• 15 Agosto 2022 12:58

Azione nonviolenta – Maggio 1999

DiFabio

Feb 6, 1999

Azione nonviolenta maggio 1999

– Delegittimare la guerra per trovare una pace giusta, di Angela Dogliotti Marasso
– Chi ha ucciso la costituzione?
– Facciamo prevalere la civiltà
– L’uso della forza affidato alla polizia internazionale, di Enrico Peyretti
– Mai più Auschwitz, mai più Hiroshima, di Edi Rabini
– Missili intelligenti, presidi deficienti
– Dentro la base nato per aprire un dialogo
– Lettera ad un pilota Nato
– Riflessioni sulla guerra
– Quale politica della difesa per i nonviolenti? di Angela Dogliotti Marasso
– I ponti sacri di Alex, di Adriano Sofri
– La nonviolenza di Gandhi, le bombe di Pannella
– Domande e risposte sul Kosovo, di Alessandro Marescotti
– Il brusco risveglio di fronte alla guerra, di Fulvio Cesare Manara

Rubriche

– L’Italia ripudia la Costituzione: noi ripudiamo l’Italia!
– Bombe “umanitarie” e disfatta umanitaria
– Boezio, la consolazione della filosofia
– La pratica del rallentamento del tempo

La guerra è come una valanga, al suo passare travolge tutto e tutti. Rompe e distrugge anche i torti e le ragioni. Uccide anche ciò che vorrebbe salvare. I profughi che fuggono dalla pulizia etnica muoiono per le bombe di chi avrebbe dovuto difenderli. E’ la guerra, che ha coinvolto anche noi. L‘Italia, in base al Diritto, potrebbe fare esclusivamente guerre di difesa e solo una precisa procedura giuridica, che coinvolge il Parlamento e il Presidente della Repubblica, può dichiarare lo “stato di guerra”. Il Presidente del Consiglio ha detto che “siamo in guerra, e quando c’è la guerra si spara”. Forse ha scordato che l’utilizzo delle basi e dell’aviazione militare italiana avviene al di fuori delle regole internazionali. Da oltre un mese, dunque, viviamo con un deficit di democrazia. Il Patto fondamentale su cui si fonda la civile convivenza nel nostro paese è stato calpestato. Ci si nasconde dietro perifrasi come “difesa integrata” che non riescono a mascherare la realtà della guerra. Sui banchi di scuola abbiamo studiato che la Costituzione è la Carta suprema alla quale tutte le Leggi si devono uniformare. Cosa dobbiamo fare, oggi, di fronte al fatto che i vertici delle Istituzioni non sanno o non vogliono far rispettare la Costituzione?

Per questo abbiamo presentato una denuncia penale alla Procura della Repubblica (da pag. 4 a pag. 7) e chiediamo a tutti i nonviolenti di sostenere localmente questa iniziativa sottoscrivendo la “dichiarazione di opposizione alla guerra” (a pag. 9), anche con un impegno economico (pagare per la pace anziché per la guerra) in occasione della dichiarazione dei redditi.

Per il resto proseguiamo e rafforziamo il nostro incessante impegno per la nonviolenza a partire dalla diffusione di questo numero speciale di Azione nonviolenta.

Mao Valpiana

STRATEGIE ALTERNATIVE DI DIFESA PER INTERVENIRE NEI CONFLITTI
Delegittimare la guerra, per trovare una pace giusta

di Angela Dogliotti Marasso

Articolo 11

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art.11)

Le tragiche esperienze di genocidi, deportazioni, bombardamenti avevano portato i costituenti a fondare su questa decisiva affermazione di civiltà il patto di convivenza nel nostro paese nell’immediato dopoguerra.

Altri massacri, pulizie etniche, deportazioni hanno insanguinato, da allora, il nostro secolo: la guerra non è uscita dalla storia, anche se la coscienza comune ne percepisce chiaramente tutto l’orrore. E’ difficile trovare oggi qualcuno che la esalti ancora come “igiene del mondo”, ma ciò che è rimasto nel profondo della nostra sedimentazione culturale è l’essenza della sua legittimazione come strumento della politica.

Si dice infatti di questa guerra: tutte le vie pacifiche sono fallite, non si può accettare il genocidio del Kossovo, “la Nato non deve perdere l’occasione di colpire a fondo, costringendo Milosevic a una cessazione delle ostilità non provvisoria e unilaterale, ma sostanziale e risolutiva”(Gianni Vattimo, La Stampa del 7/4/99)

E’ su questo punto che dobbiamo rispondere, questo è il nocciolo duro da intaccare: delegittimare la guerra; affermare, costruire, sviluppare strategie alternative di difesa e di intervento nelle situazioni di conflitto.

