualcosa che abbia una prospettiva oltre il lavoro precario.
È vero che per molti Enti vale l’equivalenza, che può anche essere vista come l’autogol dell’odc, “servizio civile = risorse umane gratis per portare avanti l’ordinaria amministrazione” – e i motivi che spingono gli Enti ad applicare questa equivalenza sono troppi per trattarli senza un dibattito vivo -, ma è vero anche che oggi sono gli Enti stessi a creare questo autogol scrivendo i progetti a partire da questa chiave.
Un esempio per tutti. Siamo arrivati al paradosso per cui una normativa “dall’alto” chiede, ad Enti del Terzo Settore impegnati da sempre nella difesa dei diritti civili, di dare dignità ai volontari che arrivano per collaborare. Forse gli obiettori, con la loro energia vitale e le loro competenze al servizio degli interlocutori, hanno un po’ “viziato” gli Enti, creando, oltre che il bisogno di colmare il vuoto lasciato dall’assenza, anche l’aspettativa di trovare nelle forze giovani la carica per rinnovarsi.
Uno stimolo grosso che arriva da questa richiesta di progettazione così dettagliata, e un po’ pressante, è che i progetti raggiungono maggior punteggio se sono basati su idee nuove, se mettono in movimento coloro che vi partecipano, se lasciano spazio al dialogo con i giovani nella concretezza di un’esperienza comune.
Le realtà sono molto differenti, sicuramente ci sono tanti aspetti ancora da sistemare e molti autogol indotti dallo stato delle cose del sistema sociale del nostro paese. Molti enti non possono far altro che aspettare i volontari per sopravvivere, ma la modalità di progettazione del servizio civile lascia ampi spazi nel creare orientamenti concreti. Forse questi spazi dobbiamo ancora imparare ad usarli e sfruttarli nel più ampio modo possibile, a vantaggio di una prospettiva per il servizio civile che abbia tra i suoi obbiettivi concreti quello dell’avvicinare i giovani alla cultura del prendersi cura della propria comunità. Inteso come premessa di base per avere degli interlocutori potenzialmente attenti ad un qualsiasi ulteriore “discorso” verso la creazione di un modello di difesa nonviolento.
Infine, collegato alla necessità degli Enti di progettare per rapportarsi con i giovani, c’è anche l’aspetto della motivazione al servizio che questo sistema induce.
Siamo alla sempre presente e annosa critica che i giovani arrivano al servizio civile perché non hanno lavoro e per i volontari civili è previsto un lautissimo rimborso mensile di 433 Euro… Ma non vorrà dire qualcosa se in centinaia di migliaia – qualcuno dovrebbe fare i conti non tanto di quanti hanno svolto il servizio civile, ma di quanti si sono candidati per farlo – hanno scelto di essere volontari CIVILI invece che MILITARI?
Le varianti in genere sono due: ci si può accanire con la “paga alta” dei volontari civili, ma allora bisognerebbe guardare con altrettanto accanimento anche quella dei volontari militari, che per un anno prendono più o meno la stessa cifra (ma con in aggiunta ben altri benefit, dal prendere la patente alla possibilità di fare altri due anni e poi la carriera, al posto di lavoro agevolato in molti settori…). Oppure si può pensare che la motivazione economica non sia sufficiente per svolgere un buon servizio, e allora bisogna pensare a tantissimi obiettori degli anni Novanta che come unica motivazione iniziale avevano un obbligo (e durante il servizio il conto di quanti giorni rimanevano da fare), ma che hanno svolto dei servizi molto più che dignitosi, in alcuni casi tali da cambiare le loro scelte di vita.
Interrogarsi
Tra i settori di intervento del servizio civile previsti dalla normativa, in quello chiamato “Educazione e Promozione culturale” (E) troviamo l’area 08 “Educazione alla pace”, e nel settore “Servizio civile all’estero” (F) troviamo “Interventi di peacekeeping” e “Interventi di ricostruzione post conflitto”. Qualche spiraglio di attività potenzialmente nonviolente che lo Stato è riuscito ad immaginare, molto probabilmente proprio perché ci sono stati obiettori di coscienza che le hanno svolte. Ma in tutti i settori previsti, alla fine dell’elenco compare l’area chiamata “Altro”, dove può essere inserita qualsiasi attività che sia compresa nei principi dell’art. 1 della L.N. 64/01, che al primo punto indica la difesa non militare del paese. Può essere un buon margine per aggiungere aree di servizio civile mirate ad una cultura che lo veda come un contributo alla Difesa Civile del nostro paese.
Dunque agendo direttamente sulla progettazione del servizio civile, ovvero proponendo progetti dove la nonviolenza non solo è contenuta nella formazione, ma diventa oggetto stesso del servizio da svolgere, realizzando idee che non sono il pane quotidiano del Terzo Settore, allora si possono intraprendere strade interessanti per una prospettiva di sopravvivenza nel lungo periodo del servizio civile.
Bisogna però interrogarsi per capire se vale la pena investire energie e risorse nel Servizio Civile Nazionale oggi: si crede possibile attraverso l’ideazione di progetti nuovi contribuire ad orientare l’immaginario comune, la cultura, la prospettiva e perché no anche a modificare o aggiungere alcune regole, del Servizio Civile?
…Perché non provarci?

Obiezioni di coscienza ad alcuni aspetti del nuovo sistema di servizio civile?
Sì, grazie!

Gli obiettori di coscienza al servizio militare ci hanno insegnato che nello stesso tempo in cui si rifiuta qualcosa si può anche costruire qualcos’altro di nuovo. Forse il sistema di servizio civile di oggi ci chiama a fare l’inverso: costruendo qualcosa di nuovo, si possono rifiutare alcuni elementi per farlo.

1.Un sistema di difesa del nostro paese basato sulle giovani e volontarie Forze Armate
2.Un sistema sociale che prospetta come percorso di vita significativo ed estremamente ricco la carriera militare
3.L’applicazione delle leggi di mercato nei rapporti sociali, dove i giovani sono merce di scambio tra Stato ed Enti Locali e del Terzo Settore
4.Guardare ai giovani come meri destinatari di proposte mirate a riscuoterli dalla loro inerzia invece che pensarli come interlocutori diretti per la costruzione di un mondo diverso
5.Lo sfruttamento dei giovani in lavori di basso profilo, tanto da poter essere svolti senza quasi preparazione o, al contrario, alla pari di un dipendente, con buoni livelli di specializzazione e un compenso ben inferiore
6.L’idea di costruire un’istituzione orientata all’assistenza come panacea di tutti i mali, invece che volta a creare delle premesse culturali e sociali diverse, orientate a costruire secondo l’“I care” di don Milani
7.La sostanziale competizione forzata tra Enti di tutti i livelli e di tutti i settori, appiattiti in un’unica graduatoria
8.Un mercato che costringe gli Enti a pensare il Servizio Civile come tappabuchi alle assunzioni impossibili o ai tagli sul sociale, per cui ad es. l’integrazione scolastica dei ragazzi con handicap è affidata a volontari volenterosi e (quasi) impreparati, oppure salta…
9.Il fatto che la formazione alla nonviolenza sia continuamente proclamata senza che si sia approfondito come declinarla nella sostanza dei progetti e della loro attuazione
10.Il fatto che l’odc è ripetutamente indicata come radice del servizio civile volontario, ma poi il rifiuto della guerra e ciò che ne consegue non viene messo a tema come area specifica di progettazione del servizio civile volontario.

Formare alla nonviolenza.
Una riflessione sulle “linee guida per la formazione generale dei giovani in servizio civile”

Di Pasquale Pugliese

Due correnti di pensiero
La legge 64/2001, istitutiva del “nuovo” Servizio civile nazionale (SCN), all’art. 1 indica come prime tre finalità del servizio: “a) concorrere, in alternativa al servizio militare obbligatorio, alla difesa della patria con mezzi e attività non militari; b) favorire la realizzazione dei principi di solidarietà sociale; c) promuovere la solidarietà e la cooperazione, a livello nazionale e internazionale, con particolare riguardo alla tutela dei diritti sociali, ai servizi alla persona ed alla pace fra i popoli” . Nonostante che tre anni dopo, il 18 febbraio 2004, con Decreto del presidente del Consiglio dei Ministri sia stato costituito, in coerenza con gli obiettivi della legge, il Comitato di consulenza per la difesa civile non armata e nonviolenta che affianca con compiti, appunto, consultivi l’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile1 (UNSC) nella “predisposizione di forme della difesa civile non armata e nonviolenta” – formula istituzionale per definire la “difesa popolare nonviolenta” (dpn) – in realtà molti addetti ai lavori hanno nel frattempo elaborato una “corrente di pensiero”, come sintetizza Rodolfo Venditti, “che tende a ritenere superato il principio secondo cui il servizio civile costituisce un modo di difesa della Patria mediante modalità di difesa non armata”2. Come spiega inoltre Antonino Drago, che del Comitato di consulenza è stato il primo presidente, “profondi disaccordi sono nati non tra i nonviolenti e i militari, ma tra i nonviolenti e i civili; molti degli enti di SC, non riconoscendosi più nell’obiezione di coscienza e nella DPN, chiedono ai SC.isti solo una solidarietà generica, senza progetti sulla difesa nei conflitti internazionali”3.
Un importante documento dell’UNSC rivolto agli enti di servizio civile, la “Carta d’impegno etico del Servizio Civile Nazionale”, sembra andare infatti in questa direzione quando dice che L’Ufficio nazionale e gli enti “sono consapevoli di partecipare all’attuazione di una legge che ha come finalità il coinvolgimento delle giovani generazioni nella difesa della Patria con mezzi non armati e non violenti, mediante servizi di utilità sociale”4, declinando così la difesa non armata e nonviolenta esclusivamente nella – pur importante – difesa del legame sociale che tiene insieme la comunità, mediante servizi di utilità sociale svolti dai volontari.
L’emanazione successiva da parte dello stesso UNSC delle “Linee guida per la formazione generale dei giovani in servizio civile”5, in data 4 aprile 2006, dice invece agli stessi enti su questo tema, con una significativa inversione di rotta, una parola diversa che cerca di tenere insieme le tre gambe della dpn, come da sempre teorizzata dai movimenti nonviolenti, ossia l’impegno solidale e la cittadinanza attiva, la difesa nonviolenta alternativa a quella militare e la prevenzione e la gestione nonviolenta dei conflitti internazionali:
“Il punto di partenza del percorso formativo del servizio civile non può che discendere dall’art. 1 della legge 64/01, che assegna come primi due obiettivi al servizio civile il “concorrere…alla difesa della Patria con mezzi ed attività non militari” e il “favorire la realizzazione dei principi costituzionali di solidarietà sociale.” Come è da tempo ormai assunto nella giurisprudenza del nostro Paese, l’adempimento del “sacro dovere di difesa” si realizza anche attraverso “la prestazione di adeguati comportamenti di impegno sociale non armato”. Tali comportamenti rientrano anche in quella “difesa civile” alla cui attuazione sono deputate diverse istituzioni. La difesa civile non armata e nonviolenta, infine, che si pone quale alternativa alla difesa militare, si riferisce anche a forme storiche di difesa popolare nonviolenta, realizzatesi in Italia e all’estero, e ha come indirizzo culturale e metodologico la prevenzione e la gestione nonviolenta dei conflitti e delle controversie internazionali”.
Da questa acquisizione partiamo per un’analisi delle “linee guida”.

