Azione nonviolenta – Gennaio-Febbraio 2004

Azione nonviolenta gennaio febbraio 2004

– 1964-2004, di Mao Valpiana
– Opere in versi di Aldo Capitini, di Alberto Tomiolo
– Teoria e pratica del Movimento Nonviolento, di Raffaella Mendolia
– Memorie di un profeta disarmato, di Maria Buizza
– La persuasione, di Paolo Signori
– I cinquant’anni di Emmaus, di Elena Buccoliero e Mao Valpiana
– Obiettori isreliani condannati, di Elena Buccoliero
– Cresce la nonviolenza da una parte e dall’altra del muro, di Asma Haywood e Franco Perna
– Le conseguenze politiche del’eccidio di Nassiriya, di Giuseppe Ramadori
– Anno europeo della disabilità, di Alberto Trevisan
– A chi destinare l’8 per mille?, di Paolo Macina

Rubriche

– alternative
– l’azione
– lilliput
– cinema
– economia
– musica
– storia
– educazione
– libri
– lettere

1964 – 2004

di Mao Valpiana*

Quarant’anni. Un bel traguardo per Azione nonviolenta. Chissà se Capitini, quando l’ha concepita, immaginava una vita così lunga per la rivista del Movimento Nonviolento.
Il 1964 è l’anno della prima bomba atomica cinese e del primo bombardamento aereo statunitense sul Vietnam. In Italia è l’anno del film di Pasolini “Il Vangelo secondo Matteo”. E’ anche l’anno dei Beatles in America: scoppia la beatlesmania, i quattro di Liverpool occupano tutti i primi posti delle classifiche discografiche mondiali e da allora la musica e la cultura giovanile non saranno più le stesse. Si preparavano le condizioni per la rivoluzione del ’68. Capitini percepiva questo fermento e scriveva: “La violenza dell’autoritarismo dell’uomo sull’uomo, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e la violenza dell’imperialismo e della guerra, sono gli ostacoli che il progresso della storia deve oggi vincere, in una lotta che è unica, e che porta alla liberazione di tutti. Ma se il metodo di tale lotta sarà nonviolento la liberazione ci sarà fin da ora, per la serenità, per la fratellanza umana, per l’apertura che vivremo nella lotta stessa”.
Il sogno dei giovani di allora della fantasia al potere si è trasformato nell’incubo degli anni di piombo. E poi il brusco risveglio… In questi quattro decenni il mondo è cambiato.
Ma la nonviolenza è cresciuta dai “favolosi anni ‘60” ad oggi. Finalmente questa parola è entrata nel lessico comune. A volte viene usata in modo strumentale, a volte distorto, ma non si può più prescindere da un confronto con la nonviolenza. La voce del Papa grida “mai più guerra” e lo fa richiamando la nonviolenza, sindacati e movimenti di base scendono in piazza e rivendicano metodi di lotta nonviolenti, il movimento no global, la rete lillipuziana e tutte le realtà religiose di base si interrogano sulla nonviolenza. Anche tre partiti, con storie e orientamenti diversi, come i radicali, i verdi, rifondazione, hanno fatto della nonviolenza una opzione prioritaria. Naturalmente la stessa parola nonviolenza viene poi declinata in mille modi diversi, a volte opposti. C’è chi arriva persino a giustificare i bombardamenti nel nome della nonviolenza, chi assolve l’intolleranza e la menzogna, chi la usa come sinonimo di democrazia, chi ne fa un tutt’uno con il pacifismo generico, chi l’accetta solo come tecnica e chi la rinvia all’aldilà. Ma nessuno più la deride o la ignora, come avveniva quarant’anni fa quando il mondo si divideva e si confrontava fra il comunismo e la libertà e Capitini cercava di costruire ponti fra oriente ed occidente per “prendere il meglio dell’uno e dell’altro”. Il Muro di Berlino è stato abbattuto, mettendo a nudo tutte le nefandezze del socialismo reale e nel contempo le atroci responsabilità del capitalismo occidentale. Due imperi contrapposti. Uno è crollato con gran fragore, lasciando sotto le macerie speranze e milioni di vite. L’altro è ancora in piedi, forse agonizzante, ma continua a schiacciare speranze e vite. Morto il comunismo, smascherato il liberismo, si affaccia all’alba del terzo millennio la nonviolenza, come speranza di vita abbracciata da tanta gente. Non è ancora un fenomeno di massa, di moltitudini. Non ci sono nazioni o popoli interi che si ispirano ad essa. Sono ancora singoli individui, o piccoli gruppi, o movimenti trasversali, ma è certo che la nonviolenza è ormai la pietra angolare per milioni e milioni di persone che cercano un mondo migliore. Piccoli produttori del sud del mondo, tantissimi consumatori del nord, fedeli che ricercano le profonde radici nonviolente del buddismo, del cristianesimo, dell’islam, giovani che riscoprono il valore della solidarietà, amministratori pubblici che lavorano per la tutela dell’ambiente, lavoratori che difendono il salario e la dignità del lavoro.
Per celebrare i 40 anni di Azione nonviolenta abbiamo messo in cantiere per la prossima primavera un convegno nazionale sul senso e la sfida di proseguire il progetto lanciato da Capitini nel gennaio del 1964. Vogliamo confrontarci con altre riviste e con giornalisti critici sul ruolo e le difficoltà di fare informazione oggi.
In questo primo numero del quarantennale di Azione nonviolenta, rinnovato nella grafica e aumentato nelle pagine, diamo spazio alla ricerca fatta da alcuni giovani sull’attualità del pensiero capitiniano, e ad un saggio su un aspetto non troppo conosciuto della sua opera, quello poetico.
Ai lettori che apprezzeranno questo lavoro chiediamo di impegnarsi ad essere promotori della diffusione di Azione nonviolenta, trovare un nuovo abbonato, collaborare attivamente alla crescita della rivista, strumento fondamentale di azione del Movimento Nonviolento.

* Direttore di Azione nonviolenta

Opere in versi di Aldo Capitini:
Terrena sede (1928)
Sette canti (1931)
Atti della presenza aperta (1943)
Colloquio corale (1956)

Patrizia Sargentini, Aldo Capitini Poeta, Guerra Edizioni, Perugia 2003

Quando dirai una parola, sarai infinita-
mente in essa…
Atti della presenza aperta

Di Capitini filosofo, educatore, polemista gentile, maestro in senso pieno, si sa a sufficienza anche se non mai “abbastanza”. Di un Capitini poeta, diciamo pure strettamente “professionale”, si è invece scritto pochissimo, quasi sempre “en passant” ad opera di amici (sia pure molto titolati, come Walter Binni) e comunque in circostanze d’occasione.

Un saggio corposo di Patrizia Sargentini (docente di letteratura italiana ed esperta di problemi dell’educazione linguistica), oltre ai meriti più propriamente critici di cui ci occuperemo, viene a colmare questo incomprensibile vuoto della nostra cultura e ci fornisce tra l’altro – pre-condizione non di poco conto- la possibilità “materiale” di affrontare questo inesplorato versante capitiniano disponendo di un’edizione pressochè integrale di tutte le poesie altrimenti irreperibili, certamente non in un unico volume, che io sappia, sul mercato librario. E viene spontaneo un amaro sospiro di nostalgia quando capita la fortuna, come mi è successo per questa recensione, di avere sottomano la prima, e credo unica, edizione dell’ultima raccolta di versi, stampata da Pacini Mariotti a Pisa nel 1956, con quelle larghe pagine di carta solida (di quelle che era necessario aprire con il tagliacarte) e quei nitidi caratteri tipografici che inducono ad una lettura serena e distesa, e che ai nostri giorni finiscono quasi per farci considerare il libro una sorta di reliquia da bibliofili: un prodotto nemmeno immaginabile nei cataloghi commerciali dell’odierna industria libraria, senza ovviamente nulla togliere alla decorosa ristampa del volume dell’editore Guerra di cui ci stiamo occupando.

Nel suo saggio Patrizia Sargentini ha saputo raccordare, mediante una sintesi non banalmente semplificatrice, il percorso filosofico di Capitini con il percorso, che scopriamo parallelo, della scrittura poetica dimostrando come essi interferiscano fecondamente e si scambino, per dirla con un bel passaggio della presentazione di Luisa Schippa, «tutte le grandi intuizioni e le parole chiave dell’intera opera capitiniana». Operazione che la Sargentini porta a termine con chiarezza lodevole, specialmente in considerazione della complessità di fare i conti con pensatori e scritture di non sempre agevole “traduzione” (penso, tra gli altri, a Gentile e allo stesso cruciale Michelstaedter, e più in generale all’intrico teorico del passaggio dall’Uno-tutto hegeliano al precipuo Uno-tutti, capitiniano sì ma di matrice kantiana): autori e testi che il maestro perugino ha studiato e metabolizzato sia nella fase della formazione giovanile e universitaria sia in quella dello scambio, ormai “a parità di competenze ”, della piena maturazione e dunque della completa padronanza di una autonoma visione del mondo. Operazione, ci sia consentito di affermare, peraltro ineludibile per chi avesse voluto rispettare, ed è ovviamente il caso della curatrice, l’attesa e, diciamo pure, la “pretesa” capitiniana che lo strumento della poesia trovasse posto sul medesimo piano dei saggi di riflessione teorica, conferendogli analoga dignità intellettuale ma affidandogli una sottile, peculiare efficacia comunicativa.

Nel quadro dell’universale educazione alla socialità che costituisce l’obbiettivo finale della pedagogia di liberazione di Capitini, è intuitivo come la poesia non possa ridursi ad un esercizio privato, al culto di sé e all’autocompiacimento narcisistico nella consapevolezza disperante di una incomunicabilità che caratterizza molti autori, anche di pregio, del primo ventennio del Novecento. E’ invece questo lo sbocco al quale non avevano saputo sottrarsi molti tra gli intellettuali, specialmente i poeti come Sbarbaro e Onofri, che si muovevano attorno alla rivista «La Voce», che Capitini apprezzava, e con i quali pure aveva dimestichezza, qualche volta anche personale, e una meditata rilevante affinità nella devozione morale all’insegnamento del crocianesimo più rispettato (quello, per intenderci, che pretendeva un legame indissolubile fra etica e realtà, e dunque fra etica e politica, e che costituirà non a caso il fondamento teorico della successiva opposizione al fascismo di una generazione per la verità non particolarmente “generosa” quanto ad intransigenza liberaldemocratica).

Ma gli autori vociani e poi i loro epigoni ermetici, pur avendo obbiettivamente contribuito a sprovincializzare la cultura italiana e a staccarla dalle formule ormai esaurite della tradizione romantica, avevano finito per cedere al culto esclusivo della forma poetica e non avevano esitato a proclamare l’indifferenza ai contenuti sostenendo che la letteratura doveva trovare in sé la propria misura e la propria giustificazione. Pedaggio, questo, trasparentissimo pagato all’atto puro dell’autorità gentiliana, alla presunta autosufficienza dell’attività pratica fatta coincidere con quella teoretica, che ben si prestava a fornire una giustificazione rassicurante alla contemplazione “disinteressata”, “autoreferenziale” della realtà, come potremmo dire con un termine un po’ troppo di moda: quale distanza dal superamento festoso del gentilismo condensato nel verso capitiniano «Tutti come è più bello di tutto»! (Colloquio corale, Coro 22).

Il fatto è, insomma, che Capitini si colloca con convinta determinazione, già con le intuizioni dei suoi esordi giovanili, nella ricca tradizione della poesia di aperto intento didascalico che nella storia della letteratura italiana collima spesso, come è noto, con la poesia religiosa: «al Dio di tutti, alto sul mio risveglio, / non il perdono, ma l’oprar domando» (Terrena sede, vv. 71-72). Con l’esame dettagliato delle ascendenze della lirica capitiniana la Sargentini scrive un capitolo chiarificatore per raccapezzarsi nelle trame molteplici dell’ispirazione poetico-religiosa di Capitini e dei suoi principali referenti. Alcune “vicinanze” sono, per così dire, “fisiologiche” nel senso che hanno alimentato la primissima formazione di Capitini e approderanno nei materiali per la tesi di laurea (Jacopone da Todi, Foscolo, e il Leopardi perennemente ristudiato), altre sono indicate espressamente dall’autore, altre ancora riemergono qua e là in circostanze non immediamente letterarie come gli interventi ai diversi congressi cui il maestro prese parte come relatore, mentre le più esplicite (Giuseppe Ungaretti, soprattutto Clemente Rebora e Danilo Dolci) si ricavano dalla recensione Sulla poesia religiosa scritta nel 1954 a proposito di un’ Antologia della poesia religiosa contemporanea, peraltro non limitata nel respiro e nei rimandi ai primi decenni del Novecento.

“Non limitata nei rimandi” in quanto una collocazione nel filone della letteratura didascalica italiana significa evocare, se non addirittura misurarsi con figure inarrivabili come san Francesco poeta, come Jacopone da Todi e come il Dante della terza Cantica. O, nella nostra fattispecie, con una presenza come quella di Carlo Michelstaedter alla cui opera principale pubblicata postuma nel 1913, La persuasione e la rettorica, Capitini rivela di essere debitore nell’assunzione del termine persuaso in luogo di “credente” che sappiamo costituire uno dei cardini attorno a cui ruota il suo sistema filosofico nonché di un’altra parola-chiave quale salute che per Michelstaedter è sinonimo di persuasione, e che circolava con differenti connotazioni negli ambiti letterari grazie alla “divulgazione” di Svevo e persino della prima traduzione italiana di un’opera di Gandhi, che, circostanza curiosa, quando parla del testo di Michelstaedter, Capitini non aveva avuto ancora modo di conoscere. Debito che non deve sorprendere dal momento che Michelstaedter riaffermava con straordinaria tensione morale, come ricorda la Sargentini, «l’esplicitazione delle potenzialità della verità (in quanto coscienza e volontà di essere) contro la retorica (falsa coscienza e mezzo di oppressione ideologica delle classi al potere)» con il fine «di costruire un soggetto proteso alla relazione», ma che riporta nel contempo alla radicalità della deriva esistenzialistica che, se pure non aveva impedito allo scrittore goriziano di confortare la scelta antiretorica alla luce dei Vangeli, non lo aveva però sottratto alla decisione di suicidarsi. Viene da interrogarsi quanto abbiano inquietato Capitini, pur tenendo conto della sua concezione della compresenza dei morti e dei viventi, queste dolorose ricorrenze storiche del suicidio anche fra impegnatissimi intellettuali cui pure non era estraneo il senso del valore e della coscienza persuasa, come nel caso, appunto, più ravvicinato, di Michelstaedter o dello stesso suicidio della donna di Scipio Slataper, altro scrittore familiare a Capitini, che a sua volta sembra aver messo in moto un’ “autoconsegna” alla morte con l’irruente adesione alla guerra; o, se vogliamo, per riprendere un filo mai spezzato, della dolente riflessione morale e filosofica che riporta a Leopardi.

Di particolare utilità , e non solo per chi si accosta per la prima volta alla poesia di Capitini, è l’ultimo capitolo, Denotazione e connotazione in “Colloquio corale”: scelte semantiche e soluzioni formali, nel quale la Sargentini mette a frutto con adeguato puntiglio e con eccellenti risultati la propria esperienza professionale in materia di soluzioni linguistiche. I versi di Colloquio corale, pubblicati nel 1956, vengono indicati come il vertice della produzione di Capitini anche se si riconosce non minore riuscita (e io concordo, e non voglio andare oltre, con questa onesta “rettifica ” anche perché credo sia questo un ambito in cui, grazie al cielo, non hanno proprio senso le “classifiche” e i “vincenti”…) alla straordinaria concentrazione di pensiero filosofico e di resa metaforica della raccolta uscita tredici anni prima, Atti della presenza aperta, di cui basti una citazione al volo: «Solo il fiore che / lasci sulla pianta è tuo» (Atti, parte prima, B3) sublimemente capitiniana.

Ma non si può negare che la poesia di Colloquio corale (sette sezioni diversamente titolate a costituire gli atti di una manifestazione condivisa) incorpori, nelle intenzioni di Capitini, tutti gli elementi che devono concorrere alla comunicazione della parola liberata e agli strumenti attraverso i quali può essere “divulgata”. Una applicazione compiuta della Gesamtkunstwerk, complessa eppure nitida e rasserenante, un’ opera totale a tutti gli effetti che rimanda piuttosto alla lauda medievale e al suo impianto intrinsecamente teatrale, per la cui rappresentazione, vissuta e partecipata, sono impegnati la musica, il canto, le parole, i movimenti e, fino nel dettaglio, la posizione circolare o semicircolare dei partecipanti, compreso – inevitabilmente – il pubblico. La dimensione, anche quella strettamente spaziale, del teatro viene celebrata esemplarmente in una lettera a Luisa Schippa (testimonianza su Azione nonviolenta nel decennale della morte, settembre-ottobre 1978) in cui Capitini, commentando una spedizione fiorentina per ascoltare, tra l’altro, l’esecuzione di alcune sinfonie di Beethoven, descrive una concezione liturgica del ruolo del teatro: «Ascoltare per me musica altissima in questo periodo è necessario… E quel Teatro mi dà un’impressione più religiosa che una chiesa; la tensione corale al valore: molta gente è una cosa di valore; il Teatro comunale è stato per me il germe della “realtà di tutti”». Solo alla luce di tale commistione privilegiata con il teatro, che assurge dunque a luogo della festa “francescana” all’insegna della “perfetta letizia”, Capitini poteva pensare all’esecuzione del suo testo poetico dettando, in realtà, vere e proprie norme per la messa in scena, dalla tecnica di dizione fino alla disposizione degli attori sul palcoscenico. E chissà quanto gli avrebbe fatto piacere sapere che i suoi testi, accompagnati da una composizione del maestro Bucchi, erano stati ospitati per l’inaugurazione della Sagra Musicale Umbra di qualche anno dopo la sua morte, nella città amatissima e ispirazione permanente della sua lirica.

La modalità di conduzione della poesia sopra delineata ( dire “regia” al grande perugino sarebbe probabilmente parso troppo autoritario…) si regge grazie ad un accorto impianto strutturale che coniuga intimamente significati e elementi formali. Per questo ogni sezione (Coro, Episodio, Canto, Invocazioni, Storia Inno, Epilogo) è scritta da Capitini con un apposito registro stilistico che ne certifichi ed esalti, al tempo stesso, il significato con specifiche articolazioni sintattiche, con forme verbali e figure retoriche di volta in volta calibrate sui contenuti del testo. Per esempio, nella sezione Invocazioni si ha il ricorso frequente a frasi interrogative e ad interiezioni, concluse dal punto fermo, a sottolineare la specifica connotazione drammatica; oppure, nella penultima sezione, Inno, «il tono diviene quello della lode per la conquista , “intima” e corale insieme, della cognizione di una realtà sempre in divenire» introdotto da un incipit risolutivo, che già di per sé avrebbe grande efficacia di condensare il senso delle strofe successive:«Dopo tanta speranza e molto d’ombra, / la passione dell’intimo è concreta, / e tutti unisce corale e aperta» (Colloquio, Inno, vv.1-3); o infine, ricomponendo nell’Epilogo la simmetria con l’esordio, «la “sera” della festa chiude l’itinerario individuale e collettivo iniziatosi, nel Coro, con il “mattino” della festa».

Come si può ricavare da questa selezione di annotazioni che peraltro la Sargentini estende, con imparziale scrupolo ricognitivo, anche alle opere precedenti soprattutto agli Atti della presenza aperta, Capitini ha scelto di servirsi e di misurarsi con gli strumenti formali della comunicazione poetica tradizionale, con un’esplicita dissociazione dal complesso delle pratiche creative delle avanguardie storiche. Forse per questo (io confesso di non saperne nulla) sarebbe assai interessante poter documentare se mai Capitini avesse discusso e confrontato la propria opzione di una lirica “alta”, sia pure esemplarmente “canonica”, con quella di un amico e collaboratore, Ferdinando Tartaglia, poi ritiratosi dagli impegni civili e culturali ma molto attivo e propositivo nel Movimento di Religione fondato nel primissimo dopoguerra post-fascista. Se fosse permesso un appunto marginale al lavoro della Sargentini, sarebbe quello di non aver nominato questo protagonista e i nodi teorici e culturali ad esso collegati, rilevanti per almeno due ragioni. Innanzitutto Tartaglia ha agito marcatamente nella riflessione capitiniana (è lui a coniare il termine tramutazione, essenziale nella definizione del Dio persuasivo e della necessità di una mutazione genetica nel corpo della Chiesa cattolica) e, in secondo luogo, in relazione al versante che stiamo esplorando, Tartaglia fu specialissimo poeta nel quale l’urgenza religiosa non lasciava spazio, al contrario di Capitini, ad una scrittura distesa ma aspirava, come aveva detto, alle «translinguazioni materiali del Discorso», con una sperimentazione veramente singolare tutta interna alle acrobazie linguistiche e concettuali delle avanguardie. Finora inedite le migliaia di pagine lasciate da Tartaglia, una selezione, supponiamo, di poesie ci sarà donata in un’annunciata antologia, Poesie. Esercizi di verbo che Adriano Marchetti sta facendo uscire per l’editore Adelphi, e ci si augura che ciò possa aprire concretamente la questione non peregrina dell’eventuale “confronto poetico” con Capitini.

Per concludere: contributo davvero prezioso, quello della Sargentini (cui, ancora, in extremis, mi permetto di osservare che il capitolo di conclusione è, forse, troppo dimensionato sulla figura di Silone, periferica in realtà nello svolgimento di merito del testo), insperato, vorrei dire, e degno di occupare un posto originale nella biblioteca capitiniana non mai abbastanza affollata.