Perché non è vero che tutte le vie pacifiche siano fallite, è vero piuttosto che non sono state adeguatamente seguite le alternative alla guerra che nel corso del conflitto tra dirigenza serba e Kosovari si sono presentate:

a- non è stata sostenuta, da un’Europa indifferente, la decennale resistenza nonviolenta dei Kosovari , che aveva finora impedito la guerra nel punto più caldo dei Balcani, mentre è stato favorito il conflitto armato appoggiando e armando l’UCK;

b- Milosevic è stato premiato con l’eliminazione delle sanzioni di primo livello e con accordi economici , anche da parte dell’Italia (STET, FIAT…);

c- la missione degli osservatori OSCE, che ha svolto un positivo lavoro di interposizione e di mediazione tra le milizie serbe, l’UCK e la popolazione civile, è giunta troppo tardi ed è stata solo parzialmente realizzata (1400 verificatori su 2000)

d- è stato svolto un insufficiente lavoro diplomatico in ambito ONU e OSCE, lavoro che avrebbe potuto individuare le forme di un intervento, anche limitato, ma accettabile da tutte le parti

Ma a queste argomentazioni si risponde che non possiamo andare a vedere quali errori siano stati fatti nel passato, perché di fronte al massacro era necessario prendere una decisione immediata, per fermarlo.

Ma come si può chiederci di non ragionare sul passato se è proprio dalle omissioni, dalle indifferenze, dagli errori del passato che si è sviluppata l’attuale, tragica situazione? Non si può sostenere che la guerra è l’unica risposta quando essa non è che l’ultimo anello di una serie di opzioni politiche che, in quanto prigioniere di una cultura di legittimazione della guerra, hanno avuto l’effetto di mettere in atto una profezia che si è autoavverata. Perché, infatti, non sostenere Rugova e armare, invece, l’UCK? Non significa ciò, nella migliore delle ipotesi, sentire solo la ragione delle armi? E quale morte annunciata più della tragedia del Kossovo? Bisognava aspettare fino ad ora per scoprire il volto feroce di Milosevic?

Non solo, ma l’intervento NATO anziché proteggere i Kosovari, li ha esposti ancor più, in modo irresponsabile (un paradosso dell’etica della responsabilità…), alla pulizia etnica di Milosevic e alla vendetta delle milizie serbe, ponendo la necessità di una nuova escalation della guerra. Di questo passo, ci saranno ancora Kosovari da salvare quando la resistenza serba sarà piegata? Non si rivela in questo modo il fatale destino della eterogenesi dei fini quando la violenza vuole farsi giustizia?

Oltre a ciò, i bombardamenti sulla Serbia hanno ottenuto finora come risultato:

– di ricompattare i Serbi attorno a Milosevic, isolando i dissidenti;

– di incrementare gli odi reciproci, di cronicizzare le separazioni etniche;

– di isolare i moderati di entrambe le parti , favorendo invece le posizioni estreme e rendendo così più difficile una reale soluzione del conflitto.

Per questo siamo convinti che non esistono alternative alla ricerca di una alternativa alla guerra.

E per questo i movimenti nonviolenti hanno approfondito la ricerca e la sperimentazione di forme di intervento, di interposizione, di difesa civili (caschi bianchi, berretti bianchi, PBI, ambasciata di pace a Pristina, reti di donne attraverso i confini, mediazioni della diplomazia non ufficiale come quelle della Comunità di S.Egidio…)

E’ un segno di speranza che queste iniziative, sviluppatesi nell’ambito della ricerca per la pace e della diplomazia popolare, siano oggi riconosciute anche a livello istituzionale, sia in Italia dalla Legge 230/98 che prevede la predisposizione di forme di difesa civile non armata e nonviolenta, sia in Europa, dalla raccomandazione del 10/2/99 del Parlamento Europeo (per sostenere la quale il Movimento Nonviolento è impegnato da tempo), che prevede l’istituzione di un Corpo Civile di Pace Europeo, organismo che prefigura una strategia alternativa di intervento nei conflitti, nella quale l’Europa potrebbe svolgere un ruolo fondamentale e non subalterno a nessuno Si fermi dunque la guerra prima che i suoi effetti diventino irreparabili per la futura convivenza in quelle terre martoriate; la parola torni subito alla diplomazia e alle legittime istituzioni internazionali, nate per risolvere le controversie con mezzi più civili e umani della guerra. Se forza di interposizione armata deve esserci, sia una forza multinazionale sotto egida ONU e OSCE.

