Azione nonviolenta – Gennaio-Febbraio 2002

Azione nonviolenta gennaio febbraio 2002

– Il dolore della storia, nella storia di ognuno
– La speranza è nella paura; Paura di vedere un figlio trasformato in soldato dell’esercito israeliano
– Il premio Nobel alternativo per la pace a Gush Shalom e ai coniugi Ury e Rachel Avnery
– Action for Peace, in palestina all’inizio dell’anno per far parlare i protagonisti
– Una terapia nonviolenta per convertire la sofferenza in opportunità di crescita e di esperienza liberatoria
– Appuntamento a Ferrara del 12 al 14 Aprile: “La nonviolenza è il varco attuale della storia”
– La rivoluzione nonviolenta di Danilo Dolci fatta di azioni e di parole. Un educatore poeta

Rubriche

– Educazione
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– Storia
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– Libri

27 gennaio, Giornata della Memoria
Il dolore della storia, nella storia di ognuno

Ogni anno, figli di ebrei e di nazisti si incontrano, in Germania, per condividere la loro sofferenza

Di Elena Buccoliero

“Quando ho saputo degli incontri, inizialmente non ne volevo sapere. Ho trascorso notti insonni nell’incertezza. Alla fine ho deciso di andare, ho deciso di affrontare il mio odio, i miei pregiudizi”.
C. ha oggi una settantina d’anni. E’ di origine germanica e vive a Roma. Durante la seconda guerra mondiale, insieme alla sua famiglia, è stata deportata in campo di concentramento come ebrea.
A cinquant’anni di distanza, è tornata nei luoghi della sua sofferenza, insieme alla Rete di Indra.
Ogni anno, infatti, a partire dal 1993, questa associazione organizza una settimana di incontro tra discendenti di ebrei e di nazisti – o tra questi in prima persona, se lo desiderano – per “un viaggio guidato sul ruolo che l’olocausto ha avuto sulle loro vite”.
In gioco, dunque, non ci sono le ragioni della storia, né l’interpretazione filosofica o culturale dell’olocausto, ma i segni indelebili che quei fatti hanno lasciato sulla vita di ognuno, anche di chi ne è coinvolto indirettamente, come figlio o nipote.

La guarigione interiore

Tutte le persone in gioco, siano discendenti di ebrei o di nazisti, hanno in comune una grande sofferenza interiore. Su alcuni pesa la vergogna e il senso di colpa per quello che i genitori hanno commesso, per tutti la fatica di fare i conti, nella propria storia personale, con gli avvenimenti della Storia.
C. racconta che per lei è stata una vera e propria esperienza di guarigione interiore. Prima di quel momento C. si era sempre rifiutata di parlare tedesco con un tedesco, o di ritornare a Berlino, che aveva lasciato nel 1942, a bordo di un carro bestiame…
“Eppure ho percepito, in chi avevo imparato a pensare come mio nemico, una profonda onestà, responsabilità e vergogna per quello che era avvenuto. Mi sono resa conto dei miei pregiudizi nei confronti del popolo tedesco, come se tutti fossero colpevoli”.
Il destino qualche volta gioca scherzi amari.
“Tra noi ebrei era seduta Rosa”, racconta ancora C.. “Ad un tratto abbiamo realizzato che i suoi genitori erano stati assassinati dal nonno di Martina, che era seduta insieme a noi, dall’altro lato della stanza… E’ stata una esperienza indescrivibile”.
Il dialogo avviene nel riconoscersi uguali, ugualmente vittime di una violenza non voluta, che tanto ha distrutto nella vita di ognuno. Molti figli di nazisti hanno dovuto superare l’omertà familiare sugli anni della guerra, e successivamente l’orrore di identificare il proprio padre come aguzzino. La riconciliazione è possibile proprio perché ognuno riconosce la sincerità dell’altrui sofferenza. Ma anche per chi, come C., è dalla parte delle vittime della storia, la “liberazione” è una esperienza lunga e dolorosa, mai completamente conquistata.
“La mia famiglia avrebbe potuto evitare la deportazione. Ma mia madre, che era nata in Russia, già una volta era stata costretta a fuggire e così, durante la guerra, non ha voluto scappare una seconda volta. Per tutti quegli anni, dentro di me, ho continuato a ritenerla colpevole per la distruzione della nostra famiglia e per la sofferenza che ci è stata inferta – ed ho continuato a sentirmi in colpa per i miei sentimenti verso di lei”.
E conclude: “Ho versato le mie prime lacrime lì, a quell’incontro, tra le braccia di Ilona, figlia di una SS. Forse solo ora posso dire di essere riuscita a perdonare”.

L’odio dei padri, l’amicizia dei discendenti

Gli incontri hanno avuto un seguito, gruppi di ebrei e figli di nazisti hanno fatto visita insieme ai campi di concentramento, hanno pregato insieme. Vere e profonde amicizie sono nate tra i discendenti di chi è stato nemico fino alla tortura e alla morte.
Questa esperienza apre una speranza su un fare memoria della sofferenza che serva davvero, non a perpetuare la vendetta e l’odio, ma a riconoscersi uguali e ad abbattere le barriere che, prima di tutto dentro ognuno di noi, ci impediscono di conoscere l’umanità dell’altro.
L’associazione La Rete di Indra ha prodotto anche materiale didattico per le scuole o, in generale, per lo svolgimento di incontri di approfondimento su questi temi. Segnaliamo in particolare One by one, (“ad uno ad uno”, a rimarcare l’intenzione di affrontare la sofferenza di ciascuno): una mostra di quadri e fotografie realizzati da artisti figli di sopravvissuti all’Olocausto e di discendenti del Terzo Reich.
INFO: Associazione La Rete di Indra, viale Gorizia 25/c, 00198 Roma.
La speranza è nella paura; paura di vedere un figlio trasformato in soldato dell’esercito israeliano

di Deby Birnbaum

Quella che segue è una lettera inviata da una madre israeliana, Deby Birnbaum, all’associazione pacifista israeliana New Profile, che sostiene gli obiettori di coscienza.
Per chi volesse approfondire segnaliamo, sul sito www.nonviolenti.org, il dossier Israele e Palestina, nel quale presentiamo, tradotti in italiano, i contributi di alcuni tra i più importanti gruppi pacifisti attivi in quei territori.
I testi comprendono: la testimonianza di azioni nonviolente, la denuncia di situazioni di violazione o l’ampliamento degli insediamenti israeliani, l’obiezione di coscienza in Israele, alcune voci del dibattito sulla risoluzione del conflitto per come viene affrontato negli ambienti nonviolenti.

In Israele, le madri che hanno paura – gli uomini non hanno mai paura – sono definite “troppo ansiose”, irrazionali e incapaci di pensare chiaramente. E’ un modo tutto israeliano per disfarsi della paura. Una emozione legata ai fatti, la paura; una emozione che è razionale ed essenziale per sopravvivere. Le madri vengono considerate “incapaci di comprendere” perché “la loro ansia annebbia la capacità di pensare razionalmente”.
Vorrei dare voce a quello che sento.
Io ho paura quando penso al mio figlio più grande, arruolato nell’esercito, e so che verrà sottoposto ad una formazione che lo priverà della sua identità, indipendenza, sentimenti, paure e speranze, e della sua capacità di pensare in modo critico e creativo. Tutto questo rientra negli sforzi necessari per fare di lui un soldato efficiente, che obbedisce incondizionatamente agli ordini.
Ho paura perché so che, nel momento in cui mio figlio entrerà con la sua anima e i suoi sentimenti nella “stanza dei sigilli”, le sue possibilità di uscirne saranno pressoché nulle.
Ho paura perché so che mio figlio assumerà il linguaggio e il comportamento del potere; che per lui il dialogo diventerà una battaglia da vincere, perché questo sarà l’unico modo per diventare un ragazzo in gamba e sopravvivere alle missioni di morte e di distruzione che richiedono di ritenersi invincibili.
Ho paura perché so che finirà per disumanizzare chiunque rappresenti, in quel momento, il nemico. Questo sarà per lui l’unico modo per diventare capace di uccidere, o di essere ucciso.
Ho paura perché so che farà suo il modo di pensare per cui “non c’è alternativa”. Dovrà convincersi che il potere e la violenza sono modi legittimi per risolvere i conflitti sociali e politici, o non potrà accettare di opprimere, di uccidere, o di mettere in pericolo la propria vita.
Ho paura perché so che finirà per credere che il diritto alla vita degli ebrei in Israele ha la priorità sulle altre fedi o nazionalità. E che è impossibile condividere le risorse, ma solo soccombere o far soccombere. Solo con questo atteggiamento interiore potrà rischiare la propria vita o sopprimere quella di altre persone.
Ho paura perché so che, a dispetto di tutte le canzoni, le preghiere e i miti di eroismo, l’esercito è una istituzione progettata per uccidere e distruggere nel modo più efficiente possibile.
Ho paura perché so che chi prende decisioni politiche in tema di sicurezza, in Israele, non è mai stato un semplice civile, non è mai stato “pauroso”; è stato solo un generale e, prima di questo, un soldato. Queste persone sperimentano la parte più dolce della gerarchia, cioè possedere un potere immenso che nessun civile può teoricamente contraddire, avere tutti i privilegi di classe, e il senso di onnipotenza di chi ha subordinati che obbediscono agli ordini senza fare domande.
Ho paura perché chi decide è occupato con cosucce banali – giochi di potere e di prestigio – e tratta tutto con la stessa serietà e la stessa pesantezza. Non ho visto in loro il coraggio e la speranza che occorrono, per portare una società confusa e frammentata alla trasformazione dei valori e dei comportamenti, necessaria per una soluzione giusta. Stanno sprecando tempo e vite umane. Io so che questo tempo si paga con il sangue.
Ho paura perché so che il conflitto continuo con i palestinesi, i siriani e i libanesi è una copertura per non occuparsi del nucleo corrotto della questione, dovuto alla negligenza di tutti i governi precedenti – povertà, razzismo, disoccupazione, estremismo, discriminazione, oppressione dei deboli. Di fronte a queste complesse difficoltà, la cosa più sicura è sempre stata ripetere il mito del proprio essere piccoli, vulnerabili, minacciati, in un mondo che ci odia e che vuole distruggerci.
Ho paura perché so che abbiamo abbastanza armi convenzionali, chimiche e atomiche per “sentirci al sicuro”. Ed inoltre le cosiddette fonti militari sostengono che questo apparato è inadeguato – inadeguato per i militari e per quelli che guadagnano dai profitti della guerra. Così, le enormi risorse che potrebbero venire applicate alla soluzione dei problemi reali, vengono deviate su progetti immaginari, e continuano ad alimentare una sicurezza illusoria.
Io ho paura perché mio figlio è stato educato in un sistema ideologico che gli trasmette messaggi come “la guerra è inevitabile”, “non ci sono alternative”, e “il massimo è diventare un eroe”.
Io ho paura perché le mie possibilità di convincerlo che le alternative esistono, non sono il massimo.
Io ho paura perché non ci sono speranze che l’esercito avvii una seria ricerca delle soluzioni, o si chieda quanti sono gli elementi necessari per i suoi contingenti, o accetti di comunicare in modo trasparente sul numero di coloro che non vengono chiamati alla leva, o prenda in considerazione la possibilità di ridurre le proprie dimensioni e risorse.
Io ho paura perché non c’è nessuna autorità civile che possa rispondere al mio appello per esaminare seriamente la struttura e gli obiettivi dell’esercito.

La mia paura è diventata una opportunità di conoscenza. Ogni volta che la sento, mi fermo ad osservarla e scopro nuove sfaccettature.
La paura è la voce che mi chiede di fermarmi ad ascoltare. Che mi chiede di ascoltare, insieme, la mia mente e il mio cuore. Attraverso una maggiore conoscenza, possiamo decidere come agire.
Certo, ho presentato solo parte della questione, e molto di più potrebbe essere detto. Ma, per quanto mi riguarda, ho deciso che ne so già abbastanza.
Non ho intenzione di aspettare di conoscere “tutto lo scibile sulla sicurezza nazionale” per fare la pace.
Non ho intenzione di collaborare.
Mi rifiuto, dal profondo della mia coscienza, di entrare a far parte della macchina ben oliata che trasforma mio figlio in un soldato.
Mi rifiuto di chiudere gli occhi sperando il meglio, e di ripetere il mantra, così familiare tra ebrei-israeliani, “non ci sono alternative, la guerra deve andare avanti”.
Il Premio Nobel alternativo per la Pace a Gush Shalom e ai coniugi Avnery

E’ il 7 dicembre 2001. A Stoccolma, nella sede del Parlamento svedese, con un giorno di anticipo sulla cerimonia di assegnazione dei Premi Nobel “ufficiali”, Gush Shalom e i suoi fondatori Uri e Rachel Avnery ricevono il Premio Nobel “Alternativo” per la Pace “per aver mostrato la strada per la pace tra Israeliani e Palestinesi, e per aver lavorato in questa direzione per diversi decenni con coraggio e dedizione”.
La giuria onora “i coniugi Avnery e gli attivisti di Gush Shalom per la loro ferma convinzione, nelle circostanze più difficili e pericolose, che la pace e la fine del terrorismo si possano raggiungere soltanto attraverso la giustizia e la riconciliazione”.
Il Premio Nobel Alternativo venne fondato nel 1980, “per rendere omaggio e supporto a coloro che offrono risposte concrete ed esemplari ai problemi più urgenti che si affrontano attualmente”.

