• 28 Settembre 2022 2:51

Azione nonviolenta – Gennaio-Febbraio 2000

DiFabio

Feb 6, 2000

Azione nonoviolenta gennaio febbraio 2000

– Il 2000 di Azione nonviolenta, di Mao Valpiana
– Il fallimento e il successo di Seattle, di Gianni Tamino
– Nel rispetto dei diritti umani: il segreto della pace vera, di Elena Buccoliero
– E ora concretamente che posso fare?, dei Beati i Costruttori di Pace
– L’allevamento degli animali e la nuova cultura vegetariana, di Beppe Marasso
– Il sacro Corano, a cura di Claudio Cardelli
– Insegnare in una societa’ multietnica, a cura di Maria Teresa Gavazza
– 31 gennaio 1948: preghiera cristiana per Gandhi, di Giuseppe Lanza del Vasto
– Precisazione sull’obiezione alle spese militari, a cura del Comitato di Coordinamento del MN
– Marcia per la nonviolenza 24 settembre 2000, a cura delle Segreterie del MN e MIR
– Fine secolo: Albert e John antimilitaristi del ‘900, di Mao Valpiana

Rubriche

-Libri
– Lettere

Il 2000 di Azione nonviolenta

di Mao Valpiana

Azione nonviolenta si è rinnovata. Con il 2000 la nostra rivista mensile ha indossato una veste più leggera, più ariosa, più colorata. L’esigenza di rinnovamento era emersa chiaramente dal Congresso del Movimento Nonviolento ed ora spetta ai lettori giudicare il nostro lavoro. Naturalmente non abbiamo voluto limitare le novità all’aspetto grafico.
Il lavoro redazionale si è allargato, coinvolgendo più persone amiche della nonviolenza, che generosamente hanno messo a disposizione tempo e competenze. Anche i contenuti sono stati ripensati, e si sono aggiunte nuove rubriche e nuovi interessi: la musica, il cinema, le recensioni, la rassegna stampa, la nonviolenza nella cultura islamica, il pacifismo nei siti internet, le interviste, l’osservatorio internazionale, le azioni dirette nonviolente, l’attualità…. Alcune rubriche compaiono già da questo primo numero, diciamo così, di prova; altre vedranno la luce nei prossimi mesi. Il progetto è molto ambizioso, ma con la consapevolezza di dover fare un passo alla volta. Abbiamo investito molte energie, materiali e intellettuali, in questo progetto, convinti come siamo che Azione nonviolenta è preziosa per la crescita del nostro Movimento.
Ma oggi l’impegno si moltiplica. Il Congresso del Movimento Nonviolento ha avviato un processo di federazione con altri movimenti, a partire dal più affine, il MIR. La “Federazione dei nonviolenti” per lavorare in rete, in sinergia,
per aumentare la forza della nonviolenza. Le sfide che il mondo oggi ci pone, dalla globalizzazione all’immigrazione, dalle guerre dimenticate ai crescenti nazionalismi, devono trovare nella nonviolenza una risposta credibile e praticabile.
Azione nonviolenta vuole essere al servizio di questo processo, con spirito aperto e di ricerca.
Una rivista di movimento ha un doppio compito, essere lo specchio di quanto produce il movimento stesso, e nel
contempo proporre iniziative e stimoli. In questo senso Azione nonviolenta lancia fin da questo numero la Marcia
specifica per la Nonviolenza, che Movimento Nonviolento e MIR hanno indetto per il 24 settembre 2000.
Queste pagine saranno strumento di promozione e organizzazione della Marcia.
Aldo Capitini, nel gennaio del 1964, ebbe un’intuizione straordinaria: creare uno strumento di collegamento fra tutti gli amici e i persuasi della nonviolenza. La primogenitura, l’autorevolezza data dai tanti lustri di ininterrotta militanza, sono insieme l’orgoglio e le credenziali della nostra rivista. Ancora oggi l’eredità che ci ha lasciato Capitini dà molti frutti. Il comune compito è quello di mantenere viva la rendita di questo straordinario capitale culturale.
Quando si avvia un processo di rinnovamento, è bene anche, e forse soprattutto, rinnovare il legame con le proprie radici. Per questo ci piace andare a rileggere le parole di Capitini, scritte con il titolo “Il nostro programma” per il primo numero di Azione nonviolenta, con data 10 gennaio 1964:
“Con Azione nonviolenta poniamo un centro di questo lavoro. Esso sarà informativo. Fornendo notizie su tutto ciò che avviene nel mondo con attinenza al metodo nonviolento; sarà teorico, perché esaminerà le ragioni e tutti i problemi,
anche i più tormentosi, di questo metodo.; sarà pratico-informativo, perché illustrerà via via le tecniche di questo metodo, in modo che diventi palese quanto esse sono ricche e complesse e possono ancora accrescersi infinitamente, perché la nonviolenza è infinita e creativa nel suo sviluppo. Azione nonviolenta riferirà su libri e articoli concernenti la nonviolenza e la pace; manterrà sempre aperto il dibattito con quesiti e risposte. E vuole anche essere fatta da tutti, nel senso che esaminerà volentieri proposte, suggerimenti, articoli che riceverà, come si augura fin da ora di essere aiutata nella diffusione capillare, nella raccolta di abbonamenti e di offerte per le gravi spese.”
Quello che ci serve è soprattutto il conforto e la collaborazione dei lettori. La misura del consenso sarà molto concreta:
se nel corso dell’anno gli abbonamenti aumenteranno, la scommessa sarà vinta.
Il fallimento e il successo di Seattle

Di Gianni Tamino

Fino a qualche mese fa, per la maggior parte della gente, Seattle era una città non molto conosciuta degli Stati Uniti, a qualcuno nota solo perché vi ha sede la “Microsoft” di Bill Gates o le industrie aeronautiche “Boeing”. Ma dopo il fallimento della Conferenza del WTO (o OMC, cioè Organizzazione Mondiale del Commercio), Seattle è diventata la città della rivolta contro la globalizzazione e per molti giorni i giornali hanno descritto ed analizzato quanto è successo nella capitale dello Stato di Washington. Così parole come globalizzazione, liberalizzazione del mercato e sigle come WTO, GATT, Millenium Round, Uruguay Round sono divenute sempre più diffuse, ma non sempre chiare.

Che a Seattle si sia verificato qualcosa di storico non c’è dubbio, quantomeno c’è stata la prima protesta globale, in risposta alla globalizzazione dei mercati. Ma quando, alcuni giorni prima della Conferenza, sono arrivato a Seattle , pur avendo chiaro di partecipare ad una grande manifestazione, in concomitanza con un vertice mondiale difficile e pieno di contrasti, non pensavo che, anche per merito della protesta di migliaia di persone giunte da ogni parte del mondo, ci sarebbe stato un fallimento della Conferenza.

Dopotutto, a Seattle si doveva decidere solo l’agenda di una serie di negoziati sul commercio mondiale che sarebbero durati non meno di tre anni.

Io avevo già avuto modo, come membro della Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati dal 1989 al 1992, di occuparmi di Commercio Mondiale all’epoca dell’Uruguay Round, cioè dei negoziati svoltisi in ambito GATT dal 1986 al 1994. Si trattava dell’ottavo ciclo di negoziati, da quando il GATT (cioè l’accordo generale sulle tariffe ed il commercio, dall’inglese General Agreement on Trade and Tariff), era sorto, nel 1947, ed era sicuramente il più ambizioso dei tentativi di liberalizzare i mercati su scala mondiale, ciò che spiega la durata dei negoziati, ben otto anni. Nel 1994 venne siglato a Marrakesh un accordo tra 123 paesi, che pose non solo le basi delle regole per il commercio mondiale, ma istituì l’Organizzazione Mondiale del Commercio (o WTO, World Trade Organization), con sede a Ginevra. Da allora i 123 paesi, man mano passati agli attuali 134, si sono impegnati ad eliminare o quanto meno a ridurre i dazi doganali; a trattare allo stesso modo i prodotti di ogni stato, a prescindere dalle caratteristiche economiche, sociali e politiche dello stato stesso; a trattare le compagnie straniere come quelle nazionali; ad eliminare ogni forma di restrizione all’import-export.

Ma per i paesi economicamente e politicamente più deboli ciò ha significato perdita di sovranità nazionale a favore degli interessi di società multinazionali, uniche ad avere un grosso beneficio dalle nuove regole.

Si è così costituito un organismo che può emanare norme vincolanti per i paesi membri, che vengono fatte rispettare attraverso un poco trasparente organo per regolare le controversie, che, valutata una norma di uno stato non conforme alle regole dell’OMC, può autorizzare il paese che si ritiene danneggiato ad applicare dazi compensativi o addirittura può decidere sanzioni commerciali. Ma spesso vengono ritenute non conformi norme tese a tutelare la salute, l’ambiente, i diritti umani, ecc. Sono noti infatti i contenziosi tra USA e Unione Europea sulle banane, sulla carne agli ormoni, sugli organismi geneticamente modificati ( OGM), sugli animali da pelliccia catturati con tagliole. Le multinazionali americane non hanno accettato né che l’Europa favorisca l’importazione di banane dai paesi poveri dell’Africa, Caraibi e Pacifico (i paesi ACP), con i quali è stato stipulato un accordo che cerca di garantire a questi paesi un miglior sviluppo economico anche attraverso una produzione rispettosa dei lavoratori e dell’ambiente, né che l’UE blocchi l’importazione di pellicce ottenute da animali selvatici catturati in modo crudele, come le tagliole. Ma non è neppure possibile, in base alle regole dell’OMC, bloccare l’importazione di prodotti ottenuti con lo sfruttamento del lavoro minorile.

E soprattutto le multinazionali possono, in base alle norme dell’OMC, rifiutare limitazioni per prodotti ritenuti pericolosi per l’ambiente e la salute. Clamorosi sono il caso della carne proveniente da allevamenti americani in cui si utilizzano ormoni o quello dei cibi transgenici.

L’Europa, avendo sottoscritto importanti convenzioni per la difesa dell’ambiente, come quella sulla biodiversità, ha fatto proprio il principio di precauzione, in base al quale un sistema produttivo o un prodotto devono essere preventivamente dimostrati innocui per poter essere messi in commercio. Ma gli Stati Uniti non hanno mai firmato la Convenzione sulla Biodiversità e rifiutano il principio di precauzione, che non rientra nelle norme dell’OMC. Pertanto le multinazionali chiedono che gli europei accettino i loro prodotti, senza garanzie di innocuità, chiedendo a noi di dimostrare che sono pericolosi, cosa che si può fare solo dopo la messa in commercio, contando danni, malattie e morti, come è successo in passato per molte sostanze chimiche.