E poi si convochi al più presto una Conferenza internazionale di pace sull’Europa del sud-est, “non di spartizione in pericolosi stati etnici, ma per aiutare la convivenza delle culture diverse sulla stessa terra, che è l’unica formula della pace giusta”.

segreteria nazionale del Movimento Nonviolento

UNA DENUNCIA PENALE PER DIFENDERE IL DIRITTO
Chi ha ucciso la Costituzione?

Alla Procura Generale presso la Corte di Cassazione – Roma

Alla Procura della Repubblica presso il Tribunale civile e penale di Roma

rimettendosi per la competenza nell’eventualità di “reati ministeriali”.

Tutto quanto sopra presentando questo documento alla

Procura della Repubblica presso il Tribunale penale di Verona

pregato di trasmetterlo a chi di competenza.
Oggetto: Denuncia penale

Come è noto, da oltre un mese paesi aderenti al Patto Atlantico, senza alcun mandato ONU, hanno mosso guerra contro la Federazione Jugoslava, accusata nella Serbia, suo paese guida, di compiere il genocidio del popolo Kosovaro. Fin dall’inizio delle ostilità il Governo Italiano, pur mostrandosi solidale con gli alleati, di cui ha condiviso decisioni politiche e militari, ha dichiarato che il nostro paese non avrebbe partecipato direttamente alle operazioni belliche con propri mezzi e uomini. E non poteva essere diversamente, posto il ripudio assoluto della guerra, ammessa per fini esclusivamente difensivi, dettato dall’art. 11 della Costituzione.

I “mass media” hanno riferito, con enfasi, che vi sarebbe stato un “salto di qualità” nel contributo dato dal nostro paese all’intervento NATO. E infatti, se in un primo momento le forze armate italiane si erano limitate a pattugliare mari e cieli per garantire la difesa del territorio nazionale da eventuali reazioni serbe, ora sembra che aerei militari italiani abbiano scortato bombardieri NATO nello spazio aereo Jugoslavo e che, in questa attività di “copertura”, abbiano aperto il fuoco contro obiettivi militari dell’esercito Jugoslavo.

Al di là delle acrobazie linguistiche tentate da politici e militari per attribuire carattere difensivo a una tale operazione, è fin troppo evidente invece che questa costituisce un’azione direttamente offensiva e comunque un concreto supporto ai bombardamenti e quindi un’attiva partecipazione delle nostre forze armate alle operazioni di guerra. In altri termini spianare la strada ai bombardieri, bombardando, significa partecipare direttamente ai bombardamenti. E che bombe italiane siano esplose in territorio Jugoslavo sembrerebbe confermato anche dal mutato atteggiamento delle autorità serbe che, se fino a ieri non includevano l’Italia fra i paesi nemici, oggi improvvisamente ci considerano alla stregua degli altri paesi NATO che partecipano all’azione militare.

Intervistato sull’argomento, l’On. Presidente del Consiglio dei Ministri Massimo D’Alema, meravigliandosi dello scalpore suscitato dalla notizia, ha affermato, con calma olimpica, che: “Siamo in guerra e la guerra si combatte con le armi”. Il Capo del Governo quindi, non solo non smentisce un nostro diretto coinvolgimento nella guerra, ma comunica ufficialmente al Popolo italiano che l’Italia è in guerra contro la Federazione Jugoslava. Se non che, consapevoli della gravità dei fatti fin qui dedotti, le autorità politiche e militari italiane tentano ora, smentendo le prime voci, di giustificare l’accaduto affermando che gli aerei italiani sarebbero intervenuti per prevenire “possibili” attacchi contro i militari italiani di stanza in Albania. La tesi sembra però insostenibile perché da un lato non si vede quale minaccia poteva costituire per i fanti italiani dell’operazione Arcobaleno una postazione radar di contraerea (oggetto delle bombe italiane), dall’altro perché semmai è proprio in conseguenza di questa “escalation” militare che i nostri soldati – ora sì ! – possono divenire oggetto di attacchi nemici.

I fatti, se confermati, sono di una gravità sconcertante.

