Azione nonviolenta – Luglio-Agosto 2000

Azione nonoviolenta luglio agosto 2000

– Di nuovo in viaggio da Perugia ad Assisi, di Daniele Lugli
– Mohammad Yunus. Il banchiere dei poveri, di Elena Buccoliero
– Il World Trade Organization e la globalizzazione delle multinazionali
– E infine i lillipuziani annodarono i loro fili, di Pasquale Pugliese
– Finmeccanica, un’industria bellica, di Paolo Macina
– Il coraggio della disubbidienza, di Lorena Ferraro e Daniela Tramonti
– Hanno avviato il nuovo modello di difesa, di Stefano Guffanti

Rubriche

– Esteri
– Islam Le Quartine di Omar Khayyàm poeta persiano
– Cinema
– Musica
– Lettere
– Segnaliamo

EDITORIALE
A cura di Daniele Lugli
In cammino, da Perugia ad Assisi
il 24 di settembre, per un nuovo viaggio

“Se fosse vero che i viaggi educano la mente, i controllori dei treni sarebbero gli uomini più saggi del mondo” scrive Santiago Rusinol. “Le cose che odio di più sono le auto e gli aeroplani: hanno danneggiato il mondo e lo hanno derubato di ogni diversità” aggiunge Sir Wilfred Thesiger. Più radicalmente Sant’Agostino “E gli uomini vanno a mirare le altezze dei monti e i grossi flutti del mare e le larghe correnti dei fiumi e la distesa dell’oceano e i giri delle stelle e abbandonano sè stessi” con il conseguente invito noli foras ire in te ipsum redi etc.etc. Come non essere d’accordo con lo scrittore catalano e con l’esploratore britannico e non tener conto dell’ammonimento del santo africano?
Il vero viaggio si fa a piedi (al più in bicicletta) ed è un viaggio dentro e fuori, che si compie una volta ultimato l’eventuale trasferimento, che ha pure i suoi meriti se non è troppo veloce e paesaggi e compagnia sono buoni. Io un viaggio vero, da proporre, ce l’ho, con itinerario e data precisi: da Perugia ad Assisi, il 24 settembre. Una marcia nonviolenta, MAI PIU’ ESERCITI E GUERRE, rivolta a quanti credono nella nonviolenza come scelta personale e politica “aperta all’esistenza, alla libertà e allo sviluppo di ogni essere”, come diceva Aldo Capitini.
Per me, ora che scrivo, è viaggio nella memoria dei miei vent’anni, nel 1961. Massima è la tensione USA – URSS, per la questione di Cuba (fallito lo sbarco alla Baia dei Porci) e per l’inizio dell’impegno americano in Vietnam. L’URSS manda Gagarin nello spazio e riprende gli esperimenti nucleari, con una bomba da 58 megatoni (3 mila volte quelle di Hiroshima). Gli USA aumentano gli stanziamenti per la difesa del mondo libero, mentre a Berlino viene eretto il muro, che durerà a lungo. Il sanguinoso conflitto algerino si complica con l’entrata in campo dell’OAS e delle sue azioni terroristiche. In Italia ci sono i primi segni di nuovi rapporti politici, che sfoceranno poi nel centro sinistra, mentre esplode la “notte dei fuochi” in Alto Adige ( meglio sarebbe dire Sud Tirolo ), con attentati a 33 tralicci elettrici ed un morto. Io sono allora un giovane, e presuntuoso, “indipendente di sinistra” ( saprò poi che questa espressione l’ha inventata Capitini ), vicino al PSI (molto diverso da quello che è poi diventato), e mi pare di avere le idee chiare su tutto: con Fidel, ma non con Krusciov (che i cinesi cominciano a contestare), con l’ FLN algerino e l’autonomia della provincia di Bolzano, ma contro ogni terrorismo. Ma c’è il rimosso della guerra, del pericolo atomico incombente, della sensazione di non far nulla al riguardo. La marcia Perugia-Assisi è la novità, è la boccata d’aria fresca. Dopo verranno gli incontri con Pinna, Capitini, Dolci, Ganduscio, L’Abate, Tenerini, Schippa, Marcucci, Comberti, Nobilini, Eughenes, Fornari e tanti altri, ed un diverso modo di stare con gli amici più cari. Dopo verrà la costituzione del Movimento Nonviolento.
Mi piacerebbe che il mio viaggio, ormai lungo e spesso vizioso, fosse di una qualche utilità. Mi piacerebbe conoscere i viaggi di quanti cammineranno con me su un percorso a molti noto, ma che ha tanto da rivelare. Capitini sconsigliava di conversare durante le marce, o peggio di lanciare slogan, che producono confusione: meglio il silenzio o cantare in coro. Ma questa è una marcia speciale. Nella sua convocazione è scritto: in cammino sulla strada della nonviolenza. E’ una marcia nella quale sono importanti le domande che ci facciamo ( caminar preguntando ), le risposte che proviamo a darci. Sono le risposte che gli amici della nonviolenza provano a dare, nelle situazioni più diverse di conflitto, in tutti i continenti. Sono la testimonianza che si può non arrendersi all’inevitabilità della guerra e della sua preparazione, che si può rifiutare la subdola violenza culturale, che oggi la riabilita come guerra giusta (santa o per i diritti umani secondo le aree culturali appunto), mentre accompagna, ed assieme occulta, la grande violenza. E’ la violenza strutturale per cui, in un mondo dall’impensabile sviluppo tecnico-scientifico, la povertà ogni anno fa più vittime della seconda guerra mondiale.
Mi piacerebbe che questa marcia fosse un invito a continuare il cammino, a progettare altri viaggi, dentro e fuori di noi, avanti ed indietro nello spazio e nel tempo. Consapevoli della necessità del progetto e del suo limite: Caminante no hay camino, camino se hace al andar.
Mohammad Yunus, il banchiere dei poveri

A cura di Elena Buccoliero

“Grameen non è stata fatta in un giorno: la strada è stata lunga e tortuosa, ma oggi la banca dei poveri è presente fin nei villaggi più sperduti del Bangladesh, tra le capanne di argilla della Tanzania e nei ghetti di Chicago…”
Muhammad Yunus, fondatore di Grameen Bank, la banca che in 25 anni di lavoro ha risollevato dalla povertà circa 10 milioni di abitanti del Bangladesh, ripercorre la sua impresa a partire da quel lontano 1974. La carestia si abbatteva su centinaia di migliaia di persone mettendo in ginocchio il paese e aggravando una situazione già disperata, in cui tutt’ora il 40% della popolazione vive al disotto della soglia di sopravvivenza e circa il 90% degli abitanti è analfabeta.
“L’università in cui prestavo servizio come capo del Dipartimento di Economia era situata all’estremità sud-orientale del paese e, in un primo tempo, nessuno di noi fece caso alla carestia. Presto, però, figure più scheletriche che umane cominciarono ad apparire nelle stazioni di Dhaka. Se ne vedevano ovunque, ed era quasi impossibile distinguere i vivi dai morti. Anche volendo, era impossibile non vedere gli affamati”.
Da qui il sentimento di impotenza e di ribellione verso la propria comodità, il proprio vivere al riparo dalla sofferenza degli ultimi.
“Quando uscivo dall’aula mi dovevo confrontare con il mondo reale. Lì la realtà quotidiana peggiorava continuamente, e i poveri diventavano sempre più poveri. Dov’era la teoria economica che rispecchiava la loro vita reale? Come potevo, al solo scopo di salvare il prestigio delle dottrine economiche, continuare a imbottire di chiacchiere gli studenti? Avevo voglia di scappare dai manuali e dalle teorie, di lasciarmi alle spalle la vita accademica. Mi premeva capire la realtà che circondava la vita dei poveri, scoprire l’economia di un villaggio nel suo svolgersi quotidiano”.
E così il Professor Yunus, direttore del Dipartimento di Economia, si allontana dal campus e scende nelle strade di Jobra, il villaggio vicino. Ricordiamo il primo dei suoi innumerevoli incontri, quello che fece scoccare la scintilla da cui nacque Grameen Bank.

L’incontro con Sofia Begum
Sofia Begum ha 21 anni e 3 bambini a suo carico. Per vivere intreccia bambù, che acquista e rivende allo stesso paikar, il commerciante, per un compenso quotidiano di 2 centesimi di dollaro, insufficiente anche per la sopravvivenza familiare. Potrebbe vendere lei stessa i suoi sgabelli al mercato ad un prezzo nettamente superiore, se solo avesse il denaro necessario ad acquistare il bambù.
“Nei miei corsi universitari ragionavo in termini di miliardi, ma lì, sotto i miei occhi, la vita o la morte si giocavano sui centesimi. Evidentemente c’era qualcosa di sbagliato, le mie lezioni non rispecchiavano la realtà. Ero arrabbiato con me stesso, arrabbiato con il mondo per la sua indifferenza. Non avrei mai pensato che qualcuno potesse patire la miseria perché gli mancavano 22 centesimi”.
Mohammad Yunus vorrebbe intervenire personalmente per aiutare Sofia, ma si rende conto che occorre una soluzione più radicale. Mette all’opera i suoi studenti e in capo ad una settimana ha una mappa di tutti gli abitanti del villaggio che ricorrono ai prestiti dei commercianti per avere accesso alle materie prime necessarie per il loro lavoro.
“L’elenco era pronto: conteneva 42 nomi di persone per un prestito totale di 856 taka. Non è possibile!, esclamai, quarantadue famiglie ridotte alla fame, e tutto per meno di 27 dollari!”
Muhammad Yunus decide di concedere personalmente il prestito a tasso zero alle 42 famiglie e, intanto, si mette all’opera per escogitare qualcosa di più ampio, di più convincente, che aiuti la gente a riscattarsi dalla povertà. Nasce così Grameen Bank, una banca che opera nel settore del microcredito concedendo piccoli prestiti (fino a 200 dollari) ad una miriade di persone, con una netta preferenza per le donne che anche attualmente rappresentano circa il 90% dei debitori.
“Paradossalmente tutta l’impresa del microcredito, che è stata costituita attorno, per e con il denaro, intimamente e sostanzialmente con esso non ha nulla a che fare”, spiega Yunus. “Il suo fine più alto è quello di aiutare le persone a sviluppare il proprio potenziale; non ha quindi a che fare con il capitale monetario, bensì con il capitale umano. Il microcredito è solo uno strumento che permette alla gente di liberare i propri sogni, e aiuta anche i più poveri e i più sfortunati a infondere nella propria vita dignità, rispetto e significato”.