Chi è Uri Avnery
Uri Avnery è nato in Germania nel 1923 ed è emigrato in Palestina con la sua famiglia nel 1933, quando Hitler salì al potere. Nel 1938 si unì all’organizzazione The Irgun in lotta contro il regime coloniale britannico, ma dopo tre anni se ne distaccò non condividendone gli atteggiamenti anti-arabi e i metodi terroristici. Nel 1948 era membro di un commando israeliano e veniva ferito per due volte sul fronte egiziano.
Nel 1950, dopo aver lasciato il quotidiano israeliano Ha’aretz, fondò una rivista ad ampia circolazione, Haolam Hazeh, in cui lavorò come giornalista e capo redattore nei successivi 40 anni. Per tutto quel periodo, il governo e l’esercito tentarono un boicottaggio economico totale contro il giornale.
Haolam Hazeh aveva uno stile simile al Time Magazine o a Der Spiegel, e una posizione politica di opposizione che denunciava la corruzione economica e politica del paese e richiedeva una politica nazionale radicalmente diversa. Il giornale proponeva uno stato di Israele moderno e liberale, in cui potessero riconoscersi tutti i suoi cittadini a prescindere dalle loro radici etniche, nazionali o religiose.
Verso la fine degli anni Cinquanta, il responsabile del servizio segreto israeliano testimoniò che il governo considerava Uri Avnery e Haolam Hazeh “il nemico pubblico numero uno”. Questo può spiegare perché la redazione e la tipografia vennero bombardate diverse volte. Avnery subì un’imboscata e gli vennero rotte entrambe le braccia, dopo aver criticato il massacro di Kibieh del 1953. Nel 1972 un incendio doloso distrusse gli uffici del giornale. Nel 1975 Uri Avnery riuscì a scampare ad un tentativo di omicidio.
Nel 1965 Uri Avenry poneva le basi per un nuovo partito i cui obiettivi erano la separazione tra politica e religione; uguali diritti per tutti i cittadini inclusa la minoranza araba, gli ebrei orientali e le donne; il supporto alla creazione di uno stato palestinese in Cisgiordania e a Gaza e ad una alleanza tra israeliani ed arabi in tutta la regione.
Chiamato “Haolam Hazeh”, il nuovo partito stupì per una vittoria elettorale sul Knesset, a quel tempo un fatto senza precedenti per una formazione politica completamente nuova.
Nel 1974 Avnery stabilì contatti segreti con gli officiali del PLO. Dall’estate del 1975 promosse un consiglio israeliano per la pace tra Israele e Palestina che, dal dicembre, continuò apertamente il dialogo segreto.
Nel luglio del 1982 Avnery incontrò pubblicamente il leader del “nemico”, Yassir Arafat, l’inizio di una serie di confronti. Nel 1992 sostenne l’elezione di Yitzhak Rabin e, successivamente, l’accordo di Oslo. Più tardi, deluso dalle azioni (e dalle omissioni) del governo nel percorso verso la pace, ha fondato Gush Shalom, il movimento per la pace che è diventato – insieme con quello delle donne israeliane – la voce leader, e spesso l’unica, di quest’area.
Quando, alla fine di settembre 2000, scoppiò l’Intifada al-Aksa, dopo il fallimento del summit di Camp David, molti dei gruppi pacifisti in Israele si arresero. Gush Shalom, insieme ad un piccolo gruppo di movimenti pacifisti, rischiò l’impopolarità per affermare che una pace giusta non è solo una soluzione etica, ma è l’unica concretamente possibile.

Che cos’è Gush Shalom
Spesso descritta come “risoluta”, “militante”, “radicale” e “coerente”, Gush Shalom è una organizzazione extraparlamentare, indipendente dai partiti o da altri gruppi politici. Il suo primo obiettivo è influenzare l’opinione pubblica israeliana a favore della pace e della riconciliazione con il popolo palestinese, sulla base dei seguenti principi:
– porre fine all’occupazione dei territori;
– accettare il diritto del popolo palestinese di stabilire uno stato indipendente e sovrano in tutti i territori occupati da Israele dopo il 1967;
– stabilire la “green line” del 1967 come confine tra i due stati (con il minor possibile scambio di territori, e pattuito da entrambe e parti). Il confine sarà aperto per il libero movimento di persone e merci, in base a reciproci accordi;
– stabilire Gerusalemme capitale dei due stati, con la parte orientale (inclusa Haram al-Sharif) capitale della Palestina e quella occidentale (incluso Western Wall) capitale di Israele. La città dovrà essere unita dal punto di vista logistico e dell’amministrazione municipale, sulla base di accordi tra le parti;
– riconoscere in principio il diritto di rientro per i rifiugiati palestinesi, permettendo ad ognuno di scegliere liberamente tra il rimpatrio in Palestina e un rimborso economico, e fissando per mutui accordi il numero di persone che potranno rientrare in Israele di anno in anno, senza mettere in pericolo la sicurezza di Israele.
– salvaguardare la sicurezza di entrambi i paesi con reciproci accordi e garanzie.
– lottare per la pace tra Israele e i paesi arabi e per la creazione di una unione regionale.
Gush Shalom non ha membri tesserati. Il movimento è composto di circoli concentrici. Il nucleo interno consiste di circa 100 attivisti che dedicano gran parte del loro tempo e della loro energia (e alcuni di loro, tutto il tempo e l’energia) a questo scopo. Nessuno di essi riceve compensi dal movimento. C’è poi un gruppo più ampio di circa 600 persone che prendono parte ad azioni di rilievo, ed altre migliaia di persone che si identificano con Gush Shalom e lo aiutano a sviluppare le sue campagne, spesso anche con un sostegno economico. Gush Shalom infatti ha risorse economiche estremamente limitate, in quanto non riceve fondi da organizzazioni israeliane o internazionali, tranne per donazioni modeste ed occasionali da gruppi pacifisti o singole persone di diversi paesi (come l’Olanda o la Germania).
L’impegno del movimento consiste nella promozione di campagne di educazione politica anche attraverso la realizzazione di materiale divulgativo e nello sviluppo di azioni nonviolente concrete, molte di esse condivise con gruppi palestinesi. Alcuni esempi:
– Partecipare alla ricostruzione delle case distrutte dall’occupazione militare (villaggi di Kifel Hares, Katana e Anata)
– riempire i solchi scavati dall’occupazione per isolare i villaggi palestinesi (Rantis).
– attraversare le barriere che chiudono i villaggi palestinesi, per incontrare gli abitanti dei villaggi che fanno lo stesso partendo dalla loro parte (Betlemmme).
– raccogliere le olive nei territori occupati, a vantaggio degli abitanti dei villaggi, cui i coloni e l’esercito vietano di entrare negli uliveti (Hares).

Le campagne di Gush Shalom, dal 1993 ad oggi

1993 – “Rilascio immediato dei prigionieri palestinesi!”, iniziata con una dimostrazione di massa di seimila israeliani e palestinesi di fronte alla prigione di Nablus all’indomani del trattato di Oslo.
1994 – insieme ad un Centro palestinese di Informazione per la Pace viene redatto un documento sulla violazione del trattato di Oslo.
1995 – “Gerusalemme capitale dei due stati”, rompendo per la prima volta il tabù sul destino di Gerusalemme. La campagna ha inizio con la pubblicazione di “La nostra Gerusalemme”, un manifesto firmato da 675 intellettuali ed artisti israeliani di successo.
1997 – “Stop ai bulldozer!”, contro la costruzione di nuovi insediamenti, prima a Jebel Abu-Ghneim (Har Homa) vicino a Betlemme e più tardi a Ras-al-Amud nelle prossimità di Gerusalemme.
1997 – “Boicottaggio nazionale dei prodotti dei territori occupati”, una campagna ancora attiva che ha coinvolto decine di migliaia di massaie israeliane ed ha raggiunto proporzioni internazionali.
1998 – “Segnare la Green Line”, per ristabilire il confine precedente al 1967 nella coscienza pubblica. Come atto simbolico, gli attivisti hanno ridisegnato il confine con vernice verde.
1999 – “Il diritto per la nazione palestinese di stabilire il suo Stato in tutti i territori della Cisgiordania e della Striscia di Gaza”, un manifesto firmato da 440 rappresentanti israeliani di rilievo.
1999 – “Il diritto di ritornare”, con cui Gush Shalom ha reso esplicito il suo piano per una soluzione giusta e pratica del problema dei rifiugiati.
2000 – “Fuori da tutti i territori occupati”, una richiesta che è alla base del movimento e che è diventata il tema di una campagna specifica iniziata con l’intifada di al-Aqsa.
2001 – “Oggi inizia il conto alla rovescia per la prossima guerra”, un segnale lanciato il giorno in cui si è formato il governo di unità nazionale di Ariel Sharon e Shimon Peres.
2001 – “Richiamiamo alla creazione immediata di una forza di pace internazionale in Palestina”, una campaga di protesta contro l’intensificarsi dell’oppressione nei territori occupati.
2001 – “Ottanta tesi per un nuovo processo di pace”, una dichiarazione lungimirante che annuncia un approccio completamente diverso alla pace tra Israele e Palestina, confrontando le reciproche narrazioni del conflitto e cercando tra di esse i possibili punti di contatto.
2001 – “Le generose offerte di Barak…”, una esposizione semplice e chiara, con mappe, preparata per una diffusione ampia, in risposta alla vasta propaganda del governo israeliano secondo la quale “Noi abbiamo offerto loro tutto e loro hanno risposto con la guerra”.

INFO: http://www.gush-shalom.org/

Action for Peace, in Palestina all’inizio dell’anno per far parlare i protagonisti

A pochi giorni dal ritorno dalla Palestina è difficile non avere nel pensiero la Palestina e la sua gente. Ogni viaggio mette in grave crisi lo stato d’animo. Diventa difficile dividere il filo della ragione dai sentimenti. Ora, che siamo tornati dopo un intenso lavoro. Ora, che non pesano più le riunioni senza fine e la paura di non riuscire a fare chi sa che cosa. Ora, che non porteremo più gli occhiali scuri alle sette di mattina per nascondere la stanchezza e il sonno, ora che agitazioni, nervosismi e rabbie sono svaniti come un lampo senza colore, ora che abbiamo superato anche le critiche, giuste o sbagliate. Dovrebbe essere più semplice tornare a ragionare e tracciare un resoconto politico nella situazione attuale. Tuttavia, ogni momento in cui si inizia la discussione inevitabilmente prende vita il colore della disperazione negli occhi dei nostri amici palestinesi fermati al posto di blocco israeliano. Il lamento straziante delle madri, che nei campi profughi rivendicavano fieramente la loro dignità e il diritto di ritorno dei loro figli, fratelli e sorelle rifugiati chi sa in quale campo della Siria, Giordania o Libano. La povertà dei bambini scalzi che calciavano il pallone rotto da settimane, da mesi, da anni. Lo sguardo impotente e pietoso del padre che fissa teneramente i suoi 5 figli chiudendosi in un mutismo eloquente. Le foto di giovani martiri che decorano le città in un silenzio funesto. Mille ingiustizie quotidiane che corrodono l’anima e la dignità dei palestinesi. Migliaia di feriti che non potranno essere mai più come prima. Un compito arduo trattare l’argomento tenendo distante il flusso del dolore e l’emozione che devasta il cuore e la mente.
Eravamo tanti, forse più di 400 persone, considerando tutte le delegazioni straniere: italiani, francesi, britannici, belgi e americani con cui, mano nella mano, pacificamente, abbiamo manifestato protestando contro le ingiustizie. Severi controlli, lacrimogeni, bombe assordanti, arresti ed anche il ferimento di un nostro compagno, non hanno fermato la manifestazione della nostra profonda solidarietà con il popolo palestinese. Tuttavia la sensazione che ti invade è sempre uguale: impotenza e debolezza dinanzi al un muro prepotente, arrogante, ingiusto e immorale che non si scalfisce per nessun motivo.

Farshid Nourai
Gruppo Palestina – Associazione per la Pace

La società Palestinese.
E’ decisamente drammatico ciò che i palestinesi hanno subito dal 28 settembre 2000. I fatti parlano chiaro; più di 1.000 morti e più di 20.000 feriti, la disoccupazione oltre il 60%, 120 posti di blocco israeliani dislocati in tutta la Cisgiordania e Gaza che riducono a immobilità i palestinesi. Le rappresaglie, le punizioni collettive, gli assassini “preventivi”, le distruzioni delle case e dei pozzi d’acqua, le terre agricole, le confische dei terreni ne sono alcuni esempi. Tuttavia i palestinesi continuano la loro resistenza. La violenta reazione israeliana non scalfisce la convinzione del popolo palestinese di ottenere i suoi diritti. I palestinesi, convinti di continuare la loro resistenza dinanzi all’occupante cercano la strategia giusta della resistenza.
Non sono affatto pochi coloro che sono convinti che occorre reagire con la forza e rispondere con i mezzi “militari” all’arroganza dell’occupante. Tale convinzione raggiunge il massimo nei campi profughi, nei villaggi isolati e nelle città maggiormente colpite dagli israeliani, in special modo a Gaza. I sostenitori di tale strategia richiamano la risoluzione numero 2649 del 30 novembre 1970, in cui l’Assemblea Generale dell’ONU afferma il diritto legittimo di lotta dei popoli sotto la colonizzazione o l’occupazione straniera e riconosce il diritto all’autodeterminazione ai popoli sotto occupazione. E’ del tutto evidente che il dolore e le tragedie subite dal popolo palestinese, la reazione violenta e indiscriminata israeliana, sommate alla debolezza dell’autorità palestinese, lo stallo totale del processo di pace e il silenzio internazionale, aiutino la maturazione di tale strategia. Il rilascio del Libano meridionale da parte dell’esercito israeliano dopo anni di lotta armata viene preso come esempio.
Eppure ci sono diverse organizzazioni della società civile convinte che tale strategia sia un errore e/o addirittura sia una trappola tesa dagli israeliani. Tale convinzione viene spiegata in questo modo: la delegittimazione dell’autorità palestinese da parte israeliana e di fatto l’incarcerazione di Arafat a Ramallah hanno lo scopo di fare scivolare la società palestinese ad assumere posizioni violente. E’ del tutto evidente che le richieste assurde israeliane avanzate in queste settimana riguardo l’arresto degli esponenti violenti della società palestinese non può essere attuato in pieno dall’Autorità Nazionale. Una posizione violenta contro organizzazioni come Hamas potrebbe avere conseguenze molto negative nella società palestinese. Una società che ha subito la perdita dei suoi figli non può tollerare che i suoi stessi governanti ne arrestino altri per volontà dell’occupante. Se l’Autorità davvero volesse compiere questo gesto avrebbe indubbiamente la necessità di ricorrere alla forza. Abbiamo già avuto l’esempio di ciò che potrebbe accadere, qualche settimana fa quando l’Autorità palestinese ha tentato di mettere sotto arresti domiciliari il leader carismatico di Hamas. Oltre tutto sono proprio i poliziotti dell’Autorità nazionale i bersagli preferiti degli israeliani. Molti palestinesi sono convinti che il disegno di Sharon prevede la capitolazione dell’Autorità Nazionale e che si stia già formando una leadership tra alcuni politici e comandanti militari palestinesi per la successione di Arafat. Altri sono convinti che il disegno di Sharon miri a creare in Palestina la presa di potere di una nuova formazione radicale per sostenere facilmente l’aggettivo “Terrorista” e a questo punto nessuno potrebbe impedire un intervento militare devastante israeliano per portare un nuovo ordine. Considerando la campagna antiterrorista americana in atto in questi giorni è difficile pensare che i paesi arabi potrebbero reagire concretamente o meglio militarmente.
Tale affermazioni può sembrare fantapolitica agli occhi di molti ma, di sicuro, non all’occhio dei palestinesi che hanno subito il cinismo israeliano e non coltivano nessuna fiducia negli israeliani in special modo in Sharon.

