• 15 Agosto 2022 12:14

Azione nonviolenta – Gennaio-Febbraio 2001

DiFabio

Feb 5, 2001

Azione nonviolenta gennaio febbraio 2001

– …Trentotto anni portati bene…
– Cosa farebbe Gandhi se fosse vivo ? intervista all’ultimo dei Gandhiani
– Beati i militari, costruttori di pace…?
– Ma quale Giubileo? Le contraddizioni della Chiesa
– Giovani obiettori del Burundi. La nuova speranza del paese
– Un progetto per il dialogo inter-etnico in Kosovo
– La nonviolenza e’ in cammino, meglio viaggiare informati
– Congo: 50 milioni di civili dimenticati dal mondo
– Tornare in Cecenia terra dimenticata

Rubriche

– Testimoni
– Storia
– Economia
– Cinema
– Musica
– Libri
– Educazione
– Lettere

Trentotto anni portati bene

di Mao Valpiana

Dunque Azione nonviolenta entra nel trentottesimo anno di vita. E’ un bel traguardo per una rivista come la nostra. Aldo Capitini ci ha lasciato un patrimonio culturale e di esperienza di grande ricchezza. La rivista da lui voluta esce regolarmente dal 1964, ed oggi Azione nonviolenta è ormai una realtà consolidata non solo per il movimento nonviolento. Sinceramente mi sento onorato e inadeguato a ricoprire il posto di direttore di Azione nonviolenta che nei decenni scorsi fu prima di Aldo Capitini, poi di Lamberto Borghi (recentemente scomparso e che ricordiamo a pag. 18), quindi di Pietro Pinna e infine di Matteo Soccio. Nell’anno appena passato abbiamo cercato di migliorare il livello qualitativo della rivista (contenuti e grafica), e la risposta dei lettori ci conforta a proseguire sulla strada intrapresa. Anche il nostro sito internet (www.nonviolenti.org) è molto frequentato (oltre settemila contatti in pochi mesi) e contribuisce a far conoscere Azione nonviolenta a nuovi amici.
Il Movimento Nonviolento, cui spetta la responsabilità e l’indirizzo della rivista, condivide e rispetta la linea e l’autonomia editoriale di un mensile cui un’area sempre maggiore guarda come punto di riferimento, di informazione e anche di formazione. La rivista oggi viene stampata in 2000 copie, gli abbonati sono 1.500. Riteniamo quindi possibile, e necessario, raggiungere entro la fine del 2001 la crescita degli abbonamenti, ponendoci come obiettivo quello di raggiungere quota duemila. Ciò garantirebbe anche un margine economico per sviluppare altre attività editoriali nonviolente (opuscoli, depliant, libri) che oggi restano nel cassetto. Dunque l’appello è rivolto agli attuali lettori, che facciano conoscere, se l’apprezzano, Azione nonviolenta ad altri nuovi potenziali abbonati.

Il programma
Quest’anno saremo accompagnati da alcune rubriche fisse. Tramite le nuove caselle di posta elettronica, i lettori dotati di e-mail potranno rivolgersi direttamente ai redattori che ne curano i contenuti. Leggeremo dal punto di vista nonviolento di Cinema, di Musica, di Economia, di Educazione, di Storia, oltre alle consuete pagine dedicate ai Libri e agli Appuntamenti. Cercheremo anche di dare sempre più spazio alle interviste, facendo parlare i protagonisti noti o non noti di iniziative nonviolente.
Per i prossimi mesi abbiamo messo in cantiere alcuni numeri che avranno particolare attenzione alla questione Balcani (dieci anni dopo la crisi Jugoslava), alla Formazione nonviolenta, e al tema della Memoria (nazismo, campi di sterminio, perdono).
In questo numero, oltre a ricordare l’anniversario della morte di Gandhi con una intervista a Jagannathan, abbiamo voluto fare una riflessione critica sul Giubileo appena concluso. All’interno del Movimento Nonviolento si sta affrontando un dibattito su “laicità e religiosità della nonviolenza”. Forse si può affermare che al Movimento Nonviolento, apartitico e aconfessionale, Capitini ha voluto dare una matrice laica e insieme un senso religioso. Sia la cultura laica, sia la cultura cattolica hanno indubbiamente bisogno di un’aggiunta nonviolenta. Azione nonviolenta vuole dare il proprio contributo a questa riflessione.
Quest’anno proseguiremo anche il cammino “verso la federazione dei nonviolenti organizzati”, iniziato con la Marcia nonviolenta “Mai più eserciti e guerre” del 24 settembre 2000. A pagina 17
di questo numero presentiamo la bella iniziativa di informazione telematica “La nonviolenza è in cammino” che ha preso il via proprio dalla Marcia Perugia-Assisi.
Infine, un grazie a tutti i lettori, per i continui stimoli, le proposte, i suggerimenti, gli aiuti e anche i contributi economici che quotidianamente arrivano in redazione. Buon lavoro a tutti noi.
Cosa farebbe Gandhi se fosse vivo

Intervista all’ultimo dei gandhiani

Mohandas K. Gandhi moriva assassinato il 30 gennaio del 1948.
Dopo 53 anni un suo compagno di lotta è ancora impegnato per liberare l’India dagli stessi mali che il Mahatma combatteva con la nonviolenza.
Jagannathan (presidente del Tamil Nadu Grama Swaraj Movement) incarna perfettamente lo spirito gandhiano, nelle sue scelte di vita come nelle lotte per quella che definisce “la libertà dell’uomo comune”. All’età di 90 anni, Jagannathan può vantare un passato di 60 anni di lotte nonviolente, prima per l’indipendenza dell’India dal dominio inglese, poi per i diritti dei braccianti agricoli del Tamil Nadu. Al suo fianco la moglie, l’instancabile e straordinaria Krishnammal, compagna delle sue lotte. Quelle che seguono sono le riflessioni che Jagannathan ha voluto condividere con noi.

Intervista a cura di Laura Coppo

Sono contento di poter condividere con voi quello che penso a proposito di cosa farebbe Gandhi se fosse vivo.
Ci sono molti problemi scottanti nel nostro paese, ma io penso che il più urgente sia il clima creatosi tra India e Pakistan, che peggiora di giorno in giorno. La violenza tra i due stati, e non solo la violenza delle armi, ma anche la violenza e l’odio che si sono creati nei cuori di indiani e pakistani, è una deplorabile disgrazia. Se Gandhi fosse vivo si occuperebbe innanzitutto di questo problema, che occuperebbe interamente la sua mente.
Cinque anni fa soldati pakistani sono penetrati nella regione del Kargill, e da allora si combatte. C’è enorme violenza da entrambe le parti. Ma come portare alla pace? Anche durante il periodo della lotta per l’indipendenza il problema hindo-musulmano era ben presente, e gli inglesi ne avevano approfittato. Appoggiando talvolta gli hindu, talvolta i musulmani, avevano utilizzato questa divisione come strumento per il loro dominio, contribuendo largamente ad alimentarla. Era il sistema che avevano adottato, la politica del “divide et impera”. Consapevole di questo, quando diede vita al movimento per l’indipendenza, Gandhi si impegnò in un “programma costruttivo” per l’unità hindo-musulmana. Anche nel bel mezzo della lotta contro il dominio inglese, egli pensava che tale scelta fosse fondamentale per ottenere l’indipendenza, dato che proprio la divisione tra hindu e musulmani veniva usata come strumento di potere.
Grazie ai suoi sforzi, molti musulmani si unirono al Movimento di Liberazione Nazionale. Ma come sapete, nel 1947, quando ottenemmo l’indipendenza, il paese dovette essere diviso. Gandhi era terribilmente contrario alla partizione. Disse: “Stiamo per diventare liberi, ma è come se il mio corpo fosse spezzato in due”. Egli pensava di portare l’India all’indipendenza come paese unito, ma fallì, e il Pakistan divenne uno stato autonomo, diviso poi in Pakistan Orientale1 e Occidentale. Questo portò a un’incredibile migrazione di massa. I musulmani si spostarono in Pakistan, e gli hindu in India. Centinaia di migliaia di persone. Vi furono terribili, feroci massacri. Gi hindu e i musulmani si uccisero a vicenda. Fu un’orribile tragedia. Gandhi si recò allora prima in Bengala, poi in Bihar, le zone dove i massacri erano più atroci. Nel Pakistan Orientale la maggioranza era musulmana, in Bihar invece erano in maggioranza gli hindu, ed erano i musulmani ad essere uccisi. Gandhi si spostò di villaggio in villaggio per fermare questa incredibile ondata di violenza. Passò così gli ultimi giorni della sua vita: alla sua tarda età, camminava aiutandosi con il bastone per strade accidentate, portando il suo messaggio di pacificazione. Ebbe successo, ma solo in parte.
Il 15 Agosto 1947 ottenemmo l’indipendenza. Lord Mountbatten, il viceré inglese, ammainò la bandiera inglese e alzò quella indiana. Fu la libertà. E’ un fatto straordinario che fu lo stesso rappresentante dello stato che ci aveva governato per tanti anni ad innalzare la nostra bandiera: questo è il risultato di una lotta nonviolenta.
Tutti avrebbero desiderato che Gandhi fosse a Delhi quel giorno. Lord Mountbatten gli inviò un messaggio che diceva: “Per favore, venga. Lei è il padre della nazione e dovrebbe essere qui nel momento in cui la vostra bandiera viene innalzata. Ma Gandhi rispose: “No, non verrò a Delhi. Sarò qui, nel campo di battaglia, a cercare di fermare questi terribili massacri. Sono nel mezzo di un’orribile tragedia, non posso venire.”
Per lui l’unità tra hindu e musulmani era un punto fondamentale. E’ per questo che fu ucciso da un fanatico hindu, perché considerava i musulmani suoi fratelli. Perciò penso che se fosse ancora qui la sua principale preoccupazione sarebbe riportare la pace tra India e Pakistan, e porre termine al conflitto. Ma chi si preoccupa di questo adesso? Nessuno. Tutti gli indiani pensano: “Oh, il Pakistan è il nemico, i musulmani sono i nemici”, e tutti i musulmani pensano che lo siano gli hindu. Questa inimicizia cresce di giorno in giorno. Se noi trovassimo il modo di riportare la pace, potremmo dare un esempio enorme al mondo, così come Gandhi ha dimostrato al mondo che è possibile liberarsi da giogo del colonialismo in modo nonviolento. Allora cosa si può fare?
In India vivono 60 milioni di musulmani, che non sono affatto felici di essere in India. Vivono qui con il cuore in Pakistan, non hanno alcun sentimento nazionale e non si sentono indiani. E per questo gli hindu li considerano nemici. E’ terribile. Quindi penso che Gandhi cercherebbe in primo luogo di riportare fratellanza e amicizia fra indiani musulmani e indiani hindu. Cercò di farlo anche ai suoi tempi, con il programma costruttivo. Ma Gandhi non è qui. Allora che fare? Io penso che tra i seguaci di Gandhi non ci siano più grandi personalità come Vinoba Bhave o Jayaprakash Narayan, ma ci sono tanti validi operatori gandhiani nei diversi stati, come lo siamo io e Krishnammal in Tamil Nadu. Dovremmo allora assumerci il compito di creare un grande movimento per la pace e la fratellanza fra le due comunità. Dovrebbero esserci innanzitutto conferenze tra leader hindu e musulmani, a livello nazionale, statale e distrettuale. La pacificazione dall’alto, a livello politico, è necessaria, ma non basta. Quindi dovrebbe esserci anche un grande movimento di donne. Per loro natura le donne, che purtroppo in India sono poco presenti in politica, possono costituire un grande fattore di riconciliazione, unità, pacificazione. Loro possono dire “dobbiamo vivere come una grande famiglia”. Un impegno delle donne può avere un impatto enorme!
Poi ci sono i giovani, che oggi sono le più facili prede dell’odio; strumentalizzati dai gruppi estremisti, vengono addestrarti a usare bombe ed armi, e addirittura organizzati in piccoli eserciti. Quanti ne sono già morti nell’area del Kargill! Quindi è opportuno organizzare gruppi di giovani per la pace.
Poi c’è la questione del Kashmir, conteso fra India e Pakistan. In quell’area ci sono il Jammu a maggioranza hindu, il Ladakh a maggioranza buddhista e il Kashmir musulmano. Prima questi tre stati erano una sola regione che ospitava tre religioni diverse. Ma in qualche modo subito dopo l’indipendenza i pakistani sono riusciti a scacciare gli hindu, che costituivano un terzo della popolazione, dall’area dell’attuale Kashmir, e adesso sostengono che il Kashmir è musulmano e dovrebbe andare al Pakistan.
Penso che Gandhi si impegnerebbe in una strategia nonviolenta per risolvere questo conflitto, insistendo sul fatto che in quell’area hindu, musulmani e buddhisti sono convissuti pacificamente per secoli. Cercherebbe di creare una comunità ideale che potrebbe essere di esempio per il mondo. Quindi gli hindu dovrebbero tornare in Kashmir, disarmati, invitando i musulmani a spostarsi in Jammu se lo desiderano. Immaginate un esercito pacifico di 10.000 satyagrahi che entrino in Kashmir dicendo: “Bene, noi vogliamo tornare a casa: non abbiamo intenzione di usare la violenza, e se volete ucciderci, fate pure!”. Dovrebbe essere un trasferimento di persone attuato in modo fraterno, umano, amorevole. Penso che noi gandhiani indiani dovremmo lanciare un movimento del genere. A causa della mia età e dei miei problemi agli occhi2 non posso pensare di spostarmi per tutta l’India, ma posso chiedere agli altri leader di lavorare alla nascita di un movimento nazionale per l’unità hindu-musulmana, e posso di certo far qualcosa qui in Tamil Nadu. Anche se il nostro obiettivo principale è il Gram Swaraj, l’autonomia di villaggio, non dobbiamo perdere di vista questi problemi. Risolverli significa rafforzare il movimento per il Gram Swaraj.
Ho fiducia in questa possibilità; preparerò un manifesto, avrò colloqui con i diversi partiti e spero di poter iniziare questo lavoro ora, all’inizio di questo nuovo millennio.
Questi sono i principali problemi che vedo in India. Ma a causa della mia salute non posso fare troppo. Spero di poter portare avanti l’esperimento almeno qui in Tamil Nadu. Perciò nel giorno dell’anniversario di Gandhi prego Dio di poter contribuire all’unità hindo-musulmana per arrivare ad una società nonviolenta attraverso la nascita delle repubbliche di villaggio; ho la speranza di avere successo qui in Tamil Nadu, dove 30 anni di lavoro ci hanno dato una grande forza.
Questo è il mio messaggio.
Beati i Militari, costruttori di pace…?
Il Giubileo del Papa, le risposte dei nonviolenti