Attraverso il velo
“In Bangladesh la donna povera vive nell’insicurezza più totale. Il marito può divorziare da lei semplicemente ripetendo per tre volte la formula ‘io ti ripudio’. Non sa né leggere né scrivere, e in generale non le è permesso di uscire di casa per guadagnarsi da vivere, neanche se lei lo desidera. Tutti non aspettano altro che di poterla allontanare, per essere in meno a condividere il cibo. Se, una volta ripudiata, ritorna nella casa dei genitori, sarà considerata un peso per la famiglia e una vergogna agli occhi dei vicini”.
Sono proprio le donne, dunque, ad avere più bisogno di sicurezza e si riscatto. E sono loro, più dei compagni, a saper anteporre il bene della famiglia e dei figli alla soddisfazione personale immediata.
“La pratica ci ha dimostrato che le donne si adattano meglio e più rapidamente degli uomini al processo di autoassistenza”, riconosce Muhammad Yunus. “Sono più attente, si preoccupano di costruire un futuro migliore per i figli, dimostrano maggiore costanza nel lavoro. Il denaro affidato ad una donna per la gestione familiare rende più di quando passa per le mani dell’uomo. E l’atto di conferire alla donna il controllo della gestione del denaro costituiva il primo passo per restituirle all’interno della famiglia i propri diritti di essere umano”.
Ma rivolgersi alle donne in un piccolo villaggio come Jobra, dove il purdah (letteralmente: velo, cortina) è rigidamente osservato, significa prendere di mira uno degli istituti più radicati della cultura popolare. Nella versione più restrittiva, fa obbligo alle donne di nascondersi alla vista degli uomini, salvo i familiari più stretti. Entrare in contatto con loro, anche solo per illustrare una buona possibilità per l’economia familiare, richiede conoscenza della cultura popolare, trasparenza ed umiltà.
“Se volevo parlare con una donna del villaggio, non andavo certo a bussare alla sua porta. Piuttosto, mi mettevo in uno spiazzo tra le case, in modo da essere visibile. Di solito mi facevo accompagnare da una delle mie studentesse o da una bambina del villaggio. La portavoce entrava nelle case, segnalava la mia presenza, ed esponeva le cose per mio conto. E’ così che ho presentato inizialmente la nostra proposta di credito. Poi usciva, mi riportava le domande che le donne eventualmente ponevano, io rispondevo, e lei tornava dentro”.
Sulle prime, era difficile avere riscontro.
“Alle volte, la bambina faceva la spola su e già per più di un’ora, senza che io riuscissi a convincere quelle donne celate a fidarsi del progetto Grameen. Se in capo a un’ora non avevo concluso, generalmente me ne andavo; ma tornavo alla carica il giorno dopo, sempre aiutato dalla mia messaggera”.

Il sostegno del gruppo
Quando un povero decide di richiedere un prestito deve sottoporsi ad un programma di istruzione approfondito, che termina con un esame orale individuale, per assicurarsi che abbia compreso quello che sta facendo; poi deve presentare un progetto preciso per sé e la sua famiglia e associarsi ad altre quattro persone, perché Grameen concede crediti a gruppi e non a singoli. In questo modo si stimola un meccanismo di incentivo e di mutuo-aiuto tra famiglie.
“Quando un povero si trova ad agire da solo”, spiega Yunus, “prova la sensazione di essere esposto a ogni genere di rischi; inoltre, tende ad essere imprevedibile ed irresoluto. Invece, il fatto di appartenere ad un gruppo infonde un senso di sicurezza; con l’appoggio e lo stimolo dei compagni, il comportamento acquista stabilità e diventa più affidabile. La competizione che si instaura tra gruppi e all’interno del singolo gruppo incita ognuno a fare del suo meglio”.
Il rimborso, poi, avviene per quote basse e frequenti, esattamente al contrario di quanto accade con le banche tradizionali, dove i rimborsi hanno scadenze lontane nel tempo e richiedono, in una sola rata, una somma ingente.
“Alla fine, magari, decide di non pagare. Risolvetti di fare esattamente il contrario: le quote di rimborso sarebbero state così basse che il cliente non si sarebbe neanche accorto di pagarle”.
Inizialmente il rimborso avveniva in piccole rate quotidiane. Dopo qualche tempo, è stato messo a punto un sistema di pagamento che prevede prestiti annuali con tratte settimanali di identico importo, per un tasso d’interesse del 20%.

Grammen Bank e le banche tradizionali
Le differenze tra Grameen e le banche tradizionali non finiscono qui. Tanto per incominciare, il regolamento impone ai dipendenti di stare in agenzia il minor tempo possibile. “Andate dove volete”, veniva spiegato loro durante la formazione, “sdraiatevi a dormire sotto un albero, andate a chiacchierare davanti a un baracchino del tè, ma non fatevi vedere in ufficio”. E, se la regola può essere sbalorditiva per chi conosce la pratica bancaria, Yunus ci dice che “per un povero – e per giunta analfabeta – un ufficio è un luogo minaccioso, terrificante. E’ un modo ulteriore per interporre una distanza”. Per questo gli impiegati Grameen passano la gran parte della loro giornata lavorativa nelle vie del villaggio, e rientrano in ufficio alla sera per riordinare i loro conti.
I debitori, d’altra parte, “non devono dimostrare quanto sono ricchi, quanto hanno risparmiato, bensì quanto sono poveri, quanto sono realmente privi di risorse”. Difatti Grameen non chiede garanzie, né documenti, né firme, né avalli. Solo l’impegno personale e diretto a rimborsare il prestito. Cosa che avviene nel 97% dei casi, vale a dire una solvibilità nettamente superiore a quella delle banche tradizionali.
“Mediante visite settimanali o mensili, Grameen verifica continuamente lo stato di salute finanziaria dei clienti, accertandosi che siano in grado di pagare e che tutta la famiglia benefici dei vantaggi del credito. L’obiettivo è il superamento della soglia di povertà”.

Il caso di Hajeera Begum
“In una società”, sostiene Yunus, “la qualità della vita non dovrebbe essere giudicata dallo stile di vita dei ricchi, ma da quello di coloro che sono ai gradini più bassi della scala sociale”. Vediamo a questo proposito in che modo è cambiata la vita di Hajeera Begum, una donna bengalese beneficiaria dei prestiti Grameen.
“Per tutta la vita mi ero sentita ripetere che ero una buona a nulla”, dice Hajeera. “I miei genitori dicevano che, essendo femmina, ero una disgrazia per loro, e che la mia famiglia non avrebbe potuto pagarmi la dote. Spesso ho sentito mia madre dire che avrebbe dovuto uccidermi alla nascita. Non credevo di meritare un prestito; non pensavo di essere capace di rimborsarlo”.
“Quando ricevette un prestito di 2000 taka (50 dollari) non poté trattenere le lacrime”, continua Yunus. “A distanza di un anno, Hajeera aveva rimborsato l’intera somma e ne aveva ottenuta una seconda per affittare un terreno sul quale piantò sessanta banani. Con il resto del denaro, acquistò un secondo vitello. Oggi possiede un campo di riso gravato da ipoteca, nonché capre, polli e anatre”.

Destra o sinistra?
Per piccoli passi quotidiani Grameen Bank si è affermata progressivamente, in Bangladesh e in moltissimi altri paesi del mondo, mantenendo un impegno di trasparenza e di coerenza che ha significato, per esempio, respingere numerose offerte di credito dalla Banca Mondiale, se questo significava soggiacere a compromessi che avrebbero snaturato l’identita di Grameen e disperso la vocazione di intervento a favore dei più poveri.
A distanza di anni Grameen Bank, che è nata per contrasto rispetto alle teorie – e alla prassi – dell’economia tradizionale, può con questa ritornare a confrontarsi. Dove si colloca politicamente la filosofia del microcredito? Secondo Muhammad Yunus non esiste una risposta univoca.
“Grameen auspica che lo stato riduca al minimo la sua presenza e sostiene l’economia di mercato e la creazione di imprese, quindi dev’essere di destra. D’altra parte, Grameen si batte per la conquista di obiettivi sociali quali eliminare la povertà, fornire istruzione, assistenza sanitaria, lavoro, parità di diritti tra i sessi; condanna le imprese basate sulla cupidigia e non crede nel liberismo selvaggio, ma auspica un intervento sociale per incoraggiare le imprese a impegnarsi nel sociale. Queste caratteristiche tenderebbero a classificare Grameen come un’organizzazione di sinistra. La verità è”, continua Yunus, “che le posizioni di Grameen sono difficilmente classificabili e optano per un settore del tutto nuovo, che definisco ‘settore privato guidato dall’impegno sociale’”.
Resta da vedere in che modo tutto questo può essere realizzato. La risorsa decisiva, secondo Yunus, sono le persone. O per meglio dire, “persone animate da una coscienza sociale. Nell’essere umano la coscienza sociale può essere una molla molto forte, anche più forte della cupidigia. Se queste persone, se queste aziende riusciranno a trovare spazio sul mercato, potranno con mezzi migliori affrontare i problemi sociali e operare per la pace, l’uguaglianza e la creatività”.

Il World Trade Organization
e la globalizzazione delle multinazionali

Nato nel 1985, il WTO è l’organizzazione mondiale per il commercio che ha ottenuto in dote gli accordi scaturiti dalle varie trattative commerciali svoltesi nel corso degli anni dal 1947 (anno della prima versione del GATT, l’Accordo sulle Tariffe e il Commercio) ad oggi. Oltre che custodire questi “testi sacri”, il WTO è l’organismo preposto a dirimere le questioni giuridiche fra nazioni, nell’ambito del commercio, e ad essere la sede ufficiale delle trattative mondiali. E’ uno degli strumenti principali della globalizzazione attuata dalle multinazionali. Anche se ufficialmente dichiara di basarsi sul “free trade”, nei fatti le oltre 700 pagine di regole che costituiscono gli accordi su cui si basa creano quello che si definisce come “corporate – managed trade”, ovvero un commercio regolato dalle multinazionali.
Secondo il sistema gestito dal WTO l’efficienza economica, tradotta in profitti per la società, domina qualsiasi altro valore. L’economia è un affare privato, mentre i costi sociali ed ambientali sono pubblici. Qualcuno chiama questo modello neoliberismo, e lo riassume come : trascurare le regole ambientali, la salvaguardia dei diritti dei lavoratori e della salute pubblica in modo da fornire lavoro e materie prime a basso costo alle multinazionali.
Il mito che ogni nazione può esportare più di quanto importi è centrale nel neoliberismo. I suoi propositori sembrano però dimenticare che se un Paese esporta un’automobile, qualcun altro la deve importare.
Si sta rafforzando un sistema mondiale di regole che stabiliscono che le “corporation” hanno solo diritti, i governi hanno solo doveri ;
…e la democrazia sta finendo nel cestino dei rifiuti.
Ora le società transnazionali vogliono ancor di più, un nuovo “Millennium Round” di trattative per accelerare la corsa all’espansione dei poteri del WTO.
Loro parlano di quello che sta accadendo come se non ci fossero alternative, esprimono questo concetto con la sigla TINA, “There Is No Alternative”, ma si tratta di un inganno, quello di presentare un lungo sforzo per mettere in piedi regole per facilitare investitori e società, piuttosto che comunità, lavoratori ed ambiente come frutto di un destino inevitabile e non come il risultato di una precisa strategia.
Alla fine di novembre a Seattle si sono riuniti i tecnocrati del commercio internazionale per il terzo meeting ministeriale del WTO, qui di seguito sono riportati alcuni esempi di come questo organismo abbia sinora difeso i diritti delle società a danno di quelli degli esseri umani.