La resistenza nonviolenta
La grande maggioranza della società organizzata palestinese ha scelto la linea della resistenza non violenta in forme diverse. Occorre sottolineare che su un punto tutti palestinesi e la maggioranza dei pacifisti israeliani concordano: finché Sharon è al governo non si compierà nessun passo verso la pace. Prendendo atto di questo diventa necessario proteggere i civili palestinesi. La richiesta di una forza internazionale avanzata alle Nazioni Unite ha trovato ripetutamente il veto americano. Una coalizione di associazioni e organizzazioni palestinesi ha dato la vita al un network chiamato G.I.P.P “Grassroots Protection for the Palestinan Popele”. Il compito prefissato è la formazione di una presenza permanente di attivisti internazionali con lo scopo di impedire gravi violazioni di diritti umani commessi dagli israeliani. Al G.I.P.P. ha aderito anche la Piattaforma Italiana per la Pace in Medio Oriente che è stata la promotrice del recente viaggio in Palestina. E’ indubbio che l’iniziativa sia utile non solo per proteggere, per quanto in minima parte, il popolo palestinese anche perché evoca la speranza dei palestinesi di non essere lasciati soli. Inoltre sottopone ripetutamente la questione palestinese sotto i riflettori occidentali. Tuttavia tale azione ha dei limiti. La presenza internazionale che scoraggiava, in questi ultimi mesi, le azioni violente israeliane perderà la sua efficacia nel tempo. Basti pensare che il gruppo internazionale che il 29 dicembre proteggeva il passaggio dei palestinesi al Chek Point tra Ramallah e Bir Zait è stato colpito dai lacrimogeni israeliani. Lo stesso giorno a Nablus ad un altro gruppo internazionale è stato dato il benvenuto a raffiche di mitra sparato a pochi metri del punto di concentramento. In ogni caso la reazione israeliana davanti ai manifestanti internazionali non ha preso una forma totalmente violenta ma non si può sperare che tale atteggiamento non cambi in futuro. In questi giorni si parla della presentazione di un disegno di legge al “Parlamento Israeliano” per poter impedire l’ingresso dei turisti senza dare spiegazioni. In questo caso è semplice filtrare attivisti internazionali.

Disobbedienza nonviolenta
Uno dei metodi proposti, da alcuni organizzazioni palestinesi, è la disobbedienza nonviolenta. Tale pratica tende a rendere impossibile l’occupazione attraverso una generale disobbedienza civile. Tale pratica, in parte, è già stata messa in pratica ai tempi della prima Intifada. Una metodica e generalizzata disobbedienza. Basti pensare alla rimozione sistematica dei blocchi stradali che isolano i villaggi palestinesi, ricoltivazione delle terre agricole distrutte, ricostruzione delle case demolite ecc.. E’ chiaro che tale attività dovrebbe avere luogo in assenza diretta dell’esercito israeliano. L’azione mira a logorare l’ostinazione dell’occupante ad imporre impedimenti e restrizioni. E’ evidente che i soggetti che tenteranno questa via possano essere fermati e arrestati. In questo caso verranno assistiti dal gruppo degli avvocati e le famiglie verranno sostenute dal fondo appositamente costituito. Tale metodologia malgrado la sua nobiltà presenta ostacoli insormontabili. Il progetto non potrà mai raggiungere l’obiettivo se non verrà praticato in maniera diffusa e generalizzata con una forte convenzione nei metodi pacifici. E’ difficile pensare che attualmente la totale società palestinese, dopo le tragedie subite, possa uniformarsi e dare inizio ad una iniziativa di questo genere. E’ chiaro che per l’attuazione di tale pratica occorre una preparazione e un’organizzazione anche di diversi anni.

Associazione per la Pace
Via Salaria, 89 00198 Roma
Tel. +39 – 068841958
La psichiatria nonviolenta per convertire la violenza in opportunità di crescita e di esperienza liberatoria.

Intervista a cura di Elena Buccoliero

Paolo Rigliano, di professione psichiatra, amico della nonviolenza, attualmente dirige una struttura territoriale presso l’Ospedale San Carlo di Milano. Tra i suoi studi ricordiamo: “Famiglia, schizofrenia, violenza. Un approccio sistemico e non violento al conflitto familiare” (1998); “Eroina, dolore e cambiamento” (1991); “L’aids e il suo dolore” (1994),“Amori senza scandalo. Cosa vuol dire essere lesbica e gay” (2001).

In che modo lo sguardo della nonviolenza può essere uno strumento per analizzare, o modificare, o integrare, il ruolo di un terapeuta?
Direi subito che non solo è uno sguardo essenziale, ma è assolutamente indispensabile: non si può essere oggi terapeuti senza aver elaborato, magari in forme approssimative, la questione della violenza, con tutti gli altri temi che si trascina dietro: il rispetto assoluto e integrale dell’Altro, il potere, la prevaricazione della propria posizione di dominio, la costruzione della conoscenza come frutto di una relazione, la nonviolenza come metodo di conoscenza del dolore di tutti, come composizione dei conflitti familiari e interpersonali, come strategia. La nonviolenza, mi accorgo, deve essere al centro di ogni riflessione, non solo pratica ma prima di tutto teorica e epistemologica, del fare terapeutico.

Ci sono tante forme di prevaricazione che avvengono – o possono avvenire – durante il percorso terapeutico. Nel senso comune la violenza del medico sul paziente, come quella di un soldato in tempo di guerra, sembra si giustifichi a priori, perché fondata su giuste cause.
La nonviolenza è la revoca di ogni presunta innocenza, di ogni autoassoluzione, di ogni chiusura filosofica e pratica, conoscitiva e terapeutica: essa implica il radicale accoglimento della parola dell’altro, delle sue ragioni, delle sue motivazioni, dei suoi affetti. Ma questo accoglimento mai è passivo, deresponsabilizzante, superficiale: esso implica il farsi sostegno di queste ragioni, di queste sofferenze: si deve prendere posizione, responsabilità, si deve decidere, agire, pensare, vagliare, ricomporre. La sofferenza, il disagio, la conflittualità ci implicano totalmente, ci sommergono con le loro domande: allora il terapeuta deve porsi con umiltà forte al servizio della persona, come un interlocutore che neutralizza la carica di violenza insita in ogni dolore e che molte volte il dolore non curato suscita. E che, soprattutto, costruisce contro e oltre la violenza, rimanda la possibilità di rompere e di risorgere oltre essa e oltre il dolore di tutti. Altro che autoassoluzione del terapeuta! Ciò che occorre è una capacità autoriflessiva forte e non assolutoria, che porti al Bene dell’Altro, non deciso dal terapeuta con unilateralità, né da altri: nessuno ha il Bene, la verità, la giustizia a priori; esse si costruiscono con fatica e rischio.

Un aspetto chiave della terapia è la disponibilità a cedere il controllo di sé ad un’altra persona, che è il terapeuta. Questo è vero in tutte le pratiche terapeutiche, non solo in quelle psi, ma in questo caso forse è più “grave”… Questo affidarsi, mi sembra, è necessario e a volte doloroso anche in situazioni di disagio “lieve”, poiché ciò su cui il terapeuta agisce ha a che vedere con il pensiero, l’emozione, la volontà…
Ma proprio qui si gioca una scommessa fondamentale: il rapporto terapeutico realmente rispettoso e efficace non deve essere basato sul cedere il controllo al terapeuta: ad ogni passo la persona deve poter scegliere – e imparare a scegliere, anche con la dovuta forza nonviolenta! – per il proprio bene, individuato criticamente! Il vero terapeuta è quello che apre possibilità, indica percorsi – con i dubbi e le difficoltà che questo comporta – ipotesi, soluzioni, alternative, con relativi rischi e pericoli. E dunque mette il paziente in condizioni di maturità e responsabilità. La nonviolenza, come la terapia, si fondando sulla soggettività libera e responsabile.

Nella rinuncia al controllo di sé c’è anche la questione degli psicofarmaci. In che misura la loro somministrazione è una violenza sulla persona? Fino a dove è possibile delegare al farmaco (o sostenere con esso) la soluzione di un problema?
Il farmaco in sé e per sé non risolve, e non risolverà mai – per fortuna! – nessun problema. I farmaci efficaci, semplicemente, creano una o più condizioni psichiche perché la persona possa con più agio affrontare da sé e con l’aiuto di altri i propri problemi. Che sono sempre problemi di orientamento nel mondo, verso gli altri e verso se stessi, di visione esistenziale, di azione e controreazione rispetto a eventi, significati, relazioni.
La prescrizione dei farmaci è una violenza quando avviene: 1) al di fuori di un consenso, di uno scopo emancipativo, di una prospettiva, di un bene innanzitutto della persona, realizzabile anche con l’ausilio del farmaco; 2) al di fuori di uno scopo fondato sul benessere del paziente, bensì su quello di altri, siano essi terapeuti o familiari o agenti sociali; 3) quando non sono previste revisioni, salvaguardie, autoriflessioni, e limiti da parte del terapeuta; 4) quando il farmaco è tutto, esaurendosi in esso ogni aiuto, pensiero, atto e relazione; 5) quando massimo è il disinteresse reale verso la persona; 6) quando è il primo o l’unico o il primario intervento; 7) quando non è contestualizzato, finalizzato, interrogato; 8) quando non sono previsti passaggi, movimenti, ridiscussioni, verifiche.
In definitiva, quando si lavora non avendo in mente l’obiettivo assoluto e primario di creare un senso al dolore da condividere con il paziente, allora il farmaco è pericoloso.

A proposito di grossi guai – penso ad esempio alla questione dei trattamenti sanitari obbligatori e dei procedimenti che comportano. Quant’è difficile stabilire un confine tra violenza “giusta”, terapeutica, necessaria, e violenza che si può evitare? E come si fa, allora, a introdurre uno sguardo nonviolento in procedimenti terapeutici che necessariamente comportano prevaricazione?
Si può fare, perché il nonviolento si assume sempre la responsabilità di prendere posizione rispetto all’abbassamento del livello di violenza, puntando sulla sua neutralizzazione. La nonviolenza non fa miracoli e non fa salti, non illude e non spera scioccamente: ma anche nelle situazioni estreme, si pone il problema dell’altro, e della conversione della violenza in opportunità di crescita e di esperienza liberatoria.

Una questione specifica, di cui da qualche anno si è tornati a parlare, è poi quella dell’elettroshock… Una violenza obbligatoria, in certi casi?
L’elettroshock è sempre il frutto di un fallimento terapeutico, un colpo inferto alla persona e al senso del suo dolore: esso si giustifica solo in quanto il terapeuta è un fallito e non vuole ammetterlo, e si fa forza della violenza propria di questa pratica per piegare il paziente.
Di fronte all’incapacità di attribuire un significato al dolore depressivo, per esempio, si pretende di imporre uno scossone: ma così la propria insensatezza e la propria incapacità di restituire un senso al dolore trova un corrispettivo nell’incapacità e nella violenza di voler comunque e a tutti i costi ritornare alla normalità. Tutti gli interventi terapeutici, però, vanno contestualizzati: anche una pillola può essere violenta altrettanto e ho ascoltato storie di psicoterapie di inaudita gravità e violenza.

Vecchissima questione. I problemi che si presentano ad un terapeuta, o che si vogliono acquietare con i farmaci, possono essere: del paziente, dei familiari, dell’ambiente diretto in cui vive, della società nel suo insieme…? E il grande successo dei farmaci che relazione ha con questo?
E’ molto meglio individuare un punto solo di tutta una catena, presumendo di ridurlo al silenzio grazie all’intervento: né è detto che questa procedura non abbia i suoi vantaggi, in certi momenti. Il problema nasce quando in realtà si vuole silenziare questo punto, questo individuo, e questa è l’unica prospettiva e l’unico scopo. Allora l’intervento mirerà solo a mettere un singolo in condizione di non disturbo. I farmaci realizzano questa promessa, ma soprattutto illudono le persone che sia possibile non affrontare la questione centrale: quale significato ha il mio/suo/nostro malessere? Quale senso è possibile attribuirvi? Cosa posso fare io/tu/noi per capirlo e farvi fronte? Se non prende in considerazione queste domande, allora veramente chi usa i farmaci fa violenza.

Ho però la sensazione che dalla chimica ci si attenda sempre di più, sia che si tratti di depressione, tossicodipendenza, o altro. Mi sembra, cioè, di assistere ad una tendenza diffusa a medicalizzare ogni malessere e a riportare tutto alla clinica, o ad una lettura “genetica” della diversità e della devianza. Non sarà un altro modo per frammentare la questione, rafforzare i confini della normalità e sgravarsi di responsabilità?
Hai perfettamente ragione: domina ormai a livello planetario un paradigma biologistico, che tende a nullificare l’esperienza psicologica, mentale, sociale e affettiva delle persone, a favore di sciocche e banalissime e primitive “spiegazioni” biologiche. Questo è un punto centrale con cui saremo sempre più chiamati a fare i conti. Bisogna attrezzarsi assai bene, evitando ogni critica stupidamente disinformata e superficiale, emotiva e ideologica: la critica va condotta con strumenti adeguati, scientifici e sofisticati (vedi il mio libro sulle dipendenze e l’ultimo sull’omosessualità), che implicano l’analisi epistemologica dei modelli e dei procedimenti conoscitivi che vengono impiegati. Indubbiamente, la nonviolenza è uno strumento formidabile per ogni vera operazione critica.