Come già detto il nostro paese non può in alcun modo e per alcuna ragione prendere parte ad una guerra di tipo offensivo, quale quella in atto contro la “Serbia”, quand’anche motivata dal dichiarato intento di scongiurare un disastro umanitario. Per superare il divieto posto dalla Costituzione non si possono invocare la fedeltà agli alleati e il rispetto del Patto Atlantico. Il trattato NATO infatti, ci obbliga ad intervenire a difesa dell’integrità dei paesi ad esso aderenti solo quando questi subiscano un’aggressione militare straniera, ma non anche nella diversa ipotesi, quale quella di specie in cui siano essi ad aggredire un paese terzo.

La Costituzione poi attribuisce il potere di deliberare lo stato di guerra alle Camere e non al Governo. La responsabilità politica di un’opzione così grave ed estrema, il potere di decidere se il Paese debba o no entrare in guerra spetta in ogni caso al Parlamento e cioè all’organo rappresentativo della volontà popolare. Ne consegue che, in assenza di un tale pronunciamento, il potere esecutivo non può in alcun modo impegnare le forze militari italiane in operazioni belliche.

Fino ad oggi, a quanto ci risulta, le Camere non hanno deliberato lo stato di guerra né hanno autorizzato azioni militari contro la Federazione Jugoslava, eppure il Capo del Governo afferma in televisione che siamo in guerra e non smentisce le notizie circa una diretta partecipazione dell’aviazione militare italiana ai bombardamenti in atto sul territorio della Federazione Jugoslava.

Al riguardo sembrano rilevanti le seguenti norme, come da fogli qui allegati che fanno parte integrante del presente esposto.

Come cittadini italiani riteniamo che il fedele e puntuale rispetto dei principi e dell’ordine costituzionali sia obbligo prioritario di qualsivoglia organo ed autorità dello stato, politici o militari, e debba essere anteposto ad ogni diverso ed eventuale contrastante interesse politico, militare, economico, strategico o di altra natura.

Le chiediamo pertanto di svolgere le opportune indagini al fine di accertare se vi sia stata effettiva partecipazione, anche solo di supporto, delle nostre forze armate alle operazioni belliche in atto contro la Federazione Jugoslava e, in ipotesi affermativa, di verificare se nei fatti ipotizzati siano riscontrabili responsabilità penali a carico di tutti quei soggetti, autorità organi o servitori dello Stato che in qualsiasi modo avessero contribuito ad una così grave violazione dell’ordine costituzionale, assumendo decisioni e quindi esercitando poteri a loro non spettanti.

Movimento Nonviolento

Via Spagna, 8 – 37123 Verona

Movimento Internazionale della Riconciliazione

Via Garibaldi, 13- 10122 Torino

con la collaborazione dell’avv. Matteo Giuliani, di Fano (Pesaro)

Per ogni atto conseguente a questa denuncia, stabiliamo domicilio presso

Studio dell’Avv. Sandro Canestrini
Via Paoli, 33 – 38068 Rovereto (TN)

Una guerra illegale

Allegato alla denuncia penale
Costituzione della Repubblica Italiana

Art. 11

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla liberta’ degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;”

Art. 78

“Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari.”

Art. 87

“Il presidente della repubblica … dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere.”

La legge 382/78 “Norme di principio sulla disciplina militare” (attuativa dell’articolo 52 della Costituzione sulla difesa della patria) all’art. 2 prevede, tra l’altro, l’osservanza della Costituzione e delle leggi e al comma 5 dell’art. 4 stabilisce che l’esecuzione di ordini sbagliati costituisce reato e che in tal caso il militare ha il dovere di non eseguirli.

Come sottolinea Noam Chomsky in suo recente documento:

“C’è un regime di legge internazionale ed ordine internazionale, che vincola tutti gli stati, basato sulla Carta delle Nazioni Unite (CNU) sulle successive risoluzioni e sulle decisioni della Corte Mondiale. In breve, la minaccia o l’uso della forza è bandita a meno che non sia esplicitamente autorizzato dal Consiglio di Sicurezza dopo che sia stato appurato che sono falliti i mezzi pacifici, o come autodifesa da “attacchi armati” in attesa delle decisioni del Consiglio di Sicurezza.”

In effetti anche sulla base di trattati e legislazioni internazionali l’azione militare della Nato e’ da considerarsi senza ombra di dubbio illegale.