Cos’è e come opera il WTO

“Sempre più il WTO è sollecitato ad espandere la sua agenda, poiché appare sempre più come il punto focale delle sfide e delle preoccupazioni della globalizzazione”. (Renato Ruggiero, primo Direttore generale del WTO).
Il WTO è stato creato nel 1995 al termine dei negoziati noti sotto il nome di Uruguay Round. Questi negoziati portarono in dote, oltre al nuovo GATT, l’accordo sui servizi (GATS) e quello relativo ai Diritti di Proprietà Intellettuale (TRIPS).
In precedenza, il GATT si occupava di tariffe (dazi doganali) e quote d’importazione. Dal 1995 le regole si occupano di quelle che in gergo si definiscono come barriere non doganali (non – tariff barriers to trade), in pratica leggi sanitarie, regolamenti sui prodotti, sistemi fiscali interni, politiche d’investimenti e qualsiasi altra legge di un Paese che in qualche modo può influenzare il commercio di qualche prodotto. L’influenza del WTO nelle legislazioni interne si è fatta perciò pesante. Attualmente sono 134 i Paesi che ne fanno parte e 33 sono osservatori. Ufficialmente, le decisioni sono prese per consenso ma nella pratica a tirare le fila sono Canada, Giappone, USA ed Unione Europea.
La mancanza di trasparenza e democrazia all’interno del WTO è rappresentata in modo esemplare dal sistema di regolazione delle controversie. Il WTO permette a un Paese di chiamarne in giudizio un altro, accusandolo di violare le regole del commercio internazionale. Le cause sono risolte da giurie di tre persone che lavorano a porte chiuse. Il Paese che perde ha tre possibilità :
– cambiare le proprie leggi per adeguarsi alle regole WTO ;
– pagare delle compensazioni permanenti al Paese vincente ;
– affrontare sanzioni commerciali.
La prima è la strada normalmente percorsa.
Tutti gli accordi firmati hanno in comune alcuni punti, ribaditi e ripetuti come una litania in tutti i documenti del WTO. Eccone il testo :
1. Riduzione delle tasse doganali. Con l’eliminazione o la riduzione dei dazi doganali sui prodotti si riducono le spese di esportazione, creando al contempo nuovi mercati ai produttori.
2. Trattamento di Nazione più favorita. Obbliga ogni Stato a trattare investitori e compagnie straniere allo stesso modo. Per capirci, uno Stato non può bandire le importazioni di un prodotto da uno Stato se continua ad importare quel prodotto da altri, anche se la motivazione potrebbe essere moralmente giusta (es. regimi oppressivi).
3. Trattamento nazionale. Obbliga i governi a trattare le compagnie straniere almeno allo stesso modo con cui tratta quelle nazionali. Questo principio mira ad eliminare la possibilità di offrire incentivi a produttori locali.
4. Eliminazione di quote restrittive. Proibisce l’uso di restrizioni all’import – export delle merci.
5. Il problema è che apparentemente questi possono sembrare dei buoni principi, ma calati nella realtà delineano un formidabile ambiente in cui la sovranità nazionale decade a favore delle società multinazionali che, grazie al loro potere, sono le uniche a poter sfruttare le nuove regole.

Le minacce alla democrazia, all’ambiente e alla salute

Quando nacque il WTO, varie organizzazioni non governative espressero le loro preoccupazioni che le nuove regole e il sistema creato per farle rispettare avrebbero potuto costituire una seria minaccia per gli abitanti del pianeta. Cinque anni dopo possiamo dire che quei timori erano fondati. Tutte le cause hanno avuto come risultato finale un verdetto sfavorevole agli interessi pubblici.

ARIA PULITA – Per conto di una sua industria petrolifera, il Venezuela contestò una legge americana, l’US Clean Air Act, che chiedeva alle raffinerie di produrre un gas più “pulito”, con minori emissioni inquinanti. Il Venezuela sosteneva che le nuove regole, di fatto, mettevano fuori gioco le raffinerie straniere, che avrebbero avuto bisogno di investimenti e tempo per adeguarsi alla normativa statunitense, mentre la maggioranza di quelle statunitensi si erano adeguate alle direttive dell’Environmental Protection Agency, l’agenzia americana per la protezione dell’ambiente. Risultato : nel 1997 la giuria diede ragione al Venezuela e l’EPA modificò le norme del Clean Air Act.

LA CARNE AGLI ORMONI – Gli Stati Uniti chiamarono in giudizio l’Unione europea poiché questa aveva messo al bando le importazioni di carne trattata con ormoni. Risultato : nel 1998 il WTO ha accettato la tesi americana, intimando all’UE di eliminare il bando entro il 13 maggio 1999. In seguito alla non eliminazione del bando, il 12 luglio 1999 ha stabilito il valore delle sanzioni applicabili annualmente da USA (116,8 milioni di dollari) e Canada (11,3 milioni). Anche in questo caso, il diritto dei consumatori ad avere cibi sani e sistemi di allevamento più naturali sono stati ignorati.

GAMBERETTI E TARTARUGHE – Quattro Paesi asiatici citarono gli USA per una loro legge che vietava l’importazione di gamberetti da Paesi in cui i metodi di pesca comportavano anche l’uccisione delle tartarughe di mare, specie in via di estinzione. Risultato : nel 1998 una giuria in appello ha stabilito che gli USA hanno il diritto di proteggere le tartarughe, ma in modo da non contravvenire alle regole del WTO, e che perciò dovranno modificare la loro attuale normativa. La stessa cosa è accaduta per una legge che metteva al bando le importazioni di tonno catturato con metodi che uccidevano anche i delfini.

LE BANANE DEI CARAIBI – Gli USA accusano l’Unione Europea (UE) di attuare un trattamento di favore per le banane provenienti dai cosiddetti paesi ACP (Africa, Caraibi, Pacifico). Tale comportamento costituiva un atto discriminatorio rispetto alle compagnie americane produttrici di banane in Centroamerica. Risultato : il 9 aprile 1999 la giuria ha stabilito che la normativa UE è illegale ed ha quantificato in 191 milioni di dollari le sanzioni applicabili dagli USA fino a che la normativa non sarà modificata.
In questo modo, una normativa che dava lavoro a produttori molto più piccoli delle varie Chiquita, Dole e Del Monte, contribuendo a stabilizzare le economie e le democrazie di questi Paesi, è stata condannata a cessare per permettere alle società citate di non avere alcun ostacolo nel monopolio del mercato.

Accordi esistenti

TRIPS – Questo accordo stabilisce regole mondiali per patenti, copyright e marchi registrati. L’industria farmaceutica sta facendo grosse pressioni su questo punto per adottare le regole americane in materia, che permettono un allungamento dei tempi che garantiscono il monopolio dei diritti intellettuali. L’accordo TRIPS richiede ad alcune nazioni – come l’India, il Brasile e l’Argentina – di abbandonare le loro regole che sostengono la produzione farmaceutica nazionale. Le società farmaceutiche sperano che le trattative permettano loro di erodere la già debole fetta di mercato detenuta dai produttori dei Paesi meno sviluppati.

SPS – L’accordo riguardante gli standard sanitari e fitosanitari stabilisce le regole per la sicurezza alimentare umana, animale e vegetale (contaminazioni batteriche, pesticidi, etichettature). Lo SPS stabilisce il grado di sicurezza che un Paese può chiedere relativamente ai prodotti importati. Lo SPS elimina il cosiddetto principio precauzionale, applicando il metodo dell’impossibilità di bandire alcun prodotto sospettato di nuocere alla salute in mancanza di dimostrazione scientifica. In pratica, occorre dimostrare che una sostanza fa male, prima di poterla vietare. Riguardo all’etichettatura dei cibi, il WTO riconosce il Codex Alimentarius, un’agenzia che ospita al suo interno anche rappresentanti di multinazionali, come arbitro degli standard di sicurezza alimentare. Le regole dello SPS restringono il diritto di un Paese ad etichettare i prodotti con informazioni che possono interessare il consumatore, come il metodo di produzione o la presenza di organismi geneticamente manipolati. L’intero SPS andrà rivisto, ma piuttosto che integrarlo con ulteriori liberalizzazioni andrebbe modificato per fargli garantire il rispetto della salute di persone, animali ed ambiente.

GATS – Col termine di servizi si intende tutto ciò che non rientra nella produzione. Gli Stati Uniti chiedono la copertura del settore sanitario e scolastico. Sono in lista anche il settore idrico, comprese le aziende municipali. Spicca la richiesta di ulteriori liberalizzazioni nel settore finanziario (potrebbe essere la cosiddetta porta di servizio per far approvare parte del MAI non approvato all’OCSE) .

AGRICOLTURA – Anche questo accordo ha accelerato la concentrazione dell’agribusiness. La tesi è che un Paese, piuttosto che divenire autosufficiente, deve poter acquistare tutto sul mercato internazionale pagando con i proventi delle sue esportazioni. Il problema è che i Paesi meno sviluppati esportano per lo più materie prime i cui prezzi sono tendenzialmente in calo. Nei primi quattro anni di applicazione, il prezzo dei prodotti agricoli è sceso sempre più, mentre sono rimasti alti quelli dei prodotti “lavorati”. Le regole vanno modificate per impedire le concentrazioni che stanno portando a condizioni di monopolio. La Cargill, ad esempio, controlla il 40% delle esportazioni di grano statunitense e un terzo dei semi di soia.

 

A cura di Pasquale Pugliese

Centinaia di associazioni grandi e piccole, nazionali e locali hanno annodato i loro fili e costituito la Rete di Lilliput per un’economia di giustizia. Come i piccoli lillipuziani legando ciascuno un singolo capello riuscirono a bloccare il gigante Gulliver, così gruppi e cittadini impegnati nel variegato mondo della giustizia, della solidarietà, dell’ecologia e della pace hanno provato a mettere in piedi una strategia lillipuziana, una rete, con lo scopo di affrontare e bloccare da mille versanti, ma in modo coordinato, il gigante mostruoso dell’economia globalizzata e di rapina che costringe alla povertà ed alla morte milioni di esseri umani in tutti i Sud del mondo.
L’idea, elaborata dagli attivisti americani Jeremy Brecher e Tim Costello nel loro libro Contro il capitale globale. Strategie di resistenza (vedi A.N. di Aprile ’98), è stata rilanciata in Italia – su sollecitazione dell’infaticabile Alex Zanotelli – da Francuccio Gesualdi del Centro Nuovo Modello di Sviluppo (vedi A.N. di Luglio-Agosto ‘99 e Settembre ’99) e fatta propria da un numero via via crescente di realtà nazionali e locali, fino alla costituzione di Reti di Lilliput in molte città, provincie e regioni. Anche il Movimento Nonviolento, impegnato sul fronte della lotta alla violenza in tutte le sue manifestazioni – diretta, strutturale e culturale – ha deliberato, al Congresso di Pisa, di aderire alla Rete.
In questi mesi la Rete di Lilliput è cresciuta ed ha preso consapevolezza della propria forza, svolgendo una prima mobilitazione in occasione del Millennium Raund di Seattle e poi organizzando MOBILITEBIO la mobilitazione contro Tebio, la Fiera delle biotecnologie di Genova, il 25 Maggio. Ha sostenuto, inoltre, la campagne per la cancellazione del debito dei paesi impoveriti e la proposta di legge per il controllo delle condizioni di produzione (legge “Aquisti trasparenti”).
Il prossimo impegno della Rete di Lilliput – e forse il più importante – è il primo Incontro nazionale che si terrà nei giorni 6-7-8 Ottobre 2000, dove saranno elaborati i documenti di riferimento per tutti i campi di azione e le regole di organizzazione e funzionamento della Rete.