Spesso ho l’impressione che si faccia strada una sorta di psicologismo diffuso – di cui poi le persone si appropriano in un modo che a mio avviso può diventare dannoso -, una sorta di teoria generale sulla “giustezza del vivere”, che stabilisce gli “standard minimi” di sviluppo psicologico e competenza sociale richiesti ad ognuno. Per esempio: l’amore maturo deve essere…, il rapporto genitori-figli… Così, tutto ciò che è residuale perché non rientra nei canoni, è patologico e va curato.
Eppure, ci sono relazioni davvero disfunzionali. Dov’è il limite? Penso: è la sofferenza; ma è proprio vero? Perché si è anche capacissimi di adattarsi al disagio, e allora come facciamo? Quanto resta di ideologico nel decidere che cosa è “sano”?
Mi poni delle domande bellissime perché radicali! Concordo pienamente con il prevalere di uno psicologismo diffuso e nefasto, idiota e prevaricatore, che contribuisce a creare una nuova versione del senso comune altrettanto deleteria di quella antica. Moltissimi esperti sono poi assai poco esperti, trincerati dietro un presunto sapere e certezze ben discutibili!
Soprattutto nell’intervento verso i giovani (su questo vorrei scrivere!) trionfano il pressappochismo e l’ideologia corriva, del perdonismo e dell’immaturità, del giustificazionismo e della delega, delle spiegazioni passpartout, con effetti micidiali…. Si oscilla tra “tutto è permesso” e “niente va bene”, tra paure di assumersi responsabilità e scaricamento di colpe, oneri e conseguenze sempre su qualcun altro…
Il limite, in realtà, non è mai dato una volta per tutte: sempre va decifrato, interrogato analizzato e indagato da tutti, con la responsabilità e l’abilità di tutti e di ognuno di noi in particolare: proprio per questo la nonviolenza, arte e scienza dei limiti, è essenziale, perché ci può aiutare a colloquiare, ricercare, costruire confini possibili perché utili, rispondenti alle necessità delle persone.

Il ricorso così frequente alla terapia individuale non sarà anche un modo per riportare nel privato, e nell’istituzione che cura, problemi che riguardano non soltanto il singolo? Forse c’è una parte di lavoro che dovrebbe essere fatta a livello sociale, perché magari il disagio mentale di qualcuno è sintomo di una violenza o di un conflitto che riguarda lui e molti altri, a livello strutturale o relazionale.
Certamente, il disagio del singolo è sempre il frutto – e la spia – di un più generale malessere. Attenzione però a rimandare sempre al generale, al contesto, alla società: io devo riuscire a far star meglio quella persona lì, in carne e ossa, nella sua unicità e storicità, ben sapendo che ci sono altri e più temibili livelli e piani e contesti implicati. Agiamo qui e ora, abbiamo rapporti con l’uno e non con l’altro, e questo fa parte dei limiti ma anche delle possibilità del nostro agire. La nonviolenza ci aiuta a curare chi abbiamo di fronte e a non dimenticare mai lo sfondo su cui lui e noi ci incontriamo.

La decisione di “farsi curare” può ridurre la spinta al cambiamento…? Al limite: andiamo dallo psicologo ad uno ad uno per imparare ad adattarci meglio, invece di discutere con altri e provare a modificare certi meccanismi? Oppure: andiamo dallo psicologo anche per trovare il coraggio di parlare con altri e provare a introdurre elementi di cambiamento?
Mai la terapia può essere conservazione, rinuncia, delega, deresponsabilizzazione: quando è vera terapia essa è impegno nuovo e più radicale verso di sé e verso l’altro.
Il fallimento della psicoanalisi si spiega anche con questo egocentrismo narcisista cui la persona viene sollecitata e abilitata in una relazione asfittica con il suo terapeuta.

Con Basaglia, l’anti-psichiatria, la riapertura dei manicomi… si è fatta strada l’idea che della malattia debba farsi carico la collettività nel suo insieme, per come ne è capace. Mi sembra che la tua riflessione sulla “terapia nonviolenta” abbia molti collegamenti con questo filone…
Certamente, io sono convintissimo che quella strada era ed è giusta. Ma, ancora una volta, non è indicando una strada che si fa un cammino: lungo la direzione indicata da Basaglia ci sono stati enormi fraintendimenti e abusi, violenze e indifferenze. Se perdiamo di vista il Bene del sofferente mentale, si possono compiere molte violenze pur sbandierando l’ideologia. Io intendo la rivoluzione di Basaglia in senso radicale: fare l’impossibile per mantenere i presidi, i confini e le tutele della normalità, di una normalità che sappia confrontarsi con il dolore del paziente e dei suoi familiari: e solo la strategia terapeutica nonviolenta consente di non riprodurre nel contesto di vita normale delle persone quegli stessi meccanismi di oppressione e di esclusione che operavano nei manicomi.
Di più: la nonviolenza offre straordinari strumenti per pensare, analizzare, modellizzare la follia e le sue transazioni. E’ questa la sua carica rivoluzionaria.

Qualche tempo fa sono entrata in un centro diurno per psicotici. Non conoscevo nessuno, e per un po’ sono rimasta nel dubbio, se una certa persona fosse un malato o un operatore… A parte il lato ironico della cosa – ma anche grazie ad esso – si rischia di concludere che “la malattia mentale non esiste”. Il che è illusorio.
E’ proprio una stupidità e una vera violenza. Il malessere esiste, così come esistono le forme in cui il malessere si difende e elabora le proprie costruzioni. La sofferenza non solo esiste, ma si costruisce le proprie strade, per logica interna e vicende esterne. Bisogna capire l’una e le altre.

Mi torna in mente un vecchio saggio, “Come si diventa devianti” di Matza, e ripenso alla forza, e a volte alla violenza dell’etichetta sulla persona. Questo credo sia vero anche a livelli di disagio “lieve”, che la persona riesce a controllare. E penso a come chi si occupa di terapia, o chi sta intorno, può smussare o accentuare il peso di quest’etichetta.
Vero: ma il problema è in realtà, e da un punto di vista nonviolento, più radicale: dare anche le etichette giuste significa – se uno non è bene avvertito – dare un giudizio di irremovibilità, di non cambiamento, di staticità, estranea ad ogni senso, processo, aspettativa, motivazione.
L’etichetta mi può aiutare a individuare un quadro anche preciso della situazione, un campo di dinamiche, ma non mi dice in realtà delle cose altrettanto importanti: i significati in gioco, il contesto, i processi, le storie, le motivazioni, l’autopercezione e le possibilità autocostruttive di quella persona. Dire che in Sudafrica c’era un regime di apartheid era una diagnosi corretta ma assolutamente insufficiente e persino fuorviante, perché non ci dicevano delle cose essenziali circa la costruzione della autoconsapevolezza della popolazione che quella oppressione subiva.

VERSO IL XX° CONGRESSO DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

Appuntamento a Ferrara dal 12 al 14 aprile: La nonviolenza è il varco attuale della storia

Dal 12 al 14 aprile a Ferrara si tiene il XX Congresso nazionale del Movimento nonviolento: “La nonviolenza è il varco attuale della storia”. E’ un congresso che proponiamo aperto a tutti gli amici della nonviolenza. Sollecitiamo perciò il loro contributo sulla rivista, sul sito e sugli altri mezzi, che si renderanno disponibili, e la loro partecipazione e promozione per iniziative, incontri, discussioni, nel tempo che precede il Congresso. Questo permetterà di raccogliere, nel ristretto momento congressuale, il meglio delle elaborazioni e delle proposte che sulla nonviolenza si sono prodotte.

Elementi di un’esperienza religiosa di Aldo Capitini si apre con un capitoletto intitolato Al centro dell’umanità. Ne riportiamo un brano ” Oggi più che mai non è possibile, per la folla di sollecitazioni e di pressioni anche esteriori, rifiutarsi di prendere un atteggiamento, di impegnarsi per un’idea. E’ perciò più vivo il dovere di rendersi consapevole del proprio tempo. L’uomo non deve evitare tra dissipazioni, perifrasi e inerzie, di porsi al centro dell’umanità: egli deve soffrire dentro di sè il bisogno dell’umanità che sollecita in ogni istante della vita un’affermazione responsabile. E capire quello che è il bisogno del tempo e quale deve essere l’impegno di sè stessi, non è opera di uomo di intuito eccezionale che dispensi ogni altro dal cercare serissimamente. Non è privilegio nè speciale condanna di nessuno”. Segue un capitoletto intitolato La scelta dei mezzi. Anche di questo riportiamo un brano ” L’uso della violenza si è molto diffuso oggi anche per sostenere intenzioni che altre volte si affermavano altrimenti; i vecchi scrupoli si vanno perdendo. In ciò confluisce l’impazienza di ottenere e la non considerzione degli altri che sembrano del tutto estranei a noi. L’uso della violenza è sollecitato dal successo che essa procura a più breve scadenza che non gli altri mezzi: se uno la pensa diversamente da me, eliminandolo non avrò più quel fastidio; resta da vedere a che cosa si riduce la mia vita dopo, e se non sorgeranno prima o poi cinquanta al posto di quello che ho ucciso. Questi successi hanno il potere, come sempre, di inebriare le persone grossolane, tutte volte all’esterno e pronte a vantare il valore della forza finchè non trovano altri più forti. Tanto dilagheranno violenza e materialismo, che ne verrà stanchezza e disgusto: e dalle gocce di sangue che colano dai ceppi della decapitazione salirà l’ansia appassionata di sottrarre l’anima ad ogni collaborazione con quell’errore, e di instaurare subito, a cominciare dal proprio animo ( che è il primo progresso ), un nuovo modo di sentire la vita: il sentimento che il mondo ci è estraneo se ci si deve stare senza amore, senza un’apertura infinita dell’uno verso l’altro, senza un’unione di sopra a tante differenze e tanto soffrire. Questo è il varco attuale della storia”.

Il richiamo a questo passo non è per omaggio al fondatore del Movimento, ma per la convinzione che quel varco, individuato dal giovane Capitini, sta davanti a noi e richiede preparazione, determinazione, forza, organizzazione per essere affrontato. Il libro da cui è tratto uscì nel 1937, all’apogeo della potenza fascista, che aveva riportato l’impero “sui colli fatali di Roma”. Era quasi il coronamento di un periodo nel quale l’Italia si era mostrata importante in Europa (allora ancora il centro del mondo) fattore di equilibrio tra Inghilterra e Francia da un lato e Germania dall’altro, garante dell’Austria, autorevole nei Balcani. Ma Capitini aveva colto ed indicato i limiti e l’inadeguatezza di una politica fondata sull’esaltazione della forza, autoritaria all’interno, aggressiva all’esterno. L'”impero” sarebbe passato, in un crescendo tragico e grottesco, dall’avventura coloniale, alla guerra di Spagna, all’annessione dell’Albania, alla seconda guerra mondiale. Il suo libro contribuì non poco a maturare nelle coscienze di giovani un distacco critico ed un rifiuto morale dell’imperativo: credere, obbedire, combattere. Fece intuire che, a partire dal rifiuto della violenza, un altro mondo era possibile.

Non è stata questa, con tutta evidenza, la strada percorsa. Neppure alla fine guerra fredda, ed alle guerre per procura di quel periodo, è seguita la pace. In modi nuovi, ma non meno preoccupanti ed inquietanti, si riafferma, il diritto del più forte: might is right, per dirlo nella lingua dell’impero. E’ l’imperativo categorico, veramente globale, che trova applicazione all’interno dei paesi ricchi e dei paesi poveri e nei rapporti tra i paesi. La sua applicazione ci garantisce ogni genere di violenza e la restrizione, in nome della richiesta di sicurezza che la violenza inevitabilmente provoca, degli spazi di libertà, eguaglianza, convivenza pacifica, faticosa conquista delle lotte di generazioni che ci hanno preceduto. Contro la guerra bisogna essere duri come la pietra, capaci di indicarne il volto inaccettabile dietro la maschera santa, giusta, umanitaria che, in tempi e società differenti, viene applicata. Questo ha voluto dire la marcia per la nonviolenza, Mai più eserciti e guerre da noi promossa con successo nel 2000. Questo è lo spirito con il quale abbiamo partecipato anche all’ultima Perugia – Assisi. Ma non basta. Occorre procedere in un cammino di liberazione, di costruzione di rapporti liberi e liberanti, verso il potere di tutti (che è plurale del tu, che rivolgiamo all’altro con rispetto ed amore, ci insegnava Capitini ). Augurale per il Congresso potrebbe essere il tenersi a Ferrara dove, in un convegno del maggio del ’48, Capitini formulò la proposta di una comunità aperta, “internazionalmente federata, e nelle singole sue parti decentrata, articolata atta a dissolvere ogni forma di privilegio e di oppressione”. Movimenti della società civile, organizzazioni sindacali ed anche politiche, in Italia e nel mondo, sembrano, a tratti, cogliere il valore, se non la necessità, di questa prospettiva nell’opposizione ad un sistema insostenibile, socialmente ed ecologicamente. Sentiamo tutto il valore e la difficoltà di questo impegno e di questa ricerca. Ne siamo pienamente ed umilmente partecipi.

Un contributo, per il quale chiediamo l’aiuto di tutti gli amici della nonviolenza, che vorremmo fosse dato dal Congresso è quello di rendere evidente, e perciò a disposizione di tutti, il patrimonio di tentativi, esperienze, conoscenze accumulato, anche nel nostro paese, nella strada della nonviolenza. E’ un contributo necessario giacchè sappiamo di non essere, fortunatamente, i soli, nè i più avanti, in questo cammino. Necessario ci pare pure richiamare il carattere impegnativo, di ricerca, di approfondimento, che il lavoro ispirato alla nonviolenza richiede. Azioni nonviolente, manifestazioni nonviolente, obiezioni diverse, disobbedienze civili e sociali vengono spesso proclamate. Si parla di più di nonviolenza e questo è un bene, perchè il varco della storia che, tanti anni fa, il solo Capitini riusciva a scorgere dietro i suoi spessi occhiali, ora è visto da molti. Non sempre la traduzione appare conseguente e questo può essere motivo di discredito della nonviolenza, sia per chi agisce, che per chi assiste, manifestandosi la nonviolenza come inefficace o insincera. Concludiamo l’invito con le ultime parole di Capitini nel suo ultimo articolo, pubblicato nell’ottobre del ’68 da Azione Nonviolenta “Non si può essere cripto-nonviolenti. Ma non si può nemmeno giocare con la nonviolenza, farci un flirt e via. Questo è ben chiaro”.

Per la Segreteria Nazionale
Daniele Lugli

A QUATTRO ANNI DALLA MORTE DI DANILO DOLCI
Prima che sia troppo tardi, salvare il suo archivio, patrimonio dell’umanità.