I giovani incontrano Aldo Capitini
Teoria e pratica del Movimento Nonviolento: un’aggiunta specifica alla cultura della nonviolenza

Di Raffaella Mendolia*

Mi sono avvicinata al Movimento Nonviolento da poco tempo, spinta da motivi di studio: avevo deciso per la mia tesi di laurea di analizzare un movimento sociale per accertare se questo potesse rappresentare una valida alternativa per coloro che oggi sentono l’esigenza di partecipare attivamente alla vita politica del Paese, ma senza valersi dell’intervento dei partiti.
Questa esigenza nasce dall’inevitabile constatazione che oggi si verifica la contraddizione apparente tra la cosiddetta crisi della politica e la crescita del livello della partecipazione sociale.
Secondo Roberto De Vita ciò che oggi è in crisi è la rappresentanza come dimensione della politica di mediazione che mette in luce l’inadeguatezza dell’organizzazione tradizionale della rappresentanza e la necessità di nuove forme di democrazia e di modelli organizzativi, che rispondano concretamente all’emergere nella società di una crescente domanda di potere in senso democratico.1
Di posizione simile è anche Norberto Bobbio che afferma che la crisi della partecipazione si lega al grave fenomeno dell’apatia politica: negli stati democratici, infatti, la partecipazione si risolve nella formazione di una maggioranza parlamentare, viene esercitata a intervalli più o meno lunghi, si limita a legittimare una classe politica ristretta che si autoconserva, è distorta dalla propaganda.2
Il Movimento Nonviolento, a mio parere, si pone come una valida alternativa possibile: accompagna all’approfondimento teorico un concreto impegno pratico.
Il Movimento Nonviolento nasce nel 1962 e rimane ancora indissolubilmente legato al suo fondatore Aldo Capitini.E’ lui appunto a costruire le basi teoriche e pratiche del movimento.
La necessità di unire teoria e prassi costituisce il nucleo fondante del suo pensiero: il rifiuto di accettare passivamente una realtà in cui prevale la forza, la violenza e la prepotenza lo spingono a ideare un progetto di rinnovamento sociale che investe prima l’individuo e poi necessariamente le istituzioni.
Per Capitini la nonviolenza non designa solo un insieme di tecniche di lotta caratterizzate dall’assenza di violenza, ma comporta una teoria che si articola in una particolare concezione etico- religiosa, la compresenza, e un preciso programma politico, l’omnicrazia.
Ma Capitini rileva l’inadeguatezza dei mezzi fino a questo momento adottati rispetto a tale fine di trasformazione radicale: capovolge la concezione macchiavellica del fine che giustifica i mezzi ed afferma la validità del metodo nonviolento che realizza tra mezzi e fini un rapporto di coincidenza.
“Affinchè il nuovo ordine a cui si tende non riprenda i modi e le strutture del vecchio ordine ingiusto, per non finire ad assomigliare all’avversario violento e smarrire lungo il cammino stesso le ragioni della lotta, è indispensabile condurla con animo e mezzi non discordanti dal fine. La coerenza tra il fine e i mezzi si pone quindi non soltanto come un’esigenza della morale ma come un’esigenza della validità dell’azione politica.”3
Sciopero, boicottaggio, obiezione di coscienza, rifiuto di pagare le tasse, disobbedienza civile ecc., sono mezzi di lotta che, impiegati con la dovuta preparazione ed estensione, possono avere la forza di neutralizzare il più potente avversario, senza che vi sia il bisogno di versare una sola goccia di sangue del partito avverso. Principio essenziale di questa strategia di lotta è la noncollaborazione. Se le infime classi dominanti hanno la possibilità di esercitare il loro potere ingiusto, ciò è fondamentalmente in virtù della collaborazione loro fornita dalla maggioranza, tra cui gli stessi oppressi.4
La posizione capitiniana rispetto ai partiti è coerente a tale prospettiva: pur contribuendo alla ricostituzione dei partiti dopo la caduta del Fascismo, Capitini si dichiara indipendente di sinistra e svolge il suo lavoro espressamente come integrazione al lavoro di questi, preferendo piuttosto l’istituzione dei centri sociali: “ I partiti esistono per il “potere”, per acquistarlo o per sostenerlo. Da ciò la loro ragione d’essere e i loro limiti, il macchiavellismo, la disciplina interna, le gelosie, il settarismo, il patriottismo di partito. La conquista del potere è l’assoluto per il partito. Il partito è il mezzo e il potere è il fine. Ma qui sorgono gravi difficoltà. Può il mezzo essere diverso dal fine?”5
Sicuramente tale posizione è riconducibile alla sua tensione verso la concretizzazione di una democrazia diretta, attraverso l’affermazione di una “nuova socialità”: Capitini con essa intende che “la partecipazione dei cittadini alla discussione e alla decisione dei problemi collettivi sia tanto intensa da non rendere necessaria l’intermediazione dei gruppi organizzati”: se il fine della politica non è il potere ma la “nuova socialità” la forma della partecipazione non è il partito ma il “centro”, “che è non societario ma comunitario, non si schiera contro altri partiti, ma si tiene aperto all’iniziativa di tutti, non impone dogmi ma discute problemi, non conosce privilegi di tessera, né poteri di funzionari.”6Tale progetto non rimane una pura aspirazione ma trova una applicazione pratica: nel 1949, a guerra appena conclusa, Capitini fonda i C.O.S (Centri di Orientamento Sociale) anche se sarà un’esperienza di breve durata.

Sono trascorsi trentacinque anni dalla morte del suo fondatore, ciò nonostante il Movimento Nonviolento ne custodisce e sviluppa l’eredità e mantiene ancora la stessa impostazione. Il contributo del Movimento alla politica è volutamente marginale, ma anche l’aspirazione a farsi “centro” è fortemente sentita. Oggi il Movimento Nonviolento fa proprio il compito di offrire la propria “aggiunta” ai gruppi che necessitano del suo apporto. Nel numero di dicembre 1991 di Azione Nonviolenta appare un’intervista a Paul Wehr, del movimento nonviolento statunitense, egli offre una chiara spiegazione della posizione dei movimenti nonviolenti attuali: ”Vedo i movimenti nonviolenti come sostegno e aiuto agli altri movimenti per il cambiamento sociale. Essi facilitano o sostengono gli altri movimenti fornendo loro training, libri, una teoria su come funziona la nonviolenza e perché è importante usarla e così via. Ma quando molti gruppi perdono sia membri che leader e sostegno finanziario, i movimenti nonviolenti che sono già semplici ed essenziali, a basso costo energetico, possono sopravvivere e offrire agli altri movimenti ancora un minimo di aiuto.”7 Il Movimento Nonviolento ha dato prova di credere in questo suo compito. Nella relazione introduttiva al XX° Congresso del Movimento svoltosi a Ferrara nell’aprile 2002, si afferma: “Un complesso movimento è venuto affermando che un altro mondo è possibile. Svolge in forme inedite la sua opposizione e la sua ricerca. Collega gruppi sociali, culture, generazioni, esperienze, sensibilità diverse, in differenti luoghi del mondo.Un movimento caratterizzato dall’impegno personale e diretto, del sentirsi interpellato da ogni momento internazionale in cui si discutono i temi della fame, della povertà, dei commerci, dell’ambiente, della pace e della guerra, per far sentire una voce diversa, spesso critica ed alternativa rispetto a quelle dei governi e delle istituzioni sopranazionali (…) Il contributo che come amici della nonviolenza siamo chiamati a dare è quello di valorizzare il patrimonio di lotte, esperienze e tecniche alla nonviolenza ispirate e collaborare a che mai si smarrisca lo stretto legame tra fini da raggiungere e mezzi impiegati. Le organizzazioni che si richiamano al pensiero e alla pratica della nonviolenza sappiano portare un’aggiunta importante e forse decisiva allo sviluppo, quantitativo e qualitativo, del “movimento dei movimenti”.8
Anche in questa occasione il Movimento dimostra realismo e lungimiranza: è consapevole di non potere raggiungere immediatamente la trasformazione di una realtà inadeguata ma non per questo vi rinuncia e continua ad agire e a porsi costantemente in discussione per realizzare un percorso lento ma continuo che da ormai quarant’anni procede, secondo la gandhiana “legge della progressione”, da forme più blande di azione ad altre più incisive, verso la realizzazione completa dell’obiettivo stabilito.
Nonostante ciò non si può non riconoscere la capacità del Movimento Nonviolento di interpretare le nuove esigenze di partecipazione emerse negli ultimi anni. Come riconosce Goffredo Fofi: “Nonviolenza, nonmenzogna, noncollaborazione. Da Gandhi a Capitini ai movimenti attuali, queste tre affermazioni di un altro modo di intendere la nostra partecipazione responsabile alla storia individuale e di gruppo e collettiva -un altro modo di intendere la “politica”, un altro modo di intendere la lotta per la giustizia sociale che implichi il rispetto per la vita, e cioè della natura- hanno suscitato diffidenza, scetticismo, ripulsa in chi doveva giustificare la disparità che ogni potere comporta, e in chi, nella sinistra, credeva nell’inevitabile primato e dominio della forza.”9
Ma non hanno potuto evitare il loro emergere.
Io credo che il Movimento Nonviolento sia provvisto degli strumenti per promuovere una società più giusta, partecipata e civile, e interpretare le nuove aspirazioni che giungono in particolar modo dai giovani. La strada è lunga ma i progressi sono costanti. Oggi il concetto stesso di nonviolenza ha ottenuto legittimità a tutti i livelli e domani, forse, ciò si svilupperà in una nuova presa di coscienza.

1. R. DE VITA, Senso comune e trasformazioni sociali, Edizioni Franco Angeli, Milano, 1984, p. 63
2. N. BOBBIO, L’età dei diritti, Einaudi, Torino, 1997, p.166- 167
3. P. PINNA, La proposta della nonviolenza, in G. CACIOPPO (a cura di), Il messaggio di Aldo Capitini, Antologia degli scritti, Lacaita, Manduria, 1977, p. 213
4. P. PINNA, La proposta della nonviolenza,…p. 214
5. A. CAPITINI, Nuova socialità e riforma religiosa, Einaudi, Torino, 1950, p. 130
6. N. BOBBIO, Religione e politica in Aldo Capitini, in Id. Maestri e compagni, Firenze, Passigli, 1984, p.267
7. Paul Wehr è professore di sociologia all’ Università di Boulder in Colorado ed esponente di primo piano del movimento nonviolento statunitense.Vedi “Azione Nonviolenta”, dicembre 1991, p. 8

* Vive a Mestre, laureanda in Storia Moderna (Università di Padova)

I giovani incontrano Aldo Capitini
Memoria di un profeta disarmato, lontano dal potere, ma impegnato nella politica, nella religione, nell’educazione

Di Maria Buizza*
‹‹ Tutti i profeti armati vincono e’ disarmati riunirono››1.
Aldo Capitini fu, senza dubbio, profeta disarmato: nudo per il rifiuto di appartenenze politiche e religiose. La sua memoria, oggi, paga quell’essere disarmato, lontano dal potere e dalla potenza. In Antifascismo tra i giovani egli stesso afferma: ‹‹profeta veramente disarmato, ho provato sempre grande difficoltà a collegare, a far valere queste integrazioni e larghi sommovimenti, come i COS, la riforma religiosa››2.
Dedicatosi per anni alla filosofia, alla speculazione metafisica ed etica, è proprio in tale ambito che la sua assenza fa più riflettere: Capitini è escluso dalla storia della filosofia del Novecento, un posto non meritato? A distanza di trentacinque anni dalla sua morte, la tesi di laurea su un pensiero tanto trascurato costituisce il tentativo di capire le ragioni profonde di tale emarginazione. Ma c’è di più: scrivere di Aldo Capitini significa affrontare una speculazione filosofica che abbandona il campo elitario di un sapere, troppo spesso, autoreferenziale per democratizzarsi rendendosi vicina alla vita di ognuno attraverso il tema, intimamente esistenziale, dell’abbandono della violenza.
Capitini parte dall’uomo, dal debole, dallo stanco, dall’affaticato: parte dalla fragilità di ognuno che alimenta l’apertura agli altri, ai Tutti. Egli supera il sentimento della potenza individuale; supera l’idealismo che propugnava la concezione di un mondo coma totalità chiusa in cui l’individuo e la sua storia assurgevano al ruolo secondario di strumento per la vita di quello Spirito Assoluto autorealizzantesi; altresì supera l’eccessivo trascendentalismo per cui, nel dualismo tra mondo concreto e mondo dell’al di là, l’uomo vive nel continuo anelito di qualcosa di lontano e irraggiungibile.
Oltre l’esasperato immanentismo e, d’altro canto, oltre l’esasperato trascendentalismo, Capitini scopre il vero soggetto protagonista della storia: quei tutti, quell’uomo aperto all’altro, quell’uomo che si tende vero una realtà nuova e se ne avvicina attraverso la realizzazione dei valori.
Centrale è l’importanza e il significato della comunità: ricordando la leopardiana natura matrigna rispetto alla quale gli uomini dovevano vivere confederati, Capitini si fa propugnatore di un sentimento di comunione che divenga spinta di ognuno al valore per la costruzione realtà nuova in cui “il pesce grande non mangi il pesce piccolo”. Ed è proprio sulla base di questa continua apertura all’altro, anche al defunto che ancora vive nel valore a cui si è teso, che il filosofo perugino fonda teoreticamente la nonviolenza. La vicinanza al prossimo e al lontano, l’esercizio di continue aperture al tu, a qualunque tu, significa sentire l’incremento del valore attraverso la vita di tutti. Su questa strada Capitini arriva ad abolire l’improduttiva divisione tra buoni e cattivi, retaggio di un antico manicheismo ancora imperante, a suo avviso, nella Chiesa Cattolica. ‹‹Ci sentiamo uniti, malgrado il contrasto per il fatto particolare, perché sentiamo che nella persona c’è anche altro, una capacità di sviluppo, di superare il male stesso che sta facendo e, in ogni modo, qualsiasi cosa faccia, essa è sempre un essere della realtà di tutti››3.
La nonviolenza, dunque, trasforma la realtà e, al contempo, è sintomo del “nuovo” ormai prossimo alla realizzazione. La nonviolenza è, in qualche modo, “escatologia qui ed ora”: azione che tramuta il reale ma, altresì, azione che è già figlia di un sentire diverso, lontano dalla potenza, conscio del valore che è presenza di Dio nell’uomo.
Nonviolenza è azione concreta: rifiuto dell’eliminazione dell’avversario ma, non per questo, accettazione dello status quo. Nonviolenza è lasciare le armi di distruzione per cercare altro: lo sciopero, la disubbidienza, il boicottaggio, lo scontro aperto e continuo contro con tutte quelle ingiustizie che rendono la “realtà così com’è” inaccettabile. Capitini, riprendendo le parole del giovane filosofo Carlo Michaelstedter, chiama tale realtà “rettorica”. La rettorica è la realtà cosi com’è, vissuta nel suo continuare, nella sua necessità di procedere rigenerandosi attraverso continui bisogni-soddisfazioni che si nutrono di fallaci certezze. Ad opporsi alla vita così concepita è il persuaso, colui che ricrea se stesso attraverso il superamento della rettorica, del mero “continuare” che trascina l’uomo lasciandolo alieno da se stesso, stordito e inebriato da una vita fittizia che diventa abitudine. ‹‹La via della persuasione non ha che questa indicazione: non adattarti alla sufficienza di ciò che ti è dato››4. Persuasione è, allora, rottura della realtà di violenza e di ingiustizia a cui l’uomo, drogato da vani piaceri, è assuefatto. Persuasione è coscienza e possesso di sè, del valore, della volontà di liberazione da tutti i limiti. Persuasione è la decisione della nonviolenza: consapevolezza che i Tutti sono il vero soggetto della storia. Tutti, pur nella loro parzialità, realizzano il valore e, allora, nessuna negazione della vita e della dignità è ammessa.
Filosofia e vita si intrecciano: la pratica della nonviolenza è tutt’uno con una concezione nuova del mondo e della storia, la speculazione filosofica trova la sua verità nell’azione che le consegue.
Filosofia e vita si uniscono e si intimano vicendevolmente coerenza.
Ciò è, probabilmente, il motivo di quel vuoto, di quella pesante assenza del pensiero capitiniano nella storia della filosofia del Novecento.
Il procedere speculativo capitiniano è, molto spesso, intuitivo, ambiguo. Ritengo che non debba essere negata la presenza, nel suo percorso, di aporie che rivelano un pensiero rimasto incompleto. Ciò nonostante, però, credo che il movimento, a volte poco lucido, del suo percorso debba essere interpretato in un orizzonte più ampio: Capitini non volle essere un filosofo professionale, volle, invece, sempre usare la filosofia per migliorare, trasformare, edificare un mondo nuovo, volle usare la filosofia nell’educazione, nella politica, nella religione, cercò di lavorare come filosofo nella realtà di ogni giorno. Tali scelte profonde e gli errori, veri o apparenti, commessi stanno in relazione biunivoca: essere filosofo dell’uomo e per l’uomo porta ad un maggiore coinvolgimento e ad una minore lucidità ma, d’altro canto, è quella minore lucidità ad essere interpretabile come il limite della filosofia di fronte all’uomo.
Capitini usa la filosofia per trovare ragioni più valide, più vere, più coerenti contro quel fascismo che uccideva libertà e giustizia. In un momento storico in cui la democrazia era in pericolo e la dignità umana altrettanto, non si rifugiò in speculazioni avulse dalla realtà ma si impegnò per un ideale così eterno ed anticonformistico come quello della nonviolenza.
Ma c’è di più: Capitini seppe parlare agli uomini di tutte le estrazioni, di tutti i ceti, di tutti i livelli culturali. Seppe comunicare con il popolo, cercò di educarlo e, per questo, utilizzò la filosofia. Elevare cittadini, operai, uomini quasi analfabeti a conversazioni sugli ideali morali della giustizia, della libertà, del rifiuto della violenza è il grande successo di Capitini ed il profondo insegnamento che lascia.
Questa è la sua idea di nonviolenza: l’apertura all’altro nell’idea che tutti costruiscono il valore, la rottura di ogni autoreferenzialità culturale per testimoniare come la verità sia nel dialogo e nel confronto con tutti, la critica ad una democrazia alimentata dal potere di pochi e dall’apatia di molti, la fine di una religione ottusa al vero sacro che sono gli uomini, la riforma di un cattolicesimo retrivo ed intriso di divisioni, di esclusioni, lontano dall’amore nudo ed incondizionato di Cristo.
Nonviolenza è un ideale religioso poichè pone l’uomo in contatto con una realtà diversa: non lontana e inavvicinabile ma potenzialmente realizzantesi attraverso l’azione. Religiosa è la rilevanza data ai Tutti: l’Infinito si rivela attraverso la compartecipazione di ogni uomo alla realizzazione del valore. E religioso è Aldo Capitini: non affiliato all’una o all’altra chiesa ma intimamente convinto di lavorare per una verità profonda, unica per tutti gli uomini.
Quest’aurea di religiosità pervade tutta la vita e tutto il suo percorso illuminato dalle parole di Gandhi: ‹‹Perciò la mia devozione alla verità mi ha spinto nella politica; e posso dire, senza esitazione e pure in tutta umiltà, che chi dice che la religione non ha nulla a che vedere con la politica, non sa cosa significhi religione››5.
Religiosa è, dunque, la verità e la politica ne è ricerca e realizzazione: salta, così, la consuetudine di una politica per pochi potenti e di una religione chiusa in una rigida gerarchia ecclesiastica.
Se i Tutti sono perno della storia, allora i Tutti devono essere custodi del potere politico: dalla democrazia Capitini arriva all’omnicrazia, potere di tutti. In tale omnicrazia è evidente la pretesa di responsabilità da parte di ognuno. Alcuni uomini ‹‹ disfatti e disorientati preferirebbero ritagliarsi una parte anonima della vita con uno stipendio immancabile e frequenti “bicchierini” per tirare avanti ››6: a questi uomini Capitini contrappone un sistema politico basato sulla partecipazione popolare, senza nessuno spazio per quei “bicchierini” presi per delegare ad altri la responsabilità del controllo del potere.
Rottura, pertanto, dell’elitè politica ma, altresì, rottura di un cattolicesimo centrato su una casta sacerdotale. Il religioso Capitini, coerente con il suo ideale di apertura totale all’altro, auspica che quella partecipazione popolare teorizzata per la politica diventi ancora più viva nell’ambito della religione. Negando la divinità di Cristo egli sembra opporsi non tanto ad un dogma di fede quanto, piuttosto, a quella che sembrava essere la giustificazione del potere della gerarchia ecclesiastica. La concezione di un Cristo monarca assoluto sembrava rendere lecita la superiorità di alcuni su altri, dei ministri ordinati sui laici.
Capitini fece l’esperienza amara di una Chiesa lontana da quegli ideali a cui egli stava dedicando la vita; fece l’esperienza dolorosa di una Chiesa compromessa con il fascismo: subì l’umiliazione della censura ecclesiastica di una sua opera. Nonostante ciò non perse mai la speranza: il suo desiderio di una religione aperta e di una Chiesa conforme all’esempio morale di Cristo rivive, oggi, in molti movimenti ecclesiali, quelli in America Latina ne sono importante esempio. A tale proposito, mi permetto di citare un uomo, un teologo, un grande religioso: Leonardo Boff. ‹‹ La chiesa – egli afferma – non è, fondamentalmente, un corpo sacerdotale che crea la comunità per mezzo della Parola e del Sacramento. Essa nella sua definizione reale è la comunità dei fedeli in Gesù Cristo››7.