A cura di Elena Buccoliero

Se il tema di fondo era quello della difesa e della pace, il 19 novembre 2000 a San Pietro c’erano molti assenti mentre Giovanni Paolo II celebrava il Giubileo dei Militari, ignorando totalmente l’impegno degli obiettori di coscienza e di tanti singoli, gruppi e movimenti che, dentro e fuori dalla chiesa cattolica, cercano la pace attraverso la nonviolenza.
Il nodo è ancora una volta la scelta dei mezzi con cui difendere la giustizia e il rispetto dell’uomo, se è vero che nel discorso del Pontifice le strategie nonviolente sono state menzionate appena, e tra parentesi, per poi giustificare la logica della “ingerenza umanitaria”. I militari, poi, sono “sentinelle del mattino”, “costruttori di pace” che seguono la “vocazione” di “ministri della sicurezza e della libertà”. A loro il Papa ha detto: “Cristo vi chiama ad essere santi”.
L’iniziativa, e il discorso che Giovanni Paolo II ha pronunciato in quella circostanza, hanno suscitato critiche e opposizioni rispettose e forti. Tra queste, il Giubileo degli Obiettori di Coscienza, voluto da Pax Christi, a Barbiana il 4 novembre scorso.
Nelle righe che seguono ascoltiamo i brani centrali del discorso del Papa (in corsivo) e le risposte giunte da tanti “operatori di pace”. Ricostruiamo così un dibattito immaginario, dove accanto al Pontefice siedono giovani, studiosi, religiosi, amici della nonviolenza. La nostra carrellata è probabilmente parziale, e di questo ci scusiamo. Le fonti a cui attingiamo sono citate in nota.

La guerra ci sarà sempre?
La pace è un fondamentale diritto di ogni uomo, che va continuamente promosso, tenendo conto che “gli uomini in quanto peccatori sono e saranno sempre sotto la minaccia della guerra fino alla venuta di Cristo” (Lumen Gentium, 78).
– La guerra come istituzione deve essere ritenuta insuperabile nella storia? La violenza istituita e legalizzata non è cosa ben diversa e più grave di quella illegale e criminale? Oggi che anche la guerra è illegale, in forza di reali obblighi giuridici ad abolirla (Onu, Costituzione), perché è ancora una istituzione statale, dal momento che lo Stato ha l’esercito, cioè lo strumento della guerra? (3)

Beati i militari, costruttori di pace?
Siate uomini e donne di pace. (…) Siate sempre attenti a scorgere e ad incoraggiare ogni segno positivo di rinnovamento personale e sociale. Siate pronti a favorire con ogni mezzo la coraggiosa costruzione della giustizia e della pace.
– (Si ignora forse che) da anni un numero sempre crescente di persone impegna la propria vita nel servizio alla società anche in situazione di conflitto armato, mettendosi dalla parte delle vittime, promuovendo spazi di dialogo e convivenza. Organizzazioni ecclesiali da anni usufruiscono del lavoro prezioso degli obiettori di coscienza, che tuttavia stanno ancora aspettando di essere accolti e riconosciuti al cuore della chiesa. (1)
– Chiediamo la grazia della santa povertà, quella povertà che ha attraversato la vita di Gesù (ed è) guardare il mondo con gli occhi delle vittime, dei poveri, dei piccoli, senza avere la presunzione di dominarlo e di guidarlo. Povertà che è rifiuto della logica del nemico e della difesa, perché si difende solo chi è ricco e forte…. Dobbiamo chiedere al Signore la grazia di essere una chiesa senza nemici, una chiesa senza difesa. (5)

Con quali mezzi disarmare l’aggressore?
Talora questo compito (promuovere la pace, n.d.r.), come l’esperienza anche recente ha dimostrato, comporta iniziative concrete per disarmare l’aggressore. Intendo qui riferirmi alla cosiddetta “ingerenza umanitaria”, dopo il fallimento degli sforzi della politica e degli strumenti di difesa non violenti…
– (Su questo punto sono state espresse) due posizioni estreme: quella di chi ha apprezzato quelle parole come riconoscimento della priorità, quantomeno cronologica, degli “strumenti di difesa nonviolenti”, e quella di chi ha rilevato l’accoglimento della mistificazione della guerra travestita da “ingerenza umanitaria”. (4)
– Chi impedisce la formazione di una vera forza di polizia internazionale, se non le fazioni più potenti e ingiuste? Chi decide quando la politica, le trattative e la nonviolenza sono fallite? Chi le fa fallire volutamente? Non sono forse gli stessi che non ci credono, che le boicottano, perché credono e hanno interessi solo nelle armi? (3)
– Ci appelliamo al Santo Padre, perché chieda ai governanti degli Stati la creazione di Corpi Civili Di Pace. (1)
– La nonviolenza non è una parentesi tra politica e guerra, ma una alternativa radicale alla guerra. E’ una proposta di azione che suscita il conflitto contro l’ingiustizia (ed è quindi azione politica) ed insieme costituisce un ripudio assoluto, limpido e intransigente, di ogni violenza e di quella violenza delle violenze che è la guerra. (4)

Che cosa si intende per ingerenza umanitaria?
(L’ingerenza umanitaria è) l’estremo tentativo a cui ricorrere per arrestare la mano dell’ingiusto aggressore.
– E’ veramente possibile, con l’esperienza della storia, disarmare le armi con le armi, senza seminare altra fede nelle armi e altro odio negli animi? Se possono fallire i mezzi umani, non falliscono ancora di più i mezzi disumani delle armi nel cercare la giusta pace, che non è mai frutto della guerra? (3)
– In ogni guerra ciascun governo e ciascun esercito sono convinti di combattere per i nobili motivi della difesa della pace e della giustizia. Triste spettacolo quello in cui, prima della battaglia, nei due campi militari si invocava Dio, magari chiamandolo con lo stesso nome, a presidio dei valori che si intendevano difendere, armi in pugno! (2)
– Il giusto concetto di ingerenza umanitaria come superiorità del diritto alla pace rispetto alle sovranità statali, deve essere pensato solo nella forza armata e non nella forza nonviolenta? Non c’è forse una differenza sostanziale tra la purtroppo ancora necessaria forza della polizia, limitata e limitatrice, e la violenza tremenda degli apparati bellici, distruttiva anche quando si maschera da pacificatrice? Non è forse evidente che gli eserciti, che oggi vorrebbero apparire come forze di polizia, si dotano di sempre più terribili e costosissimi mezzi non di contenimento ma di distruzione, sui quali speculano criminali profittatori? (3)

Il codice militare è il Vangelo?
(rendo) omaggio a tanti vostri amici che hanno pagato con la vita la fedeltà alla loro missione. (…) Essi hanno fatto del Vangelo il codice dei loro comportamenti. (…)
– (Don Lorenzo Milani) nel corso del suo ministero sacerdotale ha sofferto l’incomprensione e l’isolamento anche della sua Chiesa e proprio a causa della pace e della giustizia. Ci chiediamo se non sia giunto il momento che anche il Magistero possa riconoscere lo spirito profetico e sinceramente evangelico di questo suo figlio riabilitando la sua memoria e le sue opere. (2)

I militari sono difesi da Dio?
E per poter realizzare questa vostra missione, “Prendete… l’armatura di Dio… State ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede… prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio” (Ef. 6, 13-17).
– Il Cristo che ordina a Pietro di riporre “la spada nel fodero”, il Principe della Pace annunziato dai profeti che insegna ad “amare i nemici e a pregare per essi”, ad assumere uno stile di vita nonviolento fino a “porgere l’altra guancia”, il Servo che suggella la sua vita perdonando i suoi uccisori dalla cattedra dolorosa della croce non può benedire l’uso delle armi. (2)
– Per rimanere fedele a Cristo la Chiesa accoglie tutti, ma fa la scelta preferenziale per i poveri; così pur accogliendo i militari deve fare la scelta preferenziale della nonviolenza per raggiungere la pace. (1)
– Il Papa crede o no che ci sono nei popoli, se educati e incoraggiati, e non solo in pochi santi, forze morali superiori alle armi, e cioè l’obiezione di coscienza, la disobbedienza civile, la non collaborazione al male? (3)

Gli eserciti sono uno strumento di evangelizzazione?
Grazie, carissimi, per la vostra coraggiosa opera di pacificazione in Paesi devastati da guerre assurde (…)
Ed anche (6): Il mondo militare, nel passato come nel presente, si presenta spesso come veicolo di evangelizzazione e luogo privilegiato per raggiungere le vette della santità. (…) questa splendida schiera di credenti e di santi vi incoraggia a proseguire nel vostro apostolato.
– Nella Chiesa dei primi secoli, l’esempio e la parola di Cristo sono stati presi così alla lettera da escludere la possibilità per i cristiani di prestare il servizio militare: “Non c’è punto d’incontro tra le promesse battesimali e il giuramento militare […], ma il cristiano come potrà servire l’esercito anche in tempo di pace senza la spada che il Signore abolì? […] Una stessa anima non può appartenere a due padroni, a Dio e a Cesare “(Tertulliano, De Idololatria 19,1-3).
– Chiediamo perdono perché siamo una chiesa che non opera la pace secondo il vangelo e che dunque, secondo le Beatitudini, non potrà essere figlia di Dio. (Ricordando la guerra in Kossovo:) abbiamo arrossito del Vangelo e ci siamo vergognati di esso e di stare nel mondo come agnelli in mezzo ai lupi. Non abbiamo pensato alla tragedia delle vittime, abbiamo cercato di essere solamente dei buoni carnefici, così buoni da offrire la nostra solidarietà alle vittime che stavamo producendo. (Su Palestina e Israele:) c’è tutta una discussione intorno ai luoghi santi (…)io credo che la Santa Sede dovrebbe dire che il Santo Sepolcro non vale la vita di un bambino, perché non esistono luoghi santi, solo le persone lo sono! e che non si possono uccidere le persone per custodire dei luoghi. (5)

La santità si raggiunge con l’obbedienza?
Compiendo fedelmente il loro dovere, (molti militari) hanno raggiunto le vette dell’eroismo e forse della santità. Come loro, anche voi guardate a Cristo che (…) vi chiama ad essere santi.
– (Invochiamo la grazia) di obbedire sempre all’appello del vangelo di Gesù, e per i non credenti all’appello della coscienza, anche se questo significa mettere in questione la nostra vita. (5)
– Perché il Papa non insegna e non esorta i soldati degli eserciti aggressori (e prima o poi lo possono essere tutti) a disobbedire agli ordini ingiusti? (…) Ha forse paura dell’odio dei poteri politici, militari e industriali? Vede il Papa che la fede nelle armi, come la fede nel denaro, sono le massime idolatrie del nostro mondo, da cui la religione ci dovrebbe liberare? (3)
– Anche nell’esercito professionale si dovrà affermare l’obiezione di coscienza verso ordini ingiusti. L’obiezione di coscienza è (…), un atteggiamento permanente del cristiano che non si adegua alla logica del mondo, delle sue culture dominanti e della violenza che ne è la legge suprema. Non credo, infatti, che sia accettabile nell’esercito professionale bombardare ospedali o centrali elettriche, come è avvenuto in Serbia, o utilizzare l’uranio impoverito: i soldati andranno sostenuti dalla Chiesa e dai credenti per disobbedire a simili ordini. (5)

Ai Cappellani militari
Saluto i Cappellani Militari, che generosamente condividono gli ideali e la fatica della vostra ardua attività quotidiana.
(6): i Cappellani hanno svolto un ruolo spirituale ed umano insostituibile, condividendo la vita ed i problemi dei militari ed offrendo a tutti la luce del Vangelo e la Grazia divina. (…) una “Chiesa di servizio”, radunata tra quanti nel mondo militare sono chiamati ad esercitare il loro sacerdozio battesimale operando per la convivenza pacifica tra gli uomini, in unione a coloro che col sacrificio della vita umana hanno reso la suprema testimonianza di amore.
– Anche oggi gli eserciti sono dell’Impero e non di Dio. Abbiamo paura di annunciare integralmente anche oggi che come cristiani non ci appoggiamo a nessuna struttura che usa la forza come strumento? Quando la Chiesa dirà ai suoi Cappellani Militari che il servizio in nome di Gesù fa a pugni con i gradi dell’esercito? (1)

Le fonti:
(1) la risposta al Giubileo dei Militari diffusa dai Missionari Combonianti.
(2) la lettera al Papa e il comunicato stampa di Pax Christi in occasione del Giubileo degli Obiettori.
(3) la lettera di Enrico Peyretti.
(4) il commento di Peppe Sini.
(5) l’intervento di Massimo Toschi al Giubileo degli Obiettori.
(6) il discorso del Papa a conclusione del primo Sinodo dell’Ordinariato Miitare.
Ma quale Giubileo ? Le contraddizioni della Chiesa.