Di Germano Bonora

Nella prima mattinata del 30 dicembre del 1997 cessava di vivere Danilo Dolci, a soli 73 anni, nell’ospedale di Partinico, in cui era stato ricoverato d’urgenza poche ore prima per una grave crisi cardiaca, causata dai postumi della broncopolmonite, che l’aveva colpito in Cina, dove era stato ufficialmente invitato il grande poeta-maieuta, la cui fama era arrivata fino all’Estremo Oriente.
Danilo mi aveva parlato con grande entusiasmo di questo viaggio, ed io contavo i giorni per sentire dalla sua viva voce le impressioni sui cambiamenti in atto in quel popoloso continente ricco di storia plurimillenaria, al quale guardava con forte attenzione e buone speranze. Considerava un importante indizio di novità l’apertura del governo di quel grande Paese alla maieutica, uno dei pilastri della democrazia in ogni ambito: dalla famiglia alla scuola fino ai più complicati rapporti nazionali e planetari.
Tornò dopo una ventina di giorni. Al telefono lo sentii due o tre volte con la voce talmente affannata che non ebbi il coraggio di chiedergli niente: “Ci risentiremo quando ti sarai ristabilito completamente…”. Pensai che si trattasse di una crisi passeggera causata dal lungo viaggio. Da molti anni soffriva di diabete mellito, che gli minava il cuore già molto affaticato dal sovrappeso. Ricoverato prima in una clinica svizzera, poi all’ospedale di Palermo, era tornato nella casa di Trappeto talmente debilitato da essere costretto a spostarsi con la sedia a rotelle; ma questo venni a saperlo da Josè Martinetti, la instancabile segretaria e collaboratrice di sempre, la mattina del 30 dicembre, quando con la voce rotta dai singhiozzi mi telefonò la dolorosa notizia: “Danilo non ce l’ha fatta: l’avevamo ricoverato stanotte all’ospedale di Partinico per una crisi cardiaca. Dal ritorno dalla Cina non era più lui: era costretto a spostarsi con la sedia a rotelle…”.
Provai un dolore atroce, come la morte improvvisa di un familiare stretto. Danilo era per me molto più di un amico. Per diciotto anni ci siamo sentiti giornalmente, in certe occasioni anche più volte al giorno. Prima di dare alla stampa i suoi lavori voleva conoscere il mio giudizio, lui così sapiente eppure tanto umile, come sanno essere soltanto i puri di cuore.
Le ultime vicende politiche del nostro Paese lo amareggiavano e lo indignavano fortemente, ma non perdeva mai del tutto la speranza nella capacità di ripresa e di riscatto dell’uomo, che considerava “creatura di creature”. Danilo sognava la Terra trasformata in una sola grande Polis, in cui i continenti diventavano semplici quartieri, sempre più vicini, animati dalla creatività di ciascuno. L’ottimismo insopprimibile di quanti operano credendo fermamente nei più alti ideali. Sognava la pace fra tutti i popoli, costruita con la collaborazione di ogni uno in un rapporto di autentica comunicazione planetaria.
Per Danilo la cosiddetta comunicazione di massa non esiste, una patente contraddizione negli stessi termini: un maledetto imbroglio ordito dal “virus del dominio”. Con l’aiuto di autorevoli amici scienziati aveva approfondito le formidabili modalità di attacco e di espansione dei virus, che colpiscono gli organismi sani, distruggendone le difese. Questa stessa tecnica distruttiva vedeva in atto nei modi sempre più subdoli e raffinati da parte di gruppi e personaggi dominanti su scala planetaria con l’impiego dei cosiddetti mass-media fatti passare per mezzi di comunicazione di massa, mentre in realtà sono sofisticati strumenti di dominio.
Nel corso dei seminari di studio Danilo non si stancava di sottolineare la sostanziale differenza tra il trasmettere unidirezionale e potenzialmente violento e il comunicare, la cui azione denota sempre reciprocità e interattività, anche quando si fa tanto vivace da sfociare nel bisticcio, anch’esso positivo, purchè non degeneri nella violenza.
Non amava l’abusato termine di massa, di cui si riempiono la bocca certi politici e sindacalisti del tutto privi di sensibilità e cultura democratica. Massa deriva dell’etimo greco maza, che equivale a pasta, ciò a materia informe e attaccaticcia, facile da manipolare: massa di manovra per il dominio.
Teneva molto alla proprietà del linguaggio. A maestro preferiva sempre educatore; ad alunno, studente; al militaresco termine di classe quello più semplice di gruppo; a pedagogia, che presuppone il conduttore, la guida, la meno ambigua definizione di scienze dell’educazione, di cui era diventato con gli anni uno dei maggiori esperti al mondo.
La rivoluzione nonviolenta di Danilo teneva in gran conto anche il lessico, tutto da reinventare, sulla base del massimo rispetto per l’altro, da cui nasce la democrazia vera.
Negli ultimi anni era particolarmente indignato per la concentrazione della editoria e delle emittenti radiotelevisive nelle mani di singoli o di gruppi dispotici e intolleranti, che limitano sempre più o condizionano pesantemente la libertà individuale. Uno degli effetti più perniciosi del virus del dominio per la sopravvivenza stessa della democrazia.
Per la pubblicazione dei suoi lavori si affidava soltanto a piccoli editori veramente liberi da condizionamenti: l’Argonauta di Latina, Edizioni Sonda di Torino, Lacaita di Manduria, Rubbettino di Soveria Mannelli e altri più o meno noti. Pochi anni prima della morte l’editore di testi per l’educazione Armando Armando pubblicò “Palpitare di nessi” e la produzione poetica selezionata dall’autore sotto il titolo profetico “Creatura di creature” , considerando sia il testo in prosa sia quello in versi poesia per educare, senza essere né didascalica né pedagogica.
In occasione del conferimento della laurea honoris causa in scienze dell’educazione da parte dell’ateneo bolognese, l’editore di testi scientifici e odontoiatrici Martina volle stampare tutte le poesie scritte dal 1968 al 1996 e scelte dallo stesso Autore sotto il suggestivo titolo “Se gli occhi fioriscono”.
Non si potrà comprendere a pieno la molteplice produzione letteraria, che spazia dalla puntuale documentazione dell’attività socio-politico-educativa alla narrativa e alla poesia, a cui si eleva sempre la scrittura di Danilo, se non la si considera strettamente connessa con la vita stessa del poeta-educatore. Lo scrivere e l’operare sono una cosa sola. Mario Luzi in una nota introduttiva al corpo poetico dell’Amico con insolito coraggio e sincerità osserva: “Non velleitariamente, ma partendo dal vivo della sua esperienza ispirata e civile, Danilo è oggi uno di coloro che ci porta più lontano dall’impasse molto tribolata in cui si è dibattuta la poesia e la cultura moderna”. Siamo ben oltre, dunque, la tradizione letteraria italiana ed europea, che tende ad idealizzare, evadendo dalla realtà effettuale, nella quale il Dolci si immerge coraggiosamente, impegnando tutte le sue energie per sottrarre gli oppressi dal mare vorticoso degli abusi e dello sfruttamento politico- mafioso e anche religioso. “Ecco perchè – annota ancora il poeta fiorentino – la sua più matura poesia (la più sua) traduce all’interno del proprio poi e in tutte quante le fondamentali premesse che hanno ispirato la sua vita morale e pubblica: qualificare cioè l’uomo, renderlo conscio e disposto a partecipare; con in più – e non è trascurabile – la manifesta pulsione amorosa e il fervore creativo che erano subiacenti a questa proposta, a questa volontà. La poesia che ci saremmo, con un po’ di immaginazione anticipativa, dovuti aspettare da lui. Il che non esclude che nel corrispondere puntualmente alla sua idea di scrittura dove protagonista non è l’io né il tu ma la scrittura stessa come profondo atto amoroso […] Danilo dava un vitale esempio di sortita dall’arroccamento pur sdegnoso e abdicatorio in cui si era consumato il dramma dell’autore moderno, nel settore dei più variati reagenti ma nell’unico senso di un tradimento subìto o presunto; e dava perfino l’esempio di infrazione della frontiera tra il parlare di suo e il parlare per anonima investitura come necessità interna al linguaggio dato alle ‘creature’ che al pari di ogni altra virtù creata esige a sua volta di divenire creante per forza generativa di amore. Tale sembra a Danilo essere la legge fondamentale del mondo, tanto che si è studiato di portarla nel cuore della società proprio dov’era più refrattaria”.
Occorrevano la sensibilità e l’acume particolare di un poeta per intuire a fondo l’assoluta novità dell’opera di Danilo Dolci, il quale – sono ancora parole di Luzi – “sposta il centro dell’autorità da quello che si è sempre ritenuto, appunto, ‘l’autore’ a una effabilità latente e imperiosa che risiede nella lingua come tale”. Danilo sogna la Terra trasformata in una sola Polis con il concorso attivo di ciascuna creatura potenzialmente destinata a creare. La Terra, dunque, come un organismo vivo, “Creatura di creature”. Per realizzare questa grandiosa utopia egli ha profuso senza risparmio tutte le sue energie fino al sacrificio della vita. L’impegno socio-politico degli anni cinquanta-sessanta È andato gradualmente evolvendo in lavoro prevalentemente maieutico-educativo, per cui si spostava continuamente da una città all’altra, in Italia e in altri Paesi europei, volando oltreoceano per tenere seminari di studio su argomenti di attualità e cultura. In questi incontri non erano importanti tanto gli argomenti quanto il collaudato metodo della maieutica, che aveva appreso da Socrate, depurandolo dall’ironia, giudicata del tutto inopportuna e paralizzante. Ogni interlocutore doveva offrire il suo contributo alla discussione e alla ricerca della verità pur mutevole ma sempre perfettibile. Nel corso dei seminari era quello che interveniva di meno: preferiva far parlare gli altri, soprattutto i giovani, valorizzando gli interventi di ciascuno. Una volta creato l’ambiente adatto, nessuno si sottraeva al dovere di portare il proprio contributo tra lo stupore degli stessi docenti, che non senza emozione scoprivano lati sconosciuti e importanti degli studenti, con i quali si ricostruiva gradualmente un rapporto nuovo e fecondo dopo ogni incontro. Non pochi genitori, emozionatissimi, ringraziavano Danilo, perchè i figli finalmente si aprivano in famiglia, dopo anni di silenzi e incomprensioni. Ho visto piangere di gioia una professoressa dopo aver sentito un ragazzo parlare a lungo senza balbettare neppure una volta, lui che non riusciva a leggere neppure un rigo senza incespicare.
Alla sua morte la stampa e le emittenti radiotelevisive di tutto il mondo ricordarono le lotte nonviolente, i primi digiuni fatti in Italia e gli scioperi alla rovescia, ma tutto il lavoro educativo pur documentato nelle pubblicazioni apparse dagli anni ottanta alla morte passò sotto silenzio, un silenzio che deve far riflettere tutti quanti hanno avuto la fortuna di collaborare con Danilo o di incontrarlo anche una sola volta.

EDUCAZIONE
A cura di Angela Dogliotti Marasso

Di Alberto L’Abate, Enrico Euli, Antonella Sapio

PRESENTAZIONE
Per quanto i recenti avvenimenti abbiano sollecitato e risvegliato in molti una coscienza critica e una esigenza di rinnovato impegno sociale, è pur tuttavia evidente che tale impegno non può che passare attraverso una maturata chiarezza del proprio dissenso critico per poter poi davvero modificare positivamente la realtà. In tal senso, le richieste di una formazione qualificata ai temi della nonviolenza e della pace ci hanno indotti ad elaborare un programma formativo che fosse sufficientemente duttile ed esaustivo in modo da poter consentire un accesso allargato a tutti e una libera articolazione da parte delle realtà specifiche regionali.
Di certo mai come in questo momento emerge un bisogno diffuso di formazione alla nonviolenza attiva e mai come ora, dentro questo stato di guerra infinita, cresce e si manifesta l’urgenza di una riflessione comune e coordinata per tutti noi formatori.
La nascita e lo sviluppo di movimenti locali e globali che manifestano la loro protesta contro la monocultura del mercato e propongono alternative di vita improntate all’ecologia e alla giustizia sociale, attraverso l’elaborazione di strategie orientate alla pace e alla nonviolenza attiva, ci invitano quotidianamente ad un impegno rinnovato.
Rispetto al passato l’interesse alla nonviolenza appare più diffuso ed attraversa persone, generazioni, aree di riferimento diverse da quelle coinvolte dai movimenti nonviolenti della tradizione (basti pensare ai lillipuziani, alle donne, ai disobbedienti ecc.)
Le richieste formative che giungono da varie parti d’Italia derivano, a nostro avviso, sia dalla esigenza di un rinforzo positivo al dissenso, di fatto sempre più sottoposto dall’informazione a repressione e a occultamento, sia dalla reale assenza, su scala nazionale, di una corrispettiva modalità organizzata di risposta.
La nostra proposta tenta, dunque, di soddisfare tale esigenza ponendo, nel contempo, attenzione alla necessità di una formazione che consenta a tutti la possibilità di riconoscersi nella proposta per poi poterla contestualizzare nella propria realtà.
La lista di relatori e formatori che proponiamo può ovviamente essere arricchita da quanti ancora riterranno di poter fornire il proprio contributo all’interno del percorso di seguito tracciato.
Suggeriamo, comunque, che il progetto possa essere realizzato localmente, a partire dalle scelte e dalle risorse di ogni luogo (per evitare un eccesso di frammentazione e per utilizzare al massimo le competenze disponibili ipotizziamo una dimensione su scala regionale).
Confidando in una attivazione sollecita delle associazioni e delle reti locali, ci rendiamo disponibili, nei limiti del possibile, a facilitare tutti i processi che siano necessari alla costruzione di questo progetto.

