Azione nonviolenta – Dicembre 2005

Azione nonviolenta dicembre 2005

– L’alta velocità si ferma davanti alla forza della Valle (Mao Valpiana intervista Alberto Perino)
– Le possibili alternative sostenibili all’alta velocità in Val di Susa (di Nanni Salio)
– Breve storia di un’opera che non s’ha da fare
– Luoghi comuni su un luogo non comune
– Contro la militarizzazione del nostro territorio, per rispettare la volontà popolare e l’ambiente (di Barbara Debernardi)
– Nelle banlieues francesi non c’è libertà, fraternità, egalità… (di Christoph Baker)
– Dai sobborghi parigini una rivolta senza rivendicazioni. Occorrono idee nuove per una politica della città (di Jean Marie Peticlerc)
– Le 10 caratteristiche della personalità nonviolenta: La pazienza (di Mao Valpiana)

– Cinema, Le leggi cambiano, la coscienza resta. La nonviolenza di Sophie. La rosa Bianca (di Enrico Peyretti)
– Educazione, Riscoprire se stessi, le relazioni, il territorio, il piacere di imparare (Intervista a Salvatore Pirozzi a cura di Elena Buccoliero)
– Economia, Ode alla pedalata. Quando la tecnologia è intelligente (di Paolo Macina)
– Musica, Nobel e Premi agli artisti per la pace (di Paolo Predieri)
– Per Esempio, Le campagne di Jagori per i diritti delle donne (di Maria G. Di Rienzo)
– Lilliput, Aiuto! Anche l’opposizione vuole più spese militari (a cura di Massimiliano Pilati)
– Movimento, Non uccidere gli animali fa crescere la pace nel mondo (di Carmen Somaschi)

EDITORIALE
L’alta velocità si ferma davanti alla forza della Valle

A cura di Mao Valpiana

In Val di Susa c’è un esemplare movimento di resistenza nonviolenta. L’intera popolazione valligiana si oppone al progetto di una nuova linea ferroviaria ad alta velocità che dovrebbe collegare Torino a Lyon. Nelle ultime settimane, per bloccare l’inizio dei lavori di carotaggio del territorio, c’è stato un crescendo di mobilitazione, fino allo sciopero generale e totale di tutta la Valle il 16 novembre, con una marcia di 8 chilometri alla quale hanno partecipato dalle 50 alle 70 mila persone. Praticamente tutti gli abitanti si riconoscono nel movimento No Tav e hanno adottato la nonviolenza come metodo per difendere il loro futuro in Valle.
Per tutta risposta il governo, che vuole fortemente realizzare l’opera a partire dalla costruzione della galleria di 53 chilometri sotto le montagne valsusine, ha militarizzato il territorio, per permettere alle ditte di iniziare i lavori di trivellazione per preparare lo scavo. La reazione popolare è stata unanime. Si sono attuati ovunque nella Valle dei presidi che sono diventati luoghi di aggregazione in cui si leggono i giornali, ci si scambiano informazioni, si discute di politica, si preparano castagnate. Luoghi di democrazia partecipata che -essendo prati e campi – sono stati attrezzati per resistere al freddo invernale.
Questa sollevazione è di tutte le forze politiche della Valle (tutti i Consigli comunali hanno deliberato all’unanimità contro l’opera): anche i parroci sono nei presidi; è stata costruita un’edicola spostabile con la statua della Madonna del Rocciamelone che accompagna i manifestanti su tutti i luoghi di lotta. Giovani e anziani, donne e uomini hanno sempre rispettato la scelta di nonviolenza.

Abbiamo sentito Alberto Perino che fu animatore di Gruppo Valsusino di Azione Nonviolenta (GVAN), ed ora, che è pensionato bancario, è uno degli esponenti di punta del movimento.

Dunque la nonviolenza è l’elemento costitutivo del movimento No Tav. Possiamo dire che c’è una continuità storica con la presenza a Condove, all’inizio degli anni 70, del GVAN?
I semi germogliano. Non rivendichiamo l’esclusiva primogenitura, ma certamente il GVAN di Condove è stato uno degli attori che ha fatto crescere e maturare la coscienza della Valle. Molti altri elementi hanno contribuito; in Valle durante la guerra ci fu un importante movimento di resistenza antifascista; in quegli anni il Direttore Didattico nella nostra scuola era un certo Carlo Carretto; poi c’è stato un forte movimento sindacale; e poi figure importanti come Achille Croce (il primo operaio obiettore) e Don Giuseppe Viglongo, fondatore del giornale Dialogo in Valle. E poi voglio segnalare, seppur in negativo, che in Valle abbiamo avuto una significativa presenza di lotta armata negli anni 70. Alcuni di coloro che fecero la scelta terrorista, hanno poi riconosciuto gli errori, hanno pagato i debiti con la giustizia, sono cambiati ma non se ne sono andati, e oggi partecipano attivamente alla nostra lotta nonviolenta. Insomma, nella terra di questa Valle non è mancato il sale.

Come pensate di rispondere alla militarizzazione in atto del vostro territorio?
La presenza massiccia di polizia e carabinieri nei nostri paesi, che limitano la libertà di movimento, è un fatto gravissimo. Dopo l’ottima prova dello sciopero generale in Valle, penso che dovremo considerare la possibilità di utilizzare altre tecniche della nonviolenza anche più radicali, fino allo sciopero della fame.

Come spieghi il successo della vostra azione?
Noi abbiamo un vantaggio. Siamo partiti molto presto e non abbiamo aspettato di trovarci davanti al fatto compiuto. La nonviolenza ci insegna che è meglio prevenire prima, piuttosto che protestare dopo. La nostra lotta inizia nel 1989, quando TAV era solo uno slogan. Abbiamo un gruppo di docenti del Politecnico che ci offre da allora tutto il supporto scientifico. Siamo sempre preparati, in anticipo rispetto alle mosse di chi propone l’alta velocità devastante. Muoversi solo all’arrivo delle ruspe sarebbe perdente. Per questo abbiamo iniziato prima dell’avvio dei lavori. Vogliamo stare sempre un passo avanti.

Come pensate di proseguire?
Alcuni sindaci hanno proposto una “tregua olimpica”, in vista dei giochi invernali del 2006. Ma naturalmente questa moratoria deve valere per tutti. Devono ritirarsi le trivelle, e noi ritiriamo i presidi. Tutti un passo indietro.

Cosa chiedete all’opinione pubblica?
Chiediamo solidarietà a tutti. La nostra non è una lotta localistica. In gioco non è solo il futuro della nostra Valle. Stiamo parlando di sperpero di denaro pubblico, di distruzione di risorse naturali, di distruzione del territorio italiano. Dalla Val di Susa contro il Tav, allo stretto di Messina contro il Ponte, è la stessa lotta. Dobbiamo salvare il futuro di tutti, con la nonviolenza.

Le possibili alternative sostenibili all’alta velocità
Valle Susa: TAV o NOTAV? This is the Problem!

Di Nanni Salio

Da quindici anni, il Gruppo Valsusino di Azione Nonviolenta (GVAN) è al centro, insieme a una molteplicità di altri gruppi, della lotta che vede la popolazione locale opporsi al megaprogetto del treno ad alta velocità (TAV) che dovrebbe collegare Torino a Lione con un percorso che prevede oltre cento chilometri di gallerie, di cui la più lunga (53 km) sotto il massiccio dell’Ambin. Dai tempi di Achille Croce, primo obiettore di coscienza all’industria bellica (presso le Officine Moncenisio. Si veda: Achille Croce, I mezzi della pace, Venezia, Editoria Universitaria 2004), e dalla seconda metà degli anni ’60, con le lotte per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza condotte insieme al MIR-MN piemontese, il GVAN è attivo, anche con il suo mensile Dialogo in Valle, di cui un attivo animatore nonché fondatore fu don Giuseppe Viglongo, nel promuovere una cultura della nonviolenza.
Nel corso di questa lunga lotta contro il TAV, grazie a una diffusa adesione tra la popolazione all’impostazione nonviolenta, essi hanno saputo gestire anche momenti particolarmente difficili, come quelli degli ultimi mesi, in modo coerentemente nonviolento, con fantasia, creatività, fermezza, determinazione e sono riusciti a impedire derive verso manifestazioni violente e provocazioni poliziesche (come quella che, nel 1998, si è conclusa con la tragica morte di due giovani anarchici, Sole e Baleno, sulla cui complessa vicenda si veda: Tobia Imperato, Le scarpe dei suicidi, www.inventati.org/fenix ) ampliando l’area di sostegno e di solidarietà sino a coinvolgere sindaci, comunità montane, parroci, associazioni, popolazione locale, sindacati di base, tecnici e scienziati.
Ma solo negli ultimi mesi i media hanno cominciato a occuparsene su scala nazionale, fornendo spesso un’informazione parziale e distorta, descrivendo questa lotta come un tipico esempio di localismo da sindrome NIMBY (not in my backyard, non nel mio cortile), quando semmai si dovrebbe dire: “non nel mio cortile, ma neppure nel tuo”. Vediamo perché, esaminando sommariamente quattro principali questioni e rimandando ad altre fonti per ulteriori approfondimenti (www.notav.it )

1.Prima si propongono le soluzioni e poi si inventano i problemi. In altre parole, prima si è stabilito che si dovevano fare un insieme di linee ad alta velocità, per scoprire poi che non erano necessarie e allora si sono inventati dei problemi. Questo vale in generale, in Italia, per molte cosiddette “grandi opere”. Ma per restare al caso della Val Susa, si è scoperto che il TAV non era necessario per la semplice ragione che non c’è un flusso di passeggeri sufficiente per far tornare i conti. Allora si è modificato il progetto e il TAV è diventato TAC (treno ad alta capacità), che dovrebbe permettere contemporaneamente il passaggio di treni merci e di treni passeggeri. Ma come è facile dimostrare sul piano tecnico, treni merci e treni passeggeri sono incompatibili. Anche l’intero tracciato, i porti di accesso per il carico e scarico merci (TIR o solo container) che dovrebbero viaggiare su rotaia sono tuttora indefiniti e problematici. Un progetto fatto e rifatto più volte, che si rivela essere un vero pasticcio, di cui nessuno sa con esattezza i particolari.

2. Non sostenibilità economica. Forse il punto più cruciale, e meno conosciuto, è proprio questo. Il sistema dei trasporti italiano ha caratteristiche tali per cui l’alta velocità non è, in generale, funzionale al tipo di domanda, che per l’80% richiede spostamenti su brevi e medi percorsi e non su lunghi percorsi. Il flusso di passeggeri su lunghe tratte non è quindi tale, tranne in pochi casi, da garantire almeno il pareggio economico. Tant’è che nessun operatore economico privato è disposto a investire neppure un euro nel progetto TAV/TAC della Val di Susa. Garantisce lo stato, con investimenti e indebitamenti che peseranno sulle generazioni future, senza nessun beneficio se non per le grandi ditte che gestiranno per 15-20 anni un flusso enorme di denaro, stimato all’inizio in 15-20 miliardi di euri, ma molto probabilmente destinato a raddoppiare, se non triplicare: una massa enorme di denaro che contribuirà inevitabilmente ad accrescere “la corruzione ad alta velocità” e gli appetiti delle cosche mafiose. La principale esigenza del sistema ferroviario è in realtà quella dell’affidabilità, che consiste in quattro principali caratteristiche: alta frequenza del servizio, puntualità, continuità su tutto l’arco delle 24 ore (non solo di giorno), struttura reticolare capillare.

3.Non sostenibilità ambientale. Oltre ai pericoli già noti da studi precedenti dovuti alla massiccia presenza di minerali amiantiferi e uraniferi, si pone il problema tutt’altro che secondario dell’enorme quantità di detriti, degli accessi secondari, del tratto di accesso in un’area già altamente congestionata. A tutto ciò si somma il fatto che dal punto di vista energetico e delle emissioni climalteranti, questo progetto si presenta come difficilmente sostenibile. Nessuno ha fatto valutazioni sul ritorno energetico: dopo quanto tempo l’energia risparmiata dal trasporto su ferro sarà tale da ripagare quella impiegata per realizzare l’intera opera? Ma in realtà, la questione è ancora più ampia. Le previsioni di una crescita futura del traffico merci sono infondate e si basano sull’ipotesi assolutamente non realistica di una disponibilità futura di energia fossile, che invece già oggi sta entrando decisamente nelle fase problematica del raggiungimento del picco di produzione globale (sia del petrolio, sia del gas). In natura non esistono variabili indipendenti e neppure la crescita quantitativa illimitata del trasporto merci, e dei passeggeri, può essere considerata tale. Occorre invece invertire la tendenza e ridurre la circolazione delle merci a monte.