Ma proprio questi risvolti del commercio mondiale e il rischio che si vada verso una sempre maggiore “deregulation” a favore della liberalizzazione dei mercati, senza tener conto né dei diritti dei popoli, né degli aspetti sociali, ambientali e sanitari, ha portato ad una crescente opposizione sia da parte di alcuni paesi del sud del mondo, che di una parte dei Paesi dell’Unione Europea (UE) e soprattutto da parte delle organizzazioni non governative che si occupano di cooperazione, lavoro, ambiente, diritti dei consumatori, ecc.

Così quando si è saputo luogo e data della 3° Conferenza dell’OMC che doveva aprire i nuovi negoziati del 2000, e perciò inopportunamente chiamati Millenium Round (con evidente reazione dei popoli di religione non cristiana), attraverso internet si sono messe in contatto le ONG di ogni parte del mondo per organizzare la propria presenza e per far sentire la propria voce durante i lavori della Conferenza.

Ovviamente anche nelle ONG non c’erano posizioni unanimi e si andava da un rifiuto globale (è il caso di dirlo!) del WTO, a proposte di modifica delle regole del commercio mondiale, per introdurre clausole sociali, ambientali e sanitarie, come la difesa delle condizioni dei lavoratori, il principio di precauzione, condizioni di favore per i paesi più poveri, ecc.

Ma tutti coloro che si sono messi in rete, associazioni o semplici cittadini, erano concordi sul fatto che in nome della liberalizzazione del mercato si è ottenuto nei fatti l’opposto: il controllo monopolistico di poche multinazionali presenti nei paesi più ricchi, e per questo hanno deciso di mobilitarsi per una moratoria, un blocco dei negoziati, in attesa di un riesame del funzionamento del commercio mondiale in funzione dell’interesse dei popoli e dei cittadini.

Oltre 1200 organizzazioni di quasi cento paesi si sono date appuntamento per denunciare l’attuale ruolo del WTO e per evitare che assuma nuove funzioni, sapendo che solo unendosi su questo obiettivo, sindacati, agricoltori, consumatori, ambientalisti, paesi più poveri potevano raggiungere importanti risultati.

Ed il risultato c’è stato e più grosso di quanto ci si poteva attendere: il fallimento del vertice ed il rinvio dei negoziati, che, comunque vadano le cose, non potranno riprendere senza tenere conto delle proteste di un fronte così vasto.

Ma torniamo a Seattle. Parlando con la gente del posto mi sono molto stupito della scelta della località, che non è solo la sede della Microsoft e della Boeing, ma anche la città dove più forti sono i sindacati e le tendenze politiche di sinistra, dove ampia è la partecipazione alla vita pubblica dei cittadini, al punto che il resto degli americani la considera una specie di “soviet”.

Quindi non solo vi era una mobilitazione globale ma anche la città era pronta ad accogliere favorevolmente la protesta, sia in difesa dei paesi più poveri, che dell’ambiente o di un’agricoltura pulita, ma soprattutto in difesa dei posti di lavoro, perché la logica della globalizzazione tende a delocalizzare le produzioni dove più facile è sfruttare ambiente e manodopera.

Una parte dei manifestanti da giorni era già arrivata da diverse città degli Stati Uniti, ma anche dall’Europa, dal Sud America e dall’Asia per preparare le diverse iniziative, che dovevano essere assolutamente nonviolente, efficaci e con responsabilità ben definite.

Inoltre erano stati preparati moltissimi convegni e dibattiti per approfondire non solo i temi della protesta, ma anche per individuare le proposte per rendere accettabile la globalizzazione.

Così il giorno precedente all’apertura ufficiale, dedicato ad un confronto tra WTO ed ONG invitate ( solo una parte di quelle impegnate nella protesta), per le strade vi erano tanti piccoli gruppi di manifestanti con cartelli inneggianti al lavoro e agli alberi, contro gli OGM e per i diritti degli agricoltori, ecc., con maschere e costumi, come gli animalisti vestiti da tartarughe, che avevano di fatto invaso il centro della città, in un clima comunque gioioso e non violento. Il pomeriggio migliaia di persone hanno accolto l’appello di Josè Bovè, leader degli agricoltori francesi contrari alla globalizzazione del cibo e agli OGM, di protestare davanti alla Mc Donald, simbolo di un’alimentazione standardizzata. Distribuendo “Roquefort”, il formaggio francese su cui sono cadute le ritorsioni fiscali USA, in conseguenza del rifiuto europeo della carne americana estrogenata, Bovè ha evidenziato le due filosofie che si contrappongono in agricoltura. Da una parte pesticidi e piante transgeniche, brevettate dalle multinazionali, coltivate in qualunque parte del pianeta, indipendentemente dalle caratteristiche ambientali e culturali del territorio e dall’altra le piante tipiche nel loro territorio per produrre cibi di qualità, nel rispetto dell’ambiente e della biodiversità, per soddisfare anzitutto il mercato locale, da esportare solo dopo aver garantito il cibo per gli abitanti della regione. In altre parole da una parte un’agricoltura sostenibile e dall’altra un sistema per produrre cibo dove costa meno e venderlo dove il mercato è più redditizio. A sostegno delle tesi di Bovè e contro gli OGM e la biopirateria di geni e di piante, logica conseguenza della brevettabilità dei viventi, sono intervenuti agricoltori dell’India, del Sud America ed anche statunitensi, a difesa della loro storia e cultura messa a repentaglio dalla standardizzazione voluta dalle multinazionali.

Il giorno dopo, il giorno dell’inizio ufficiale dei lavori, fin dal primo mattino alcune migliaia di persone avevano circondato in doppia fila i luoghi della Conferenza, impedendo, in modo nonviolento, a chiunque di entrarvi. La polizia, colta di sorpresa (ma non si sa fino a quanto), aveva circondato a sua volta i manifestanti, costituendo un terzo cordone, da cui ogni tanto partivano dei lacrimogeni e rendendo ancor più impenetrabili le sedi degli incontri.

In tal modo l’inaugurazione della Conferenza era stata bloccata. Ma alla fine della mattinata era prevista la grande manifestazione dei sindacati, alla quale si sarebbero unite tutte le Associazioni presenti. Al momento della partenza si contavano varie decine di migliaia di lavoratori, agricoltori, ambientalisti, ma anche tibetani e cinesi che protestavano contro l’oppressivo regime cinese che vuole aderire al WTO, animalisti in difesa di tartarughe e balene, indios in difesa delle foreste, ecc.

Quando la manifestazione ha raggiunto il centro, dove continuava il blocco nonviolento, i partecipanti erano circa centomila, la più grande manifestazione svoltasi negli USA dall’epoca della guerra nel Vietnam. A questo punto qualche centinaio di anarchici hanno approfittato della grande mobilitazione per spaccare alcune vetrine, un’azione prevedibile di un ben individuabile gruppo di persone vestite di nero e con il passamontagna calato sul viso, che ha permesso alla polizia di dare il via a scontri, che hanno trasformato il centro di Seattle in un teatro di guerriglia urbana, che comunque ha reso ancora più difficili i lavori del WTO.

Verso sera il sindaco, ritenuta insufficiente la polizia locale, ha decretato il coprifuoco e fatto intervenire la guardia nazionale: una decisione eccessiva rispetto alle caratteristiche della protesta. Ma, a sorpresa, prima il segretario di Stato, Madeleine Albright, e poi lo stesso Presidente Clinton si sono affrettati a dire che, pur deprecando atti di violenza, comprendevano le ragioni della protesta.

Discutendo con i membri di diverse delegazioni governative e con alcuni giornalisti, si è ipotizzato che il Governo americano avesse grosse difficoltà a trovare un accordo sull’agenda dei lavori a causa delle prossime elezioni presidenziali. Infatti il vicepresidente e probabile candidato dei democratici, Al Gore, appoggiato dai sindacati e dichiaratamente ambientalista, difficilmente potrebbe gestire una campagna elettorale dopo un accordo che scontenta il mondo del lavoro e le associazioni ecologiste; d’altra parte è difficile pensare di vincere delle elezioni senza l’appoggio delle potenti multinazionali americane. Quindi il male minore poteva essere il fallimento del vertice.

Non so se questa ipotesi sia vera o verosimile, ma qualunque sia stato il ruolo del governo americano, ciò nulla toglie al fatto che a Seattle ha vinto la gente, i popoli del sud del mondo, le associazioni non governative, che hanno tessuto una rete in cui è rimasto impigliato il WTO.

Certamente è solo un primo passo verso un obiettivo più ambizioso: che prevalgano sui profitti, pur legittimi, delle multinazionali valori come i diritti dei popoli, i diritti dei cittadini, la salute, l’ambiente e la cultura. Un obiettivo che potrebbe rendere la globalizzazione, di fatto inevitabile, un processo per aprire le porte alla gente, prima che alle merci, e per rendere le diversità che caratterizzano conoscenze e cultura dei popoli una ricchezza collettiva, un patrimonio da salvaguardare, non da privatizzare.

Messaggio del Papa per la pace
Nel rispetto dei diritti umani il segreto della pace vera

A cura di Elena Buccoliero

“La pace fiorisce quando i diritti umani vengono osservati integralmente, mentre la guerra nasce dalla loro violazione e diventa poi causa di ulteriori violazioni anche più gravi”. Con queste parole Giovanni Paolo II ha impostato il suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, celebrata il 1° gennaio 2000, e si è fatto portavoce di alcune delle campagne che associazioni, ong e organismi internazionali portano avanti in questi anni – per annullare il debito estero dei paesi poveri, per impedire l’uso di mine anti-uomo, contro il commercio di armi a paesi in guerra…

In quest’ottica la scelta nonviolenta sembra ineludibile: “Scegliere la vita”, scrive infatti Papa Giovanni Paolo II, “comporta il rigetto di ogni forma di violenza: quella della povertà e della fame, che colpisce tanti esseri umani; quella dei conflitti armati; quella della diffusione criminale delle droghe e del traffico delle armi; quella degli sconsiderati danneggiamenti dell’ambiente naturale”.

Altro punto importante, su cui il Papa è perentorio, è la negazione di qualsiasi fondamento a tutte le ‘guerre sante’. “L’uso della violenza non può mai trovare fondate giustificazioni religiose, né promuovere la crescita dell’autentico sentimento religioso”. Neppure può essere invocata come mezzo valido nello scioglimento dei conflitti. “L’attualità”, scrive Giovanni Paolo II, “prova ampiamente il fallimento del ricorso alla violenza come mezzo per risolvere i problemi politici e sociali. La guerra distrugge, non edifica; svigorisce i fondamenti morali della società e crea ulteriori divisioni e durevoli tensioni”.