Il “ruolo strategico della formazione generale”
Nella premessa di questo documento si afferma “la necessità di un potenziamento del ruolo strategico della formazione generale” per i volontari in servizio civile, fornendo “un modello” al quale tutti gli enti dovranno rifarsi nell’attività formativa. La formazione generale deve avere una durata minima di 30 ore durante le quali dovranno essere sviluppati, secondo l’UNSC, i “contenuti minimi necessari” indicati in 5 tappe concettuali così articolate:
1.La Costituzione italiana, “sia perché in essa è tratteggiata la fisionomia della “Patria” che chi sceglie il servizio civile si impegna a difendere , sia perché in essa hanno fondamento lo stesso servizio civile, con l’eredità ricevuta dall’obiezione di coscienza e gli obiettivi ad esso assegnati dal legislatore”
2.La storia tanto dell’obiezione di coscienza e del servizio civile degli obiettori che della
parallela evoluzione della legislazione e della giurisprudenza: “in questo modo”, è scritto nel
documento, “non si dimentica l’eredità trasmessa dal servizio civile degli obiettori di
coscienza e inoltre, si metterà in evidenza come il servizio civile contribuisce alla
costruzione della pace attraverso l’utilizzo di strumenti pacifici” .
3.Che cosa significa svolgere il servizio civile? Che cosa implica dal punto di vista del concetto di “cittadinanza”? Per aiutare i volontari a rispondere a queste domande le “linee guida” propongono di approfondire, tra l’altro, “le dinamiche delle interazioni sociali (es. inclusione/esclusione, centralità/marginalizzazione, etc.), per offrire ai giovani strumenti concettuali che li aiutino a leggersi nel contesto in cui vivono e operano e a leggere gli aspetti “strutturati” del contesto”
4.La presentazione dell’Ente in cui si presta il servizio, in particolare sotto il profilo dell’”attività di difesa”, “partendo dalla constatazione che un Ente, per essere riconosciuto idoneo a proporre progetti di servizio civile, deve operare nel campo delle attività e dell’uso dei mezzi non militari che concorrono alla difesa della Patria”
5.E infine, “la tappa finale del percorso formativo riguarda più da vicino il volontario in servizio civile, il suo ruolo, la sua funzione, i diritti e i doveri, ma soprattutto le modalità di crescita nel campo dell’esercizio della cittadinanza e della partecipazione responsabile”.
Questi nuclei concettuali vengono poi sviluppati, in un allegato al documento, in 11 moduli formativi tra i quali segnaliamo: “dall’obiezione di coscienza al servizio civile nazionale: evoluzione storica, affinità e differenze tra le due realtà”; “il dovere di difesa della Patria”; “la difesa civile non armata e nonviolenta”; “la solidarietà e le forme di cittadinanza” Luci ed ombre di un documento
Considerato che nell’approvazione, e soprattutto nel finanziamento, dei progetti di servizio civile sempre più risultano privilegiati quelli a vocazione sociale ed assistenziale6 , spesso lontani dalla cultura della difesa popolare nonviolenta (se non nella corrente di pensiero che la identifica con la “solidarietà generica”), i nuovi volontari – non più obiettori di coscienza – non hanno altre occasioni d’incontro con la tematica della nonviolenza e dell’impegno per la pace, se non attraverso le ore della formazione generale. Perciò non è di secondaria importanza che nelle linee guida siano opportunamente affermati due criteri qualificanti:
a.la formazione generale ha un “ruolo strategico”, è “obbligatoria” e le linee guida sono “vincolanti” per tutti i progetti che impiegano volontari, qualunque sia la loro natura;
b.al suo interno la tematica della difesa civile non armata e nonviolenta ha un ruolo evidente, non solo perché c’è un modulo specifico sul tema, ma soprattutto perché questa questione – esplicitata nella legge 64/2001 – rappresenta, come abbiamo visto, il punto di partenza dell’intero impianto formativo indicato dalle linee guida.
Tuttavia, nonostante la chiarezza su questi punti, dalla lettura integrale del documento si capisce che esso è frutto di un compromesso tra diverse esigenze: da quella di obbligare gli enti più renitenti a fare la formazione generale (oltre a quella specifica relativa allo svolgimento del servizio) a quella di non scontentare gli enti assistenziali e di volontariato, da quella di evidenziare il legame culturale e storico con l’obiezione di coscienza a quella di supplire alla scarsa “educazione civica” di molti giovani volontari… Vi è inoltre da rilevare una rigidità eccessiva rispetto alle proposte di metodo e di moduli in cui le stesse “linee” sono articolate. Si arriva addirittura a quantificare in percentuale quante dovranno essere le ore di lezione frontale (e quante quelle con “dinamiche non formali” ) e per quali moduli, i quali rischiano così di risultare non indicativi ma obbligatori nella loro rigida formulazione, fortemente ingessanti nella conduzione della formazione – e dunque pedagogicamente inefficaci – se assunti sic et simpliciter e non intelligentemente rielaborati. Si dice tuttavia che “è prevista una prima fase di sperimentazione delle linee guida della durata di un biennio, al termine della quale si potrà procedere, sulla base delle verifiche degli obiettivi che le stesse si prefiggono, alle necessarie valutazioni e correzioni qualitative”. Vedremo.
E’ indicato infine come necessario tenere i “registri della formazione” e svolgerne il “monitoraggio”, anche perché l’UNSC potrà fare (direttamente o attraverso le regioni) le “verifiche sul campo” dei corsi di formazione.
La nonviolenza è solo difesa?
Seppure tra gli undici moduli nei quali l’UNSC articola la formazione solo un paio fanno riferimento alla nonviolenza come tema da trattare e approfondire – implicitamente il modulo 2 (dall’obiezione di coscienza al servizio civile nazionale: evoluzione storica, affinità e differenze tra le due realtà) ed esplicitamente il modulo 4 (la difesa civile non armata e nonviolenta) – è possibile, a mio parere, per i formatori, impostare l’intera formazione generale (e dunque non solo la parte relativa alla difesa) con un approccio culturale nonviolento rielaborando in quest’ottica l’insieme dei temi proposti. Ciò mi pare opportuno ed auspicabile per almeno tre ragioni:
le tappe concettuali in cui si articolano le “linee guida per la formazione generale” rientrano pienamente nell’ambito della riflessione ampia in cui si sono esercitati i pensieri e le pratiche della nonviolenza, di cui la “difesa non armata e nonviolenta” – che è punto di partenza del percorso formativo, oltre che obbiettivo primo della legge – è una particolare, seppure fondamentale, espressione.
Se la formazione riveste un “ruolo strategico” nel servizio civile è opportuno che tutti i giovani sviluppino un reale percorso di apprendimento dei contenuti proposti7 e perciò risulta pedagogicamente poco utile svolgere, per esempio, un modulo su “la difesa civile non armata e nonviolenta” senza prevedere almeno un paio di moduli propedeutici su temi come “l’analisi dei conflitti nella società complessa, dall’ambito micro a quello macro”, e su “l’approccio della nonviolenza alla loro trasformazione non distruttiva”, che forniscano gli elementi della cornice epistemologica in cui poter collocare efficacemente la proposta della “difesa nonviolenta”.
Infine, il tempo della formazione generale prevede “una durata minima di 30 ore” e quindi può essere ulteriormente arricchito e rinforzato dove le proposte delle “linee guida” appaiono più deboli.
In questa ottica, volta a fondare sulla nonviolenza l’intero impianto formativo, mi sembra importante segnalare un altro significativo documento, proposto questa volta dal Comitato di consulenza per la difesa civile non armata e nonviolenta, ossia la prima “ipotesi di lavoro” elaborata in ambito istituzionale e consegnata il 30 gennaio 2006 all’UNSC sul tema “La difesa civile non armata e nonviolenta (DCNAN)8”. Si tratta di un documento lungo e articolato dove – dopo aver sviluppato le diverse questioni inerenti la difesa militare, la difesa civile e la dpn – è scritto, tra le altre cose, che “si deve innanzitutto osservare che l’espressione DCNAN indica qualcosa di più della semplice <<difesa senza armi>>” perché trova la sua “principale ragion d’essere nella scelta a vantaggio della nonviolenza, prima ancora che nella più modesta scelta dell’alternativa disarmata rispetto a quella armata”, e questa non mi pare una constatazione banale in quanto, continua il documento, “il riferimento alla nonviolenza” oltre alle modalità di difesa “coinvolge scelte personali e collettive in un certo senso propedeutiche all’attivazione di simili meccanismi, giacché si sostanziano sulla opzione alla nonviolenza intesa come elemento forte di giudizio politico, sociale ed etico”. A sostegno di questa tesi viene citata, quasi integralmente, la “Carta” del Movimento Nonviolento scritta da Aldo Capitini che distende il piano dell’impegno della nonviolenza su molteplici dimensioni. Il paragrafo poi si conclude con l’affermazione che “da questo punto di vista pertanto da DCNAN non riguarda esclusivamente una diversa modalità di gestione dei conflitti internazionali, ma costituisce un punto di riferimento anche in relazione alla gestione dei conflitti interni, ai possibili livelli <<macro>> o <<meso>>, primariamente con riferimento a quelli di carattere sociale9”.
Applicando, infine, queste riflessioni al SCN il Comitato per al DCNAN sottolinea che seppur le finalità della legge 64/01 “sono tutte strettamente collegate al concetto di ripudio della guerra(…)”, di fatto “si constata che all’interno di tale “vocazione” il SCN agisce in situazioni di degrado (sociale, ambientale, culturale,…) e pertanto in contesti in cui sono presenti in forma più o meno esplicita, aspetti di violenza”, dove il suo compito non è quello di intervenire in maniera assistenziale (come operatore acritico del welfare) quanto piuttosto quello di misurarsi con “aspetti di violenza che richiedono azioni di riconciliazione e di pacificazione (tra persone, tra comunità, tra uomo e ambiente ecc.) che a loro volta si sostanziano in forme di prevenzione e trasformazione dei conflitti”. Insomma, anche laddove i volontari non sono impegnati in attività esplicitamente di “difesa non armata e nonviolenta” rispetto agli scenari internazionali il loro compito rimane ugualmente quello di leggere e agire i contesti dati, nei quali si svolge effettivamente il loro servizio, con stile e metodi nonviolenti.
Qualunque sia l’impostazione (la mission) dell’Ente di servizio, questa capacità di lettura e azione all’interno delle dinamiche sociali e delle strutture di violenza – dal quartiere alla comunità internazionale – può essere fornita ai volontari solo da una formazione generale basata sulle categorie ed i paradigmi elaborati del pensiero e dalle sperimentazioni della nonviolenza nell’analisi della diverse forme e dimensioni dei conflitti e della loro trasformazione nonviolenta. 10
Sempre che gli stessi formatori siano preparati a farlo. Ma qui si aprirebbe un’altra riflessione…11

Pasquale Pugliese

A puro titolo esemplificativo, propongo due ipotesi di moduli formativi che rileggono i mandati delle “linee guida” sulla solidarietà e sulla cittadinanza attiva e responsabile (modulo 6 delle “linee guida”: la solidarietà e le forme di cittadinanza) in un’ottica nonviolenta, già sperimentati in diversi corsi di formazione generale con i volontari:
Solidarietà attiva: un’ipotesi di trasformazione nonviolenta dei conflitti interculturali
stereotipi e pregiudizi
gioco di ruolo
cenni su urgenza classificatoria, categorizzazione, stereotipizzazione e pregiudizio;
radiografia di un pregiudizio (positivo o negativo): penso, sento e attuo
gioco di ruolo
lettura da Tolstoj: I ciechi e l’elefante
la comunicazione
gioco di ruolo
cenni su: comunicazione e valori, rappresentazioni e comportamenti
lavoro in piccolo gruppo su: eventi critici o “incidenti culturali”
riflessione in gruppo sulle cornici culturali
pratiche interculturali
– cenni su la mediazione dei conflitti interculturali
esercizio in piccoli gruppi su “la storia del quadrato nel paese dei rotondi”
una o più letture conclusiveCittadinanza attiva: empowerment come etica della responsabilità e “potere di tutti”
perché la nonviolenza si occupa del potere?
Cenni teorici tratti da Pat Patfort ;
due categorie per la cittadinanza: obbedienza e disobbedienza
Lavoro a piccoli gruppi sulle seguenti letture:
a) Adolf Eichmann (la banalità del male)
a)l’esperimento del dott. Milgram
b)L’obbedienza non è più una virtù (don Milani)
c)Il boicottaggio degli autobus a Montgomery
presentazione “emotiva” dei differenti testi e discussione in grande gruppo
Cenni teorici da:
1.Sharp
2.Pontata
– visione filmato: Gandhi (la marcia del sale)
– gioco di ruolo
– lettura L’uomo che piantava alberi

Pierre Ceresole, 1879-1945
Un pioniere del volontariato

Pierre Ceresole è il fondatore del Servizio Civile Internazionale. La sua biografia è costellata di scelte “folli”, come quella di disfarsi della ricchezza,certamente incongrue rispetto al “buon senso”, di allora e di oggi. Proprio per questo la sua vita ci parla, oggi come allora. Pierre Ceresole nasce a Losanna nell’agosto del 1879, ultimo di sei fratelli e tre sorelle. Suo padre Paul, colonnello dell’esercito svizzero e giudice alla Corte Federale, diviene per un certo periodo anche Presidente della Svizzera.
A nove anni Pierre perde la madre. Studia al collegio di Losanna e poi all’Istituto Federale di Tecnologia di Zurigo, dove si laurea in Ingegneria e svolge un dottorato. Lavora come matematico e fisico a Göttingen e poi a Monaco con una personalità come Von Laue, vincitore del Premio Nobel nel 1901.
Nel 1909 intraprende un lungo viaggio negli Stati Uniti durante il quale si manterrà attraverso il lavoro manuale, o dando lezioni private di francese o di matematica. È un periodo molto difficile, la sua esperienza fino a quel momento è stata ben diversa. Ma è proprio qui che comincia a prendere consapevolezza delle situazioni di ingiustizia sociale, e a desiderare di infischiarsene del denaro. Alle Hawaii riceve una piccola fortuna per aver insegnato a un membro dell’antica famiglia reale, e la dona ad una organizzazione attiva nelle zone rurali. Si reca poi in Giappone (1912-14) come ingegnere per una compagnia svizzera. Ma inizia la I Guerra Mondiale e Pierre Ceresole decide di rientrare in Svizzera per aiutare il suo paese.
Al suo ritorno scrive ai ministri del governo federale e affida loro tutto quello che possiede:
“Condivido con voi ciò che ho ricevuto in eredità da mio padre, sperando che i momenti che stiamo vivendo possano spiegare il motivo del mio atto. Io credo che gli insegnamenti di Cristo (…) siano superiori al più spiccato realismo politico o al senso comune. (…) Fate di questo denaro l’uso che vi parrà corrispondente allo spirito con cui vi scrivo”.
Nel 1915 è molto colpito dall’esempio di John Baudraz, un insegnante condannato a diversi mesi di prigione e a perdere il lavoro, per aver rifiutato il servizio militare a motivo della sua fede cristiana. La condanna, e il silenzio della Chiesa ufficiale su questo argomento, lo colpiscono profondamente e allora Pierre, che per ragioni di salute non era stato chiamato alla leva, decide di non pagare più la tassa militare che fino ad allora aveva sostenuto.
È una scelta che mantiene nel tempo e che gli costerà annualmente una condanna e alcuni giorni di reclusione. Il primo giorno di prigionia è nel 1917. Ceresole spiega il suo atto in un testo intitolato “Religione e patriottismo”. Nel novembre dello stesso anno, nella chiesa francese di Zurigo, lancia un appello in cui accusa i sacerdoti che sostengono la guerra. Secondo Pierre “si mettono al servizio degli idoli nazionali” e nel far questo “mettono loro stessi tra noi e lo Spirito. Non oscurateci il sole, o diventate voi stessi trasparenti ai suoi raggi”.
Nel 1919, in Olanda, partecipa ad un incontro con alcuni membri del Movimento Internazionale per la Riconciliazione. Pierre Ceresole si sente subito a suo agio tra queste persone. Dopo questo incontro avrà l’intuizione che lo porterà a fondare il Servizio Civile internazionale, che continua ancora oggi. La sua speranza è che l’incontro tra giovani di diverse culture, a favore di un obiettivo costruttivo concreto, possa contribuire a porre le basi per impedire la prossima guerra.
Nel 1920, insieme ad altri pacifisti tedeschi, austriaci ed inglesi, organizza ad Esnes, vicino a Verdun (in Francia), il primo campo di volontari per un servizio non militare. Sono cinque mesi in cui Pierre ha il piacere di lavorare accanto al fratello maggiore, Ernest, colonnello dell’esercito svizzero, che rimase fino alla sua morte uno dei migliori supporti per questa iniziativa.
Nel 1925 Ceresole diventa segretario del “Centro svizzero di azione per la pace”. Insegnante di matematica, dedica il tempo libero e le vacanze alle campagne per la diffusione del servizio civile in diversi paesi. Altri campi si susseguono: nel 1925 in Svizzera, nel ‘28 in Liechtenstein, nel ‘30 in Francia, nel ‘31 in Galles.
Nel 1931 il Mahatma Gandhi è in Svizzera e Pierre Ceresole è il suo interprete durante l’incontro che si tiene a Pully, vicino a Losanna. Si incontreranno ancora, durante il soggiorno di Pierre Ceresole in India (1934-37) per ricostruire, con altri volontari e contadini del luogo, 7 villaggi distrutti dal terremoto, ovvero la casa per circa 600 famiglie, con servizi sanitari innovativi per tutta la regione. Nell’ultimo viaggio di ritorno verso la Svizzera si ferma negli Stati Uniti per partecipare al congresso mondiale dei Quaccheri ed entra nella “Società degli Amici”.
In quell’anno, nell’imminenza di un’altra guerra, le autorità svizzere ordinano esercitazioni di oscuramento e Piere Ceresole rifiuta deliberatamene di obbedire agli ordini. Scandalo. Nuova condanna. Carcere. E comincia per lui un nuovo periodo di protesta ostinata contro la guerra. Scrive al proposito: “No, questa non è la guerra del diritto e della giustizia; è, per chi vi partecipa, la guerra dell’idiozia più amara e della disperazione”.
Nel 1940, fedele ai suoi ideali, dà in beneficenza un’eredità familiare (ma non a favore del servizio civile internazionale, che pure considerava una parte di se stesso).
Nuovo rifiuto all’oscuramento e di nuovo carcere. A Pasqua scrive un appello alla chiesa: “Voi mi dite che Cristo è risolto. Io non crederò mai che voi lo credete, se non vedo nella vostra vita la forza mentale per attaccare il problema che non può risolverne altri”.
Nel 1941 ha tra le mani una circolare dell’esercito svizzero: “articoli e testimonianze sugli orrori continui della guerra che ne mostrano i caratteri disumani, anti-cristiani e anti-sociali”. Il testo è accompagnato dall’appunto “Non pubblicare”. Naturalmente Pierre Ceresole rende pubblico il testo, ed è di nuovo in carcere.
Nel dicembre del 1941 si sposa con Miss Lise Davide, l’amica con cui da sempre condivide gli ideali e le lotte. La loro piccola casa è subito un centro di attività per la vasta famiglia dei pacifisti, senza interruzioni né per le difficoltà, né per i sei periodi di prigione che ancora si susseguiranno a turbare la loro vita coniugale. La lotta continua con la scrittura e l’azione e, già un mese dopo il matrimonio, Pierre è di nuovo in carcere per alcuni giorni.
Per due volte, nel ’42 e nel ’44, dopo un lungo dibattito interno, Ceresole cerca di entrare in Germania e viene subito arrestato.
Pierre Ceresole muore il 23 ottobre 1945, nella sera di un magnifico giorno trascorso insieme agli amici, sulla terrazza della sua piccola casa.
Tradotto e liberamente tratto da “Vivre sa vérité”, Baconnière, Neuchâtel (Svizzera), 1950.