Manifesto della Rete di Lilliput

per un’economia di giustiziaIn un momento in cui sembrano valere solo le leggi del mercato e del profitto mentre le istituzioni democratiche stanno perdendo credibilità e potereNOI
associazioni, gruppi e cittadini impegnati nel volontariato, nel mondo della cultura, nella cooperazione Nord/Sud, nel commercio e nella finanza etica, nel sindacato, nei centri sociali, nella difesa dell’ambiente, nel mondo religioso, nel campo della solidarietà, della pace e della nonviolenza
diamo avvio alla Rete di Lilliput per unire in un’unica voce le nostre molteplici forme di resistenza contro scelte economiche che concentrano il potere nelle mani di pochi e che antepongono la logica del profitto e del consumismo alla salvaguardia della vita, della dignità umana, della salute e dell’ambiente.
Come i piccoli lillipuziani riuscirono a bloccare il gigante Gulliver, legando ciascuno un singolo capello del predone, così noi cerchiamo di fermare il tiranno economico conducendo ciascuno la nostra piccola lotta in collegamento con gli altri. Per questo abbiamo costituito la Rete di Lilliput:
per ampliare l’efficacia delle nostre singole opposizioni condividendo esperienze, informazioni, collaborazioni e concordando mobilitazioni comuni.
La recente sconfitta dell’Accordo Multilaterale sugli investimenti, lo stop che l’Organizzazione Mondiale del Commercio ha subito a Seattle, la creazione di sempre più stretti contatti, collaborazioni ed iniziative tra i movimenti che a livello mondiale si oppongono agli effetti devastanti della globalizzazione dell’economia dimostrano che è possibile bloccare la macchina
globale con i nostri granelli di sabbia.
Il nostro obiettivo a lungo termine è la costruzione di un mondo dove ogni abitante della terra possa soddisfare i propri bisogni materiali, sociali e spirituali nel rispetto dell’integrità dell’ambiente e del diritto delle generazioni future ad ereditare una terra feconda, bella e vivibile.
Nell’immediato ci opponiamo alle scelte economiche che attentano alla democrazia, che portano a morte il pianeta e che condannano miliardi di persone alla miseria.Le nostre strategie d’intervento sono di carattere nonviolento e comprendono l’informazione e la denuncia per accrescere la consapevolezza e indebolire i centri di potere, il consumo critico e il boicottaggio per condizionare le imprese , la sperimentazione di iniziative di economia alternativa e di stili di vita più sobri per dimostrare che un’economia di giustizia è possibile.Ci impegniamo a realizzare tutto questo in un rapporto di dialogo e di collaborazione con tutti gli altri gruppi, reti e movimenti che in Italia e all’estero si battono per gli stessi obiettivi. Siamo certi che mettendo in comune idee, conoscenze, risorse e iniziative, potremo ostacolare il cammino della
globalizzazione al servizio delle multinazionali per contrapporre una globalizzazione al servizio degli esseri umani.Questa è la nostra strategia lillipuziana, questo è il potere di cui ciascuno di noi dispone. Esercitiamolo insieme per ottenere risultati concreti.
Finmeccanica, un’industria bellica che si privatizza: quali conseguenze?

A cura di Paolo Macina

Come mai avviene la privatizzazione di Finmeccanica? Per quale motivo un’azienda così strategica per gli interessi del paese, che negli ultimi nove anni non è mai stata in attivo, chiede ad aziende dello stesso comparto (i cosiddetti “partners industriali”) ma anche ai singoli cittadini di investire i propri soldi per acquistare un carrozzone che fin dal caso degli elicotteri Agusta e delle armi all’Iraq ha prodotto soprattutto scandali ed intrallazzi?
La riposta è molto semplice: lo Stato Italiano, finora padrone pressoché assoluto di questa creatura, non poteva più garantire, per motivi di bilancio e un po’ anche per la protesta di partiti ed associazioni, un flusso imponente di denaro necessario a produrre quelle ormai sofisticatissime armi tecnologiche che avrebbero garantito all’azienda di avere ancora commesse; in altre parole, di “stare sul mercato”, e competere così alla pari con i colossi americani, ma ora anche europei, del settore.
L’operazione è presentata quindi dai mass-media come un modo per sgravare le sempre esangui finanze dello Stato dall’obbligo di investire energie e denaro in un settore controverso e, finora, appunto in perenne deficit. Con i soldi rastrellati dalla privatizzazione (12 mila miliardi) e con gli accordi industriali che si creeranno tramite scambi azionari, il gruppo otterrà quelle risorse necessarie da destinare alla ricerca e allo sviluppo del settore degli armamenti.
La prospettiva è affascinante, ma purtroppo si dimentica spesso di sottolineare quello che è il nocciolo più importante della questione, che comporterà un cambiamento direi epocale per un paese come il nostro. Finora Finmeccanica aveva come unico obiettivo quello di seguire la politica di difesa dello Stato Italiano, dotando il suo esercito (e quello dei paesi considerati amici) dei mezzi per affrontare eventuali guerre, sommosse, attacchi dei potenziali nemici.
Con la trasformazione in SpA e la successiva privatizzazione, l’obiettivo unico di Finmeccanica sarà radicalmente diverso, e coinciderà con quello di tutte le altre società quotate in borsa: quello di massimizzare il profitto dei propri azionisti. E la differenza non è da poco.
Le conseguenze di questo cambiamento di rotta avranno alcuni risvolti grotteschi:
1)Avendo come obiettivo il profitto, le opportunità di vendita dei prodotti saranno spinte all’eccesso, e accadrà ciò che già accade negli stati in cui questo cambiamento si è già verificato (Stati Uniti, Francia, Germania): sarà addirittura il Governo ad assumersi il compito di propagandare la vendita dei nuovi armamenti sfornati dall’azienda, per contribuire all’affermazione internazionale di un “cavallo di razza” della scuderia italiana. La trasformazione della Sace, compagnia assicurativa di Stato che garantisce l’export delle nostre aziende, conforta questa tesi.
2)Per la stessa ragione, Finmeccanica si sentirà di invadere altri settori industriali, magari più profittevoli, utilizzando quella massa di capitali e quelle tecnologie che un’azienda di tali dimensioni possiede. Il suo attuale amministratore delegato, Alberto Lina, ha già quotato in borsa un’azienda di componenti elettronici, la St. Microelettronics; ha dichiarato di voler concorrere nella gara per l’assegnazione dei cellulari di nuova generazione, i cosiddetti Umts (“Ne parlano tutti, perché non anche noi?”, ha dichiarato durante la presentazione della privatizzazione alla comunità finanziaria) e di voler utilizzare le risorse tecnologiche interne all’azienda per sbarcare in internet. Ma in questo modo sarà sempre più difficile, per chi non vorrà contribuire a finanziare la produzione di armi, distinguere ciò che è legato all’industria bellica e ciò che non lo è.
3)Se lo Stato non sarà più il monopolista (o quasi) della difesa militare italiana, si può supporre che altri soggetti si inseriranno nel mercato delle armi, e questo è un fenomeno solitamente auspicato dai fautori del liberismo che vedono nella competizione uno strumento per aumentare la qualità e l’offerta dei prodotti. Ma questo comporterà inevitabilmente, nel nostro paese, una spinta verso la costruzione di armi sempre più micidiali ed “intelligenti”, in grado di essere sempre più efficaci (non si richiede questo quando si acquista un prodotto?), gettando le basi affinché l’Italia diventi uno dei maggiori esportatori di morte.
4)Infine, troveremo innocui padri e madri di famiglia che faranno il tifo perché il titolo sul quale hanno investito i loro risparmi sia sempre più apprezzato o stacchi cedole sempre più redditizie, dimenticandosi che tale risultato sarà direttamente legato alla vendita di armi ed al loro conseguente utilizzo: chissà se riusciranno a spiegare ai loro figli che il giocattolo o lo spider acquistato con i proventi delle azioni è direttamente collegato ai bombardamenti che si susseguono sempre più spesso nei telegiornali?

Il coraggio della disobbedienza

Con gli obiettori per cambiare la Turchia

A cura di Lorena Ferraro e Daniele Tramonti
Associazione Papa Giovanni XXIII

Il 14 maggio ad Istanbul si è svolta una manifestazione in occasione della giornata mondiale per il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza. Questa iniziativa h stata organizzata dal gruppo antimilitarista di obiettori di coscienza di Istanbul (IAMI), in collaborazione con il Partito della Solidarietà e della Democrazia (ODP), fondato nel 1996 da un gruppo di intellettuali turchi. Questa forza politica si oppone al processo di militarizzazione della società turca ed alla guerra condotta dall’esercito in Kurdistan, pur non avendo mai appoggiato la scelta della lotta armata operata in passato dal PKK. La manifestazione è stata organizzata nel quartiere Besiktas di Istanbul, la sede e gli orari di svolgimento sono stati imposti dalla polizia che ha pure “partecipato” controllando tutti i presenti e perquisendo ciascuna persona. Dietro imposizione delle autorità, l’incontro si è svolto in una sala. La polizia ha a sua volta rinunciato a filmare i partecipanti. Agli organizzatori è stato imposto di omettere il termine obiezione di coscienza nelle locandine che annunciavano l’incontro, al quale hanno partecipato oltre mille persone, in maggior parte giovani che prendevano contatto per la prima volta con le tematiche del rifiuto cosciente della violenza e della logica militare. A partire dalle 12.30 si sono avvicendati sul palco diversi oratori: Saruhan Uluc, vice presidente dell’ODP, Sanar Yurdatapan, intellettuale molto noto vicino all’ODP, Ahmet Insel, giornalista, Oguz Sonmez dello IAMI. Da tutti gli interventi è emerso con chiarezza ed efficacia come la Turchia sia attualmente uno stato militarista, all’interno del quale è estremamente difficile creare spazi per il dibattito democratico e promuovere una riforma che tuteli il diritto all’obiezione di coscienza e alla libertà di opinione. I vertici militari hanno partita vinta nei confronti delle istituzioni, del mondo religioso e delle istanze della società civile. Inoltre una quantità enorme di risorse viene impiegata per condurre le operazioni di guerra in Kurdistan e mantenere un apparato militare-industriale tra i più estesi e pervasivi di tutto il Mediterraneo orientale. Una macchina da guerra, con ambizioni di divenire un polo per la produzione bellica destinata al Medio Oriente ed all’Asia ex sovietica, che assorbe, come ha denunciato uno degli oratori, il 24% del Prodotto Interno Lordo del paese, nonostante la crisi economica abbia raggiunto dimensioni devastanti.
Tutti gli oratori hanno sostenuto che il cammino per il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza sarà lungo e difficile e dovrà svolgersi in sintonia con le lotte per la democratizzazione della società turca nel suo complesso. E’ seguito un dibattito nel corso del quale molti giovani hanno sovente manifestato il loro interesse per la possibilità di scegliere il rifiuto del servizio militare, un’opzione che mai prima d’ora avevano conosciuto, in quanto la cappa propagandistica del regime schiaccia qualsiasi visione alternativa a quella ufficiale. Successivamente si è giunti al momento culminante della manifestazione. Tre ragazzi chiamati alle armi, Ugur Yorulmaz, Timucin Kizilay, Hasan Gimen, in piedi davanti al microfono, attorniati da giornalisti e fotografi e circondati da un assoluto silenzio della platea, hanno letto la loro dichiarazione di obiezione di coscienza e di disobbedienza al governo turco, affermando di non aver nessuna intenzione di aderire alla logica della violenza e tanto meno di volerla esercitare ai danni di altri esseri umani. Le autodenunce, lette con viva emozione mista a timore, sono state sottolineate da tre lunghissimi applausi e da tantissimi abbracci. L’incontro si è chiuso con un concerto nel corso del quale si sono esibiti artisti turchi, curdi ed armeni. La tensione è salita quando i tre obiettori di coscienza hanno lasciato la sala, momento nel quale avrebbero potuto essere immediatamente fermati ed arrestati dalla polizia. Per fortuna non è accaduto nulla, forse grazie alla presenza dei molti intervenuti, ma Ugur, Timucin e Hasan sono ben consapevoli di ciò che li aspetta; in qualunque istante possono essere arrestati ed imprigionati per un periodo la cui durata è stabilita arbitrariamente dalle autorità. Questo regime di ricatto, con gravi ripercussioni dal punto di vista sociale e personale, può durare per tutta la vita. La manifestazione, nel corso della quale si è registrato un diffuso interesse e molto entusiasmo per le tematiche e le proposte avanzate dagli oratori, ha segnato l’inizio della prima campagna nonviolenta di massa nella storia della Turchia, che ha come obiettivo il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza e la promozione della disobbedienza civile.
Zitti, zitti, hanno avviato il Nuovo Modello di Difesa