La sacralità della vita

Nel suo messaggio, il Papa rilegge la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo per problematizzarla alla luce della realtà attuale e per infonderle una radice di sacralità. “La Dichiarazione Universale è chiara”, scrive infatti il Pontefice, “riconosce i diritti che proclama, non li conferisce; essi, infatti, sono inerenti alla persona umana”. Nel riconoscersi ‘immagine e somiglianza’ di un Dio amoroso e creatore, il credente trova la radice profonda della sua dignità, la stessa che scopre in tutti i suoi fratelli e sorelle. Per questo il messaggio di Papa Giovanni Paolo è un invito per tutti i cristiani – in particolari i politici, gli operatori economici e dei mass media – ad impegnare le proprie forze per affermare e difendere i diritti dell’uomo in tutte le occasioni e i contesti, dal livello interpersonale e quotidiano a quello sociale e politico, fino alle grandi sedi istituzionali, nazionali ed internazionali.

Il messaggio pontificio e la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo

E’ interessante notare alcune differenze strutturali tra il messaggio pontificio e la Dichiarazione Universale dei Dritti dell’Uomo, differenze che in parte sono dovute al ruolo e all’ottica particolare del Papa, in parte alle diverse epoche storiche.

Tra le questioni in primo piano nella Dichiarazione Universale, sottoscritta nel 1948, alcune non vengono trattate esplicitamente nel messaggio pontificio per la pace, vale a dire i diritti inerenti la sfera della giustizia; il rifiuto della schiavitù; il diritto di asilo per le vittime di persecuzione; alcuni diritti individuali (personalità giuridica, rispetto del privato e tutela della famiglia, libertà di movimento e di residenza, cittadinanza, libertà nella contrazione di matrimonio, proprietà privata, libertà di opinione e di espressione, libertà di riunione e di associazione, sicurezza sociale, la partecipazione alla ricerca culturale, artistica e scientifica, il diritto d’autore).

Il Pontefice sceglie invece di portare l’attenzione su altri aspetti, alcuni dei quali riguardano la comunità delle nazioni, altri l’individuo e il suo rapporto con lo Stato. Nella sfera individuale rientrano il diritto alla vita e al lavoro, il diritto di libertà religiosa, di partecipazione, di non discriminazione etnica, di realizzazione personale.

I diritti individuali: il diritto alla vita e alla libertà religiosa…

“Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona”, recita l’art. 3 della Carta Universale. Al riguardo il Papa è ancora più incisivo: “La vita umana è sacra ed inviolabile dal suo concepimento al suo naturale tramonto”. Per questo è dovuto il rispetto per ogni essere umano a cominciare dai più deboli: i non ancora nati, i bambini – in particolare le bambine, contro il crimine di infanticidio -, i portatori di handicap, i malati e gli anziani. Un pensiero particolare viene riservato all’ingegneria genetica, mai disgiunta da una “attenta riflessione etica, che ispiri adeguate norme giuridiche a salvaguardia dell’integrità della vita umana”.

Secondo il Papa, la più grave forma di violenza è quella che calpesta la libertà religiosa dell’individuo, che contempla anche “la libertà di cambiare religione” perché “ciascuno è tenuto a seguire la propria coscienza in ogni circostanza e non può essere costretto ad agire in contrasto con essa”. Sono violazioni gravi quelle che impediscono di professare la propria fede, ma anche le disposizioni e le leggi che in uno Stato riconoscono “uno statuto speciale ad una religione (…) a detrimento delle altre”.

…il diritto di partecipare, di realizzarsi, di lavorare.

La partecipazione alla vita della propria comunità è, oltre che un diritto, un dovere di tutti i cittadini e deve essere assicurato da regimi realmente democratici. Il Pontefice parla ai paesi che escono da forme di totalitarismo perché facciano crescere una cultura della democrazia e della libertà, ma parla anche ai paesi in cui la democrazia sembra svuotata di significato. La responsabilità di questa disaffezione alla vita sociale e politica è da attribuire a chi mantiene le leve del comando. Quando si impedisce ai cittadini di esercitare il loro diritto di partecipazione, questi “perdono la speranza di poter intervenire e si abbandonano ad un atteggiamento di passivo disimpegno”.

Alla comunità internazionale: il diritto di partecipazione e realizzazione…

I diritti di partecipazione e di realizzazione riguardano anche il rapporto tra gli Stati. Scrive infatti Giovanni Paolo II: “Nell’ambito della comunità internazionale, nazioni e popoli hanno il diritto di partecipare alle decisioni che spesso modificano profondamente il loro modo di vivere. La specificità tecnica di certi problemi economici provoca la tendenza a limitarne la discussione a circoli ristretti, con il conseguente pericolo di concentrazioni del potere politico e finanziario in un numero limitato di governi o di gruppi di interesse. La ricerca del bene comune nazionale e internazionale esige una fattiva attuazione, anche in campo economico, del diritto di tutti a partecipare alle decisioni che li concernono”.

La difficile ricomposizione degli interessi fa sì “che in alcune regioni tra le più povere del mondo le opportunità di formazione vanno in realtà diminuendo”, divaricando sempre di più la forbice: “da una parte, Stati e individui dotati di tecnologie avanzate, e dall’altra Paesi e persone con conoscenze e abilità estremamente limitate. Come è facile intuire, questo non farebbe che rafforzare le già acute disparità economiche esistenti non solo tra gli Stati, ma anche al loro stesso interno”.

…il fallimento delle ideologie, i danni del libero mercato…

Nell’esperienza politica del nostro secolo non esiste una ricetta valida che garantisca solidarietà e rispetto per l’uomo. Tutti i regimi politici hanno finito per “dimenticare la verità sulla persona umana. Sono dinanzi ai nostri occhi i frutti di ideologie quali il marxismo, il nazismo, il fascismo, o anche di miti quali la superiorità razziale, il nazionalismo e il particolarismo etnico. Non meno perniciosi, anche se non sempre così evidenti, sono gli effetti del consumismo materialistico, nel quale l’esaltazione dell’individuo e il soddisfacimento egocentrico delle aspirazioni personali diventano lo scopo ultimo della vita. In questa ottica, le conseguenze negative sugli altri sono ritenute del tutto irrilevanti”.

L’impegno per il nostro tempo è quello di porre un freno al libero mercato “dato che, in realtà, esistono numerosi bisogni umani che al mercato non hanno accesso (…) Urge una nuova visione di progresso globale nella solidarietà, che preveda uno sviluppo integrale e sostenibile della società, tale da consentire ad ogni suo membro di realizzare le proprie potenzialità”. In concreto, si chiede lo sforzo “tempestivo e vigoroso” di eliminare o ridurre il debito delle nazioni più povere, “per consentire al maggior numero possibile di Paesi di uscire da una ormai insostenibile situazione”.

Alle questioni economiche si aggiungono quelle ambientali. “Il pericolo di danni gravi alla terra e al mare (…) richiede un cambiamento profondo nello stile di vita tipico della moderna civiltà dei consumi, particolarmente nei Paesi più ricchi”.

…il diritto all’uguaglianza contro la discriminazione etnica…

“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti senza distinzione alcuna per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione”. Su questa formulazione si fonda la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (artt. 1 e 2).

Il Papa problematizza il diritto all’uguaglianza per condannare “una forma particolarmente grave di discriminazione”, cioè la negazione “a gruppi etnici e minoranze nazionali il fondamentale diritto ad esistere come tali. Nessuno sforzo deve essere considerato eccessivo”, leggiamo nel messaggio del Pontefice, “quando si tratta di porre termine a simili aberrazioni, indegne della persona umana”. E, contro gli eventuali dubbi rispetto ai modi utili a porre fine alle ingiustizie (a proposito di ‘guerre umanitarie’), il Pontefice cita, come “segno positivo della crescente volontà degli Stati di riconoscere la propria responsabilità nella protezione delle vittime di simili crimini e nell’impegno di prevenirli”, l’istituzione di una Corte Penale Internazionale “destinata ad individuare le colpe e a punire i responsabili di crimini di genocidio, di crimini contro l’umanità, di crimini di guerra e di aggressione”.

…il diritto alla pace.

Tutti gli uomini, e in particolar modo i bambini, hanno diritto alla pace. Il Papa è colmo di tenerezza quando parla di bimbi che nascono e crescono in un contesto di guerra, dei soldati bambini costretti ad uccidere e a veder uccidere, o dei piccoli che sono stati uccisi o sfigurati dalle mine anti-uomo. L’appello è alla comunità internazionale affinché ponga fine ai conflitti in corso. “Un passo concreto in tal senso è sicuramente l’abolizione del traffico di armi verso i Paesi in guerra e il sostegno ai responsabili di quei popoli nel ricercare la via del dialogo. Questa è la via degna dell’uomo, questa è la via della pace!”

Contro il peccato della tiepidezza

Nonostante tutte le imperfezioni dell’uomo, l’amore di Dio non abbandona l’umanità. Nella sua condivisione “sta il segreto del rispetto dei diritti di ogni donna e di ogni uomo”. E l’amore non può mai essere tiepido o indifferente.

“Fratelli e Sorelle in Cristo, che nelle varie parti del mondo assumete a norma di vita il Vangelo: fatevi araldi della dignità dell’uomo! Nello stridente contrasto tra ricchi insensibili e poveri bisognosi di tutto, Dio sta dalla parte di questi ultimi. Da questa parte dobbiamo schierarci anche noi”.
DOPO ARENA 2000
E ora concretamente che posso fare?

A cura di Beati i Costruttori di Pace

Quello che hai in mano non è un vademecum, né la carta degli intenti. E’ il tentativo, non omogeneo, scritto a più mani, di cominciare a rispondere a questa domanda, una traccia di cose da fare perché ciascuno la riscriva con la propria creatività e impegno dandole ulteriore spessore, coerenza e concretezza.
Arena 2000: punto di partenza di cammini che possono mettere insieme tante persone e comunità per tradurre nel quotidiano con gioia la nostra responsabilità di fronte alla famiglia umana e al pianeta.
Gli impoveriti e gli schiavi di oggi, non saranno il termine della nostra attenzione e del nostro aiuto, ma il punto di partenza per le nostre scelte e per le nostre decisioni, sono loro i depositari delle esperienze e delle speranze per costruire un’alternativa di giustizia e per ridare senso alla vita e alla storia.
Nella formulazione è stato scelto il “tu” invece del “noi”, semplicemente per personalizzare le scelte in vista di un impegno comunitario, non per imporre delle ricette.
Fin d’ora ti annunciamo gli appuntamenti della Via Crucis ad Aviano (PN) il 26 Marzo 2000, la settimana di riflessione dal 5 all’11 Agosto e una Arena a fine anno per rilanciare gli impegni comuni.

Cammina

Fa un pellegrinaggio a piedi che ti porti nei luoghi dell’esclusione, dell’emarginazione, delle strutture di morte. 10 minuti al giorno, un giorno alla settimana, un fine settimana al mese, 15 giorni di quest’anno da vivere con chi è escluso: per imparare un modo nuovo di vivere, facendo tue le sue passioni.
Cammina con un immigrato per trovargli un alloggio dignitoso o per regolarizzare la sua presenza.
Trova un segno, una piccola privazione (digiuno) che ti richiamino con forza al motivo del cammino.