4.Le alternative. Si possono individuare alternative a breve e medio termine, compatibili con le esigenze di salvaguardia ambientale e maggiormente sostenibili economicamente. A breve termine, il potenziamento e adeguamento dell’attuale ferrovia è la soluzione più ragionevole e praticabile. Nel medio periodo si deve razionalizzare il sistema di trasporto ferroviario e autostradale riducendo il transito di merci inutili, modificando il sistema produttivo e di distribuzione orientandoci e uno sviluppo locale che richieda minori percorsi di circolazione delle merci, con una drastica riduzione dei costi energetici e ambientali. Questa, che ad alcuni può sembrare una strada difficile da percorrere, diventerà una scelta obbligata, man mano che sarà meno disponibile il petrolio abbondante e a basso costo. Già oggi ne vediamo le prime avvisaglie e dobbiamo attrezzarci prima che sia troppo tardi. Nel lungo periodo, queste scelte possono portare a riequilibrare un sistema abnorme e squilibrato, creando i presupposti di un modello di economia non più basato sulla crescita quantitativa illimitata. La strada è lunga, ma ci riguarda tutti, e occorre agire tempestivamente, prima che le avvisaglie del possibile “collasso” si traducano in drammatica realtà su scala globale (Jared Diamond, Collasso, Einaudi, Torino 2005; James Howard Kunstler, Collasso, Nuovi Mondi Media, San Lazzaro di Savena, Bologna, 2005)..

Breve storia di un’opera che non s’ha da fare

1990
Nascita del Comitato Promotore per L’ Alta Velocità Torino Lione, presieduto congiuntamente da Umberto Agnelli e dal presidente della Regione Piemonte, Beltrami

La valle di Susa è in fermento per i lavori non fatti o mal fatti dall’autostrada e per il progetto dell’elettrodotto che dovrebbe attraversare il Moncenisio e la bassa valle.

La Stampa coglie l’occasione per dare inizio ad un repertorio di slogan che ripeterà per anni :”Senza l’ Alta Velocità il Piemonte è fuori dell’ Europa”; “La nostra regione deve collegarsi con il TGV per evitare l’isolamento che strangolerebbe la sua economia”.

1991
Necci, al comando delle Ferrovie, firma il primo vero protocollo per la nascita della nuova linea , e in Val di Susa parte la “caccia al tracciato”.

Pininfarina sostituisce Agnelli alla presidenza del Comitato Promotore e comincia a lanciare i suoi messaggi “il collegamento con il traforo sotto il Moncenisio è vitale per tutta l’economia italiana”; “L’attuale linea Torino Lione è quasi satura”; “subito i treni ad Alta velocità o sarà troppo tardi”.

Costituzione di HABITAT, nuova associazione, che raccoglie tutti quanti intendono battersi per mantenere la vivibilità della valle

1993
Primo incontro ufficiale tra la giunta Regionale e gli amministratori dei comuni della Val di Susa. La riunione di 17 sindaci presso la Comunità Montana vota il documento dei “Quattro NO”.

1995
A giugno un nuovo, grande convegno all’Unione Industriale di Torino dà a Pininfarina l’occasione di annunciare che “entro l’anno ci sarà l’inizio per l’ Alta Velocità Torino Lione “.

A dicembre Habitat organizza un convegno a Bussoleno. Destano impressione le cifre del materiale che sarà estratto dalle gallerie. Si parla per la prima volta anche del pericolo costituito dalla presenza di uranio. Al convegno partecipano anche i rappresentanti delle associazioni francesi.

1998
Arrivano notizie di problemi geologici al futuro imbocco del versante francese e scoppia la notizia della presenza di uranio sopra Venaus, non lontano dal previsto imbocco della parte italiana.

A luglio l’amministratore delegato delle ferrovie Cimoli rende esplicito quanto tutti dicono da qualche tempo: non esistono risorse finanziarie per potere realizzare i tre valichi in progetto, e la priorità deve essere data ad un tunnel che colleghi l’Italia con il centro Europa : in questo caso al nuovo tunnel ferroviario del San Gottardo che gli svizzeri costruiscono per conto loro e che costa nulla allo stato italiano. Secondo il Sole 24 “Le ferrovie dicono addio alla Torino Lione”.

1999
Il ministro dell’ambiente Ronchi, in una affollatissima assemblea di cittadini ed amministratori a Bussoleno, dice che l’ammodernamento della linea esistente è l’unico progetto sul tavolo, che ci sono già i fondi stanziati e che i lavori possono partire subito. “Scordatevi il TAV”.

Il 24 settembre, a Nimes i ministri italiano e francese decidono che la Torino Lione si deve realizzare “il più rapidamente possibile”.

2001
In Sicilia il ministro del Lavori Pubblici Nesi rassicura un giornale locale, preoccupato per la trentennale mancanza di soldi per il ponte sullo Stretto, che nel Piano dei Lavori Pubblici, nel settore trasporti non sono previsti dei trafori.

Esce finalmente la documentazione chiesta nel ’98 alla CIG: ciò che colpisce il Comitato Promotore sono i tempi di realizzazione previsti: il 2020 per la conclusione del primo tubo e tra il 2030 ed il 2035 per il secondo; si trovano quindi tutti d’accordo a “lasciar perdere questo rapporto della CIG e firmare nel prossimo incontro italofrancese di Torino un accordo che salti le commissioni di studi per passare a metodi più imprenditoriali”: cioè la decisione di abbandonare la strada dei supporti tecnici per chiedere di costruire la linea comunque.

La Comunità Montana inizia a prepararsi per i prossimi appuntamenti: all’ingresso dei comuni della bassa valle compare il logo NO TAV. Habitat e Legambiente della val di Susa aprono un sito internet per la diffusione delle notizie e dei documenti della lotta contro la Torino Lione

2002
A fine febbraio su Il Sole 24 Ore la società Lyon Turin Ferroviaire, che ha sostituito Alpetunnel, pubblica il bando internazionale per gli studi di progetti, scenari e traffici del tunnel di base: dopo sei anni di parole, studi e sotterfugi, per andare avanti di decide di ricominciare tutto da capo.

2005
Prosegue il braccio di ferro che vede da una parte la popolazione tutta delle Comunità Montane della Val di Susa, che si oppone all’opera considerandola dannosa per l’ambiente e la salute, inutile, non redditizia del punto di vista economico, e il governo rappresentato dal Ministro Lunardi, dal Presidente della Regione, della Provincia e dal sindaco di Torino e da politici di molti partiti dall’altra.

Luoghi comuni su un luogo non comune

Senza la Torino-Lyon il Piemonte sarebbe isolato dall’Europa
In realtà il Piemonte è già abbondantemente collegato all’Europa e soprattutto attraverso la Valle di Susa. In questa valle esistono già due strade statali, un’autostrada e una linea ferroviaria passeggeri e merci a doppio binario. Esiste perfino la cosiddetta autostrada ferroviaria (trasporto dei TIR su speciali treni-navetta). Sono tutte linee di collegamento con la Francia attraverso due valichi naturali (Monginevro e Moncenisio) e due tunnel artificiali (Frejus ferroviario e autostradale). Il tutto in un fondo-valle largo in media 1,5 km ! A fatica ci sta anche un fiume, la Dora Riparia, che di tanto in tanto va in piena…
Le linee ferroviarie esistenti sono sature
In realtà l’attuale linea ferroviaria Torino-Modane è utilizzata solo al 38% della sua capacità. Le navette per i TIR partono ogni giorno desolatamente vuote. (Ma sono state riscoperte e prese d’assalto nel periodo di chiusura del Frejus per incendio). Il collegamento ferroviario diretto Torino-Lyon è stato soppresso per mancanza di passeggeri. E il flusso delle merci -previsto da chi vuole l’opera in crescita esponenziale -è invece sceso del 9% nell’ultimo anno!
La Torino-Lyon e’ indispensabile al rilancio economico del Piemonte
In realtà è vero il contrario. Togliendo risorse (è tutto denaro pubblico) alla ricerca, all’innovazione e al risanamento dell’industria in crisi profonda (Fiat e non solo), il TAV sarà la mazzata finale all’economia piemontese.
Il TAV togliera’ i tir dalla valle
In realtà tanto per cominciare, i 10/15 anni di cantiere necessari a costruire la Torino-Lyon porteranno sulle strade della Valle e della cintura di Torino qualcosa come 500 camion al giorno (e alla notte) per il trasporto del materiale di scavo dai tunnel ai luoghi di stoccaggio. Con grande aumento di inquinanti e polveri. Finita la apocalittica fase di cantiere e realizzata la Grande Opera, chi ci dice che le merci passeranno dall’autostrada alla nuova ferrovia? Anzi. I promotori dell’opera e recenti studi di ingegneria dei trasporti ci dicono che solo l’ 1% dell’attuale traffico su gomma si trasferirà sulla ferrovia. Bel vantaggio!
I valsusini sono egoisti. Non pensano agli interessi dell’Italia
In realtà attraverso la Valle di Susa, attualmente, passa già il 35% del totale delle merci che valicano le Alpi! Lungo l’Autostrada del Frejus passano circa 4.500 TIR al giorno, contro i 1.500 del Monte Bianco, in val d’Aosta, dove il numero dei TIR è stato limitato per legge.
La Torino-Lyon porta lavoro ai piemontesi
In realtà come già sta succedendo per tutte le infrastrutture in corso, si tratterebbe di lavoro precario, per mano d’opera in gran parte extracomunitaria. Inoltre le ditte appaltatrici si porterebbero tecnici e operai dalla loro Regione (ditte e buoi dei paesi suoi). Per i comuni della Valle di Susa e della cintura di Torino arriverebbe invece un bel problema: la mafia. Turbative d’asta sono già state individuate per la fase di sondaggio geologico a carico di uomini politici piemontesi e non… figurarsi per la realizzazione dell’opera!
Quest’opera fa bene all’economia: mette in moto capitali privati
In realtà il costo stimato di 20 miliardi di euro è tutto a carico della collettività. Tutto denaro pubblico, ma affidato a privati, secondo la diabolica invenzione del general contractor. Garantisce lo Stato Italiano. Nessun privato ci metterà un euro, soprattutto dopo l’esperienza del tunnel sotto la Manica che ha mandato in fallimento chi ne aveva acquistato i bond. I tantissimi soldi che servono a quest’opera verranno tolti alle linee ferroviarie esistenti (già disastrate), a ospedali, scuole, e a tutti i servizi di pubblica utilità, e allo sviluppo delle energie rinnovabili destinate a sostituire il petrolio. E ancora: è già previsto che la nuova linea ferroviaria Torino-Lyon avrà altissimi costi di gestione e che sarà in perdita per decine e decine di anni. Tanto paghiamo noi.
Chi e’ contro la Torino-Lyon e’ contro il progresso
In realtà è vero il contrario. Il progresso non deve essere confuso con la crescita infinita. Progresso vuol dire ottimizzare, rendere più efficiente e durevole ciò che già esiste, tagliare il superfluo e investire in crescita intellettuale e culturale più che materiale, utilizzare più il cervello dei muscoli. Il TAV rappresenta l’esatto contrario di questa impostazione, è un progetto vecchio e ormai anacronistico, che prevede una crescita infinita nel volume del trasporto merci (che poi saranno i rifiuti di domani), privilegia come valore solo la velocità e la quantità, ignora la qualità, ovvero se e perché bisogna trasportare qualcosa.