Il servizio civile volontario al Movimento Nonviolento

Due giovani che hanno fatto o stanno svolgendo servizio civile presso il Movimento Nonviolento raccontano la loro esperienza.
RAFFAELLA
In che anno hai fatto servizio civile al MN? Quanti anni avevi?
Ho fatto servizio civile alla sede nazionale di Verona tra il novembre 2003 e il novembre 2004, all’età di 26 anni.
Con quali motivazioni hai scelto il servizio civile? E perché proprio al Movimento Nonviolento?
La mia idea primaria quando ho cominciato era quella di potermi rendere utile per un’associazione a cui riconoscevo ottime intenzioni ma scarsità di mezzi per attuarle.
L’incontro con il Movimento Nonviolento è stata determinata da motivi di studio, in vista della preparazione della tesi il mio relatore mi ha consigliato di raccogliere informazioni su Aldo Capitini e da lì all’approdo a Verona il passo è stato breve…
Inizialmente che cosa conoscevi della nonviolenza, o del MN? Che cosa ne pensavi?
La mia conoscenza verso il mondo della nonviolenza era praticamente nulla, a parte la storia di grandi personaggi come Gandhi o Martin Luther King e le informazioni derivate dall’attenzione verso Rete Lilliput e i Social Forum, che in quel momento erano all’ordine del giorno
Che cosa ti ha dato questa esperienza, dal punto di vista formativo e personale?
Sicuramente è stata un’esperienza molto positiva in cui ho potuto conoscere una realtà a me sconosciuta. Ho capito come si possono rendere concreti ed attuali nella vita di tutti i giorni idee e principi specifici.
Ci sono stati momenti particolarmente significativi, per attività svolte o cose apprese o scoperte, o perché eri in difficoltà e ti pareva di dover mollare…?
No, non ho mai vissuto momenti così negativi da decidermi a mollare, mi sono trovata bene per tutto il periodo. Sicuramente il fatto di essermi laureata durante il servizio civile mi ha fatto trovare in un momento di incertezza sul futuro per il periodo successivo ma mi ha anche permesso di rendere produttivo questo spazio di tempo, senza trovarmi di colpo senza riferimenti.
Il momento più significativo di quell’anno è stato sicuramente la mia laurea. L’argomento della tesi era la storia del Movimento Nonviolento negli ultimi decenni e poter discutere l’argomento di fronte ad alcuni dei suoi membri mi ma dato una grande soddisfazione e ha dato un senso diverso e migliore al mio lavoro
Che cosa hai sentito di poter dare di te durante quel periodo?
Ho partecipato attivamente alla riorganizzazione della biblioteca, che è stata portata avanti dai miei “successori”, e alla vita della Casa di Verona in generale, ma credo che il mio contributo personale si sia tradotto soprattutto nella interpretazione che ho dato alla storia recente del Movimento attraverso la mia tesi.
Che cosa ti resta oggi di questa esperienza? come ci ripensi, come entra nella tua quotidianità, nelle tue scelte…?
Resta sicuramente un coinvolgimento diretto nella vita del Movimento e il rapporto instaurato con tutte le persone che ho conosciuto durante il servizio civile. È aumentato anche il mio spirito critico e la responsabilizzazione verso alcuni aspetti della vita quotidiana.IRENE
In che anno hai fatto servizio civile al MN?
Ho iniziato il servizio civile il primo dicembre 2005 e terminerò il 30 novembre 2006, qualche settimana prima di compiere 21 anni.
Con quali motivazioni hai scelto il servizio civile?
È stato in seguito alla mia esperienza di stage in una cooperativa che si occupa di ragazzi disabili. Mi entusiasmava il fatto di poter aiutare gli altri e di avere inoltre, sono sincera, una retribuzione per un certo periodo, anche se poi sono finita in un posto che con i disabili non ha nulla a che fare.
E allora perché hai scelto proprio il Movimento Nonviolento?
È capitato per caso. Da qualche anno, grazie al mio insegnante di lettere, facevo parte del gruppo “Pace e Diritti Umani” della mia scuola, con il quale organizzavamo assemblee e un mercatino di Natale all’interno della scuola, con prodotti del mercato equo e solidale, i cui ricavati – in parte – venivano devoluti ad associazioni come Medici Senza Frontiere, Emergency, eccetera… Di conseguenza, mi ero avvicinata molto a quel mondo di pace, nonviolenza, rispetto dei diritti dell’uomo…
Un giorno mia madre, leggendo “L’Arena”, il quotidiano di Verona, ha letto l’articolo del bando “Comunicare la Nonviolenza” e, sapendomi incline a quell’argomento, mi ha ritagliato l’articolo e mi ha proposto di presentare la richiesta.
E poi, una ragazza che si chiama Irene, come può non avvicinarsi al mondo della nonviolenza e della pace? (Irene, in greco, è EIPHNH, che significa PACE!)
Inizialmente che cosa conoscevi della Nonviolenza, o del MN? Che cosa ne pensavi?
Sinceramente, non molto. Conoscevo qualcosa della vita di Gandhi, della sua lotta nonviolenta, appunto, di ciò che ha fatto per portare l’India all’indipendenza; conoscevo un po’ meno della vita di Martin Luther King, delle sue lotte per l’uguaglianza e i pari diritti tra neri e bianchi, ma nulla nello specifico. Il Movimento, nonostante fosse nella mia città, proprio non lo conoscevo, non ne avevo mai sentito parlare.
Che cosa ti sta dando questa esperienza, dal punto di vista formativo e personale?
Direi parecchio, in particolare da quando abbiamo fatto un corso formativo, con i nostri “colleghi” di Livorno e Brescia, dove ci è stato spiegato chi era Aldo Capitini, fondatore del Movimento Nonviolento, ci è stata raccontata la storia di Pietro Pinna, primo obiettore di coscienza in Italia, persone delle quali non sapevo nemmeno l’esistenza. E questa è una cosa inaccettabile: persone così importanti, che hanno fatto così tanto per costruire valori solidi sui quali basare le nostre esistenze, non vengono nemmeno citate sui libri di storia. Se ora ci sono molte associazioni che si occupano di portare la pace negli angoli più sperduti del mondo, e di rispettare e salvaguardare i diritti dei più deboli, è anche grazie a loro e a persone come loro. E troppo pochi li conoscono: inammissibile.
Ci sono stati momenti particolarmente significativi, per attività svolte o cose apprese o scoperte, o perché eri in difficoltà e ti pareva di dover mollare…?
I momenti significativi sono stati indubbiamente molti: dal corso formativo di cui parlavo prima, alla conoscenza di altri personaggi come Alberto Trevisan – che ci ha raccontato la sua esperienza in carcere e che ci ha presentato il suo libro “Ho spezzato il mio fucile”, al convegno “Nonviolenza e politica” che si è svolto a Firenze il 5-6-7 maggio 2006 nel quale, oltre a conoscere una stupenda città, abbiamo partecipato ai lavori e conosciuto persone molto legate al Movimento.
Significativo è stato anche, per me, il corso che abbiamo svolto a Verona, dal titolo “Nucleare civile? No, grazie! Nucleare militare? Mai più!”, con la visione di: “The day after”, “Testament”, “Quando soffia il vento” e “Il Dottor Stranamore” e con esperti quali Gianni Tamino, docente dell’Università di Padova e biologo, che ha portato la sua esperienza diretta in seguito a un viaggio a Cernobyl, ed ha trattato la situazione dei Paesi che hanno la bomba atomica, e Michele Boato, insegnante dell’Ecoisituto del Veneto, che ci ha parlato delle alternative al nucleare.
Che cosa senti di poter dare di te durante il tuo servizio?
Ad essere sncera, non moltissimo. Oltre alle “faccende di casa” e all’ordinaria amministrazione, non credo di aver dato un grande contributo, se non per un articolo che ho scritto su Azione Nonviolenta di giugno, sulla faccenda archiviata di un monumento anitmilitarista. (“Un monumento diverso”, ultima pagina). Ma non ho ancora terminato il mio servizio al Movimento, abbiamo ancora parecchie iniziative in ballo e manifestazioni alle quali intendiamo partecipare. In ogni caso, comunque, sarà un’esperienza che ricorderò positivamente, ogni volta che sentirò parlare di nonviolenza mi ricorderò che c’è un posto nel quale la nonviolenza è il cardine di ogni attività, dove ci sono persone che ancora credono che un mondo migliore esista e possa essere creato, con pazienza e dedizione. Basta solo volerlo.

L’Anno di Volontariato Sociale,
una radice invisibile del Servizio Civile Nazionale

di Claudia Pallottino

E se il Servizio Civile Nazionale non nascesse “soltanto” dall’obiezione di coscienza? Già, perché di un’altra radice si dovrebbe parlare: l’Anno di Volontariato Sociale (AVS) ideato a Roma nel 1976 nell’ambito di un convegno cattolico con l’obiettivo di “rendere protagonisti i giovani nella costruzione della comunità sociale”, coinvolgendoli in iniziative legate ai temi della “promozione umana”. L’AVS sarà poi messo in pratica a partire dai primi anni Ottanta, prevalentemente dalla Caritas e da altri enti già particolarmente attivi con gli obiettori di coscienza, e coinvolgerà in quasi vent’anni circa 2.000 volontarie.
Ha tutte le caratteristiche di un servizio civile volontario primordiale e di grande radicalità: un anno di servizio gratuito in contesti di disagio sociale, facendo vita comunitaria e frequentando un percorso formativo di educazione alla pace e alla mondialità, spesso condiviso con gli obiettori di coscienza. Non era certo una scelta facile. Spesso chi lo sceglieva doveva fare i conti con una famiglia poco propensa ad una “pausa” nella crescita professionale della propria figlia. Sì, quasi solo di ragazze si trattava, più una sparuta minoranza di ragazzi riformati alla leva.
Nel 2001, con l’istituzione del servizio civile nazionale, l’AVS termina il suo percorso. L’intuizione di base però non è dispersa, anzi potremmo dire che il SCN ne ha fatto tesoro non meno che dell’obiezione di coscienza, come dimostra l’articolo che segue. Scritto dodici anni fa da Paola Dal Dosso, allora responsabile nazionale Caritas per l’AVS, colpisce per la sua assoluta attualità di linguaggio e di contenuti.
Un bilancio del cammino fatto non può che sottolineare la positività di un’esperienza come l’AVS per chi l’ha vissuta: non ci sono statistiche, ma sono numerose le testimonianze dell’acquisizione di uno stile di vita solidale, di un impegno per la pace, di una professione vissuta come servizio ecc… Tuttavia, proprio dalla positività di questa esperienza nasce l’esigenza di valorizzare i principi su cui questo percorso si è sviluppato perché siano posti a fondamento di un’esperienza rinnovata e più partecipata. In almeno tre nuclei si può sintetizzare l’apporto specifico dell’AVS: la radicalità della scelta (che si modula sul tempo pieno, sulla gratuità, sulla vita comunitaria), il rapporto tra servizio e formazione, il peso dato all’educazione alla pace e alla mondialità.
Ma la sfida che maggiormente sta dinanzi all’AVS è certamente quella di diventare scelta partecipata. Per questo occorre dare all’AVS un solido fondamento giuridico (per tre legislature non si è neppure cominciata la discussione su una legge ad hoc!) e parallelamente, inserirlo in un quadro più ampio che coinvolga anche lo stesso servizio civile degli obiettori di coscienza e che faccia riferimento al connubio giovani-solidarietà-pace.
Nasce di qui l’idea di un servizio civile nazionale che presenta non poche analogie con l’AVS. Così come è stata formulata dalla Caritas e dalla Fondazione Zancan il servizio civile nazionale è la proposta di un anno di servizio rivolto a tutti i giovani, maschi e femmine, da sviluppare nei diversi campi della vita sociale (assistenza, sanità, cultura, salvaguardia del patrimonio artistico, dell’ambiente, servizio di pace nei luoghi di conflitto, ecc..). Una siffatta proposta fa riferimento a due doveri sanciti dalla nostra Costituzione, il dovere di solidarietà (at. 2) e il dovere della difesa della Patria (art. 52) reinterpretata, quest’ultima, alla luce della giurisprudenza più recente, in particolare le sentenze della Corte Costituzionale secondo cui il dovere di difesa deve legittimamente esercitarsi contro tutto ciò che insidia la vita della comunità nazionale, spostando quindi l’obiettivo dal “suolo patrio” alla popolazione e alla sua vita ordinaria.
L’attualità di un tale progetto deriva da alcuni elementi non secondari nella vita del nostro paese:
– il progressivo smantellamento della leva obbligatoria che rischia di far perdere la “cultura tradizionale” del dovere di servire la Patria, a tutto vantaggio di una delega da parte dei cittadini a una stretta cerchia di militari altamente specializzati;
– l’avvio dello studio del “nuovo modello di difesa” all’interno del quale è previsto anche un servizio civile nazionale ma su basi ideologiche “equivoche” e che modifica il concetto di difesa degli interessi vitali della nazione con possibilità di interventi armati all’estero;
– il progressivo deterioramento della fiducia dei giovani nelle istituzioni e il distacco psicologico dell’appartenenza sociale.
Dal testo appena letto traspaiono ripetuti tentativi di dare riconoscimento giuridico alla proposta dell’AVS, legandola all’esperienza del servizio civile sostitutivo. Un riconoscimento arriverà, sotto altra forma, quando la sospensione della leva crea un imbarazzante “vuoto civile” e forse documenti come questi diventano bozze già pronte su cui lavorare per una nuova legge, senza cognizione dell’esperienza precedente.
Quali e quanti enti erano realmente coinvolti nell’AVS? Quale ruolo hanno avuto nell’interlocuzione con lo Stato per la costituzione del Servizio Civile attuale? E dove sono oggi le volontarie AVS? Come ha influito l’AVS sulla loro vita e di conseguenza sulle loro comunità?
Proprio questo “servizio civile primordiale” potrebbe essere una nuova chiave di lettura della normativa di oggi e delle prospettive di domani.