La nonviolenza capitiniana è, pertanto, non un atteggiamento immediato di incondizionata neutralità ma, piuttosto, un impegno progettuale concreto nella politica, nella religione, nell’educazione. Nonviolenza è un processo e un progetto: un processo di maturazione della responsabilità e un processo di società sostenibile.
In tale ottica la filosofia, come si diceva in precedenza, credo debba essere interlocutrice privilegiata di chi lavora per un mondo alternativo.
Una tesi di laurea filosofica che riprende il pensiero di Capitini è, forse, il segno e, certamente, è lo stimolo che sollecita tale “disciplina” al compito arduo del cambiamento, della trasformazione.
E’ il momento che l’intellettuale ritorni ad essere profeta e maestro. E’ ora che il filosofo ritorni a parlare di ciò che è taciuto, ritorni a dire ciò che sa, ritorni ad aprire gli occhi a chi non vede.
Nel periodo attuale in cui molti, troppi sono gli intellettuali cortigiani del pensiero unico, l’eredità capitinina riporta al dovere di sapere e di parlare. Nel 1974 Pasolini scriveva: ‹‹ Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe. (…). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1968: Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e Bologna (…). Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perchè sono un intellettuale, uno scrittore che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o so tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzato e frammentari››.
Compito ineludibile: sapere e parlare.
Compito che Capitini non tradì mai.
Concludo con le parola di un altro grande esempio di moralità e coerenza: Piero Martinetti, filosofo, uomo di grande spessore umano, uno degli undici professori che rifiutarono l’iscrizione al PNF.
<<Aveva iniziato il suo insegnamento di filosofia teoretica con una prolusione dal titolo: La funzione religiosa della filosofia. Di fronte ai positivisti ed agli idealisti vi sosteneva una tesi che non poteva immaginare più impopolare: “Il risultato positivo della filosofia non è in nessuna teoria, in nessuna conclusione concreta e definitiva, ma nell’educazione religiosa dell’umanità”??8.

1. N.Machiavelli, Il principe, Nuova Italia, Firenze, 1990, pag.60.
2. A.Capitini, Antifascismo tra i giovani, in Scritti sulla nonviolenza, Centro Studi Aldo Capitini, pag.127.
3. A.Capitini, Tecniche della nonviolenza, in Scritti sulla nonviolenza, cit., pag.295.
4. C.Michaelsadter, La persuasione e la rettorica, Marzorati, Milano, 1977, pag.42.
5. M.Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino, 1996.
6. A.Capitini, Il problema religioso attuale, in Scritti sulla nonviolenza, cit., pag.24.
7. L.Boff, La teologia, la Chiesa, i poveri, Einaudi, Torino, 1980, pag.64.

* Vive a Brescia, laureata in Lettere e Filosofia (Università di Verona)

I giovani incontrano Aldo Capitini
La persuasione, la compresenza, l’omnicrazia: luoghi del comunicare nonviolento capitiniano

Di Paolo Signori*

Non si può non essere approssimativi conversando di “grandi anime”: sono persuaso di esserlo raccontando del mio incontro con Aldo Capitini.
Cominciavo il servizio civile alla Casa per la nonviolenza di Verona e dopo 8 giorni crollavano le torri gemelle; mi mancavano 2 esami e la tesi in lettere moderne, il 13 maggio dello stesso anno, una domenica, non avevo votato per la Casa delle libertà ed era mia intenzione, cosa che poi ho fatto, andare a Cuba di lì a poco. Qualche giorno dopo, sistemando alcuni pacchi mi ritrovavo a leggere un articolo di Aldo Capitini dal titolo “Guerra e guerriglia”. Non sapevo nulla di nonviolenza, del Movimento Nonviolento e di Aldo Capitini. Il primo luglio di due anni dopo discutevo una tesi dal titolo “I luoghi del comunicare nonviolento”!
I luoghi del comunicare sono proprietà comune, e non privata; capacità universale e solidale: è il rapporto del tu declinato in tu-tutti. Il comunicare è dialogo, preghiera, nonmenzogna e silenzio, tutti modi, modalità, o meglio, luoghi, dove si realizzano, tramite l’aggiunta, le varie forme declinate del pronome indefinito che indica una singola persona in modo generico, senza precisarne l’identità: uno, e il primo pronome personale singolare soggetto: io. Il tu-tutti che si manifesta tramite l’aggiunta e si sostanzia nell’apertura, nell’affetto, nella vicinanza e nell’intimità. La persuasione viene ad essere il movimento con cui l’aggiunta apre al comunicare e la vasta famiglia lessicale composta da questo termine è di per se stessa nonviolenta: comunicazione, comunione, comunità, comune, comunanza. Questa radice comune è attraversata dal dolce e dal soave della persuasione, la quale segue un percorso del tutto simile a quello del codice all’interno del messaggio. Una operazione che si attua al momento del comunicare, e in cui rientra il perimetro di tutto i luoghi dove ci si ritrova e in cui si comunica, in cui si instaura un rapporto: necessità del codice dunque che sia comprensibile e traducibile. Il codice è tale in quanto richiede da parte del mittente e del destinatario uno stesso motivo, una esigenza simile nel rendere partecipe l’altro dei propri atti, dei propri valori.
E mi soffermo su questo punto per non correre il rischio di essere troppo approssimativo: il concetto di persuasione è fondamentale in quanto permette di individuare un luogo estremamente vivo e vivace che porta Capitini a dotare il proprio pensiero di un respiro, di un anelito elevatissimo. Strutturante in Capitini è il senso della finitezza, della mancanza, dell’imperfezione di questa realtà presente, e il movimento dell’aggiunta è in effetti necessario proprio per questa debolezza, strutturata nel circostante. In Capitini (come in Michelstaedter) si ha una meditazione sulla solitudine ontologia dell’uomo, che non riesce ad appagare la propria brama di essere fintanto che si cerca nelle cose del mondo. Sfuggendo a se stesso, l’uomo cerca il proprio piacere nelle cose, e queste ultime esistono solo per la coscienza dell’uomo: il mondo “è fermo finché l’uomo si tiene in piedi”1.
La persuasione non è mai oggetto a sé stante, ma è attributo, proprietà. La persuasione è ciò che appartiene alla soluzione, è il valore comunicante; è la qualità che diviene effettiva essendo resa comune. La persuasione nonviolenta non è mai retorica, non allude mai a nulla, ma è pregnante e strenua nel suo essere presente nell’Altro; nell’aggiunta, nel movimento successivo, nel momento terzo: scioglimento di una ipotetica dualità antica, retaggio originario e primitivo. E diventa, in questo modo, termine comune, elemento proprio di ciò che sostanzia: la compresenza e l’omnicrazia, per esempio. Come due approdi, due porti, verso cui si dirige la realtà, libera e liberata, aperta e aprente. E la sponda comune, l’insenatura, è proprio la persuasione, essa stessa contenuto della sua forma, e forma del suo stesso contenuto. Tutto questo, immerso nella immanenza trascendente, nell’escatologia di questa realtà nuova, qui e ora, capitiniana appunto.
Quindi, i due approcci (compresenza e omnicrazia) sono sostanziati dalla persuasione, e la persuasione, a sua volta, è sostanziata da questi due approdi, movimenti simmetrici e speculari che si risolvono oltre, tramite l’aggiunta: il primo e il principale tra i movimenti nonviolenti. E nel comunicare nonviolento si realizzano, quasi naturalmente, queste dinamiche, questo annullarsi di consequenzialità, nell’estinguersi di questo rapporto tanto stringente in passato di causalità. Ma la persuasione non è nemmeno sintesi tra lo stato reale e la realtà liberata, ma piuttosto analisi, svolgimento, un attuarsi urgente, e nella sua urgenza già presente. La persuasione, dunque, non è mai individuale, soggettiva, ma nemmeno mai oggettiva e collettiva. È una capacità dell’atto, è il valore manifesto del corrispondente valore assoluto.
E in questo momento, persuaso di essere stato fin troppo approssimativo, mi trovo ad aver terminato il mio primo articolo per Azione nonviolenta nel primo numero del suo primo quarantennio.

1. C. Michelsteadter, La persuasione e la rettorica, Adelphi Editore, Milano 1982, p.43

* Vive a Desenzano, laureato in Lettere Moderne (Università di Verona)

I cinquant’anni di Emmaus, sempre dalla parte degli ultimi.

Nostra intervista a Renzo Fior, presidente internazionale

Di Elena Buccoliero e Mao Valpiana

Nella recente Assemblea mondiale in Burkina Faso, Renzo Fior è stato riconfernato per quattro anni presidente di Emmaus internazionale. Nella sede di Villafranca, in provincia di Verona, dove vive insieme a sua moglie Silvana e ai due ragazzi, e con una ventina di comunitari, si respira aria di inesauribile attivismo, fotografie e messaggi da tutto il mondo, manifesti delle ultime assemblee, progetti, dépliant plurilingue… Capannoni costruiti dalla comunità mostrano un fittissimo repertorio di oggetti di ogni tipo, venduti al mercatino settimanale. E insieme a tutto questo una cordialità, un’accoglienza, una serenità e una forza che danno voce a qualcosa di molto prezioso.

Chiunque bussa alla porta di Emmaus viene accolto, e non gli si chiede mai “chi sei? da dove vieni?”. È proprio vero?
Certo, è una regola del movimento. Quando una persona si presenta e chiede di entrare in comunità, il procedimento è molto semplice: prima di tutto propongo un colloquio in cui spiego che cos’è una comunità, perché la sua scelta sia consapevole; poi presento un’unica regola, cioè che qui nessuno beve per aiutare chi deve smettere, e chiedo se ha problemi di salute sia perché possiamo aiutarlo nelle cure, sia per proteggere la comunità da eventuali affezioni virali.
Tutto qui?
Chi arriva dalla strada tende a presentarsi meglio di quello che è in realtà, pensando così di essere meglio accettato, e allora io non chiedo niente, per non mettere l’altro nella condizione di mentire… Nel tempo chi lo desidera incomincia ad aprirsi, racconta la sua storia.
In Italia Emmaus nasce a Verona. Ci racconti come?
Era il 1962. Vincenzo Benciolini partecipa ad un campo di lavoro in cui conosce personalmente l’Abbé Pierre e poi comincia a vivere con persone emarginate e fonda la prima comunità italiana, che intreccia subito legami con il tessuto cittadino occupandosi, oltre che del recupero, della gestione delle aree verdi comunali.
Tu quando sei arrivato?
Ho cominciato a lavorare ad Emmaus nel ‘74-’75 come responsabile del settore esterno. Il mio compito era organizzare il lavoro dei giardinieri. Non vivevo ancora in comunità, ogni mattina mi trovavo al bar con 10-15 operai, giovani sbandati, disoccupati, malati psichiatrici, ex carcerati… Salivano sul mio autocarro e andavamo al lavoro. Ben presto sono emersi i primi problemi.
Perché?
La comunità si autogestiva, ma chi era più forte fisicamente imponeva la sua idea. Insomma, sono successe cose poco simpatiche nelle relazioni tra le persone e nella gestione del denaro, qualcuno ha portato in comunità alcol e droghe che per regola sono banditi.
Come avete reagito?
Il “boss” che era stato estromesso ha cominciato a tornare di notte appiccando incendi al capannone. Ho cercato di assumermi la responsabilità del gruppo, vivendoci di giorno e passando la notte in una piccola comunità poco distante, ma le violenze notturne continuavano. Abbiamo cacciato un gruppetto di quattro o cinque persone che si è stabilito proprio di fronte alla comunità, dall’altra parte della strada, e di notte facevano incursioni, furti, atti di vandalismo. I comunitari hanno cominciato a chiedere di dormire fuori per paura, e li abbiamo sistemati in vari appartamenti. Come la comunità è stata svuotata, i quattro sono entrati e hanno distrutto tutto. Abbiamo cercato di organizzare dei turni di guardia ma è valso a poco. Ricordo che la nostra assemblea mondiale di allora si era svolta con lo slogan “Viva Emmaus vivo!”
Nessuno vi ha aiutato?
Abbiamo avvertito i carabinieri di Verona, ma hanno preferito non entrare in tutta questa storia. In compenso il Comune non voleva perdere questa realtà che era un suo patrimonio, e ha messo a disposizione un piccolo finanziamento per pagare l’affitto di un altro capannone in attesa di ricostruire ciò che era stato distrutto. Sono continuate le minacce dei quattro, sono arrivati anche a bruciarmi la macchina. Abbiamo cercato per ognuno di loro una sistemazione in appartamento e un lavoro, durante il giorno andavo a trovarli in motorino portando qualcosa da mangiare.
Finalmente la situazione si è tranquillizzata!?
Solo apparentemente. Dopo un anno trascorso a ricostruire, i quattro sono tornati decisi ad essere presenti. Allora io e Silvana abbiamo piantato una tenda nel campo e abbiamo vissuto lì, da marzo a novembre, senza acqua corrente né luce elettrica, per presidiare il capannone.
Nel tempo è finito il rapporto con il Comune di Verona per la manutenzione dei giardini; anche giustamente, ci veniva chiesto un lavoro di qualità che non eravamo in grado di assicurare. Emmaus era ormai solo un ambiente di lavoro, gli ospiti stavano ancora in appartamenti. C’è stato un forte dibattito interno se ricostruire la comunità oppure no. L’anima operaistica del gruppo riteneva che non avesse più senso e che si dovesse dare il primato al lavoro.
E poi?
Le cose si sono fatte sempre più complesse, con difficoltà nei rapporti, tensioni, invidie, piccole meschinità nel rapporto con i comunitari. Dopo due anni io e Silvana abbiamo detto basta, abbiamo lasciato tutto e siamo ripartiti da zero, qui a Villafranca.
Perché avete scelto di mantenere la vita di comunità?
Per noi era molto importante, per rispondere alle esigenze del territorio che continuava a sollecitarci con sempre maggiori richieste. Credo che questo sia ancora vero. Ogni giorno ci viene rivolta almeno una richiesta di ingresso: chi ha finito un programma di recupero in una comunità per tossicodipendenti e non sa dove andare, chi viene inviato dal servizio sociale per le ragioni più diverse…
È possibile tracciare un identikit degli ospiti di una comunità?
Sono persone che sentono di non avere altre possibilità, e possono avere alle spalle le situazioni più diverse. C’è l’avvocato, il manager che aveva con sé decine di operai, quelli che avevano un buon lavoro e poi hanno vissuto grossi problemi familiari, la rottura del loro matrimonio o il fallimento dell’azienda… e senza quasi accorgersene si sono ritrovati su una strada. Diventare barboni è facilissimo, bastano pochi giorni passati senza lavarsi, senza radersi, mangiando a malapena e subito si fa strada la paura, la vergogna, ancor più per chi in passato si era sentito “qualcuno”. È inevitabile rotolare nel baratro. Si comincia a dormire in stazione, a bere – che in questi casi è un effetto e non una causa…
E poi ci sono persone con una storia completamente diversa, gente appena uscita di galera, altri che fanno uso di sostanze o sono ai limiti dell’illegalità.
Come è possibile far vivere insieme persone così diverse?
Dico sempre che le tensioni di una comunità sono minime rispetto a quelle che si incontrano negli ambienti di lavoro o nelle comunità ecclesiastiche… Quando ci sono difficoltà cerchiamo di risolverle con il richiamo alle regole minime che ci siamo dati. E poi si respira nell’aria che chi vive qui non è unito dall’amicizia o dalla voglia di stare insieme, ma dalla condivisione di un progetto di lavoro comune per vivere e per aiutare chi ne ha bisogno.
Comunque, in una comunità il periodo più difficile è quello iniziale. Per trovare una stabilità occorre che qualcuno decida di fermarsi, di mettere le radici. Dopo cinque, sei anni, sono i comunitari a insegnarsi l’un l’altro le regole della vita in comune.
Qual è il futuro dei comunitari?
Ci sono possibilità diverse. Molti rimangono ad Emmaus, qui a Villafranca abbiamo persone arrivate ormai da 10, 12 anni. Non è difficile da capire. Chi ha fatto esperienza di un’esclusione drammatica, profonda, sofferta, si guarda bene dal provare a reinserirsi nella società. La paura non è un pensiero, sta sulla pelle. E poi le persone fanno i loro calcoli: se escono da Emmaus a 40-45 anni, chi dà loro un lavoro?
Ci sono altri che dopo qualche anno decidono di uscire, a volte riprendono a bere o si rivolgono ad altri gruppi di supporto. E ci sono anche persone che restano appena un mese perché sono troppo abituati a vivere da sole e non riescono ad adattarsi a quel po’ di regole che reggono una comunità. Comunque la maggior parte dei comunitari rimane qui.
Ci sono persone che cambiano radicalmente?
C’è chi vivendo in comunità scopre che la sua vita ha un senso. Senza tenere conto dei progetti di solidarietà, non si può comprendere la proposta di Emmaus. Di tanto in tanto i comunitari visitano i progetti Emmaus, in Bosnia, in Burkina Faso e via di seguito, e si rendono conto che proprio loro, che credevano di non valere niente, ora lavorano e si guadagnano da vivere, e non solo riescono a gestirsi ma danno aiuto ad altre persone con difficoltà ancora maggiori. Allora la comunità non è solo la risposta al proprio problema personale, ma la possibilità di uscire da se stessi per andare incontro agli altri. In questo senso il nostro progetto è esattamente inverso a quello dei gruppi terapeutici, che mirano ad emancipare la persona centrandola su se stessa.
Che significato ha Emmaus oggi?
Emmaus è una risposta gratuita e disponibile. Credo sia importante come richiamo al fatto che ogni persona ha diritto alla casa, al lavoro, ad avere relazioni sociali e al rispetto della propria dignità. Quanto a far risuonare questo diritto a livello sociale, ecco, forse questo è il nostro limite.

Parlaci dell’Abbé Pierre. Ricordi il vostro primo incontro?
Era il periodo in cui vivevamo nella tenda, Silvana e io abbiamo parlato con lui e con amici di altre comunità per decidere cosa era meglio fare.
Che cosa vi ha detto?
Di andare avanti, ovviamente… Poi ci siamo rivisti diverse volte, soprattutto dal ’99 in avanti quando sono stato candidato come presidente Emmaus internazionale. È venuto qui da sornione, un po’ alla chetichella, per tastare il terreno. Da allora abbiamo rapporti molto frequenti, quotidiani quando sono a Parigi.
Che cosa ti colpisce di lui?
Moltissimi aspetti. Pur essendo un fondatore, e avendo verso il movimento, come tutti i fondatori, un sentimento quasi paterno, di protezione e di controllo, è riuscito nel tempo a tirarsi da parte. Credo sia per questo che Emmaus nel tempo è riuscito a crescere come movimento mondiale e ad organizzarsi, con un proprio consiglio di amministrazione, un’assemblea… Abbé Pierre ha un rispetto profondo verso i nostri statuti, non manca di intervenire ma sempre con grande riguardo per la volontà dell’assemblea.
Di lui ammiro la capacità di ascolto nei confronti di tutte le persone, nonostante sia preso da mille impegni è sempre totalmente al servizio, disponibile ad imbarcarsi nelle avventure più improbabili. Sì, è questo: la fedeltà all’uomo.
È ancora attivissimo con incontri in tutto il mondo. Quanti anni ha?
Novantadue, ed ha ancora la capacità di attirare e di provocare le persone con le sue parole, con la sua testimonianza. Quando ha parlato, di recente, nella cattedrale di Genova per la giornata missionaria c’erano più di mille persone, ci hanno detto che la chiesa non era mai stata così piena, e si sentiva nell’assemblea un fremito, una partecipazione…
E poi si tiene aggiornato, non guarda solo al passato. Ha ancora una combattività invidiabile. Di recente in Francia è stata discussa una “legge contro la povertà” ma lui ha valutato che si trattava piuttosto di una legge “contro i poveri” e non ha fatto mancare le sue dichiarazioni. Una sua presa di posizione non può essere ignorata, in Francia è ormai da anni la persona più popolare.

Emmaus celebra oggi il cinquantesimo anniversario.
Ufficialmente sì. L’attività è iniziata nel ’49 ma ha cominciato ad essere conosciuta all’esterno intorno al ’54, con gruppi che nascevano in Europa e in America Latina.
Il movimento è organizzato ovunque in comunità?
Nei paesi europei Emmaus è una rete di comunità cui si aggiungono alcuni gruppi di amici che fanno attività di recupero e vendita di materiali, per sostenere i progetti di solidarietà di Emmaus, ma che non ospitano comunitari. Generalmente nel tempo i gruppi danno vita alle comunità. Fuori dall’Europa la realtà è diversa.
Ad esempio?
Nei paesi africani o latinoamericani la realtà è molto diversa. Ad esempio in Benin le comunità hanno attività produttive tradizionali: agricoltura biologica, allevamento, compostaggio, e poi c’è un mercatino dell’usato con quello che arriva dall’Europa. Ogni anno il movimento europeo invia in Africa qualcosa come 120, 130 container. Altri arrivano da circuiti esterni ad Emmaus, realtà che hanno relazioni dirette con i gruppi africani. Con il ricavato delle vendite si finanziano progetti di microcredito e altre iniziative di sviluppo per le comunità: asili, scuole, corsi di formazione professionale per i giovani. Qualcosa di simile accade in America Latina, ad esempio in Uruguay ci sono corsi per falegnami, meccanici, parrucchieri…
In che modo i gruppi dell’America Latina hanno avvertito le difficoltà economiche degli ultimi anni?
Ci sono gruppi che vantano una tradizione molto forte perché alcuni preti francesi, che avevano lavorato con l’Abbé Pierre sin dagli inizi, si erano poi trasferiti in Argentina e avevano fondato lì delle comunità secondo lo stesso modello. Parliamo del ’53, ’54. Oggi a Buenos Aires c’è un gruppo di comunitari, un asilo con circa 150 bambini sotto i 10 anni e una scuola professionale che funziona secondo due turni, mattutino e pomeridiano.
La crisi economica si è sentita, eccome. Fino a qualche tempo fa la struttura era autosufficiente, ora non più. Anche il ruolo di Emmaus è cambiato. Inizialmente le comunità erano una risposta all’emarginazione; ora, nell’impoverimento generale e nella fortissima disoccupazione, ci sono persone che vivono fuori dalla comunità ma lavorano ad Emmaus, che ormai rappresenta un’opportunità di lavoro per persone che decidono di dedicarsi alla raccolta di materiale usato.
Qualche tempo fa hai detto che ogni sera, prima di addormentarti, ti chiedi se la tua giornata è stata utile a qualcuno. È ancora vero?
Certo, è il mio cruccio. Non possiamo mica ritenerci soddisfatti semplicemente perché muoviamo l’aria! Lo scopo della nostra vita è cambiare un po’ il mondo e, come movimento internazionale, preoccuparci di quello che riusciamo a realizzare. Quattro anni fa lo slogan dell’Assemblea Mondiale di Emmaus era “Possiamo rifare il mondo”. Già, possiamo dare da mangiare ai bambini, far sì che possano andare a scuola, vivere in salute… noi devolviamo il 30 per cento del ricavato annuo in progetti di solidarietà. Nel 2002 abbiamo investito così 70mila euro; negli ultimi 18 anni, un miliardo 300 milioni di lire. Non possiamo mica accontentarci di fare proclami e basta. È troppo facile!