Il movimento NO TAV

Contro la militarizzazione del nostro territorio
Per rispettare la volontà popolare e l’ambiente

Lettera del sindaco di Condove
inviata al Coordinatore Nazionale delle Rete dei Nuovi Municipi

Nei giorni scorsi la Valle di Susa dopo anni di colpevole silenzio da parte dei media, si è finalmente guadagnata spazio nelle cronache nazionali per i gravissimi episodi accaduti sulle pendici del Rocciamelone, in occasione del tentato avvio dei lavori preparatori della linea ad Alta Velocità Torino-Lione che si vorrebbe imporre al nostro territorio.
L’impegno a tutelare pienamente la vivibilità di un territorio rappresenta per gli amministratori un dovere morale prima ancora che un dovere civile o politico.
Tale impegno, in quasi quindici anni di mobilitazione, non è mai stato considerato delegabile, ma dagli amministratori della Valle e dai cittadini è sempre stato considerato compito da vivere in prima persona e da condividere con tutti coloro che mettono al primo posto non il profitto a tutti i costi, non il progresso che calpesta l’uomo, ma la tutela della persona. E questa ovviamente non può prescindere dalla tutela dell’ambiente.
Lunedì scorso si è verificato l’ennesimo, grave tentativo di forzatura della volontà popolare e della volontà degli Amministratori del territorio, che in questi anni hanno votato decine di delibere di contrarietà ad una nuova linea ad Alta Velocità.
Con un dispiegamento di polizia degno di uno stato in assetto di guerra, con mille poliziotti in tenuta antisommossa, il Governo ha tentato di occupare i terreni sui quali si sarebbero dovuti svolgere alcuni sondaggi geologici propedeutici all’opera.
Ha trovato ad opporsi a questa autentica forzatura i sindaci, con la fascia tricolore e i gonfaloni dei loro Comuni e tantissimi cittadini pacifici e determinati, che hanno resistito passivamente, ma testardamente, per tutta la lunga giornata, sopportando cariche di polizia e manganellate.
Ad oggi il Comune oggetto di tale operazione è di fatto presidiato militarmente: si entra e si esce dal paese solo se residenti, e sempre esibendo un documento di identità, attraverso posti di blocco presidiati dalle forze dell’ordine 24 ore su 24.
Reputiamo che tale situazione sia di una gravità inaudita e che lo stato di diritto sia stato sostituito da uno stato di polizia, indegno del nostro Paese e dalla Carta costituzionale di cui ci possiamo ancora vantare, in cui si enunciano diritti oggi di fatto calpestati.
Vi chiediamo inoltre una mozione di denuncia per un territorio militarizzato, non si può far calare un’opera così devastante contro la popolazione.
Contiamo su di voi!

Barbara Debernardi,
Sindaco di Condove

Nelle banlieues francesi non c’è liberté, égalité, fraternité…
La grande illusione della modernità è andata in fumo

Di Christoph Baker

Se non ricordo male, Dio disse a Noè: “Il fuoco la prossima volta!”

La piccola scatola catodica nel salotto ripropone da giorni il fuoco delle banlieues parigine. Se fai una zoomata su una macchina che brucia, l’immagine apocalittica è forte. Come è forte il simbolismo che è l’oggetto forse più idolatrato dalla società moderna che finisce in cenere: l’automobile. Poi autobus, scuole, supermercati, magazzini. Nella loro rabbia, i ragazzi incendiari hanno scelto simboli mica male. Ti fà pensare ad una regia sofisticata. Finché non ti rendi conto che non è così. Le cose che bruciano sono le prime cose trovate sotto casa e sono i testimoni più diretti di una vita andata alla deriva. La scuola non è servita a niente, tanto ti ritrovi disoccupato lo stesso. I supermercati sono pieni di roba superflua che non ti puoi permettere. Le macchine sono il miraggio della libertà. Ma se non hai un posto dove andare? Allora tanto vale distruggere. Intanto hanno già distrutto te ed i tuoi sogni in partenza. Dov’è l’égalité…?

Ritorna il coprifuoco della Guerra d’Algeria, vengono ripristinate le leggi speciali del 1955. Altro simbolismo forte. Perché la “feccia” insultata da Sarkozy non ha la pelle bianca dei di lui padri immigrati ungheresi. Ha piuttosto le somiglianze dei figli del deserto sahariano e della savana africana. Sono i discendenti degli schiavi e dei colonizzati del grande impero che la Francia non ha ancora abbandonato (vedi quel che succede oggi in Costa d’Avorio). Sono nipoti di una manodopera a basso costo importata per fare i lavori miserabili negli anni sessanta e poi ghettizzati. Hanno visto i padri umiliati e sconfitti, spesso disoccupati, magari con gli occhi svuotati e le ultime speranze svanite. Hanno imparato che il mondo aldilà dei muri della loro banlieue non è per loro. Dov’è la liberté…?

Poi, guardi negli occhi dei ragazzi e vedi paura. Paura travestita da minaccia. Ma hanno 17 anni, 12 anni, 22 anni, 15 anni. Fanno avvicinare il giornalista di turno, la sociologa, il delegato del comune, non nascondo il loro viso, non recitano slogan preconfezionati. Sono strafottenti, usano un linguaggio cifrato, dicono cose in cui non credono, scimmiottano i politici che passano in televisione. Sarebbe farsesco se non ci fosse la tragedia di fondo che la disperazione di questi ragazzi sprigiona con l’accendino e la benzina. I difensori della status quo vogliono incastrarli in teoremi e stratagemmi consolidati, parlano di mercato della droga, di fondamentalismo islamico, di manipolazioni politiche. Che scemenza. I ragazzi delle banlieues non appartengono a niente nè a nessuno. E’ da tempo che non appartengono neppure più alla famiglia che li aspetti impaurita chiusa a chiave in un appartamento fatiscente all’undicesimo piano. Dov’è la fraternité…?

Stavo a casa mia nella Provenza quando i due ragazzi sciagurati presi dal panico scavalcarono il recinto e saltarono a piè pari su un trasformatore elettrico e morirono. Sono andato a spasso nei vicoli intorno a casa e nel mio piccolo paese sonnolente in mezzo alla garrigue e ai vigneti l’esplosione di rabbia e di fuoco sembrava lontanissima. Sui seicento abitanti, molti sono immigrati spagnoli, marocchini, algerini. Sono talmente integrati che non se ne parla neanche. Da questa Francia profonda e tranquilla, la tragedia delle banlieues sa di ineluttabile. Per decenni la Francia ha vissuto con la bomba a orologeria in casa. Ha sperato che la discarica umana in qualche modo marcisse da sola e non disturbasse l’ordine delle cose. Oggi, la pattumiera ha deciso di tirare indietro la feccia! Forse in nome della legge dell’entropia…

La tentazione di trarre lezioni o teorizzare su questo fenomeno è grande. E infatti la stampa e la televisione sono piene di tuttologi e sapientoni che hanno già decretato il fallimento della politica francese di integrazione, che hanno già visto i reclutatori di Al Qaeda in giro, che osannano la politica di repressione messa in atto (che non serve a niente ovviamente, visto che i rivoltosi mica vanno in piazza ad aspettare le manganellate della polizia, come ai “bei vecchi tempi”), c’è addirittura chi si lamenta di non trovare una cabina di regia o un grande manipolatore, come se quegli incendi avrebbero più senso se dietro ci fosse una bella tradizionale lotta di classe…

Io sono solo triste. Guardo le fiamme ed i vigili del fuoco che provano a spegnerli e che rischiano anche di farsi male. Guardo i ragazzi che tirano le molotov ed i razzi colorati da stadio. Guardo i soliti “voyeur” che stanno lì ai bordi come se questo fosse un avanspettacolo. Guardo i poliziotti che sono giorni che non riposano e puntuale arriva il pestaggio inutile. Guardo e vedo solo che è già tardi. Sento una stanchezza dentro perché questa situazione non è nuova. I riots dei ghetti neri americani sono dell’altro ieri. E non abbiamo imparato nulla.

Viene da pensare che il problema è solo parzialmente nel degrado e nell’abbandono delle periferie. Sta molto di più dall’altra parte della città, laddove quelli che hanno avuto più “culo” si sono rintanati in quartieri blindati e sicuri, laddove tutto il quotidiano è organizzato e programmato e protetto dalle forze dell’ordine. Il miraggio creato da questa opulenza è la miccia di ogni bottiglia incendiaria. Perché i detentori del potere hanno voluto mandare le immagini del mito della ricchezza e oggi non sanno di avere sbagliato alla grande. Quelle immagini di opulenza dovevano tenersele per loro. Perché da quando il mondo è mondo, prima o poi, quello che tu hai escluso, che tu hai emarginato, che tu hai ignorato, quello torna e ti presenta il conto.

In fondo, stiamo forse solo assistendo ad un grande conto alla rovescia. Che un terrorista ti faccia saltare in aria nella metropolitana, che bande di ragazzi saccheggino e brucino intere quartieri, o che si vada in paranoia per un virus che attacca i polli, i segnali sono eloquenti. La grande illusione della modernità sta forse per spegnersi davanti ai nostri occhi. Volevamo tutto e subito. Abbiamo sottovalutato che solo pochi avrebbero partecipato alla baldoria. E soprattutto, non abbiamo visto che il Re è nudo. Questa versione della modernità si è dimenticata di un piccolo particolare: l’uomo. Con tutte le sue contraddizioni, tutte le sue complessità, tutte le sue diversità, tutti i suoi sogni e tutte le sue frustrazioni. Si pensava (e si pensa ancora) che ci sarebbe stato un elisir magico da fare ingoiare agli esseri umani per cui avrebbero tutti accettati di partecipare volenterosi e esaltati alla condivisione della torta, pur sapendo che non avrebbero mai mangiato che le briciole.

Chiudo il televisore. Ieri hanno bruciato 374 macchine, la notte precedente ne avevano incendiate 543. La situazione sta migliorando. Le misure di sicurezza stanno dando i primi frutti. Il ritorno alla calma è abbozzato.
Magari ci fosse un bel terremoto o un altro tsunami a farci dimenticare di fretta che per tre settimane nel cortile di casa abbiamo rischiato di saltare tutti in aria.

Se non ricordo male. Dio disse a Noè: “Il fuoco la prossima volta”.

Dai sobborghi parigini una rivolta senza rivendicazioni
Occorrono idee nuove per un’altra politica della città

Di Jean Marie Petitclerc *

Mentre la calma ritorna poco a poco nelle città francesi – e questa doveva essere la priorità d’azione -, è tempo ora di iniziare a riflettere. Come si è arrivati a questo punto, dopo oltre quindici anni di “politica della città” condotta a favore delle popolazioni di queste zone? I giovani più violenti coinvolti nella rivolta si contano proprio fra quelli che sono nati con questa politica, e che dunque ne hanno beneficiato dalla loro infanzia!

I – L’esplosione inattesa di violenze prevedibili

L’assalto alle periferie è avvenuto a partire da eventi contingenti che si sono innescati su una situazione che, nonostante gli sforzi fatti da tanti governi di destra come di sinistra, non ha cessato di deteriorarsi.
È vero che l’ultima quindicina d’ottobre è sempre un periodo di tensione nelle città. Molti giovani, che durante l’estate sognano di iniziare con l’autunno l’inserimento a scuola o un impiego, anche se precario, si trovano poi senza incarico scolastico o senza datore di lavoro che accetta di firmare un contratto con loro. Ed al primo novembre, i giochi sono fatti. È la collera!
E gli ultimi giorni d’ottobre coincidevano, quest’anno, per i giovani di cultura islamica, con la fine del periodo di Ramadan, e l’eccitazione ben comprensibile del tempo di interruzione del digiuno!