E se da “volontario” diventasse “obbligatorio”?
Le diverse prospettive delle istituzioni e dei movimenti

di Elena Buccoliero

“Sino a quando il servizio di leva è sospeso ai sensi della legge n. 331 del 2000, un servizio civile nazionale obbligatorio può costituire la modalità ordinaria di adempimento al dovere di servire la Patria” affermato all’art. 52 della nostra Costituzione ed esteso, con sentenze della Corte Costituzionale in merito al servizio civile sostitutivo, alla difesa non armata.
Questi, riprendendo dalla relazione di presentazione in Parlamento, i presupposti essenziali della proposta di legge 3748 del 5 marzo 2003 relativa all’Istituzione del servizio civile obbligatorio per le giovani ed i giovani, firmata da oltre 70 Parlamentari di forze politiche diverse (dalla Margherita a Rifondazione) e pensata dopo un “ampio dibattito con associazioni quali Acli, Arci, Associazione nazionale alpini, Focsiv, Compagnia delle opere, Legambiente, eccetera”.
L’idea è stata poi ripresa nel programma dell’Unione, e quindi del governo Prodi, che propone un “servizio civile per tutti”.
Su questa idea diverse associazioni di area nonviolenta, oltre a singoli studiosi del diritto o del sociale, hanno espresso più di una perplessità. Ma prima di addentrarci nelle numerose obiezioni, è bene capire di che cosa stiamo parlando.
La proposta di legge
Stando alla relazione introduttiva, la proposta nasce dal vivo apprezzamento per l’impegno dei giovani in servizio civile e per l’esperienza che essi maturano.
“Tuttavia”, si legge, “il declino del senso civico e della legalità e la crisi dei doveri da più parti segnalata inducono a proporre un rafforzamento di tale adempimento al dovere costituzionale di solidarietà sociale”. Come dire: il servizio civile volontario è una bella cosa, ma siccome i giovani sono poco “civili” (…solo i giovani?) sarà meglio che il servizio volontario diventi obbligatorio.
L’obbligo, poi, non può essere impedito dalla Costituzione, che all’art. 23 esclude ogni limitazione non autorizzata alle libertà individuali (“Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”), proprio perché il servizio civile obbligatorio discenderebbe direttamente dal già citato art. 52, sul dovere di difesa della Patria.
Ancora, non è indifferente il richiamo diretto ad alcune grandi associazioni di servizio civile come partner nella elaborazione della proposta. Si presenta, cioè, come risposta e, insieme, sistematizzazione di stimoli che arrivano dalla base. Un occhio di riguardo viene rivolto alla cooperazione internazionale, come settore che apre alle nuove generazioni possibilità inedite di fare esperienze in altri paesi.
Dunque, la proposta di legge prevede di istituire il servizio civile obbligatorio quale “modalità non armata di difesa della Patria” (art. 1).
Gli ambiti sono gli stessi del servizio civile volontario: tutela e valorizzazione del patrimonio naturale, ambientale, storico, artistico e culturale del Paese; tutela della salute; protezione civile; istruzione, integrazione e assistenza sociale; cooperazione con i Paesi in via di sviluppo. Il servizio sarebbe rivolto a ragazzi e ragazze di 18-26 anni (forse 28, visto che nel frattempo la normativa ha esteso il limite per i progetti di servizio civile volontario) e avrebbe durata di 6 mesi, per un compenso mensile di 300 Euro (art. 2).
La proposta demanda al Governo l’adozione di decreti attuativi (art. 3) tenendo conto del fatto che:
a) gli enti nei quali prestare servizio civile sono le Regioni, gli Enti Locali, le associazioni di protezione civile, le organizzazioni non governative e le associazioni del terzo settore, preferibilmente nella provincia o comunque nella regione di residenza;
b) gli enti appena indicati devono richiedere l’assegnazione di volontari secondo le loro esigenze;
c) i volontari possono esprimere una preferenza di settore, di cui si terrà conto in modo non vincolante, sulla base delle possibilità concrete;
d) sono da prevedere le possibili cause di rinvio o gli eventuali impedimenti allo svolgimento del servizio.
Sarebbero esentati dal servizio civile obbligatorio coloro che optano per il servizio militare volontario o chi ha già svolto servizio civile volontario (art. 4).
L’inevitabile spesa verrebbe coperta con l’istituzione, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, di un Fondo nazionale per il servizio civile obbligatorio, con una dotazione iniziale di un miliardo e 800 milioni di Euro (art. 5) che, fossero solo i compensi, corrispondono al servizio di 500.000 giovani, per cominciare. È una spesa che annualmente dovrebbe essere ritagliata attingendo in parte alle risorse del Ministero delle Finanze e adottando le necessarie variazioni di bilancio (art. 6).
Il servizio civile come forma di schiavitù?
“Una delle conseguenze negative dell’abolizione della leva, che probabilmente non è stata – a suo tempo – attentamente valutata, è la inevitabile abolizione del Servizio civile sostitutivo. In questo modo è stato distrutto un bene pubblico repubblicano, un patrimonio pubblico che concorreva – latu sensu – alla difesa della Patria, attraverso l’impegno sociale di decine di migliaia di giovani, nei settori più disparati, in Italia e all’estero”, scrive Domenico Gallo, noto costituzionalista.
Da un punto di vista strettamente giuridico, però, la soluzione a lui sembra impraticabile. Se è vero che la Corte Costituzionale ha riconosciuto il servizio civile sostitutivo come forma di difesa non armata della Patria, questo non varrebbe per un servizio civile obbligatorio, poiché l’art. 52 della Costituzione rende obbligatoria soltanto la difesa militare. Ed ecco che allora il servizio civile risulterebbe una forma di schiavitù interdetta dalle convenzioni internazionali ed, in particolare dalla Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo, che esclude dal novero dei lavori forzati soltanto il servizio militare e gli eventuali servizi sostitutivi prestati dagli obiettori di coscienza.
In concreto le cose non andrebbero meglio: “gli enti di servizio civile”, scrive Gallo, “non possono trasformarsi in “caserme” e “costringere” i coscritti a prestare un servizio obbligatorio, inviando i Carabinieri a catturare quelli che fuggono”.
L’Ipri (Italian Peace Research Institute) di Torino e la Rete “Verso i Corpi Civili di Pace” riprendono questo tema ma con una precisazione: l’obbligatorietà risulterebbe proponibile (cioè non sarebbe una forma di schiavitù, in quanto legata al dovere di difesa della Patria) nel caso in cui il servizio si realizzasse attraverso forme di Difesa Popolare Nonviolenta (DPN), ad esempio accanto alle comunità di base in Colombia, tra i civili di Israele e Palestina o nelle aree di maggiori implicazioni mafiose nel nostro paese. Fa specie, considerano gli estensori del documento, che la DPN non sia neppure citata tra i settori in cui svolgere servizio civile.
Il dialogo tra difesa e solidarietà
“Il problema è se il servizio civile e, in specie, la difesa civile facciano riferimento solo al principio di solidarietà o, propriamente, alla difesa nonviolenta del cittadino e della patria, in alternativa all’esercito”, scrive il Gavci in un suo documento al riguardo. Se questo è un dato da prendere sul serio, allora riemerge “l’impegno preciso di formare i volontari anche alla difesa della patria, che è il dovere costituzionale di ogni cittadino, ma nella forma di difesa popolare nonviolenta, consona con la scelta del servizio civile”.
Peccato però che la proposta di legge non tratti di questo. Osserva il “Gruppo F. Jagerstatter per la nonviolenza” di Pisa: “è significativo che manchi ogni riferimento all’articolo 11 (ripudio della guerra) della Costituzione. È un “non detto” pesante, visto il riferimento alla difesa che nella nostra tradizione è quasi esclusivamente demandata alle forze armate, e visto il richiamo al precedente dell’O.d.C.”.
Secondo Domenico Gallo l’obbligatorietà “mutila il Servizio civile della Difesa Popolare Non Violenta, la cui sperimentazione pratica era stata introdotta dalla legge riforma dell’obiezione di coscienza (…) sconfessando – a posteriori – gli interventi che il volontariato italiano ha effettuato nei luoghi dei conflitti, dalla Palestina, alla Bosnia, al Kossovo”.
Come dire: i civili fanno solidarietà con chi soffre e i conflitti li risolvono (li risolvono?) i militari.
Sei mesi non bastano
Un tempo di sei mesi, previsto nella proposta di legge, è insufficiente per sviluppare il servizio, dalla formazione all’impegno. Lo ribadiscono un po’ tutte le voci fin qui ascoltate. Un periodo tanto breve lascia intuire due possibilità poco interessanti. Da un lato moltiplicare le pastoie burocratiche con l’illusione di controllare meglio gli Enti affinché formino seriamente i giovani loro affidati – ma perché gli Enti dovrebbero farlo, visto che dopo sei mesi il volontario esce dal giro? Dall’altro il rischio forte di abbassare la qualità del servizio, come già a suo tempo per il servizio sostitutivo degli obiettori di coscienza, visto che i giovani, comunque, non potrebbero sottrarsi.
Si investono le briciole
L’investimento economico è irrisorio, l’Ipri lo definisce addirittura una “elemosina”. Passare da 433 a 300 Euro mensili è un segnale di scarso investimento. “Inoltre”, commenta il Gruppo Jagerstetter, “se il servizio civile è proposto nell’ambito dell’art. 52 (usato anche per giustificarne l’obbligatorietà), non si capisce perché i finanziamenti non siano tratti dalle spese militari (in costante aumento, lo ricordiamo), ma cercati in capitoli di spesa molto più scarni e incerti”.
Scrive il Gavci: “la verità è che non mancano i soldi (ci sono sempre per l’esercito: le spese militari aumentano di Finanziaria in Finanziaria). Manca la cultura di pace e nonviolenza”.
Il rischio di distorsioni
“Ci sembra corretto considerare la solidarietà sociale come parte della “difesa della patria” finché significa costruzione della società civile, rafforzamento delle comunità, difesa della vivibilità dei territori (tema molto sentito, come dimostrano le lotte di Scanzano, Acerra, della val di Susa, e moltissime altre…)”, scrive ancora il Gruppo Jagerstetter, “ma quando diventa, come spesso accade, supplenza dello Stato, sussidiarietà, privato sociale come “appaltatore” di servizi pubblici a basso costo, si tratta non di difesa ma semmai di “attentato” alla Patria nel senso di collettività portatrice di diritti”
“Obbligati” fa rima con “demotivati”
Una delle basi del servizio civile è, appunto, la volontarietà, vale a dire la scelta personale, il desiderio, l’intenzione di offrire un servizio. Difficile mantenere lo stesso coinvolgimento per qualcosa che si prefigura come una tassa da pagare. Si legge nell’articolo del Gavci: “Abbiamo forti dubbi che questa sia la strada adatta per ottenere personale motivato e coinvolto nei progetti in cui verrà impiegato, condizione necessaria perché il servizio consista in vere attività di solidarietà. Persino le forze armate hanno abolito la leva obbligatoria con l’obiettivo di aumentare la motivazione e la professionalità dei militari”
Che fine fa la progettazione?
Un deterrente al rischio di sfruttamento dei volontari è, attualmente, il dovere per gli Enti di progettare, e in modo sempre più puntuale e rigoroso, con indicatori di valutazione misurabili e percorsi di formazione generale e specifica. È almeno un tentativo per evitare ai servizio civilisti che, nel tempo, tutto si risolva con i sonnellini dinanzi alla fotocopiatrice.
Riproporre l’obbligatorietà e la “distribuzione” dei volontari a pioggia secondo le richieste degli enti, tenendo conto in modo non vincolante delle preferenze dei ragazzi, significa rientrare nel meccanismo già percorso malamente per cui “chiunque” si trova a fare “qualsiasi cosa” senza nessuna passione o ragione migliore della obbligatorietà. D’accordo, sei mesi passano in fretta, ma non sembra un modo per accordare manovalanza a basso costo?
Le proposte delle associazioni
Su una cosa sono concordi tutti: prima di pensare ad un servizio obbligatorio, sarebbe il caso di far funzionare al meglio quello volontario attuale, dandogli gambe per sviluppare tutte le sue potenzialità. Lo scrivono tutti in forme diverse.
La prima proposta, emersa anche nell’intervista con Daniele Lugli, è posta in modo chiaro nel testo dell’Ipri e della Rete Corpi Civili di Pace: “Dato che il servizio civile volontario è attualmente richiesto da oltre 30.000 giovani, ben superiori ai posti previsti nei progetti approvati, perché non incentivare notevolmente i fondi a disposizione dell’UNSC (Ufficio Nazionale Servizio Civile) ed estendere il numero di progetti approvati?”
E poi ci sono gli incentivi possibili per i ragazzi e le ragazze. Scrive Domenico Gallo. “Il servizio civile non può essere obbligatorio, ma deve essere incentivato. Una soluzione potrebbe essere quella di estendere ai giovani che prestano il servizio civile le prerogative accordate ai giovani che prestano il servizio militare volontario per quanto riguarda l’accesso agli impieghi pubblici”.
E il Gruppo Jagerstetter prosegue nello specifico chiedendo “chiare normative di tutela per il posto di lavoro, punteggi e “crediti formativi” abbinati al servizio, infrastrutture pubbliche per facilitare il lavoro, e per comunicare ai volontari che la loro attività è considerata di alto livello e riconosciuta pubblicamente”.
Ancora nel testo dell’Ipri e della Rete, la proposta di elevare l’età di ingresso nel servizio civile volontario, come già nella legge regionale dell’Emilia Romagna, grazie alla quale anche chi ha superato i 28 anni può candidarsi senza perdere l’eventuale posto di lavoro. Una occasione preziosa, per esempio, per chi voglia prendere parte a progetti temporanei di presenza in luoghi di conflitto, secondo quanto è stato richiesto anche nella proposta di legge presentata dall’On. Valpiana e da altri parlamentari, per una aspettativa dal lavoro di almeno un anno alle persone che lavorano e che si impegnino in attività legate ai Corpi Civili di Pace.
Comunque non illudiamoci: la leva è soltanto sospesa
L’ultima nota per ribadire un concetto importante. Attualmente la leva è “sospesa”, non “abolita”, come ci ricorda opportunamente ad ogni occasione il Gavci, e primo fra tutti padre Angelo Gavagna. “In caso non si raggiunga il numero previsto di soldati volontari (90.000), in caso di guerra e di emergenze internazionali può essere obbligato chiunque sia in età di leva, salvo ciò che è previsto nella legge-obiettori”, rammenta il testo del Gavci.
Per questo, “anche l’obiezione di coscienza non è abolita. Anzi, chi non vuol rischiare di finire soldato, proprio quando c’è la guerra, deve fare ancora la dichiarazione di obiettore. Si fa appello ai parlamentari perché venga varato un decreto che precisi le modalità ufficiali per fare tale obiezione” ma, nel frattempo, un gruppo di associazioni ha messo a punto un modulo di obiezione che può essere usato da subito, pubblicato anche su queste pagine nel numero di maggio 2006.