1. CICLO DI INCONTRI PER LA FORM/AZIONE DEI MOVIMENTI ORIENTATI ALLA NONVIOLENZA ATTIVA
Ciclo di conferenze-dibattito sui presupposti teorici, sulle esperienze e sulle proposte dell’azione nonviolenta: (incontri di tre ore ciascuno variamente articolati: es. un’ora di relazione introduttiva, un’ora di discussione in piccoli gruppi su temi individuati dal relatore, un’ora in plenaria conclusiva con relazione dei gruppi e discussione)

Storia e quadro teorico-concettuale della proposta nonviolenta (L’Abate A., Peyretti E., Pontara G., Pugliese P.)
Il progetto costruttivo e l’azione diretta nonviolenta come basi operative della proposta nonviolenta (Capitini L., Drago A., Euli E., L’Abate A., Manara F., Salio N., Scotto G., Tecchio R., Valpiana M. Zangheri A.)
Globalizzazione, conflitti e diritti umani ( Allegretti U., Cataldi G., Frulli M., Gallo D., Gallo G., Lugli D., Martirani G., Masina E., Zolo D.,)
Per un modello di sviluppo che rispetti l’uomo, la donna e la natura. (Bologna G., Castagnola A., Gesualdi F., Lanfranco M., Malagoli C., Providenti G., Saroldi A., Sachs W.)
I conflitti e la loro trasformazione nonviolenta (Cantisani G. , Capitini L., Forlani M., Euli E., Marasso A., Nerozzi P., Sapio A., Sclavi M., Scotto G., Tecchio R.)
L’azione nonviolenta nei conflitti interni a bassa e media intensità (Baino M., Bertoluzzo M., Cereghini M., Salio G., Sclavi M., Sini P.)
La proposta e le esperienze della Difesa Popolare Nonviolenta ( Drago A., Lugli D., Marasso A., Salio G., Valpiana M., Zangheri A.)
Strategie ed esperienze di prevenzione della violenza nei conflitti internazionali (Bergamaschi P., Rossi A., Scotto G.)
Gli interventi nonviolenti in situazioni di conflitto armato: interposizione, diplomazia popolare, ambasciate di pace, peace-keeping, Caschi Bianchi (Bergamaschi P., Berruti D., Cereghini M., Clark L., Grandi G., L’Abate A., Mazzi A., Nejrotti S., Rossi A., Scotto G., Vertucci R.)
Il peacebuilding: la riconciliazione e la ricostruzione dopo la guerra (L’Abate A., Grandi G., Scotto G.)

2. Trainings

Il lavoro di training proposto può essere utile a mettere in luce le modalità di interazione che compongono lo “stile relazionale” di ciascuno.
Il comportamento nonviolento possiede, infatti, una sua specificità che lo differenzia da altri. Il lavoro di training sarà dunque orientato a chiarire il modo attraverso cui ogni persona si pone rispetto alla “pace” e può far comprendere meglio a ciascuno quali comportamenti attivano o ostacolano relazioni di pace.
I trainings saranno organizzati da ogni gruppo in funzione delle proprie esigenze (fine-settimana, giornate ecc.) tenendo presente che è prevedibile un lavoro di almeno 8-12 ore

1. Come elaborare e superare i pregiudizi etnici e razziali (Brunetti G.,Bucci M., D’Andretta P., Lugli D.,Mirenzi A., Noviello E., Porta L., Sclavi M.)
2. Come trasformare i conflitti in occasioni di dialogo e di confronto (Cantisani G., Capitini L., Euli E., Euli T. , Forlani M., Marasso A., Sapio A., Scotto G., Soriga A., Tecchio R.)
3. Come lavorare col Metodo del Consenso (Cantisani G., Cavallaro C., Euli E., L’Abate A., Pinto G., Soriga A.,Tecchio R.)
4. Lo spazio, le relazioni, il movimento…e infine la bellezza: (Noviello E., Sapio A., Senor P.)
5. Trainings di valutazione e progettazione intermedia (trainers da definire sulla base di quelli che hanno lavorato in quelli precedenti, con l’aiuto di alcuni tutor )

II parte
6. Come lavorare con se stessi e superare la propria paura (Bucci M., Mazzini R., Sapio A., Tullio F., )
7. Come trasformare la reazione aggressiva alla provocazione violenta in emozione positiva e in relazione empatica: la comunicazione e la relazione nonviolenta (Chiari G., Rigliano P., Sapio A., Senor P)
8. Le motivazioni all’impegno nonviolento: ( L’Abate A., Manara F., Marasso A.)
9. Come formarsi all’azione diretta nonviolenta ( Barchi F., Capitini L., Euli E., Marco Forlani, L’Abate A., Malagoli C., Pinto G., Pizzolato U.)

N.B. Per i training della parte II, prevedendo una maggiore profondità e personalizzazione del lavoro, consigliamo un gruppo non superiore alle 15 persone. Per gli altri si può arrivare sino a 30, possibilmente però con la presenza di 2 trainers (di cui uno non locale). E’ ovvio che i temi e gli esperti possono subire variazioni ed aggiunte a partire dalle esigenze espresse in loco.
2. CORSO PER LA FORMAZIONE DEI FORMATORI PER L’INTERVENTO NONVIOLENTO IN SITUAZIONE DI CONFLITTO
(corso residenziale della durata di 10 giorni – estate 2002)
Il corso formativo di seguito esposto si propone come esperienza intensiva, a carattere residenziale, sui temi della pratica nonviolenta in relazione all’esigenza sia di approfondire i nostri percorsi formativi che di riflettere sulla costruzione di modalità più incisive di presenza dell’intervento nonviolento.
La formazione all’”azione”, così come ameremo chiamarla, rappresenta a nostro avviso un passaggio di cruciale importanza nel supportare il significativo viraggio dal lavoro di informazione/formazione concettuale alla attivazione di una pratica operativa che si proponga come sufficientemente trasformativa.
In tal senso, la costruzione di percorsi formativi che sappiano realmente indurre a tali evoluzioni diventa di delicata elaborazione, essendo infatti attualmente forse insoddisfacenti gli strumenti metodologici in uso.
La presente proposta mira ad un momento di esperienza formativa che sia anche di riflessione sulla nostra abituale modalità di intenderla.
Il corso è preferibile possa essere indirizzato a persone già in possesso di una preparazione di base e prevede un numero chiuso di 30 persone.
L’articolazione residenziale consente una duttilità del programma, sufficientemente diversificato ed integrato con momenti di lavoro concettuale, esperienziale e di gioco, variamente distribuiti nell’arco della giornata.
In linea sintetica, gli argomenti che verranno approfonditi saranno:
dinamiche del lavoro di gruppo
conoscenza della gestione dei conflitti
comunicazione e relazione empatiche
la pratica del consenso e del dissenso
il metodo del consenso e la “maieutica”
l’educare all’empowerment
l’autoeducazione permanente
la consapevolezza della complessità e delle interconnessioni
l’analisi funzionale del contesto e le forme di interdipendenza tra le parti
il “passaggio all’azione”: il divenire trasformativo
i modelli e la pratiche formative alla nonviolenza
verifica sulla qualità del proprio assetto formativo

Il lavoro ha tra i propri obiettivi anche quello di riflettere sui Corpi
civili di pace e sulle operazioni di peacekeeping.

E’ ipotizzabile la presenza di ospiti stranieri (da verificare)
Gli ultimi due giorni del corso saranno in particolar modo dedicati ad un lavoro di tutoraggio a formazione “in itinere”, al fine di valutare la portata del lavoro svolto e di supportare, in setting formativo, esperienze dirette.

CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
MOMO. Alla conquista del tempo

REGIA E SCENEGGIATURA: Enzo D’Alò
MUSICHE: Gianna Nannini
ORIGINE: Italia, 2001
DURATA: 82’
FILM D’ANIMAZIONE

Mi è stato chiesto di scrivere una recensione sul film Momo per Azione Nonviolenta ed allora ne approfitto, vista l’opportunità che mi danno il testo letterario e quello filmico, per provare a fare un’analisi dal punto di vista della “nonviolenza”. Momo, questo credo lo sappiate tutte/i, è una bambina, ed il suo essere femminile fornisce un ingrediente fondamentale alla nonviolenza, il contenuto di “GENERE”. Il libro di Hende, a dir la verità, lo rende esplicito sin dal secondo capitolo dal titolo: “Una qualità non comune e una lite molto comune” dicendoci: «Quello che la piccola Momo sapeva fare come nessun altro era ascoltare» e questo si traduceva nel fatto che i suoi interlocutori, tramite lei, finivano per ascoltare se stessi e traevano da questo “sfogo/ascolto” la soluzione: i pavidi ritrovavano coraggio, gli indecisi capivano quello che volevano, gli infelici diventavano allegri e fiduciosi e i litigiosi scoprivano le ragioni dell’altro e si riappacificavano. L’ascolto richiede amore e tempo e Momo rappresenta entrambe le cose e diventa il soggetto che raccoglie in sé tutto il contenuto della storia.
Momo faticosamente riesce ad ascoltare anche un Signore Grigio, uno di quelli che rubano il tempo agli uomini. Hende fornisce a Momo questa spiegazione attraverso le parole di Mastro Hora, il vecchio che dispensa il tempo al mondo: «Hanno paura di te, perché gli hai fatto una violenza, una cosa che per loro è la peggiore che esista», «Ma chi gli ha fatto niente?», ribattè Momo. «Oh si invece. Tu hai portato uno di loro a tradirsi. E lo hai raccontato ai tuoi amici. E volevate dire a tutta la gente la verità sui Signori Grigi».
Momo è un’anima bella e, come noi, dovrebbe sapere che la prima vittima della guerra è la verità ed per questo che i Signori Grigi le danno la caccia.
Ma veniamo alla pellicola: D’Alò come già fece con Rodari e Sepulveda ha saputo adattare il testo al linguaggio cinematografico. Ha scritto una nuova sceneggiatura ed introdotto nuovi personaggi, quali il gallo e la civetta, per semplificare il difficile argomento sul significato del tempo. Ha attualizzato l’organizzazione della “banda dei Signori Grigi” usando stereotipi “berlusconiani”, trasportando ad esempio le loro riunioni dalla discarica di cui parla il libro, a sale con megaschermi e inni sullo stile della nuova “spazzatura televisiva”, tossica e non riciclabile.
Ha introdotto nuove battute e tra queste ne ho colta una di carattere militare che i Signori Grigi si scambiano: uno di loro definisce Momo come “UNA BOMBA A OROLOGERIA”. Trovo geniale questa semplificazione di D’Alò che coniuga l’aspetto del tempo e quello della violenza in una sola immagine. La pericolosità con cui viene vissuta Momo mi facilita in un ragionamento che mi sta a cuore, quello di evidenziare che nonviolenza non significa rinuncia alla lotta, ma la faticosa e difficile coniugazione tra il professarla e l’agirla. Momo, come le “donne in nero” che, mentre scrivo questa recensione, interpongono i loro corpi ai posti di blocco in Palestina, non si tira indietro, si arma di coraggio, di intelligenza e cuore per salvare l’umanità e quindi se stessa. Momo non è un film facile per i bambini/e , ma vi consiglio di andare con loro a vederlo: oltre ad essere un divertimento è una piccola azione di “resistenza” nei confronti delle troppe cose banali che ci rubano il tempo annoiandoci.

Paolo Rizzi
Assopace

MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Concerti e canzoni per la pace, in America e in Italia

Anche in campo musicale l’11 settembre ha prodotto sconvolgimenti!
Le orchestre sinfoniche americane hanno ricevuto il colpo di grazia accentuando una crisi già in atto. Gli sponsor hanno ridotto le loro sovvenzioni portando ad annullare concerti, licenziare musicisti e ridimensionare gli stipendi. C’è chi prevede un futuro di opere solo in cd e via Internet. E intanto, il “Pavarotti & friends” di quest’anno è stato dedicato ai bambini afgani…
John Lennon è stato chiamato in causa in più di una occasione e anche a sproposito. Pochi giorni dopo l’attentato alle torri gemelle, nel maggiore network radiofonico statunitense è circolata una lista di 150 canzoni da non trasmettere perché inopportune. Tra queste “Imagine”, il grande manifesto pacifista nonviolento. L’8 ottobre, un concerto programmato a New York in memoria di John si è riempito di contenuti pacifisti, sottolineando il suo impegno contro le guerre. “Imagine” poi è stata ripresa e reinterpretata da altri in situazioni dove il pacifismo è uscito di scena per dare spazio al nazionalismo statunitense.
Paul Mc Cartney, fermo su un aereo nell’aeroporto Kennedy di New York quando sono avvenuti gli attentati dei terroristi kamikaze, ha poi scritto “Freedom” una canzone molto bella in omaggio all’eroismo dei soccorritori e si è fatto promotore di una serie di concerti che, attorno al 20 ottobre e in diverse città, hanno raccolto fondi per le vittime degli attentati. In questo modo il nuovo patriottismo ha fatto breccia nella comunità musicale e tutti i concerti e relativi cd successivamente usciti hanno più o meno implicitamente sostenuto l’intervento armato in Afghanistan. “Imagine” è finita in una raccolta a favore della Croce Rossa Americana e nel “Tribute to heroes” è stata interpretata anche molto bene da Neil Young. Parlando della pace in questo contesto, Paul Mc Cartney ha detto putroppo che bisogna essere pronti a mutare opinione se cambiano le cose dimenticando forse la resistenza nonviolenta così ben mostrata ai tempi in “Yellow submarine” lo stupendo e indimenticabile lungometraggio a cartoni dei Beatles.
Patti Smith resta, fra i grandi nomi, un raro esempio di opposizione alla guerra a partire dalla sua partecipazione il 3 novembre a Manhattan allo spettacolo su “La democrazia ora in esilio”.
Cat Stevens, molto noto negli anni settanta e poi gradualmente uscito di scena in concomitanza con la conversione alla fede musulmana che lo ha fatto diventare Yusuf Islam, anche lui nella lista nera delle canzoni con “Peace train” e “Morning has broken”, ha deciso di intervenire pubblicamente per evidenziare gli aspetti più importanti e non sempre conosciuti dell’Islam: “La parola Islam deriva da Shalom, ovvero Pace. Un concetto lontano anni luce dalla violenza e dalla distruzione di cui siamo stati tutti testimoni nelle ultime settimane.(…) un gruppo di violenti ha aggredito civili innocenti e ha dirottato una religione. Ora un grande esercito è uscito a caccia del loro sangue.(…) La scelta del bersaglio di civili ignari, intenti alle loro occupazioni giornaliere, è stata motivata da null’altro che cieco odio irreligioso. (…) A Chicago, tre giorni dopo l’attacco, un gruppo di cristiani e fedeli di altre religioni hanno formato una catena umana intorno a una moschea dove i musulmani pregavano. Questa catena, sotto forma di aiuti umanitari, dovrebbe estendersi al popolo innocente dell’Afghanistan e a tutti gli esseri umani che soffrono la fame.(…) Una società multiconfessionale è possibile. ‘Noi e loro’ dovremmo evitare il dialogo della guerra, che venga da Al Quaida, dal Pentagono o da un’altra parte: nulla può impedirci di ‘sognare un mondo unito’. E speriamo che queste parole della mia canzone PeaceTrain un giorno si possano realizzare…”
In Italia? Qualcuno ha detto che siamo fermi a “Il mio nome è mai più”. Anche se cantanti e musicisti spesso impegnati hanno taciuto o tardano a muoversi, due dei protagonisti di quella interessante e riuscitissima operazione stanno facendo qualcosa.
Emergency ha prodotto, sempre per autofinanziamento, il singolo “Le sorti di un pianeta” dei Pitura Freska e il cd “Olmo e Friends” della Gialappa’s; Jovanotti è uscito con un cd (“Il quinto mondo”) e in particolare un singolo (“Salvami”) che molti hanno salutato come un grido alla pace. L’autore stesso, nelle interviste di presentazione ribadisce che sulla guerra esiste un consenso acritico e che occorre schierarsi decisamente contro.
Alla manifestazione di Roma del 10 novembre 2001 (quella contro la guerra beninteso!) hanno suonato Gang, Agricantus e Banda Bardò; hanno partecipato a iniziative contro la guerra Timoria, Nomadi, Csi, Avion Travel, Teresa De Sio, 99 Posse, Afterhours; personaggi inattesi si sono espressi, ad esempio Raf che nei concerti condanna i bombardamenti in Afghanistan e ha rispolverato la canzone “Sogni”, scritta ai tempi della guerra del Golfo, dove immagina che un pilota addestrato alla guerra torni indietro senza sganciare le bombe.

ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Banca Etica compie 3 anni e presenta il bilancio

L’8 marzo del 1999 nasceva a Padova la Banca Popolare Etica (BPE). Al termine di un’assemblea infuocata, veniva dato il via ad un progetto che avrebbe dovuto sfidare il circuito bancario tradizionale sul proprio terreno, per dimostrare che anche in quegli ambienti è possibile conservare un’etica e non scendere a vergognosi compromessi.
Dopo tre anni, BPE ha superato ogni più rosea aspettativa dal punto di vista “industriale”: 40 dipendenti, 10 sportelli, circa 120 milioni di euro di risparmi raccolti, 95 di questi erogati in prestiti ad associazioni no profit e cooperative, disponibilità di aprire conti correnti virtuali (cioè gestibili tramite internet) già da un anno, piccolo utile al termine del 2001. La crescita è stata talmente impetuosa da non riuscire a stare al passo con la raccolta del capitale sociale, il quale è direttamente legato all’operatività della banca: una legge dello Stato impone infatti alle banche di poter raccogliere denaro fino ad un massimo di 12 volte il capitale sociale e di poterne prestare fino ad un massimo di 8 volte il capitale stesso, e questi limiti giuridici stanno per essere rapidamente raggiunti.
BPE ha anche ottenuto un effetto contaminazione, auspicato dai soci fondatori, all’interno dello stesso circuito bancario: in questi tre anni tutte le maggiori banche italiane hanno dovuto aprire linee di investimento “etiche” per i clienti più critici, in alcuni casi creando semplici strumenti di beneficenza o vere e proprie bufale finanziarie, in qualche altro caso più virtuoso raccogliendo la sfida morale lanciata da BPE.
Ma evidentemente le banche classiche non sono state solo a guardare o scimmiottare i comportamenti dei nuovi arrivati: qualche loro rappresentante deve aver anche pensato di fare un salto dal Governatore della Banca d’Italia, il quale ha cominciato a porre dei limiti allo sviluppo di BPE tramite semplici richiami verbali. Sono state così ostacolate le aperture di cinque nuovi sportelli, l’assunzione di altri dipendenti e, ultimamente, è stata negata l’autorizzazione ad operare tramite una Società di Gestione del Risparmio (in gergo SGR).
La crescita impetuosa ha creato un po’ di scompiglio tra i soci organizzati in Circoscrizioni, che si sono sentiti estromessi dalle scelte strategiche della direzione padovana. Per recuperare la situazione, BPE ha lanciato in questi mesi un impegnativo percorso di formazione per i membri delle Circoscrizioni stesse, accogliendo inoltre alcuni loro rappresentanti all’interno del consiglio di amministrazione, allo scopo di migliorare i rapporti con chi rappresenta effettivamente gli occhi, le orecchie e spesso anche il volto della banca nelle località in cui non sono ancora stati aperti sportelli operativi.
Quali sono le scelte opinabili assunte dal consiglio di amministrazione? Innanzitutto quella di sbarcare nel settore del risparmio gestito tramite, appunto, la creazione di una SGR in partnership con la Popolare di Milano (socia di BPE), nonostante un consiglio di riflessione lanciato dal Comitato Etico. La scelta, peraltro quasi obbligata se si decide di sfidare le banche in casa loro, è stata fortemente sollecitata dalle banche popolari socie di BPE per gestire eticamente i fondi già a loro disposizione, in alternativa all’apertura di nuove linee di fondi “etici” da affiancare a quelli esistenti. Lo stop da parte di Bankitalia sarebbe solamente un ostacolo temporaneo al progetto.
Ma la salvaguardia di eticità con questo strumento è messa fortemente in pericolo e, secondo alcuni, assolutamente impossibile, all’interno di quell’infernale mondo che è la finanza attuale. Il rischio di speculazioni, oppure l’acquisto di azioni di aziende non eticamente orientate è talmente palese da scoraggiare molti soci, soprattutto per le dimensioni che tale scelta farebbe raggiungere a BPE: si parla di una raccolta del risparmio, a regime, di circa 5 miliardi di euro.
Un’altra scelta che fa discutere è la costituzione di una Fondazione alla quale delegare tutte le attività di impegno sociale diverse dall’attività bancaria, eliminando così uno degli aspetti positivi che caratterizzano BPE, e cioè la convivenza dell’attività creditizia e del rilievo sociale nello stesso ente che ha la pretesa di definirsi etico. Valore che molti soci non sono disposti a perdere nonostante gli indubbi vantaggi fiscali che ne deriverebbero.
Di fronte a questo bivio, e a pochi giorni dalla presentazione del prossimo business plan triennale, è stata organizzata il 24 novembre scorso a Bologna la prima giornata nazionale della finanza etica, per ribadire quali ideali e quali obiettivi BPE e la finanza etica debbano perseguire in futuro. Il dibattito proseguirà nei prossimi mesi, e sono necessarie le risorse e l’impegno di tutti gli operatori etici per evitare una pericolosa deriva di quello che rappresenta un fondamentale polmone finanziario per il terzo settore.

ALTERNATIVE
A cura di Gianni Scotto

Iniziamo da questo mese un appuntamento regolare sulle pagine del mensile Azione Nonviolenta e attraverso una mailing list di persone e gruppi interessati. Con questa rubrica si vuole contribuire a una cultura di pace che sia non solo testimonianza, ma anche progetto politico concreto. Per fare questo occorre la lucidità di saper “leggere” i conflitti del mondo e comprendere il ruolo che noi – società civile, Italia, Europa – possiamo svolgere per far avanzare la realtà delle alternative alla guerra. Per contatti:
Le alternative alla guerra stanno dalla parte della pace

Con l’11 settembre si è chiusa l’epoca del “dopo-guerra fredda”. Nell’arco di due mesi abbiamo assistito all’atto di nascita di un nuovo, feroce terrorismo globale, e all’inizio di una guerra senza strategie, né obiettivi, né nemico. Il primo effetto politico della guerra è stato di indebolire quel poco di struttura internazionale rimasta in piedi dopo dieci anni di delegittimazione delle Nazioni Unite: la “coalizione globale contro il terrorismo” è in realtà una sommatoria di rapporti bilaterali tra gli Stati Uniti e i diversi paesi che della coalizione fanno parte. Perfino la NATO, dopo i pomposi proclami delle prime settimane, non svolge alcun ruolo nella guerra di oggi.
Un argomento ricorrente nelle argomentazioni a sostegno di questa guerra (e di tutte le altre) è che non ci sono altre strade per sradicare il terrorismo – ha risposto così ad es. Rutelli ai centomila in marcia per la pace il 10 novembre a Roma. È indispensabile quindi presentare concrete alternative alla guerra in atto.
Proviamo ad elencare gli elementi portanti di una strategia non militare contro il terrorismo. Si tratta di proposte già sollevate da molte parti, ma vale la pena riassumerle di nuovo:
1. Anzitutto, è sempre opportuno non fare ciò che il proprio avversario vuole che si faccia. Ci sono buone ragioni per credere che una guerra diffusa (oggi contro l’Afghanistan, domani forse contro l’Iraq o la Somalia) sia proprio quello che i terroristi volevano. E più è violenta la reazione militare, meglio è per loro. Anche solo per questo una risposta non bellica al terrorismo sarebbe stata superiore.
2. Bisogna capire la nostra parte di responsabilità in questa situazione, riconoscere l’origine della rabbia diffusa oltre le nostre frontiere, e rispondere alle richieste di giustizia sulle quali il terrorismo globale intende legittimarsi. Inoltre, in futuro sarà opportuno astenersi dal sostegno a figure dubbie (ieri Saddam Hussein, oggi Bin Laden e i Talebani) che finiscono regolarmente per rivoltarsi contro chi un tempo li appoggiava.
3. Occorre scegliere la strada del diritto: far partire al più presto il Tribunale penale internazionale – osteggiato ancor oggi dagli USA – creare veri strumenti di polizia internazionale, rafforzare gli strumenti giuridici a disposizione contro il terrorismo (incluso il controllo di capitali illeciti); estendere sempre più la cerchia dei paesi che rifiutano il terrorismo.
4. Occorre scegliere la strada della cooperazione internazionale: anziché costruire alleanze di guerra basate su accordi ad hoc tra la superpotenza e i singoli stati che le sono utili di volta in volta, è indispensabile rafforzare le istituzioni permanenti che esistono, a partire dall’ONU, e crearne di nuove laddove necessario.
5. La prevenzione della violenza – diretta, strutturale e culturale – e una coerente politica di pace nei conflitti internazionali devono diventare una pietra angolare nella politica estera degli stati.
6. In particolare: bisogna agire in maniera concreta e incisiva per un nuovo processo di pace tra Israele e Palestina.
7. È assolutamente urgente diminuire la vulnerabilità delle nostre strutture economiche e sociali, a partire dalla dipendenza dal petrolio e dal nucleare “civile”. Quest’ultima industria andrebbe al più presto messa al bando, per le devastanti conseguenze che avrebbe un attacco terrorista sul tipo dell’11 settembre.
8. E infine: è essenziale non cedere al panico, alla rabbia o alla rassegnazione!

Si tratta di azioni realistiche, e che in parte diversi governi hanno iniziato ad attuare.
Cosa può fare il movimento per la pace? Si potrebbe lanciare un “Osservatorio contro la violenza internazionale” per elaborare nei particolari una strategia di pace contro il terrorismo, informare politici e opinione pubblica, e monitorare su questa base le scelte concrete del nostro paese e dell’Unione europea – ad esempio sul controllo dei capitali illeciti, o sulla cooperazione giudiziaria internazionale. Una voce autorevole per dire che contro il terrorismo ci sono alternative migliori della guerra.

STORIA
A cura di Sergio Albesano
L’antimilitarismo socialista dei proletari in divisa

Nel 1919 il Partito Socialista Italiano (P.S.I.) mostrò appieno il suo carattere contemporaneamente violento e antimilitarista. Esso, cioè, mentre si opponeva alla violenza istituzionale dell’esercito, teorizzava la violenza delle masse proletarie. Ad esempio nel dicembre 1918 una mozione della Direzione del partito proponeva, tra gli altri punti, l’”abolizione della coscrizione militare e (il) disarmo universale in seguito all’unione di tutte le repubbliche proletarie socialiste” 1. E un articolo dell’”Avanti!”, pubblicato dopo la vittoria alle elezioni del 16 novembre 1919, indicava tra gli obiettivi da raggiungere da parte del P.S.I. ”una politica militare che faccia scomparire tutte le tracce del militarismo mandando i soldati alle loro case, trasformando le caserme in edifici destinati a servizi di pubblica utilità, come case operaie, scuole, collegi per i figli dei lavoratori, ecc.” 2. Quasi contemporaneamente, però, nel Congresso tenuto a Bologna dal 5 all’8 ottobre 1919, la mozione massimalista, che ottenne la maggioranza dei voti, affermava: “Premesso poi che nessuna classe dominante ha rinunciato finora al proprio dispotismo se non costrettavi dalla violenza e che la classe sfruttatrice fa ad essa ricorso per la difesa dei propri privilegi e per il soffocamento dei tentativi della classe oppressa; il Congresso è convinto che il proletariato dovrà ricorrere all’uso della violenza per la difesa contro le violenze borghesi, per la conquista dei poteri e per il consolidamento delle conquiste rivoluzionarie” 3.Il discorso sull’uso della violenza contrapponeva all’interno del P.S.I. gli aderenti alla corrente di destra e a quella di sinistra. I primi la escludevano, o meglio sostenevano che bisognava ricorrere ad essa soltanto quando non fosse possibile utilizzare i mezzi legali e democratici; i secondi la teorizzavano e la facevano divenire il tema centrale e fondamentale del dibattito all’interno del P.S.I.
Un problema con il quale il partito si scontrò nel dopoguerra fu quello del combattentismo. Sull’atteggiamento del P.S.I. di fronte a questo argomento i pareri sono discordi. Alcuni, come Pietro Nenni, sostengono che il partito abbia compiuto l’errore di “misconoscere in genere il complesso fenomeno del combattentismo” 4; altri, invece, asseriscono che non ci fu contrapposizione fra reduci e P.S.I. “Ci si oppose, è vero, all’esaltazione dei miti della guerra, ma i militanti operai dimostrarono grande rispetto per chi si era comportato valorosamente al fronte, e anzi molti di loro portavano con orgoglio le loro decorazioni, non rinnegando un passato, che nessuno all’interno del partito chiese mai loro di rinnegare” 5. In ogni caso già dalla fine del 1918 i socialisti organizzarono una Lega proletaria che riuniva i mutilati e i reduci di guerra e che nel suo statuto confermava “il pacifismo e l’antimilitarismo come principi ispiratori nel Paese e in campo internazionale, invitando in più occasioni a costituire una Lega internazionale contro i pericoli di nuove guerre” 6. Bisogna chiarire che esistettero due tipi di combattentismo, uno di destra che venne in seguito ufficializzato dal fascismo e uno di sinistra che fu appunto organizzato nella Lega. Essa ebbe il merito di insinuarsi in ambienti impermeabili alla propaganda socialista e avvicinò al partito soprattutto le masse meridionali; contribuì anch’essa, quindi, al successo elettorale del 1919.
Nel primo dopoguerra la lotta antimilitarista fu inizialmente condotta da un vasto schieramento di forze. Citiamo, come esempio, un articolo apparso su “La stampa”, allora controllata dai giolittiani: “La puntata su Vienna durò quattro anni e nella marcia arrossammo tutte le montagne e tutti i fiumi del Veneto; recidemmo come erbe di prato tutti i fiori della gioventù e della gentilezza italiana; sperperammo tutta la ricchezza faticosamente raggranellata in secoli di lavoro e di risparmio” 7. A partite dalla fine del 1919, però, fu solo il movimento operaio a proseguire la lotta. Al suo interno possiamo distinguere due linee: la prima più moderata, che chiedeva ai soldati soprattutto di non sparare contro gli operai quando le truppe erano chiamate a difendere l’ordine pubblico, mentre la seconda era più accesa ed era polemica verso il tradizionale pacifismo socialista, anche se si limitava ad indicare obiettivi lontani e si mostrava incerta nell’individuare quelli immediati. Così Serrati, che pur era un massimalista, stilava nel 1920 l’opuscolo intitolato “Ascolta soldato! Parole semplici dedicate ai proletari in divisa”, che conteneva il decalogo del soldato socialista, rappresentativo dell’antimilitarismo riformista, incentrato soprattutto nella difesa della dignità umana del soldato: “Non sparare mai durante gli scioperi, le agitazioni operaie, le manifestazioni di piazza. Se il tuo superiore te lo ordina, indugia quanto più ti è possibile, poi spara in aria. (…)”.