La mancanza di tatto di una visita ministeriale
Effettivamente, il Ministro degli Interni ha scelto male il periodo per venire ad inaugurare, in piena notte, un commissariato di polizia nella periferia di Argenteuil (un commissariato che del resto è stato incendiato alcuni giorni dopo).
I giovani hanno vissuto come una provocazione la visita blindata del Ministro. E le opinioni espresse dal rappresentante del Governo, che ha accusato indistintamente tutti questi giovani di vivere nell’illegalità, hanno gettato benzina sul fuoco.
Certamente molti di questi giovani sbarcano il lunario in un’economia sommersa, e controllano il territorio con la violenza e l’arroganza ed è indispensabile opporsi fermamente ai loro comportamenti. Ma la reazione ferma di fronte a comportamenti inaccettabili deve essere realizzata nel rispetto delle persone. Noi adulti non dobbiamo mai essere presi in difetto in termini di rispetto, se vogliamo che anche i giovani abbiano rispetto. E così anche la polizia, se non rispetta i giovani come persone, anche contrastando le loro azioni violente, come può pretendere rispetto? Tanto più che, molti di questi giovani, definiti “feccia” al telegiornale della sera, volevano in realtà soltanto esprimere il loro malessere. C’è troppo fallimento nella scuola, troppa disoccupazione, troppa precarietà. Allora come è possibile proiettarsi nel futuro? Come può un giovane costruirsi la sua vita? Ed ecco che utilizzano maldestramente la violenza come un grido d’esistenza, come un mezzo per dichiarare di esistere. Certamente, non si tratta di scusarli… la violenza è inaccettabile… ma dobbiamo cercare di capire.

Il dramma di Clichy
Ed ecco che quattro giorni dopo – coincidenza catastrofica – avviene il dramma di Clichy: la morte tragica di due adolescenti che volevano nascondersi ad un controllo di polizia e credevano di essere inseguiti. Sappiamo oggi che tale dramma può essere stato un fattore scatenante delle violenze. E’ accaduto molte volte anche nel passato. Scrivevo nel febbraio 2004: “Un buono numero di scenari di sommosse urbane ha per punto di partenza la morte accidentale di un giovani”1. Per gli amici delle vittime, per i quali la vita familiare è squallida, gli studi sono un fallimento, il futuro professionale è un’incognita, il confronto con la morte di un compagno costituisce veramente un trauma, e l’emozione è incontenibile. Il malessere è troppo intenso e tutto può allora facilmente degenerare in violenza. L’atteggiamento tenuto in queste occasioni dalle istituzioni e dai pubblici poteri è spesso totalmente inadatto, e può soltanto contribuire alla degenerazione del fenomeno.
Per esempio, immaginate di aver perso il vostro migliore amico in un terribile incidente d’auto una notte di fine settimana. Immaginate che il lunedì mattina, sul luogo di lavoro, parlando di questo dramma al vostro dirigente, egli vi risponda: “Sapete, quando si ha un grammo d’alcool nel sangue, non ci si mette al volante, è una grave trasgressione del codice stradale. Cosa faceva il vostro amico sulla strada alle 3 della mattina? Se restava tranquillamente a casa, nulla di tutto ciò sarebbe accaduto”. Penso che anche voi a questo punto verreste presi dall’aggressività!
Questo tipo di discorso è generatore di violenza.

Servono parole di compassione
Lo stesso dicasi in questi scenari acuti di violenze urbane. Molto spesso, la sola parola che i giovani intendono del mondo adulto è una parola di giustificazione.
Prendiamo l’esempio di un giovane di 17 anni che sfonda un blocco di polizia con un’automobile lanciata. I poliziotti sparano, ed il giovane muore. La spiegazione data dalle istituzioni, si riassume spesso così: “Non doveva correre così forte. Non doveva forzare il blocco della polizia… e nulla di tutto ciò sarebbe accaduto”. Un discorso così è certamente ragionevole. Ma quest’incidente non è ovviamente legato a caso, né alla volontà dei poliziotti di uccidere questo giovane. Ed occorrerà, al momento giusto, fare comprendere ai giovani la portata dei rischi che corrono. Ma, nell’immediato, tale tipo di discorso è inevitabilmente generatore di rabbia, poiché è insopportabile finché il lutto non è stato elaborato. Il solo discorso udibile da parte dei giovani in questo momento, sono parole di compassione: “Non è possibile morire a 17 anni in questo modo”.
Ho lavorato molto, durante gli anni 1990/ 2000, con Pierre Cardo, deputato-sindaco di Chanteloup-les-vignes. Tante volte, decessi tragici di giovani non sono sfociati in situazioni di sommossa. Se siamo riusciti a disinnescare questo processo, è perché abbiamo rifiutato di entrare in un discorso di legittimazione dell’istituzione, ma abbiamo saputo farci sentire vicini alla sofferenza giovani. Il lavoro degli agenti di mediazione sociale, ci ha permesso, in questi momenti di grande tensione, di favorire il dialogo con i giovani. E ciò è stato determinante.
Il solo modo di prevenire queste grandi vampate di violenza urbana, è di imparare ad accompagnare l’elaborazione del lutto degli amici della vittima: solo questo tipo di lavoro può permettere la decantazione delle emozioni più distruttive. Se ciò non avviene, la situazione degenera rapidamente, con il sopravvento di altri giovani che sapranno prendere a pretesto questo dramma per lasciare libero sfogo ai loro desideri di devastazione.
Ed ecco che a Clichy le autorità cadono di nuovo nel tranello. Il discorso tenuto dal solo ministro che si è espresso, il signor Sarkozy (e come spiegare il silenzio di tutti gli altri?), è stato un discorso di giustificazione dell’istituzione: “Non è stata colpa della polizia”.

L’assedio delle città
Una volta che il rogo è stato appiccato in una città, ha tendenza a propagarsi. Ed occorrerebbe qui parlare anche della grande evoluzione, dagli anni 90, della comunicazione tra le città: internet, blogs, email, cellulari… ed ecco che i giovani scoprono che accendendo il fuoco allo stesso tempo in molte città, mettono in difficoltà le forze dell’ordine. La polizia può avere la capacità di intervenire simultaneamente in due o tre città per dipartimento, per evitare ogni tafferuglio. Ma quando le sommosse si sono propagate in più di tre città contemporaneamente, allora non può più prevenire, ma non fa che correre inutilmente da una parte all’altra.
Il ministro dell’interno aveva detto “Se non state buoni invierò le squadre anti-sommossa”. I giovani delle città hanno raccolto la sfida ed hanno avuto l’impressione di averla vinta. Ovviamente è soltanto un’impressione, perché non ci si può considerare vincenti con una tale devastazione. Quindici anni di sforzi condotti da tanti abitanti, da eletti, da funzionari, da attivisti di associazioni che hanno lavorato quotidianamente sull’emergenza per costruire un’altra immagine di queste zone, sono andati in fumo con la propaganda mediatica di queste sommosse!
La diffusione mediatica ha, si sa, effetti di propagazione: molti giovani sperano che la loro città, calma fino ad oggi, venga citata al telegiornale delle 20, grazie alle loro bravate. Mi sembra che occorra cercare le ragioni dell’emulazione in questa logica di sfida, piuttosto che in non so quale strategia attuata da non si sa quale banda organizzata.
Una cosa terribile è vedere adolescenti, a volte giovanissimi, compiere reati anche gravissimi (incendi di automobili, di autobus, di stabilimenti pubblici, ferire vigili del fuoco o poliziotti) senza alcuna coscienza della gravità dei loro atti!
E quando vengono processati, e devono confrontarsi individualmente dinanzi al giudice e spiegare loro responsabilità, cadono dalle nuvole. La giustizia allora si fa esemplare e severa. Ed il fossato tra i giovani condannati e gli altri diventa ancora più insormontabile: perché loro soli sono puniti mentre a tanti altri che commettevano gli stessi atti non è successo nulla?

Il ritorno alla calma
Apprezziamo il sangue freddo delle forze dell’ordine che, nonostante tanti feriti nelle loro file, non hanno quasi mai commesso gravi degenerazioni, che avrebbero potuto avere, in tale contesto d’effervescenza, conseguenze disastrose.
Ma è stato un errore (un altro!) pensare che il ritorno alla calma potesse realizzarsi con la sola strategia d’ordine poliziesco. È quando gli abitanti hanno iniziato a scendere nelle piazze che la calma è ritornata. Piuttosto che additare i genitori come assenti, trattando i loro figli come “feccia” (è duro sentire questa accusa quando si è un genitore!), bisognava chiamarli prima alle loro responsabilità, dicendo che la repubblica francese contava su di loro per fare ritornare il paese alla calma.

II – quali lezioni trarre?

Ecco dunque che poco a poco la calma ritorna. E numerose questioni si pongono….

La logica del ghetto
Perché distruggere così la propria città? Perché bruciare le automobili di povera gente? Perché assaltare le strutture collettive a loro destinate (scuole, case dei giovani, licei)?
Il solo luogo che conoscono è il loro grande quartiere, che è la loro città: lì sono stati scolarizzati, lì fanno le loro spese, lì fanno sport … hanno una perfetta conoscenza di quel territorio, ed in particolare dei sotterranei. Dunque, solo lì possono tranquillamente farsi beffe della polizia, perché altrove, certamente, si farebbero beccare subito!
Perché prendersela con le scuole e persino con gli asili? Ho sentito tanti politici spaventarsi per l’oltraggio commesso alle scuole della Repubblica. Non dimentichiamo che, per questi giovani, la scuola è il simbolo del loro stesso fallimento. Dalla scuola escono illetterati, senza qualificazione, senza possibilità d’inserimento nella vita professionale! E tuttavia sono intelligenti, questi giovani. Allora hanno capito che tutto si giocava fin dall’inizio nel percorso d’istruzione. E la scuola è diventata il primo loro obiettivo.
Ma a cosa mira tutta questa violenza? Quali sono le loro rivendicazioni? Purtroppo, non ce n’è stata nessuna, tanto sono nell’incapacità di potere esprimere in parole le ragioni del loro di malessere, e non sono in grado di elaborare delle proposte per uscirne. Resta loro soltanto l’impiego della violenza per esprimere i loro disagi e manifestare il loro desiderio di essere considerati: non dispongono di altri mezzi d’espressione, tanto il loro deficit culturale è grave.
Le conseguenze sono purtroppo dannose per essi stessi. Ecco, di nuovo, queste zone mostrate alla nazione come “bronx”, questi giovani stigmatizzati come “delinquenti”. Tale è la logica suicida del ghetto.

Il fallimento del sistema educativo
La gravità di tali fenomeni mostra il fallimento del sistema educativo. Parlo qui dell’insieme del sistema, costituito dalla famiglia, la scuola e la città, che sono i tre luoghi dell’istruzione.
– Genitori così in grande difficoltà che hanno perso fiducia nelle loro capacità di esercitare la loro funzione d’autorità. È urgente sviluppare azioni per sostenere la “parentalità”.
– Una scuola che, da luogo di promozione sociale che era trenta anni fa, è diventato oggi uno strumento di riproduzione sociale. È urgente riformare il sistema scolastico.
– Una città, dove gli abitanti non sono più coinvolti con l’istruzione del bambino. È urgente restaurare la cittadinanza.
Scrivevo già nel 2004, nella conclusione del lavoro succitato:
“È necessario che tutti gli attori del campo educativo accettino di muoversi nelle relazioni che mantengono gli uni con gli altri”. Smettiamola di lanciare accuse: “Il difetto è che….”.
Nessuno rende la famiglia responsabile di tutti i mali. “Con questi genitori assenti, cosa potete pretendere dai figli?”. I genitori, piuttosto che essere stigmatizzati, avevano bisogno di essere consigliati…
Altri mettono sotto accusa la scuola, caricandola di tutte le responsabilità. “Oggi i bambini a scuola non imparano più nulla di morale e cittadinanza”. Ma non si tratta di chiedere alla scuola di fare tutto…
Altri infine accusano genericamente la società, e se la prendono con la corruzione della politica, col liberismo economico, col declino delle chiese, con la perversità dei mass media… Ma non dimentichiamo che la società siamo tutti noi…
Smettiamola di rinviarci continuamente la palla. Il futuro della nostra gioventù è in pericolo. Dobbiamo tutti riprendere in mano la nostra missione educativa, metterci d’accordo sui valori comuni da trasmettere, permettendo di riscoprire il piacere del senso della vita.
L’educazione è affare di noi tutti: genitori, maestri, animatori, insegnanti, ma anche semplici cittadini, che dobbiamo testimoniare ai bambini di questo tempo le norme della vita comune.
Occorre dichiarare con urgenza la mobilizzazione generale di tutti nel compito educativo.
È soltanto in questo modo che potremo vincere insieme la sfida contro la violenza.