Lettera al Ministro Paolo Ferrero
Sul Servizio Civile al Movimento Nonviolento

Signor Ministro Ferrero,
nel momento in cui assume una carica così impegnativa e in cui tante sono le istanze e le attese che Le sono rivolte ci preme augurarLe buon lavoro nell’interesse di tutti i cittadini.
Le rappresentiamo, nel documento allegato, una situazione che ci interessa direttamente come Movimento Nonviolenta relativa al Servizio Civile Volontario. Ci pare che la questione abbia una rilevanza che supera il caso singolo e che perciò possa meritare la Sua attenzione.
Ci è nota la Sua sensibilità e diretta esperienza rispetto a questioni nel documento sottolineate e a corredo di quanto esposto ci è gradito offrirle una piccola documentazione che ci pare attinente:
“La mia obiezione di coscienza” di Pietro Pinna (diario del primo obiettore italiano)
“Nonviolenza in cammino” (Storia del Movimento Nonviolento in Italia)
La rivista mensile “Azione nonviolenta”, fondata da Aldo Capitini nel 1964

Documento

L’esclusione del Movimento Nonviolento
Il Movimento Nonviolento, pur avendo avuto approvati i progetti presentati, è stato escluso dall’assegnazione di personale in servizio civile. La ragione è l’insufficienza dei fondi necessari a finanziare tutti i progetti presentati ed approvati. L’assegnazione di personale è avvenuta secondo una classifica dei progetti formulata sulla base di una griglia di valutazione prefissata. I progetti del Movimento Nonviolento non hanno raggiunto il punteggio sufficiente per essere inclusi. La condivisione di tale sorte, con altre stimabilissime associazioni, non è motivo di consolazione. Semmai spinge ad approfondirne le ragioni e a contestare l’esito dell’intera operazione.
Suo valore paradigmatico
Per quanto direttamente ci riguarda non appare eccessivo attribuire alla nostra esclusione un valore paradigmatico. Non colpisce infatti solo in modo grave l’attività di un piccolo, tenace movimento, sorretto unicamente dal contributo di chi ne condivide l’impresa. I progetti presentati mirano infatti a portare la conoscenza e l’approfondimento dei temi della nonviolenza ad un’opinione più ampia. Quanto questa diffusione, teorica e pratica, sia indispensabile in questo momento nel nostro Paese non dovrebbe essere necessario sottolineare. L’esclusione dal finanziamento impedisce anche ai pochi giovani veramente interessati e previsti nei progetti presentati – in tutto 12 tra ragazze e ragazzi, suddivisi in quattro sedi – di compiere un’esperienza significativa, difficilmente proponibile in altro contesto.

Per la caratterizzazione del Movimento
Il Movimento Nonviolento, pur nell’assoluta modestia dei mezzi a disposizione, opera nel nostro Paese fin dalla prima marcia Perugia Assisi del 1961. E’ stato voluto e fondato da Aldo Capitini, assieme a Pietro Pinna, per dare continuità e profondità a quella iniziativa. Di Capitini basterà ricordare il suo aver portato, già durante il fascismo e nell’attività antifascista, l’insegnamento gandhiano della nonviolenza, arricchendolo del proprio originale contributo di azione e pensiero, come più volte sottolineato, da insigni studiosi, ad esempio da Norberto Bobbio, che lo indicava tra i suoi maestri. Di Pietro Pinna, obiettore di coscienza fin dal 1948 su posizioni di rigorosa nonviolenza e perciò ripetutamente processato e incarcerato, si ricorda essere tuttora direttore responsabile di Azione Nonviolenta, mensile del Movimento, da lui con Aldo Capitini fondata nel 1964. Il Movimento, che è anche sezione italiana della War Resisters International, rappresenta quindi il luogo ideale per chi voglia, nel proprio percorso formativo, svolgere un servizio a contatto con le radici ideali dello stesso servizio.
Ed il legame nonviolenza – obiezione – servizio civile
Il legame nonviolenza, obiezione di coscienza, servizio civile volontario è noto e non abbisogna di particolari illustrazioni. La ricchissima. produzione capitiniana, le oltre quaranta annate di Azione Nonviolenta – ben conosciuta dall’Ufficio nazionale del servizio civile, che ne segnala l’importanza – oltre ad una molto ampia bibliografia nazionale ed internazionale dedicata all’argomento, stanno a dimostrarlo. Il legame è del resto evidente e forte nella genesi della legge. che ha portato al Servizio civile volontario, nei suoi contenuti, nella continuità con l’esperienza di servizio civile, nato con l’obiezione di coscienza. E’ appena il caso di ricordare che fu proprio il primo processo a Pietro Pinna nel 1949 (altri ne subì fino al 1951) a provocare, lo stesso anno, la prima proposta di legge, nella prima legislatura del dopoguerra, presentata da Igino Giordani e Umberto Calosso: Con essa si propose, senza esito, il riconoscimento dell’obiezione di coscienza ed un abbozzo di servizio civile. E’ scritto infatti di “servizi non armati, dove non si possa uccidere e dove si possa togliere altri uomini da impieghi di particolare gravezza o pericolo”, rieccheggiando parole usate da Pinna nel processo.
Contrazione del servizio mentre se proclama l’estensione
Il mancato finanziamento del progetto del Movimento, come di altre associazioni che si sono successivamente impegnate nell’ambito della nonviolenza, costituisce perciò un danno allo stesso servizio civile ed alla sua qualificazione. E’ paradossale che ciò avvenga proprio quando giunge al governo una coalizione che ha nel suo programma l’estensione del servizio, se non addirittura la sua generalizzazione ai giovani. Riservato praticamente alle donne, finché la leva non è stata sospesa, ed ancora con netta prevalenza femminile, gli addetti sono rapidamente cresciuti: 7.865 (2002), 22.743 (2003), 32.211 (2004), 45.175 (2005) per arrestarsi e calare nel 2006: 45.147. Il servizio civile sostitutivo, che avrebbe dovuto trovare impulso e qualificazione dopo la nuova legge sull’obiezione di coscienza, si è spento con la sospensione della leva. I due servizi hanno convissuto fino al 2004. Non è stata, in generale, colta l’occasione, certo difficile, di riqualificazione dell’attività degli obiettori, allontanatasi dalle ragioni originarie. Neppure ciò ha favorito una riflessione per evitare, al servizio civile volontario, l’involuzione che ha caratterizzato il servizio civile sostitutivo. Del legame tra servizio civile sostitutivo, “rispondente al dovere costituzionale di difesa della Patria”, secondo la formulazione della legge n.230/’98 e il nuovo servizio civile si segnala la riflessione compiuta in apposito seminario a conclusione della precedente legislatura: “L’evoluzione del principio costituzionale del “sacro dovere di difesa della patria” alla luce della giurisprudenza costituzionale” che si è tenuto a Roma il 19 maggio 2005, organizzato dal Comitato per la difesa nonviolenta d’iontesa con l’UNSC, con la partecipazione del Ministro Giovanardi, del Presidente Consorti e gli interventi, tra gli altri, degli esponenti del Movimento Nonviolento Mao Valpiana, Giovanni Salio, Alberto L’Abate, Giulia Allegrini (cfr. Atti conclusivi).Azzeramento del Servizio al Movimento Nonviolento
Non importa sottolineare il contributo del Movimento Nonviolento all’ottenimento di una legge per l’obiezione di coscienza ed il servizio civile e per il miglioramento della legge e la qualificazione del servizio. Quanto si è fatto in termini di proposta generale e nella pratica quotidiana di impiego degli obiettori è infatti parte integrante delle finalità del Movimento. Da ciò è derivata una cura particolare nella formazione e nell’inserimento nelle attività dell’associazione. Da ciò anche una riflessione sul mutamento dell’istituto e sulla necessità di una ripresa, in termini aggiornati, delle ragioni ideali che l’avevano promosso. All’aumento numerico, dalle poche centinaia di obiettori iniziali alle decine di migliaia delle ultime leve, raramente corrispondevano adeguate motivazioni e coerenti impieghi. La riqualificazione del servizio civile, promessa dalla Legge 8.7.1998 n. 230, recante Nuove norme in materia di Obiezione di Coscienza, è restata sostanzialmente sulla carta. La costituzione dell’Ufficio nazionale per il servizio civile, avvenuta nel 1999, ben poco ha potuto fare per tradurre operativamente i nuovi indirizzi, in presenza anche di un orientamento verso la professionalizzazione dell’esercito.
Nonstante progetti sempre più qualificati e diffusi
L’istituzione del Servizio civile volontario è stato perciò un forte stimolo per il Movimento ad impegnarsi per svilupparne le potenzialità. Da ciò un avvio attento dell’esperienza nella sede nazionale di Verona, mentre ancora usufruiva della presenza di obiettori in servizio civile, con una formazione e pratiche di lavoro comuni. Il positivo esito di quell’esperienza ha indotto a riproporla allargandola ad altre sedi oltre a quella di Verona. Le richieste di personale sono state limitate per garantire la miglior qualità del servizio nelle varie situzioni. Se a Verona la presenza di una biblioteca specializzata, l’attività redazionale di Azione Nonviolenta, gli incontri nazionale del Movimento caratterizzano il contesto in cui si svolge il servizio, non meno qualificate appaiono le altre sedi. Brescia è sede, condivisa con il Movimento Internazionale di Riconciliazione, di continue iniziative sui temi collegati alla nonviolenza. Opera fin dal 1970 ed edita un piccolo periodico intitolato Informati e partecipa. A Ferrara il Movimento Nonviolento, condivide la sede con Legambiente, Ferrara Terzo Mondo e Commercio Alternativo, presso un Centro intitolato ad Alexander Langer – dotato di una biblioteca, emeroteca e mediateca specializzate, utilizzate in numerose iniziative con scuole di ogni ordine e grado. Il Movimento a Ferrara è particolarmente impegnato nell’attività, ormai quinquennale, della Scuola della nonviolenza. A Livorno la sede che fu della scuola di Corea – centro di un intervento educativo dal basso, promosso da don Nesi, collegato anche all’esperienza di Don Milani – è sede pure della Fondazione Nesi. Il gruppo livornese è particolarmente impegnato nella realizzazione, in tale sede, appunto del Centro Studi del Movimento Nonviolento.
Positivamente ma non sufficientemente valutati
Lo sforzo di allargamento ed approfondimento dell’esperienza del Servizio Civile presso il Movimento Nonviolento era accompagnato dal rammarico di non potere proporre l’attività ad un maggior numero di persone interessate, non certo dalla preoccupazione di non aver assegnata neppure una persona. Con determina del Direttore generale dell’ufficio nazionale per il Servizio civile dell’11 maggio 2006 è stato approvato il progetto di servizio “Comunicare la nonviolenza”, con riduzione dei volontari da 12 a 10, per l’esclusione della sede di attuazione di Ferrara, ma con un punteggio di 38, che ha comportato la non assegnazione del personale stesso. Contro il provvedimento è ammesso ricorso al TAR ovvero ricorso straordinario al Presidente della Repubblica. Per affrontare tale aspetto è utile un richiamo alle premesse giuridiche del provvedimento e cioè almeno alla legge istitutiva, alla carta di impegno etico, alla circolare 8 aprile 2004, contenente, tra l’altro, la griglia di valutazione dei progetti di servizio civile.
La legge, la carta di impegno etico, la griglia di valutazione
La Legge 6 marzo 2001, n. 64, Istituzione del servizio civile nazionale, così lo connota fin dall’ Art. 1. (Princìpi e finalità).
1. E’ istituito il servizio civile nazionale finalizzato a:
a) concorrere, in alternativa al servizio militare obbligatorio, alla difesa della Patria con mezzi ed attività non militari;
b) favorire la realizzazione dei princìpi costituzionali di solidarietà sociale;
c) promuovere la solidarietà e la cooperazione, a livello nazionale ed internazionale, con particolare riguardo alla tutela dei diritti sociali, ai servizi alla persona ed alla educazione alla pace fra i popoli;
d) partecipare alla salvaguardia e tutela del patrimonio della Nazione, con particolare riguardo ai settori ambientale, anche sotto l’aspetto dell’agricoltura in zona di montagna, forestale, storico-artistico, culturale e della protezione civile;
e) contribuire alla formazione civica, sociale, culturale e professionale dei giovani mediante attività svolte anche in enti ed amministrazioni operanti all’estero.
L’ispirazione è ribadita nella Carta di impegno etico, sottoscritta tra Ufficio nazionale ed ente che partecipa ai progetti, secondo la quale i firmatari “sono consapevoli di partecipare all’attuazione di una legge che ha come finalità il coinvolgimento delle giovani generazioni nella difesa della patria con mezzi non armati e non violenti, mediante servizi di utilità sociale…”. Ancora tali aspetti sono enfatizzati nelle istruzioni relative alla formazione generale.
Se questi sono gli aspetti qualitativi fondamentali (e fondanti lo stesso servizio civile volontario) dovrebbero essere presi in decisiva considerazione nell’ utilizzazione della scala di valutazione di qualità prevista al punto 5.3 della citata circolare. Le tre dimensioni delle caratteristiche (progetti, organizzazione, conoscenze acquisibili) e loro coerenza interna complessiva dovrebbero perciò essere valutate alla luce di tali principi ispiratori.
Loro applicazione nel caso di specie
Ciò dovrebbe consentire al Movimento Nonviolento di ricevere i più alti punteggi attribuibili, solo che i suoi progetti siano, come riteniamo, coerenti agli indirizzi profondi della legge, ben presenti nella carta costitutiva del Movimento:
Il Movimento Nonviolento lavora per l’esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale ed internazionale, e per il superamento dell’apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunità mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti. Le fondamentali direttrici sono: l’opposizione integrale alla guerra, la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l’oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso ed alla religione;lo sviluppo della vita associativa nel rispetto di ogni singola cultura e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;la salvaguardia dei valori di cultura e dell’ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un’altra faccia della violenza dell’uomo.
Il Movimento opera con il solo metodo non violento, che implica il rifiuto dell’uccisione e della lesione fisica, dell’odio e della menzogna, dell’impedimento del dialogo e della libertà di informazione e di critica. Gli essenziali strumenti di lotta non violenta sono: l’esempio, l’educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la non collaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.
Visto il punteggio attribuito non pare sia stata questa la valutazione operata. Non pare infatti che la valutazione di qualità abbia tenuto in alcun modo conto degli indirizzi sopra ricordati. E’ forse questo un difetto che sta nella griglia ancor prima che nella sua applicazione. L’orientamento alla costruzione della pace, fondante il Servizio civile a livello internazionale (basti ricordare il nome di Pierre Ceresole) appare, forse, al n. 08 del settore E, dell’area di progetto, suddivisa appunto in settori da A a F. Non ha alcuna influenza positiva nella considerazione dei progetti. Questi difetti già erano emersi in precedenti valutazioni, ma il non avere inciso sull’assegnazione li ha fatti forse trascurare.
Rimedi amministrativi
Insomma quello che fa del servizio civile un servizio civile, e non un mezzo lavoro mezza formazione, non sembra preso in considerazione nè nelle caratteristiche del progetto, nè in quelle organizzative, nè per le conoscenze acquisibili e neppure nel pur previsto, ma per tutt’altre ragioni, punteggio aggiuntivo. Poco manca che l’aderenza all’ispirazione del Servizio civile non sia stata inclusa tra le penalizzazioni. Gli elementi indicati, che hanno prodotto e viziato la determina del Dirigente, potrebbero essere addotti in un ricorso. Nello stesso si potrebbe anche eccepire l’infondatezza dell’esclusione della sede di Ferrara “in quanto non risulta inviato il curriculum dell’Operatore locale di progetto Lugli Daniele e ciò ha impedito all’ufficio di verificare il possesso dei titoli… “. Il curriculum era infatti già in possesso dell’Ufficio. L’esclusione contrasta quindi con le norme della L.241/90 sul procedimento amministrativo e del Dpcm 28 novembre 2000, Codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni. La circostanza è ulteriormente confermata dall’aver l’interessato personalmente intrattenuto rapporti, peraltro ottimi, con l’Ufficio Nazionale fornendo chiarimenti (fax al 0649224254 del 22.12.2005) che erano stati telefonicamente richiesti.
Risposta politica
Senza escludere una possibilità di ricorso, per ragioni di principio e perché sia valutata la congruenza della griglia e dell’intera procedura di selezione alle finalità della legge, preme rilevare però come la questione meriti e richieda una risposta politica. Ciò è vero sia per la tempestività necessaria di un intervento riparatore, sia per la prospettiva di una attuazione del servizio conforme ai fondamenti legislativi e al quadro, almeno europeo, che si va delineando. Il pur positivo esito di un ricorso avverso il provvedimento avrebbe su tali aspetti, fondamentali per il movimento e, crediamo, per chi ne ha la responsabilità politica, scarsissima incidenza.
Il finanziamento di tutti i progetti approvati, così come approvati (per quel che ci riguarda anche con l’esclusione della sede di Ferrara), parrebbe la soluzione migliore nell’immediato e più praticabile rispetto a nuovi bandi, ricalcoli e simili. L’avvio di un dibattito approfondito sulle prospettive del Servizio civile, sulla collaborazione Stato – Regioni per la sua qualificazione, sul suo inquadramento in iniziative dell’Unione europea fanno parte certamente dell’agenda politica. Al riguardo ricordiamo con quanta lentezza e contraddizioni sembri prendere sostanza l’idea di un Corpo di pace europeo (che ha col servizio civile strette connessioni) approvata dal Parlamento europeo su proposta di Alex Langer, scomparso ormai da undici anni.
Non mancheremo di dare anche su questo terreno, con piena consapevolezza dei nostri limiti, tutto l’apporto di cui siamo capaci.
Daniele Lugli, segretario nazionale del Movimento Nonviolento
Mao Valpiana, Direttore della rivista “Azione nonviolenta”
Verona, 10 luglio 2006