di Stefano Guffanti

La Legge finalizzata alla sospensione della leva obbligatoria ed alla creazione di un esercito professionale, è stata recentemente approvato dalla Camera dei Deputati, senza che nel paese vi fosse il benché minimo dibattito politico.
A noi il tentativo di dare voce alla complessità all’argomento, partendo da alcune domande.
Ha ancora senso l’obbligatorietà della leva?
Molte esperienze storiche (p.e. il Golpe in Cile o i tentativi di Golpe in Italia) dimostrano che l’esercito di popolo non è di per sé una garanzia democratica, soprattutto in un quadro come quello italiano dove, a corpi di leva inefficienti, si affiancano corpi professionali preparati alla guerra (l’esercito di professionisti è già una realtà).
La qualità di vita nelle caserme e lo scarsissimo grado di preparazione e di efficienza delle truppe di leva, ci mostrano che queste FFAA sono indifendibili e rappresentano solo uno spreco di denaro pubblico. Inoltre i modelli culturali ai quali vengono educati i giovani nelle caserme sono, quanto di più distante ci possa essere dalla cultura della pace e della solidarietà.
L’abolizione della leva in sé, quindi, potrebbe anche essere vista come un risultato positivo, se non fosse che il problema “difesa” rimane da risolvere e le risposte che questo governo si accinge a dare ci preoccupano profondamente.
Quale struttura militare?
Abolire la leva non significa abolire le FFAA, anzi!
Il Nuovo Modello di Difesa, sostenuto da tutti i Governi succedutisi dal 90 in poi, mira ad aumentarne la potenza e la capacità di impiego all’estero, in difesa non del territorio nazionale ma degli interessi vitali (economici, mercantili, strategici) della nazione e delle alleanze (NATO in primis) cui l’Italia aderisce.
Iraq, Somalia, Albania, Kosovo: negli ultimi 10 anni l’Italia ha sviluppando un nuovo protagonismo militare nello scacchiere internazionale; l’esercito di leva è inadeguato a questo scopo e, per partecipare al controllo dei mercati, delle risorse e delle vie di comunicazione è necessaria una struttura militare di rapido impiego ed efficiente; ecco la vera ragione che spinge il nostro, come tanti altri paesi occidentali, a riformare in senso professionale le proprie FFAA.
E’ chiaro che questo progetto è inaccettabile, sia perché anticostituzionale (la guerra ritorna ad essere, anche per l’Italia, strumento di risoluzione delle controversie internazionali), sia perché configura una politica estera basata sulla ragione della forza, invece che sulla cooperazione e su scambi equi e solidali.
Con la fine della Guerra Fredda si auspicava un progressivo ridimensionamento dello strumento e delle spese militari, nonché dei compiti affidati all’apparato bellico, da impiegarsi solo in ambiti di reale polizia internazionale, sotto l’egida dell’ONU.
Quale futuro per il servizio civile?
Molte strutture di volontariato che, nel corso degli anni, hanno potuto impiegare gli obiettori di coscienza per erogare servizi di pubblica utilità, sono molto preoccupate dall’abolizione della leva obbligatoria perché comporterebbe, di fatto, anche l’abolizione del servizio civile.
Invece di criticare la portata negativa del Nuovo Modello di Difesa, ampi settori del volontariato si limitano a chiedere un servizio civile obbligatorio e adeguatamente finanziato
Possiamo rinunciare a criticare il modello di difesa, in cambio di manodopera gratuita?
E non convince neanche chi, per sostenere l’obbligatorietà di un servizio civile (magari anche per le ragazze: pari opportunità), sbandiera la valenza educativa di un servizio di solidarietà e di cittadinanza.
Le leggi, se non applicate e se non dotate degli strumenti finanziari per essere realizzate, per belle che possano essere sulla carta, sono destinate a fallire nella maniera peggiore.
E’ quello che sta succedendo alla nuova legge sull’obiezione di coscienza, per la quale non vi sono nemmeno i soldi per permettere di immettere in servizio tutti gli obiettori in attesa.
Così, mentre da un lato si stanziano più di 32.000 miliardi all’anno, per sviluppare le capacità di proiezione all’estero delle nostre FFAA e garantire gli interessi forti (nazionali ed internazionali), dall’altro si stanziano solo 171 miliardi per finanziare un servizio civile che dovrebbe, ma non ci riesce, impiegare più di 100.000 giovani in un anno, a favore delle persone più deboli e dell’ambiente.
Il problema non è quello di sospendere la leva, bensì quello di abolire le Forze Armate e liberare risorse economiche, umane, intellettive, ambientali per avviare concrete politiche di solidarietà, pace e cooperazione, miranti a prevenire i conflitti e ad affrontarli cercando di ridurre il tasso di violenza in essi presenti.
Per tutti questi motivi non possiamo che esprimere la nostra piena contrarietà alla scelta del Parlamento di “sospendere” la leva per creare un esercito di professionisti.
Né possiamo tacere vedendo morire, giorno per giorno, l’esperienza del servizio civile, nell’indifferenza governativa.
La difesa del paese è un problema che riguarda tutti, non solo i giovani di leva.

ESTERI
A cura della Redazione

Bosnia
L’equilibrio politico-militare in Bosnia, dopo la firma degli accordi di Dayton, continua ad essere delicato e complesso.
Formalmente la direzione dell’esercito della federazione croato-musulmana è congiunta tra le due etnie ma, in realtà, si tratta di due eserciti indipendenti, che sopravvivono grazie a finanziamenti esterni, i cui destini sembrano diversificarsi notevolmente: da un lato i musulmani godono di un notevole sostegno economico da parte dei paesi arabi; dall’altro i croati di Bosnia temono un disimpegno della Croazia, dopo la vittoria di Mesic alle elezioni. Oltre a ciò permangono seri dubbi sulla effettiva riduzione della potenza serba. E’ in questo contesto che, durante un viaggio a Sarajevo, alcuni volontari di pace del GAVCI di Bologna, hanno incontrato Zoran, giovane bosniaco interessato a dichiararsi obiettore di coscienza, per il quale è indispensabile cambiare approccio al problema della leva e della guerra, avviando un serio dibattito sull’apertura di una campagna a sostegno dell’obiezione di coscienza. Zoran racconta che qualcosa si sta muovendo: sono state raccolte già 10.000 firme a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare e, nelle scorse settimane, a Zenica, si sono incontrati molti ragazzi tra i quali ve ne erano 17 disposti a dichiararsi obiettori. Gli schieramenti politici hanno, sull’argomento, posizioni assai diversificate: l’HDZ (estremisti croati) ed il partito musulmano di Izetbegovic (ora al potere), hanno velleità guerrafondaie e non sono favorevoli all’obiezione di coscienza, mentre il partito Socialdemocratico (SDP), ha sempre dimostrato un interessamento al problema, sostenendo iniziative a favore dell’obiezione. In ottobre ci saranno le elezioni politiche ed una vittoria della SDP potrebbe creare le premesse per ridimensionare le politiche militariste di HDZ e musulmani, aprendo nuove opportunità per la scelta nonviolenta tra i giovani. I pacifisti italiani possono giocare un ruolo importante per sostenere la campagna a favore del riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza in Bosnia, fornendo, nei limiti del possibile, un supporto tecnico, giuridico e logistico a chi, come Zoran (ha già ricevuto due cartoline precetto) rischia in prima persona: secondo la normativa attualmente vigente in Bosnia, chi obietta viene condannato al carcere e, una volta scontata la pena, viene nuovamente richiamato per lo svolgimento del servizio militare.
INFO: Luca Martelli, c/o ARCI, Via Pola, 10 – 28100 Novara. T + f: 0321.457215-457330.
E-mail: arci.nova@libero.it

Russia
Dmitri Neverovsky è un obiettore di coscienza russo che si è rifiutato di combattere in Cecenia, chiedendo che gli venisse consentito di svolgere un servizio civile alternativo al servizio militare, così come garantito dalla Costituzione russa. Per questo suo gesto nonviolento è stato condannato a due anni di carcere ma, dopo alcuni mesi di detenzione, a seguito di numerose lettere di supporto al suo gesto e di protesta per l’atteggiamento repressivo delle autorità russe, è stato rilasciato, sebbene in pendenza di reato.
INFO: Amnesty International – Ufficio Stampa. E-mail: l.decesaris@amnesty.it
Adam Berry, Centre for Peacemaking and Community Development, Moscow. www.natm.ru/cpcd

Australia
Quella del 28 maggio a Sidney, secondo molti commentatori, è stata la più grande manifestazione politica in Australia, dai tempi della Guerra del Vietnam. La partecipazione di 250.000 persone sul Sidney Harbour Bridge è stato il momento culminante di una serie di manifestazioni, svoltesi in molte città australiane dal 27 maggio al 3 giugno, organizzate per promuovere il processo di riconciliazione tra aborigeni e australiani di discendenza europea e riconoscere e sanare le terribili ferite inflitte agli abitanti originari dell’isola-continente a partire dall’insediamento inglese del 1788. Il processo di riconciliazione è stato avviato da tempo: nel 1967 la stragrande maggioranza degli australiani sancì, con un referendum, l’abolizione delle discriminazioni costituzionali verso gli aborigeni, ai quali era negato, fra l’altro, anche il diritto di voto; nel 1992 l’Alta Corte sconfessò, con un proprio decreto, il principio secondo cui l’Australia, al momento dell’insediamento dei primi europei, fosse terra di nessuno; nel 1997 vennero resi noti i risultati di una inchiesta sulla “stolen generation”, ossia bambini aborigeni allontanati forzatamente dalle proprie famiglie, per essere dati in adozione a famiglie bianche, in nome della “assimilazione culturale”. Il rifiuto del Primo Ministro John Howard, di pronunciare, a nome della nazione, scuse ufficiali per questa politica, è fra i punti più controversi del difficile processo di riconciliazione. Malgrado questo si deve sottolineare come il processo di riconciliazione sia ancora lontano da una sua realizzazione completa, in quanto i nativi sono una comunità fortemente svantaggiata; basti pensare che l’aspettativa di vita non supera i 50 anni, 20 anni in meno di quella degli australiani di origine europea.
INFO: Council for Aboriginal Reconciliation, www.austlii.edu.au/au/orgs/car/,
www.apology.west.net.au/