L’errore commesso
Di fronte a tale disastro, è tempo di analizzare gli errori che sono stati commessi.
Mi sembra che il principale stia nella “territorializzazione” della politica della città. Abbiamo speso, nel corso di quest’ultimi quindici anni, somme importanti per sostenere le scuole di zona, i collegi di zona, le istituzioni e le associazioni che operano in queste zone. Ma tutto ciò non ha contribuito a fermare la spirale della ghettizzazione.
Oggi occorre riconoscere che tutti, sia in materia di politica scolastica che di politica della città, ci siamo collettivamente fuorviati.
Prendiamo l’esempio dei collegi. L’obiettivo delle zone d’istruzione prioritaria consisteva nel volere ridurre il divario tra le prestazioni di questi collegi e quelli di centro città. Dopo venti anni di una politica che non ha cessato di portare mezzi a questi collegi, la divergenza, lungi da essersi ridotta, si è mantenuta, o peggiorata. Qual è dunque la grande differenza tra un collegio di centro città ed un collegio di periferia? Nel primo chi è bravo viene valorizzato, mentre, nel secondo, ciò è pericoloso: chi riesce diventa l’obiettivo della violenza dei suoi compagni. Conosco tanti adolescenti che potrebbero far bene a scuola, ma non se lo permettono per la preoccupazione di mantenere saldi i loro legami d’amicizia. È ciò che Alain Bentolila qualifica nel suo lavoro “Tout sur l’école” (edizioni Odile Jacob) come fenomeno di “tribalizzazione” del fallimento nella scuola. Si tratta di rivendicare il fallimento nella scuola come segno d’appartenenza alla tribù. Potete allora mettere di fronte a questi allievi i migliori insegnanti, dotati della migliore pedagogia, ma non potranno mai condurre il loro compito bene, tutt’al più potranno aiutare soltanto chi ha già voglia di riuscire.
La riforma scolastica, che era una misura eccellente quando c’era la mescolanza sociale sul territorio, è diventata una misura terribile nelle zone in cui tale mescolanza non esiste più.

Per un’altra politica della città
E se, piuttosto che investire i finanziamenti sui collegi in difficoltà delle zone in difficoltà, essi venissero distribuiti sugli istituti d’istruzione dell’agglomerato urbano perché ciascuno di essi possa accogliere gli allievi di queste zone?
Quando, nel nostro paese, si è voluto scolarizzare anche i figli di contadini, non si è costruita la scuola in mezzo alla campagna, nella quale si sarebbero raccolti solo i figli di contadini. No, si è finanziato un sistema d’autobus che permettesse ai bambini di campagna di scolarizzarsi con i figli della città, per poi costruire insieme un futuro comune.
E’ stata, se ci riflettiamo bene, una vera aberrazione avere voluto scolarizzare nel fondo del ghetto, i figli del fondo del ghetto.
Se occorre, dobbiamo abolire i collegi in quelle zone! La difficoltà principale di tutti i giovani attori delle sommosse, è che manca loro la mobilità! Si tratta di un vero handicap per l’inserimento sociale e professionale. Questi giovani passano tutta la loro scolarità, dai 2 ai 16 anni, nel fondo del loro ghetto. Quando più tardi trovano un’occupazione che richiede un cambiamento di zona, si sentono sradicati e lo lasciano perdere. Si sa quanto la mobilità sia oggi indispensabile all’inserimento nella società moderna. In queste zone c’è un vero fallimento dell’istruzione alla mobilità.
Verrà il tempo di riflettere sull’elaborazione della politica della città per gli anni 2007/ 2010 (e sogno gruppi di lavoro che comprendano sindaci di destra e di sinistra per elaborare una politica comune: questa sarebbe una vera sfida elettorale!): occorre, credo, uscire dalla logica della “suddivisione in zone”. Tutti i dispositivi messi in campo sono stati stabiliti secondo il principio di suddivisione in zone, sottostante a quello di una discriminazione positiva. Lungi da avere fermato la spirale di ghettizzazione, l’hanno invece rafforzata.
L’importante oggi consiste, secondo me, nello stabilire come priorità d’azione tutte le condizioni che permettono ai giovani ed agli abitanti di uscire dalla loro zona, di creare legami con gli altri abitanti dell’agglomerato urbano. Così si potrà rompere la sensazione di rifiuto e si potrà fare crescere la cittadinanza.
Ma questo implica un vero cambiamento di strategia politica e amministrativa della città.

Programmi promettenti
Il Ministro della coesione sociale deve amaramente rammaricarsi che l’esplosione delle sommosse abbia avuto luogo prima che i programmi che egli aveva lanciato abbiano potuto concretamente essere attuati in quelle zone.
Il programma dell’agenzia nazionale di rinnovamento urbano consiste nel riorganizzare le zone distruggendo gli alloggi sociali, per ricostruirne nuovi a norma, con l’obiettivo di una maggiore mescolanza sociale. Ma tale programma, che riguarda la struttura, potrà essere efficiente soltanto se accompagnato da una vera politica sociale che favorisca la mescolanza.
Il programma di successo educativo, incluso nella legge di coesione sociale, mira a creare una sinergia fra gli attori che intervengono presso il bambino o l’adolescente in difficoltà. Non si tratta di un programma territoriale, ma è centrato sull’analisi delle necessità del bambino. Può così favorire l’abbandono del concetto di “zona territoriale”.
La messa in atto di tali programmi mi sembra poter presagire la politica della città di domani… ma occorre svilupparli…

(Traduzione dal francese di Mao Valpiana)

* Jean-Marie Petitclerc, sacerdote salesiano ed insegnante specializzato, dirige l’associazione “Valdocco” che conduce azioni di prevenzione ad Argenteuil, un sobborgo parigino. Conosciuto per le sue numerose conferenze, laureato alla scuola politecnica, ha pubblicato una decina di lavori sul tema dell’educazione nonviolenta e la prevenzione della violenza e collabora con la rivista francese Non-violence actualitè.

Le 10 caratteristiche della personalità nonviolenta
La pazienza

A cura di Mao Valpiana

Viene in mente subito “la pazienza di Giobbe”. Ma quanto paziente doveva essere questo Giobbe perché la sua fama arrivasse fino a noi? La Bibbia parla chiaro. Giobbe era uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno dal male. Aveva sette figli e tre figlie; possedeva settemila pecore e tremila cammelli, cinquecento paia di buoi e cinquecento asine, e molto numerosa era la sua servitù. Quest’uomo era il più grande fra tutti i figli d’oriente. Poi iniziarono le disgrazie: i ladri gli rubarono tutto il bestiame; i briganti uccisero le sue guardie; fuoco e intemperie distrussero la sua casa e tutti i suoi figli morirono. Giobbe però reagisce così: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore”. Ma le disgrazie proseguono. Giobbe si riempie di piaghe e di dolori atroci e ancora dice: “Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare il male?”.
Tre amici vanno a trovarlo, per consolarlo, ma il dolore di Giobbe è grande; lo vedono soffrire per sette giorni e sette notti, e lo sentono maledire il giorno in cui è nato. Ma alla fine delle sue imprecazioni Giobbe dice anche: “Ho parlato senza discernimento di cose superiori a me, che non comprendevo”, e prega per i suoi amici che lo consolano. E’ a questo punto che Dio decide di ricompensarlo riempiendolo nuovamente di grazia e raddoppiando le sue ricchezza: “Egli possedette quattordicimila pecore e seimila cammelli, mille paia di buoi e mille asine. Ebbe anche sette figli e tre figlie”. Dopo tutto questo, Giobbe visse ancora centoquarant’anni e vide figli e nipoti di quattro generazioni. Poi Giobbe morì, vecchio e sazio di giorni.
Il concetto di pazienza, dunque, non è necessariamente legato ad accettare passivamente e con rassegnazione le avversità, anzi, di fronte a qualcosa d’ingiusto, ci si può e ci si deve ribellare. Giobbe è un uomo di fede, ma la sua è non una fede mite, è una fede che reagisce, che addirittura contende con Dio e che poi sboccia in una fede ancora maggiore. La pazienza di Giobbe passa attraverso il patimento, e arriva al godimento.
Forza, resistenza, non accettazione dell’ingiustizia, ubbidienza sono dunque le caratteristiche della pazienza nell’accezione ebraica.
L’elogio della pazienza è presente in tutte le grandi tradizioni religiose.
Nel Corano ci sono 99 nomi di Dio. L’ultimo nome di Dio è “il Paziente”. L’imperativo ‘Sii paziente’ è costante nell’Islam. Il Corano dice: “il vero fedele non è colui che prega volto a oriente, volto a occidente, ma è colui che si comporta bene, che rispetta i propri impegni, che non lede gli altri, che è paziente”. Per questo la pazienza è la via per la serenità.
La pazienza dell’islam è un frutto che solo la fede produce: “O miei figlioli, dovete sapere che ogni cosa buona apparirà tramite la vostra pazienza di fronte ad azioni od eventi perturbanti. Ogni cosa buona ed ogni vera conoscenza, nasceranno dalla vostra pazienza”.
Ovviamente la pazienza è una delle pratiche più importanti anche nel buddismo. Il Buddha stesso ha detto: “Non c’è miglior dharma della pazienza, non esiste un’altra pratica del dharma che praticare la pazienza”. Canonicamente la pazienza viene divisa in tre categorie differenti: la prima è quel genere di pazienza che ci permette di fronteggiare le reazioni che sorgono in noi quando siamo attaccati da altre persone. Il secondo livello di pazienza è quello che ci permette di accettare qualsiasi tipo di problema, di difficoltà e di sofferenza che ci può accadere. Il terzo livello di pazienza ci permette di affrontare le difficoltà e gli ostacoli nella pratica del Dharma. Alla fine, morire con pazienza sarà la cosa migliore da fare, come se ci addormentassimo.
Di Cristo basti ricordare la sua passione. Nel tradimento, nell’arresto, nel processo, nella fustigazione, nella salita al calvario e poi nella crocifissione, è sempre presente, con forza, anche se mai nominata, la pazienza. Nel cristianesimo la pazienza è amore, tolleranza, umiltà, carità. Ma la pazienza della tradizione cristiana per eccellenza è quella espressa da San Palo nella prima lettera ai Corinti, ed è la pazienza che ci porta alla carità: “La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”.
La pazienza è un concetto che riprende anche Sant’Agostino, che in una delle sue Confessioni, ci rivela: “È risaputo che la pazienza retta, degna di lode e del nome di virtù, è quella per la quale con animo equo tolleriamo i mali. I pazienti preferiscono sopportare il male per non commetterlo piuttosto che commetterlo per non sopportarlo; così facendo rendono più leggeri i mali che soffrono con pazienza ed evitano mali peggiori in cui cadrebbero con l’impazienza”.
La parola “pazienza” deriva da “patire”, quindi sopportare, soffrire, subire. Sant’Agostino diceva che “Dio è paziente senza patire”. A me piace invece pensare ad un dio paziente che patisce. Un dio che si è fatto debole come noi, che agisce solo stando al nostro fianco, un dio la cui unica forza sta nell’amore che l’umanità riesce a realizzare, un dio – dunque – che è persino impotente se noi non riusciamo ad esprimere amore. Un dio che ci offre tutta la sua pazienza, tutto il suo patire con noi e per noi. Gesù sulla croce è la testimonianza vivente di un dio impotente, di un dio paziente e di un dio che patisce.
L’imperturbabilità, l’autocontrollo, la nonviolenza sono invece le caratteristiche della pazienza nell’induismo. La pazienza nei Veda è l’abilità di costruire e ricostruire continuamente senza sosta, con gioia e senza recriminazione: “La pazienza ha una sorella molto affettuosa che è la calma, e la calma ha una figlia che è l’attenzione, che a sua volta genera la concentrazione, la quale è la madre del benessere spirituale”.