Conosci

Diventa amico di un immigrato, di un Rom, di un carcerato, di un disabile.
Non aver paura di ascoltare una donna che si prostituisce.
Ascolta tutti, anche chi ritieni tuo nemico, senza giudicare.
Incontra e dialoga con testimoni di realtà, culture e religioni diverse.
Cerca un’informazione diretta che ti metta a contatto con il punto di vista di chi non ha potere economico.
Non accontentarti dell’informazione che descrive le emergenze, ma ricerca le cause dell’ingiustizia.

Impara

A conoscere le tradizioni e le culture di popoli lontani.
Una lingua oltre alla tua, con cui comunicare con gli altri.
Ad abitare e affrontare i conflitti con la nonviolenza.
A scegliere l’obiezione al militare e alle spese militari.
A contrastare produzione, commercio e uso delle armi.

Adotta

Una famiglia che si trova in quel Sud che affonda per il nostro spreco.
Un bimbo che non ha famiglia.
Un condannato a morte.
Un progetto che metta in moto attività produttive.

Condividi

Trova modi concreti per tenere aperta la tua casa agli amici, ai vicini, ai condomini, ai “forestieri”.
Metti in comune gli attrezzi utili per i lavori domestici.
Metti a disposizione locali inutilizzati; offri garanzie ai proprietari di alloggi sfitti.
Organizza l’uso collettivo dell’automobile.
Metti a disposizione la tua competenza nella banca del tempo.
Impegna il tuo tempo libero per stare a fianco di ammalati, di chi è solo, di chi soffre il disagio psichico.
Organizza insieme ad altri le tue ferie con un turismo responsabile per incontrare la realtà di altri popoli.

Sposta il denaro

“Quello che non mi è necessario è il non più mio” , mettilo in pratica con tutto, anche con i soldi …, sarà il miglior investimento e sarà una gioiosa scoperta di “restituzione”.

Prova a tenere il tuo bilancio e dimostra con i numeri che è possibile un’economia che rende liberi.
Nel lavoro non barattare, in cambio di più soldi, le regole e i diritti tuoi e dei tuoi compagni.
Presta senza interesse a chi è nel bisogno e a chi realizza progetti sociali.
Attivati per far trasferire i fondi degli Enti Locali, della tua diocesi, della tua parrocchia, alla Banca Etica e alle MAG della tua città.

Compra bene

Compra i prodotti che ti servono imparando a leggere le certificazioni per sapere da dove vengono, come sono stati ottenuti e da chi sono commercializzati.
Partecipa alle campagne di pressione rivolte a società commerciali che violano sistematicamente i diritti dei lavoratori (in particolare donne e bambini) e offendono l’ambiente.
Preferisci frutta e cibi freschi di stagione tipici del tuo territorio. Favorisci, per quanto possibile, chi nella produzione cerca di non inquinare e di rispettare l’ambiente anche se ti costa di più.
Rifiuta i prodotti transgenici per salvaguardare la biodiversità come patrimonio di tutta l’umanità.
Dà importanza al consumo critico e al commercio equo.
Proponi ed attiva piccoli, ma concreti cambiamenti nell’economia locale e globale facendo leva sul tuo potere di consumatore.
Mantieni e fa gustare la tua identità culturale anche con i prodotti tipici del tuo territorio.

Riduci i consumi

Un sistema dove le risorse sono limitate non può sopportare una crescita illimitata. Consumare meno è stare meglio, meno risorse distrutte, meno peso sulla salute e sull’ambiente e più tempo e più spazio recuperati per un benessere diverso.
Va a fare la spesa con un foglietto delle cose necessarie, non cedere alle offerte e alla pubblicità.
Usa il televisore come il ferro da stiro e la lavatrice.
Muoviti il più possibile a piedi, in bicicletta e con i mezzi pubblici. Scoraggia l’uso delle auto nelle città intasate e inquinate.
Costruisci giochi con i bambini e per i bambini. Valorizza la manualità senza affidarti solo ai soldi.
Tratta l’acqua come risorsa preziosa, usala con parsimonia, utilizza quella naturale di acquedotto, opponiti alla privatizzazione delle acque minerali.
Fa la raccolta differenziata dei rifiuti o impegnati perché venga realizzata..
Usa meno detersivi possibile e acquista i meno inquinanti.
Investi per consumare meno energia possibile in casa.

Fa festa

Celebra la vita con riconoscenza. Fermati e contempla volti, cielo, mare, monti, piante e animali e falli conoscere ai bambini: da loro impara la sorpresa e l’incanto della bellezza.
Impegnati contro la desertificazione e la cementificazione del territorio; pianta alberi e fiori.
Prepara la festa con persone che tu ed i tuoi amici escludereste.
Costruisci la festa, non consumarla.
Ritrovati con gli amici senza correre tanto e lontano, rispettando i ritmi del tuo corpo, del giorno e della notte. Non spingere sempre oltre l’oggetto dei tuoi desideri, accetta i limiti tuoi e degli altri.
Il tuo lavoro, la tua fedeltà all’impegno quotidiano, siano componenti essenziali della festa.
Scopri il fascino di realizzare quanto fai, con la cura ed il ritmo giusto che la natura adotta nel suo manifestarsi.

Agisci

Prendi spunto e partecipa alle varie campagne in atto.
Scegli un luogo, una situazione, un gruppo per fare giustizia insieme;
Metti un particolare impegno per attuare la democratizzazione di istituzioni internazionali come l’ONU, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, affinché vengano garantiti i diritti umani e la pace e le risorse siano usate per il bene dell’umanità e non solo per il profitto dei ricchi;
Sii concreto, fai quello che ritieni giusto anche se non vedi risultati.
Generare la vita e la storia è avere fiducia nei semi che non si vedono e accettare con la speranza e la gioia dell’attesa, anche la fatica e la sofferenza;
Impara a convertire i tuoi percorsi da personali a comunitari, coinvolgendo e coinvolgendoti. Pensa e prospetta percorsi che arrivino a toccare il singolo, smuovere coscienze per sperimentare lo stupore di una ritrovata fraternità universale.

via Antonio da Tempo 2 – 35131 Padova –
Tel./fax 0498 070 699 – e_mail: beati@libero.it
http://www.peacelink.it/users/bcp
C. F. 92110300289 – c/c p. 13752357
c/c b. 369123L Cassa Risp. PD/RO – Abi 6225 – Cab 12183

L’ allevamento degli animali e nuova cultura vegetariana

di Beppe Marasso

La sostanza della mia attività è quella di un contadino che cerca di riflettere sui collegamenti tra vegetarismo e agricoltura. Lo farò attraverso alcune enunciazioni schematiche.
I processi di industrializzazione iniziati più di due secoli fa nel settore tessile hanno investito via via gli altri settori produttivi, determinando trasformazioni radicali della vicenda umana e naturale. Uno dei connotati dell’industrializzazione è la specializzazione. La produzione, quando da artigianale diventa industriale, assume anche fisicamente dimensioni tali da rendere necessari grandi spazi, non può più stare nella stanza sopra la quale l’artigiano mangia e dorme. I luoghi di produzione (le fabbriche) e i luoghi di residenza (quartieri operai) si separano.
Questa separazione ha interessato marginalmente il mondo agricolo, dove viceversa si è registrata la radicale riduzione della quota di produzione autoconsumata, la separazione tra coltura e coltura (monocoltura) e la separazione tra agricoltura e allevamento. Quest’ultimo divorzio ha portato conseguenze decisamente negative che accennerò nei punti successivi. La separazione tra agricoltura e allevamento ha prodotto grandi modifiche nell’alimentazione degli animali.
Da un cibo prevalentemente fatto di erba fresca (pascolo) fieno e fogliame si è passati ad un cibo prevalentemente fatto di farine. Esso occupa meno spazio, comporta meno manodopera in quanto giunge alla bestia attraverso canalizzazioni meccaniche, ed è facilmente addizionabile a componenti varie. Per esempio si può miscelare la farina di mais, orzo o grano con farine di pesce, di carne, con additivi vitaminici e minerali. Troviamo così che tranquilli vitelli o polli che credevamo strettamente vegetariani sono diventati cannibali in quanto nutriti da parti di scarto di loro simili essiccate e ridotte in farina.
La nuova alimentazione del bestiame ha riflessi molteplici. Uno di questi è il totale abbandono, la riduzione a gerbido di larghe parti del territorio agricolo meno pregiato. Dalle mie parti “boschi”, “gurej”, “sarsere”, “rivas” indicano i luoghi dove avveniva un marginale ma non troppo trascurabile approvvigionamento del foraggio. Le parti pianeggianti lungo il Tanaro (gurej) sono ora seminativo o arboreto con i problemi che l’alluvione ’94 ha messo in luce. Le “sarsere” (saliceto) tipiche delle valli laterali alla grande valle del Tanaro sono sparite. Rimane – anzi si estende, soprattutto in Alta Langa – il bosco, che però non ha più manutenzione. Analoga vicenda hanno avuto le siepi di pianura. Non più utilizzate come approvvigionamento secondario di foraggio, divenute un ingombro per i grandi mezzi meccanici sono state demolite con grandi perdite paesaggistiche e di biodiversità.
Contemporaneamente all’abbandono di forme marginali di approvvigionamento foraggero è avvenuto un grande spostamento anche nell’ambito delle aree dedicate alla produzione “forte” di foraggio con la progressiva riduzione del prato e la corrispondente estensione dell’arativo. La distinzione tra terreno arato e non arato è la distinzione tra terreno “travagliato” e terreno a riposo. La questione se sia opportuno o no fare intense lavorazioni del terreno, se sia possibile, almeno per determinate colture, arrivare ad alte produzioni senza lavorazioni… è una delle materie più controverse. Le varie scuole di pensiero volte all’agricoltura biologica (permacoltura, agricoltura naturale di Fukuoca, agricoltura sinergica, biodinamica, ecc.) sono tutte orientate ad escludere o quanto meno a ridurre drasticamente l’intervento umano sul terreno. Che la coltura foraggera non arata, cioè il prato e il pascolo, sia una riserva di fertilità lo si sapeva già anticamente.
Se la produzione di foraggio attraverso farine si generalizza abbiamo vistosi fenomeni di monocoltura. Si ha monocoltura quando si ripete la stessa coltura nello stesso terreno per molti anni. Vi è il caso tipico della coltivazione di mais, oggi quasi tutto prodotto in monocoltura. La monocoltura contrasta fortemente, ad eccezione di casi particolari come sta avvenendo nell’esperienza di una coltivazione ecologica di farro a Rocchetta Tanaro, con la preservazione della fertilità agronomica del terreno.
Ridotta la fertilità agronomica si supplisce con apporti esterni (fertilità chimica), cioè si rende più necessaria la dipendenza dall’industria chimica sia per l’apporto di fertilizzanti e ammendanti sia per il controllo delle erbe infestanti (diserbanti).
La speciale virulenza di alcune erbe infestanti nei terreni a monocoltura si spiega col fatto che questa metodologia produttiva si riproducono costantemente le condizioni della loro affermazione. La rotazione delle colture (cioè la non monocoltura) ha –tra le altre ragioni – quella di conseguire un controllo delle erbe infestanti senza ricorrere a mezzi chimici.
Mantenere dei terreni non arati tra quelli arati ha anche un’evidente funzione di salvaguardia della bellezza del paesaggio e della salute ambientale. Sul punto della salute ambientale, che può essere meno evidente, è opportuno richiamare l’esperienza del Vercellese. Con l’affermarsi della monocoltura del riso e cioè la scomparsa della rotazione tra riso e prato, si è registrato un aumento della fastidiosissima presenza di zanzare. Questo aumento di zanzare è peraltro anche da collegare al fatto che in risaia l’uso dei diserbanti ha fatto sparire i pesci che si nutrivano anche di zanzare.
Va ancora chiarito che il terreno intanto è arato, fresato ed erpicato, ecc…in quanto vi sono passati dei trattori che lo hanno lavorato. Questo “passare” non è gratuito. Dal punto di vista energetico è così oneroso da rendere l’agricoltura industriale insostenibile nel tempo. Nota il Mollison nella sua “introduzione alla permacoltura” che oggi sono registrabili punte di assurdità tali per cui si hanno prodotti agricoli la cui produzione ha comportato un impiego di energia 10 volte superiore a quella traibile dal prodotto stesso.
Normalmente assai pericolosa si rivela la moderna “fresatura” che in presenza di un acquazzone rende il terreno collinare paurosamente esposto a dilavamenti ed erosioni. L’anno scorso a causa di questo tipo di lavorazione, la frazione Borbore di Vezza d’Alba, in presenza di una pioggia di poche ore si è trovata sommersa da mezzo metro di fango.
Il passaggio da allevamento dentro l’agricoltura ad allevamento fuori dell’agricoltura (allevamento industriale) ha determinato, con altre cause, la scomparsa delle razze tradizionali dette a “triplice attitudine” (carne, latte, lavoro) e la loro sostituzione con altre razze monoattitudinali. La scomparsa delle razze locali a triplice attitudine, cito ad esempio la piemontese, la chianina, la marchigiana…è un impoverimento genetico. Abbiamo anche parte della fauna domestica che è in via di estinzione! L’erosione genetica interessa sia le piante che gli animali. Le razze animali fortemente specializzate per altre rese in un solo ambito sono normalmente più vulnerabili ad agenti patogeni e più esigenti sul piano alimentare e ambientale. Il sistema idrico che disseta i conigli negli allevamenti industriali è sistematicamente addizionato di antibiotici. Le galline ovaiole tenute costantemente in gabbia e alla luce (perché continuino a mangiare) hanno cicli di vita brevissimi, di circa 12-14 mesi a fronte di 12-14 anni che la natura assegna loro. La loro carne dopo stress così totali è frolla e di dubbia utilità per l’alimentazione umana al punto che la UE ha decretato l’abolizione di questo tipo di allevamento entro i prossimi dieci anni.
L’ultima considerazione riguarda la trasformazione di una risorsa importante come la deiezione degli animali, mezzo fondamentale per la fertilizzazione dei campi. Fare allevamenti con centinaia o migliaia di capi comporta una parallela concentrazione delle loro deiezioni. Il letame concentrato a tonnellate in un piccolo spazio però richiede altissimi costi per essere spostato, se invece viene scaricato nei corsi d’acqua si hanno problemi d’inquinamento. La deiezione che prima era una grande risorsa ora sembra essere un problema.
La via d’uscita da tutta questa follia non si trova in nessuna formula semplice, l’unica via è quella della saggezza: San Benedetto, San Francesco, Buddha e Gandhi hanno sostenuto il vegetarianesimo e soprattutto sono vissuti come vegetariani. Oggi la fascia debole dell’umanità viene estromessa dall’alimentazione e la bistecca che noi mangiamo è la quota di soia, riso, fagioli che manca al resto dell’umanità. L’hamburger è un simbolo di anti-ambiente e di cosa significa sfruttare chi è sottoalimentato, cioè portare via risorse alimentari per produrre carne di bassa qualità che porta sofferenza anche nei paesi ricchi.