ISLAM
A cura di Claudio Cardelli
Le Quartine di Omar Khayyàm
poeta persiano

Dopo il Mille i Turchi Selgiuchidi, convertiti alla fede musulmana, riunirono sotto il proprio dominio per oltre un secolo l’Iràn, l’Iràq, la Siria e parte della Turchia. Omar visse in questo periodo e fu al servizio del sultano selgiuchide Malikshàh, il quale lo incaricò nel 1073 di riformare con altri astronomi il calendario secondo esatti calcoli (la riforma non fu portata a compimento per la morte del sultano nel 1092).
Khayyàm, che significa “fabbricatore di tende”, era nato nella città di Nishapur nel Khorasan (Persia nord-orientale), e la sua tomba si trova tuttora presso quella città. Non si conosce la data esatta della nascita, avvenuta verso la metà del secolo XI d.C. ; la data di morte viene collocata dagli studiosi intorno al 1126.
Si dedicò prevalentemente all’attività di scienziato, componendo vari trattatelli di filosofia naturale e di matematica, per lo più inediti in Occidente. Sembra amasse recitare le Quartine (Rubaiyyàt) , un genere della poesia persiana coltivato pure da altri letterati, nella cerchia privata dei propri amici. Per secoli fu conosciuto in Persia soprattutto come scienziato e filosofo.
La sua “scoperta” come poeta è merito della geniale, seppur infedele, traduzione in versi inglesi di Edward Fitzgerald, che uscì nel 1859 ed ebbe, dopo pochi anni, uno straordinario successo presso il pubblico dei lettori anglofoni. Da allora Khayyàm gode di notorietà mondiale, oscurando altri poeti che i Persiani apprezzano maggiormente, come Hàfiz (autore di Odi molto raffinate e ammirate anche da Goethe).

Le Quartine
Il poeta vi manifesta uno spirito anti-conformista, invitando ai piaceri terreni, all’amore e a bere in abbondanza vino, che nei Paesi musulmani è vietato. Khayyàm è consapevole della brevità della vita e dell’incombere della morte ; ma non si fa sorprendere dalla depressione, sa reagire e apprezzare ogni momento di gioia. Nel linguaggio della filosofia occidentale, potremmo definire il suo atteggiamento “scettico ed epicureo”. In italiano abbiamo la buona traduzione dal persiano di Alessandro Bausani (Einaudi, rist. 1998), che ho usato per questo articolo.

113
E’ giunta l’aurora : lèvati, o Amata piena di grazie,
Bevi dolcemente vino e accarezza le corde del liuto ;
Chè quelli che stanno nel mondo non vi rimarranno per molto
E quelli che sono andati, mai più torneranno.
64
Ah quanto tempo noi non saremo, e sarà il Mondo !
Non nome di noi rimarrà , non traccia veruna.
E prima già non fummo, e il Mondo non n’ebbe alcun danno,
E ancora poi non saremo, e tutto sarà come prima.
103
O cuore, fa’ conto d’avere tutte le cose del mondo,
Fa’ conto che tutto ti sia giardino delizioso di verde,
E tu su quell’erba verde fa’ conto d’esser rugiada
Gocciata colà nella notte, e al sorger dell’alba svanita.
273
Sii attivo al bene, e lascia andare i precetti,
E quel boccone che hai non rifiutarlo ai compagni,
non attentare alla vita, e alle ricchezze d’altrui.
Ti garantisco io il Cielo. Portate dunque del vino !
175
Aver un pane fresco di fior di frumento,
Due calici di vino e un coscio di pingue montone,
E un angolo di giardino con fanciulla dalla guancia di rosa :
E’ questo un piacere raro, che non è dato a un Sovrano.
43
Io nulla so, non so se Chi m’ha creato
M’ha fatto pel cielo o m’ha destinato all’Inferno.
Ma una coppa e una bella fanciulla e un liuto sul lembo del prato
Per me son monete sonanti : a te la cambiale del Cielo !
251
Noi siam burattini e il Cielo n’è il burattinaio
(Per vero questo lo dico, e non per allegoria).
Sulla scena dell’Essere giochiamo un piccolo gioco,
E ad uno ad uno poi ricadiam nella cassa del Nulla.
174
Fosse dipeso da me, non sarei venuto nel Mondo,
E se da me dipendesse l’andarmene, mai me ne andrei.
E meglio di tutto sarebbe se in questo diroccato Convento
Non fossi venuto, né andato, né stato, giammai.
238
Il Cielo che tutto contiene il nostro venire e l’andare,
Non ha né visibile fine, né manifesto principio.
E niuno mai disse il vero su questa difficil questione :
Da dove siamo venuti e dove n’andremo.
282
Puri venimmo dal Nulla, e ce ne andammo impuri.
Lieti entrammo nel Mondo, e ne partimmo tristi.
Ci accese un Fuoco nel cuore l’Acqua degli occhi :
La vita al Vento gettammo, e poi ci accolse la Terra.
92
Ogni mattina, quando il volto del tulipano gocciola di rugiada
E l’esile vita della viola sul prato si piega a un inchino,
Davvero m’allieta allora vedere il virgineo bocciòlo
Avvolgersi stretto nel manto colorato di rosa.

CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
Se rESTATE all’ombra del grande schermo…

Nonostante alcune delle grandi major americane tentino quest’anno di prolungare la stagione cinematografica anche al periodo estivo facendo uscire in luglio film “blockbuster” di sicuro successo di pubblico, ad uso e consumo degli imponenti “centri commerciali” del cinema che stanno sorgendo come funghi un po’ in ogni parte della penisola, noi, poveri nostalgici del cinema d’essai, possiamo dire che la suddetta stagione è terminata. Si può quindi fare un bilancio ed azzardare qualche valido suggerimento per i lettori di Azione nonviolenta, adagiati, nel momento in cui leggeranno queste futili righe, su confortevoli sdraio al riparo dal sole, intenti a godersi il meritato riposo delle vacanze.
Se vi siete sciaguratamente persi i film che vi stiamo per elencare, non lasciatevi andare ad inconsulti gesti di isterismo ma, dopo aver riflettuto a lungo sui mille perché della vostra negligenza, recatevi in qualche buona arena estiva (magari nei giorni di lunedì o martedì, generalmente riservati, nel palinsesto delle rassegne, agli ormai pochi appassionati del cinema di qualità) oppure, nella peggiore delle ipotesi, noleggiate una pratica videocassetta.

Noi della cooperativa FuoriSchermo ci sentiamo quest’anno di “salvare” i seguenti film:

Una storia vera (The Straight story), di David Lynch
per chi ancora non ha smesso di credere in una vita centrata sui rapporti umani, avulsa dalle manie individualistiche e dai ritmi frenetici della società contemporanea e imperniata sulla capacità di accogliere in un unico respiro la forza dell’ascolto e la grandezza del perdono, nella cornice di un cielo stellato di dantesca memoria

L’estate di Kikujiro, di Takeshi Kitano
per chi non conosce assolutamente nulla della tradizione iconografica giapponese ed è fermamente convinto che lo sguardo dolce di un bambino possa trasformare anche il peggiore dei gangster

Garage Olimpo, di Marco Bechis
per chi non ha ancora finito di indignarsi di fronte al pianto delle madri di Plaza de Majo e, in generale, di fronte ai crimini contro l’umanità perpetrati dal dopoguerra ad oggi in America latina, in un concorso di responsabilità che parte dai vertici dei regimi dittatoriali e arriva dritto alla CIA e, quindi, alla “nazione delle libertà” per eccellenza: gli Stati Uniti d’America

La coppa, di T. Norbu
per chi non crede che anche la reincarnazione di un lama possa dirigere un film, e per tutti quelli che pensano che “se c’è un rimedio perché preoccuparsi? E se non c’è un rimedio, perché preoccuparsi?”

Tutto su mia madre, di Pedro Almodovar
per tutti quelli che non l’hanno ancora visto (pochi!!), per chi ha sempre creduto che gli oscar premiassero solo i film brutti (stavolta si è sbagliato!), e per chi ama il melodramma e le donne, intese come “universo femminile”.

Citiamo inoltre, senza dilungarci oltre, Ghost Dog di Jim Jarmush, Non uno di meno di Zhang Yimou e Ricomincia da oggi di Bertrand Tavernier.

Una menzione speciale infine, per l’amico Silvio Soldini e il suo piccolo capolavoro Pane e tulipani: per chi amava già da tempo in un regime di semiclandestinità il cinema di questo regista milanese, e per chi è testardamente convinto che anche in Italia si possano fare degli ottimi film (e ci sono molti registi che già li fanno), indipendentemente dai Vanzina o dai Pieraccioni di turno.

E allora…buona visione e…buone vacanze!

Gianluca Casadei
Cooperativa FuoriSchermo – Cinema & Dintorni –

MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Il Grande Coro Insieme Voce di chi non ha voce