Prete, onorevole e clochard

L’abbé Pierre, Henri Groués, ha 92 anni; vive tra Parigi e un convento di Grenoble. Dopo una giovinezza allegra, di cui ricorda con piacere le avventure negli scout, si fa frate cappuccino ma deve abbandonare la vita religiosa per la cattiva salute. Diventa prete e durante la guerra è nella Resistenza. Porta in Svizzera ebrei e ricercati; si salva dai nazisti fuggendo in Algeria dentro un sacco postale. Dopo la guerra è deputato per tre legislature; con l’indennità parlamentare di 50mila franchi compera una casa alla periferia di Parigi dove nel 1949, dopo aver conosciuto Georges, ex galeotto senzatetto, fonda il movimento dei compagni stracciaoli di Emmaus, oggi diffuso in 47 Paesi, aconfessionale.

EMMAUS nel mondo

Unione Europea: Francia, Spagna, Portogallo, Italia, Svizzera, Austria, Germania, Olanda, Belgio, Gran Bretagna, Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia.
Paesi dell’Est: Bosnia, Polonia, Romania, Bulgaria, Croazia, Ucraina, Lituania, Lettonia, Estonia. Medio Oriente: Libano.
Continente africano: Tunisia, Algeria, Marocco, Burkina Faso, Senegal, Costa d’Avorio, Togo, Benin, Camerun, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda, Burundi, Mozambico, Madagascar, Africa del Sud, Zaire.
Asia: India, Bangladesh, Indonesia, Giappone, Corea del Sud.
America Latina: Colombia, Brasile, Bolivia, Perù, Cile, Uruguay, Argentina.
America del Nord: Stati Uniti, Canada.

APPELLO DI EMMAUS

in occasione dei 50 anni dall’Insurrezione della bontà provocata dall’azione dell’Abbè Pierre a favore dei senza tetto a Parigi, nel febbraio 1954

Amici miei! Aiuto!
Una donna è appena morta congelata, questa notte alle 3 sul marciapiede di Boulevard Sebastopol, stringendo tra le mani il documento con il quale il giorno prima era stata sfrattata.
Questa stessa notte, nell’agglomerato parigino, sono più di 2000 persone, senza tetto, intirizzite dal freddo, senza nulla da mangiare…

Così, 50 anni fa, il 31 gennaio 1954, iniziava l’accorato appello dell’Abbè Pierre dai microfoni di Radio Lussemburgo.
L’anima comune della Francia, cittadini ed istituzioni, a cui l’Abbè Pierre aveva fatto appello, rispose con una generosità straordinaria.
Cinquant’anni dopo, facendo memoria di questo avvenimento che occupò per giorni le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, la situazione dei senza tetto resta tuttora drammatica, specialmente, ma non solo, nei mesi invernali.
In Europa, oggi, anno 2004, 70 milioni di persone sono costrette a vivere in case al limite della decenza, 3 milioni di queste vivono e dormono all’aperto, senza un tetto.
In Italia, le associazioni impegnate a difesa del diritto dei senza tetto, stimano che le persone costrette a vivere senza casa, sono 90.000. Se consideriamo la situazione di sette tra le maggiori città italiane, la situazione è la seguente: Roma 6000, Milano 5000, Torino 1000, Napoli 1000, Bologna 800, Genova 900, Firenze 1500.

Emmaus Italia, con le sue Comunità e Gruppi e con altre iniziative collaterali, dà una risposta, come può, a questo dramma che interpella con urgenza le coscienze di tutti, privati cittadini e pubbliche autorità. E questa interpellanza diventa un’accusa per tutti noi. Specialmente se pensiamo a tutte le case sfitte che ci sono nelle nostre città, ed ancor più se pensiamo alle ingenti assurde spese per azioni di guerra, ovunque e comunque alimentate nel mondo. (Un solo esempio: con i 1.451 milioni di euro annui che l’Italia spende per mantenere la Brigata Corazzata si potrebbero assegnare circa 15.000 alloggi, ogni anno.).
L’Europa, oggi, dorme sul piano sociale. Più che mai bisogna svegliarci e svegliare tutti, ed agire. Non si tratta solo di rispondere all’emergenza, ma di un preciso primario dovere morale di tutti perché finalmente venga rispettato un diritto fondamentale, come quello della casa e perché sia possibile a tutti una vita decorosa nel rispetto della dignità di ogni Persona.
Cinquant’anni fa, l’insurrezione della bontà cominciò perché la proprietaria dell’Hotel Rochester mise a disposizione dei senza tetto che dormivano per strada a Parigi, alcune camere riscaldate che erano vuote.
Questo ‘miracolo’ non potrebbe ripetersi ancora oggi? Ma non basterebbe, comunque.
Cinquant’anni dopo, facciamo appello all’anima della nuova Europa perché dia soluzione a questa offesa alla dignità della Persona umana ponendo il problema casa come priorità dei propri programmi sociali.

Chiediamo all’Unione Europea che inserisca il diritto alla casa nella sua Carta costituzionale e che preveda l’utilizzo dei Fondi strutturali per le case popolari.
Chiediamo al nostro Governo almeno, la ‘tregua d’inverno’ per tutti gli sfratti e gli sgomberi, come avviene in Francia.
Chiediamo alle singole Amministrazioni comunali di investire nel settore abitativo pubblico, ed ai Sindaci che compiano il loro dovere legale di tutelare la salute dei cittadini anche requisendo temporaneamente gli immobili abbandonati per darli ai senza tetto.

Chissà che il fatto di ‘Natale’, un uomo senza fissa dimora romano che ha rischiato la vita per difendere due ragazze assalite da malviventi, non ci convinca a credere che anche coloro che facciamo finta di non vedere dormire sotto coperte o cartoni nelle nostre stazioni ferroviarie o negli anfratti dei numerosi monumenti, quando non sulle panchine delle nostre città, sfidando la morte, hanno un’anima, un cuore che sa essere capace di positivi, esemplari e provocatori gesti di ‘collere d’Amore’.

Dichiarazione finale della Decima Assemblea Mondiale Emmaus Internazionale
Burkina Faso, Ouagadougou, 17/22 Novembre 2003

Noi, gruppi Emmaus provenienti da 47 paesi dell’Africa, Americhe, Asia ed Europa, riuniti in assemblea mondiale a Ouagadougou (Burkina Faso) dal 17 al 22 novembre 2003 attorno al nostro Fondatore l’Abbé Pierre, ci siamo confrontati sul tema: « Insieme, Agire, Denunciare”.

Dopo oltre cinquant’anni di esistenza e di lavoro con ed al servizio dei più sofferenti e dei più poveri del pianeta, partendo dall’esperienza che ci viene dalle nostre azioni, siamo costretti a constatare:

una miseria galoppante ;

un aumento delle malattie quali l’aids e la malaria che decimano le popolazioni del Sud ;

un sempre più vasto aumento di guerre create, mantenute e sostenute da potenze straniere, complici alcuni poteri locali, con le loro drammatiche conseguenze : aumento dei rifugiati e degli sfollati, bambini arruolati nei diversi eserciti, carestie senza fine, massacri politici, uccisioni di giornalisti e di sindacalisti, e via dicendo.

un saccheggio sistematico delle ricchezze dei paesi del Sud ad opera delle imprese transnazionali ;

una sempre maggiore concentrazione di ricchezze nelle mani di pochi ;

una corruzione in continuo aumento ed espansione, favorita anche da alcuni dirigenti politici ;

una privatizzazione selvaggia, imposta dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale attraverso i vari Programmi di Aggiustamento strutturale le cui conseguenze prevedibili sono le svendite di imprese, di fabbriche e servizi, la disoccupazione, i licenziamenti ed infiniti altri drammi sociali ed umani;

un aumento dei terrorismi e degli integralismi religiosi di ogni specie;

Di fronte a questa situazione, sentiamo il dovere di denunciare :

le potenze straniere e locali che provocano ed alimentano le guerre, il commercio delle armi, i traffici criminali diversi;

l’arruolamento dei bambini soldato nelle diverse guerre, e tutte le forme moderne di schiavitù : traffico di esseri umani per lo sfruttamento sia sessuale che nel lavoro, ed ogni altro crimine contro l’umanità;

le perverse politiche economiche e sociali della Banca mondiale e delle altre organizzazioni internazionali quali il WTO, il Fondo monetario internazionale con i loro vari programmi di aggiustamento strutturale ;

la ingiusta ripartizione delle ricchezze della terra, e soprattutto la privatizzazione dell’acqua, dell’elettricità e dei servizi essenziali della salute, istruzione e della cultura.

Forti della nostra pur piccola, ma attiva presenza nel mondo, interpelliamo :

la società civile perché con maggiore responsabilità ed iniziative concrete sappia difendere i diritti delle popolazioni, favorendo il loro lavoro in rete per una più efficace presa di parola politica ;

le autorità dei nostri rispettivi paesi ad essere i porta-parola delle nostre denunce e delle nostre richieste nelle varie istituzioni ed istanze internazionali ;

l’Organizzazione delle Nazioni Unite perché sappia finalmente essere strumento di soluzione pacifica, giusta ed equa dei conflitti ;

il WTO, la Banca mondiale ed il Fondo monetario internazionale perché sappiano, finalmente, prendere in giusta considerazione le preoccupazioni dei produttori e delle popolazioni coinvolte, in particolare dei paesi del sud e dell’Est dell’Europa, per un’effettiva economia di giustizia ;

i governanti del mondo perché cessino le guerre ed il commercio delle armi, e per una migliore e più equa ripartizione delle ricchezze della terra.

Il programma di lavoro del movimento Emmaus

In applicazione della dichiarazione finale della nostra 10ma assemblea generale, il Movimento indica nelle seguenti proposte le azioni comuni per i prossimi quattro anni :

1. PER UNA ECONOMIA DI GIUSTIZIA

a)Partecipare alla mobilizzazione internazionale dei movimenti della società civile per valorizzare gli impegni del Movimento in favore di una economia di giustizia, equa ed umana.
b)Cooperare concretamente con le associazioni della società civile locale per appoggiare e rafforzare le azioni comuni in favore dei più deboli.
c)Sostenere il commercio equo e solidale, attraverso le centrali di acquisto esistenti, con il coinvolgimento dei gruppi Emmaus e dei loro partners. Per Emmaus, l’obiettivo è di dimostrare che è possibile aumentare questa modalità di scambio economico.
d)Assicurare un programma pluriennale d’invio di containers che rispondaalle richieste espresse dalle regioni Emmaus, ed assicurare pure un impegno finanziario a medio e lungo periodo per le azioni di solidarietà.

2. PER UNA COSCIENTIZZAZIONE LIBERATRICE

a)Favorire, a tutti i livelli del Movimento, spazi di espressione e di formazione, come pure strumenti pedagogici che permettano di sviluppare la coscienza critica dei comunitari e quella del pubblico, in particolare dei ragazzi.
b)Promuovere scambi di esperienze tra le diverse regioni Emmaus ed anche tra i gruppi partners, con altre associazioni private o pubbliche che operano nel settore.
c)Creare pagine o siti Internet per denunciare i fenomeni di monopoli e dominio sociale e per proporre alternative

3. PER NUOVI STILI DI VITA E DI CONSUMI DI GIUSTIZIA

a)Impegnare ogni gruppo Emmaus in un programma di risparmio energetico, di acqua e di materie di consumo nonché di attivazioni di sistemi di energie alternative come pure di gestione dei rifiuti. Prevedere una valutazione delle esperienze alla prossima assemblea mondiale.
b)Elaborare un manuale apposito e sviluppare scambi di buone pratiche di consumo responsabile all’interno del Movimento ed in collaborazione con altre organizzazioni che operano nel settore.
c) Creare pagine e siti Internet, dedicati specialmente ai problemi ed alle buone pratiche di consumi di giustizia.

4. PER UNA FINANZA ETICA

a)Identificare in ogni paese le banche etiche esistenti ed impegnarsi, da qui alla prossima assemblea mondiale, a depositare il denaro dei Gruppi Emmaus in queste banche
b)Attuare uno studio di fattibilità di una “banca etica Emmaus” per la prossima assemblea mondiale. In caso contrario, studiare e firmare convenzioni apposite con le banche etiche esistenti.
c)Sviluppare una politica di micro-credito tra tutti i Gruppi Emmaus. Un contributo supplementare dal 10 al 20% del bilancio attuale della solidarietà di Emmaus Internazionale deve essere messo a disposizione dai Gruppi del Movimento, da qui alla prossima assemblea mondiale, per questa forma di solidarietà.

5. PER UN MONDO DI PACE E NONVIOLENTO

a)Sollecitare ed organizzare l’impegno di tutti i Gruppi Emmaus contro la produzione, acquisto e vendita delle armi, e chiedere una moratoria di tale commercio, almeno per le armi leggere, in ciascun paese del mondo.
b)Sviluppare l’educazione e la formazione alla pace ed alla nonviolenza nei Gruppi Emmaus e per le giovani generazioni del mondo intero, favorendo l’acquisizione di competenze per la soluzione pacifica dei conflitti, il rispetto delle minoranze e per la pratica dei metodi nonviolenti, la diffusione di manuali pedagogici, organizzazione di seminari e laboratori di formazione su scale locale, nazionale ed internazionale, lavorando in rete con altre organizzazioni. (Obiettivo da raggiungere da qui alla prossima Assemblea mondiale: sensibilizzazione e formazione di almeno 100 responsabili di Gruppi Emmaus).
c)Lottare contro il traffico di essere umani e contro ogni forma di moderna schiavitù attraverso un’azione di pressione, esercitata da tutti i Gruppi Emmaus, nei confronti dei parlamenti nazionali, del parlamento Europeo e delle nazioni unite.
d)Assumere l’impegno individuale di rifiutare ogni forma di coinvolgimento personale nello sfruttamento sessuale.

L’assemblea mondiale affida al Consiglio di Amministrazione del Movimento il compito e la responsabilità di definire:
modalità del calendario
condizioni operative per la messa in atto
risorse finanziarie da impegnare
procedure di valutazione
per ciascun impegno previsto e per l’avanzamento delle azioni nel periodo che intercorre da ora alla prossima assemblea mondiale di Emmaus.

Per favorire la trasparenza, la condivisione delle esperienze, la migliore conoscenza delle azioni del Movimento e del suo impatto a livello locale, nazionale ed internazionale nonché per il monitoraggio del programma di lavoro, l’assemblea generale dà incarico al Consiglio di Amministrazione di prevedere un gruppo o strumento di valutazione della realizzazione degli impegni assunti dalle organizzazioni appartenenti a Emmaus Internazionale, scelte in modo casuale.

Ouagadougou, 22 novembre 2003

I 500 partecipanti all’Assemblea mondiale di Emmaus Internazionale
Cinque obiettori israeliani condannati ad un anno di reclusione.

Centinaia di persone manifestano di fronte al Carcere Militare

Di Elena Buccoliero

Sabato dieci gennaio centinaia di persone hanno scalato la collina di fronte al Carcere Militare n. 6, ad Atlit, da dove potevano rendersi visibili (e udibili) ai prigionieri, per una manifestazione di solidarietà verso tutti gli obiettori di coscienza israeliani, totali (rifiutano l’arruolamento) e parziali (rifiutano il servizio nei Territori Occupati). In particolare si richiedeva il rilascio di Haggai Matar, Matan Kaminer, Shimri Zameret, Adam Maor e Noam Bahat, condannati a un anno di reclusione dopo numerose condanne minori che sommavano già 14 mesi di carcere.
Salire ad Atlit per la protesta è una tradizione che risale ai tempi della Guerra del Libano – prima che molti dei refusnik di oggi fossero nati – ma l’ultimo verdetto ha conferito alla protesta uno speciale senso di urgenza.

Il processo

La decisione presa il 4 gennaio scorso dal tribunale militare di Jaffa sembra il frutto di una mediazione tra i tre giudici, incerti tra una condanna a 6, 12 o 36 mesi.
Secondo il colonello Avi Levi che presiedeva la corte, e che portava avanti la linea intermedia poi accettata, “analizzando le dichiarazioni degli accusati siamo giunti alla conclusione che le loro azioni siano principalmente motivate dal desiderio di estendere l’opposizione contro le politiche di governo nei Territori e di guidare altri giovani a seguire il loro esempio, rifiutando l’arruolamento o il servizio nei Territori”.
“Gli accusati hanno reso pubblico il loro rifiuto allo scopo di mettere in discussione la validità delle operazioni dell’esercito israeliano e la moralità del servizio militare”, ha proseguito Levi. “Inoltre mettono a rischio la legittimità internazionale dello stato e sostengono le nazioni ostili offrendo loro nuovi argomenti. In questo modo stanno ponendo i loro criteri morali al di sopra di quelli degli altri soldati che servono l’esercito, dei loro comandanti, e dei politici che li guidano. Il loro scopo è influenzare l’opinione pubblica e imporre il loro punto di vista, minacciando che il sistema militare arriverà al collasso con l’estensione del fenomeno del rifiuto”.
È interessante ascoltare come il giudice Levi pone in relazione la libertà di pensiero, che Israele garantisce, con la condanna dell’obiezione di coscienza:
“La libertà di parola è garantita dalla legge, ma alcune sue forme sono comunque illegali. Usare espressioni razziste è illegale. Rifiutare il servizio militare come esempio di libertà di opinione è parimenti illegale. Nel caso che qui si discute, un reato commesso allo specifico scopo di portare l’opinione pubblica all’illegalità di massa quando ci sono concrete ragioni per preoccuparsi per la sorte della nostra popolazione, e causare un danno incalcolabile all’esercito e allo stato, merita indubbiamente una punizione severa, perché le masse possano vedere e capire che il prezzo del rifiuto è una punizione severa”.
Al termine del dibattimento, il colonnello Levy ha sostenuto che i giudici hanno operato “non solo come giudici militari e come ufficiali, ma anche come cittadini di un paese democratico e di uno stato di diritto”.
Giunge prontamente la risposta degli obiettori condannati:
“Abbiamo iniziato questo percorso non per noi stessi, ma per combattere l’occupazione che sta distruggendo sia la società israeliana che quella palestinese”, ha affermato Haggai Matar commentando la notizia della sua condanna, dopo i 14 mesi già scontati. “Dicono che stiamo minando la legittimità di quello che fanno l’esercito e il governo. È assolutamente vero ed è per questo che non ci fermeremo”.

Cresce la campagna a favore dei refusnik

Intanto il rifiuto del servizio nei Territori Occupati si allarga anche a riservisti delle unità speciali e fa paura. Un quotidiano israeliano, Haaretz, ha riportato la notizia di un padre, elettore del partito conservatore Likud, secondo il quale è preferibile che sua figlia (di leva) vada in carcere piuttosto che nella striscia di Gaza.
E dal momento della condanna si è rafforzata la campagna per il rilascio degli obiettori. Alla manifestazione del 10 gennaio, lanciata da Yesh Gvul e dal Forum dei Genitori dei Refusnik, si sono uniti le associazioni Gush Shalom, Courage to Refuse e Ta’ayush, una partnership arabo-isareliana. Tutti insieme in centinaia – tra questi, due membri del parlamento israeliano, Barake e Makhoul – hanno viaggiato per ora per risalire il sentiero roccioso, reso scivoloso dagli acquazzoni degli ultimi giorni.
“La sentenza potrebbe essere illimitata, poiché dopo il rilascio saranno di nuovo richiamati e potranno essere ancora processati per il loro rifiuto a servire l’esercito”, hanno spiegato i rappresentanti del Forum dei Genitori. “Questo è il prezzo che i nostri figli stanno pagando per il rifiuto di prendere parte a questa occupazione brutale; ma la severità della punizione riflette la pura del governo israeliano di fronte a queste convinzioni. Il governo ha bisogno di soldati ben programmati, la sua politica cerca di punire questi ragazzi perché altri desistano dalla volontà di obiettare”.
Tra la folla c’era il dottor Gadi Elgazi, condannato ad un anno nel 1981 per le stesse ragioni e rilasciato dopo sei mesi in seguito ad una intensa campagna di opinione. E c’erano altri obiettori, incarcerati negli ultimi anni.
C’era Yoni Ben Artzi – rilasciato solo pochi giorni fa dopo un anno e mezzo dietro le sbarre, ora che le autorità militari sembrano disposte a concedergli lo status di obiettore di coscienza che per molto tempo gli hanno negato. Se l’esercito pensava di creare una divisione tra i refusnik facendo questa concessione proprio mentre gli altri cinque obiettori venivano condannati, si è sbagliato di grosso. Ben Artzi è stato accolto con calore da tutti i presenti.
C’erano anche alcuni potenziali prigionieri, dai quali potrebbero dipendere i prossimi passi della lotta per il diritto di obiettare. Molti firmatari dello Shministim, il gruppo di studenti delle scuole superiori che aveva firmato una lettura di rifiuto delle armi, era lì a manifestare. Alcuni di essi, che saranno richiamati alle armi nei prossimi mesi, erano particolarmente arrabbiati e sfiduciati: “Il giudice ha cercato di scoraggiare anche noi con una condanna a così lungo termine. Bene, il carcere militare non ci spaventa, e se ne accorgeranno presto!” Seguivano slogan familiari come: “No, grazie, Mr Sharon / a Hebron vacci tu / al diavolo i tuoi piani, tutti all’inferno / noi preferiamo andare in cella”.
“Basta con l’apartheid” era lo striscione di Yesh Gvul, e Courage to Refuse presentava la scritta “Rifiutare l’occupazione è fedeltà al sionismo”. C’erano anche cartelli più piccoli, dipinti a mano: Lunga vita agli obiettori, Siamo tutti obiettori, Rilasciate gli obiettori, in galera i ministri.
Una grande bandiera arcobaleno con la parola “Pace”, in italiano, sventolava sopra le teste. Gli attivisti che la portavano raccontavano “Bandiere come queste erano in tutta Europa durante la guerra in Iraq e ancora, abbiamo voluto che fosse anche qui”.
Qualcuno ha parlato al megafono invitando tutti a guardare attraverso le sbarre. Si scorgevano le sagome di quattro persone che potevano essere alcuni dei refusnik. Attualmente, oltre ai cinque, questo carcere militare rinchiude anche altri sei riservisti che hanno rifiutato di combattere nei Territori Occupati e sono stati reclusi con condanne di 28 o 35 giorni. Tra questi, il capitano Dan Tamir, il sergente Amon Yariv, il tenente Omar Yaffe, il sergente Yoav Levy.
“Io so come ci si sente a stare rinchiusi lì dentro e a vedere che qui sulla collina c’è una manifestazione. So che meravigliosa sensazione di calore e di supporto questo possa dare”, ha detto Yigal Rosenberg, che nel 2002 ha passato parecchi mesi nel carcere n. 6.