“Siamo nell’illegalita’ dal punto di vista del diritto internazionale generale che ha fondamento nella Carta delle Nazioni Unite”, ha dichiarato il professor Antonio Papisca, docente di Relazioni Internazionali all’Universita’ di Padova, intervistato da Radio Vaticana (fonte: Avvenire 25/3/99).

Il rappresentante dell’Onu a Roma, Staffan de Mistura, intervistato dal Corriere della Sera (25/3/99) sulla “legittimita’ giuridica dell’attacco”, ha dichiarato: “Per ogni organismo internazionale come la Nato, anche una risoluzione dell’Onu (in questo caso la 1203) che chiede la fine di una emergenza umanitaria e il ripristino della pace non e’ sufficiente. E’ necessario l’ok del Consiglio di sicurezza”.

La Nato (organizzazione militare del Patto Atlantico) è un’alleanza difensiva e la solidarietà fra i suoi membri e’ prevista che scatti solo quando viene aggredito un paese membro, come specificato nel Trattato costitutivo della Nato.

Trattato Nord Atlantico (NATO)

(Washington, 4 aprile 1949)

Art.1 – Le parti si impegnano, come e’ stabilito nello Statuto dell’ONU, a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale nella quale potrebbero essere implicate, in modo che la pace e la sicurezza internazionali e la giustizia non vengano messe in pericolo, e ad astenersi nei loro rapporti internazionali dal ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza in modo incompatibile con gli scopi dell’ONU.

Art.3 – Allo scopo di conseguire con maggiore efficacia gli obiettivi del presente Trattato, le parti, agendo individualmente e congiuntamente, in modo continuo ed effettivo, mediante lo sviluppo delle loro risorse e prestandosi reciproca assistenza, manterranno e svilupperanno la loro capacita’ individuale e collettiva di resistenza ad un attacco armato.

Art.4 – Le parti si consulteranno ogni volta che, nell’opinione di una di esse, l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di una di esse siano minacciate.

Art.5 – Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato quale attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se tale attacco dovesse verificarsi ognuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall’art.51 dello Statuto dell’ONU, assisterà la parte o le parti attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’impiego della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico Settentrionale. Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure in conseguenza di esso saranno immediatamente segnalati al Consiglio di Sicurezza. Tali misure verranno sospese quando il Consiglio di Sicurezza avrà adottato le disposizioni necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali.

Art.6 – Agli effetti dell’art.5, per attacco armato contro una o più parti si intende un attacco armato:

– contro il territorio di una di esse in Europa o nell’America settentrionale, contro i Dipartimenti francesi d’Algeria, contro il territorio della Turchia o contro le isole situate sotto la giurisdizione di una delle parti nella regione dell’Atlantico settentrionale a nord del Tropico del Cancro;

– contro le forze, le navi o gli aeromobili di una delle parti che si trovino su detti territori o in qualsiasi altra regione d’Europa nella quale alla data di entrata in vigore del presente Trattato siano stazionate forze di occupazione di una delle parti, o che si trovino nel Mare Mediterraneo o nella zona dell’Atlantico a nord del Tropico del Cancro, o al di sopra di essi. (*)

(*) La parte dell’articolo 6 concernente i Dipartimenti francesi d’Algeria non e’ più in vigore mentre il territorio comprendente nazioni della Nato si e’ ampliato con l’ingresso di nuove nazioni nell’Alleanza.
Statuto delle Nazioni Unite

(San Francisco, 25 ottobre 1945)

Art.1

I fini delle Nazioni Unite sono:

1. Mantenere la pace e la sicurezza internazionale, ed a questo fine: prendere efficaci misure collettive per prevenire e rimuovere le minacce alla pace e per reprimere gli atti di aggressione o le altre violazioni della pace, e conseguire con mezzi pacifici, ed in conformità ai principi della giustizia e del diritto internazionale, la composizione o la soluzione delle controversie o delle situazioni internazionali che potrebbero portare ad una violazione della pace;

2. Sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’autodecisione dei popoli, e prendere altre misure atte a rafforzare la pace universale;

Art.2

L’Organizzazione e i suoi Membri, nel perseguire i fini enunciati nell’articolo 1, devono agire in conformità ai seguenti principi:

3. I Membri devono risolvere le loro controversie internazionali con mezzi pacifici, in maniera che la pace e la sicurezza internazionale, e la giustizia, non siano messe in pericolo.