Già negli articoli dello scorso anno era passato un accenno a iniziative musicali locali, promosse dai soggetti più svariati (gruppi dell’area nonviolenta, parrocchie, radio private, studenti, musicisti …) con caratterizzazioni in qualche modo nonviolente. Amici e lettori ce ne hanno ricordate altre ancora lasciando aleggiare una domanda inquietante ed entusiasmante allo stesso tempo: quante potranno essere e quante saranno tuttora in attività ?
Intuitivamente la risposta può far ipotizzare numeri davvero interessanti (diverse centinaia in giro per l’Italia ?!) e invita ad approfondire una ricerca molto stimolante, anche se impegnativa. La buttiamo lì come idea per qualche tesi di laurea o per qualche studio che, prima o poi, qualcuno potrà avviare, riempiendo magari qualche libro (o qualche prodotto multimediale…) che arricchirà sicuramente sia chi lavora in questo senso, sia chi potrà apprezzarne i risultati!
Anche se Guccini (ma non solo lui: le citazioni sarebbero interminabili!) ha detto che “a canzoni non si fan rivoluzioni”, ci occupiamo di qualcuno che vuol dimostrare il contrario, con grande originalità: il Grande Coro Insieme di Brescia.
Nato nel 1995, si autodefinisce “voce di chi non ha voce” e gira la provincia con una cinquantina di concerti all’anno. In spettacoli di festa-denuncia, si canta la pace, la nonviolenza, la solidarietà e la condivisione con un repertorio vastissimo che va dai gospel alla musica sacra, da Bach e Haendel alle canzoni popolari italiane e straniere.
Appuntamenti ormai consolidati: il 30 gennaio per ricordare “nostro fratello Gandhi” e il 4 novembre contro tutte le guerre, soprattutto quelle che sono in corso…
Teatro privilegiato per esibirsi sono le situazioni di sofferenza e di conflitto, proprio per modificare l’atmosfera di certi angoli della città e della provincia, per superare l’indifferenza che spesso diventa tacito consenso: le strade della prostituzione, i quartieri della città che vedono le presenze più pesanti di emarginazione, droga, delinquenza.
Per una sera vengono sconvolti quei precari equilibri e si liberano certe strade dal traffico di auto con clienti e protettori, si dimostra che luoghi come la Stazione ferroviaria potrebbero essere belli e vivibili (non sedi di malaffare, ma crocevia di idee, culture, etnie), si invitano le persone in posti non sempre vissuti ed attraversati da chiunque con tranquillità.
Il Grande Coro Insieme, fra coristi e strumentisti (oltre alla chitarre anche tastiere, fiati, percussioni…) è composto da 200 persone di tutte le età, dirette con grande passione ed efficacia da Betty Pasotti; fra queste non a caso ne troviamo tantissime attive nei gruppi pacifisti, nei Bilanci di Giustizia, nelle botteghe del commercio equo e solidale, nelle associazioni del volontariato.
L’ideatore e principale animatore, don Mario Neva, parroco, filosofo, appassionato della bicicletta, dello scoutismo e di tutte le arti, ha pensato una realtà che “canta al Dio vivente la lode, grida per la fame e la sete di giustizia, cerca la bellezza originaria nascosta in ogni cosa”.
Tante persone anche tanto diverse fra loro che cantano e suonano per questi motivi in situazioni spesso difficili, sono già l’avvio di una rivoluzione nonviolenta che, secondo don Mario, comincerà veramente quando il Grande Coro Insieme raggiungerà i 500 componenti…
Ci auguriamo (e lo auguriamo alla nonviolenza!) che l’obiettivo venga raggiunto al più presto!
Per ulteriori informazioni:
www.grandecoro.freeweb.org

LETTERE

Leopardi (Giacomo) e altri animali

“Cento anni fa si estinguevano due specie viventi all’anno, oggi queste si estinguono al ritmo di tre all’ora”. Così ha esordito il prof. Gino Ditadi, storico e saggista, in una conferenza organizzata a Bassano del Grappa dalla Lega Anti Vivisezione, il quale ha spiegato al pubblico presente il suo lavoro critico sull’opera giovanile e poco nota di Giacomo Leopardi: Dissertazione sull’anima delle bestie e altri scritti selvaggi (vedi il testo critico – a cura di Gino Ditadi – Ediz. Isonomia, Este (Pd), 1999, tel./fax 0429/55783).
E’ stata tracciata una figura nuova ed eccezionale del Leopardi e, per quanto ci riguarda, rivoluzionaria: non solo poeta, come si crede normalmente, ma anche filosofo precursore.
Leopardi si è qualificato filosofo impegnato già da giovane, avendo studiati testi sulle idee di Cartesio (Descartes), che venivano stampati soltanto a Bassano, la nostra città, e a Padova; in misura minore a Venezia.
Il poeta fu grande combattente per ideali quali il rispetto per tutte le genti, la compassione per gli animali e contro l’antropocentrismo divoratore. Temi che stanno assumendo ora grande valore!
“…Se la natura è senza scopo, la poesia può operare una crepa nelle necessità umane ed ingentilire la vita. La compassione è l’aurora della conoscenza. Perciò l’uomo può allargare l’etica anche agli animali, almeno a quelli che gli sono più prossimi.”
Si tratta di un’opera giovanile, che contribuì all’ascesa mondiale del poeta, ma che fu repressa in tutta l’Europa cattolica, dalle autorità ecclesiastiche di quel tempo e non solo allora.
Recentemente quest’opera è stata riscoperta da ricercatori della verità come il professor Ditadi, al quale va tutta la nostra stima. Noi crediamo necessario rilanciare questa novità su Giacomo Leopardi, ma più in alto di una semplice conferenza, per dare tutto il dovuto a questo grande ed amato poeta; per trarre finalmente insegnamento dal suo animalismo e dalla sua opposizione strenua all’antropocentrismo.
Speriamo quindi nelle fiducia e nel sostegno di persone illuminate che si sentono coinvolte in questa novità e per un’eventuale creazione di una fondazione di “rinnovati studi leopardiani”.

Bassiano Moro
Bassano del Grappa VI

Un indulto per dare dignità al carcere

Siamo i detenuti del carcere di Voghera e anche noi, come quelli della stragrande maggioranza delle carceri dell’Italico Stivale, entriamo in agitazione permanente. Abbiamo assistito, in questi ultimi anni, al deteriorarsi della situazione carceraria. Considerato che i tempi delle rivolte e della reale emergenza delle carceri sono stati superati da anni, pare chiaro che la situazione incrudelitasi negli ultimi tempi non possa far ricadere la colpa sui detenuti. I mass – media hanno riempito le cronache di “scarcerazioni facili”, abbiamo assistito e subìto in anni di carcerazione fatti di identica e anche, per quanto possa sembrare assurdo, di superiore gravità di quelli accaduti a Sassari, ma gli organi d’informazione, ben orchestrati da politicanti e dalle Magistrature, sono riusciti a trasformare le vittime in carnefici, facilitati anche dal fatto che noi non possiamo andare in piazza a solidarizzare, come hanno fatto gli agenti di custodia in mezza Italia, tralasciando completamente le problematiche inerenti la detenzione, ben sapendo che in Italia, da un po’ di tempo, le carceri sono una polveriera, ed ignorando le decine di richiami ai diritti umani lanciati puntualmente dalla Comunità Europea. Ci limitiamo a fare nostra la “Piattaforma rivendicativa di Rebibbia”, perché le richieste poste riguardano la totalità dei detenuti e la loro voglia di cambiamento e di libertà.
Nello stesso tempo facciamo nostro l’appello della società civile e della Chiesa di Roma per un indulto generalizzato che permetterebbe uno sfollamento delle carceri, il che consentirebbe di poter vivere più decentemente ai tanti che comunque vi rimarrebbero, e dare inizio ad un “pensare positivo” da parte di tutte quelle strutture che con il carcere si relazionano.
Chiediamo inoltre che il carcere smetta di essere un “non – luogo”, per assumere la dignità di un posto in cui chi deve scontare una pena lo possa fare serenamente, anche per aver modo di formarsi una coscienza critica. Per far questo, tuttavia, è necessaria la massima trasparenza, per ovviare a fatti incresciosi che è superfluo sottolineare, facendo del carcere un luogo dove non convergano e si nascondano solo malumore e disperazione : tanti di noi hanno indiscutibilmente sbagliato, ma non per questo dobbiamo essere considerati la “pattumiera” del mondo e del vivere sociale, ma una risorsa di relazioni di cultura e di cambiamento che ognuno di noi ha e vuole avere, possibilmente in stretto contatto con le realtà territoriali, perché il carcere, come “comunità sociale”, è parte integrante dei flussi trasformativi dell’intera società. Aprire il carcere all’esterno è un atto di consapevole coraggio per chi desidera realmente che questi “non – luoghi” evitino di essere un centro di segregazione e abulia.
Facciamo appello ai politici nazionali e regionali, alle donne e uomini di cultura, dello spettacolo, dell’associazionismo, alla società civile: abbiamo bisogno di voi per sperare di realizzare un sogno.

Carmelo Musumeci
per i detenuti del carcere di
Voghera PV

Polizia internazionale e sogni nostrani…

Lettera aperta ad Enrico Peyretti, Angelo Cavagna, Luciano Benini e gli altri amici credenti dell’area pacifista

Gentili Amici,
conosco ed ammiro il vostro impegno al servizio di Cristo e della pace, e proprio per questo mi permetto di esprimere la mia perplessità, anzi preoccupazione, per le proposte che da un po’ di tempo vengono da voi avanzate per la costituzione di una “polizia” internazionale che mantenga la pace o fermi le guerre.
Tale proposta mi sembra segua ancora quell’ottica del “mondo” da cui ci si deve liberare, e con tanto sforzo, per entrare nell’ottica del Regno. Infatti in questo modo si tratterebbe ancora di lottare contro la violenza per mezzo della forza, mentre la nonviolenza evangelica, a cui si sono ispirati Tolstoj, Gandhi, Capitini, ecc. insegna a vincere la violenza per mezzo della verità e dell’amore.
Si tratta insomma di due metodi opposti !
In secondo luogo, anche da un punto di vista puramente pratico, occorre capire che la polizia raggiunge (in parte) lo scopo di mantenere l’ordine all’interno di uno Stato, perché lei è armata mentre i cittadini sono disarmati; nel caso di guerra fra Stati, tuttavia, si troverebbe di fronte ad eserciti ben armati. Come fermarli, se non con un massacro ? E poi come sarebbero motivati i poliziotti internazionali, che devono rischiare la vita? da un ideale? quale? da un forte stipendio? Si sono visti i fallimenti dei Caschi Blu, poco motivati. In USA è stata persino avanzata la proposta di mandare mercenari (sic) per fermare le guerre in Africa. Oppure verranno mandati solo aerei che bombardano indiscriminatamente dall’alto, senza rischiare la vita dei piloti ?
E ancora, se i prevaricatori saranno Stati forti come gli USA, o la Russia (vedi Cecenia), o la Cina (vedi il Tibet), quale polizia li fermerà ?
(Altra cosa sono naturalmente le forze di pace che intervengano in situazioni difficili con trattative diplomatiche, persuasione, soccorsi, ecc.).
Bisogna, credo, cercare altre vie, più coerenti, più radicali.
Per eliminare le guerre, bisogna eliminarne le cause. Queste sono oggi, fra i popoli poveri, rappresentate principalmente dalle frustrazioni – il narcisismo frustrato, direbbe Fromm – per cui essi, sentendosi disprezzati e inferiori nei confronti dell’Occidente, cercano di recuperare l’autostima opprimendo a loro volta il vicino povero o più povero, e perciò imitandoci in modo nefasto, oltre ad essere poi soggetti alle seduzioni dei mercanti d’armi interessati a vendergliele.
Cari fratelli, è per una presa di coscienza collettiva che si deve lavorare, non per la creazione di una polizia collettiva! E sarebbe davvero un peccato se voi impiegaste le vostre forze per un progetto destinato a rivelarsi fallimentare, anziché in altri veramente utili. Le nostre forze infatti sono poche e non possiamo sprecarle.