Di Enrico Peyretti

Tanti milioni di persone hanno fatto il giubileo. Molte di più non l’hanno fatto. Non parlo solo dei miliardi di non cristiani o dei laiconi locali, sempre angosciati dal potere della chiesa, e sempre chiacchieranti della chiesa sui loro giornali. Io sono (vorrei essere) cristiano, ma non l’ho fatto, se il giubileo era andare a Roma, o pellegrinare in qualche luogo sacro. Forse l’ho fatto, senza pensarci, cercando di dare un po’ di ascolto o aiuto al mio prossimo in qualche situazione di bisogno, e nella continua preghiera: «Dio, sii benigno con me peccatore!» (vangelo di Luca, 18,13).
Bisognerebbe rendersi conto, un po’ tutti, di questo fatto: esiste un tipo di cristiano che ogni giorno, prima di ogni altro impegno, prega Dio e medita la Scrittura per viverla, che partecipa esistenzialmente all’eucarestia, che segue la ricerca teologica, che alimenta la propria fede, che vorrebbe sopra ogni cosa vivere un vero amore del prossimo, nella pazienza e nella attiva speranza pasquale di Gesù Cristo. Questo tipo di cristiano non si sente migliore della chiesa “ufficiale”, perciò può discuterne questo o quell’aspetto o atto, senza condannarla, perché è figlio grato e parte vitalmente collegata al mistero profondo della chiesa, di cui anche quell’apparato umano, molto umano, è un (secondario) elemento. Questo tipo di cristiano sa che la chiesa è laica e mistica, come ha ricordato Benedetto Calati fino all’ultimo giorno, con la più genuina tradizione (vedi il libro-intervista di Raffaele Luise, La visione di un monaco, ed. Cittadella): la chiesa è laica perché è nella gente comune, non è clericale; ed è mistica perché vive nella pesante realtà quotidiana il mistero pasquale del morire per rinascere, insieme a Cristo. Questo tipo di cristiano le trionfali cronache giubilari non sanno vederlo.
Questo tipo di cristiano si sente estraneo e disturbato dal clamore ecclesiastico e mediatico intorno alla figura del papa. Di questo, infatti, in massima parte si è trattato nel giubileo: nonostante le precisazioni verbali, il mondo cattolico centrale e televisivo ha accettato e assecondato che le folle pellegrine attorniassero e celebrassero il papa, accorressero a “vedere il papa”. E quel mondo – accompagnato dai media “laici”, pronti a giudicare importante tutto ciò che in qualunque modo conquista la scena – si è compiaciuto dell’alto numero di “pellegrini” e del gigantismo delle manifestazioni, senza patire alcun dubbio evangelico.
Messori e Scoppola, però, hanno scritto che il successo non è categoria cristiana. Come mai due cattolici laici, così diversi tra loro, hanno saputo esprimere ciò che un umile credente sa per spirito evangelico, mentre nessun presule o porporato televisivo – salvo mio errore – ha segnalato al grosso pubblico che il successo è la classica tentazione con la quale il demonio avrebbe spento sul nascere la missione di Gesù (vedi vangelo di Matteo 4, 1-11; Luca 4, 1-13), se Gesù non l’avesse respinta con la massima decisione? La chiesa del giubileo ha coscienza di questa prima condizione della missione evangelica?
Il papa, sì, dice cose scomode e in contro-tendenza, contesta la dominante logica imperial-capitalistica, ma lo fa da protagonista, non si sottrae al culto delle folle, che peraltro non lo obbediscono. Egli indica Cristo, certamente, ma rimane ad occupare un ampio spazio di suo vicario e sostituto, come se Cristo fosse assente, non vivente. Il papa non diminuisce davanti a lui, come fece Giovanni Battista, il precursore: vedi il vangelo di Giovanni 3,30: «Bisogna che lui cresca e io diminuisca». Questa dimensione del papato continua a dividere la chiesa. Il papa predica la giustizia, l’amore e il servizio, ma non delude le folle che lo osannano re di un pezzo di mondo (il nostro ricco e minoritario) magari sazio di pane ma affamato di senso, come fece Gesù dopo avere sfamato la moltitudine: vedi Giovanni 6,15: «Sapendo che stavano per venire e rapirlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte lui solo». La via di Gesù per salvare il mondo non è quella, assai comune e illusoria, di prenderne la guida. Si può supporre che Giuda abbia consegnato Gesù non per volerlo morto, ma per sfidarlo ad accettare questo ruolo di capo, che oggi tanti, credenti e non credenti, riconoscono al papa, senza che lui lo rifiuti.
Non vorrei, col dir questo, essere ingiusto. La dedizione e la fatica generosa di questo papa è evidente e riconosciuta. La questione non è sulle intenzioni personali, ma sulla struttura del ruolo papale, da cui il singolo papa si trova, probabilmente, in buona misura trasportato e travolto. Il vangelo richiede una profonda riforma di questo ruolo. Nel cammino del vangelo nel tempo, i papi saranno storicamente giudicati soprattutto su questo punto.
Infine, questo “grande” giubileo, ha visto una enciclopedica sfilata delle categorie sociali e professionali davanti al papa: persino i politici, gli sportivi e addirittura i militari. Ma non gli operatori di pace, quelli veri, non quelli delle “guerre umanitarie”. Il Sermig di Ernesto Olivero ha supplito in qualche modo, raccogliendo in pochi giorni, alla fine, sempre intorno al papa, i suoi “artigiani della pace”, senza avere il tempo, come ci ha spiegato Olivero stesso, di organizzarsi insieme ai molti altri movimenti cristiani per la pace. Un giubileo spontaneo degli operatori di pace, lontano dalle piazze centrali, era avvenuto per iniziativa di Pax Christi il 4 novembre a Barbiana, l’eremo fecondo di Lorenzo Milani. Se giubileo è penitenza e restituzione corale, non c’è stata penitenza a Roma per il massimo e il più ipocrita peccato collettivo, che è la guerra.

Enrico Peyretti
Giovani obiettori del Burundi, la nuova speranza del paese

A cura di Riccardo Bevilacqua Lazise

Il Burundi è un paese in guerra dal 1993. Il 28 Agosto 2000 ad Arusha, grazie alla estenuante mediazione di Nelson Mandela e Kofi Annan, è stato firmato un accordo di Pace da tutte le 19 delegazioni partecipanti ai negoziati. Il “cessate il fuoco” doveva invece essere raggiunto in un incontro organizzato a Nairobi per il 20 settembre, incontro che non ha avuto luogo lasciando la situazione in stallo. Questo è quanto accade sulla scena illuminata dai riflettori, sotto gli occhi annoiati (quando non completamente assenti) dei media di tutto il mondo. Questo è il processo di Pace “ufficiale”, quello che si consuma tra accordi, smentite, e infinite trattative. Ma cosa accade nel paese direttamente interessato dal conflitto in questione? Cosa accade nei quartieri Nord di Bujumbura, noti per essere spesso teatro di scontri? Qui è in atto un processo di Pace parallelo e non meno importante. Un processo di pace portato avanti con estremo coraggio dalla società civile. Un punto di riferimento per coloro che credono nella pace è sicuramente costituito dal Centre Jeunes Kamenge, gestito dai severiani. Responsabile del centro è padre Claudio, che ha risposto alle nostre domande.
Come avete vissuto l’attesa della firma dei trattati del 28 agosto, qui al Centre Jeunes Kamenge?
Abbiamo giocato le nostre carte. Abbiamo avvicinato più di 20.000 persone attraverso diverse attività. E’ stato uno sforzo colossale. Campi di lavoro, spettacoli, incontri e giornate di studio a tutti i livelli, tornei, concorsi… Volevamo arrivare preparati al 28 agosto. Abbiamo anche lanciato azioni non violente: accendere una candela alla finestra, legarsi una striscia di stoffa bianca al polso per dire a tutti che si è scelta la vita.
Qual è stata la risposta della gente dei quartieri Nord?
Dopo tanti anni di lavoro, la cosa più bella che ci è capitata è quella della crisi mancata durante la settimana prima della firma. In città hanno iniziato scioperi, hanno messo barricate, hanno fatto tentativi di “città morta”, ma nei Quartieri Nord, tristemente famosi per essere sempre al centro di questi casini, non è successo niente. I giovani, anche i più estremisti non hanno accettato di partecipare e hanno atteso la pace. E’ stato bellissimo vedere i giovani dei campi di lavoro, piombare nelle strade dei quartieri a pulire, tagliare la erbe, svuotare i fossati, mentre tutto in città era bloccato, senza che nessuno potesse minacciare questi piccoli eroi della pace che, mettendo chiaramente in pericolo la loro vita davano l’esempio di un paese che vuole voltare pagina. Un’altra di queste realtà che ti fanno piangere di gioia è vedere che decine di giovani non accettano più di fare il servizio militare obbligatorio per tutti coloro che vogliono andare all’università. Non vogliono andarci perché credono alla pace, alla non violenza, alla risoluzione pacifica dei conflitti. Nessuno ne ha mai parlato con loro ma hanno capito che devono essere dei veri uomini e donne di pace… e non solo a parole.
Da tre anni in Burundi i giovani che arrivano ad essere finalisti nelle graduatorie delle scuole secondarie, per avere la possibilità di fare l’università devono prestare il servizio militare di un anno. I primi tre mesi consistono in un addestramento poi, visto che il paese è in guerra devono andare a combattere. Chi non fa il militare non può continuare l’università statale e quindi non potrà mai lavorare nell’amministrazione. Le stime non ufficiali dicono che su 1500-1800 tra ragazzi e ragazze che avrebbero dovuto prestare servizio per poi fare l’università statale, solo 400 si sono presentati. Chi vuole continuare gli studi deve frequentare le università private che stanno nascendo come funghi in tutta la città. Il problema è che tali università essendo private sono costosissime (scuole elitarie da 250-300 alunni) e pochi sono coloro che possono permettersele, inoltre i docenti insegnano in tre o quattro posti contemporaneamente. C’è da restare stupiti, in un paese in cui fare l’università significa avere una delle pochissime chance (chance di cui spesso l’Africa è avara) che possono cambiarti veramente la vita, esistono giovani che sono disposti a rinunciarvi in nome della Pace. Ma la cosa ancor più sorprendente è scoprire con quanto coraggio, determinazione e semplicità questi giovani portano avanti una scelta così difficile. Quando ho chiesto ad uno di loro se nella sua scelta di non fare il militare vi erano motivazioni di natura nonviolenta mi ha risposto: “Nella mia natura io detesto la violenza. Nell’esercito ti insegnano a batterti, a usare le armi, a spingere gli uomini contro altri uomini, ad uccidere. E poi quando hai acquisito tale formazione ti risulta impossibile restare non violento. Io non voglio andare alla guerra perché è un teatro in cui si usa la violenza”.
Ma sei veramente cosciente che questa scelta avrà conseguenze sulla tua vita, sul tuo lavoro, sui tuoi studi?
“Sono pienamente cosciente che mi sarà praticamente impossibile continuare gli studi e che non potrò trovare un lavoro nell’amministrazione. In una parola la mia vita è in gioco, ma sono certo che riuscirò a farcela senza lavorare nell’amministrazione e senza fare l’università di Stato. E prima di tutto bisogna comunque restare vivi.”
Sei disposto a sacrificare un po’ di quelli che sono i tuoi sogni personali per il futuro del tuo paese?
“In un paese come il nostro dove la povertà la fa da padrona, è utopico pensare che al futuro del proprio paese senza pensare al proprio. Ma quando ci penso su, i miei sogni saranno realizzati quando nel mio paese i bisogni più essenziali di tutti saranno assicurati. Sono pronto a sacrificare parte dei miei sogni personali per il futuro del paese, perché non vorrò ridere da solo vicino a migliaia che piangono”.
CAMPAGNA KOSOVO
Un progetto per il dialogo inter-etnico in Kossovo

Intervista ad Alberto L’Abate

A Firenze, dal 3 al 10 febbraio, si svolge un training nonviolento promosso dalla Campagna Kossovo per un gruppo composto di etnie diverse. E’ l’ultima fase di un progetto più ampio, avviato diversi mesi fa a Pristina. Abbiamo chiesto ad Alberto L’Abate, promotore della campagna, di illustrarci questa esperienza.