Il sacro Corano

A cura di Claudio Cardelli

E’ il libro sacro dell’Islamismo, contenente le rivelazioni che, secondo i Musulmani, Muhammad (Maometto, 570—632) ricevette da Dio attraverso l’arcangelo Gabriele: è quindi considerato dai Musulmani diretta parola divina, e non personale composizione del Profeta. Il Corano (dall’arabo Quràn, “lettura, recitazione salmodiata”) si compone di 114 capitoli (sure) in prosa rimata, disposti in ordine di lunghezza decrescente, ad eccezione della prima sura, “l’Aprente”, che è un bellissimo inno di lode a Dio:
Nel nome di Dio, clemente misericordioso! Sia lode a Dio,il Signor del Creato, il Clemente, il Misericordioso, il Padrone del dì del Giudizio! Te nei adoriamo, Te invochiamo in aiuto: guidaci per la retta via, la via di coloro sui quali hai effuso la Tua grazia, la via di coloro coi quali non sei adirato, la via di quelli che non vagolano nell’errore !

Rapporti con Ebrei e Cristiani

Muhammad volle portare agli Arabi, ancora pagani, la religione rivelata, la fede in un unico Dio, già professata da Ebrei e Cristiani: il Profeta ha coscienza della profonda continuità esistente tra Ebraismo, Cristianesimo e Islamismo:
Vi diranno ancora: “Diventate ebrei o cristiani e sarete ben guidati!” Ma tu rispondi: “No, noi siamo della Nazione d’Abramo, ch’era uomo di fede (hanìf), o non già un pagano”. E dite loro ancora: “Noi crediamo in Dio, in ciò ch’è stato rivelato a noi e in ciò che fu rivelato ad Abramo, a Ismaele, Isacco, a Giacobbe, e alle Dodici Tribù, e in ciò che fu dato a Mosè e a Gesù, e ai profeti del Signore; non facciamo differenza alcuna fra loro e a Lui tutti ci diamo”.
E se ebrei e cristiani avranno questa stessa vostra fede saranno ben guidati, ma se vi volgeranno lo spalle si porranno in aperta scissione o allora ti basterà Dio contro di loro, Dio che ascolta e conosce. Ecco la tintura di Dio! E chi può tingere meglio di Dio? Lui solo noi adoriamo. Di’ loro:
“Volete discutere di Dio con noi? Ma Dio è il nostro e vostro Signore, noi abbiamo le nostre opere e voi le vostre, ma noi siamo sinceri con Lui. O pretendete voi che Abramo e Ismaele e Isacco e Giacobbe e le Dodici Tribù fossero ebrei o cristiani?” (Il, 135—140).

La morale coranica

Gli obblighi fondamentali per il musulmano sono cinque e vengono chiamati i cinque pilastri dell’Islàm: I) la professione di fede in Allàh, 2) la preghiera cinque volte al giorno, 3) il digiuno durante il mese di Ramadan, 4) l’elemosina, 5) il pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita. La morale coranica è ispirata al principio della moderazione e dell’aiuto ai fratelli nella fede :
La pietà non consiste nel volger la faccia verso l’oriente o verso l’occidente, bensì la vera pietà è quella di chi crede in Dio, e nell’Ultimo Giorno, e negli Angeli, e nel Libro, e nei Profeti, e dà dei suoi averi, per amore di Dio, ai parenti e agli orfani e ai poveri e ai viandanti e ai mendicanti e per riscattar prigionieri, di chi compie la Preghiera e paga la Decima, di chi mantiene le proprie promesse quando le ha fatte, di chi nei dolori e nelle avversità è paziente e nei dì di strettura; questi sono i sinceri, questi i timorati di Dio! (II, 177)
E’ noto che nel Corano è ammessa la poligamia fino a un massimo di quattro mogli legittime (IV, 3); tuttavia, nella medesima sura, è anche detto che è meglio prendere una sola moglie se si teme di non essere giusti con tutte alla pari. Quanto alla schiavitù, il Libro sacro raccomanda ripetutamente come opera meritoria la liberazione degli schiavi (tali erano i prigionieri di guerra).
La schiavitù non vi è ufficialmente abolita, ma accettata come un dato di fatto sociale, come la ricchezza o la povertà; tuttavia vi è fortemente mitigata dal concetto dell’uguaglianza di tutti i credenti di fronte a Dio.

La guerra santa

L’islamismo si è affermato, in una prima fase, con la forza delle armi : questa sua connotazione è presente anche nel Corano, dove si invita il musulmano a combattere per la difesa e l’espansione della fede.
Alla gente della Scrittura (Ebrei e Cristiani) si chiedeva di sottomettersi e di pagare un particolare tributo (gizya).
Combatterete coloro che non credono in Dio e nel Giorno Estremo, e che non ritengono illecito quel che Dio e il Suo Messaggero han dichiarato illecito, e coloro, fra quelli cui fu data la Scrittura, che non s’attengono alla Religione della Verità. Combatteteli finchè non paghino il tributo uno per uno, umiliati (IX, 29).
Combattete sulla via di Dio coloro che vi combattono, ma non oltrepassate i limiti, chè Dio non ama gli eccessivi. Uccidete dunque chi vi combatte dovunque li troviate e scacciateli di dove hanno scacciato voi, chè lo scandalo (Fitna, stato di corruzione) è peggio dell’uccidere; ma non combatteteli presso il Sacro Tempio, a meno che non siano essi ad attaccarvi colà: in tal caso uccideteli. Tale è la ricompensa dei Negatori. Se però essi sospendono la battaglia, Iddio è indulgente e misericorde. Combatteteli dunque fino a che non ci sia più scandalo, e la religione sia quella di Dio; ma se cessan la lotta, non ci sia più inimicizia che per gli iniqui (II, 190-193).
Nei confronti dei correligionari il Corano consiglia la via della pazienza e della persuasione (XVI, 125-128). Tutte le citazioni del presente articolo sono tratte da Il Corano, introduzione, traduzione e commento di Alessandro Bausani, Editrice Sansoni, Firenze, 1978 (ristampato nel 1996 nella BUR dell’Editore Rizzoli).