4. I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite.

5. I Membri devono dare alle Nazioni Unite ogni assistenza in qualsiasi azione che queste intraprendono in conformità alle disposizioni del presente Statuto, e devono astenersi dal dare assistenza a qualsiasi Stato contro cui le Nazioni Unite intraprendono un’azione preventiva o coercitiva.

L’art.23

definisce la composizione del Consiglio di Sicurezza: 15 membri delle Nazioni Unite di cui 5 permanenti (Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia) e 10 a rotazione (eletti ogni 2 anni). Le decisioni del Consiglio di Sicurezza richiedono 9 voti su 15 e nessun voto contrario dei cinque membri permanenti; una nazione che sia parte di una controversia deve astenersi dal voto (art.27).

Art.26

Al fine di promuovere lo stabilimento ed il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale col minimo dispendio delle risorse umane ed economiche mondiali per gli armamenti, il Consiglio di Sicurezza ha il compito di formulare, con l’ausilio del Comitato di Stato Maggiore previsto dall’art.47, piani da sottoporre ai Membri delle Nazioni Unite per l’istituzione di un sistema di disciplina degli armamenti.

Art.33

1. Le parti di una controversia, la continuazione sia suscettibile di mettere in pericolo il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, devono, anzitutto, perseguirne una soluzione mediante negoziati, inchiesta, mediazione, conciliazione, arbitrato, regolamento giudiziale, ricorso ad organizzazioni od accordi regionali, od altri mezzi pacifici di loro scelta.

2. Il Consiglio di Sicurezza, ove lo ritenga necessario, invita le parti a regolare la loro controversia mediante tali mezzi.

Art.41

Il Consiglio di Sicurezza può decidere quali misure, non implicanti l’impiego della forza armata, debbano essere adottate per dare effetto alle sue decisioni, e può invitare i membri delle Nazioni Unite ad applicare tali misure. Queste possono comprendere un’interruzione totale o parziale delle relazioni economiche e delle comunicazioni ferroviarie, marittime, aeree, postali, telegrafiche, radio ed altre, e la rottura delle relazioni diplomatiche.

Art.42

Se il Consiglio di Sicurezza ritiene che le misure previste nell’articolo 41 siano inadeguate o si siano dimostrate inadeguate, esso può intraprendere con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione che sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale. Tale azione può comprendere dimostrazioni, blocchi ed altre operazioni mediante forze aeree, navali o terrestri di Membri delle Nazioni Unite.

Art.43

1. Al fine di contribuire al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, tutti i Membri delle Nazioni Unite si impegnano a mettere a disposizione del Consiglio di Sicurezza, a sua richiesta ed in conformità ad un accordo o ad accordi speciali, le forze armate, l’assistenza e le facilitazioni, compreso il diritto di passaggio, necessario per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.

Art.46

I piani per l’impiego delle forze armate sono stabiliti dal Consiglio di Sicurezza coadiuvato dal Comitato di Stato Maggiore.

Art.51

Nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di legittima difesa individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un Membro delle Nazioni Unite, fintantoché il Consiglio di sicurezza non abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale…

Art.52

1. Nessuna disposizione del presente Statuto preclude l’esistenza di accordi od organizzazioni regionali per la trattazione di quelle questioni concernenti il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, che si prestino ad un’azione regionale, perché tali accordi od organizzazioni e le loro attività siano conformi ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.

2. I Membri delle Nazioni Unite che partecipino a tali accordi od organizzazioni devono fare ogni sforzo per giungere ad una soluzione delle controversie di carattere locale mediante tali accordi od organizzazioni regionali prima di deferirle al Consiglio di Sicurezza.

3. Il Consiglio di Sicurezza incoraggia lo sviluppo della soluzione pacifica delle controversie di carattere locale, mediante gli accordi e le organizzazioni regionali, sia su iniziativa degli Stati interessati, sia per deferimento da parte del Consiglio di sicurezza.

Art.53

Il Consiglio di Sicurezza utilizza, se nel caso, gli accordi o le organizzazioni regionali per operazioni coercitive sotto la sua direzione.

Tuttavia nessuna azione coercitiva può essere intrapresa in base ad accordi regionali o da parte di organizzazioni regionali senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza.