Come sono nati i training in Kossovo?
Un po’ per caso, con l’incoraggiamento di una operatrice dell’UNHCR bosniaco, cioè l’organismo Onu di protezione dei rifugiati. Abbiamo elaborato un progetto di formazione per formatori approvato poi dalla Regione Toscana, con un finanziamento di 7 milioni sui fondi della legge regionale per la pace. Una cifra irrisoria rispetto alle spese, ma sufficiente ad incominciare.
Come avete lavorato?
Abbiamo proposto un training nonviolento per kossovari (maggio-giugno 2000) e un altro per serbi e altri gruppi etnici presenti in Kossovo (settembre 2000). I due gruppi si incontreranno a Firenze per un terzo momento formativo, che rappresenta l’ultima fase del progetto.
Su quale presupposto si basava il progetto?
La mia tesi è che la riconciliazione debba partire da gruppi che già prima della guerra avevano cercato di dialogare con l’altra parte. Il conflitto li ha emarginati mettendo in primo piano la violenza, per questo noi intendevamo ripartire proprio da loro, rinforzandoli nella loro scelta nonviolenta. In sostanza, un training per formare dei formatori, lavorando con persone che avessero già una loro preparazione di base sulla nonviolenza.
Chi erano i conduttori?
Oltre a me, Pat Patfoort (Belgio), Hildegard Goss-Mayr (Austria) e Kajsa Svenson (Svezia).
Come avete impostato il lavoro?
I training di base prevedevano tre sessioni: la gestione e trasformazione nonviolenta dei conflitti, la ricostruzione delle relazioni umane e sociali dopo la guerra in rapporto alla violenza, con esempi di riconciliazione nella storia, strategie e metodi nonviolenti, e infine l’organizzazione di un training nella trasformazione dei conflitti e nella gestione nonviolenta dei conflitti, e la preparazione del training comune. I metodi usati sono stati : letture, narrazioni e discussioni di esperienze, esercizi concettuali ed esperienziali, giochi di ruolo, Teatro dell’Oppresso, simulazioni, giochi.
Chi ha preso parte ai training?
Quattordici albanesi e 14 persone provenienti da gruppi etnici diversi. Nel secondo training ricordo un rom di origine macedone, un sacerdote ortodosso, un musulmano che era slavo e parlava serbo ma era di origine turca, un bosniaco, 4 serbi di cui uno di una radio libera della Vojvodina, un membro di un Centro Antiguerra sempre della Vojvodina, una psicologa, un membro di Helsinki Citizens per le minoranze, e infine un piccolo gruppo di serbi dell’enclave, cioè della zona circondata dai militari.
E com’è andata?
Davvero bene, meglio di quanto pensassimo. Tanto che, dopo il primo training, l’Osce stessa ha deciso di finanziare la parte restante del progetto. E al termine dei corsi i partecipanti erano in grado di riconoscere la reciprocità nell’aiuto, che effettivamente c’è stata, per cui prima della guerra, quando i serbi cercavano gli albanesi per farli fuori, erano i serbi che aiutavano, portavano il mangiare e li aiutavano a salvarsi dalle mani dei paramilitari, e quando la situazione si è rovesciata è successo l’opposto, sono stati i vicini di casa albanesi ad aiutare i serbi, fino a che è stato possibile.
Dopo questa esperienza, i partecipanti hanno messo alla prova le loro nuove competenze?
Posso rispondere per quanto riguarda gli albanesi, perché abbiamo avuto il tempo e l’occasione di fare un momento di verifica. Nel giro di due mesi e mezzo avevano lavorato un mare, e avevano imparato ben più di quello che pensavamo. Molti di loro hanno portato avanti training simili ai nostri, su temi diversi ma con le tecniche apprese. Altri hanno utilizzato le tecniche nonviolente per sciogliere i conflitti nei rapporti di famiglia. Ricordo una ragazza commossa che ci ha raccontato di come da anni non riusciva a risolvere un problema con sua sorella. Dopo aver imparato la metodologia della soluzione nonviolenta dei conflitti ha preso il coraggio a quattro mani ed è riuscita benissimo a superare queste divergenze.
E dopo il secondo training…?
L’Osce ci ha chiesto un’ulteriore formazione condotta da me e da Pat Patfoort, per amministratori comunali della zona serba. Abbiamo lavorato a Zvecan, una decina di chilometri a nord di Mitrovica. Il primo giorno i partecipanti erano solo 8, perché proprio quel giorno Kostunica era a Mitrovica per una manifestazione. Il giorno seguente i partecipanti sono diventati 18, in parte per il passa-parola dei primi arrivati, ma in parte certamente perché alcuni di loro erano stati impegnati nella manifestazione, a sostegno del partito di Milosevic. Quando abbiamo iniziato a lavorare, al mattino, c’era davvero molta tensione. Nel lavoro di gruppo però, impegnandosi a trovare le fondamenta delle posizioni percepite come avversarie, sono cambiati radicalmente. Eravamo stupiti di vederli così trasformati.
La terza fase del progetto si svolge invece a Firenze, cioè in territorio neutrale.
Ci saranno i partecipanti al primo e al secondo gruppo. Abbiamo alcuni problemi economici ed organizzativi, e per questo stiamo chiedendo il supporto della Regione Toscana e dell’Università di Firenze. Si dormirà nelle camerate della casa di Pax Christi, quindi serbi, albanesi, rom, eccetera dovranno convivere anche in camera…
Qual è l’obiettivo di questa terza fase?
Il gruppo ha l’incarico di elaborare una strategia comune per la convivenza di tutti in Kossovo, avvalendosi della formazione alla nonviolenza. Stiamo preparando il lavoro tenendo conto del progetto che ciascun gruppo, sia quello albanese sia l’altro a composizione mista, ha elaborato al termine del training a lui dedicato.
I progetti proposti dai due gruppi sono risultati simili tra loro?
Per molti aspetti sì. Tutti chiedono giochi, attività di role-play, la visita alla città, momenti musicali e di svago. Gli albanesi però hanno inserito il punto forte dell’indipendenza del Kossovo, che a loro giudizio è indispensabile per una forma di convivenza futura, cosa che non ha fatto il gruppo composto dalle minoranze. E su questo bisognerà lavorare molto.
Nella settimana è previsto anche un momento di apertura all’esterno.
Sabato 10 febbraio, che è l’ultimo giorno, ci sarà un convegno aperto alla cittadinanza.
Perché i training hanno funzionato così bene?
Beh, per diverse ragioni. La prima è data dai giochi e dalle esperienze con il teatro. Io inizialmente avevo paura di proporli, si veniva fuori da una guerra che aveva sollevato odi terribili. Invece hanno funzionato benissimo. Credo che il conflitto, oltre a portare odio e distruzione, abbia suscitato un grande bisogno di uscire, di ridere, di divertirsi, cosa che per molto tempo è stata impossibile.
Un altro motivo è la grande esperienza di Pat Patfoort e di Hildegard Goss-Mayr, che li aiutavano a parlare dei loro veri problemi e a trovare un aiuto attraverso il gruppo, e quindi nel confronto con gli altri, cosa che normalmente non possono fare. Il terzo elemento decisivo è stato vedere esempi concreti nella storia in cui l’applicazione del metodo nonviolento ha dato risultati positivi.
Un grande successo su tutti i fronti, dunque.
Abbiamo toccato un problema molto sentito e importante, e in un certo senso l’abbiamo fatto per primi. Un esperimento che li ha incoraggiati, tanto è vero che poi hanno invitato Galtung a parlare sulla riconciliazione, e così un esponente sudafricano. Noi abbiamo iniziato in una fase in cui ancora era pericoloso parlare di riconciliazione, un atto di coraggio che ci ha aperto la strada.
Questo successo, questo desiderio di pace, fa pensare a quanto le persone possano trasfomrarsi a seconda delle situazioni.
E’ vero. Purtroppo, spesso vediamo le persone in modo statico, mentre anche la psicologia conferma che dentro ognuno di noi ci sono grandi potenzialità, anche contraddittorie. Durante la guerra molti hanno partecipato ad azioni di violenza perché si sentivano quasi costretti a farlo. Ho studiato l’esperienza della commissione sudafricana per la verità, per capire se poteva essere riproposta in Kossovo – idea avanzata anche da Kostunica, non per merito mio…-. Ho presentato l’esperienza e una elaborazione specifica in un articolo che è stato pubblicato da una delle maggiori riviste kossovare. Sono stato anche invitato dal direttore ad una tavola rotonda per iniziare un dibattito dal mio articolo, e poi non si è fatto niente perché si era prima delle elezioni e ancora non c’erano le condizioni per parlare di riconciliazione.
Quali analogie ci sono tra la situazione sudafricana e quella del Kossovo?
Desmond Tutu, parlando dei contrasti razziali, ha detto chiaramente che in certe situazioni anche chi commette dei crimini in qualche modo è vittima, perché è plagiato dal contesto. Tra albanesi e serbi questo è ancora più vero perché, mentre in Sudafrica era facile individuare oppressi e oppressori, nella storia del Kossovo ci sono stati periodi alterni e nessuno è innocente. Negli anni del nazismo alcuni gruppi di albanesi collaboravano con i fascisti per uccidere o per reprimere i serbi. E del resto l’ultima guerra è stata fatta anche per colpa degli albanesi perché da anni Rugova, mentre sosteneva la nonviolenza, chiedeva l’intervento armato della Nato. In Kossovo non c’è nessuno che stia solo dalla parte della ragione.
In un certo senso, questo apre la strada alla riconciliazione.
E’ quello che sosteniamo. I casi di grossa criminalità vengono giudicati dinanzi al tribunale dell’Aja; durante la guerra però sono accaduti moltissimi fatti di criminalità che io chiamo episodica, cioè appunto legata alla situazione contingente, e proponiamo che vengano risolti in altro modo. Per esempio, quando gli albanesi sono scappati e hanno lasciato le loro case, i serbi sono entrati e hanno preso quello che c’era. Molti sono diventati ladri, e non lo erano mai stati. Sappiamo di poliziotti serbi che hanno rubato nelle case degli albanesi e, non potendo portare il “bottino” in caserma perché sarebbe stato preso dal comandante, andavano nelle case dei rom e lasciavano quello che avevano rubato, pensando di tornare a riprenderselo al momento buono. Quei rom sono complici di furto, ma molte volte forzati. Sarebbe assurdo discutere all’Aja fatti di quella portata, sarebbe impossibile.
Quindi, una commissione per i reati minori.
Sì, sul modello di quella Sudafricana, per far emergere questi fatti. Naturalmente la confessione dovrebbe essere possibile sia per i serbi, sia per gli albanesi, mentre la commissione dovrebbe essere al di sopra delle parti, neutrale, per ricevere la fiducia dei due lati. L’assoluzione poi non è scontata. In Sudafrica su 6.000 casi solo 600 sono stati sciolti. Questo è anche un esempio di serietà e di efficacia. In altri paesi le commissioni per la verità sono state delegittimate, minacciate, e in pratica sono servite semplicemente ad assolvere tutti.

Intervista a cura di
Elena Buccoliero

La nonviolenza è in cammino meglio viaggiare informàti

A cura di Peppe Sini

Per documentare, estendere, ed approfondire la riflessione e le iniziative viterbesi in preparazione della Marcia Perugia-Assisi per la nonviolenza del 24 settembre 2000, il Centro di ricerca per la pace di Viterbo ha realizzato nelle settimane precedenti la Marcia un notiziario quotidiano diffuso per e-mail dal titolo “In cammino verso Assisi”.
E per proseguire il comune ragionare dopo la Marcia, e proporne gli esiti ad interlocutori ulteriori, e per così dire continuare il cammino lungo le prospettive tracciate dal programma della Marcia e dagli interventi in essa pronunciati, ha successivamente preso a pubblicare un notiziario quotidiano, prosecuzione del precedente, con il titolo “La nonviolenza è in cammino”, che viene inviato per e-mail a diversi movimenti, istituzioni, mezzi d’informazione ed a tutti coloro, singoli e gruppi, che ne fanno richiesta.
Ogni fascicolo ha dalle 15 alle 20 pagine di solo testo, e reca materiali vari: estratti da testi di autori classici della nonviolenza e dell’impegno per la pace e i diritti umani; interventi originali di testimonianza, di dibattito e di approfondimento; schede informative, comunicati e segnalazioni varie.
Ha destinatari diversi e diverse funzioni; schematizzando:
a) far conoscere la nonviolenza a interlocutori che non la conoscono affatto o che ne hanno una nozione superficiale, stereotipata, se non addirittura banalizzata e fin caricaturale;
b) far conoscere a chi già si è accostato alla nonviolenza, altre riflessioni ed esperienze che possano arricchirne la strumentazione teorica e pratica, il dibattito e le iniziative;
c) ospitare un confronto a più voci su molte questioni (la nonviolenza è un campo di ricerche vasto ed aperto);
d) segnalare e sostenere appelli e iniziative;
e) contribuire all’incontro degli amici della nonviolenza ed a fare della nonviolenza organizzata un soggetto politico, ed una cultura politica, in grado di essere egemone nel discorso pubblico, e di mutare, su cruciali questioni ed in forme e in tempi verificabili, la gestione della cosa pubblica, della produzione e riproduzione sociale, della vita quotidiana.