C’è poi il pensiero laico nonviolento, secondo il quale la pazienza è una qualità rivoluzionaria dell’azione nonviolenta. Una pazienza persistente, la capacità di non abbandonare la scena in cui abbiamo scelto di agire, e di procedere in maniera calma ed intelligente. La pazienza persistente ci dà il tempo di pensare, di progettare, di proiettare l’azione nel futuro valutandone le conseguenze. E’ meglio aspettare e perdere magari una piccola opportunità, piuttosto che muoversi in modo sconnesso e impreparato, rendendo l’azione inefficace. Nuove opportunità ci si presenteranno comunque. Se abbiamo il tempo di riflettere sulla situazione e sul modo di maneggiarla, saremo pronti poi ad agire nel modo migliore. L’azione nonviolenta è lenta in modo deliberato, nel senso che dà ampi e frequenti avvisi agli oppositori su cosa sta accadendo, di modo che essi possano decidere in modo avvertito come confrontarsi con noi. Non vogliamo che i nostri oppositori reagiscano in maniera istintiva, in preda al panico o alla rabbia. Vogliamo che conoscano noi e i nostri metodi, in modo da poterci rispondere nel modo più calmo e intelligente possibile. Perciò più saremo persistenti, più progressi otterremo nella comunicazione, nell’educazione e nel risveglio di altre persone rispetto alle circostanze che vogliamo veder cambiate. La persistenza significa anche che noi siamo flessibili nelle tecniche che usiamo: se un metodo non funziona, lo abbandoniamo e ne proviamo un altro. E dobbiamo persistere non solo nei nostri sforzi per il cambiamento sociale, ma nel portarci amore l’un l’altro, perché questa è la prima risorsa che ci nutre, ci sostiene e ci consente di continuare.
La personalità nonviolenta non fa le cose in fretta (e quindi male o tanto per fare), è capace di aspettare, non si lascia scoraggiare, avvilire, abbattere se non vede risultati qui, ora, subito; sa che dati certi fini soltanto certi mezzi conducono ad essi e che i fini cui tende la nonviolenza sono perseguibili con mezzi, l’impiego efficace dei quali richiede grande pazienza. Avere pazienza nella conduzione di conflitti in modo nonviolento, significa avere una disposizione a non ricorrere ai metodi di lotta nonviolenta più radicali prima di aver sondato le possibilità di condurre il conflitto ad una soluzione accettabile per tutte le parti attraverso metodi di lotta meno radicali. Significa anche essere disposti a giungere a compromessi quando si tratti di obiettivi che non sono di importanza vitale. Gandhi diceva che una delle cose che nelle sue lunghe lotte nonviolente aveva scoperto era la “bellezza del compromesso”. Ma si tratta del compromesso fondato sul dubbio, per cui non si può mai essere certi che gli obiettivi per cui lottiamo siano “in tutto e per tutto giusti”. “Sono un uomo essenzialmente incline al compromesso perchè non sono mai sicuro di essere nel vero”, diceva Gandhi, che era uno che di pazienza se ne intendeva.
Grazie per essere stati così pazienti di leggermi fin qui.

CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
Le leggi cambiano, la coscienza resta. Le parole sono le nostre armi.
Il coraggio di pochi, salva l’onore di tutti. La nonviolenza di Sophie.

La Rosa Bianca (Gli ultimi giorni di Sophie Scholl)
Film tedesco, regista Marc Rothemund

1- “Le parole sono le nostre armi” dice Sophie (il suo nome è Sapienza), e Mohr, il poliziotto che la interroga, in un debole tentativo di aiutarla, pensando al proprio figlio, le riconosce che non hanno usato bombe. La forza di quei giovani – che terrorizza il regime nazista più di quanto sollevi (come loro speravano) la protesta degli studenti – è precisamente la gandhiana “forza della verità” (satyagraha), la forza dei fatti non manipolati (la Germania è disonorata dalla violenza nazista, va in rovina, vuole la pace, Hitler la tradisce), la forza dell’anima che sfida e supera quella della violenza (l’evangelico “non temete quelli che possono uccidere il corpo…”), la forza della verità superiore alla realtà (“C’è un’altra giustizia, ricordatevene” grida il padre; e questa è verità anche intrastorica, non solo metafisica). Mai nominata, la nonviolenza (in tedesco Gewaltfreiheit = libertà dalla violenza) è la verità di questa storia. I condannati sono vivi, i giudici e i servi del potere violento sono morti mille volte, fino da quel giorno, morti persino se riprendessero il potere, oggi o domani. La morte non regna sulla vita, ma, contro tutte le apparenze, la vita regna sulla morte. E ciò risalta soprattutto quando la vita più vera si scontra con la morte più ingiusta. I morituri sono veggenti e profeti, come sapeva Socrate, e i giovani condannati dicono ai giudici queste verità con una voce infinitamente più forte delle grida del giudice iniquo Freisler.

2- Il film è condotto con la forza drammatica della tragedia di Sofocle: Antigone di fronte a Creonte, Sophie di fronte al poliziotto Mohr e anche Hans davanti al giudice Freisler. Le leggi non scritte, eterne, contro la ferocia transitoria delle leggi della potenza. Il cuore tematico del film è la coscienza. L’importanza dell’educazione morale: “Da nostro padre abbiamo ereditato la nostra forza”, dice Sophie. Mohr: “Devo attenermi alla legge, da chiunque sia formulata. A chi dovrei obbedire?”. Sophie: “Alla coscienza!”. Mohr, irritato: “Sciocchezze!”. Sophie: “Le leggi cambiano, la coscienza resta”. Più avanti Sophie dice: “Quello che dico ha a che fare con la morale, con la decenza, con Dio”. Mohr scatta furioso: “Dio? Dio non esiste!”. La sua risposta non riguarda la religione o la fede: riguarda il potere. Dio non deve esistere! Se c’è un’istanza, che si può chiamare Dio, al di sopra della potenza totalitaria, questa diventa relativa, discussa, giudicata, vinta. Qui Mohr, e ciò che in piccolo egli rappresenta, sono vinti, e Sophie prigioniera è vittoriosa di una vittoria nonviolenta, tutta costruttiva di futuro: mentre perde la sua vita, la guadagna per sé e per il suo popolo, per ogni popolo minacciato da un potere violento.

3- Un altro grande tema centrale è l’amor di patria, l’amore per la Germania oppressa, ingannata, corrotta, rovinata. La Germania è “disonorata” nel mondo, dichiara con calma l’accusata-accusatrice Sophie, voce della Germania libera, al servo di Hitler, mentre è nelle sue mani. Tutti i volantini (che sono da rileggere integrali e da vedere altamente commentati nel libretto “Noi non taceremo”, vedi sotto) sono un appello a questa Germania, che non era morta, ma si era ristretta come un albero d’inverno nei pochi liberi e coraggiosi, forti come i ragazzi della Rosa Bianca. Erano un centinaio, nelle diverse Università, che agirono come i fratelli Scholl e gli altri scoperti e uccisi: sei a Monaco, sette ad Amburgo. Sappiamo che ci fu una resistenza tedesca, più difficile che negli altri popoli, che pagò prezzi altissimi (mi permetto di segnalare il n. 5 e 6 in http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti). I ragazzi della Rosa Bianca pensavano di “incendiare l’Università”, ma gli studenti non si mossero: l’opposizione, apparsa nella protesta contro il Gauleiter, che aveva offeso le studentesse riducendole a fattrici di figli per il Führer, si rivelò troppo debole. Il coraggio è raro. Deve poter essere più forte della morte. Ma il coraggio di alcuni salva almeno l’onore e il significato dell’esistenza di tutti: in questa storia salva l’onore della Germania. E’ seme immortale di futuro, per ogni popolo ingannato, per ogni riscatto dalla sottomissione vile. È significativo ed esemplare che oggi la coscienza seria tedesca produca film come questo, e gli altri già segnalati, a confessione e ammonimento sulla propria storia. Oltre sessant’anni dopo i fatti, la storia che il film di Rothemund ci offre è un contributo di spiritualità, di fecondità, di attualità civile, un valore prezioso di pace fondata nella forza morale, a fronte di tanta violenza sistematica nel mondo, che rinnega a parola il nazismo, ma ne riproduce in altre forme gli stessi delitti. Il regista ha saputo attualizzare quel carattere e valore di “autocritica nazionale” che la Rosa Bianca ha rappresentato e ha trasmesso al costume politico tedesco (Jens Petersen, storico, in “Noi non taceremo”, p. 59). Osserviamo di nuovo che non vediamo analogo chiaro in Italia nella cultura cinematografica.

4- All’inizio del film, sembra che l’iniziativa dei volantini sia nata nel clima seguito alla disastrosa sconfitta tedesca di Stalingrado (novembre 1942-febbraio 1943). Così, in passato qualcuno (Massimo L. Salvatori, Storia dell’età contemporanea, Loescher 1976, p.. 912) ha inteso in modo limitativo l’appello dei giovani della Rosa Bianca, come successivo a quella disfatta. Invece, alla fine del film emerge bene, come sappiamo, che i primi volantini sono del giugno ’42 (poi luglio ’42, estate ’42, estate-autunno ’42) mentre l’espansione nazista sembrava ancora procedere trionfante. Il penultimo volantino è del gennaio ’43, e l’ultimo del 18-2-43. Il settimo è quello rimasto manoscritto da Probst.

5- Confrontandolo con i libri sulla Rosa Bianca, si trova confermata la fedeltà storica del film, nel quale però all’inizio si fa riferimento a documenti sugli interrogatori emersi due anni fa. Speriamo che siano pubblicati presto in Italia. In Germania il titolo del film è “Gli ultimi giorni di Sophie Scholl”, proprio perché è incentrato sulla breve fase inquisitoria e processuale, dall’ultimo volantinaggio all’esecuzione della condanna.

6- Pensavano, i giovani condannati, di essere impiccati, invece li attende la ghigliottina, lo stesso giorno della sentenza. La ghigliottina, inventata per imporre libertà e uguaglianza con la violenza, è diventata strumento feroce del regime più violento. Il mezzo violento usato per un fine giusto diventa l’arma del sistema più ingiusto. Di nuovo, Gandhi ha ragione. La ghigliottina non sradica il male, non afferma la giustizia. Usata per liberare non libera. Ma usata per opprimere, non spegne la libertà, non taglia la verità, che è invincibile. L’ultima notte Sophie fa un sogno: sta portando un bambino al battesimo, si sente sprofondare, ma lo mette in salvo, mentre lei cade nel baratro. Essa stessa lo interpreta: “Il bambino simboleggia le nostre idee”. Della mannaia qualcuno (Thomas More?) aveva detto: riduce la statura, ma non la grandezza di un uomo.

8- Le scene nell’Università di Monaco mi hanno toccato in modo particolare: ho percorso quegli stessi ambienti due anni fa, nel ricordo della Rosa Bianca, col gruppo italiano che incontrò il signor Franz-Josef Müller, uno degli studenti superstiti, oggi forte e vivace vecchio, Presidente della Fondazione Rosa Bianca. Ho ripreso in mano i  fili d’erba raccolti l’8 agosto 2003 sulla tomba di Hans e Sophie, nel cimitero della Perlacher Forst, dietro la prigione dell’esecuzione. Le braccia delle due croci sulle loro tombe nella terra, si toccano, sono un braccio solo. Se abbiamo un po’ di forza per i nostri compiti di oggi, per la liberazione dalla violenza di oggi, ci viene da braccia come quelle.