Sembrano dunque presenti le violazioni di cui alle seguenti leggi, norme e trattati:

– La Costituzione all’Art.11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”;

– L’art 24, che in collegamento con L’art. 51 della carta ONU, vieta l’uso della forza contro un altro Stato, salvo nei casi di autodifesa individuale o collettiva;

– L’Art. 52 del Trattato di Vienna del 23.05.69 “…è vietato agli Stati di costringere ad accettare un patto con la minaccia della forza”;

– L’Art. 22 delle relative regole della dell’Aja del 1923 per la guerra aerea “…vietati i bombardamenti allo scopo di terrorizzare la popolazione civile o allo scopo di distruggere la proprietà privata”;

– L’Art. 24 che prescrive che se il bombardamento non è possibile senza discriminazione civile, i bombardieri devono abbandonare la loro azione….;

– La Ratifica ed esecuzione della convenzione sulla protezione dei materiali nucleari, con allegati, aperta alla firma a Vienna ed a New York il 03.03.1980 (G.U. 7 ottobre 1982, n.277, suppl. ord);

Inoltre, stante il disposto dell’art. 95 della Costituzione (responsabilità del Presidente del Consiglio e dei Ministri per gli atti compiuti dal Governo), dell’Art. 87 (il Presidente della Repubblica ha il Comando delle Forze Armate), dell’Art. 90 (messa in stato di accusa per alto tradimento ed attentato alla Costituzione) i sottoscritti Movimenti, oltre a richiedere l’accertamento della responsabilità penali per tutti i soggetti coinvolti, si riservano di promuovere iniziative affinché le massime cariche dello Stato rispondano, secondo quanto prevede la Costituzione (artt. 96 e 134) per le loro peculiari responsabilità.

Movimento Nonviolento

Movimento Internazionale della Riconciliazione

Documento della “Campagna per una soluzione nonviolenta nel Kosovo” sull’attuale situazione di guerra nella Federazione Jugoslava e nel Kosovo.

1) Esprimiamo dolore per il fatto di assistere all’ennesimo tentativo delle grandi potenze di far credere che la pace si possa ottenere con la guerra e che il bombardamento di città e villaggi per raggiungere obiettivi militari sia assolutamente indispensabile. Nella guerra moderna si sta verificando che la vera vittima rimane sempre e solo la popolazione civile di qualsiasi gruppo etnico essa sia. Nella situazione specifica i missili e le bombe uccidono sia le vittime che i carnefici, tanto più che questi ultimi usano i primi come scudi umani per difendersi dai bombardamenti. Questo è ancora più vero per gli attacchi sul Kosovo dove il rischio è di uccidere proprio la popolazione che si pretende di difendere.

2) I Governi dei Paesi che aderiscono alla NATO hanno dichiarato ufficialmente che si è arrivati ai bombardamenti dei territori della Jugoslavia (Serbia e Montenegro) perché si erano tentate tutte le possibili vie diplomatiche pacifiche e perché queste erano fallite. La “Campagna per una soluzione non violenta nel Kosovo” – che dal 1993 si occupa della prevenzione del conflitto armato e della ricerca di valide soluzioni al problema del Kosovo – sa che questo non è affatto vero:

a) perché la diplomazia internazionale non ha fatto quasi nulla per prevenire questa prevedibile escalation di violenza tra le etnie: infatti non ha appoggiato seriamente la resistenza nonviolenta del popolo kosovaro, condotta ininterrottamente dal 1989, favorendone inoltre le forme e componenti più passive. La Transnational foundation for peace and future research (TFF), che nel 1992 ha denunziato il rischio della possibile esplosione della guerra nel Kosovo, ha espresso il dubbio che questa mancanza di appoggio alla prevenzione della guerra sia dovuta al fatto che si attendeva l’esplosione del conflitto armato per sostenere la necessità e l’indispensabilità dell’intervento della NATO, in cerca di rilegittimazione dopo il crollo del bipolarismo est-ovest e a cinquant’anni dalla sua fondazione.

b) perché l’unico tentativo riuscito di mediazione portato avanti dalla diplomazia non ufficiale tramite la Comunità di Sant’Egidio, che prevedeva una normalizzazione del sistema scolastico nel Kosovo, invece di essere attentamente monitorato nella sua applicazione, è restato lettera morta per un anno e mezzo. Malgrado questo è stato premiato Milosevic, principale responsabile della non applicazione, eliminando le sanzioni di primo livello, riconoscendo ufficialmente la Neo-Jugoslavia e dichiarandola zona di mercato privilegiato (aprendo così la corsa agli affari di cui l’Italia – tramite Telecom, Fiat, e altre ditte interessate allo sfruttamento delle potenzialità delle miniere di Trepca – è il primo partner economico).