Lettera aperta dei movimenti nonviolenti al governo
su dpn e servizio civile volontario

Al Presidente del Consiglio
Romano Prodi
Al Ministro della Solidarietà Sociale
Paolo Ferrero
p.c. gruppi politici
organi di stampa

Egregio Presidente, Signor Ministro,
siamo i rappresentanti dei movimenti che si richiamano alla nonviolenza e che si interessano alle tematiche relative all’obiezione di coscienza ed al servizio civile da sempre, essendo stati tra i primi a battersi per il riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza, e crediamo che la difesa civile non armata e nonviolenta sia una credibile alternativa a quella militare per la difesa del proprio paese e per la risoluzione dei conflitti internazionali.
Ci spinge a scrivere questa lettera la preoccupazione che lo stretto legame tra le tematiche della difesa nonviolenta e quelle del servizio civile non venga penalizzato dallo spostamento di competenze del Servizio Civile Nazionale dalla Presidenza del Consiglio al Ministero degli Solidarietà Sociale. A ciò si unisce la constatazione dell’inadeguatezza delle risorse complessive destinate ad esso, dato che sono rimasti esclusi dal finanziamento più di 3000 progetti.
I criteri di valutazione usati andrebbero rivisti, poiché molti Enti che sottolineano il legame, originario e fondante, con l’obiezione di coscienza e i suoi possibili sviluppi come corpi civili di pace e difesa nonviolenta, hanno visto i loro progetti, relativi alla pace ed alla nonviolenza, cioè quelli più legati ai temi della difesa, approvati ma non finanziati.
In particolare ci preoccupa la sorte che potrebbe subire il Comitato per la difesa civile non armata e nonviolenta, istituito in base alla legge sull’obiezione di coscienza ed il servizio civile, approvata dal suo precedente governo nel 1998. Tale comitato consultivo ha il prezioso compito di sviluppare la ricerca e l’applicazione in questo nuovo settore, relativo, come è evidente, alla difesa e non alla semplice solidarietà sociale.
Riteniamo invece indispensabile che il Servizio Civile sia conforme a quanto stabilito dalla lettere a dallo spirito delle leggi e della giurisprudenza (sentenze della Corte Costituzionale) in materia. In quanto discendente dell’obiezione di coscienza, infatti, il servizio civile risponde, se pure
in altra maniera, al dovere costituzionale di difesa della Patria, come è chiaramente ribadito anche
nell’art. 1 lettera a) “concorrere, in alternativa al servizio militare obbligatorio, alla difesa della Patria con mezzi ed attività non militari” della legge istitutiva del servizio civile nazionale (2001) e non è semplicemente un modo di contribuire ad alleviare il disagio sociale.
Per questo, Signor Presidente e Signor Ministro, siamo ad offrire il nostro contributo, di proposta e di impegno per migliorare sempre più la gestione del Servizio Civile, che rappresenta una fondamentale occasione di crescita democratica per tanti giovani e per l’intero Paese.
Mir, Movimento Nonviolento,
Agenzia per la Pace, Gavci

EDUCAZIONE
A cura di Pasquale Pugliese
Una comunicazione che arricchisce la vita

Negli ultimi dieci anni ho avuto il privilegio di incontrare insegnanti, genitori, educatori, dirigenti con cui ho condiviso la Comunicazione Nonviolenta (CNV) di Marshall Rosenberg. Questo processo integra pensiero,
linguaggio, comunicazione e ci avvicina alla nostra natura umana, ci invita a connetterci gli uni agli altri per assaporare un modo divertente di vivere, basato sul piacere naturale che tutti gli esseri umani provano nel
contribuire al benessere reciproco.
La CNV assegna un ruolo fondamentale al modo in cui educhiamo noi stessi e gli altri perché molta violenza non proviene dalla nostra natura, come molti miti ci fanno credere, ma viene dal modo in cui siamo stati educati.
R. Eisler sostiene che lo scopo dell’educazione è quello di arricchire la vita, allargare le nostre menti, i nostri cuori, i nostri spiriti, spesso invece ostacola la nostra naturale curiosità e gioia di apprendere, soffoca il pensiero critico, esalta modelli di comportamento egoistici e violenti.
Questo non sorprende, perché un certo modo di educare è funzionale a sistemi di dominazione, in cui poche persone comandano e molte debbono solo obbedire; è ‘pensato’ per preparare le persone ad eseguire gli ordini che
vengono dall’alto, gli ordini degli insegnanti a scuola, dei superiori al lavoro o dei potenti al governo. Gli orrori che abbiamo visto, gli orrori ancora più grandi che vedremo presto, non sono il segno che il numero di uomini ribelli, insubordinati e indomabili sta crescendo nel mondo, ma piuttosto che c’è un costante aumento, un aumento straordinariamente rapido, del numero di uomini docili e obbedienti (Bernanos, 1969).
Eisler, Wink e Rosenberg sostengono che i sistemi di dominazione si basano su una spiritualità che dipinge gli esseri umani come essenzialmente egoisti e violenti; questa spiritualità influenza le strutture sociali,
gerarchiche, in cui i capi comandano gestendo il potere “sugli altri”. Le strutture sociali influenzano poi la scuola che trasmette questa spiritualità formando persone adatte alla struttura sociale di cui é emanazione. M. Katz sostiene
che se cerchiamo di cambiare soltanto il sistema di istruzione, perdendo di vista la prospettiva generale, non faremo altro che ripetere quello che tutti i movimenti hanno fatto: creare nuovi programmi che funzionano
meglio, ma che dopo cinque anni sono già spariti. Occorre prestare attenzione agli aspetti politici e non limitarsi a vedere che cosa non funziona nella scuola, ma anche quello che funziona. Le scuole, sostiene Katz, funzionano
nell’insegnare alle persone l’obbedienza all’autorità così che, quando saranno assunti faranno quello che viene detto loro. Insegnano alle persone a lavorare per ottenere dei premi esteriori, i voti a scuola e, in futuro,
un salario migliore. Le scuole funzionano perché mantengono un sistema di caste facendolo sembrare una democrazia. Serve cambiare la scuola, ma anche la struttura più grande di cui le scuole fanno parte.
La CNV stimola così una trasformazione che non si limita a modifiche del programma, ad una diversa organizzazione del calendario scolastico, a cambiamenti nella disposizione delle aule o a qualche tecnica didattica
innovativa che in qualche mese viene consumata. Il cambiamento che sostiene è più radicale, riguarda i nostri valori e l’intero sistema che ne è alla base. Attraverso la CNV promuoviamo nella scuola relazioni in cui ogni persona
sia trattata con empatia e considerazione. Quando diamo ai giovani la possibilità di sperimentare quotidianamente relazioni basate sul rispetto e l’attenzione reciproca, non solo promuoviamo il loro benessere e crescita
personale, sosteniamo anche il passaggio verso una società meno violenta, più equa e veramente democratica.
La CNV mantiene l’ attenzione su due domande: Che cosa è vivo in me, che cosa è vivo in te? Ci mostra come collegarci con ciò che è vivo negli altri e ci aiuta a comunicare agli altri ciò che è vivo in noi. Una cosa molto
facile da fare perché è naturale, ma difficile perché non ci è stato insegnato a pensare a che cosa è vivo in noi, ai nostri bisogni. E’ una competenza essenziale, perché le persone che sono in contatto con i loro
bisogni non sono degli schiavi molto bravi! E’ una competenza essenziale per crescere persone consapevoli della sottile, sfuggente, importante ragione per cui sono venute al mondo come esseri umani e per crescere persone vive
e non “gentili, graziose personcine morte” (MR).
Vilma Costetti
Centro Esserci, Reggio EmiliaPer ricevere informazioni sul Centro e sulle Edizioni Esserci:
Tel/fax 0522 943053
e-mail: info@centroesserci.it
sito web: www.centroesserci.it