Insegnare in una società multietnica

Di Maria Teresa Gavazza

La sfida educativa ed etica che oggi la società ci impone è quella di imparare a lavorare insieme, incontrando e facendo incontrare persone di nazionalità diverse, ma sapendo conservare le differenze.
L’educazione interculturale nelle scuole superiori, in particolare la conoscenza del mondo arabo (area da cui forse proviene la parte più numerosa dell’immigrazione italiana), non deve necessariamente allontanarsi dai programmi scolastici tradizionali. Per un approfondimento di questa complessa realtà e per significative proposte di intervento pedagogico segnalo il libro curato da Laura Operti, Cultura araba e società multietnica, Bollati Boringhieri, Torino 1999.
I semplici suggerimenti che vorrei dare, anche in base alla mia esperienza, vorrebbero aprire un dialogo con gli insegnanti interessati a rivedere alcuni aspetti contenutistici e metodologici alla luce della nuova composizione sociale del mondo studentesco.
A partire dagli studi sui rapporti tra Dante e l’Islam, esaminati anche in un recente convegno dalla studiosa Maria Corti, fino alle nuove tesi storiografiche sugli intrecci tra cavalieri cristiani e musulmani nelle guerre medievali (vedi il libro dello studioso americano Richard Fletcher, El Cid, Nerea Editore, 1999).
Sembrerebbero quindi meno rare del previsto le grandi doti morali, ampliate dalla poesia e dalla letteratura, degli eroi cavallereschi disposti ad ammirare ed a soccorrere l’avversario.
Il suggerimento a questo punto è ovvio. Leggere le ottave dell’ Orlando furioso, magari annotate da Italo Calvino, per scoprire come i guerrieri dimentichino i sacri doveri cavallereschi per inseguire la bella Angelica. “Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui” (ottava 22,1) sancisce la scomparsa della contrapposizione tra cavalieri pagani e cristiani, per recuperare un codice cavalleresco – umanistico che va oltre le diversità etniche e religiose.
L’antica materia cavalleresca ripresa da I. Calvino nel romanzo Il cavaliere inesistente, porta a compimento in chiave grottesca la dissacrazione della guerra tra mori e cristiani: come non citare l’episodio tratto dal quarto capitolo, quando al duello partecipavano gli interpreti per tradurre al volo gli insulti che i nemici si lanciavano in lingue diverse? Questi interpreti, da una parte e dall’altra, s’era tacitamente convenuto che non bisognava ammazzarli. (da Il cavaliere inesistente, Garzanti Milano, 1992, p.22).
Un altro percorso potrebbe essere quello dei mercanti e dei viaggiatori, abituati ad avere rapporti con ambienti e realtà geografiche molto lontane, oggetto di curiosità o di semplificazioni grossolane, ma non intesi come separazione radicale tra mondi incompatibili. Possiamo citare il caso di Marco Polo, in particolare del rapporto tra cristiani e saraceni nell’episodio del gran miracolo della montagna avvenuto a Baldac (da Il libro di Messer Marco Polo, Einaudi, Torino, 1954, p.27). Nel breve racconto con un tono agiografico si pongono a confronto religioni diverse, in cui il conflitto si risolve attraverso un episodio leggendario e fiabesco.
Nel Quattrocento la materia romanzesca e cavalleresca è ormai priva di aggressività ideologica, decade la mitologia carolingia e i saraceni sono diventati dei proficui soci in affari. Il caso del Morgante di Pulci ci offre l’occasione per riflettere sulle felicissime invenzioni linguistiche accompagnate da un notevole gusto parodistico e metaforico. L’episodio della professione di fede di Margutte diventa parodia e rovesciamento dei valori comuni, prendendo di mira sia la religione cristiana che quella musulmana e confermando la caduta dello spirito di crociata ( Pulci, Morgante, XVIII, 112-147).
Come non ricordare l’episodio di ser Ciappelletto trattato da Boccaccio nel Decameron e la sua dissacrazione delle virtù celebrate nei panegirici dei santi? Ma vorrei qui citare la novella di Abram giudeo dove vengono messi a confronto due mercanti di fedi diverse, la cui amicizia non viene impedita da un credo differente. Il rispetto reciproco, la bontà dei rapporti individuali sfuggono alle discriminazioni ideologiche e religiose.
Quale messaggio più felice di questo, soprattutto se inviato da uno scrittore realista e razionalista come Boccaccio?
La nostra società sta cambiando. Il rapporto ONU sulle migrazioni in Europa mette in luce il basso tasso di fertilità in Italia (1,2) a confronto di quello necessario per compensare le morti con le nascite (2,1). La “realtà effettuale” ci dice che, per evitare gravi scompensi sociali ed economici, dovrebbero entrare in Italia 300.000 immigrati l’anno per 25 anni (attualmente siamo a quota 100.000).
Gli immigrati sono una risorsa, ricostruiamo in un’epoca di globalizzazione, le condizioni per un sereno vivere comune.

PREGHIERA CRISTIANA
per Mohandas Karamchand Gandhi

di Lanza del Vasto

Ti rendiamo grazie, Signore, di avere, mediante Gandhi nostro padre, rinnovato l’insegnamento del Sermone sulla montagna.
Beati i poveri, ma perché? Se non perché nessuno può attaccarsi alle ricchezze senza privarne il prossimo per conservarle, senza asservirlo per accrescerle, senza combatterlo per difenderle, senza portare la colpa delle violenze e delle disgrazie del mondo che ricadono su tutti. Ma beato dunque chi si fa povero per amore dello spirito, perché porta in sé il Regno dei Cieli e la sua giustizia. Beati i miti (nessuno lo è se prima non si è fatto povero), perché possederanno la terra.
Quando? Quando i duri che la dominano e la devastano, essendosi spezzati gli uni contro gli altri, ricadranno dall’altezza delle loro babeli, ricadranno per terra e sotto terra. Allora i miti rialzeranno la testa e rifaranno un giardino della terra di cui avranno preservato le piante e le bestie, e con l’opera delle loro mani moltiplicato i frutti e la dolcezza.
Beati quelli che piangono (poiché i miti devono piangere) ma perché? Se non perché assieme a tutto il Creato soffrono i dolori del parto e saranno consolati con una nascita che mai non gusterà la morte.
E se piangono, è perché hanno fame e sete di giustizia in un mondo in cui tutti hanno fame di potenza e sete di sangue. Beati dunque tra gli affamati di piacere quelli che sanno digiunare, languire in prigione e sopportare i colpi. Perché? Se non perché la giustizia è la legge dell’essere, e quelli che vanno contro di essa mangiano il loro annientamento, mentre quelli che si nutrono del pane di verità vivranno.
Ma se la giustizia abita le loro viscere, si chineranno sui più deboli, come l’Onnipotente si è chinato su di loro, perché tale è la giustizia della grazia.
Beati i misericordiosi, poiché per misericordia il sangue della luce scende fino a vivificarci. Quindi chi dà riceve (anche se non chiede nulla), perché si apre per dare, e chi perde la sua anima la ritrova (anche se non la cerca), perché si apre all’infinito, e chi muore alla propria persona si sveglia e si apre alla vita eterna.
Puri coloro che sono così versati nell’acqua viva della misericordia, puri dalle brame e puri dal timore. Ora, come la tempesta intorbida la faccia delle acque, così la brama e il timore disfano lo specchio del cuore.
Beati dunque i puri di cuore, perché il cuore in pace mostra il suo fondo che è l’anima, e l’anima in pace con il suo fondo che è Dio. Ecco perché i pacificatori saranno chiamati Figli di Dio: essi ne portanol’immagine: Essi l’interrogano faccia a faccia e fanno la sua volontà.
Beati sono oggi che un nuovo maestro ha dato loro un’arma per far guerra alla guerra, per abbattere l’ingiustizia senza fare ingiuria nemmeno all’ingiusto, per resistere al male senza sottrarsi alla sofferenza, sapendo che il sacrificio è una potenza e un segno che vince, come lo provala Croce del Figlio dell’Uomo.
Ecco perché , perseguitati per la giustizia, essi sono beati, perché, entrati nella passione del Figlio, prendono parte all’opera dello Spirito. E il Regno dei Cieli appartiene loro.
AMEN.
Noi confessiamo davanti a Te, Signore, che grazie a lui queste verità rivelate un tempo da tuo Figlio, ma addormentate nel cuore degli uomini di oggi, si sono risvegliate in noi, illustrate da gesta che superano la gloria di tutti i dominatori della terra.
Ti supplichiamo dunque di annoverarlo fra i tuoi servitori, di riceverlo fra i tuoi profeti poiché egli apre e prepara le tue vie come san Giovanni Battista, nostro patrono. Dagli un luogo di frescura e di pace: poiché ha sperato in Te, Dio di Amore e di Verità, e testimoniato fino alla morte.
Dacci di seguirlo nella vita e nella morte, nell’umile lavoro e nel chiaro pensiero, di non lasciarci mai andare, di non smarrirci mai, ma di ascoltare sempre la piccola voce silenziosa.
AMEN.

Precisazione sull’Obiezione alle spese militari

A cura del Comitato di Coordinamento del MN

Il MIR e il Movimento Nonviolento sono stati nel lontano 1982 tra i primi iniziatori della Campagna OSM. Allora, a fronte della rottura del patto costituzionale (art.11) dovuto alla decisione di installare missili nucleari NATO a Comiso in contrapposizione a quelli altrettanto folli schierati dal Patto di Varsavia, chiamammo al gesto estremo della disobbedienza civile per contrastare la suicida corsa al riarmo e per chiedere e rivendicare una modalità nuova di pensare la difesa: quella di attuarla secondo i principi e i metodi della nonviolenza. Da quel momento avvenimenti epocali hanno cambiato il volto del mondo e tra questi la scomparsa stessa del Patto di Varsavia.
Nel luglio 1998 il Parlamento italiano ha approvato la Legge 230 che prevede l’avvio di forme di difesa nonviolenta. Poco prima, nella discussione della stessa L.230/98, la Camera ha approvato una raccomandazione che impegna il governo a lavorare per il riconoscimento dell’opzione fiscale. Insieme a questi parziali ma pur importanti riconoscimenti v’è la constatazione che la grande maggioranza degli aderenti alla campagna non sono obiettori effettivi, ma contribuenti volontari, anche in ragione delle innovazioni della normativa fiscale intervenute dal 1982 a oggi.
In considerazione delle ragioni storiche, politiche e giuridiche qui sinteticamente richiamate, in considerazione della natura della disobbedienza civile, che tanto più ha valore politico quanto più è di breve durata, mirata ad obiettivi concretamente conseguibili e praticabili da larghi strati popolari, il MIR e il MN hanno per parte loro dichiarato conclusa la campagna OSM (Assemblea di Cattolica) per convogliare le energie ad essa dedicate in altre e nuove forme di opposizione.
Infatti, nel breve arco che va dall’anno scorso a oggi abbiamo avuto la guerra del Kossovo, della Cecenia, di Timor Est, il rafforzamento della NATO, con parallelo sminuimento dell’ONU, il progetto italiano di esercito professionale, l’istituzione del servizio militare femminile, il tentativo di svuotare la legge sull’obiezione di coscienza e di paralizzare il Servizio Civile, l’aumento delle spese per gli armamenti (si pensi solo alla riproposizione USA dello scudo antimissilistico che ha avuto l’immediato plauso dell’allora ministro della difesa Scognamiglio).
Tutti segni inequivoci che le culture, le istituzioni gli interessi, fautori o prigionieri della guerra non sono sconfitti.
Per batterli chiediamo un rinnovato e vigoroso impegno a tutte le donne e gli uomini che vogliono costruire la pace con strumenti di pace. I nostri movimenti sono da sempre impegnati in questa direzione.
Il MIR e il MN, nati dalla sofferte pratica dell’obiezione di coscienza contro ogni guerra, hanno il pieno rispetto di ogni forma di obiezione.
In questo contesto chiedono a tutti/e i cittadini/e italiani/e uno sforzo di generosità sostenendo con la loro libera contribuzione iniziative propositive che mantengano una capacità di interlocuzione con gli organi dello Stato.