La Petizione del Forum dei Genitori

I genitori dei ragazzi incarcerati hanno scritto una petizione nella quale si chiede il rilascio degli obiettori selettivi. Per maggiori informazioni è possibile consultare http://www.refuz.org.il

Al Presidente della Repubblica Moshè Kazav
The President’s House, Jerusalem, Israel
Al Primo Ministro Ariel Sharon
Al Ministro della Difesa Sciaul Mofaz
37 Kaplan st. Tel Aviv 61909, IsraelA quanto pare, il vostro governo condanna i nostri figli per le loro convinzioni. Questi giovani hanno scelto di dire la verità: che è contro le loro coscienze fare quello che il vostro governo vuole sia fatto dall’esercito. Essi credono che l’esercito non debba essere usato per opprimere un altro popolo. Che l’esercito di Israele debba essere un esercito di pura difesa. Ma sembra fare proprio l’opposto occupando i territori e negando ai palestinesi i loro elementari diritti civili. Ciò distrugge anche la società Israeliana, i suoi valori morali e la sua economia, e provoca attacchi terroristici. Non è un esercito di difesa, al contrario! I giovani potrebbero servire invece la società con un servizio civile.
Capiamo che è molto difficile per il vostro governo sentire la voce della coscienza.
Infliggere dure sentenze serve solo ad intimidire altri giovani.
Liberate i cinque obbiettori subito.

Di Asma Haywood e Franco Perna

Le recenti mosse e proclami politici per una Palestina indipendente o per uno stato ebreo-palestinese hanno avuto scarsa risonanza tra la gente comune di entrambi i lati. Contemporaneamente, però, i piani di costruzione del muro dell’Apartheid, tagliando fuori una grande striscia di territorio palestinese, per essere annessa ad Israele, isolando molti villaggi e creando veri e propri bantustans, procedono a pieno ritmo.

La comunità internazionale, intanto, non fa gran chiasso per questo, mentre in Israele c’è il sentimento che la politica di Sharon potrebbe gradualmente condurre verso un regime di tipo fascista. I sintomi di tale pericolo si avvertono allorquando bisogna subire umilianti interrogatori e minuziosi controlli all’aeroporto, sia all’entrata che all’uscita d’Israele, o quando si è costretti ad attraversare infiniti e inutili check-points su tutto il territorio palestinese. Alcuni osservatori non esitano a paragonare il comportamento di certi soldati con quello delle SS tedesche di qualche decennio fa. Tutto ciò mette in imbarazzo gli israeliani e i loro sostenitori nel mondo, per i quali Israele è e resta la sola democrazia della regione.

Un fenomeno preoccupante è il crescente potere degli ebrei ultra-conservatori e i loro amici cristiani sionisti (circa 100 milioni, in prevalenza negli USA, secondo il Sabeel Ecumincal Liberation Theology Centre in Gerusalemme). Questi credenti fondamentalisti elargiscono anche aiuti economici all’esercito israeliano, utilizzando canali di associazioni quali l’International Fellowship of Christians and Jews (Jersalem Post, 21.12.2003).

Da parte palestinese, intanto, molti, dichiaratamente delusi dei loro leaders, non hanno scelta e subiscono i duri e umilianti effetti dell’occupazione israeliana, soprattutto quando devono spostarsi da un posto all’altro del loro territorio. Lo stesso presidente Arafat, praticamente agli arresti domiciliari, appare – a dir poco – politicamente debole, pur raccogliendo una certa simpatia tra la gente comune. Egli sta, ormai, perdendo le redini della situazione, anche se non si sente ancora pronto a passare alla storia, dando spazio a nuove forze politiche più dinamiche. Tale è stata l’impressione generale a seguito di un’udienza speciale (24.12.2003) in occasione della Marcia internazionale per i diritti umani attraverso Israele e Palestina, durata 3 settimane, a cui abbiamo in parte partecipato. Questo clima d’incertezza e d’immobilità esaspera gli animi, soprattutto tra i giovani desiderosi di agire in qualche modo, o di reagire ai soprusi, e, spesso in preda alla disperazione, ricorrono alla violenza, causando tragedie e morte.

Nonostante situazioni insopportabili la vita continua… Persone di grande valore e senso di responsabiltà emergono dalle ‘ceneri’ delle rispettive comunità, promuovendo cambiamenti positivi dal basso. Lo abbiamo sentito a più riprese durante il nostro breve ma intenso soggiorno di qualche settimana (dic. 03 – gen. 04), specialmente quando ci è stato possibile unirci ad altri ‘internazionali’ per sostenere iniziative locali nonviolente, per esempio a Budrus, cercando di ostacolare la costruzione della grande muraglia (che in alcuni posti s’innalza per 8 metri occupando uno spazio totale largo 35 metri – Palestine-Israel Journal, n. 3, 2003). Abbiamo ugualmente preso parte al congresso della Coalizione delle donne israeliane per la pace (circa 600 delegate) e ad una manifestazione di massa organizzata in collaborazione con le donne in nero, nella centrale Zion Square di Gerusalemme.

Siamo stati spesso con palestinesi dediti alla cura di bambini nei campi profughi, o gente impegnata per educare i giovani perché diventino adulti responsabili. Tale impegno ci è apparso particolarmente forte nella gestione di progetti patrocinati dai quaccheri nella zona di Ramallah: asili, scuole ecc. coinvolgendo oltre 1000 ragazzi. Simile sensazione l’abbiamo avuta con organismi non-governativi, quali l’Associazione agricola palestinese di sviluppo, il Comitato di soccorso agricolo (PARC), che incoraggiano e aiutano gli agricoltori a piantare ulivi, costruire semplici sistemi d’irrigazione in zone non coltivate, eliminando, così, ogni pretesto agli israeliani di espropriare terreni ‘incolti’ ed estendere ulteriormente i propri insediamenti. L’accoglienza, l’ospitalità e la determinazione di questi agricoltori palestinesi a rimanere sulle terre dei loro antenati ci ha profondamente commossi.

Durante l’ultima settimana abbiamo lavorato con altri volontari presso il centro Tent of Nations, che sorge nei pressi di Nahalin, a sud-ovest di Betlemme, spianando il terreno e piantando circa 200 ulivi ed altri alberi, in gran parte donati da amici di Quaker Voluntary Action. Questo progetto comprende un’area di circa 250 ettari e mira ad accogliere giovani (ed altri) di diverse culture per costruire ponti di solidarietà, comprensione, riconciliazione e pace, mettendo a disposizione di gruppi giovanili e movimenti vari le proprie strutture per incontri, anche a livello internazionale.

Ci sono stati tentativi di esproprio da parte di coloni israeliani che circondano la zona, ma i proprietari – la famiglia Nassar – con l’assistenza di esperti legali israeliani (gli avvocati palestinesi non possono esercitare in Israele), è decisa a non mollare e il caso ora ha raggiunto la Corte suprema israeliana da cui ci si aspetta un chiarimento definitivo su questa faccenda che si protrae ormai da anni. Naturalmente ciò richiede non solo urgenti aiuti finnaziari, ma anche volontari per assicurare una permanenza continua sul posto e impedire l’esproprio.

Il contributo degli ‘internazionali’ è di grande importanza, per gli uni come per gli altri, perché i più moderati, impegnati in iniziative dal basso per creare situazioni meno violente, non si sentano abbandonati a se stessi. Un ottimo esempio è stato dato da un gruppo di European Jews for a Just Peace che, in visita alla Tenda delle nazioni, ha donato 300 ulivi da piantare quale simbolo di pace e di speranza. Attualmente operano in Israele-Palestina anche una 30na di ‘accompagnatori ecumenici’, sponsorizzati dal Consiglio mondiale delle chiese, contribuendo efficacemente alla sicurezza di persone in pericolo, condizionando i soldati israeliani a non trattare i palestinesi con eccessiva durezza. A volte gli accompagnatori riescono a neutralizzare situazioni veramente pericolose.

Per concludere desideriamo sottolineare che entrambi, palestinesi e israeliani, hanno estremo bisogno di sentire che, al di là della politica dei loro leaders,la comunità internazionale non li ha dimenticati. Ciò è particolarmente importante per coloro i quali ancora credono che un giorno, come nel lontano passato, essi potranno vivere in armonia, gli uni accanto agli altri, rispettando reciprocamente le proprie culture e tradizioni. Esempi concreti di convivenza già esistono in Israele. Forse il più noto è Neve Shalom/Waht al-Salam (che abbiamo visitato), la cui Scuola per la pace forma centinaia di facilitatori per la gestione e trasformazione di conflitti, anche nei territori occupati, nonostante le difficoltà politico-militari. Tale rapprochement va sostenuto in tutti i modi possibili per contrastare la crescita di un anti-semitismo generalizzato capace di riportarci alla memoria sinistri spettri del passato. Il nemico più grande è la paura reciproca per cui iniziative dal basso, come quelle indicate sopra, meritano sostegno perché possano crescere e moltiplicarsi.

Non dimenticare.
Le conseguenze politiche dell’eccidio di Nassiriya.

Le responsabilità morali e penali per la morte dei militari italiani in Iraq

Di Giuseppe Ramadori*

La morte di 19 italiani in IRAQ ci deve far riflettere. La loro morte non è dipesa da una causa di forza maggiore né da un fatto occasionale non previsto. Al contrario era ben prevedibile per chi doveva evitarla e chi non si è adoperato adeguatamente e responsabilmente per farlo. Esiste una colpa grave dei comandanti del reparto e dello S.M. per non aver predisposto o previsto, un’adeguata difesa della caserma degli italiani; colpa prevista e punita dagli artt. 97 98 99 Codice Penale Militare di Guerra.
A parte la responsabilità politica e morale di chi ha inviato dei soldati italiani non, come si è sbandierato, a garantire la pace fra due avversari interessati ad attuarla, ma ad aiutare, come alleati, una parte contro l’altra; c’è il grave ed irreparabile errore dei comandi dei Carabinieri e dell’Esercito, di non avere saputo difendere e garantire, la vita ai soldati loro affidati. E’ da prendere atto, inoltre, che con l’eccidio di Nassiriya si è vanificato il “sistema italiano” delle missioni di “pace”: l’ingraziarsi e l’aiutare le popolazioni al fine di coinvolgerle nell’operazione di pace. Popolazioni che, per forza di cose, ad eccezione di quelle direttamente beneficiate con aiuti e calore umano, ci considerano, comunque, occupanti, o quantomeno alleati degli occupanti.
Primo compito dei Comandanti, in situazioni di guerra o di pericolo analogo, è proprio quello di garantire, con intelligenza e ragionevolezza, e sino a quando è possibile, l’incolumità dei soldati loro affidati. Non si può come è accaduto a Nassiriya, installare una caserma, vicino ad un trafficato incrocio stradale, (che ora si dice, retoricamente, così voluto per stare al centro della città con gli iracheni) senza opportune e valide difese passive (magari copiandole dagli americani). Fuori, intorno alla caserma dei carabinieri non c’erano fossati, barriere di cemento, percorsi di accesso non in linea retta, ma semplici ed antichi cavalli di frisia, atti per la difesa delle persone non certamente dei prevedibili camion bomba lanciati a tutta velocità. Non si possono affrontare tali pericoli con dei semplici fucili o con armi portatili (gli “schioppetti” aggiornati dei nostri padri!). E ciò invece hanno fatto colpevolmente i nostri comandi.
Di tutto ciò, di queste colpevoli carenze e delle inesistenti serie difese, i Signori Ufficiali responsabili dovrebbero rispondere non solo penalmente, avanti al Tribunale Militare, ma anche avanti al Giudice Civile per i danni arrecati ai soldati da loro comandati. Chissà se arriveremo a questo, per ora non se ne parla e con molta probabilità tutto verrà assorbito dalla glorificazione mediatica dell’Arma dei Carabinieri, assolta per acclamazione popolare, sulla commozione per le tante bare!
Ora si consente la glorificazione dei comandi responsabili, quantomeno del numero dei caduti; la loro esibizione con medaglie pennacchi ed alte uniformi, con la strumentalizzazione delle 19 bare e della sofferenza dei familiari dei caduti. Ci si riempie la bocca di retorica, di patria, di eroismo; ma che cosa, di tutto ciò, corrisponde a verità e non si tratta invece di strumentalizzazione di “poveri cristi” uccisi come agnelli sacrificali, e delle loro sconsolate famiglie! Dov’è la patria in Iraq? Chi non la riconosce, li in questa operazione, è un antipatriota? E quale eroismo se i poveri caduti non hanno potuto nemmeno difendersi?
Si applaude il Fini che, senza alcun vero contraddittore a “Porta a Porta”, può affermare tranquillamente, con l’assenso del compiacente (al potere) Vespa che chi si commuove ora per i carabinieri uccisi ed esterna il proprio dolore, dovrà riconoscere la bontà e la legittimità del loro invio, armato, in Iraq, e non potrà più dichiararsi contrario a questa guerra!
E ci si ricordi che queste vittime (veri martiri, testimoni innocenti dell’inefficienza dei comandi militari) sono andati in Irak per soldi, spinti dai bisogni delle loro famiglie, per ricavare un guadagno superiore a quello della sopravvivenza, non conoscendo la pericolosità della missione. Oltretutto se non avessero ricevuto gli 8/15 milioni al mese, e fossero stati edotti del pericolo guerra, quasi nessuno di essi sarebbe partito.
L’esercito ed i politici hanno così trasformato dei giovani disoccupati in cerca perenne di lavoro, delle persone che avevano bisogno di far quadrare i bilanci familiari e, a volte,di far fronte a pesanti spese mediche e di assistenza ai familiari, in mercenari in gente che va a combattere, o comunque va in zone in cui si combatte, per soldi.
E tanto ciò e’ vero che il 90 % dei caduti provengono dalle regioni più povere d’ Italia dove non c’e’ lavoro e c’e’ un’endemica povertà. I “ padani ” si guardano bene di dare un simile contributo!.
Non si possono, però paragonare questi caduti ai volontari civili delle varie associazione di volontariato, Medici senza Frontiere, Emergency, ecc., sono altra cosa, anche se sul campo si trovano a dare aiuto alla popolazione, con i militari. Senz’altro vanno aiutati, compresi, e apprezzati tutti quei militari che in queste zone disastrate, a prescindere dalla divisa che portano, aiutano le popolazioni vittime della guerra e leniscono con impegno e sacrificio i loro dolori. Ma oltre a manifestar il nostro cordoglio la nostra solidarietà a questi morti ed alle loro famiglie, in questi giorni dobbiamo levare alta la nostra protesta contro chi ha organizzato e diretto la presenza dei soldati italiani in un territorio in guerra, o comunque ostile. Non possiamo ignorare ciò, e farlo passare in secondo piano, coperto dalla commozione e dal pianto per i caduti e per i feriti.
E ciliegina sulla torta, che generali e militari ci ammanniscono, e’ la colletta, la raccolta di fondi, lanciata anche dalla RAI , oltre che da Associazioni, circoli sportivi ecc. per aiutare i familiari dei caduti. Si dice per far fronte alle urgenze immediate, in attesa che arrivino contributi ed assistenza. E’ vergognoso ciò ed e’ scandalo vero ! Possibile che il Governo, non sia riuscito ad emanare un Decreto d’urgenza, come per le calamità naturali ( ove, però, si prendono voti!), per far fronte alle necessità immediate dei congiunti di questi poveri caduti, che hanno perduto, all’improvviso, la loro fonte di reddito! E’ scandaloso! Chi provvederà a pagare le pesanti spese sanitarie ( si parla di tre milioni mensili ) per un figlio di un maresciallo, gravemente malato, chi manterrà, in attesa delle pensioni( sicuramente modeste, data la scarsa anzianità di servizio dei caduti e la mancanza, nel calcolo pensionistico, dell’indennità IRAK ), le moglie ed i figli dei caduti, illusi di avere trovato un filone che garantiva benessere ai propri familiari!.
Due volte colpevoli Governo e Generali: per avere mandato in zona di guerra dei soldati illudendoli di fare operazioni di pace, senza ben evidenziare loro, il pericolo di un territorio in guerra e di far parte, od essere, al comando, di un esercito straniero occupante e per non aver opportunamente organizzato la loro difesa, soprattutto quella passiva.
Speriamo che di tutto ciò i responsabili ne debbano rispondere politicamente e giudizialmente, e soprattutto, che le loro carriere e le loro fortune politiche non siano alimentate da questi morti e dalle medaglie e nastrini che riceveranno grazie al sacrificio dei soldati da loro comandati.
Certamente l’Arma dei Carabinieri, dalle manifestazioni e dalle commemorazioni di questi morti, dal lutto commovente dei loro familiari, riceverà un gran vantaggio pubblicitario, di rappresentanza mediatica, per le proprie gerarchie, per l’istituzione stessa, ed anche per i propri bilanci, nonostante che uomini saggi e responsabili, anche della Chiesa, come il Vescovo di Caserta, abbiano contestato e messo in guardia i responsabili militari e politici dalla facile commozione che i caduti ricevono per fini interessati e lontani dal loro sacrifico umano.
Onori e celebrazioni negate, invece, solo perchè non fanno parte di una organizzazione potente ed impastata con il potere, ai “ martiri “ civili del lavoro ed ai veri volontari civili che, poveri e disinteressati del denaro, svolgono la loro missione in Asia, nelle Americhe, in Africa, senza pennacchi e luccichii di divise e lustrini, senza onori e promozioni e senza funerali di stato, solo gratificati dall’aiutare i più bisognosi ed i più poveri e non per fare carriera militare o politica.

* Avvocato

1993-2003: dalla prima mobilitazione all’Anno Europeo per le persone con disabilità. Quale il ruolo della Nonviolenza ?