DISARMO
A cura di Massimiliano Pilati
Via le bombe da Aviano

L’anno scorso, se facevi una ricerca in Google con “Atomiche Aviano”, ti venivano fuori poche decine di risultati. Oggi (fine luglio), ne vengono fuori oltre 40.000. È un piccolo segnale che, anche se in maniera per il momento underground, l’informazione intorno a questo tema sta crescendo. In buona parte, ciò è dovuto all’azione legale che cinque pacifisti nonviolenti hanno avviato lo scorso dicembre contro il governo USA, chiedendo la rimozione dei cinquanta ordigni nucleari presenti nella base USAF di Aviano (per informazioni e adesioni, vedi www.vialebombe.org).
Cinque persone in causa contro l’Impero, e l’oggetto del contendere non una quisquilia qualsiasi ma il simbolo stesso del potere smisurato che pochi uomini hanno verso l’intero pianeta: l’Atomica.
Si direbbe una causa persa in partenza. Chi ci crede che un qualsiasi giudice di provincia possa imporre agli Stati Uniti di smantellare le sue atomiche? Soprattutto, chi ci crede che gli Stati Uniti rispetterebbero un simile ordine? Eppure, la storia ci ha insegnato che Davide sconfigge Golia più spesso di quanto siamo portati a pensare.
Comunque, quando un anno fa mi è stato chiesto se ero disposto ad impegnarmi in questa impresa, più che chiedermi quante speranze avevamo di venirne fuori vincitori, ho cercato di pensare a qual era la posta in gioco. E non è stato poi così difficile trovare la risposta: in gioco c’è né più né meno che la sopravvivenza del pianeta.
La percezione comune è che le atomiche presenti ad Aviano, in fondo, siano innocue. Sono lì ormai da quasi mezzo secolo, e non è mai successo niente: perché preoccuparsi tanto, mentre ci sono molte altre guerre che insanguinano il pianeta? In realtà, le cose non sono così semplici. Le 50 bombe B61 di Aviano e le 40 di Ghedi fanno parte di uno stock complessivo di 480 atomiche USA in Europa. Sono atomiche “vecchie”, a gravità: vanno caricate su un aereo che le porti sopra l’obiettivo. Le procedure per il loro utilizzo sono lunghe e complesse, per cui è assai improbabile che vengano effettivamente usate.
Ciò nonostante, la loro presenza ha un significato “politico” molto forte, che mette a rischio l’esistenza stessa del Trattato di Non Proliferazione (NPT), firmando il quale i paesi non nucleari si sono impegnati a non acquisire non solo il possesso, ma nemmeno il controllo – diretto od indiretto – su qualsivoglia arma nucleare.
Invece, il concetto strategico della NATO prevede che i paesi dell’Alleanza, riuniti in un apposito comitato (il Nuclear Planning Group), discutano e decidano insieme la politica sul nucleare; inoltre, almeno una parte di queste atomiche è destinata ad essere utilizzata su aerei e con piloti dei vari paesi europei. In Italia, ad esempio, le atomiche di Ghedi sono pronte per essere caricate sui nostri Tornado ed i nostri piloti si addestrano anche per questo tipo di missioni. È chiaro quindi che, seppure soltanto in quota parte, anche il nostro paese ha una qualche forma di controllo sulle atomiche, ciò che ci è espressamente proibito dall’NPT.
Insomma: queste atomiche non hanno nessun potere deterrente, ma al contrario sono un grosso ostacolo sulla via di un ulteriore disarmo nucleare e offrono un’ottima scusa a qualsiasi altro paese per dotarsi a sua volta della Bomba, o cercare comunque l’accesso a qualche arma di distruzione di massa. Se ce l’avete voi, perchè non posso averla anch’io? Se ci sono bombe USA in Europa, perché non potrebbero esserci bombe russe in qualche paese arabo o bombe cinesi in Africa?
Il patto su cui è stato costruito l’NPT era chiaro, o almeno sembrava tale: le potenze nucleari chiedevano al resto del mondo di non seguirle sulla folle strada della proliferazione, ma al tempo stesso si impegnavano al completo disarmo nucleare. A quasi quarant’anni di distanza, quella promessa è rimasta in buona parte disattesa, ed il mondo ha rapidamente dilapidato le speranze di disarmo nate con la caduta del Muro. The Doomsday Clock, l’orologio con cui il “Bulletin of Atomic Scientists” stima il rischio nucleare, dal 1991 ad oggi non ha fatto che avvicinarsi alla mezzanotte…
Mentre il mondo è sull’orlo del precipizio, mentre gli scenari di guerra si moltiplicano e gli strateghi pianificano e mettono in conto l’uso dell’atomica, opporsi all’atomica con tutti i mezzi nonviolenti che abbiamo a disposizione è tutt’altro che una battaglia contro i mulini a vento. Al contrario, è la sola cosa saggia da fare: in nome del diritto internazionale, in nome della vita presente e futura, cacciamo le atomiche fuori dall’Italia e fuori dalla storia.
Tiziano Tissino

ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Le chiese protestanti preferiscono la finanza e gli investimenti etici

Il riferimento per la finanza etica, sia geografico che culturale, agli inizi del fenomeno è stata l’area anglofona, Stati Uniti e Regno Unito. E’ dimostrata, infatti, una correlazione tra la proliferazione di fondi eticamente orientati e la diffusione della religione cristiana protestante. Nei Paesi in cui questa confessione è maggiormente diffusa l’esperienza dei fondi etici data ormai da parecchi anni, e già nel Settecento i Quaccheri rifiutavano di investire in attività che avessero a che fare con lo schiavismo. I primi veri criteri sull’utilizzo del denaro derivano dal forte dibattito sul rapporto tra finanza e religione svoltosi negli anni ‘20 negli Stati Uniti, nazione dove la crescita economica era travolgente e senza regole, all’interno di gruppi confessionali protestanti particolarmente rigorosi. Si tratta in questa fase di criteri di esclusione applicati al primo fondo comune di investimento, il “Pioneer fund “ e riguardano il commercio di alcool, di tabacco, il gioco e la pornografia.
La Chiesa d’Inghilterra è sicuramente l’istituzione che amministra più denari all’interno del variegato mondo protestante: il solo portafoglio azionario era valutato, agli inizi di questo millennio, ben 5,6 miliardi di sterline, ed è gestito secondo rigorosi criteri etici da un comitato apposito. Fece quindi scalpore sei anni fa la decisione di abbandonare la partecipazione nella azienda Gkn, valutata 25 milioni di euro, a causa delle attività militari intraprese dal suo settore aerospaziale. Sulla base delle sole indiscrezioni, il titolo si inabissò in una giornata del 3,6%. Lo stesso metodo venne utilizzato pochi mesi fa nei confronti di Caterpillar, accusata di aver contribuito pesantemente alla costruzione del muro israeliano nei territori palestinesi.
Anche i Luterani non scherzano: il Lutheran Church-Missouri Synod Foundation (http://lcmsfoundation.org), nonostante il nome logorroico, è un fondo che investe lasciti e risparmi dei parrocchiani dello stato americano, ed ha anch’esso un codice di comportamento per gli impieghi azionari. Una denuncia nel corso del 2000 per investimenti spericolati aveva rischiato di far fallire gli aderenti. Fra i pionieri del “faith-based investing” c’è il Thrivent Financial for Lutherans (/www.thrivent.com), che iniziò le sue attività nei primi anni del ‘900 con il nome di Aid Association for Lutherans. Oggi è un’organizzazione articolata in grado di offrire un’ampia gamma di prodotti finanziari, bancari e assicurativi alle persone e alle organizzazioni di ispirazione luterana. La sua famiglia di fondi è la più grande fra i fondi religiosi statunitensi, con assets per oltre 62 miliardi di dollari nel 2003.
Con la stessa metodologia opera L’Interfaith Center on Corporate Responsibility (www.iccr.org): riunisce negli USA più di 275 diocesi, congregazioni o Chiese protestanti e, rappresentando un attivo totale sotto gestione di più di 110 miliardi, si può considerare un referente in materia. Il fondo sostiene programmi di azionariato attivo con le aziende presenti nel proprio portafoglio al fine di migliorarne le performance sociali e ambientali ed ha la particolarità di aprire l’adesione anche a persone appartenenti ad altre religioni.
Tra i metodisti, un argomento che preoccupa i fedeli è rappresentato dalla possibilità di garantirsi una tranquillità al raggiungimento della età pensionabile. Il General Board of Pension and Health benefits of the United Methodist (www.gbophb.org/invest) rappresenta il più grande fondo pensione religioso e fa riferimento alla Chiesa Metodista. Il suo portafoglio è gestito secondo criteri di responsabilità sociale e si basa su tre approcci integrati fra loro: screening, shareholder advocacy, e analisi di impatto socio-ambientale.
Nel nostro Continente, i Pentecostali eticamente orientati hanno in suor Nicole Reille la loro beniamina: la sua associazione Etica e Investimento (www.ethinvest.asso.fr) da più di vent’anni gestisce due fondi, in collaborazione con la finanziaria Meeschaert, che devono rispettare ben venti criteri etici. Le aziende selezionate “devono essere al servizio dell’uomo e del suo sviluppo, con un’attenzione particolare ai più sfavoriti”. I Valdesi infine sono da tempo considerati all’avanguardia nelle scelte etiche in campo finanziario. A partire dalla gestione dell’otto per mille, passando per l’adesione alla campagna per il mantenimento e l’applicazione della legge 185-1990 sul controllo di fabbricazione e vendita delle armi leggere, fino ad arrivare alla fondazione di Banca Etica, il Sinodo Valdese si è più volte espresso per una moralizzazione della finanza e dei meccanismi che la regolano.

PER ESEMPIO
A cura di Maria G. Di Rienzo
Donne che vogliono la paceper la prosperità della Cambogia

Dopo cinque anni di battaglie, nel 1975, gli Khmer Rossi guidati da Pol Pot conquistarono la capitale cambogiana, Phnom Penh. Ordinando l’evacuazione di città grandi e piccole, forzarono l’intera popolazione urbana in campagna a coltivare i campi. Nei successivi tre anni, più di un milione di persone morirono per esecuzioni sommarie, fame, tortura o punizioni crudeli.
L’invasione vietnamita del 1978 cominciò a cacciare gli Khmer Rossi, ma la guerra andò avanti per 13 lunghi anni. Fu solo nel 1993, e poi nel 1998, che in Cambogia si poterono organizzare elezioni nazionali, e sebbene il processo fosse in entrambi i casi macchiato di violenza, il paese cominciava a compiere passi verso la pace e a considerare le possibilità di portare giustizia e riconciliazione fra la gente. La questione dei “campi della morte”, di quei tre anni terribili, è ancora una delle grandi istanze da trasformare. Qualcuno, come Nanda Pok, ha cominciato a farlo.
“La democrazia cambogiana è giovane. Abbiamo bisogno di crescere, di maturare, per giungere al punto in cui i risultati di elezioni regolari e libere vengano accettati o comunque non contestati con proteste violente. Dobbiamo diventare responsabili delle nostre azioni, promuovere fiducia nel nostro popolo, e portare tutti i settori della società all’interno dei processi di base di governo. Ci vuole tempo, per costruire una democrazia forte”. Fondatrice di “Donne per la prosperità”, una ong con base a Phnom Penh, Nanda Pok edita un bimestrale che promuove la partecipazione politica femminile e come formatrice ha addestrato più di 5.500 donne affinché si candidassero alle elezioni. In quelle tenutesi nel febbraio 2002, circa due terzi delle candidate avevano usufruito dei seminari offerti dall’organizzazione. In aggiunta a questo lavoro, la signora Pok è l’ispiratrice di “Pace per la prosperità”, un programma sostenuto da Unifem (il fondo Onu per le donne) che promuove la nonviolenza. “Lavoriamo anche con chi appoggiava gli Khmer Rossi, per riportare questi uomini e queste donne nel contesto di una società civile. Il primo incontro che tenemmo fu davvero una sfida. Come potevano persone che si erano odiate e combattute sedere insieme a discutere di come ricostruire il paese? Volevo riuscire a sottolineare che noi siamo un solo popolo, ma i cambogiani hanno sofferto un periodo così lungo di guerra, e il regime ha distrutto così tanto, che sembrava impossibile fidarci gli uni degli altri. Perciò le persone collegate agli Khmer Rossi erano dapprima assai riluttanti a condividere le loro esperienze: pensavano che li vedessimo come assassini, i distruttori delle nostre famiglie. Allora cominciai a parlare del futuro che potevamo costruire insieme. ‘Tutti vogliamo la pace.’, dissi, ‘Tutti vogliamo sicurezza. Non vogliamo mai più perdere i nostri cari. Per ottenere questo dobbiamo unirci in una voce forte, in un paese democratico dove tutti avremo la possibilità di imparare e di offrire le nostre capacità alla ricostruzione.’ La tensione cominciò a sciogliersi e, dopo un paio di giochi di ruolo, cominciammo a parlare di come promuovere una cultura di nonviolenza e di pace, non di vendetta. Lì sentimmo il nostro orgoglio comune, e cominciò a crearsi lo spazio per discutere le cose positive da fare. E’ ancora così, negli incontri che teniamo. La paura del confronto aspro sparisce, i problemi ed i conflitti vengono nominati, e ad essi si cerca insieme una soluzione”.
Nel 2002, Nanda Pok organizzò anche una manifestazione per la pace piuttosto particolare: nessuna associazione voleva aderirvi ufficialmente. “Era il periodo elettorale e 16 candidati erano stati uccisi: tre erano donne che avevano partecipato ai nostri seminari. Mi sentivo legata a quelle donne, le avevo istruite e incoraggiate, loro avevano deciso di essere attive in politica, ed ora erano morte. Tutto quello che potevo fare era mostrare pubblicamente che io ero stata al loro fianco, e che non intendevo accettare tutta quella violenza. Scrissi al sindaco, affinché provvedesse misure di sicurezza per la manifestazione, ma non ebbi risposta. Nessuna ong voleva partecipare alla marcia per la pace perché temevano di essere etichettate come “politiche”, e inoltre consideravano preoccupante il silenzio delle autorità cittadine. Io dissi loro che nessuna risposta significava “sì” e decisi di andare avanti. Chiamai i media, e lo ripetei ai giornalisti. Era anche per la mia sicurezza e per la sicurezza di chi avrebbe partecipato: se decidevano di arrestarci o di spararci addosso volevo che i media ne fossero testimoni. Quando cominciammo a sfilare, erano tutti là, giornalisti e pubblico, ben più dei trecento che salirono con me al Wat Phnom, il punto più alto di Phnom Penh. Là ci fermammo, tenendo un enorme striscione che recitava semplicemente: Vogliamo la pace. E il pubblico cominciò a salire”.

MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Voci femminili cantano la pace

Tre prestigiose premazioni musicali al femminile in questo 2006. Agnese Ginocchio, cantautrice nostra amica e collaboratrice ha ricevuto la medaglia d’oro dell’Unicef Italia. E’ un importante riconoscimento per la sua infaticabile attività a sostegno della pace e della nonviolenza attraverso le canzoni che scrive e porta da anni in tante sedi di manifestazioni e iniziative in giro per l’Italia. Agnese, ricevendo il premio ha detto che “dobbiamo essere voce di condanna che grida contro le ingiustizie per scuotere l’imperante indifferenza dei potenti che non ascoltano il grido dei poveri”.
La sua ultima canzone, che prende ispirazione dal conflitto Israele-Libano e si intitola “Quando finirà la guerra globale?”, ripete con decisione: “La nonviolenza è l’unica arma della pace/ la nonviolenza è il volto disarmante della storia”.
Il Premio Amnesty 2006 è andato a Paola Turci per la canzone “Rwanda”, notata dalla giuria per il testo suggestivo e di denuncia, che ricorda all’opinione pubblica il genocidio dei 100 giorni in cui, nel 1994, nel paese africano venne sterminato quasi un milione di persone. “Rwanda” parla delle donne che hanno perso tutto, dei fiumi dalle acque rosse di sangue, del traffico irresponsabile di armi che permise il genocidio, della comunità internazionale che non intervenne per fermarlo. Del repertorio di Paola Turci vanno certamente ricordate anche “Stringimi, stringiamoci”, scritta nel 1991 il giorno precedente lo scoppio della guerra del golfo e “Bambini”. “In tempi meno sospetti – racconta la cantautrice – avevo scritto una canzone che parlava proprio del ruolo dei fanciulli nelle guerre. Molti anni dopo, quando ci fu la strage di Beslan, cantarla fu un momento davvero commovente. Ancora oggi quella canzone si rivela drammaticamente attuale, prova ne sono le ultime stragi avvenute in Libano”.
Il Festival internazionale per la pace di Assisi che, negli anni scorsi ha premiato personaggi come I Nomadi, Antonella Ruggiero, Angelo Branduardi, Piero Pelù, Luca Carboni, Eugenio Finardi, Alex Britti e Ron, quest’anno ha assegnato il premio ”Artista per la Pace” a Elisa. L’organizzazione ha particolarmente apprezzato il progetto a sostegno del programma alimentare delle Nazione Unite e dell’Unicef rivolto ai “bambini invisibili”, del quale la cantautrice di Monfalcone è stata promotrice artistica; il progetto è sostenuto dal film “All the invisibile children”, diretto da diversi registi come Kusturica, Spike Lee, Jordan & Ridley Scott, che nella colonna sonora contiene la sua “Teach me again” cantata assieme a Tina Turner. Di Elisa va certamente ricordata anche “Together”, un testo contro la guerra su una musica ironica: “Sia l’arrangiamento, che il video – dice Elisa – hanno la stessa attitudine provocatoria, sono ironici, ma il messaggio della canzone è di allerta…”

LIBRI
A cura di Sergio Albesano

AA.VV., Tessiduras de paghe (Tessiture di pace), “Quaderni Satya¯graha”, n° 9, marzo 2006, Firenze, pp. 294, € 16,00.Un’antropologia della nonviolenza deve passare attraverso l’esame di situazioni storiche e casi sociali carichi di una forte esemplarità. È questa la norma metodologica che ha fatto da criterio selettivo e movente coordinatore ai saggi raccolti nel numero dei «Quaderni Satya¯graha» dedicato alla Sardegna. Un numero che racconta di un’isola sotto molti aspetti poco conosciuta ai più, diversa da quella, artificiale e non autentica, dell’alta società che d’estate ne frequenta le coste. La Sardegna di cui parla il numero monografico, coordinato da Maria Erminia Satta ed Elisa Nivola, una delle prime allieve di Capitini nel suo soggiorno cagliaritano, è un microcosmo di esperienze, una rete di orditi (immagine suggerita dallo stesso titolo), vissuti comunitari, slanci ideali e problematiche politiche e sociali. Mettendo insieme contributi di diverse discipline (storici, antropologici, sociologici) e riservando una delle sezioni del volume agli anni del magistero di Capitini nell’università di Cagliari, le due curatrici hanno inteso proporre un quadro aggiornato dell’annosa «questione sarda», rileggendone le ultime e più significative vicende alla luce delle teorie della nonviolenza.
Quel che implicitamente le curatrici e gli autori del volume hanno inteso fare è stato chiedersi quali siano oggi i nodi cruciali dello sviluppo isolano, quali le prospettive di crescita civile e quali la possibilità e lo spazio di azione di una prassi nonviolenta per dirimere controversie e pendenze (si pensi alle servitù militari che dovrebbero, comunque, avere i giorni contati o ai conflitti intestini che macchiano e condizionano la vita quotidiana di molte comunità) che gli strumenti ordinari della politica non hanno risolto. A lungo, si sa, la Sardegna ha rappresentato, in virtù delle sue specificità, un capitolo quasi a parte della più complessa questione meridionale. Quanto Pigliaru e La Pira, due dei maggiori intellettuali sardi della metà del secolo scorso, avevano in più occasioni dichiarato (cioè che il processo di crescita del popolo sardo non poteva disgiungersi dal rispetto della sua identità) è ancora oggi, a distanza di non pochi anni, più un’esigenza che un obiettivo raggiunto. La lezione che si trae dalla lettura di questo numero speciale è che senza un’attenta analisi storica della questione sarda e senza la costruzione di un coerente profilo antropologico dei vecchi e dei nuovi ruoli sociali viene facile cadere in grossolani equivoci e scontate riconferme di datati e detestabili stereotipi.
La Sardegna, contrariamente a quanto si è talvolta portati a supporre, è stata una terra in cui la mediazione dei conflitti ha conosciuto risultati sorprendenti. Nell’Ottocento e sino ai primi del secolo scorso comunità devastate da sanguinose faide familiari hanno avuto la forza di attivare riconciliazioni (è questo il tema svolto nel bel saggio di Bachisio Bandinu) che il tanto sangue versato avrebbe fatto ritenere del tutto irrealizzabili. A incoraggiarle era spesso lo Stato e la stessa Chiesa svolgeva un ruolo non da poco. Tuttavia quello stesso Stato venne a lungo avvertito (e ancora oggi, almeno in parte, lo è) come un corpo estraneo. Il rapporto è quindi ancora conflittuale, come dimostra la vertenza in corso sulla legittimazione della lingua sarda: un processo che può contare su un iter politico ben avviato.
Giuseppe Pulina

Enzo Sanfilippo (a cura di), Nonviolenza e mafia, Idee ed esperienze per un superamento del sistema mafioso, DG Editore, Trapani 2005, pagg. 158, € 14,00.Coloro che abitano al nord scontano diversi handicap di tipo culturale quando si addentrano a discutere di mafia. Luoghi comuni, anzitutto: un certo inveterato qualunquismo, una vena di razzismo, un pizzico di senso di superiorità. Questi sono elementi che si possono e si devono superare. Ma c’è del resto ed è più pesante: chi vive fuori dal conteso meridionale fatica a comprendere a fondo quante e quali siano le dimensioni del fenomeno mafioso, le strette connessioni con un diffuso modo di pensare e come la mafia si sia storicamente inserita nella visione culturale e nel contesto antropologico.
Questo libro aiuta quelli del nord a comprendere, ma è nello stesso tempo uno stimolo forte per quelli del sud, perché apre un punto di visuale inedito e innovativo sul tema “mafia”. La novità, proposta fin dal titolo, sta nell’approcciarsi alla questione mafiosa secondo lo spirito e il metodo della nonviolenza. Il volume, in effetti, è il prodotto per nulla definitivo di un percorso di ricerca, di riflessione, di impegno e di condivisione di un gruppo di lavoro costituitosi in Sicilia. Al suo interno è stato Enzo Sanfilippo, sociologo e membro della comunità dell’Arca di Lanza del Vasto, a impegnarsi nella stesura del saggio-base, che pone i paletti concettuali del lavoro. Esso definisce “il contributo della nonviolenza al superamento del sistema mafioso”, come recita il sottotitolo, e fornisce un quadro concettuale sia di analisi di Cosa nostra, interpretata quale sistema sociale mafioso, sia di elaborazione di un approccio secondo la teoria e la prassi della nonviolenza sia di ricerca di possibili percorsi di superamento del sistema mafioso.
Vari contributi compresi nel volume discutono, sotto diversi punti di vista, aspetti di analisi e di proposta e presentano esperienze reali di impegno contro la mafia. Così fanno Umberto Santino, Alfio Foti, Martina Pignatti, Rita Borsellino, Andrea Cozzo, Gualtiero Siragusa, Giovanni Abbagnato, Peppe Sini.
Il percorso di approfondimento si arricchisce nella seconda parte del libro con documenti e contributi di studio: un elaborato del gruppo di lavoro palermitano, due saggi di Umberto Santino e di Andrea Cozzo, il contributo di sintesi di Sanfilippo, che rilancia alcuni temi centrali della riflessione.
Emergono con forza i temi della riconciliazione, della mediazione e della giustizia rigenerativa, strettamente connessi con quello della legalità. Qui c’è un’importante chiave di volta del ragionamento. Se il richiamo alla legalità e soprattutto all’educazione alla legalità rilanciata dagli stessi vescovi italiani alcuni anni or sono rischia di essere inteso in modo formale e di riportare all’interno di un modo di comportarsi più che altro legalistico, la riflessione sulla giustizia rigenerativa dischiude invece scenari inediti. Senza irenismi o buonismi di alcun genere, si tratta di attivare un atteggiamento di comprensione reale e concreta della persona di chi aderisce o collude con la mafia.
Quello dei nonviolenti è un contributo che viene dato al più ampio movimento culturale e sociale di resistenza alla mafia, a favore della crescita e dello sviluppo delle popolazioni del meridione d’Italia.
Giampiero Girardi

Barbara Jones, Costruire con le balle di paglia, manuale pratico per la progettazione e la costruzione, 2006, Editrice Aam Terra Nuova, pp. 140, € 14.00Barbara Jones, laureata in scienze sociali applicate con specializzazione in carpentieria e falegnameria, è stata co-fondatrice di Women & Manual Trades, associazione che dal 1975 promuove il coinvolgimento delle donne nelle professioni manuali. Nel 1989 ha fondato Amazon Nails che propone l’edilizia ecosostenibile, coinvolgendo nella progettazione e nella realizzazione persone normalmente escluse da questa attività, quali donne, bambini e anziani, nonché i piccoli artigiani locali. E’ la maggiore esperta di costruzioni in balle di paglia del Regno Unito. A lei si deve l’adattamento della tecnica, già ampliamente utilizzata in Nord America, alle condizioni climatiche europee. Dal 1994 conduce cantieri e corsi in tutta Europa e fino ad oggi ha partecipato alla costruzione di un’ottantina di edifici in balle di paglia, ricevendo numerosi riconoscimenti e premi.
Costruire con la paglia è un manuale pratico che si rivolge sia all’auto-costruttore, sia a progettisti e alle imprese edili con l’obiettivo di offrire informazioni chiare e semplici su questa tecnica, semplice ed ecologica, ancora poco conosciuta in Italia, basata su un sistema a blocchi.
La paglia, come materiale di costruzione, garantisce risultati eccellenti per quanto riguarda la riduzione dei costi e dei consumi energetici, grazie alle eccellenti caratteristiche di isolamento termico.
I primi edifici realizzati con balle di paglia risalgono alla fine dell’Ottocento. I coloni inglesi delle pianure del Nebraska (Usa), vivendo in una zona priva di pietre e di legname per l’edilizia, si costruirono case provvisorie con balle di paglia, scoprendo che esse mantenevano calore durante l’inverno e fresco durante l’estate. Grazie alla loro esperienza positiva nacquero case permanenti, alcune delle quali si possono visitare ancora oggi!
La costruzione con balle di paglia prosperò fino agli anni ‘40, quando la guerra, l’incremento della popolazione e l’utilizzo del cemento ne causarono il definitivo declino. Poi, alle fine degli anni ‘70, Judy Knox e Matts Myhrman, come altri pionieri della “rinascita” della costruzione in paglia, riscoprirono alcune di queste vecchie case ed iniziarono a raffinare il metodo di costruzione.
Attualmente, in tutto il mondo, vengono costruiti circa 1000 nuovi edifici in paglia all’anno, muniti di regolari permessi di costruzione. In Italia, una dei primi edifici in balle di paglia è stato realizzato nel comune di Pramaggiore (Ve), si tratta di un’abitazione su due piani, ognuno dei quali ha un estensione di circa 140 metri quadri. Il fabbricato, munito di regolare permesso a costruire, è stato realizzato da Stefano Soldati, allievo di Barbara Jones, nonché curatore dell’edizione italiana del libro. Egli stesso ha partecipato alla costruzione di una decina di edifici in balle di paglia in diversi paesi europei. Monica Barghini