LA PACE PAGA, PAGA LA PACE

Marcia per la Nonviolenza, 24 settembre 2000

A cura delle Segreterie del MN e MIR

Il Movimento Nonviolento ed il Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR), raccogliendo un suggerimento di Piero Pinna, intendono promuovere una Marcia per la nonviolenza sul percorso Perugia – Assisi, il 24 settembre prossimo. L’iniziativa cadrebbe esattamente nella stessa data in cui si tenne la prima Marcia e non è parso senza significato questo richiamo alle origini ed ai caratteri che Capitini le attribuiva:

1) che l’iniziativa partisse da un gruppo indipendente e pacifista integrale ( Centro di Perugia per la nonviolenza);

2) che la marcia dovesse destare la consapevolezza della pace in pericolo nelle persone più periferiche e lontane dall’informazione e dalla politica;

3) che la Marcia fosse l’occasione ed il “lancio” dell’idea e del metodo nonviolento al cospetto di persone ignare o riluttanti o avverse;

4) che si richiamasse il Santo italiano della nonviolenza.

Pensiamo infatti ad un’iniziativa

1) che veda, fin dalla sua costruzione e proposta, l’impegno delle associazioni, dei gruppi, dei singoli amici della nonviolenza, ai quali perciò ci rivolgiamo perchè se ne facciano copromotori;

2) che contrasti la rassegnazione all’inevitabilità delle guerre che è l’implicita legittimazione degli eserciti;

3) che presenti la ricchezza e positività delle esperienze nonviolente, pur nella ristrettezza dei mezzi a disposizione, per l’umanizzazione, trasformazione e risoluzione dei conflitti;

4) che nel richiamo a Francesco d’Assisi sappia trasmettere a tutti un messaggio di unità e di apertura.

Alla proposta sono già pervenute adesioni significative e, per parte nostra, vedremo di coinvolgere anche le associazioni internazionali alle quali aderiamo (WRI e IFOR). Consideriamo particolarmente importante, anche per le prospettive di percorsi ed azioni comuni che può aprire, che l’iniziativa sia frutto di una discussione più ampia di quella, pur avvenuta ed in corso, nei nostri Movimenti. Sollecitiamo perciò il prezioso contributo di critica e proposta, affinchè si giunga ad una iniziativa persuasa e condivisa. Capitini ricordava che discussione significa scuotere con forza e perciò saggiare la solidità ed il valore di una proposizione. E’ quanto chiediamo e perciò siamo a disposizione per ogni incontro che si ritenga utile, ed in ogni caso invitiamo i rappresentanti di altre associazioni pacifiste e nonviolente alla riunione che si terrà la domenica 19 marzo 2000 alle ore 10 a Bologna in via Guerrazzi n. 14 presso il Centro Studi Poggeschi (dalla Stazione autobus n. 50, ma è raggiungibile anche a piedi in 15 minuti) per il concreto vaglio ed avvio dell’iniziativa.

Manifesto 2000 per una cultura della pace e della nonviolenza.

Cosciente della mia parte di responsabilità di fronte al futuro dell’umanità, e in particolare dei bambini di oggi e di domani, mi impegno nella vita quotidiana, in famiglia, al lavoro, nella mia comunità, nel mio paese e nella mia regione a
Rispettare ogni vita.
Rispettare la vita e la dignità di ogni essere umano senza alcuna discriminazione nè pregiudizio;
Rifiutare la violenza.
Praticare la nonviolenza attiva, rifiutando la violenza in tutte le sue forme: fisica, sessuale, psicologica, economica e sociale, in particolare nei confronti dei più deboli e vulnerabili, come i bambini e gli adolescenti;
Condividere con gli altri.
Condividere il mio tempo e le risorse materiali coltivando la generosità, allo scopo di porre fine all’esclusione, all’ingiustizia e all’oppressione politica ed economica;
Ascoltare per capire.
Difendere la libertà di espressione e la diversità culturale, privilegiando sempre l’ascolto e il dialogo senza cedere al fanatismo, alla maldicenza e al rifiuto degli altri;
Preservare il pianeta.
Promuovere un consumo responsabile e un modo di sviluppo che tengano conto dell’importanza di tutte le forme di vita e preservino l’equilibrio delle risorse naturali del pianeta;
Riscoprire la solidarietà.
Contribuire allo sviluppo della mia comunità, con la piena partecipazione delle donne e nel rispetto dei principi democratici, al fine di creare, insieme, nuove forme di solidarietà.
Mi impegno fin d’ora a contribuire alla “Marcia per la nonviolenza” in tutte le forme che mi saranno possibili

FINE SECOLO

Albert e John, antimilitaristi del 900

Di Mao Valpiana

Il ‘900, che ci siamo appena lasciati alle spalle, è stato un secolo contraddittorio, ha visto due spaventose guerre mondiali, ha conosciuto tragiche dittature, ha scoperto l’orrore dei campi di sterminio e dei forni crematori; ma è stato anche il secolo di grandi movimenti di liberazione, di rinascite spirituali, di cambiamenti epocali. Ma ciò che è emerso, nell’ultimo scorcio del 1999, è stata la speranza di pace. Un messaggio che ci è giunto anche dalle classifiche stilate per fine anno.
Secondo la rivista Time l’uomo del secolo è stato Albert Einstein (1879-1955), il padre della teoria della relatività, molto attivo nella lotta contro il militarismo fin dallo scoppio della prima guerra mondiale.
Tutti i critici musicali sono stati concordi nel concedere il primo posto alla canzone “Imagine” di John Lennon (1940-1980), l’anima dei Beatles, impegnatissimo contro la guerra del Viet-nam (Date una possibilità alla pace), fino a restituire alla regina il titolo di baronetto per protestare contro le spese militari.
Einstein e Lennon, pur nella loro diversità, sono legati da un filo comune: due uomini di pace che non hanno accettato la logica della guerra e si sono impegnati attivamente per la nonviolenza.
Due geni antimilitaristi militanti.
Einstein fu promotore di molti appelli per il disarmo nucleare: “Sono un pacifista convinto, per me uccidere in guerra non è colpa minore che commettere un comune assassinio. Solo l’abolizione radicale della guerra e della minaccia della guerra possono esserci di aiuto”.
Lennon ha lasciato il più bel manifesto per la causa della pace: “Immagina che non ci siano nazioni, nessuno da uccidere e niente per cui morire; immagina che tutti vivano la propria vita in pace, è facile se ci provi. Tu puoi dire che io sono un sognatore, ma non sono l’unico”.
Albert Einstein e John Lennon sono uniti anche da uno spiccato senso ironico. Einstein si definiva “un incorreggibile non-conformista” e tutti ricordiamo la sua foto mentre fa la linguaccia. John Lennon esibendosi davanti ai reali disse: “non serve che applaudiate, basta che facciate tintinnare i gioielli”. Entrambi hanno avuto un predecessore illustre, il Mahatma Gandhi, che davanti alle tragedie del mondo spesso ricordava: “Se non avessi il senso dell’umorismo, mi sarei suicidato da un pezzo”.
Umorismo e nonviolenza, un bel miscuglio per i due geni della scienza e del rock, e un ottimo viatico per il 2000.

LIBRI

A cura di Silvia Neyrotti

AA. VV. Gli Istituti e i Centri Internazionali di Ricerca per la Pace, stampato in proprio dal MIR di Padova e dai Beati i Costruttori di Pace di Padova, dicembre 1999, pag. 120, L. 7.000 (richiedere a MIR sede di Padova, via Cornaro 1/a, 35128 PD, versamento ccp n. 14128359).

E’ stata stampata proprio un’interessante ricerca sugli Istituti e i Centri Internazionali di Ricerca per la Pace.
La ricerca è stata curata in particolare dal MIR di Padova e edita congiuntamente dal MIR e dai Beati i Costruttori di Pace di Padova. Il libro è una guida aggiornata alle attività dei prestigiosi Istituiti e Centri internazionali di ricerca per la Pace, come, per citare i più noti, il SIPRI di Stoccolma e il PRIO di Oslo, ma anche degli altri 48 Istituti che vengono segnalati e di cui molti, anche impegnati nei movimenti per la pace, non conoscono né l’esistenza né il tipo di attività che in essi si svolge. Questa guida si rivolge sia a chi non ha i mezzi o le capacità di accedere a tali informazioni via Internet (anche per problemi linguistici) sia a chi, pur potendo disporre di un collegamento alla “Rete”, non è in grado di destreggiarsi in un contesto così vasto e di non agevole fruizione. Di ogni Istituto viene fornita, infatti, una breve scheda illustrativa, che spiega le attività dell’Istituto o del Centro di Ricerca: la scheda contiene anche i riferimenti per la ricerca su Internet dell’Istituto stesso.
Ma oltre che essere una guida il libro contiene anche altre cose.
Un’intervista a 5 direttori di altrettanti Istituti di ricerca che esprimono le loro opinioni sulle prospettive e sugli scenari che la ricerca per la pace dovrà affrontare nei prossimi anni.
Un articolo a 6 mani di I. M. Harris, L. J. Fisk e C. Rank che presenta la situazione attuale degli studi universitari per la pace nell’America del Nord ed in Europa Occidentale. E’ un articolo denso ed aggiornato, tratto dalla importante rivista “International Journal of Peace Studies” che crediamo potrà invogliare studenti e ricercatori italiani ad allargare i propri orizzonti e rivolgersi anche all’estero per approfondire gli studi in questa direzione. Il problema italiano, come al solito, è l’arretratezza delle strutture di ricerca e la loro scarsa presenza, specialmente in un ambito importante come quello della pace. A conferma di questo fatto l’articolo dedica alla situazione degli studi universitari italiani solamente 12 righe, mentre alla Spagna, che pure ha iniziato da poco l’attività in questo settore, vi sono dedicate ben 37. Ma se proprio vogliamo consolarci la Francia è assente del tutto.
Proprio di fronte a questa situazione italiana di carenza di ricerca per la pace il libro contiene un interessante suggerimento per i nostri politici: una bozza di proposta di legge per la creazione anche in Italia di un Istituto di ricerca per la pace sul modello di quelli esistenti (e funzionanti) in Nord Europa.Se questa proposta fosse adeguatamente conosciuta, divulgata e sostenuta potrebbe anche essere raccolta da qualche parlamentare di buona volontà: se nel decennio dell’educazione alla nonviolenza istituito dall’ONU l’Italia si dotasse anche di un’adeguata struttura di ricerca ciò costituirebbe un importante sviluppo in un ambito così importante, ma così spesso trascurato.