Gloria Gazzeri
Roma

Vorrei arruolarmi nel Corpo di Pace

Caro Direttore di Azione Nonviolenta,
ho letto con molto interesse l’articolo a cura di Ken Butigan, dal titolo I corpi civili di pace sono una possibile risposta alla guerra, pubblicato sul numero di aprile della Sua rivista.
E’ un argomento che mi interessa molto: credo in una rivoluzione (conversione) dal basso e credo che i potenti della Terra si possano convincere di una risoluzione nonviolenta della guerra solo se le associazioni pacifiste di volontariato riescono a creare un corpo civile in grado di prevenire i conflitti armati.
Io mi sono avvicinato alla nonviolenza grazie ai testi di Gandhi e l’ho consolidata in me con i pensieri di Tolstoj, Lanza Del Vasto, Simone Weil, Aldo Capitini, Giuliano Pontara, Lorenzo Milani.
Ho messo in pratica la nonviolenza con la scelta dell’obiezione di coscienza al servizio militare e tuttora porto avanti la mia scelta nonviolenta nella realtà dell’Associazione Papa Giovanni XXIII con un’opera di servizio, pur non facendo parte della comunità.
Ho preso parte ai campi di condivisione promossi dall’Operazione Colomba in Croazia ed in Kossovo, vere e proprie presenze nonviolente in luoghi di conflitto. Ho partecipato alla marcia per la pace a Pristina.
L’Associazione Papa Giovanni XXIII e l’Operazione Colomba promuovono già esse stesse un corpo civile di pace. In ogni caso, alla luce dell’articolo di Ken Butigan – la cui visione mi interessa molto – vi sarei grato se consideraste il mio interessamento alla creazione di un corpo civile di pace e se comunicaste il mio nominativo a chiunque possa essere utile.
La ringrazio per la cortesia e la disponibilità.

Mauro Marchetti
Saludecio RN

SEGNALIAMO
A cura di Silvia Nejrotti

Verso la Biennale della Nonviolenza Un cartello di realtà pacifiste e di volontariato, “Stop war”, sta preparando per l’anno 2001 in Sicilia la prima Biennale della Nonviolenza, rassegna internazionale di eventi sui temi della guerra, come forma involuta del conflitto, e soprattutto della nonviolenza, come opzione feconda di pace.
E’ importante che la manifestazione assuma il nome della nonviolenza, e non di un generico pacifismo. Tutti dicono di volere la pace, anche chi la vuole attraverso la guerra, vanamente. La nonviolenza è più che pacifismo perché cerca la pace coi mezzi coerenti, omogenei alla pace, e perché non contrasta solo la guerra, ma anche tutte le altre forme di violenza, a volte più insinuanti e dure della stessa guerra.
Le manifestazioni delle biennale lasceranno una eredità permanente nel progettato Museo per la Pace di Paternò, presso Catania. Ci sono nel mondo vari musei sulla guerra e la shoah, ma, come ha detto Peter van den Dungen, responsabile della International Network of Peace Museums, recatosi appositamente in Sicilia: «Questo genere di musei può provocare nei visitatori oltre che orrore, dolore e sgomento, anche un senso di rassegnazione, di impossibilità di reagire a tanto male. Invece, il Museo per la Pace deve mostrare il potere della nonviolenza e le sue esperienze di lotta, presentare le istituzioni per la pace. Adesso dobbiamo creare figure di costruttori di pace, rendere visibile la pace, creare professionisti delle azioni veramente di pace». E’ significativo che il Museo avrà sede in un appartamento confiscato alla mafia.
Chiunque – singolo, associazione, comitato, gruppo, chiesa, scuola, ente locale, cooperativa, impresa sociale, movimento artistico, giornale… – sia interessato a saperne di più, o a svolgere una parte nel progettare, realizzare, sostenere la Biennale della Nonviolenza, può rivolgersi a “Stop War” ( stopwar@iol.it ; tel-fax 095-316.339 a Catania; 091-32.28.68 a Palermo; c/c 100170 Banca Popolare Etica (Abi 5018 – Cab 12100).

Turismo Responsabile

Trentadue pagine dedicate al turismo responsabile, ricche di foto e proposte per chi vuole uscire dai riti e miti del turismo tradizionale. E’ l’inserto dell’ultimo numero di Volontari per lo sviluppo, rivista bimestrale edita da un gruppo di organizzazioni non governative che si occupa dei temi della cooperazione e del volontariato internazionale (ma anche delle economie alternative e di tutte le questioni che riguardano i paesi in via di sviluppo). Quindici viaggi – dal Brasile al Tibet, dal Costa Rica all’Albania, dal Guatemala all’Africa subsaheliana – cercano, compatibilmente con il tempo a disposizione, di fornire al turista qualche strumento in più per la comprensione dei paesi e delle popolazioni che vivono tuttora ai margini del ‘villaggio globale’.
INFO: Volontari per lo Sviluppo, T. 011/8993823, F. 011/8994700 E-mail: cisv-2@arpnet.it
Web site: www. arpnet.it/cisv

Democrazia e responsabilità

Marco Mari, Democrazia e responsabilità – Maritain, Mounier, Bonhoeffer, Capitini e Verri, Armando Editore, Roma, 1999, pp. 111, £ 20.000
Accompagniamo la segnalazione di questo con le parole dell’Autore: “Democrazia può voler dire tutto e nulla. Carica di significati diversi a seconda degli ambiti in cui è invocata, oggi la democrazia pare essere la meta di ogni speculazione politica, sia che si parta da destra, da sinistra o dal centro, anche se poi a ben vedere, ognuno la intende a modo suo. Riflettere sul significato profondo di questo termine può essere dunque un modo per fare chiarezza e riappropriarsene, per acquisire consapevolezza verso cosa tendere. Ma la democrazia non è frutto del caso, essa nasce da un impegno preciso, da una consapevolezza politica che è anche assunzione di responsabilità, responsabilità difficili che a volte (…) chiamano ad azioni fuori dalle logiche comuni, per una coerenza talmente profonda da poter apparire ai più come incoerenza”.

La Biologia Sociale

Carmelo R. Viola, A proposito del Kosovo: come i barbari di Nagasaki vogliono “feudalizzare il mondo”, tomo 1 e 2, Quaderno n. 17, Centro Studi Biologia Sociale, Acireale/CT, febbraio 2000
L’ A. propone una lettura della guerra Nato-Serbia come ‘esempio paradigmatico’ per analizzare, da un punto di vista socio-biologico, lo ‘stato attuale della civiltà’ e per mettere in luce il ‘piano di feudalizzazione mondiale perseguito dagli USA come epilogo fisiologico della gara a chi diventa più forte’.
Numerose sono le pubblicazioni del Centro Studi Biologia Sociale – ‘centro che promuove lo studio e l’approfondimento critico della Biologia Sociale, scienza interdisciplinare fondata da Carmelo R. Viola’, recita l’opuscolo introduttivo – , è possibile richiedere il catalogo dei titoli, ordinare i quaderni e informarsi sulle attività del Centro, rivolgendosi al seguente indirizzo:
Centro Studi Biologia Sociale, C.P. 65 – 95024 Acireale (CT), email: cviola@ctonline.it http//members.tripod.com/~biosociologo/home.htm

A Natasa Kandic e Vjosa Dobruna
il Premio Langer 2000

A cura di Helmuth Moroder

Il Comitato Scientifico e di Garanzia della Fondazione, composto da Renzo Imbeni (presidente), Bologna, deputato europeo, vice-presidente del P.E.; Gianni Tamino (vice), Padova, biologo, docente universitario; Ursula Apitzsch, Frankfurt, docente e ricercatrice universitaria; Anna Bravo, Torino, storica, docente universitaria; Elis Deghenghi Olujiæ, Pula/Pola critica letteraria, docente universitaria; Sonia Filippazzi, Roma, giornalista, Segretariato ONU contro la desertificazione; Pinuccia Montanari, Reggio Emilia, giornalista, bibliotecaria università; Margit Pieber, Wien, insegnante, giornalista; Alessandra Zendron, Bolzano, giornalista, consigliere Regione Trentino-Südtirol, ha deciso di assegnare il premio 2000 a Natasa Kandic e Vjosa Dobruna, due donne di Belgrado e Pristina. Una menzione speciale verrà conferita al deputato russo Sergei Kovaljev per il suo impegno per la difesa dei diritti umani in Cecenia.
In precedenza i premi erano andati nel 1997 a Khalida Messaoudi (Algeria), nel 1998 a Jolande Mukagasana e Jacqueline Mukansonera (Rwanda), nel 1999 a Ding Zilin e Jang Peikun (Cina).
Con questo premio la Fondazione vuole ricordare Alexander Langer, il parlamentare europeo che ha deciso di morire il 5 luglio 1995 e incoraggiare persone che si battano per la convivenza tra i popoli, per la difesa di diritti universali e la tutela della natura. Il premio è dotato di una somma di 20.000.000 di lire.
Natasa Kandic (1946), laureata in Sociologia nel 1972 presso l’Università di Belgrado, entra a far parte di quel gruppo di intellettuali che, già a partire dal 1990, si oppone attivamente alla linea politica repressiva delle autorità serbe nei confronti delle minoranze democratiche e si impegna per difesa dei diritti umani e per la difesa delle vittime di soprusi perpetrati nel nome della superiorità etnica o nazionale E´ nel 1992 che fonda lo Humanitarian Law Center a Belgrado, di cui è attualmente il Direttore Esecutivo. Inizia a recarsi con regolarità anche in Kosova/o, dove oltre a raccogliere una documentazione sul campo, fornisce assistenza legale, ed altre forme di solidarietà. Nel 1996 apre un ufficio dello HLC anche a Pristina. Continua la sua attività nonostante le minacce e le limitazioni imposte dal regime di Belgrado, non fermandosi nemmeno dopo lo scoppio della guerra. Natasa Kandic, nel pieno dei bombardamenti NATO, si reca più volte in taxi a Pristina, per rendersi conto direttamente della situazione, rischiando la vita per portare in salvo qualche kosovaro. Fa sentire spesso la sua voce attraverso la stampa internazionale e grazie al lavoro d’inchiesta portato avanti con gli uffici dell´HLC, ha potuto offrire un prezioso contributo alla creazione del tribunale dell´Aja e alle sue prime sentenze di condanna. Di recente ha ricevuto insieme a Veton Surroi, direttore del quotidiano di Pristina Koha Ditore, il premio per la democrazia dal “National Endowment for Democracy” a Washington.
Vjosa Dobruna. (1955) pediatra di Pristina, partecipa dagli anni ’90 alla resistenza non violenta ed alla disobbedienza civile sostenuta dal popolo kosovaro, contro la politica discriminatoria del regime di Milosevic. Perso il lavoro nel ’92, come tutti i medici e i professori di lingua albanese, decide di dedicare la vita all’impegno a fianco delle donne e dei bambini kosovari. Ed è così che, grazie alla collaborazione di associazioni di donne di Bologna, dà vita a Pristina ad un “Centro per le donne e i bambini”, che si impegna in particolare nel campo della salute e dell’istruzione. All’esplodere della guerra, nel marzo scorso, Vjosa Dobruna decide di trasformare il Centro, dotato di qualche attrezzatura, in un ospedale di fortuna. Viene improvvisamente catturata in punta di mitra, caricata a forza su un treno e condotta fino a Tetovo, in Macedonia. Nemmeno qui, nel campo profughi, si perde d´animo e riesce a continuare il suo lavoro con le donne e con i bambini, impegnandosi a mettere in piedi un Centro simile a quello di Pristina. Rientrata con i primi convogli di profughi alla fine della guerra, Vjosa Dobruna si impegna nella ricostruzione delle cose e delle relazioni tra le persone. Vuole che il Kosova/o vinca questa decisiva sfida e possa diventare veramente un paese per tutti quelli che vogliono viverci nel rispetto reciproco. Ha ricevuto di recente un incarico ONU volto proprio a favorire e promuovere il processo di riconciliazione nel suo paese.

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