È forse superfluo rilevare che la redazione non ha la pretesa di dare risposte o di indicare rotte, non detiene verità e non dispensa dogmi o ricette o patenti, semplicemente mette a disposizione dei materiali, documenta esperienze e riflessioni, propone un dibattito che valorizzi la polifonia, la pluralità delle vie, delle visioni, delle esperienze. Della nonviolenza abbiamo e proponiamo una nozione aperta, sperimentale, non dogmatica, non autoritaria. Che poi anche chi redige materialmente il notiziario abbia le sue radicate convinzioni, questo è naturale; ma l’intenzione è quella di promuovere il dialogo, la capacità di ascolto, l’attenzione all’altro da sè e la responsabilità. Sebbene diffuso per e-mail, “La nonviolenza è in cammino” è redatto in una forma non tipica delle cose che prevalentemente circolano nella rete telematica, ed ha piuttosto le caratteristiche del notiziario cartaceo, del giornale tradizionale: scorrendo i cui titoli il destinatario decide se e cosa meriti di essere letto tra quanto il fascicolo del giorno propone.
Come sempre accade, è una esperienza nata dalla spinta e l’intreccio di una motivazione immediata ed un vecchio convincimento. La motivazione immediata: contribuire al cammino ulteriore della Marcia del 24 settembre e del programma da essa proposto.
Il vecchio convincimento: che la nonviolenza costituisca un campo di ricerche, di proposte e di pratiche cosi’ ampio, ricco ed evoluto, tale da meritare un dibattito ed una presenza informativa con periodicità quotidiana.
Un notiziario quotidiano che si affianchi alle voci storiche ed alle numerose pubblicazioni di vario genere già esistenti, può costituire uno strumento in più per l’informazione, la sensibilizzazione, la discussione, la ricerca, la documentazione.
Per ricevere il notiziario è sufficiente richiederlo alla redazione indicando un indirizzo di posta elettronica a cui inviarlo.
La redazione è presso il Centro di ricerca per la pace, strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. e fax 0761/353532, e-mail: nbawac@tin.it
Congo: 50 milioni di civili abbandonati a se stessi

24 febbraio – 2 marzo 2001
Azione internazionale nonviolenta di pace per l’Africa a Bukavu, nel Kivu (Repubblica Democratica del Congo), promossa da Beati i Costruttori di Pace, Operazione Colomba, Campagna Chiama l’Africa.

“Anch’io a Bukavu” sarà la prima azione di solidarietà con l’Africa a non avere per oggetto aiuti umanitari o attività di cooperazione, ma un incontro fra popoli, per appoggiare la resistenza nonviolenta, per denunciare le responsabilità del mondo occidentale rispetto non solo alla situazione del Congo – dove i diamanti e le altre risorse sono salvaguardati più delle persone – ma di tutto il continente africano.
Il conflitto attualmente in corso nella Repubblica Democratica del Congo coinvolge ben nove stati: “E’ la prima guerra mondiale d’Africa”, come l’ha definita Madeleine Albright. Una guerra per i diamanti, l’oro e il controllo delle altre materie prime di cui è ricchissima la regione. Le guerre nella zona dei Grandi Laghi hanno causato negli ultimi quattro anni ben 4 milioni di morti, fra l’indifferenza generale. Secondo l’Unicef nel Congo orientale un bambino su tre è rimasto orfano di uno o di entrambi i genitori e in alcune zone questa tragica percentuale sale fino al 44 per cento. Il territorio è sconvolto dalla guerra e la popolazione è allo stremo anche per la povertà: strade impraticabili, banche e università chiuse, ospedali senza medicine, tutte le attività produttive e commerciali bloccate.
Eppure la gente resiste e mette in atto splendidi esempi di resistenza nonviolenta: in occasione dell’8 marzo 2000, le donne hanno proclamato lo sciopero “del pane e delle rose”, contro la guerra, bloccando i mercatini da loro gestiti, paralizzando la città, rimanendo tutte dentro le pareti domestiche. Per 10 giorni consecutivi tutti i cittadini allo scoccare del mezzogiorno hanno sospeso ogni attività per dieci minuti per far rumore con qualsiasi oggetto, urlando “vogliamo la pace”. Quando poi le violenze diventano insopportabili la città intera proclama la “ville morte”, la città morta: nessuno esce per strada, nessuno lavora.
Nonostante le difficoltà, questa società civile si organizza per accogliere nella città gli sfollati dalle campagne, fornendo gli aiuti alimentari, la solidarietà e l’accoglienza dei bambini nelle scuole. E’ stata questa società civile a chiedere alla società civile europea un aiuto per attirare i riflettori dell’opinione pubblica sull’Africa.
Intanto migliaia di cartoline vengono recapitate in queste settimane all’Ufficio Onu di Roma. In esse si chiede al Segretario Generale Onu Kofi Annan, l’immediato cessate il fuoco, l’invio di una forza di interposizione Onu e di corpi civili internazionali di pace e la partecipazione dello stesso Annan all’azione internazionale nonviolenta di pace.
“La situazione è drammatica e in rapida evoluzione. Siamo consapevoli delle difficoltà dell’iniziativa, perchè la situazione in Congo è molto complessa, ma non possiamo tirarci indietro; la gente di Bukavu a noi dell’Occidente ha chiesto tre cose: di farli contare quanto i loro diamanti, di rompere il muro del silenzio sui mezzi di comunicazione e di non mandare più loro armi. Questa volta sarà il Nord del mondo ad andare a Sud”.
Gli organizzatori hanno chiesto la partecipazione e il sostegno al progetto a tutti i parlamentari e europarlamentari italiani, a Provincie, Regioni e Comuni.
Sono stati presi contatti con il Ministero degli Esteri, con le nazioni Unite, con l’Unione Europea. In queste settimane il coordinamento dell’iniziativa ha lanciato in tutta Italia la proposta “C’è troppo silenzio sul Congo, per favore, un minuto di rumore…”, un digiuno a catena e sit-in di sensibilizzazione e informazione nelle piazze per porre all’attenzione individuale e collettiva la drammatica situazione del Congo e di tutta l’Africa.
La fattibilità dell’azione, richiesta espressamente dalla Società Civile, dalla Chiesa cattolica e da quelle evangeliche di Bukavu, “non è scontata – informano i promotori – a causa della complessità della situazione in loco, ulteriormente aggravatasi dopo l’uccisione di Laurent Désiré Kabila, presidente della Repubblica Democratica del Congo”.
“Molti sono gli ostacoli – è la loro denuncia -sorti negli ultimi giorni e dovuti principalmente ad una non volontà, da parte delle autorità locali, di consentire l’incontro di pace tra la società civile di Bukavu e quella italiana. Un ostruzionismo manifestatosi a cominciare dalla mancata autorizzazione all’atterraggio dell’aereo con a bordo i partecipanti”.

Segreteria organizzativa:
c/o Ass. Naz. Beati i costruttori di pace – 35131 Padova, via Antonio da Tempo 2
tel/fax 049 8070699 tel. 049 8070522 – Email: beati.bukavu@libero.it Web: www.unimondo.org/bukavu
Tornare in Cecenia terra dimenticata

Quanto segue è basato su un articolo di Chris Hunter pubblicato da settimanale quacchero “The Friend” (24.11.00). Chris, coordinatore del centro per la pace e lo sviluppo comunitario (CPCD) di Mosca, è ritornato in Cecenia dopo una lunga assenza. Ecco il suo racconto, in parte riassunto.

Entrando nella martoriata città di Grozny mi sono venute in mente le parole di una canzone imparata a scuola…”Io danzavo al venerdì quando il cielo diventava nero”. Nel 2000 la Cecenia è stata nuovamente bombardata dai russi per liberarla- secondo Putin- da terroristi e banditi. Queste operazioni militari sono costate decine di migliaia di vite civili e il centro di Grozny è diventato un ecatombe- bisogna vedere per crederci.
A prima vista sembrava una città svuotata, ma poi man mano che si avanzava (ero con una collega tedesca e un ceceno) potevamo vedere gente affaccendata nei pochi spazi liberati dalle macerie. La cosa più orribile a Grozny è il suo cielo oscuro- 36 pozzi di petrolio bruciano ancora- e anche in una bella giornata d’autunno il sole è opaco. Gran parte della città è senza luce o acqua; gli uomini vengono spesso rapiti e portati in campi speciali (i ceceni dicono di concentramento) dai quali pochi escono sani o vivi.
Giunti finalmente al centro di Grozny, dopo una dozzina di controlli militari, ci troviamo davanti a un teatro, miracolosamente scampato alle bombe, dove 16 bambini coi genitori ci aspettavano. Si trattava della tradizionale “Dance Ensemble Damiohk”, ma solo a metà. I visi di quei bambini e le loro danze testimoniavano la vittoria dello spirito umano. Date le circostanze la cosa sembrava tanto inverosimile quanto l’apocalittica distruzione intorno a noi. Su quei piccoli visi si leggeva la parola speranza.
Il direttore dell’Ensemble, Ramzan Akhamadov, mi aveva chiesto aiuto perché il gruppo potesse esibirsi ad un pubblico occidentale, anche per testimoniare che questa gente di montagna ai margini dell’Europa non è un popolo di banditi, come la propaganda russa vorrebbe far credere. Io avevo già l’appoggio di Barbara Gladysch (associazione Madri per la pace) per organizzare un primo viaggio dell’Ensemble a Dusseldorf. Madri per la pace e l’agenzia di servizio dei quaccheri inglesi (QPS) avevano già in passato aiutato il CPCD ad organizzare un programma di riabilitazione psicologica ai bambini ceceni, tuttora in funzione, anche nei campi profughi di Ingusezia.
L’arte, la musica, la danza terapeutica, i giochi e la cura amorevole dei nostri operatori e psicologi aiutano a diminuire lo stress e a creare un atmosfera più tollerabile. Durante i periodi di tregua bellica siamo riusciti a estendere il programma. Attualmente abbiamo 54 persone impegnate in un lavoro di aiuto psicologico nei campi profughi, nelle scuole e in alcuni centri di formazione per adulti. Molti ragazzi ceceni hanno perduto da uno a nove anni di scuola. Circa 24000 bambini nei campi profughi di Ingusezia non hanno potuto frequentare la scuola durante il 1999, sicché nella città di Slepstovskaya, vicino alla frontiera cecena, abbiamo aperto un tendone scolastico frequentato da 900 ragazzi. Ora stiamo trattando con l’UNICEF per aprire altre cinque scuole capaci di accogliere circa 3000 bambini profughi. I nostri piani prevedono anche la riparazione di 10 scuole in Cecenia.
Il nostro lavoro per la pace in generale raggruppa giovani di tutte le regioni del Caucaso del nord, compresi russi e ceceni. Offriamo loro una piattaforma, utilizzando risorse umani locali, per migliorare le relazioni sociali, formandoli alla risoluzione nonviolenta dei conflitti e ad esercitare i diritti umani nel rispetto reciproco. Alcuni giovani formati dal CPSC hanno potuto, così, organizzare, essi stessi, una colonia estiva sul mar Caspio, per una settantina di bambini, che aveva come tema: “Cultura di pace e ecologia”. Di questo progetto si è avuta eco anche nella stampa russa nazionale. Tali attività incoraggiano altre iniziative dal basso e riducono l’alienazione dei giovani in questa regione dimenticata dal mondo.
Sembra che l’occidente abbia ormai deciso di non preoccuparsi della Cecenia per accattivarsi l’amicizia di Putin e del suo governo, forse per prevenire scenari peggiori, come se la Cecenia non fosse già un inferno. Facendo nulla, chiudendo un occhio, tacitamente anche noi approviamo la politica russa. Quale messaggio inviamo al nuovo regime di Mosca e agli economisti che vorrebbero intensificare l’uso di mezzi militari per risolvere altri problemi? Con il lavoro suindicato cerchiamo di dare una risposta a questo stato di cose, aiutando le vittime di tanta ingiustizia a ricostruire le proprie vite. Da parte nostra, operando così come stiamo facendo, impariamo molto. Ricordiamoci dell’invito dei ragazzi di Grozny: “Danzate ovunque voi siate”.