Di Alberto Trevisan

Era il 5 Maggio 1993 quando in tutta Europa si svolgeva la giornata di protesta voluta dall’Enil, l’ European network on indipendent life, il primo organismo europeo per la Vita Indipendente per richiamare l’attenzione della gente sulle discriminazioni che ogni giorno devono subire le persone con disabilità e chiedere l’approvazione di leggi atte ad eliminare tali ingiustizie ed iniquità sociali, affinché in ogni paese anche ai disabili siano riconosciuti e garantiti i diritti fondamentali e inalienabili di ogni persona e cittadino “ ( dalla dichiarazione sottoscritta dal compianto Roberto Bressanello della UILDM) e contemporaneamente scriveva Franco Bomprezzi, (*) giornalista, direttore della rivista DM , animatore di Telethon e scrittore (“ La contea dei ruotanti”- “Io sono così” editrice il Prato –Padova) dalle pagine del Il mattino di Padova che “ uno spettro in Europa si aggira in questi anni “90 : sono le minoranze etniche prima di tutto. Ma anche meno evidenti, più tradizionali: e nel vuoto che si era creato ( il dopo Berlino ) nessuno si occupa più di loro , e soprattutto nessuno si sente in grado di fornire risposte esaurienti. Gli handicappati , in questo senso , sono (erano) un caso emblematico: fino a ieri uno Stato a parole assistenziale li aveva inseriti in un disegno complessivo di Recupero e Integrazione, in altre parole Omologazione rispetto ai Normali ( naturalmente senza realizzarlo) .”I l vento di Bari o di altre città di mare che spesso ospitano assemblee di associazioni e di persone con disabilità come nel Marzo di quest’anno hanno cambiato di molto lo scenario che ci sta attorno: queste città sono “veicoli” naturali , con le loro brezze, con le loro onde, con la possibilità di gettare le reti ( ricordando la canzone del compianto Pierangelo Bertoli “ ..getta le tue reti..” di creare ponti per unire ed accogliere i nostri fratelli dell’altra sponda del Mediterraneo, i nostri vicini scomodi. Dobbiamo dire con soddisfazione , senza però troppo illuderci che durante il nostro cammino persone con disabilità e operatori del sociale e del sanitario il vento ci è stato favorevole ,spesso ci ha aiutato a superare i dossi ed è riuscito soprattutto a disperdere e lavare con le onde del mare mosso il vecchio linguaggio sostituendo con altre parole “ chiave “ per dare dignità a tutti .
Ma giustamente non dobbiamo abbassare la guardia e in questo la nonviolenza , le sue tecniche e la sua metodologia può far molto per impedire una deriva che sembra disperdere il vento di Bari.
Non si spiegherebbe altrimenti gli articoli usciti sul numero 26 di Panorama dove si leggono ancora termini come “ corpi mancanti “, “esseri speciali” “uomini minimi” o persino “ombre compiante “ : un colpo al cerchio e uno alla botte per dire che , malgrado tutto , queste persone sono persone che ce l’hanno fatto, persino “hanno vinto”.
Non manca di correrci in soccorso ancora Franco Bomprezzi , lui affetto da malattia che porta un nome assai difficile sia da scrivere che da pronunciare ma che si concretizza in “ossa di cristallo, il quale afferma che “ a me basterebbe pareggiare “ nel vero senso della parola , ossia vivere “alla pari “ né più né meno come gli altri .
E anche se sono arrivato , continua, in questa logica mi ritengo un Vincente Pentito. Ho visto accanto a me troppe persone che non ce l’hanno fatta, eppure lo meriterebbero. Sono emarginate, escluse, messe da parte. Sono stanche , deluse, amareggiate . Non hanno nessuna colpa, forse neppure grandi meriti. Ma la vita non è fatta solo per gli eroi, e neppure per i “diversamente” abili.
Quello che conta è , giorno dopo giorno, essere messi in condizione di partecipare “ alla pari” , quindi in fin dei conti di “pareggiare “ e non di “ vincere “. Anche perché il mitico giornalista sportivo Gianni Brera , per il quale lo sport era metafora della vita, giustamente teorizzava lo “ zero a zero “ come il risultato perfetto, segno di grande acume tattico, di difese accorte…” ( da DM n.149/150 –periodico della UILDM )
Ecco la grande somiglianza con la teoria, con le tecniche e la metodologia nonviolenta: non eroi ma persone normali, ad ognuno di fare qualcosa (Aldo Capitini), il linguaggio come primo veicolo di possibilità di violenza o nonviolenza, la delega a nessuno ma l’impegno in prima persona , con umiltà ,la partecipazione dal basso, la laicità dello Stato, la pluralità delle religioni, il rispetto reciproco.
Ma tutto questo non è facile in un sistema di globalizzazione dove la “guerra preventiva” diventa il Pensiero Unico, dove bisogna “fare shopping”, consumare a discapito dei 5/6 della popolazione mondiale che nel prossimo 2017 sarà affetta da acuzie per mancanza d’acqua e cibo: c’è un Superclan che si aggira tra gli stati meno tra i popoli, del tutto assente tra i dannati della terra.
Per impedire questo la nonviolenza ci fornisce gli strumenti come le dieci parole che per mesi abbiamo approfondito e poi ci hanno accompagnato lungo il percorso francescano tra Assisi e Gubbio alla ricerca della forza della Verità, della Coscienza, dell’Amore, della Festa ,della Sobrietà, della Giustizia, della Liberazione ,del Potere di tutti, della Bellezza e della Persuasione ad una Vita Indipendente per tutti con o senza carrozzine o disabilità varie . E’ per questo che tra movimento nonviolento e disabilità non ci può che essere osmosi, integrazione, dialogo, aiuto reciproco ,unità d’intenti per assicurare ad ogni individuo i diritti negati ma che devono in ogni momento essere esigibili.
Nessuno rivendica privilegi, come si cerca di insinuare nei confronti delle associazioni e delle persone con disabilità: l’importante è non piangerci addosso e essere consapevoli di essere detentori di diritti e doveri positivi e realizzabili.
Se tutto questo si riuscirà a realizzare ,a mantenere su buoni livelli, pur con le naturali mediazioni, allora il vento di Bari non si disperderà e sarà pronto ad accoglierci presto sulle rive di un’altra città di mare garanzia di pace e fraternità tra le persone e i popoli a cominciare da quelli martoriati dalla guerra , prima fra tutta la terra di Palestina nella speranza di una Gerusalemme liberata e condivisa , abitata anche dalle coloratissime carrozzine della pace, che la guerra continua ad aumentare per le gravi invalidità dall’una e dall’altra parte in conflitto. Non sono i muri che impediranno questo nostro grande progetto tra nonviolenza e disabilità .
(*) mentre scrivo questo pezzo mi giunge la notizia della scomparsa della cara compagna di Franco, Nadia, lei pure dall’età di 3 anni in carrozzina ma con tanta forza: un caldo abbraccio a Franco da tutta la redazione di Azione Nonviolenta )

A chi destinare l’8 per mille?
A una chiesa, allo stato, a nessuno?

Di Paolo Macina

Quante nefandezze possono nascondersi dietro le buone intenzioni? La destinazione dell’otto per mille della nostra annuale dichiarazione dei redditi non fa eccezione. Regolato dalla revisione del Concordato del 1984 voluto dal governo Craxi, il gettito IRPEF può essere destinato dai cittadini tra sette opzioni: Stato, Chiesa cattolica, Unione Chiese cristiane avventiste del 7° giorno, Assemblee di Dio in Italia, Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi, Chiesa Evangelica Luterana in Italia, Unione Comunità Ebraiche Italiane. Sono da sempre escluse le comunità islamiche e buddiste per la difficoltà al loro interno di esprimere un ente che le rappresenti tutte.
Il gettito, che ha superato lo scorso anno il miliardo di euro (quintuplicato dal 1990), per legge percorre già un piano inclinato che lo porta a beneficiare principalmente la Chiesa Cattolica. I denari di chi non effettua alcuna scelta infatti (cioè più del 60% degli italiani), vengono suddivisi tra le sette opzioni in base alla scelta di chi invece ha apposto la firma sul modulo. In pratica chi sceglie, sceglie due volte. E siccome circa l’85% di chi si esprime, lo fa in favore della Chiesa Cattolica, questa percentuale si ribalta sul gettito totale.
Nel 2002 quindi il Vaticano ha incassato ben 908 milioni di euro. Ma dove sono andati a finire? Il 38% viene destinato a stipendiare i 39.000 preti italiani, il 26% all’edilizia per chiese e conventi, il 13% al restauro dei beni architettonici e il 19% a spese di carità, tra le quali sono comprese le opere nel terzo mondo. Ebbene, può sorprendere che in quest’ultima voce siano stati compresi anche i 40.000 dollari donati dal Vaticano alla Croazia durante la guerra con la Bosnia. E anche i 3 miliardi di vecchie lire che la CEI ha annunciato nel dicembre 2002 di destinare alle popolazioni dell’Afghanistan, seppur “gestiti dalla Caritas italiana in collaborazione con le strutture caritative della Santa Sede e con gli organismi internazionali che già operano nel paese”, meriterebbero una trasparenza maggiore nel loro impiego.
Ultima ciliegina, la trasmissione degli spot pubblicitari costa alla CEI ogni anno 9 milioni di euro e quello relativo alla campagna 2002, dopo una dura protesta di numerose associazioni che vedevano strumentalizzate le persone down per un volgare bisogno di battere cassa, è stato precipitosamente ritirato dalla programmazione.
Sembrano lontani i tempi (ottobre 2000, un secolo fa) in cui il direttore Caritas, don Elvio Damoli, comunicava che la CEI aveva versato 200 milioni per il progetto dei 30 obiettori in missione internazionale, come caschi bianchi. Tale collaborazione non ha avuto più alcun seguito ufficiale, e comunque rincorreva quella che la Tavola Valdese aveva già messo in pratica negli anni precedenti, ma che continua tuttora con le Peace Brigades International. I Valdesi si distinguono anche per la loro scelta di escludere le esigenze di culto ed il sostentamento del clero tra le possibili destinazioni, e per mettere a disposizione di tutti il rendiconto annuale del gettito. Troviamo progetti di produzione biologica in Sicilia, sostegno economico ai parenti dei desaparecidos italo-argentini per venire in Italia a seguire il processo contro i generali italiani responsabili delle sparizioni, e anche un progetto per la costruzione di un pozzo ed una chiesa in Brasile, proposto da un prete cattolico e sovvenzionato insieme alla chiesa cattolica.
I capelli si drizzano se analizziamo dove lo Stato destina i suoi 100 milioni di euro annui. Nel 2001 un decreto legge ha distolto i tre quarti della cifra per comprare armi e mezzi per le missioni “di pace” come quella in Albania (con i risvolti militari che ne conseguono) e nel 2002 un terzo del gettito che i cittadini hanno fiduciosamente consegnato allo Stato sono serviti per ristrutturare beni culturali di proprietà, guarda caso, della Chiesa cattolica.
Le briciole del lauto piatto vengono poi ramazzate dagli altri enti religiosi: i Luterani li utilizzano soprattutto per il sostentamento dei pastori, le Comunità Ebraiche per la manutenzione delle sinagoghe, le Chiese Avventiste e le Assemblee di Dio, rifiutando anch’esse di destinare i fondi ottenuti alle esigenze di culto ed al sostentamento del clero, li usano esclusivamente per le missioni e la beneficenza.

ALTERNATIVE
A cura di Gianni Scotto
Un comitato delle Nazioni Unite per la prevenzione dei conflitti violenti

Da oltre un decennio si discute della riforma dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.
In particolare a partire dall’ Agenda per la pace, che per la prima volta prospettava un ruolo centrale degli operatori civili del peacekeeping e del peacebuilding, i nonviolenti hanno guardato con speranza ai tentativi di migliorare il lavoro di dell’organizzazione nel campo della costruzione della pace. Gli anni novanta hanno però visto la progressiva emarginazione dell’organizzazione nelle decisioni cruciali della politica internazionale, da ultimo con la decisione statunitense di muovere guerra all’Irak.
Oggi diverse organizzazioni e personalità del movimento per la pace internazionale chiedono l’istituzione di un organo sussidiario dell’Assemblea Generale – United Nations Commission on Peace and Crisis Prevention (UNCOPAC) – formato da personalità esperte e prestigiose della società civile internazionale, con il compito di promuovere la prevenzione delle crisi e della violenza nei conflitti internazionali con mezzi non militari. Il comitato promotore dell’iniziativa ha steso un modello di statuto di questa commissione, ed è iniziata negli ultimi mesi una campagna internazionale per promuovere il progetto in diversi paesi.
Secondo la proposta, tra i compiti della commissione UNCOPAC dovrebbero figurare
l’analisi di potenziali conflitti internazionali e la formulazione di proposte dettagliate di azione civile preventiva. In tal modo diventerebbe più facilmente possibile attuare concrete iniziative di prevenzione delle crisi e della violenza internazionale. Ad affiancare la commissione andrebbe istituito un ufficio dotato di appropriate competenze nel campo dell’analisi dei conflitti e dell’intervento preventivo civile.
L’istituzione dell’UNCOPAC permetterebbe di creare le condizioni per iniziative civili di prevenzione indipendentemente dagli interessi di singoli governi, e fornire alle istituzioni internazionali suggerimenti di intervento basati su approfondite conoscenze ed esperienze.
Essa si porrebbe anche come strumento di raccordo tra i circa 25 strumenti di “allarme tempestivo” e prevenzione attualmente esistenti a livello internazionale (una ricognizione sul tema è stata effettuata da Alexander Austin sul sito www.berghof-handbook.net). Le modalità di nomina dell’organo che la campagna suggerisce renderebbero l’UNCOPAC indipendente dagli interessi di singoli paesi e dei loro governi: l’iniziativa propone che l’Assemblea generale scelga i venti componenti del comitato da una lista di sessanta candidati scelti dalle organizzazioni non governative impegnate nella prevenzione e nel lavoro per la pace. Inoltre si prevede che la società civile internazionale possano direttamente rivolgersi all’UNCOPAC per attivarsi su un determinato conflitto.
I promotori dell’iniziativa per l’istituzione dell’UNCOPAC hanno iniziato a creare una rete internazionali di sostenitori della proposta. La campagna intende anzitutto sensibilizzare l’opinione pubblica e le organizzazioni non governative a livello internazionale per sostenere la proposta. Allo stesso tempo, si dovrà cercare sostegno nel mondo degli stati, tra governi e personalità della politica.
Il lavoro dell’”Iniziativa Pro UNCOPAC” è ancora agli inizi, ma la campagna sta riscuotendo per ora notevole interesse. In particolare in Austria e in Germania l’elenco dei sostenitori è fitto e include il movimento per la pace e i nonviolenti ma anche molti studiosi di diritto internazionale.
In Italia fino ad oggi si è interessata alla proposta la Fondazione Alexander Langer. Speriamo che nel prossimo futuro possa partire anche nel nostro paese una campagna di pressione per creare l’UNCOPAC e migliorare in questo modo la capacità delle istituzioni internazionali di prevenire crisi e conflitti armati.

Per ulteriori informazioni si può consultare il sito internet dell’iniziativa www.pro-uncopac.info oppure contattare: Initiative Pro UNCOPAC, Am Glockenberg 8b, D-45134 Essen, Tel./Fax 0049 201 2696730.

L’AZIONE
A cura di Luca Giusti
Il metodo nonviolento alla portata di tutti

La diffusione e la riproducibilità del metodo
Seppure crediamo nell’approfondimento qualitativo dell’intervento nonviolento e nella serietà e preparazione dell’azione diretta), non ci interessa tuttavia diventare i “professionisti dell’azione diretta”, una sorta di “top-gan” capaci di “proiettarsi” – specularmente alle truppe da sbarco – dovunque ci sia un conflitto. Insomma, non vogliamo intervenire ogni tanto “specialisticamente” in contesti nei quali è necessaria un’alta professionalizzazione dei partecipanti, (segnando così una forte differenza tra “attivisti” e “cittadini comuni”) ma diffondere il più possibile l’idea ed il metodo della nonviolenza, di-mostrando, con le nostre pratiche, come si tratti di un metodo realmente alla portata di tutti (Gandhi). Metodo che può essere fatto proprio da chiunque ne condivida l’ideale, per affrontare e trasformare da distruttivi in costruttivi tutti i conflitti nei quali siamo coinvolti. Ci interessa dunque lavorare per una “nonviolenza di tutti”, che diventi strumento vivo e spendibile al fine di attivare processi di liberazione del “potere di tutti” (Capitini).

La dimensione territoriale dell’impegno
Crediamo decisamente che l’ambito del territorio locale sia, di norma, quello di gran lunga preferibile per un realistico e proficuo intervento con la nonviolenza attiva nelle questioni globali di rilevanza locale. Ciò per almeno due ordini di ragioni:
a) perché l’emersione, l’attivazione e la trasformazione dei conflitti – che è il processo proprio dell’intervento nonviolento – è più efficace laddove le conseguenze di una situazione di “oppressione”, in senso lato, siano diffusamente avvertite tra i cittadini. E ogni gan locale potrebbe conoscere le “sofferenze” del proprio territorio, riconducibili all’attuale processo di globalizzazione armata, ed è perciò il soggetto in grado di definirne il “punto di attacco” (Sharp), la sensibiltà delle “terze parti”, le alleanze possibili ecc. di un’eventuale intervento attivo nonviolento;
b) perché i componenti del gruppo nonviolento vivono, lavorano e s’impegnano quotidianamente all’interno del proprio territorio. Diventa perciò di gran lunga più credibile l’azione nella quale persone localmente attive e socialmente stimate mettono in gioco la propria storia, la propria faccia ed il proprio corpo in un’azione di cambiamento. La stessa azione ne riceve sicuramente maggiore forza comunicativa e persuasiva.

L’ambito tematico delle azioni.
Le azioni nonviolente non s’improvvisano. Sottolineamo ciò perché pensiamo che nei movimenti di trasformazione non tutti possono/debbono occuparsi di tutto, altrimenti gli interventi, come spesso avviene, non possono che risultare superficiali e di basso impatto. Perciò, seguendo in questo le indicazioni preziose di Sharp, crediamo che un gruppo che intenda sviluppare il metodo nonviolento debba anche selezionare la “propria” macro-questione sulla quale impegnarsi con una campagna o almeno con una serie di azioni nonviolente continuate e collegate. Si tratta perciò di non inseguire, normalmente, eventi esterni ai quali re-agire, ma di sviluppare piuttosto la non facile capacità di pro-agire seguendo sia la propria “vocazione” che l’analisi dei “bisogni” e/o delle “emergenze” dei diversi territori sempre più estenuati socialmente ed ecologicamente.

La costanza e la ripetizione
Siamo consapevoli che questo tipo di approccio all’azione nonviolenta richiede molta pazienza e costanza e non riserva, nell’immediato, grandi soddisfazioni, ma questo non ci scoraggia anzi ci induce a cercare quelle modalità che più soddisfano le convinzioni che abbiamo sopra esposto. In questo senso ci conforta l’esperienza della lenta trasformazione operata dal movimento delle donne ed in particolare alcune delle azioni, esplicitamente o implicitamente, nonviolente che da donne sono state realizzate. Ne citiamo tre: le donne della Rosenstrasse, che per una settimana tutti i giorni hanno sostato in strada nel cuore della Berlino hitleriana fino alla liberazione dei propri mariti ebrei; le madri e le nonne di Plaza de Mayo, che per anni, tutte le settimane, hanno sfidato silenziosamente la dittatura dei generali fino alla sua caduta; il movimento delle donne in nero che testimonia con la propria presenza silenziosa e ripetuta nelle piazze di tutto il mondo l’opposizione alle guerre.
Anche noi crediamo che la costanza, la tenacia e la ripetizione costante nel tempo di una azione che riteniamo giusta – indipendentemente dall’esito immediato apparente – siano elementi, alla lunga, di trasformazione reale. Nel nostro piccolo è ciò che abbiamo provato a fare, per esempio, quindicinalmente, per sei mesi, con l’esperimento delle biciclettate nonviolente contro la guerra del petrolio.

Il Gruppo di Azione Nonviolenta di Reggio Emilia

LILLIPUT
A cura di Massimiliano Pilati
GAN e Rete di Lilliput: serve un nuovo confronto

Sono passati ormai 2 anni da quando, soprattutto grazie al lavoro nel Gruppo di Lavoro Tematico ‘Nonviolenza e Conflitti’ di alcuni attivisti del Movimento Nonviolento, Rete di Lilliput, durante la sua seconda Assemblea Nazionale nel gennaio del 2002, fece suo il progetto e la scelta di lavorare seriamente per creare in ogni Nodo Lilliput un Gruppo di Azione Nonviolenta.

Ma cosa sono i GAN (dai documenti elaborati dal GLT-NV):

? “i GAN sarebbero lo strumento di azione attraverso il quale le campagne lillipuziane possono agire con il metodo nonviolento, attivando, tra l’altro, la gandhiana “legge della progressione” che prevede il passaggio graduale dalle forme più blande di azione a quelle via via più incisive e radicali fino alla realizzazione dell’obbiettivo essenziale stabilito, per passare poi ad un nuovo obbiettivo&;

? i GAN agirebbero, nei propri territori, sulle conseguenze nel tessuto locale dei fenomeni globali, attivando un conflitto sul tema più sentito nelle proprie comunità con il metodo nonviolento che prevede parallelamente l’azione diretta ed il “programma costruttivo”; una rete di GAN diffusa sul territorio nazionale sarebbe di fatto un presidio democratico di fronte alle involuzioni autoritarie alle quali stiamo assistendo in Italia, e non solo, una volta acquisite le capacità di attivarsi come “difesa popolare nonviolenta” da un aggressore interno alle istituzioni democratiche;

Durante questi due anni, il GLT-NV ha cercato di lanciare questo ambizioso progetto attraverso vari percorsi locali di formazione alla nonviolenza e all’azione nonviolenta.

Reggio Emilia, Roma, il Trentino, Milano, sono solo alcuni dei luoghi dove sono sorte e stanno maturando varie esperienze, spesso diverse tra di loro come composizione e come ‘approccio nonviolento’, di Gruppi di Azione Nonviolenta. Culmine di questo progetto è stato sicuramente il Seminario Nazionale: ‘La nonviolenza: attivarsi per un mondo diverso – Verso la costruzione dei Gruppi di Azione Nonviolenta’, tenutosi a Roma il 27/28/29 settembre del 2002. Lo scopo dichiarato di quella tre giorni era quello di aprire un confronto approfondito sul progetto dei GAN e sulla realizzabilità degli obiettivi che i GAN si prefiggevano in maniera tale di cercare di darsi, tutti assieme una ulteriore concretezza alla nostra voglia di nonviolenza attiva.

In questo ultimo anno si sono cominciate a percepire delle sostanziali differenze di interpretazione ‘dell’uso’ che si dovrebbe fare dei GAN. Da una parte c’è chi sostiene, come da progetto originale, che i GAN dovrebbero essere uno strumento per agire sul proprio territorio e solo mediante un programma costruttivo che segua la famosa legge della progressione gandhiana. Dall’altra, c’è invece chi vorrebbe i GAN più liberi di agire, magari anche agendo nei summit o nelle grandi manifestazioni che, ciclicamente, insistono in Italia. In mezzo a queste due diverse posizioni ci sono dei gruppi che lavorano sostanzialmente in ambito locale ma che a volte amano provare il confronto/scontro con i summit. Alla luce di queste tensioni, il Gruppo di Lavoro Tematico ‘Nonviolenza e Conflitti’ ha deciso di organizzare un altro seminario nazionale dove poter fare il punto della situazione sul progetto GAN. Il seminario, che si terrà a fine gennaio, avrà come scopo quello di cercare un possibile punto di contatto tra queste due tensioni nell’agire la nonviolenza con i GAN. Non si cercherà di dare ragione all’uno piuttosto che all’altro, quanto di confrontarsi, di parlarsi e di cercare di capire il perché dei diversi approcci, di ragionare assieme di efficacia, di azione, di metodo e di costruzione di processi. Si cercherà di capire meglio come i GAN possono sostenere le campagne lillipuziane, quali interazioni ci sono tra i GAN e il Nodo Lilliput locale, come rapportarsi e se rapportarsi con gli altri gruppi organizzati che praticano altre forme di mobilitazione attiva.

Il Movimento Nonviolento, al cui interno militano numerosi fautori delle prime azioni nonviolente in Italia, continua a ritenere di estrema attualità il progetto lillipuziano dei Gruppi di Azione Nonviolenta. Non sempre, pur rispettandolo, si condivide l’approccio intrapreso da GAN di alcune città e per questo motivo si ritiene importante un momento di riflessione collettiva attorno a questo tema.

CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
Che tempo fa?
Piovono mucche

Italia 1996, regia di Luca Vendruscolo

Il film proiettato sia attraverso il circuito tradizionale che quello parallelo si è imposto all’attenzione del pubblico in particolare nel 2003 , anno europeo dedicato alle persone con disabilità .
Su “Piovono Mucche” sono “piovuti molti consensi” anche per il prestigioso premio Solinas nel 1996 per la sceneggiatura del film stesso, proiettato in moltissime occasioni e presso classiche sale cinematografiche ma soprattutto presso scuole, associazioni, centri sociali, parrocchie, sindacati, cineforum, congressi e manifestazioni varie che nell’anno europeo, dedicato alle persone con disabilità, è servito come strumento di dibattito con la presenza continua dello stesso regista sempre pronto a rispondere a domande, perplessità, critiche e altro .
Un film dove la partecipazione è stata altissima e dove è rimasto un segno nella cultura di base, della società civile, nei settori del volontariato in un momento in cui è iniziata l’esperienza del nuovo servizio civile volontario e quindi l’obiezione di coscienza passa un po’ in secondo piano . Ma il film non voleva essere un film sull’obiezione di coscienza ma piuttosto come l’ha definito uno psicoterapeuta al carcere di San Vittore a Milano, Angelo Abbado, dopo la proiezione del film ai detenuti come “l’incontro tra due difficoltà che crescono e che devono giorno per giorno reinventarsi la vita” ( Stefano Andreoli- riv. DM n.149/150 2003 pg .35).
Luca Vendruscolo, il regista, all’inizio del suo servizio civile un po’ scettico, come capita a tanti, coglie invece la valenza di una esperienza di volontariato che “può cambiare la vita” nel senso che ti apre una dimensione diversa della disabilità, delle persone che ogni giorno fanno i conti con la diversità e con i diritti negati o quantomeno ancora troppo poco esigibili.
Nella comunità di Capodarco pensa soprattutto a come far diventare attori gli stessi ospiti, convinto che nessun attore può recitare la parte di un paraplegico meglio del paraplegico stesso.
E il risultato in questo senso è notevole perché gli attori-disabili rappresentano gli spunti migliori e più divertenti di questa storia che è sì una saga ma che ti lascia molti punti di riflessione e soprattutto si pone come un supporto eccezionale per l’obiettivo di una vera Vita Indipendente, che rappresenta ormai il manifesto fondativo di molte associazioni del mondo della disabilità e del volontariato .
Vendruscolo presenta scene graffianti in una cornice di disorganizzazione dove gli obiettori sono lasciati a se stessi in seguito ad una gestione superficiale della comunità ma che alla fine si dimostra come lo strumento per creare unità e solidarietà, rapporti personali intensi e di reciprocità .
Il regista ha saputo mettere in luce la “relazione d’aiuto” alla base di ogni servizio alla persona per una giusta esigibilità dei diritti.
Singolare anche il titolo che non poteva che essere frutto della creatività dei disabili: infatti quando al centro diurno della comunità si chiedeva “che tempo fa ?” c’era un disabile psichico che avendo tre grandi passioni, Stanlio e Olio, i bovini e la pioggia, rispondeva “piovono mucche!!”

Alberto Trevisan

ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Il potere di morte di un kalashnikov

Se si dovesse scegliere un simbolo di morte per rappresentare la seconda metà del Novecento, questo non sarebbe la bomba atomica, neppure l’AIDS. Dovrebbe essere il kalashnikov.
Nel 1947, da qui il suo nome in gergo AK-47, all’Ufficio Brevetti di Mosca venne depositato l’Avtomate Kalashnikova Obrazer. Nel 1949 fu adottato dall’armata rossa. Nel 1964 diventò l’arma automatica standard della maggior parte degli eserciti dei paesi firmatari del patto di Varsavia.
Oggi, e nei conflitti degli ultimi 30 anni, più di cinquanta paesi usano il Kalshnikov come fucile d’assalto dei loro eserciti. Massacri per mano degli AK-47 vennero perpetrati in decine di paesi: Algeria, Angola, Bosnia, Burundi, Cambogia, Cecenia, Colombia, Congo, Haiti, Kashmir, Mozambico, Ruanda, Sierra Leone, Somalia, Sri Lanka, Sudan, Uganda.
Sotto il fuoco del kalashnikov sono morti il Presidente egiziano Sadatt nel 1981, il Generale Dalla Chiesa nel 1982, il Presidente rumeno Ceausescu nel 1989, con sua moglie Elena. Anche il Presidente cileno Salvador Allende, assediato dai golpisti di Augusto Pinochet nel Palazzo della Moneda, l’11 settembre 1973 scelse un AK-47 per togliersi la vita. Voleva essere sicuro di non sbagliare. Ancora oggi è l’arma preferita dai guerriglieri, l’icona che appare sulle bandiere di Al Fatah del 1967, del Burkina Faso, ex Alto Volta. Anche in Mozambico, dove è raffigurato nella bandiera nazionale, è diventato un simbolo: come riportava Paolo Papi su Il Diario del 25 novembre 1999 in un’intervista ad Agostino, miliziano del Movimento di Liberazione dell’Angola: “Ho chiamato mio figlio Kalsh perché è sinonimo di libertà”.
Nemmeno l’M-16 di Eugene Stoner, fucile d’assalto dei marines americani, ha fatto tanto. I kalashnikov sono leggeri e facili da usare, richiedono una semplice manutenzione. La loro forza consiste nel munizionamento intermedio: né troppo piccolo come quello delle rivoltelle, per evitare di perdere la potenza di fuoco, né troppo grande per evitare il rinculo e la scarsa maneggevolezza e precisione dell’arma. La manutenzione e il montaggio sono tanto semplici che i ragazzi dell’ex Unione Sovietica lo imparavano sui banchi di scuola, alla presenza di un responsabile militare, in un tempo medio di due minuti.
Si stima che 70 milioni di Kalashnikov e altrettanti ak-type siano stati prodotti dal 1947 (e altri vengono prodotti ogni anno) in Russia, Cina, Bulgaria, Egitto, Iraq, Polonia, Romania e Nord Corea, per un totale di 150 milioni di pezzi.
Con soli 50 milioni di dollari (l’equivalente di un moderno aereo da caccia) è possibile equipaggiare un piccolo esercito con circa 200.000 fucili d’assalto ai prezzi correnti di mercato. Un articolo de Il Manifesto del maggio 2000 riportava che alla modica cifra di 1.700.000 lire era possibile acquistarne uno di fabbricazione ungherese. Ma il prezzo può crollare fino a 50 dollari e addirittura in alcune zone dell’Africa si può comprare un kalashnikov usato con 6 dollari (fonte Amnesty). Insomma, il prezzo dipende da tante cose: il valore della vita degli uomini, il basso costo della manodopera, la difficoltà a reperirli, la vicinanza della guerra.
Gli economisti hanno rilevato che per valutare l’andamento dell’economia di un paese, basta vedere a che prezzo viene venduto il BigMac, il classico panino di MacDonald’s. Più il panino è costoso, più l’economia del paese è in forma. Ebbene, per valutare il costo della vita di una persona, e quindi lo stato dei diritti umani dello stesso paese, basta vedere a che prezzo viene venduto un kalashnikov.
Mikhail Timofeyevich Kalashnikov, il suo inventore, vive in un appartamento in affitto a Izhvesk-Ustinov nella repubblica di Udmurtia, ai piedi dei monti Urali, una città «segreta» che fino al 1991 non compariva sulle carte geografiche. Oggi ha 84 anni. È ingegnere meccanico e dottore in scienze. Gli sono stati conferiti i riconoscimenti più prestigiosi della sua nazione: Ordine di Lenin, Medaglia d’Onore della Grande Guerra Patriottica, Ordine della Stella Rossa, Ordine della Bandiera Rossa del Lavoro. È stato proclamato Eroe del Lavoro Socialista. Prima di andare in pensione come generale di corpo d’armata percepiva uno stipendio fisso di 500 rubli. «Non ho inventato quell’arma perché venisse venduta a scopo di lucro – afferma – ma solo ed esclusivamente per difendere la madre patria all’epoca in cui ne aveva bisogno. Se potessi tornare indietro rifarei le stesse cose e vivrei nello stesso modo. Ho lavorato tutta la vita e la mia vita è il mio lavoro». Un lavoro, quello che portò alla realizzazione dello AK-47 e delle sue varianti successive, iniziato nel lontano 1942 e non ancora conclusosi. Secondo una previsione attendibile, il mondo continuerà ad ascoltare il macabro crepitare di quest’arma almeno fino al 2030. E le guerre, le rivoluzioni, i conflitti di tutto il globo continueranno a celebrarlo, nel bene e nel male, come il fucile d’assalto più efficiente e micidiale che mai sia stato progettato.

MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Che bella cosa ‘na jurnata ‘e sole’, anche se fuori piove a dirotto.

Nostra intervista a Fausto Cigliano, re della canzone napoletana

Fausto Cigliano è uno dei tre grandi interpreti della canzone napoletana assieme a Roberto Murolo e Sergio Bruni. E’ autore di successo anche in italiano: molti ricorderanno “Ossessione 70” che a ritmo di bossanova raccontava l’avventura della nazionale italiana ai mondiali di calcio in Messico. Primo interprete a Sanremo ’64 di “E se domani”, penalizzato in quell’occasione da un arrangiamento che non valorizzava la canzone. Conduttore del programma Tv per ragazzi “Chitarra club” e protagonista di film commedia come “Cerasella” e “Guardia, ladro e cameriera”. Artista già affermato anche a livello internazionale, vincitore di un Festival di Napoli, ebbe l’umiltà e la professionità per frequentare il Conservatorio e diplomarsi in chitarra nel ‘76. Di recente ha pubblicato “E adesso slow”, raccolta di grandi standard americani come “Sturdust” ripresi dalle interpretazioni di Nat King Cole e tradotti in napoletano; prossimamente uscirà col probabile titolo ”L’oro di Napoli”, un’interpretazione per sola voce e chitarra di molti classici napoletani come “O sole mio” e“Core‘ngrato” assieme a canzoni più recenti di Claudio Mattone e Sergio Bruni. La brillante partecipazione al Tenco 2003 e note biografiche che raccontano di quando da ragazzino costruiva chitarre con scatole da scarpe ed elastici, in linea perfetta con l’arte (nonviolenta?!) di arrangiarsi in musica, ci hanno spinto a cercarlo, certi che potesse dirci qualcosa di interessante. Nemmeno il tempo di presentarci e dice: “Azione Nonviolenta? La rivista non la conosco, ma il titolo già mi piace…”.

Chiamiamo subito in causa la nonviolenza?
Posso dire di non essere assolutamente un arrabbiato. Sono una persona tranquilla che riesce a ragionare sulle cose ma non riesce ad arrabbiarsi totalmente. Ho sempre ricercato in me stesso le cause di quello che mi è capitato di negativo. In una carriera lunga come la mia e come quella di tanti altri, le cose belle capitano, ma capitano anche tante cose brutte, insuccessi, momenti di buio. E’ molto pesante risalire la china. Una certa capacità di resistere la devo al fatto che ho sempre dato colpa a me stesso dell’andamento ondulante della mia carriera.

In grande sintonia con un’indicazione importante dal punto di vista nonviolento: sperimentare direttamente il cambiamento che si desidera senza chiedere agli altri di fare quello che desideriamo, come dimostra l’esperienza di “maestri” come Gandhi.
Non dico che sono vicino a Gandhi perché mi sembrerebbe troppo arrivare a questo, però sicuramente sono un carattere mite che non crede assolutamente alla violenza, nemmeno alla violenza metodica, cioè non credo al fatto che bisogna essere sempre arrabbiati su tutto. Mi riferisco ai rocker che fanno gli arrabbiati, che cantano da arrabbiati, anche se non c’è tanta ragione di esserlo. E’ una disposizione o un target. Per principio guardo sempre il versante artistico in una composizione. Per cui sono un po’ contrario alla pelosità, cioè: questo è l’argomento che va, facciamo una canzone che parli di questo, per guadagnare un certo tipo di pubblico. Tutto deve essere pilotato da qualcosa di superiore. Ecco perché quando vengono dei grandi autori tipo Fabrizio De Andrè, Giorgio Gaber o Ivano Fossati che hanno espresso una loro poetica che si ritrova in tutte le loro canzoni, siano esse canzoni d’amore, siano esse canzoni problematiche, allora tanto di cappello, soprattutto se non si sono lasciati coinvolgere dal vento dei tempi.

E nelle tue canzoni ?
Non mi posso confrontare con autori più prolifici … Non ho scritto moltissime canzoni, però qualcosa ho fatto. Due o tre titoli per quanto riguarda non proprio la guerra ma la socialità legata logicamente a Napoli. “Nella mia città” è degli anni 60. Ci sono problematiche storiche e in certe situazioni c’è anche un’acquiescenza dei Napoletani. Ma come dico in questa canzone, i Napoletani sono capaci di cantare “O sole mio” anche se fuori piove a dirotto. Hanno una forza interiore per cui riescono a superare le difficoltà col loro carattere. Non è una canzone tenera rispetto alla risoluzione di alcuni problemi. “Ventata nova” è degli anni ottanta, paragona la città di Napoli a un veliero che viene fuori da un disastro. Io stavo in Canada quando nell’80 c’è stato quel terribile terremoto. Immaginai Napoli coinvolta in questa sciagura. Nello stesso tempo pensai che forse era il momento buono per cercare di uscire fuori da tutte le nostre debolezze. Questo terremoto lo presi da un punto di vista positivo: abbiamo distrutto tutto quello che c’era da distruggere, adesso cerchiamo di ricostruire nel migliore dei modi con la partecipazione di tutti. Ho sempre messo al centro la partecipazione dell’individuo alla soluzione dei problemi. Cioè non aspettare dall’alto che i problemi vengano risolti, ma che siamo anche noi nel nostro piccolo pronti a partecipare a un qualche cosa che possa risolvere i problemi.

E qui siamo in sintonia con Capitini che sottolinea il potere di tutti e invita ciascuno a farsi “centro” per promuovere la nonviolenza e la partecipazione…
La chiusura di “Ventata nova” parla appunto di questa nave che sta preparandosi a partire verso una nuova direzione e dice ” ’O bastimento s’appripara a partì, chi tene genio se spicciasse a saglì” cioè chi ha la volontà, e questa è la cosa fondamentale. I superiori d’accordo, devono fare delle cose perché sono deputati, però molto dipende anche da noi, dalla nostra capacità di partecipare. Queste sono le mie incursioni per quanto riguarda il sociale. Non riguardano mai la violenza nel senso dell’istigazione a qualcosa e partono sempre da osservazioni molto oggettive. Escluderei l’ideologia in ogni caso, nel senso di servire qualche cosa di preordinato. Se mi dicessero di fare una canzone sulla guerra o sulla pace io non sarei capace di farla. Ci vorrebbe una ragione non indotta.

La guerra e la pace nella canzone napoletana?
I napoletani hanno fatto canzoni bellissime riguardanti la questione militare, la guerra 15-18 e anche la guerra coloniale del 1911. Canzoni che non incitavano alla guerra, anzi nelle quali trovavano vita i sentimenti di quei poveri disgraziati che andavano a fare la guerra e anche l’ironia.

Tutti conoscono “ ‘O surdato ‘nnammurato”…
Ce ne sono tante altre molto belle: “ ‘O piano ‘e guerra” , “Surdato”, “All’erta sentinella”, “Rumanzetta militare”, raccolte in un Lp con Mario Gangi dal titolo “Napoli unò, dué ” in questo momento non facilmente reperibile ma che spero di ripubblicare in Cd quanto prima. Sono tutti brani di notevole livello scritti da grandi autori quali Bovio, Nardella, E.A.Mario, Ernesto Murolo, Tagliaferri ed altri.
La guerra è un fatto abominevole che va completamente radiato La guerra non la vuole nessuno, è una cosa orripilante, ma mi rendo pure conto che nei confronti della guerra noi non possiamo fare granché. Ci sono ragioni geopolitiche completamente al di fuori della nostra possibilità di intervenire. Non significa rinunciare ad affrontare il tema ma significa avere la consapevolezza dei nostri limiti. Si può sbraitare fin che si vuole e si può rimanere soddisfatti di aver sbraitato contro un certo argomento, ma le cose vanno avanti nella stessa direzione e non si riesce a venirne fuori.

Magari possiamo intervenire come singoli o in gruppo e non collaborare coi meccanismi che sostengono le guerre. “Re Trombone”, canzone dell’11° Zecchino d’Oro (1969) individua in modo semplice e immediato alcuni degli elementi fondamentali della nonviolenza: “…ma la guerra non si fa perché mancano i soldati…perché mancano i fucili…perché mancano i nemici…”. Fra gli autori figura anche Fausto Cigliano…
L’autore è sicuramente Mario Pagano, assieme a Maresca. Lui aveva una visione fantastica e ha scritto un sacco di canzoni per bambini come “Torero Camomillo” e “Avevo un gatto nero”. E’ una canzone nella quale non ho messo mano. Mario Pagano è un mio amico e non ricordo per quale ragione mi ha coinvolto in questo gioco, forse per qualche ragione pratica mi ha inserito fra gli autori. Non posso ascrivere a me quello che è stato detto in questa canzone, tuttavia è una bella idea, spiegare l’impossibilità di fare la guerra.

STORIA
A cura di Sergio Albesano
Ancora processi e condanne per gli obiettori del 1996

Nell’estate 1996 Matteo Vescovi si presentò alla caserma di Motorio VR a cui era stato destinato e dichiarò il suo rifiuto di svolgere il servizio militare (1).
“Tra i provvedimenti all’esame della Difesa, quello sull’obiezione di coscienza dovrebbe avere la strada spianata.” Era questa l’ottimistica ipotesi che avanzava “Il Sole 24 ORE”, motivandola con l’esperienza accumulata nelle passate legislature (2).
L’annuncio effettuato dal ministro della Difesa Nino Andreatta di ridurre per motivi economici a dieci mesi il servizio militare con la legge finanziaria suscitò l’immediata preoccupazione delle organizzazioni degli obiet­tori, che temevano che si trattasse di un trucco per allungare di fatto la durata del servizio civile rispetto a quello militare, al fine di scoraggiare i giovani a dichiararsi obiettori di coscienza. Su esplicita richiesta, non ottennero risposta alcuna né dal ministro né dal sottosegretario Brutti (3), ma dopo alcuni indugi il ministero dichiarò che anche la durata del servizio civile sarebbe stata ridotta a dieci mesi.
In realtà più che della riforma del servizio civile il ministro Andreatta si preoccupò di riformare il servizio militare. Propose infatti di arruolare subito anche le donne, di ridurre l’esercito a duecentocinquantamila unità e di far svolgere la leva soltanto nelle Forze armate e non più quindi nei Carabinieri o nelle Capitanerie di porto. Le sue proposte ebbero comunque alcune ricadute anche sul servizio civile. Il 24 settembre egli dichiarò alla Commissione Difesa della Camera che l’obiettivo governativo era quello di rendere “effettivo e certo” l’impiego degli obiettori di coscienza. Egli propose di togliere la gestione e i costi del servizio civile alla Difesa per passare il tutto alla presidenza del Consiglio, cioè al ministero per la Solidarietà sociale. “Oggi”, affermò “il servizio civile è condizionato dalle disponibilità di bilancio e questo fa accadere che molti obiettori non compiano alcun servizio. (…) E’ di fondamentale importanza un servizio sostitutivo effettivo, che comporti impegni seri, nonché la certezza del servizio stesso, che potrebbe addirittura essere aperto anche a giovani non dichiarati abili alla leva o in esubero o alle donne. (…) I costi non potrebbero gravare che in minima parte sul bilancio della Difesa” (4).
Il 15 ottobre fu processato dal Tribunale militare di Napoli Emanuele Del Medico di Verona per “mancanza alla chiamata” e fu condannato a quattro mesi di detenzione (5).
Il 23 ottobre Fabio Rastelli di Strambino TO, che avrebbe dovuto svolgere il servizio militare a Viterbo, fu condannato a quattro mesi di reclusione dal Tribunale militare di Roma, per diserzione (6).
Nel pomeriggio di domenica 3 novembre Giacomo Caligaris di Savona fu arrestato per scontare i tre mesi di reclusione, a cui era stato condannato nel mese di marzo dal Tribunale militare di Torino per mancanza alla chiamata. Il 25 novembre, a seguito della chiusura del braccio riservato agli obiettori totali nel carcere di Sulmona in Abruzzo dove era detenuto, Caligaris fu trasferito al penitenziario di Altamura BA. Insieme a lui furono trasferiti una trentina di obiettori, in gran parte testimoni di Geova.
Per protestare contro l’aumento dei fondi a favore delle Forze armate, il ventiseienne obiettore di coscienza Marco Amitrano, capogruppo dei Verdi al Comune di Chieri TO, sostenne uno sciopero della fame. “Le spese militari tra il 1995 e il 1996 sono aumentate del 20%: ma la Finanziaria prevede tagli di milleduecento miliardi nella sanità, quattromilaseicento nella finanza locale e cinquecento nella scuola. Per questo chiediamo al Parlamento di recuperare parte dei fondi necessari al risanamento del bilancio annullando l’aumento concesso alle Forze armate”, spiegava Amitrano. Anche il Comune di Chieri aderì alla campagna, votando in Consiglio un ordine del giorno presentato dai Verdi (7).
Il 22 novembre l’anarchico Luca Bertola fu condannato dal tribunale militare di Torino a tre mesi di re­clusione per mancanza alla chiamata di leva.
Con la finanziaria di fine 1996 il governo Prodi decretò che dal 1° gennaio 1997 il servizio di leva fosse ridotto a dieci mesi. Quindi la riduzione fu decisa solo per motivazioni finanziarie e non per considerazioni d’altro tipo. Inoltre è sintomatico constatare che negli articoli di legge si parlava esclusivamente di “personale di leva” nelle tre forze armate e mai di obiettori di coscienza. Certamente era risaputo che gli obiettori erano equiparati, almeno nella durata del servizio, ai militari, ma la semantica utilizzata era significativa del fatto che per il governo decine di migliaia di obiettori risultavano invisibili. Inoltre il testo di legge poteva far sorgere ambiguità. Come quando decretava che le modalità di riduzione della ferma, per chi aveva iniziato il servizio di leva prima del 1° gennaio 1997, riguardava “i militari alle armi”. E gli obiettori?