LILLIPUT
A cura di Massimiliano Pilati
Vedere l’economia dalla parte degli oppressi

Inizia da questo numero una nuova rubrica dedicata al “Mondo di Lilliput”. Cercheremo di districarci e di capire meglio le mille anime e realtà che convivono dentro la rete di Lilliput. Cominciamo con Francuccio Gesualdi del Centro Nuovo Modello di Sviluppo.

Raccontaci in breve la storia e l’attività del Centro Nuovo Modello di Sviluppo.
Il Centro è sorto una ventina di anni fa per iniziativa di alcune famiglie che hanno deciso di andare ad abitare in uno stesso caseggiato per svolgere meglio il loro impegno di carattere politico e sociale. All’interno del caseggiato vige la filosofia che di fronte all’oppressione e all’ingiustizia bisogna essere capaci di dare un doppio tipo di risposta: uno di solidarietà diretta e uno di carattere politico. A partire dal 1985 abbiamo allestito un centro di documentazione che si concentra sugli squilibri Nord/Sud e sui meccanismi che generano impoverimento a livello internazionale. Siamo partiti con l’obiettivo di spiegare alla gente nella maniera più semplice possibile come funzionano certi meccanismi, sottolineando nel contempo le iniziative che possiamo assumere a partire dalla nostra quotidianità per opporci a questa macchina così oppressiva. Lungo il nostro cammino abbiamo scoperto l’importanza del consumo, del risparmio e, più in generale, della non collaborazione e della disobbedienza civile. A partire dal 1996, oltre all’attività di ricerca e di divulgazione, abbiamo cominciato ad organizzare campagne, sia nei confronti delle imprese, che nei confronti del potere politico.

Vieni considerato una delle “grandi menti” del movimento alter-global. Come ti trovi in questo ruolo?
Non mi considero una grande mente. Più semplicemente, analizzo l’economia dalla parte degli oppressi e, come molti altri, ho constatato che l’attuale processo di globalizzazione non è altro che il rafforzamento di un’economia mondiale al servizio delle nazioni ricche e delle multinazionali. Come Centro da anni ci sforziamo di far prendere coscienza a tutti di questo stato di cose. Insieme al resto del movimento, ci sforziamo anche di formulare proposte di riforma immediata e di progettazione per un’altra globalizzazione che punti all’equità, alla salvaguardia dei beni comuni e della dignità di tutti gli esseri umani. Quest’ultimo compito, forse, è la sfida più grande che tutti insieme dobbiamo tentare di accogliere.

Narra la leggenda che sia stato tu, in seguito ad una famosa lettera di Padre Alex Zanotelli, a proporre la creazione della Rete di Lilliput. Raccontaci come è andata veramente…
Nel 1998, insieme ad Alberto Castagnola, promovemmo l’incontro di tutte le associazioni italiane che avevano organizzato delle campagne per un’economia di giustizia. In seguito a questo incontro si costituì il cosiddetto Tavolo Intercampagne, attorno al quale, da ormai tre anni, siedono una decina di associazioni. Fin dall’inizio constatammo che in Italia c’erano centinaia di gruppi, impegnati a livello cittadino, che sostenevano le campagne lanciate a livello nazionale e che ne organizzavano di proprie a livello locale per indurre il potere e le imprese a comportamenti più equi. Tutti riconoscemmo che tali gruppi rappresentavano la forza per il cambiamento, a patto che riuscissero a formare una stretta alleanza fra loro. Nel frattempo, padre Zanotelli lanciò il suo appello per la Rete di Lilliput, che andava nella nostra stessa direzione. Pertanto, il Tavolo decise di accoglierlo, promuovendo la costituzione della Rete.

Quando hai promosso la Rete probabilmente avevi un’idea su come avrebbe dovuto essere. Cosa terresti e cosa cambieresti della Rete di Lilliput?
Della Rete di Lilliput manterrei lo spirito, che a mio avviso deve crescere e radicare, sia a livello locale che nazionale. Mi riferisco allo spirito di chi sa agire insieme nella valorizzazione delle differenze. Viceversa, dedicherei più energie alla costituzione di alcuni servizi come quello della formazione, di un centro studi per l’elaborazione di campagne nazionali, di un servizio stampa per i rapporti con i media.

INFO:
Centro Nuovo Modello di Sviluppo, via della Barra 32, 56019 Vecchiano (PI) – tel . 050-826354; fax 050-827165; email coord@cnms.it
Pubblicazioni del Centro:
Lettera ad un consumatore del Nord (EMI., 1990) £ 18.000
Nord-Sud: predatori, predati e opportunisti (EMI., 1993) £ 20.000
Sulla pelle dei bambini (EMI., 1994) £20.000
Guida ad un consumo critico (EMI., 1995) £ 25.000, 3° edizione 2000
Geografia del supermercato mondiale (EMI., 1996) £ 20.000
Sud-Nord: nuove alleanze per la dignità del lavoro (EMI., 1996) £ 15.000
Ai figli del pianeta (EMI., 1998) £ 18.000
Manuale per un consumo responsabile (Feltrinelli, 1999) £ 22.000.

LIBRI
Pietro Polito, L’eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta 2001, pagg. 199, £ 28.000.

Pietro Polito è uno studioso estremamente scrupoloso. Se gli si chiedono dieci lavori, egli alla fine ne produrrà uno soltanto, ma si può essere sicuri che quello sarà preciso e accuratissimo (atteggiamento ben migliore di coloro che si documentano su un solo lavoro e ne producono dieci!). Sono pertanto convinto che Polito abbia effettivamente letto tutti i libri che compongono la corposa bibliografia di questo testo, così come si sia letto tutti quelli citati nelle note, a differenza di tanti autori che gonfiano l’elenco dei libri in appendice con titoli che, se va bene, hanno soltanto sfogliato. Di conseguenza il libro che ora egli ci offre si basa su lunghi studi e accurate riflessioni e quindi è un testo estremamente denso e ricco di pensiero.
Perché Polito parla nel titolo del suo libro di eresia di Capitini? Forse perché il filosofo umbro era un uomo che univa, nel pensiero e nella vita, politica e religione. Ma qual è il punto di legame fra questi due ambienti? Norberto Bobbio, che scrive la prefazione, afferma che è la nonviolenza il punto di congiunzione fra politica e religione.
Il volume non è un’ennesima biografia di Capitini, ma un’analisi della sua teoria politica, che non fu mai espressa in maniera sistematica e che risalta dai suoi innumerevoli scritti. Negli ultimi tempi, dopo gli attentati dell’11 settembre e la marcia per la pace da Perugia ad Assisi, si è assistito nel nostro Paese ad un rinnovato interesse per il fondatore del nostro Movimento. Diversi articoli a piena pagina sono usciti su quotidiani nazionali e mentre c’è una sorta di tiro al piccione nei confronti dei suoi attuali seguaci, che vengono bollati con il termine, divenuto quasi spregiativo, di pacifisti, quando si tocca Capitini i toni tornano ad essere rispettosi. Forse gli intellettuali di oggi iniziano a rendersi conto di quale e quanta ricchezza ci sia nel suo pensiero. Forse il motivo è che lui è morto e di conseguenza non può più dare fastidio. Sta di fatto che, forse per la prima volta in maniera un po’ ampia, si parla di Aldo Capitini e la sua figura viene portata all’attenzione del grande pubblico e non solo di pochi affezionati.
Il libro è completato da tre appendici. La prima contiene un inedito di Aldo Capitini: Teoria politica e struttura sociale dell’omnicrazia; il secondo è una ricerca sulle attenzioni rivolte al filosofo da parte della polizia, sia in epoca fascista sia in periodo repubblicano; la terza analizza il rapporto fra Capitini e l’obiezione di coscienza.
Il volume di Polito ci pare indispensabile nella libreria di colui che è interessato ad approfondire la conoscenza del padre della nonviolenza italiana. In particolare è utile per capire il fondamento di quella parte del mondo nonviolento che nella nonviolenza non vede soltanto un mezzo efficace, ma soprattutto uno stile di vita. Interessante al riguardo è la contrapposizione fra Guido Calogero, il pragmatico, e Aldo Capitini, il persuaso.
Onore alla Stylos, una piccola casa editrice aostana che ha avuto il coraggio di pubblicare un testo del genere, ma al tempo stesso è un peccato che un libro così curato e interessante venga proposto da un editore che non ha la forza distributiva per essere presente sugli scaffali delle librerie. Crediamo sia opportuno, pertanto, indicare il numero telefonico della casa editrice, affinché chi desidera acquistare questo volume abbia un riferimento: 0165 230 418.

Sergio Albesano

RICEVIAMO

Karma Pamin Sangpo Vincenzo Zamboni, Il Buddha, l’automobile, e la guerra, Vrincavana Edizioni, Verona 2001, pp. 66
Pinuccia Montanari, Le donne nella difesa dell’ambiente, edizioni la meridiana, Molfetta 2001, pp. 119
Donne in Nero di Venezia/Mestre, Donne per la pace, Comune di Venezia, Belgrado 1995, pp. 236
AA. VV. Libertà femminile e violenza sulle donne, FrancoAngeli editore, Milano 2000, pp. 256
Fondazione Venezia per la ricerca sulla pace, Annuario della pace, maggio 2000 – giugno 2001, Asterios Editore, Trieste 2001, pp. 438
Naomi Klein, No logo, Baldini & Castaldi, Milano 2001, pp. 454
Alberta Basaglia, Donne e violenza, Comune di Venezia, Venezia 2001, pp. 170
Centro Pace, Tra fede e storia. La presenza delle comunità religiose a Venezia, Città di Venezia, Venezia 2000, pp. 108
Centro Pace, Parole di Pace, Città di Venezia, Venezia 1999, pp. 39
Dossier Ares 2000, Sotto i ponti del nord-est, malatempora, Roma 2001, pp. 96
Centro Pace, Un aquilone, Città di Venezia, Venezia 2000, pp. 24
Umberto Lucarelli, Pavimento a mattonella, BFS edizioni, Pisa 2001, pp. 46
Roberto Giacchini, Conversazioni, BFS edizioni, Pisa 2001, pp. 54
Leo Tolstoy, Buddha, Nipponzan Myohoji, London Dojo 2000, pp. 14
Fondazione Corazzin, Tra povertà e solitudine, Edizioni Lavoro, Roma 2001, pp. 174
Liana Fiorani, Dediche a Don Milani, Edizioni Qualevita, L’Aquila 2001, pp. 734
Lorenzo Milani, I care ancora, EMI, Bologna 2001, pp. 478
Daniele Novara e Lorella Boccalini, Tutti i grandi sono stati bambini, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2000, pp. 252
Marco Girardi, Cierre+Cierre+Cierre, Cierre Edizioni, Verona 2001, pp. 134
Jacques Sèmelin, La non violenza spiegata ai giovani, Archinto, Milano 2001, pp. 63
Roger-Pol Droit, Le religioni spiegate a mia figlia, Archinto, Milano 2001, pp. 71
Mario D’Aloise e Remo de Chiocchis, Il nostro amore per S. Francesco Caracciolo, Edizioni dell’Amicizia, Agnone (Alto Molise) 2001, pp. 187
Jan Rocha, Assassinio nella foresta, Bollati Boringhieri, Torino 2001, pp. 132
Abul A’la Maududi, Conoscere l’Islam, edizioni Al Hikma, Imperia 2000, pp. 178
Coordinamento comasco per la Pace. 1948-1998 Il cammino della speranza, ecoinformazioni, Como 1999, p. 127
Pietro Polito, L’eresia di Aldo Capitini, edizioni Stylos, Aosta 2001, pp. 199
Christian Bartolf, Manifesto against conscription and the military system, Gandhi-Informations-Zentrum, Berlin 2001, pp. 105
Mario Pianta, Globalizzazione dal basso, manifestolibri, Roma 2001, pp. 190
Coordinamento Comasco per la Pace, Migrando nel terzo millennio, ecoinformazioni, Como 2000, pp. 144
Gianni Tamino, Il bivio genetico, Edizioni Ambiente, Milano 2001, pp. 160
Francesco Tullio, La difesa civile e il progetto Caschi Bianchi, FrancoAngeli, Milano 2000, pp. 158
Alberto L’Abate, Giovani e pace, Pangea edizioni, Torino 2001, pp. 303
Caritas Diocesana Modenese, Obiezione di coscienza e servizio civile, Diathesis, Modena 1998, pp. 95

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