(Traduzione e adattamento di Franco Perna)

TESTIMONI DI PACE
Claudio Cardelli
Ricordo di Lamberto Borghi
Intellettuale e pedagogista nonviolento

Da molti anni non avevo notizie del prof. Lamberto Borghi, illustre pedagogista, amico fraterno di Capitini. Apprendo da un breve articolo di Goffredo Fofi ( Il Sole 24 ore, 17/12/2000 ) che è scomparso la sera del 12 Dicembre 2000 a Firenze, all’età di 93 anni.
Nato nel 1907 a Livorno da famiglia di origine ebrea, studiò alla Scuola Normale di Pisa entrando in amicizia con Capitini. Dopo l’approvazione delle leggi razziali nel 1938, lasciò l’Italia e si rifugiò negli Stati Uniti, dove poté conoscere altri esuli italiani ( Gaetano Salvemini, Nicola Chiaramonte ) e gli esponenti della pedagogia americana, primo fra tutti John Dewey, al quale Borghi, tornato in Italia dopo la Liberazione, dedicò alcuni libri fondamentali, tutti editi dalla editrice “La Nuova Italia” di Firenze.
Intrapresa la carriera accademica, fu professore di pedagogia nelle Università di Palermo ( 1952 ), Torino, Firenze ( dal 1955 al pensionamento ). Fu direttore per diversi anni della rivista “Scuola e città”, fondata da Ernesto Codignola.
Concepì la scuola come momento di formazione democratica, libera da preconcetti di razza, di religione, di ideologia. Convinto della necessità di eliminare la violenza da ogni aspetto dei rapporti umani, stimolò gli educatori alla ricerca di mezzi più idonei per alimentare l’ideale della collaborazione tra le persone di qualsiasi ceto e nazionalità.
Fu un deciso sostenitore dell’autonomia del processo educativo da ogni potere : lo Stato come la Chiesa, i Partiti come gli industriali. Queste idee sono ribadite in una raccolta di scritti, La città e la scuola, da poco pubblicata dalle edizioni Eleuthera.
Fra le numerose opere pedagogiche, edite dalla “Nuova Italia”, possiamo ricordare Educazione e autorità nell’Italia moderna ( 1951 ), guida ai cambiamenti sociali e culturali del Paese tra il Risorgimento e gli anni Cinquanta ; L’educazione e i suoi problemi ( 1953 ), una breve e limpida introduzione allo studio della pedagogia.

La nonviolenza

Fu legato a Capitini da un’intensa amicizia e collaborò alle sue iniziative per la diffusione della nonviolenza. Lo ricordo ad una riunione di pacifisti a Perugia il 23 Settembre 1961, il giorno precedente la Marcia per la pace, alla quale diede piena adesione. Fece parte della Consulta Italiana per la pace ( fondata da Capitini nel 1962 ), una federazione dei principali organismi pacifisti in Italia.
Dopo la prematura scomparsa di Capitini, assunse la direzione di “Azione nonviolenta” dal Febbraio-Marzo 1969 al Maggio-Giugno 1972, quando gli subentrò come direttore responsabile Pietro Pinna.
Ha dedicato numerosi scritti alla illustrazione della vita e del pensiero di Capitini, tra i quali il saggio dal titolo “Personalità e pensiero di Aldo Capitini”, uscito sugli Annali della Scuola Normale di Pisa ( Serie III – Vol. V,I – 1975 ).
Nei brevi incontri che ebbi con lui al COR di Perugia nel 1961/62, fui colpito dalla sua gentilezza e disponibilità al dialogo ; posso affermare, senza enfasi, che ci ha lasciato un grande maestro di vita e di cultura del Novecento.

STORIA
Sergio Albesano
Quale storia? Un’analisi tra passato e presente

Alla fine dell’Ottocento gli storici, ammaliati dal positivismo, pensavano che fosse finalmente possibile scrivere una storia definitiva e inequivocabile; oggi invece gli storici si aspettano che le loro ricerche vengano di volta in volta superate. I primi volevano descrivere i fatti così come erano avvenuti, in maniera asettica, per poi eventualmente aggiungere le interpretazioni, comunque separando nettamente gli eventi dai commenti. Un punto debole del loro discorso è dato dal fatto che non tutti gli eventi del passato sono eventi storici e perciò dobbiamo porci la domanda: “Che cos’è un evento storico?”. Rispondiamo che un evento è degno dell’attributo “storico”, quando lo studioso che lo analizza lo considera tale, scegliendolo fra mille altri eventi. Considerare o meno un evento come “storico” dipende dunque dall’interpretazione che si dà di quel tale evento. E’ un errore credere nella presenza di un nocciolo di fatti storici esistenti oggettivamente e indipendentemente dallo storico che li interpreta. Per quanto riguarda l’antico passato, i fatti che ci sono stati tramandati sono stati prescelti da generazioni di storici che ci hanno raccontato ciò che per loro era importante; ad esempio, l’immagine della devozione religiosa degli uomini del Medioevo ci è stata tramandata da uomini che condividevano quell’immagine e volevano che altri la condividessero, mentre altri fatti, che forse potevano dimostrare il contrario, sono andati perduti. Per quanto riguarda invece la storia moderna e contemporanea, i fatti tramandati sono molti e sta allo storico decidere quali siano degni di interesse e quindi rientrino nel campo della sua indagine e quali no. Anche i documenti hanno bisogno dell’elaborazione da parte dello storico, perché essi sono in grado di dirci soltanto ciò che il loro estensore pensava. Quando un uomo politico redige documenti, egli non riporta esattamente ciò che è accaduto, ma ciò che egli desidera che sia ricordato, cioè il suo punto di vista. Se uno storico lavora su questi documenti e opera una cernita, scegliendo ad esempio quali pubblicare, il risultato che apparirà al lettore non sarà la realtà così come è accaduta, ma l’interpretazione di uno storico sul punto di vista di un politico. Se poi per disgrazia i documenti originali vanno persi e a distanza di decenni un ulteriore storico, rielaborando i testi riportati dal suo collega, effettua una successiva scelta in base a quella che è la sua interpretazione, alla fine non si saprà che cosa è accaduto davvero, ma soltanto ciò che è stato tramandato.
Dunque la storia consiste essenzialmente nel guardare il passato alla luce dei problemi del presente e l’attività essenziale dello storico non è quella di catalogare i fatti, bensì di darne un giudizio, perché, se non si esprimono giudizi, non si può sapere ciò che vale la pena catalogare. Ciò significa, con uno slogan che può apparire persino provocatorio, che la storia è costruita dallo storico. Lo storico deve quindi avere la capacità di comprendere la mentalità degli uomini che studia e i pensieri che i loro atti sottintendono, poiché non può comprendere il passato con la mentalità del presente. Il fatto che quando si tratta di stabilire i fatti storici entri in gioco necessariamente l’interpretazione e il fatto che sia impossibile giungere a un’interpretazione del tutto oggettiva non implicano che un’interpretazione valga l’altra o che i fatti storici non possano essere sottoposti a un’interpretazione oggettiva. E’ inevitabile che lo storico guardi il periodo che studia con gli occhi del proprio tempo e studi i problemi del passato per arrivare a comprendere quelli del presente, ma bisogna essere attenti a non cadere in una visione meramente pragmatica dei fatti, assumendo come canone interpretativo l’adattabilità o meno a un fine di carattere immediato. Il dovere dello storico di rispettare i fatti non si limita all’obbligo di accertare l’esattezza dei fatti da lui registrati, ma egli deve cercare di inserire nel proprio quadro tutti i fatti conosciuti o conoscibili che abbiano un certo rilievo, in un senso o nell’altro. Bisogna quindi evitare gli estremi di un’insostenibile concezione della storia come compilazione obiettiva di fatti, cioè di un assoluto primato dei fatti sul modello interpretativo, e, d’altro canto, di una concezione altrettanto insostenibile della storia come prodotto soggettivo della mente dello storico, che crea i fatti storici e li domina mediante il processo interpretativo. Poiché lo storico senza i fatti è senza radici e i fatti senza lo storico sono privi di significato, alla domanda “che cos’è la storia?” possiamo rispondere che essa è un continuo processo di interazione tra lo storico, che vive nel presente, e i fatti storici, che si sono svolti nel passato.

(Liberamente tratto da E. H. CARR, Sei lezioni sulla storia, Einaudi, Torino 1966.)

ECONOMIA
Paolo Macina
La campagna Nestlé in Piazza San Pietro

La campagna di pressione contro la Nestlé, nata per protestare contro il comportamento della multinazionale svizzera nei Paesi del Sud del Mondo e ormai in Italia al suo sesto anno di vita, è sbarcata in Piazza San Pietro. Domenica 26 novembre 2000 quaranta persone, provenienti da diverse città d’Italia, hanno esposto uno striscione con la scritta “Via la Nestlé dal Giubileo”, per cercare ancora una volta di convincere il Vaticano a recedere il contratto di fornitura alimentare con l’azienda che viola apertamente il codice di condotta OMS sulla vendita del latte in polvere. A nulla erano valse fino a quel momento le centinaia di lettere indirizzate al comitato organizzatore del Giubileo, e nemmeno la campagna telematica, che aveva intasato la e-mail del comitato con migliaia di messaggi, era riuscita ad ottenere una minima risposta.
L’immagine del colosso elvetico era stata ulteriormente incrinata quest’anno dalla multa inflitta dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato di circa 1,5 miliardi di lire per aver creato, assieme ad altre ditte, un cartello in Italia per mantenere alto il prezzo del latte in polvere; l’argomento è stato validamente affrontato da una puntata di “Reporter”, la trasmissione domenicale di Raitre dedicata all’approfondimento di temi scottanti, e la videoregistrazione della puntata può essere richiesta alla segreteria nazionale (RIBN, c/o Casale del Podere Rosa, V. Diego fabbri snc, 00137 Roma). Il Ministero della Sanità è quindi intervenuto il 12 novembre con una circolare firmata dal prof. Veronesi con la quale proibisce la donazione di campioni gratuiti di latte in polvere in tutti gli ospedali italiani, con una ammissione implicita che il fenomeno, vietato appunto dal codice OMS, si verifica anche nel nostro paese.
La circolare, sollecitata dal portavoce della campagna Adriano Cattaneo, segna un altro punto a favore della protesta, ormai non più limitata solamente al boicottaggio e alla controinformazione. Un nuovo tentativo di incontro pubblico con i responsabili della multinazionale è stato effettuato a Roma nel maggio scorso: con il patrocinio del Comune e la partecipazione di rappresentanti dell’Unicef e dell’OMS, è stato indetto un convegno sulla superiorità dell’allattamento materno rispetto a quello artificiale, cosa che anche la Nestlé non è mai arrivata a negare, e per questo motivo l’invito a partecipare è stato esteso al direttore di Nestlé Italia Roberto Faina. Che proprio all’ultimo momento ha fatto sapere di avere un impegno improvviso. Come sono sempre indaffarati, questi uomini d’azienda!
Le protesta intanto continua a registrare numerose adesioni: dai dipendenti della ditta Forcellini di Padova, che chiedono il ritiro della vendita dei prodotti Nestlé dalla mensa aziendale, al direttore artistico del Taormina Film Festival, il regista Felice Laudadio, che quest’anno rinuncerà alla prevista sponsorizzazione Nestlé; dalla parrocchia di S. Vincenzo di Brusuglio a Cormano (MI), che ha interrotto la fornitura di gelati Motta per il proprio oratorio, a quella forse più clamorosa dell’Associazione Culturale Pediatri, che il 14 ottobre a Vicenza ha sommerso di fischi un intervento del direttore di Nestlé Italia Roberto Faina (ma non era quello sempre impegnato?) a favore della condotta della propria azienda in Italia. Altre notizie dal campo di battaglia verranno fornite nei prossimi mesi.

CINEMA
Flavia Rizz
Tutte le favole sono vere: … e vissero felici e contenti

Principi e principesse
Francia, 2000
Regia: Michel Ocelot
Produzione: Didier Brunner, Jean-François Laguionie
Montaggio: Anita Vilfrid, Michèle Pèju, Dominique Lefèver
Musica: Christian Maire
Durata: 70 minuti
Distribuzione: Mikado

Dopo Kirikù e la strega Karabà, Michel Ocelot, autore francese di film d’animazione, torna ad un vecchio amore custodito nel cassetto e mai distribuito: sei storie animate che risalgono circa a una decina di anni fa, sei creazioni che prendono spunto dalla tradizione del teatro delle ombre. L’antefatto: due bambini giocano tutte le sere in un cinema abbandonato e, con l’aiuto di un vecchio tecnico, inventano delle favole e si travestono per viverle. Realizzate con mezzi semplici, come carta, colla e fil di ferro, senza nessun aiuto tecnologico, le storie raccontano di principi e principesse, di streghe e regine, pescando dall’universo immaginifico di Ocelot, dove gli affetti sono più speciali degli effetti. Per riscoprire un po’ di magia e tenerezza.

Le storie narrate:

La principessa dei diamanti: A causa di una maledizione, una principessa è tenuta in un luogo segreto e inespugnabile. L’unico indizio per ritrovarla sono 111 diamanti che brillano nell’erba. Ma tutti i principi che hanno affrontato la prova sono scomparsi nel nulla.Il ragazzo dei fichi: Antico Egitto. Un mattino d’inverno, un ragazzo povero scopre un bellissimo frutto di fico sulla pianta sulla quale egli ha dimora. Decide allora di farne gradito regalo alla sua onnipotente regina.