Sergio Albesano

(14 – continua)

EDUCAZIONE
A cura di Angela Marasso
L’esperienza positiva del Comune di Chieri

L’ufficio Pace e Cooperazione Internazionale (di qui in poi indicato come Ufficio Pace) del comune di Chieri è nato circa 4 anni fa da una sinergia. Infatti era una necessità del locale Comitato Pace e Cooperazione Internazionale ma anche di dirigenti e funzionari dell’Area Servizi sociali, culturali ed educativi.
Si decise di creare un ufficio sotto l’assessorato alle politiche sociali, riconoscendo tuttavia che, per la trasversalità insita nel suo agire, doveva lavorare in stretta connessione con il Sistema educativo. Si decise, inoltre, di dare la gestione diretta in convenzione ad un’agenzia esterna specializzata: venne scelto il centro studi “D.S.Regis” per la sua esperienza nel settore.
Le prime iniziative dell’Ufficio Pace sono state rivolte principalmente alla scuola, ma non solo. Eccole:
(1)Collaborazione con il Comitato Pace e Cooperazione Internazionale e altre associazioni esistenti sul territorio che operano in questi ambiti
(2)Realizzazione di attività e percorsi formativi nelle scuole, rivolti ad insegnanti e studenti, sui conflitti e la loro gestione, sullo sviluppo sostenibile, sull’educazione alla pace.
(3)Realizzazione di corsi di formazione e informazione sul servizio civile e l’obiezione di coscienza.
(4)Prevenzione della violenza urbana attraverso un’attività di sensibilizzazione, formazione di operatori volontari e/o obiettori di coscienza e presenza sul territorio, con particolare attenzione agli spazi a rischio e “soggetti a vandalismo diffuso”.
(5)Migliorare la conoscenza delle altre culture, anche attraverso la collaborazione e l’intervento di associazioni che svolgono specifiche attività in questo campo.
Da subito ci fu una buona risposta dalle scuole, in particolare elementari e superiori: il primo anno vennero richiesti, in particolar modo, gli interventi nelle classi. L’anno successivo modificammo le nostre proposte: lavorare solo con gli insegnanti, e non più con le classi, perché acquisissero loro stessi le abilità per gestire direttamente le attività con la classe. Dopo un primo disagio degli insegnanti, legato forse alla comodità di delegare all’esperto (arriva e mi risolve il problema), abbiamo avuto le adesioni: da allora ad oggi, abbiamo coinvolto circa 80 insegnanti per i corsi di primo livello (alcuni di loro hanno frequentato più corsi su temi differenti quali il conflitto, la comunicazione, la mediazione) e circa 20 stanno cominciando il lavoro successivo.
Con questi ultimi abbiamo in fase di realizzazione un corso che ha come finalità riflettere su come insegnare per formare, nei ragazzi, gli strumenti personali indispensabili per vivere relazioni costruttive e soddisfacenti, con se stessi e con gli altri.
Nel frattempo si sono uniti con forte impegno e determinazione gli, anzi “le”, insegnanti delle scuole materne e dei nidi: con loro è nata l’idea di passare dalla teoria alla pratica, cioè di sperimentare nelle loro classi quello che hanno appreso nei corsi frequentati.
Dal secondo anno si sono aggiunti corsi per i genitori, suddivisi per fascia di età dei figli in quanto i problemi cambiano a seconda dell’età. L’inizio è stato clamoroso: 6 corsi per un totale di più di 100 genitori coinvolti, che hanno portato una grande voglia di confrontarsi, un forte bisogno di chiarirsi cosa potesse essere giusto e cosa no del loro modo di fare con i figli, un po’ frastornati dai tanti e diversi esperti che sono a disposizione oggi (giornali, tv…).

Dato il terreno fertile, ecco come stanno crescendo a Chieri i semi piantati:

L’anno scorso è nato, in collaborazione con il Comitato Pace e Cooperazione Internazionale, lo “sportello stranieri” finalizzato ad accogliere e dare risposte agli stranieri in merito agli adempimenti previsti dal decreto legislativo 286/1998 e successive modificazioni.
Quest’anno la convenzione è stata rinnovata, in seguito a bando vinto dal centro “D.S.Regis” in partnerariato con il gruppo Abele, ed ha durata triennale: ciò consente di poter progettare ed investire a medio e lungo termine. Si stanno, quindi, concretizzando il consiglio comunale dei ragazzi, nato dalle intenzioni del Tavolo di “Chieri-città educativa”; un tavolo cittadino con le forze dell’ordine; un percorso di mediazione tra pari; un centro di documentazione….

In totale in quattro anni hanno partecipato alle attività dell’Ufficio Pace circa 550 cittadini.
Un risultato superiore alle aspettative …ma inferiore alle attese per i prossimi anni!

Anna Mirenzi, Stefania Gavin, equipe dell’Ufficio pace

Libri

Nandino Capovilla Elisabetta Tusset, Aquiloni preventivi, Michele Di Salvo Editore, Napoli 2003, pagg. 100, € 8,00.

Dal dramma di violenza che la scorsa estate si è impresso nella carne del coautore Nandino Capovilla nei territori occupati è nato in lui un preciso dovere morale di denuncia del mostruoso abisso di ingiustizia e di illegalità che ha visto con i suoi occhi. Se prima di partire per la Palestina conosceva l’irresponsabile falsità della maggior parte dei nostri mezzi di comunicazione nel testimoniare questa lunga e terribile occupazione militare, ora che è tornato, leggendo le analisi che vengono pubblicate, è preso dal disgusto e vorrebbe trovare tutti i modi possibili per testimoniare ciò che ha vissuto.
Elisabetta Tusset, che sa abilmente trasportare sull’inchiostro la sua passione per la pace e la giustizia tra i popoli, ricevendo ogni sera in Italia i messaggi di posta elettronica che Capovilla spediva a tanti amici dalla città di Nablus, ha elaborato i resoconti e i pensieri in una sorta di controcanto, riuscendo perfettamente a sviluppare questa riflessione con profondità politica, finezza femminile e praticità di mamma.
Mons. Luigi Bettazzi, attento osservatore e coraggioso testimone di tante storie di oppressione e ingiustizia, già presidente del movimento Pax Christi del quale fanno parte Capovilla e Tusset, ha scritto la prefazione al libro.
Anche l’intervista riportata in appendice a un testimone diretto del dramma palestinese, padre Jalil, rappresenta un documento forte, chiaro e decisamente fuori dal coro.
Cento pagine di appassionate analisi diventano prova documentaria di un lento genocidio che si consuma nell’indifferenza del mondo.
Capovilla confessa che, ogni volta che rivede la fotografia posta in copertina, dove un soldato apre e ispeziona un’ambulanza, non si pente di aver rischiato un po’ troppo nel fissare in tante immagini presenti nel volume le gravissime violazioni dei diritti del popolo palestinese.
La cronaca da Nablus dell’inizio del mese di settembre ci aggiorna drammaticamente di un’incursione, fortunatamente senza vittime, dell’esercito di occupazione negli ambulatori del centro di Medical Relief, a cui sono devoluti i proventi delle vendite di questo libro e nel quale l’autore era ospitato un mese prima.
Alle parole di Capovilla: “Appena ci è possibile dobbiamo spostarci con il corpo e con il cuore più vicino a chi soffre, per passare dai libri di storia al libro violentato della vita di ogni Cristo sulla Terra”, rispondono le parole di Tusset: “Perché è l’oblio quello che vogliono. Non il silenzio attonito del dolore improvviso, né quello ostile dell’ira, ma l’assenza di voce destinata a coloro che si decide di ignorare”.

J. HILL, Ognuno può fare la differenza, Corbaccio, Milano 2002, pagg. 210, € 13.

“Se sei convinto di essere troppo piccolo per essere efficace, allora non ti sei mai trovato nel letto con una zanzara.”
All’esempio della zanzara hanno creduto tante persone, come ad esempio Erin Brockovich, portata da Julia Roberts sul grande schermo. Ci ha creduto l’infermiera statunitense Terri Swearingen, che per opporsi a un dannosissimo inceneritore di rifiuti nell’Ohio ha seguito per mesi il governatore di quello Stato, George Voinovich, definito dalla stampa “un salsicciotto sui rifiuti”. Usando spirito creativo e senso dell’ironia, Terri ha disseminato le strade percorse dal governatore di salsicciotti, distribuendoli ai passanti e riproducendoli su volantini e manifesti. In un’occasione è riuscita persino a far desistere Voinovich dal tenere un discorso, sommerso dal senso del ridicolo. Alla fine sono state emesse severe norme che regolano l’emissione dei fumi tossici dagli inceneritori.
All’esempio della zanzara ha creduto il contadino giapponese Masanobu Fukuoka, che con il suo metodo senza fertilizzanti e senza erbicidi è riuscito a far rinascere terreni desertici in Africa, Asia ed Europa. Tra l’altro le sue colture hanno rese pari a quelle che utilizzano gli erbicidi. All’età di ottantaquattro anni Fukuoka ha ricevuto il premio Magsaysay, il Nobel asiatico, per il suo contributo al benessere dell’umanità.
All’esempio della zanzara ha creduto la stessa autrice del libro, che fino a qualche anno fa si preoccupava soltanto di quanti soldi riusciva a guadagnare. Poi un incidente stradale l’ha portata a riflettere sulla sua vita e su come va male il mondo. Ha allora scoperto che negli Stati Uniti il 97% delle foreste di sequoie sono state distrutte e ha iniziato a pensare che la sua inattività contribuiva all’ingiustizia del mondo. Così è andata in una di queste foreste in fase di disboscamento da parte della multinazionale Maxxam-controlled Pacific Lumber Company ed è salita su una sequoia millenaria. Pensava di restarci qualche giorno; invece ci si è fermata settecentotrentotto giorni, senza mai rimettere piede a terra! Alla fine la multinazionale ha rinunciato ad abbattere la sequoia.
Certo, sono azioni “all’americana” e viene da chiedersi se vale la pena restare per due anni su una pianta (come non ricordare il barone rampante!) per impedire che sia divelta, quando i problemi che affronta l’umanità sono immensi e più gravi. Ma guardando agli Stati Uniti è meglio lasciarsi ispirare dagli esempi di Thoreau che ai manager della Enron o ai cowboy che consigliano Bush. Ed è comunque meglio che restare inattivi a scuotere la testa lamentandosi del male, senza però muovere un dito per contrastarlo.
Questo libro è quasi un manuale con tanti consigli e indirizzi utili per impegnarsi direttamente in maniera nonviolenta a favore dell’ambiente e fornisce molti suggerimenti di piccoli gesti che possiamo compiere ogni giorno per rendere migliore lo nostra vita e quella degli altri.

AA.VV., Persona e comunità, Città Aperta Edizioni, Troina EN 2003, pagg. 91, € 8.

A sessant’anni dall’assassinio dei giovani della Rosa Bianca, l’associazione Rosa Bianca italiana, che si ispira idealmente alle idee di Sophie e Hans Scholl e di Christoph Probst e che fu promossa trent’anni fa da un gruppo di cattolici democratici con lo scopo di risvegliare le coscienze, lancia la prospettiva culturale e politica relativa ai due concetti di “persona” e di “comunità”, antichi come le montagne, ma ancora freschi come acqua di sorgente.
La persona non è l’individuo che riduce la libertà all’assenza di legami e che vive nel timore di essere toccato e contagiato da tutto ciò che non è “io”. La comunità non è una gabbia che soffoca e annichilisce le singolarità e non si riduce neppure all’appartenenza a un gruppo etnico, a una terra, a una lingua. La persona è “essere-con”, è desiderio di relazioni; di conseguenza la comunità, cioè il “tra noi”, è la linfa indispensabile per la piena fioritura dell’io.
La relazione fra persona e comunità per funzionare ha bisogno di un metodo incentrato sull’integrazione, che permette di partire con il piede giusto verso il raggiungimento di alcuni obiettivi culturali e politici individuati come prioritari: la tutela dell’interiorità, la cura della vita, la formazione al sapere critico, la convivenza delle differenze, il governo dell’economia, la riforma dello Stato sociale, la politica democratica, le istituzioni internazionali per la pace nel mondo.
Il percorso che si apre è proposto ai tanti che sono in cerca di una politica di qualità.

Giovanni Colombo

LETTERE

CHIESA/1

Un Vescovo fuori dal coro

Caro Direttore,
prendo atto con piacere del fatto che la rivista da lei diretta tiene in grande considerazione quei preti e quei vescovi della Chiesa Cattolica che hanno dato un impagabile contributo alla causa della Pace e della Nonviolenza: mi riferisco, lo avrà capito, a Monsignor Romero, a Monsignor Tonino Bello, don Lorenzo Milani…
Se però vuole conoscere la mia opinione al riguardo, non dimenticherei preti e vescovi ancora viventi, ancora attivi, ancora impegnati nella testimonianza del Vangelo della pace, della giustizia, del rifiuto di ogni compromesso con chi ama la guerra e la violenza.
Esprimerei ad esempio solidarietà al vescovo di Caserta Monsignor Raffaele Nogaro che di recente è stato duramente attaccato da alcuni grossi calibri del mondo politico e religioso (l’ex Presidente della Repubblica Cossiga e diversi parlamentari della maggioranza ed il governo ne hanno chiesto esplicitamente le dimissioni…) per aver affermato che ” il terrorismo non si combatte con le armi ” e, in riferimento alla strage di Nassirya, che ” bisogna fare attenzione a non esaltare il culto dei martiri degli eroi della patria, strumentalizzando la morte di questi nostri giovani per legittimare guerre ingiuste “.
Dal punto di vista evangelico la posizione di Monsignor Nogaro è molto più condivisibile di quella dei cappellani militari che continuano, imperterriti, a tessere le lodi dei soldati che ” ubbidendo, compiono il loro dovere “. Infatti nella scala dei valori Evangelici (si veda ad esempio il Discorso della Montagna, il discorso al giovane ricco, il discorso escatologico…) al primo posto troviamo l’AMORE, la FEDELTA’ ai comandamenti del decalogo, la GIUSTIZIA, la PACE, la SOBRIETA’ (” accontentatevi delle vostre paghe… ” – dice Giovani Battista ai soldati romani… possiamo noi definire sobri, frugali, disinteressati quei militari che, per aver passato un anno in Libano, in Somalia, in Bosnia, in Afghanistan, sono arrivati a riscuotere 230 milioni di vecchi lire? ) non certo il patriottismo o l’ubbidienza incondizionata all’autorità civile, militare, religiosa.
Il cristiano compie il suo dovere quando rispetta questa scala di valori non quando, coprendosi dietro il paravento dell’ubbidienza agli ordini di un primo ministro, di un generale, di un vescovo, di un vescovo-generale (questa ambigua figura è presente anche in paesi dove la religione cattolica è praticata da meno del 5% della popolazione; persino l’Indonesia, dove vive la comunità musulmana più numerosa al mondo, ha nelle file delle forze armate cappellani militari cattolici e vescovo-generale-cardinale…) pensa e agisce in modo contrario al Vangelo.
Le alte sfere vaticane hanno fatto molto male a prendere le distanze da Nogaro: invece di criticare il Vescovo di Caserta, Ruini, Betori, Sodano e i loro seguaci avrebbero dovuto iniziare una salutare autocritica.
Se vogliono così bene ai soldati perché, prima e dopo le tante belle parole per i 19 caduti di Nassiryia non ne hanno spesa neppure una per 22 – anche loro militari, anche loro italiani, anche loro in” missione di pace “- morti a causa dell’uranio impoverito e per i circa 200 (ma se varchiamo i confini nazionali l’ordine di grandezza è un altro…) che, a meno di un miracolo, faranno la stessa fine?
Il peccato di omissione, che, come ci ha ricordato il brano del Vangelo letto la mattina del 18 novembre nella basilica di San Paolo in Roma per i solenni funerali di stato, è il peccato più grave, quello che veramente può significare la dannazione eterna, non è anche dimenticarsi di dire ai giovani in divisa (e a coloro che, forse anche per la scarsa informazione, meditano di intraprendere la carriera militare…) cose importanti, molti importanti sulla vera natura e sulle vere finalità delle armi delle tecnologie in dotazione esercito?
Davanti a Dio, l’unico ESSERE al quale, come dice l’Apostolo di Pietro negli Atti, dobbiamo obbedienza totale ed incondizionata, il comportamento dei piloti israeliani che ultimamente si sono opposti all’ordine di bombardare villaggi civili palestinesi, non è preferibile una preferibile a quello dei nostri soldati e delle nostre soldatesse… ” cattoliche ” che sono dette pronte a fare anche questo tipo di bombardamento se riceveranno l’ordine?

Rondina Francesco
Fano

CHIESA/2

Un pontificato complesso e contraddittorio

“Se sbaglio mi corigerete”, disse Giovanni Paolo II nel suo primo intervento da Papa. È anche per questo che, da laico, penso che dopo un quarto di secolo si possa tentare un piccolo bilancio del suo pontificato, anche se in pochi gli osano fare delle critiche, forse sedotti (per interesse?), dalla suggestione del grande comunicatore che ha sconfitto il comunismo(come se i primi cristiani non fossero stati “comunisti” ed in ogni messa non si celebrasse la comunione). Mah! Visto che lo si vuol santificare, farò l’avvocato del diavolo o delle cause perse.
Questo Papa, pur essendo stato molte volte uno dei pochi tra i grandi a proclamare la necessità della pace ed a bandire la guerra come un’avventura senza ritorno, non mi fa dimenticare il suo affrettato ed imprudente riconoscimento della Slovenia e della Croazia proclamatesi indipendenti dalla Yugoslavia. Era difficile immaginare la risposta serba e le relative conseguenze? Perché la tanto declamata diplomazia vaticana non fece un’efficace opera di mediazione? Erano così potenti, intoccabili o inconfessabili gli interessi politico-economici? Oppure ha fatto velo la volontà di separare i fratelli cattolici dagli ortodossi serbi?
Su quest’ultimo interrogativo si innesta poi un’altra domanda: cosa si è fatto, oltre alla dichiarazione di principio, per il dialogo tra cristiani? Fino a che punto il primato della Chiesa cattolica romana è ancora d’ostacolo all’incontro con le altre chiese? E il problema del celibato dei sacerdoti, il maschilismo dell’organizzazione gerarchica cattolica? Basta enfatizzare in ogni occasione, in modo teologicamente discutibile, la figura e il ruolo della Madonna per esorcizzare la presenza di tutte le donne giustificando il predominio maschile nella realtà ecclesiale?
Basta nominare nuovi santi più a destra che a manca per accrescere il consenso di nuovi proseliti? Il modello è la figura “contraddittoria” del Cristo morto in croce, o si indulge in un disegno di una croce egemone ed all’occorrenza impugnata come una spada? Ai “comunisti” ed agli “adulteri” non si dà la comunione, ma a chi va in guerra i cappellani generosamente elargiscono la apostolica benedizione. Perché il catechismo della Chiesa Universale ancora nel 1992 giustifica l’omicidio per legittima difesa? Perché partiti politici di ferventi cattolici possono tranquillamente votare la partecipazione a guerre di aggressione in ogni parte del mondo senza temere scomuniche e rimbotti, ma si è maschiamente intransigenti con le donne che decidono di abortire? Non si trasgredisce allo stesso comandamento? È opinione di molti che, grazie alla sua alleanza con il potere, la Chiesa cattolica sia potuta sopravvivere per duemila anni e solo così abbia potuto continuare a trasmettere il messaggio di Cristo, pur fra tante contraddizioni. Ancora una volta si rivela scarsa fiducia nel Dio in cui si dice di credere: sono stati i tradimenti al suo messaggio a consentire che fosse tramandato. Non mi convince. Se i testimoni di Cristo fossero “morti” per testimoniarlo, sarebbe toccato a Dio suscitare nuovi testimoni secondo il suo disegno; chissà, magari in altri continenti e con altri profeti.
Sappiamo vedere i segni dei tempi? I cattolici, almeno quanto gli altri cristiani, si sono invece arrogati il diritto di essere gli unici depositari dell’autentica storia della salvezza. Sono loro i “sedicenti” interpreti del disegno di Dio. Ritorna ancora la tentazione del deserto sul dominio del mondo, la pretesa costantiniana. Io credo ancora infantilmente (beati fanciulli?) che: “il mio regno non è di questo mondo” e che la fedeltà a Cristo non si possa misurare con il successo mediatico, ma piuttosto con le parole del Cristo: siate lievito nel pane e il seme che muore. Ma questa “imitazione di Cristo” non riesce quasi mai e per non metterci in discussione la giustifichiamo accettiamo come una “umana debolezza. Non fanno così anche i pagani?
Dopo 25 anni abbiamo un pontificato sempre più icona dell’accettazione della sofferenza, mentre crescono le guerre e la fame e le diseguaglianze del libero mercato e dell’esportazione della “democrazia”. La Chiesa delle masse oceaniche, la Chiesa “trionfante”, secondo i canoni temporali di Cesare e anche troppo spesso di Mammona, mi rattrista. Non bastano poche briciole di condanna al sistema economico mondiale dominante, lasciate cadere dal tavolo, per farmi dimenticare il latente pericolo del Papa re, del potere secolare accomodante, se non connivente, con i potenti di turno. Da una parte la Compagnia delle Opere che incita al consumismo con giornate di pelosa solidarietà (colletta della spesa), dall’altra le beatitudini, l’esempio di Francesco. Come non chiedersi se un piatto di buoni scuola o di sovvenzioni alle cliniche private valga la fedeltà al Vangelo? Come possano cristianesimo e liberismo coniugarsi senza tradire la croce? Sì, possiamo invocare la complessità della realtà umana, la mia infinita piccolezza, per raffrenare il giudizio su un pontificato così complesso.
Possiamo ricordare anche tutti gli interventi evangelicamente profetici di questo pontefice, ma restano sempre più sullo sfondo. Che ne è stato dell’enunciazione della “nuova evangelizzazione” proclamata ad Haiti nel 1980?
Invece quello che emerge è una Chiesa “accomodante” nei fatti. Un Avvenire (organo della CEI) che censura gli stessi discorsi del Pontefice, troppo stanco per controllare un curia romana che sta forse cercando una rivincita dopo due precedenti papati “lombardi”.
Non bastano sempre nuove nomine di cardinali per garantire una successione. Non vorrei che il prossimo papa fosse Paolo Giovanni Ruini I.

Adriano Moratto
Brescia

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