Enrico Peyretti

Opere sulla Rosa Bianca:
– Inge Scholl, La Rosa Bianca, La Nuova Italia, Firenze, 1966, rist. 1978 (scritto dalla sorella di Hans e Sophie Scholl, il volume – la cui traduzione italiana e’ parziale – contiene anche i testi dei volantini diffusi clandestinamente dalla Rosa Bianca);
– Klaus Vielhaber, Hubert Hanisch, Anneliese Knoop-Graf (a cura di), Violenza e coscienza. Willi Graf e la Rosa Bianca, La nuova Europa, Firenze 1978;
– Paolo Ghezzi, La Rosa Bianca. Un gruppo di resistenza al nazismo in nome della liberta’, Paoline, Cinisello Balsamo (Mi) 1993;
– Romano Guardini, La Rosa Bianca, Morcelliana, Brescia 1994;
– Paolo Ghezzi, Sophie Scholl e la Rosa Bianca, Morcelliana, Brescia 2003.
– Ghezzi Paolo (a cura di), Noi non taceremo. Le parole della Rosa Bianca, Morcelliana 1997 (con interventi di E.Bianchi, F.Camon, A.Caponnetto, L.Ciotti. G.Corni, P.De Benedetti, F.Ferrario, V.E.Giuntella, A.Knoop-Graf, M.Luzi, C.M.Martini, L.Milliu, F.J.MIller, J.Petersen, H.Pfeiffer, P.Prodi, G.Ravasi, P.Scoppola, M.Rigoni Stern, P.Valadier, M.Verhoeven, G.Zagrebelsky)
– Alcune piu’ dettagliate notizie biografiche sui principali appartenenti al movimento di resistenza della “Rosa bianca” sono nel n. 909 di “La nonviolenza è in cammino”,  nbawac@tin.it , (altri materiali ancora nei nn. 910 e 913).

ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Ode alla pedalata (assistita)
Quando la tecnologia è intelligente

La bicicletta, nel periodo a cavallo tra la fine dell’ottocento e la prima metà del novecento, è stata il mezzo di trasporto privilegiato dei nostri nonni: solida, poco costosa, facilmente riparabile, non richiedeva né grandi spazi per essere ricoverata, né grosse abilità e competenze per essere guidata.
Nelle nostre città il 50% degli spostamenti avviene su distanze inferiori a 5 km. Su percorsi di quest’ordine di grandezza la bicicletta sarebbe già da ora competitiva con l’automobile, considerando che la velocità del traffico motorizzato, nelle ore di punta, scende anche al di sotto dei 10 km l’ora, se non fosse che le condizioni imposte del traffico veicolare, rumoroso, nocivo ed altamente pericoloso per gli utenti non protetti, e l’assenza di una viabilità riservata agiscono da potente deterrente.
Tra le città all’avanguardia nella facilitazione all’utilizzo delle due ruote, c’è sicuramente Ferrara: conta il maggior numero di spostamenti urbani in bicicletta in Italia, ed è inserita, assieme a Livorno, nel network ” Cities for ciclists”, una rete di 29 città europee all’avanguardia sul tema della ciclabilità urbana.
Vorremmo però tralasciare gli ovvi benefici nell’utilizzo del mezzo (migliora la nostra salute, diminuisce l’inquinamento atmosferico, si risparmia sul carburante, ecc.) per affrontare concretamente un argomento che può interessare chi, spaventato da salite e collinette, pensa di non potersi permettere questo mezzo perchè troppo faticoso: la bicicletta a pedalata assistita o elettrica.
Grazie al notevole sviluppo delle tecnologie, alcuni modelli arrivano ormai ad un’autonomia di 100 km per ogni ricarica (www.bicisanicola.altervista.org/bicielettriche.htm) ed una velocità di crociera di circa 25 km all’ora. Non proprio come le moto di Valentino Rossi, ma sufficienti per superare allegramente le auto incolonnate nelle classiche code cittadine.
L’incentivo statale di 154 euro già incorporato nel prezzo dai rivenditori ha sicuramente contribuito allo sviluppo di questo mezzo, ma in alcuni casi si può aggiungere quello eventuale del comune: per esempio, Ancona aggiunge altri 150 euro, Campi Bisenzio, Pisa e Firenze addirittura 200. Bisogna però fare attenzione ai modelli non certificati dall’Unione Europea per quanto riguarda la sicurezza, che in caso di urti o sollecitazioni troppo marcate rischiano di lasciare a piedi l’ignaro pedalatore. Occorre poi distinguere tra biciclette a pedalata assistita (regolamentate dalla Direttiva Europea 2002/24/CE del 18 marzo 2002, adottata con Decreto del Ministero dei Trasporti del 31/01/2003) e biciclette elettriche: le prime infatti non richiedono il pagamento di bollo e assicurazione, e neanche l’obbligo di uso del casco (anche se noi lo consigliamo vivamente), per cui il costo di utilizzo risulta estremamente conveniente. Il costo del caricamento alla rete elettrica è infatti assolutamente imbattibile dagli altri carburanti: un “pieno” di energia elettrica per 30 chilometri costa meno di 0,20 euro, l’equivalente di un sesto di un litro di benzina.
Nel maggio scorso il comune di Vicenza ha presentato un protocollo d’intesa tra Comune e produttori e rivenditori per incentivi all’acquisto di biciclette a pedalata assistita; a Palermo il progetto “Easy moving”, ne incentiva l’utilizzo da parte dei cittadini mediante una serie di convenzioni con il sistema bancario (per il finanziamento dell’acquisto), con i parcheggi privati (per il deposito e la ricarica dei mezzi) e con le organizzazioni di rappresentanza dei commercianti; a Livorno la prima tranche di incentivi ha portato all’acquisto scontato di 242 biciclette; infine il Comune di Modena, forte anche di un contributo ottenuto nel 1998 dall’Unione Europea, ha attuato un vero e proprio programma pluriennale di agevolazioni denominato “Speed Bike”, che ha portato il numero di veicoli elettrici nel territorio da 30 a 1.500 (www.comune.modena.it/veicolielettrici /index.htm).
Diversi comuni, come Torino e Roma (a Villa Doria Pamphilj), hanno messo a disposizione in questi anni bici e ciclomotori elettrici per circolare nelle città, in modo da poter provare personalmente l’efficacia per i propri spostamenti. E diverse fiere espositive hanno fatto altrettanto (l’ultima di un certo rilievo è stata la fiera “L’isola che c’è” in settembre a Como). Non resta altro che provare se, facilitati nello sforzo di polmoni e le gambe, siamo disposti a mettere in conto un piccolo sforzo psicologico per migliorare la vita nostra e di quella dei nostri concittadini.

Ulteriori informazioni su www.fiab-onlus.it

MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Nobel e Premi per gli Artisti per la pace

Il 2005 ci porta diverse candidature musicali al Nobel per la Pace. C’è il musicista indiano Ravi Shankar, c’è Bono degli U2, ormai considerato uno dei politici mondiali più importanti, in continuo colloquio con i capi Stato più importanti, a partire da Bush, per trattare questioni quali il debito dei paesi poveri. C’è per la seconda volta, dopo vent’anni e magari con più possibilità, Bob Geldof, grazie al successo del più grande evento musicale di tutti i tempi, il Live 8 che il 2 luglio ha visto più di 800 artisti da 10 città,impegnati a lanciare un messaggio al G8: “Consegnate la povertà alla storia”. La proposta di Bob Geldof mantiene elementi di ambiguità, visto che dice di rifarsi a Gandhi, M.L.King e Nelson Mandela e poi chiama a sostenerlo Bill Gates sul palco di Londra; in ogni caso ha il merito di avere sensibilizzato l’opinione pubblica e i potenti della terra sul problema della fame nel mondo e del debito dei paesi in via di sviluppo.
Guardando ai fatti italiani va ricordato l’esito di due importanti appuntamenti ormai consolidati da anni.
Il 23 settembre ad Assisi, in occasione della decima edizione del Festival Internazionale per la Pace, Ron ha ricevuto il premio “Artista per la pace 2005” per il suo impegno nel sociale e la sua sensibilità verso i temi della pace e della solidarietà. “Durante la mia carriera – ha detto il cantante – ho sempre trattato temi come l’amicizia e la solidarietà. Non ho mai fatto niente di eclatante per la pace, perchè penso che per costruirla siano necessari piccoli gesti”. A questo proposito ha raccontato l’esperienza di sofferenza che ha colpito una persona a lui cara. “Toccare con mano il dolore ti fa capire l’importanza dei piccoli gesti di affetto”. Nel cd più recente, Ron canta i suoi più grandi successi insieme ad altri artisti italiani tra i quali Renato Zero, Claudio Baglioni, Jovanotti, Lucio Dalla, Elisa, Samuele Bersani e Loredana Bertè. Il ricavato del cd sarà devoluto alla ricerca contro la sclerosi laterale amiotrofica, malattia degenerativa per la quale oggi non esistono cure. Fra le canzoni di Ron possiamo ricordare “La pace”, “Il carrarmato disarmato” e “Il mondo avrà una grande anima”, brano scritto nel 1987 e ispirato al gesto di un ragazzo svedese che col suo aereo atterrò sulla Piazza Rossa di Mosca eludendo tutti i sistemi di sicurezza russi: “molti lo considerarono un gesto folle – ha raccontato Ron – io ne fui affascinato e lo considerai un atto di pace, frutto della voglia di abbattere ogni tipo di muro e divisioni”.

Altro importante riconoscimento è il Premio Amnesty Italia – Voci per la Libertà. Dopo Daniele Silvestri (2003 “Il mio nemico”) e Ivano Fossati (2004 “Pane e coraggio”), nel 2005 è toccato ai Modena City Ramblers con “Ebano”. Il premio indetto dalla Sezione Italiana di Amnesty International viene assegnato al brano che ha meglio saputo affrontare il tema dei diritti umani. La giuria, composta da critici musicali, rappresentanti di Amnesty International e di Voci per la Libertà, ha premiato “Ebano” (tratto dall’album “¡Viva la vida, muera la muerte!” – 2004) per il testo altamente suggestivo e l’intensa melodia, e soprattutto per il tema strettamente legato alla campagna di Amnesty International “Mai più violenza sulle donne”. La canzone racconta, infatti, la vicenda di una ragazza africana emigrata in Italia, come molte altre, per cercare fortuna ma costretta infine a prostituirsi. E Perla Nera, la protagonista di “Ebano”, chiede che ognuno si ricordi della sua storia.
“Siamo molto contenti di questo premio – ha detto Cisco dei MCR – le sensazioni che si provano in questi casi sono quelle di non sentirsi soli ed è la conferma che la strada dal nostro gruppo scelta 13 anni fa è quella giusta. Riconoscimenti come il Premio Amnesty ci danno ancor più forza e motivazione per proseguire il nostro percorso”.
Fra le tante canzoni dei “Modena” ne andrebbero segnalate diverse, sia contro le guerre come “Terra del fuoco” e “Radio Tindouf”, sia con immagini del movimento che procede verso un futuro migliore, come “L’amore ai tempi del caos” e “Una perfecta excusa”, tratta da una poesia di Sepùlveda.