La strega: Medioevo. La strega-maga uccide tutti i valorosi principi che osano attaccare il suo impenetrabile castello. Il re ha dichiarato che darà in sposa sua figlia a colui che la vincerà. Dopo tutti i fallimenti dei prodi cavalieri, anche un ragazzo coraggioso vuole sfidare la sorte e affrontare la strega. Ma a modo suo…Il mantello della vecchia signora: Giappone dei samurai. Una vecchia signora è inseguita da un ladro che vuole rubarle il mantello a tutti i costi. Ma l’uomo non ha fatto i conti con le infinite risorse della nonna. Un omaggio al grande paesaggista Hokusai.La regina cattiva: Pura fantascienza: una regina crudele uccide i suoi pretendenti con un potentissimo radar. Un semplice (e furbo) cantastorie è però deciso a sposarla comunque. Principi e principesse: In un romantico parco, un principe supplica una principessa affinché gli conceda un bacio. Lei, nonostante le remore, acconsente. Le conseguenze sono catastrofiche.

L’invenzione di ogni favola è un processo di creazione entusiasmante: stimola la fantasia e la creatività aprendo uno specchio sulle nostre visioni più profonde della realtà, che inevitabilmente proiettiamo sul mondo fantastico che stiamo generando. Nel film di Ocelot ritroviamo questi temi soprattutto nei siparietti fra le storie narrate, quando due giovani, un ragazzo e una ragazza, discutono con il loro maestro di animazione sulle storie e il loro sviluppo. Le favole diventano allora percorsi di evoluzione, di crescita, nei quali sia i bambini sia gli adulti possono confrontarsi su un piano non meramente razionale e verbale. La tecnica di animazione scelta in questa opera, ovvero il teatro delle ombre, è affascinante ai nostri occhi e semplifica di molto il disegno rispetto alle ipertecnologiche realizzazioni natalizie delle major americane, riportandoci a un modo di fare film d’animazione che si può proporre anche in una classe di scuola media. A questo proposito, una recentissima pubblicazione della Regione Lombardia, Arrivano i film 6: il cinema d’animazione, dedica un libro, un cd-rom e una videocassetta alla spiegazione dettagliata delle tecniche e della loro applicazione in ambito didattico. E la rilettura del film Principi e principesse ci fa ritenere che l’essenzialità del tratto può far risaltare grandemente il messaggio educativo della pellicola.

Per dirla con Calvino, “le fiabe sono vere e, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, sono una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi, sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna”.

Principi e principesse è un film da guardare e da gustare, anche perché, nell’episodio della strega riesce a spiegare a tutti, in maniera semplice e diretta, quale sia la maggior forza della nonviolenza rispetto a quella delle armi: il giovane pretendente affronta e risolve il conflitto perché accetta il confronto e rifiuta lo scontro.

Davide Tonet
Cooperativa FuoriSchermo – Cinema & Dintorni –

MUSICA
Paolo Predieri
Essere leader di se stessi contro il disordine mondiale

Intervista a Jello Biafra

Come andrà a Genova al prossimo vertice dei G 8 ? Avremo un intervento musicale significativo per il successo delle iniziative “alternative”, come accaduto in diverse altre occasioni ?
Negli ormai mitici giorni in cui il movimento contro la globalizzazione si è imposto all’attenzione generale, ad esempio, il coprifuoco a Seattle è stato infranto da Jello Biafra, Krist Novoselic (Nirvana, Sweet 75) e Kim Thayil (Soundgarden) che hanno suonato dal vivo come “No Wto Combo”. La documentazione sonora con un interessante libretto è nel Cd “Live from the battle in Seattle”- No Wto Combo – Alternative Tentacles.
Jello Biafra, cantante dei Dead Kennedys e dei Lard, è stato anche nella rosa dei candidati alle presidenziali degli Stati Uniti per i Verdi, che alla loro convention hanno poi scelto Ralph Nader.

La tua opinione su quello che è accaduto nei giorni della protesta contro il Wto?
A Seattle in realtà non c’è stata nessuna rivolta , gli unici a usare effettivamente la violenza sono stati gli sbirri. Poche decine di ragazzi hanno compiuto atti di vandalismo, certo, ma non una rivolta: hanno rotto le vetrine di McDonald’s e di altre multinazionali, nel centro di Seattle. I poliziotti hanno perso il controllo, iniziando a sparare proiettili di gomma in faccia alla gente, caricando e picchiando tutti, senza distinguere, prendendosela con semplici passanti, vecchi, bambini, tutti…

Quando è nata l’idea del “No Wto Combo” ?
E’ nato tutto da quando ero stato a Seattle per lo “Spitfire Tour”, con Krist Novoselic, Michael Franti e altri ancora. In quella occasione fu annunciata la protesta contro il Wto e noi ovviamente aderimmo. Cercammo di coinvolgere altri artisti e gruppi famosi, chiedendo loro di essere presenti e magari esibirsi, per aumentare il successo della protesta. Contattammo i Pearl Jam e i Rage Against The Machine, tra gli altri, ma ci risposero che non potevano perché avevano già altri impegni. Così ci abbiamo pensato noi.

Come è stato il concerto ?
Abbiamo iniziato con un mio discorso sulle ragioni della protesta, sulla situazione di quei giorni, mentre poco alla volta Krist, Kim e Gina Mainwall (Sweet 75) intervenivano, inserendo parti musicali sulle parole. Quella sera hanno partecipato anche Jim Page, un cantante folk e gli Spearhead con Michael Franti, che in quell’occasione hanno suonato pezzi nuovi.

Come ha reagito il pubblico ?
E’ stato interessante, c’era un miscuglio di gente, chi era lì per me o per i Dead Kennedys, chi per i Soundgarden o i Nivana, per Spearhead o per Jim Page… In realtà tutti si sono divertiti, nonostante la tensione. Avevamo infatti dovuto spostare di un giorno il concerto perché la polizia aveva circondato il centro e dichiarato il coprifuoco. Anche la sera dopo è successo lo stesso, ma ce ne siamo fregati e abbiamo suonato mentre gli sbirri circondavano l’edificio.

A Seattle qual era l’atmosfera delle manifestazioni?
Ho visto gente di ogni tipo marciare insieme. Gli anarchici più radicali con quelli che di solito sono chiamati rednecks, i vecchi hippies, la gente normale, i punk. Tutti insieme. Queste situazioni uniscono e fanno dimenticare le differenze. Qualcosa del genere qui negli Stati Uniti non succedeva dai tempi del Vietnam, ma come allora la lotta sarà lunga; non si possono cambiare cose così grandi e radicate in questo sistema in poco tempo.

In concerto a Seattle, in prima fila contro la censura e candidato alle elezioni presidenziali: qual è il messaggio, la posizione politica di Jello Biafra?
Credo che ci sia un momento per l’azione diretta, un altro per la protesta pacifica e quindi anche quello in cui cercare di cambiare le cose con il voto. Il problema vero è che gli americani sono lenti a reagire: ci misero anni a capire che Hitler andava combattuto, ci misero anni a prendere coscienza di quello che succedeva nel Vietnam e così succede ancora adesso… L’unico messaggio è che la gente deve capire che può essere leader di se stessa.

(dall’intervista di Marco Mathieu pubblicata su “Rumore” maggio 2000)

LIBRI
Silvia Nejrotti
Un dizionario senza la n di nonviolenza

A. AGOSTI (a cura di), Encicopledia della sinistra europea nel XX secolo, Editori Riuniti, Roma 2000, pagg. 1.344, £ 100.000.

E’ questa, diretta dal prof. Aldo Agosti, un’opera monumentale, che non abbiamo né lo spazio né le competenze per valutare nella sua interezza e che quindi prendiamo in esame solo per quanto riguarda i rapporti analizzati fra la sinistra e il mondo nonviolento.
Notiamo subito che fra le trecentosettanta biografie riportate appaiono pure quelle di Aldo Capitini e di Lorenzo Milani. Per quanto riguarda il primo si tratta di mezza pagina, scritta da Pietro Polito, che riassume egregiamente gli aspetti salienti del filosofo umbro, anche se lo spazio riservatogli non permette all’autore della nota di spingersi più in profondità. Medesimo spazio viene concesso al sacerdote di Barbiana, nella cui biografia non c’è posto neppure per ricordare il processo per apologia di reato. Peggio va a Danilo Dolci, del quale si dice solo che fu “impegnato in un’originale esperienza di animazione sociale in Sicilia”, e a La Pira, di cui si ricorda esclusivamente che fu un intellettuale cattolico: ad entrambi più o meno lo spazio che viene dedicato a Patty Pravo e ad Adriano Celentano. Inutile cercare Pietro Pinna o Lanza del Vasto e anche il segretario del Partito Radicale Cicciomessere, incarcerato nel 1972 per obiezione di coscienza. Ignorato resta il caso creato dal noto film di Autant-Lara “Non uccidere” del 1961. Notiamo ancora che il termine nonviolenza, a seconda degli autori, viene trascritto talvolta nella sua grafia corretta e talvolta in maniera imprecisa (non violenza).
In un’enciclopedia che ha la pretesa della completezza è facile trovare lacune. Non dobbiamo stupirci che in questo testo non sia stata data rilevanza al mondo nonviolento. Ricordiamo che il Partito Comunista Italiano non ha mai avuto una tradizione nonviolenta. L’unico partito a cui gli obiettori degli anni Cinquanta potevano rifarsi era il Partito Socialista Italiano (P.S.I.), che aveva per lo meno una tradizione antimilitarista (ricordiamo la formula di Lazzari nella prima guerra mondiale “Né aderire, né sabotare”). Ma anche il P.S.I. disapprovò l’obiezione di Pietro Pinna, scrivendo su “L’Avanti” il 5 novembre 1949: “… l’obiettore Pinna non giova né alla causa della pace, né a quella del proletariato e (…) nulla c’è da sperare in lui in questa lotta dura e lunga contro la guerra”. Negli anni Sessanta fu il Partito Radicale (P.R.) che offrì appoggio culturale e materiale agli obiettori, ma, considerando anche le scelte fatte in seguito dal P.R., a mio avviso era spinto non da una scelta nonviolenta quanto dal tentativo di limitare l’ingerenza dello Stato nelle scelte dei cittadini. In tale ottica possono essere considerate le lotte per il divorzio, per l’aborto, contro la censura e, appunto, a favore dell’obiezione di coscienza.
Quindi in un ambiente culturale come quello della sinistra, rigido e chiuso in se stesso, accogliamo come un segnale positivo che si inizi a parlare, anche se in maniera ancora insufficiente, di personaggi che hanno costruito in Italia la storia della nonviolenza. Don Milani non militò nella sinistra ma la sua biografia, come spiega Agosti nell’Introduzione, è stata inserita perché è diventato un riferimento esemplare per la sinistra stessa. La presenza di Capitini evidenzia l’idea di forzare i confini ideologici e politici della sinistra tradizionale. Uno sforzo che non può lasciarci indifferenti e che ci fa ben sperare.