Sergio Bergami

Aldo Capitini, Il potere è di tutti, a cura del Centro Studi Aldo Capitini, Perugia 1999, Guerra Edizioni, pagg. , L. 27.000

Nel centenario della nascita dell’autore viene proposta una seconda edizione, riveduta e corretta, de Il potere è di tutti di Aldo Capitini. L’edizione precedente, pubblicata da la nuova Italia nel 1969, era da tempo esaurita.
L’opera, introdotta da Norberto Bobbio e con prefazione di Pietro Pinna, è arricchita da un saggio di Alberto de Sanctis sull’ideale omnicratico. Il volume contiene Omnicrazia: il potere di tutti, che è l’ultima opera di Capitini, scritta nella primavera-estate del 1968 e rappresenta la conclusiva sintesi del nesso TRA omnicrazia, realtà di tutti, compresenza e nonviolenza e la sua collaborazione storico-critica nelle esperienze culturali del secolo. Il testo raccoglie anche interessanti articoli, tratti dal mensile Il potere è di tutti (edito dal gennaio 1964 al dicembre 1968), promosso da Capitini in parallelo ad Azione Nonviolenta. Ulteriore motivo di interesse è costituito dalla presenza delle Lettere di religione: 63 scritti, pubblicati dal gennaio 1951 all’ottobre 1968 (l’ultimo uscì postumo).
Si tratta dunque della riproposizione di scritti particolarmente significativi, che l’impegno personale, anche economico, dei curatori ha consentito di realizzare ad un prezzo contenuto.

Daniele Lugli

Dissento e non mi adeguo

Cari amici,
abbiamo letto sull’ultimo numero di novembre il resoconto del XIX congresso del Movimento Nonviolento che si è svolto di recente a Pisa e ci è sembrato che esso non renda a sufficienza, per i lettori non presenti al congresso, la diversità di posizioni e anche le dinamiche conflittuali che si sono sviluppate tra i partecipanti.
Come ci ha insegnato Aldo Capitini, non bisogna temere i conflitti, anzi gli amici della nonviolenza diventano, quando è necessario, suscitatori di conflitti.
Due ci sembrano, allora, le questioni irrisolte dal congresso e che devono mobilitare in futuro tutti gli amici della nonviolenza, anche chi a Pisa non c’era.
Innanzitutto, numerose sono state le richieste sollevate in assemblea, soprattutto da parte dei giovani e delle donne, di una gestione del movimento e del congresso più aperta, diversa da linguaggi e metodi burocratici in uso nei partiti, favorendo un percorso personale e comunitario più autenticamente nonviolento.
Poi, il tema cruciale della campagna di obiezione alle spese militari, riproposta a larga maggioranza, con il solo dissenso di Pier Carlo Racca di Torino, nella commissione lotta e alternativa alle spese militari, con numerose sollecitazioni in questo senso venute anche da parte di non iscritti al movimento, e concretizzatasi in una mozione congressuale che è stata, però bocciata dall’assemblea plenaria, anche in conseguenza dei veementi interventi contrari dei principali dirigenti storici del movimento, che si sono chiusi a riccio sulla questione, quasi sentendosi minacciati di sfiducia rispetto alle pregresse decisioni.
Ma un gruppo dirigente illuminato e aperto non deve, forse, essere sempre capace di mettersi in discussione, verificando sui nuovi elementi che man mano emergono, la validità delle precedenti decisioni ?
Or dunque, la guerra del kossovo, il rafforzamento della Nato, il progetto italiano di esercito professionale, l’istituzione di un servizio militare femminile, la creazione di un esercito europeo, il tentativo di svuotare la legge sull’obiezione di coscienza e di paralizzare il servizio civile, l’aumento delle spese per gli armamenti (si pensi solo alla riproposizione USA dello scudo antimissilistico che ha avuto l’immediato plauso dell’allora Ministro italiano Scognamiglio) richiedono di mettere urgentemente al primo posto la lotta contro il nuovo modello di difesa e l’escalation delle spese militari, per un riconoscimento anche fiscale dell’opzione alternativa della Difesa popolare nonviolenta.
Rispetto a questo obiettivo quale forma di disobbedienza civile e di non collaborazione più efficace e più chiara della dichiarazione di obiezione al momento della dichiarazione di redditi ?
Non sarebbe il caso, proprio nella direzione di una costituente della federazione dei nonviolenti e della marcia 2000 per la nonviolenza, auspicate dal congresso, fare un grande gesto di umiltà e di riconciliazione con le altre associazioni e con gli obiettori fiscali, riconoscendo la propria parte di colpa nella sterile polemica riguardo alla chiusura o al rilancio della campagna OSM ?
Riconoscere i propri errori non è forse il coraggio dei forti e dei nonviolenti ?
Queste sono le domande poste con forza e chiarezza dalla mozione presentata al congresso dal gruppo pisano e che il voto contrario (21 no, 4 sì, 4 astenuti) non può mettere a tacere, perché sono riproposte dall’urgenza e dalla drammaticità degli avvenimenti politici. Per questo chiediamo ai lettori di Azione nonviolenta, agli iscritti assenti a Pisa, di riaprire una riflessione e una discussione capaci di far uscire il movimento dal cul-de-sac in cui si è cacciato.

Rocco Altieri (Pisa)

Confermiamo la nostra scelta

Carissimo Rocco,

abbiamo sentito come un contributo che viene dalla profondità e radicalità della tua persuasione nonviolenta la lettera che ci hai fatto pervenire e della quale ti ringraziamo prendendo in attento esame i punti su cui richiami l’attenzione nostra e più in generale del Movimento.
Sulla richiesta di una “gestione del Movimento e del congresso più aperta” non abbiamo difficoltà ad ammettere limiti ed insufficienze che non sono solo di ordine pratico ma anche legati alla nostra capacità di ideazione. In questo senso ci dichiariamo grati delle sollecitazioni venute soprattutto da parte di giovani e di donne e attendiamo che si traducano in proposte dettagliate e, possibilmente, in conseguenti assunzioni di responsabilità operative.
Sulla richiesta di riconsiderare la nostra decisione relativa all’aver dichiarato conclusa la campagna OSM non possiamo consentire, semplicemente perché non è più una decisione nostra ma del Congresso stesso. Questa decisione non è avvenuta con una maggioranza risicata, ma con 21 favorevoli a fronte dei 4 contrari.
Noi siamo sicuri, perché siamo tra essi, che i 21 favorevoli alla conclusione non trascurano, anzi sono come te preoccupati della guerra del Kossovo, del rafforzamento della NATO, del progetto italiano di esercito professionale ecc…Siamo però convinti, a differenza dei 4 contrari, che la campagna OSM ha avuto un primo e sia pur parziale risultato concreto con la Legge 230/98, dove, nero su bianco, c’è il riconoscimento della difesa non armata e nonviolenta e con la raccomandazione parlamentare che impegna il governo ad iniziare il lavoro per il riconoscimento legale all’opzione fiscale .Tali acquisizioni, durando la campagna da 18 anni, cioè da un tempo durante il quale sono avvenuti radicali cambiamenti storici e giuridici, sono, a nostro parere, la ragione per una dichiarazione positiva di conclusione.
A questo risultato pervenimmo in modo unanime con tutti i movimenti co-promotori nella riunione svoltasi a Bologna il 6 settembre 1998 sottoscrivendo un documento preparatorio dell’Assemblea di Cattolica (16-17 gennaio 1999) nel quale, dichiarando conclusa la campagna OSM, ne prefiguravamo una nuova , non più fondata sulla disobbedienza civile (nei fatti sempre meno praticata a favore di una diffusa oblazione), ma sul volontario contributo per la pace.
In quella riunione bolognese don Antonio Dall’Olio, segretario di Pax Christi, ne propose addirittura la formulazione con il motto “La pace paga, paga la pace” che fu unanimemente accolto.
L’Assemblea di Cattolica si è conclusa con una decisione diversa, perdendo in tal modo l’occasione preziosa di rilanciare una iniziativa comune. L’esito modestissimo della campagna 1999, nonostante si svolgesse nel pieno della partecipazione italiana alla guerra del Kossovo, dimostra da un lato l’importanza dell’unità delle forze che si oppongono alla guerra, e dall’altra il logoramento di una proposta che aveva bisogno di rinnovarsi.
In questa situazione ci pare ingeneroso e sbagliato attribuire a MIR e MN, che hanno avuto sempre posizioni univoche e chiare, la causa di confusioni e polemiche. Tuttavia, come ulteriore precisazione, la segreteria del MN, in collaborazione con quella del MIR, ha scritto un documento che è insieme di distinguo e di sostegno alla campagna “La pace paga, paga la pace” (pubblicato in questo stesso numero a pag. 19).

Cari saluti,
La Segreteria ed il Comitato di coordinamento del Movimento Nonviolento

E il vegetarianesimo?

Come nonviolenti e antimilitaristi, ciascuno di noi ha fatto il possibile per cambiare se stesso e un poco anche quanti ci conoscono? Io faccio un’autocritica ma lo chiedo anche a voi.
Il Movimento Nonviolento fondato da Aldo Capitini, che ci ha insegnato o proposto i principi della nonviolenza applicati fino al rispetto di tutti gli esseri, animali compresi, quanto è cresciuto?
Nell’ultimo congresso di Pisa mi sembra si accenni vagamente a questo tema specifico; la commissione preposta propone: ”la riduzione del consumo di carne”, ma forse si ritiene questa scelta marginale, poco importante di fronte a un mondo in perenni guerre tra “uomini”.
Anche se siamo quattro gatti e facciamo solo opera di testimonianza, sono convinto che sia importante.
Io m’impegno a seguire la strada indicata da Capitini, anche di fronte ai soliti giornalieri risolini e alle paterne raccomandazioni: la carne è necessaria!
Ritengo che in questi ultimi anni il tema del vegetarianesimo sia stato molto approfondito nei suoi vari aspetti: etici, religiosi, medici e politici (V. ad es. il 6° Congresso Europeo / SET. 97); e quindi le ragioni di tale scelta siano molto più solide, profonde ma anche più facili.
Al Congresso di Pisa del M.N. rilevo invece che sono giunti i saluti della LAV (Lega Antivivisezione), ma non dell’AVI (Associazione Vegetariana Italiana), che è stata fondata dallo stesso Capitini. Si tratta di una dimenticanza, o altro? Dovrebbe trattarsi di due movimenti che lavorano insieme per affermare gli stessi principi.

Mi auguro di non aver sollevato dei vespai e spero in una Vs. risposta.

Cordiali saluti e auguri!
italo Stella – Clusone BG