PER ESEMPIO
A cura di Maria G. Di Rienzo
Le campagne di Jagori per i diritti delle donne

“L’attivismo è il cuore della nostra esistenza, della nostra identità e delle nostre politiche come gruppo femminista di pressione. Siamo profondamente preoccupate per le violazioni che ogni giorno i diritti umani delle donne subiscono. A volte, accadimenti particolari generano proteste spontanee, come raduni e manifestazioni, e spesso queste reazioni spontanee crescono sino a diventare campagne a lungo termine che cercano di raggiungere consapevolezza, comprensione e cambiamento. Negli ultimi vent’anni, “Jagori” ha dato inizio ed ha sostenuto numerose campagne in tutta l’India. Il nostro metodo di lavoro è semplice e collaudato: si chiama satyagraha. Si portano le preoccupazioni e le istanze nell’arena pubblica (con lettere di protesta, dibattiti e convegni, informazioni ai media), si creano “pacchetti informativi” per l’opinione pubblica ed i gruppi di donne nel mondo con cui si è in rete; si pianificano tecniche ed azioni per il cambiamento a livello politico; si porta il tutto nelle piazze e nelle strade, organizzando dimostrazioni pubbliche per spingere le autorità ad agire giustamente.”
Le donne del gruppo femminista Jagori sanno davvero come si conduce bene una campagna nonviolenta. Inoltre, si sono espanse a tal punto sul territorio da gestire in proprio numerosi servizi per le donne nei casi di violenza, discriminazione basata sul genere, molestie sessuali, relazioni in cui siano presenti abusi di vario tipo.
Una delle campagne in corso è quella per la salute riproduttiva delle donne, in relazione principalmente ai contraccettivi iniettabili di dubbia efficacia e dai sicuri e devastanti effetti collaterali, data dai primi mesi del 1985 ed è ancora in atto con la sigla/slogan “Un corpo di donna non è un campo su cui fare esperimenti”. La protesta aveva avuto inizio con la sollevazione spontanea delle donne che si erano servite dell’agenzia di pianificazione familiare nel loro villaggio nei pressi di Hyderabad, e che lamentavano diversi disturbi di salute. Nel corso della campagna le donne di Jagori si sono confrontate con il governo e con la compagnia farmaceutica Max Pharma che produceva i prodotti incriminati, sino a forzare studi approfonditi su alcuni di essi ed il ritiro dal mercato indiano di altri.
Una delle campagne vincenti di Jagori si chiamò “La campagna dei treni” ed ebbe inizio il 1° gennaio 1998, quando una giovane donna, membro del gruppo, fu assalita sessualmente da un militare mentre scendeva dal treno ad una stazione di Nuova Delhi. La ragazza faceva parte di un gruppo di 10 donne che tornavano dalla Conferenza nazionale dei movimenti femministi tenutasi a Ranchi. Le sue accompagnatrici cercarono aiuto dalla polizia ferroviaria, tentando di denunciare il fatto. L’ufficiale della Railway Protection Force disse che la faccenda esulava dalle sue competenze, in quanto lui era in servizio per proteggere “le proprietà, non le persone” e comunque compilare una denuncia gli avrebbe portato via troppo tempo. Immediatamente le attiviste furono circondate da dozzine di donne che raccontavano loro esperienze simili ed anche peggiori: pareva che viaggiare in treno da sola, o in compagnia di amiche e parenti di sesso femminile, per una donna fosse davvero un’esperienza traumatica. Preparando la campagna, Jagori scoprì che un bel numero di casi non erano mai stati denunciati e che nessuna azione legale era stata intrapresa per quelli che invece lo erano stati. Perciò, a partire dall’8 marzo 1998, le attiviste presenziarono ogni giorno alla stazione ferroviaria “incriminata” distribuendo volantini che invitavano le donne a rompere il silenzio, affiggendo manifesti, cantando e parlando con i membri del personale ferroviario. A luglio, la protesta era dilagata in numerose altre stazioni non solo a Nuova Delhi, ma nelle regioni del Gujarat, Rajasthan, Kota, Vishakapatnam e a Calcutta. Articoli sulle molestie subite dalle donne apparvero sul New Delhi Times e su Outlook, talkshow televisivi cominciarono a parlare della questione. Nel marzo 1999 fu emanata una direttiva (l’Ordine di servizio n. 57) che spiegava agli ufficiali della polizia ferroviaria come fosse loro specifico dovere cercare di prevenire i crimini contro le donne. Nel febbraio 2002, la Commissione nazionale per i diritti umani elaborò alcune raccomandazioni al proposito. Nell’aprile dello stesso anno, il Ministro delle ferrovie incontrò le attiviste di Jagori per concordare con loro i metodi che avrebbero reso concrete le direttive della Commissione. Dall’incontro scaturì anche la programmazione di seminari di formazione alle istanze di genere per il personale ferroviario. Oggi vi sono nelle stazioni manifesti che segnalano alle donne come presentare una denuncia, i moduli per la quale sono disponibili nelle carrozze, e quali sono le sanzioni penali per le molestie sessuali.

LILLIPUT
A cura di Massimiliano Pilati
Aiuto! Anche l’opposizione vuole più spese militari

Lunedì 7 novembre scorso a Roma, il partito dei DS ha promosso il convegno: ”Per la pace, sempre: le nuove sfide della Difesa”. Riportiamo di seguito alcune considerazioni dei rappresentanti delle associazioni pacifiste presenti al convegno. Il convegno mirava soprattutto a tranquillizzare le Forze Armate sui “tagli” (tutti da dimostrare) alla Funzione Difesa annunciati dalla Finanziaria 2006 e a ribadire che, una volta al Governo, le spese saranno riportate all’1,5% del Pil ed anzi, come espressamente affermato da Piero Fassino, “già da questa Finanziaria cercheremo far passare tutte le modifiche possibili così da ripristinare le voci che sono state tagliate”. Tra la folta platea di militari, politici, osservatori e giornalisti, erano presenti anche vari rappresentati delle organizzazioni pacifiste. Dai loro commenti emerge un quadro alquanto differente da quello presentato da politici e analisti che pone domande precise alle forze politiche che intendono raccogliere le istanze del “popolo della pace”.
“E’ ora di smetterla con le informazioni fuorvianti: tutti sappiamo che quelle riportate dal Governo alla voce Funzione Difesa non rappresentano tutte le spese militari del nostro Paese. Gli italiani dovrebbero essere informati, invece, che – come documenta il SIPRI – l’Italia spende per la difesa 484 dollari pro-capite, ben più di Germania (411 dollari), Giappone (332 dollari) e Canada (377 dollari)” – ha commentato Giorgio Beretta della Campagna di pressione alle ‘banche armate’. “Un dato che va raffrontato non solo alle spese militari di altri Paesi europei, ma anche alla loro spesa sociale. Se è vero, infatti che la Gran Bretagna spende 748 dollari e la Francia 761 dollari pro-capite per la difesa, va però notato che l’Italia spende per l’assistenza (maternità, disoccupazione, handicap, edilizia popolare ecc.) circa 545 euro per ogni cittadino all’anno. La media europea è di 1.558 (il triplo!), quella inglese di 1.619, la francese di 1.754, la tedesca di 2.049. Se misurata rispetto al Pil la differenza è sconcertante: l’Italia dedica alle voci dello stato sociale il 2,7% del proprio PIL (poco più delle spese militari), mentre la media europea è assestata sul 6,9%, con la Gran Bretagna al 6,8%, la Francia al 7,5, la Germania all’8,3%, riporta l’Eurostat 2003”.
“E’ grave che i DS non mettano minimamente in discussione questo modello di difesa al quale hanno dato un forte contributo quando sono stati al governo nella passata legislatura” – ha sottolineato Massimo Paolicelli, Presidente dell’Associazione Obiettori Nonviolenti. “La professionalizzazione delle Forze Armate con una forza di 190.000 uomini, alcuni costosissimi sistemi d’arma, l’elevazione a quarta Forza Armata dei carabinieri sono scelte fatte dal precedente Governo e che, come avevamo apertamente denunciato, stanno facendo lievitare a dismisura i costi di questo modello di difesa. Le spese per il personale volano in alto, si continua ad investire in inutili sistemi d’arma, visti i nuovi scenari strategici che abbiamo davanti e poi si taglia sull’esercizio e sulla manutenzione, mettendo a repentaglio la vita degli stessi lavoratori con le stellette”.
“Basta poi con il gioco di nascondere le vere spese della difesa, non includendo i Carabinieri, ormai quarta forza armata, le missioni all’estero e le spese per i sistemi d’arma allocate alle attività produttive” – ribadisce Paolicelli. “La funzione difesa è solo una parte delle spese militari, quando ci paragoniamo ad altri paesi, dobbiamo fare come fa la Nato, inserendo tutte le spese. Se i DS sono ‘per la pace, sempre’, come hanno affermato nel titolo del loro convegno, forse è il caso che comincino a pensare ad un nuovo modello di difesa che dia discontinuità dal passato, visto che i pessimi risultati sono sotto gli occhi di tutti”.
“Ma soprattutto c’era un grande assente al convegno dei DS: chi pensa che ci siano alternative alla difesa in armi, chi da anni lavora per proporre e vivere modelli alternativi, e non si accontenta di essere definito dal segretario Piero Fassino ‘eticamente apprezzabile’ ma utopista, perché chi governa non può escludere l’uso della forza. Oggi – ha concluso Paolicelli – è un utopista chi pensa che si vince il terrorismo con le guerre, ma soprattutto chi sperpera denaro pubblico in inutili e mastodontici eserciti e costosissimi sistemi d’arma, sottraendoli allo sviluppo del pianeta”.
Fonte: www.unimondo.org

MOVIMENTO
Non uccidere gli animali fa crescere la pace nel mondo

“Io non dico: fra poco o molto tempo avremo una società che sarà perfettamente nonviolenta … a me importa fondamentalmente l’impiego di questa mia modestissima vita, di queste ore o di questi pochi giorni; e mettere sulla bilancia intima della storia il peso della mia persuasione”.

Aldo Capitini, “Elementi di una esperienza religiosa”

Per la nostra associazione organizzare il IX Congresso Vegetariano Europeo (che si è tenuto nell’ottobre scorso a Riccione) è stato molto significativo e ci ha portato a ripercorrere la nostra storia, cercando di cogliere il meglio e seminare con cura il nostro futuro.
Fra i temi presentati al congresso la nostra anima pacifista nonviolenta è emersa con determinazione e giustamente abbiamo riaffermato l’impulso iniziale dando spazio a organizzazioni che condividono l’etica pacifista vegetariana.
Questo per non dimenticare mai le nostre origini e il pensiero del fondatore della nostra associazione, Aldo Capitini. Ma anche nella speranza di aprire, all’interno del Movimento Nonviolento, un dibattito su un tema ancora troppo poco sentito: il vegetarismo.
Capitini divenne vegetariano perché considerava questa scelta necessaria per attuare il vero pacifismo. Se la coerenza è uno stato indispensabile per portare avanti gli ideali, il disarmo deve essere totale e mai parziale, altrimenti offriamo la possibilità alla guerra di aleggiare intorno a noi.
Molti pensano che la pace debba essere solo un atto doveroso degli uomini verso altri uomini. Questo modo di pensare è, a mio avviso, profondamente errato: è come negare la realtà della vita attorno a noi. La Vita esiste dal più piccolo granello di sabbia sino alle stelle, continuerà a esistere indipendentemente da noi umani e potremo parlare di Pace solo se impareremo a riconoscerci parte della vita e non predatori e dominatori del nostro pianeta.
Certo è difficile riconoscerci in un granello di sabbia, ma non possiamo immaginare che gli animali -così simili a noi nella sofferenza- siano da considerare come oggetti a nostro uso e consumo.
Ogni volta che un umano si siede davanti a un piatto che contiene cibo animale fa una precisa azione: dichiara guerra ad altri esseri che non hanno avuto la possibilità di difendersi. Inermi, gli animali subiscono il nostro folle modo di vivere senza possibilità di appello, usati come oggetti e ignorati come esseri viventi.
L’errata convinzione che non dovremmo occuparci degli animali perché i diritti umani hanno la precedenza, non fa che allontanarci dalla realizzazione di un mondo nonviolento.
L’obiettivo che dobbiamo raggiungere ci deve far riflettere anche su questo aspetto, se vogliamo la Pace. Non possiamo pensare che siano gli altri a realizzarla abbandonando i cannoni, ma dobbiamo prima di tutto cercarla dentro di noi.
La prepotenza e l’arroganza umana è l’origine della guerra ed è doveroso auto-educarci a riconoscere in noi ogni atteggiamento di prevaricazione. Dobbiamo riconoscere l’evidenza: gli animali sono simili a noi nella loro sofferenza, nella loro capacità d’amare e nella loro dignità.
Il riconoscimento dei diritti agli animali afferma tacitamente il riconoscimento della vita umana e il rifiuto di vivere sulla sofferenza altrui. Per questo credo che non possiamo dichiararci pacifisti sino a che il nostro cibo perverrà da sofferenza.
Involontariamente a volte si fanno azioni che esplicitano veri atti di guerra: che senso ha percorrere il cammino della marcia della pace con un panino imbottito di dolore animale? Oppure organizzare riunioni pacifiste con menù carnivori?
Aldo Capitini, consapevole della necessità di essere coerente, trovò anche nel vegetarismo il modo di mettere in evidenza con un gesto la sua scelta pacifista. Una scelta che pur essendo oggi condivisa da molti, non sempre è percorsa in modo coerente. La pace sarà possibile solo quando l’umanità avrà compreso che il cambiamento di ciò che accade attorno a noi dipende, oltre che dai nostri pensieri, anche dalle nostre azioni.

Carmen Somaschi
Presidente Associazione Vegetariana Italiana

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