Sergio Albesano

EDUCAZIONE
Angela Marasso
Educare alla pace fra ebrei ed arabi

In séguito alla crisi che da alcuni mesi sta flagellando il Vicino Oriente, Nevé Shalom / Wahat al-Salam (l’”oasi di pace” fondata in Israele da padre Bruno Hussar, nella quale ebrei e arabi di cittadinanza israeliana conducono da una trentina d’anni una civile convivenza) è diventata il centro d’elezione per incontri e consultazioni fra le varie organizzazioni impegnate a promuovere la pace. Più d’una volta dall’inizio delle tensioni e degli scontri, rappresentanti di tali organizzazioni si sono dati convegno nel villaggio onde concordare strategie comuni e promuovere manifestazioni pubbliche dotate, grazie agli sforzi congiunti, della visibilità necessaria. NSh/WAS, inoltre, riceve continuamente visite di giornalisti israeliani e stranieri, la cui presenza mette a dura prova la pazienza degli abitanti ma soprattutto degli insegnanti, che trovano arduo svolgere con profitto la loro fatica quotidiana. Nei giornali e nelle televisioni di tutto il mondo sono ora frequenti i servizi giornalistici dedicati a NSh/WAS, cosicché i responsabili del villaggio stanno ricevendo moltissime lettere di solidarietà da sostenitori e amici dei Paesi più diversi.
Certo, vivere di questi tempi in una località in cui ebrei e arabi si trovano a collaborare e a coabitare su un piede di eguaglianza non è facile. Fra gli abitanti sono frequenti le esplosioni di ira, di frustrazione, e talvolta i docenti arabi, allorché entrano in classe, non riescono a trattenere le lacrime. Ciò nondimeno una visita a NSh/WAS offre l’opportunità – oggi invero rarissima – di scoprire che la coesistenza fra i due popoli è ancora possibile. “Per parte nostra, dicono gli abitanti, stiamo ben attenti che la bufera che produce devastazioni là fuori non travolga anche noi altri”.
“Non si pensi – afferma l’ebreo Boaz Kita’in, direttore della scuola elementare – che le grandi correnti che sconvolgono l’intera regione restino fuori dal nostro ambiente senza penetrarvi. Gli appelli che suonano ‘Morte agli arabi’ o ‘Morte agli ebrei’ arrivano anche alle nostre orecchie. Le frustrazioni sono terribili, e così andiamo tutti domandandoci quale posto dobbiamo occupare in questi frangenti e quale atteggiamento dobbiamo assumere. Ecco un esempio. Ogni giorno io mi piazzo all’ingresso della scuola per salutare i ragazzi che entrano. Stamane un’allieva araba proveniente da uno dei villaggi qui attorno mi ha interpellato per dirmi che era in collera con una compagna ebrea: il giorno innanzi, costei le aveva chiesto se i palestinesi non fossero tutti impazziti giacché avevano preso a sassate l’automobile della sua famiglia. ‘Perché mai mi dice che siamo matti?’ urlava la bambina. Il conflitto tra arabi ed ebrei assume anche questi aspetti. Ne ho colto la sollecitazione e, entrato in classe, ho chiesto alla ragazza araba di esporre la propria posizione e alla ragazza ebrea di fare altrettanto. In tal modo il conflitto tra le due ragazzine ha potuto trasformarsi nell’avvìo di un dialogo”.
“La situazione crea difficoltà e confusione specialmente nei più giovani”, sostiene Shai Schwartz, un altro ebreo che vive a NSh/WAS con la famiglia. “I ragazzi del villaggio vengono allevati nel rispetto verso quelli dell’altra parte. Piuttosto che illuderli che ‘il contrasto non esista’, noi ci sforziamo di informarli senza veli sulle versioni contrastanti che i due popoli danno dei medesimi avvenimenti. Lo spettacolo offertoci dai media è tale da rendere inaccettabile il fatto che tutto il buono stia da una parte sola. Il mondo visto dai media è un mondo in bianco e nero, tutti i buoni da una parte e tutti i malvagi dall’altra. Il nostro sistema educativo aiuta a capire che nella vita c’è posto per il dilemma, per le opinioni in contrasto”.
“I tempi sono durissimi”, commenta Daphna Karta-Schwartz (la moglie di Shai), che nella scuola del villaggio è docente di teatro. “Fra i nostri studenti abbiamo ragazzini che, abitando a Gerusalemme est, sperimentano quotidianamente il clima infuocato di una sommossa che continua a nascere e a rinascere all’improvviso. Quando arrivano qui, lontano dall’atmosfera feroce della loro città, i ragazzi trovano la pace e la quiete del nostro ambiente. Facciamo di tutto per aiutarli a superare lo sconforto, offrendo loro calore e sostegno. Ogni lezione prende le mosse da un ascolto interiore, da uno sfogo del cuore. Osservo che i bambini sono pieni di paura, di frustrazione e d’ira. Così, nel nostro lavoro scolastico cerchiamo di dare corpo a un personaggio teatrale, ‘Satana’, il cui massimo godimento consiste nel vedere che ciascuno è in collera, combatte e uccide il prossimo. Gli obiettivi che ci proponiamo, allora, sono quelli di neutralizzare ‘Satana’ e di superare il nostro nemico comune, la paura”.
“Con l’ebreo della porta accanto io non ho problemi”, afferma Anwar Daoud, l’arabo che per vari anni ha diretto la scuola elementare e da pochi mesi è il Segretario Generale [Sindaco] della comunità, “ma ho problemi con la classe politica e i membri del governo d’Israele: si tratta di un establishment che nel giro di una settimana ha fatto morire in Galilea dodici cittadini arabi. Non è ammissibile che uno Stato spari sui propri cittadini: questa è una questione su cui il mio vicino di casa ebreo e io ci troviamo perfettamente d’accordo. Devo tuttavia ammettere che differenze d’opinione anche profonde mi dividono dai vicini ebrei i cui figlioli fanno il servizio militare.”
Tom, il maggiore dei figli di Boaz e Daniella Kita’in, perse la vita nel febbraio 1997 a bordo di uno dei due elicotteri dell’esercito che accidentalmente si scontrarono ai confini con il Libano. Al dolore della famiglia presero parte da sùbito tutti i membri, ebrei e arabi, della comunità di NSh/WAS. E all’epoca l’opinione pubblica diede un rilievo particolare al lutto che aveva colpito i Kita’in: persone insediate da gran tempo in un villaggio in cui ebrei e arabi vivevano assieme con la dichiarata intenzione di dimostrare che la coesistenza è possibile. Tuttavia, fra gli abitanti dell’”oasi di pace” i primi seri malumori cominciarono a manifestarsi il giorno in cui i famigliari di Tom chiesero che il villaggio dedicasse un segno, una targa, alla memoria del soldatino caduto. A quel punto gli abitanti di NSh/WAS si resero conto di quanto profondamente il conflitto in atto tra i due popoli avesse fatto breccia anche nel ristretto àmbito dei loro rapporti di vicinato. In termini dolorosi, cominciarono a prendere corpo dilemmi di fondo, con i quali gli uomini e le donne del villaggio avevano sino allora evitato di confrontarsi. Come rapportarsi ai ragazzi della comunità chiamati al servizio di leva, e che fare per tenere sotto controllo la frustrazione e l’ira di una parte e dell’altra?
“Devo ammettere, chiarisce Anwar Daoud, che tra me e qualsiasi genitore che abbia un figlio sotto le armi la tensione esiste. Non c’è dubbio: essa insorge tutte le volte che in gioco vi sono questioni che toccano gli orientamenti personali. Allora le divergenze diventano abissali, addirittura incolmabili. Tra la mia sensibilità e quella di un genitore che piange il figlio caduto in guerra, la distanza è enorme. Per esempio Boaz, il padre di Tom, era tra coloro che quest’anno, in occasione dell’anniversario della nascita di Israele (Yom ha-Atzmaùth), hanno acceso la fiaccola dell’Indipendenza. A mio parere, quest’atto ha rappresentato una mancanza di rispetto verso la nostra comunità. Le cose che dissi allora a Boaz lo urtarono profondamente e io non me ne curai. Oggi la situazione è diversa. Vi sono molte cause per le quali ci battiamo fianco a fianco, com’è quella di condannare l’uccisione dei nostri concittadini in Galilea. Al padre di un militare che l’altro giorno mi diceva ‘Sono nell’angoscia perché non ho notizie di mio figlio’, non ho saputo che cosa rispondere. A questo punto, le opinioni che ho a livello politico si mescolano all’onda dei miei sentimenti personali; e poiché riesco a comprendere quello che prova il genitore del ragazzo sotto le armi, per ora preferisco astenermi dall’esprimere critiche”.
“Non c’è nulla di strano: molti dei miei amici sono ebrei”, esclama Samaa, la figlia dodicenne del Segretario Generale Anwar. “ Nei rapporti che ho con loro ogni giorno, non mi càpita mai di chiedermi se sono ebrei o arabi. Tutto ciò è molto naturale qui da noi. Le cose funzionano così nel nostro villaggio”. Samaa studia a Ramle, in una scuola media cristiano-ortodossa. “È lì, nella mia classe, che i ragazzi fanno discorsi contro gli ebrei in una chiave razzista e unilaterale. Quando parlano degli ebrei, tengono conto soltanto dei loro comportamenti cattivi, mentre sorvolano sul fatto che gli arabi incendiano le automobili”.
Ilan Frisch, uno dei pionieri ebrei della comunità, ha un figliolo sotto le armi, inquadrato in un’unità di combattimento, il quale afferma: “Molte volte questo conflitto è privo di sbocchi”. Un altro arabo, Abdessalam Najjar, che è anche uno dei pionieri di NSh/WAS, confessa che talvolta, alzandosi al mattino, desidererebbe non incontrare alcun ebreo.
Nevé Shalom / Wahat al-Salam, una minuscola isola nel cuore di un oceano in tempesta, vede i suoi abitanti compiere sforzi quotidiani per non lasciarsi travolgere dai marosi che li assalgono da ogni parte. Di questa strenua resistenza, Daphna Karta-Schwartz dà un’idea dicendo: “Ogni mattino contiamo fino a dieci, cerchiamo di contenere la nostra ira e, tutti insieme, tiriamo avanti sulla nostra strada”.
Bruno Segre

LETTERE
I quattro muri della prigione di Adriano Sofri

Il sole appena pallido non riesce a riscaldare il freddo di tramontana, in questo giorno di metà gennaio a Pisa, ma fa risplendere i colori delle semplice case che proteggono le strade del centro storico. Quando mi avvio verso il carcere, che rinchiude innocente Adriano Sofri ormai da quattro anni, il cielo è coperto di nuvole. Già da lontano scorgo la torre famosa incombere minacciosa sul vecchio edificio, trattenuta da mille cavi solidali decisi a contrastare il suo destino. Ho cercato tra le pareti spesse una breccia che mi consentisse di entrare. Mi sono subito imbattuto in un primo muro, il muro delle buone intenzioni. Ecco, il carcere come luogo di espiazione dei corpi e di redenzione delle menti. Mente e corpo, considerati anche da una certa psichiatria come parti separate dell’essere umano. Si capisce allora perché a Sofri è concessa la libertà di far quotidianamente evadere pensieri (alcuni suoi pensieri) che vengono ospitati da alcuni giornali in Italia e all’estero. Ma il suo corpo no: deve restare ben richiuso, assieme a quello di migliaia di altre comparse mutilate dei sensi, a beneficio del palcoscenico elettorale su cui va in scena la farsa quotidiana della “fermezza”. Per carità, che non si parli più di amnistie e indulti ora che è finalmente passato il Giubileo e si possono dimenticare i ripetuti appelli del Papa. Copre un lato intero l’imponente muro della vendetta. Cosa pretende quest’uomo, a capo di una rivolta incompiuta che ha cambiato l’Italia nella stagione delle grandi utopie? E come si è permesso di lasciare l’esilio volontario per presentarsi, con la cricca socialista e quel tale Leonardo Sciascia, il vigliacco, a mettere in dubbio la capacità e la volontà dello Stato di salvare l’Aldo Moro condannato a morte dalle brigate rosse? Si innalza sul lato Sud del carcere il muro della verosimiglianza. A venti o trent’anni di distanza, il tragico omicidio del commissario Calabresi può ben diventare un pilastro simbolico per condannare, con Sofri, Pietrostefani e Bombressi, un’intera generazione che si affacciava sul mercato dei mestieri ereditari. Sembrava una peculiarità tutta italiana questa vicenda, fino a quando, dentro il riposizionamento fazioso della CDU malata di astinenza al potere, non è cominciata la criminalizzazione in Germania del ministro degli esteri Joschka Fischer. A nulla è servita la tenacia con cui Adriano Sofri ha cercato dal primo giorno di riportare i numerosi processi nei limiti del fatto imputato, per evitare che fossero le parole dette e scritte in quel lontano contesto, a diventare di fatto la prova decisiva a suo carico. Ed invece l’uccisione del commissario Calabresi è stata attribuita a Sofri, con la complicità di un interessato pentito, solo perché Lotta Continua usava allora parole plausibilmente all’altezza di quel omicidio. L’ha costruito da se il quarto lato della sua prigione, Adriano Sofri. E’ il muro della responsabilità. C’è stato un periodo, della nostra storia generazionale, in cui le parole erano state ridotte a puro strumento di lotta politica. Pensavamo di essere insieme l’operaio oppresso nelle fabbriche, il Davide vietnamita contro il Golia americano, il contadino calabrese espulso dalla sua terra. E nel nome di troppo grandi ingiustizie ci sembrava poca cosa mettere in gioco la nostra e l’altrui vita. Adriano Sofri ci ha presto insegnato che la “parola” è di per sé l’essenza del vivere. Già dalla fine degli anni ’80, ben prima quindi dell’inizio della persecuzione giudiziaria, aveva deciso di farsi per questo carico della responsabilità di tutte le parole dette e delle azioni che ne potevano essere scaturite; delle parole sue e dei molti ai quali si vorrebbe perfino negare la nobiltà di essere stati e di essere rimasti amici. Così è stata ieri per me impenetrabile la prigione in cui vive Adriano Sofri. Non so se in quell’ammasso di ferro e di mattoni, sormontati da una torre sempre più pendente, riesce a sopravvivere qualche fiore. Ho pensato allora di spedirgli una “Rosa di Gerico”, quel piccolo rovo rinsecchito che si aggira nel deserto in balia del vento e fiorisce miracolosamente ogni volta che ha la fortuna di trovare una pozza d’acqua su cui posarsi e da cui riprendere vita. Edi Rabini Bolzano La vergogna europea dell’uranio impoverito Si fa un gran parlare dei danni subiti dai soldati inviati dagli Stati europei in conseguenza dei proiettili all’uranio impoverito. Questa campagna è paradossale, grottesca e tragica. Paradossale perché i governi che hanno inviato le truppe lamentano danni che loro stessi hanno inflitto agli jugoslavi; grottesca perché gli stessi governi erano ben consapevoli della natura dell’intervento; tragica perché ancora una volta non si vuole proporre un vero progetto di pace ma rilanciare lo scontro mondiale tra interessi economici e militari. Si riaffaccia ancora in Europa lo spettro della belva umana?

Sergio Martella Padova