c) perché la diplomazia internazionale è stata estremamente lenta nell’applicazione dell’accordo tra Holbrooke e Milosevic che prevedeva l’intervento nel Kosovo di 2000 verificatori del cessate il fuoco non armati. Infatti, pur essendo il numero dei verificatori estremamente ristretto in rapporto al territorio da tenere sotto controllo, a quasi un anno dalla sua firma solo 1400 di loro risultavano dislocati. Ciò nonostante la loro presenza era riuscita a contenere la violenza sulla popolazione civile, vertiginosamente esplosa al loro ritiro.

d) perché ci sono molti dubbi, da quanto si è potuto conoscere, che altre soluzioni previste e di cui si è parlato durante i lavori di Rambouillet, come l’intervento di un corpo di peacekeeping ufficiale dell’ONU, o di una delega ufficiale da parte di questo all’OSCE – tutti organismi cui aderisce anche la Russia e che darebbero maggiori garanzie di obiettività e neutralità – siano state adeguatamente esplorate, nel tentativo anche qui di portare in primo piano gli interessi di parte della NATO

3) Visto tutto questo ci sembra necessario, per togliere questi dubbi e dare un’altra possibilità alla pace, di chiedere a Kofi Annan e all’ONU di fare un ulteriore tentativo di mediazione che preveda:

a) l’immediata cessazione dei bombardamenti NATO su tutta l’area;

b) la firma da entrambe le parti – Jugoslavia e Governo Parallelo del Kosovo – di un nuovo cessate il fuoco che comporti l’uscita dal Kosovo dell’esercito jugoslavo fino ai livelli già previsti dall’accordo Holbrooke-Milosevic, con l’interruzione dei combattimenti da parte di entrambi i contendenti.

c) il rientro nell’area dei verificatori OSCE, sensibilmente potenziati nel numero e nelle competenze, e integrati da elementi della società civile ben preparati alla mediazione e alla soluzione nonviolenta dei conflitti.

d) l’organizzazione, prima possibile, da parte delle NU, preferibilmente nella loro sede di Ginevra che è sembrata più neutrale e libera da condizionamenti di quella di New York, di una Conferenza Internazionale di pace per tutti i Balcani, cui partecipino tutti i Governi dell’area balcanica e le organizzazioni non governative che in questi anni si sono occupate dei problemi di queste terre. E’ indispensabile che la Conferenza consideri il problema del Kosovo all’interno del più vasto quadro balcanico. Infatti il conflitto si sta già estendendo alla Macedonia e all’Albania, e il Montenegro – malgrado la sua dissociazione dalla politica di Milosevic – è stato pesantemente bombardato.

4) Ci auguriamo che queste nostre proposte vengano accettate e che la forza della ragione e della pace prevalgano su quelle della guerra e della forza. Infatti, sappiamo che quando la parola passa alle armi non sono più possibili soluzioni di giustizia.

AGIRE PER LA PACE IN SERBIA, IN KOSOVO, IN ITALIA
Facciamo prevalere la civiltà

Dichiarazione dei democratici serbi

Siamo persone che da tempo si sono battute e attivate per una Serbia democratica e antinazionalista, che hanno scelto di rimanere in Jugoslavia durante questo momento di crisi e che vogliono vedere la Jugoslavia reintegrata nella comunità internazionale. Affermiamo quanto segue:

1. Noi condanniamo fermamente il bombardamento NATO che ha esacerbato enormemente la violenza in Kosovo e che ha causato l’esodo fuori della Jugoslavia e al suo interno. Condanniamo fortemente la pulizia etnica nei confronti della popolazione albanese perpetrata da qualsiasi forza jugoslava. Condanniamo fermamente la violenza dell’UCK (esercito di liberazione del Kosovo) diretta contro i serbi, i moderati albanesi e altre comunità etniche del Kosovo. La catastrofe umanitaria nel Kosovo – morte, dolore ed estrema sofferenza per centinaia di albanesi, serbi e altre comunità etniche – deve terminare. Tutti i rifugiati esplusi dalla Jugoslavia devono poter tornare alle loro case immediatamente e incondizionatamente, deve essere loro garantita la sicurezza e il rispetto dei diritti umani e deve essere fornito loro un aiuto per la ricostruzione. Coloro i quali hanno perpetrato crimini contro l’umanità, chiunque essi siano, devono essere portati davanti alla giustizia.

2. I combattimenti fra le forze serbe e l’UCK devono essere fermati immediatamente cosi’ da permettere un nuovo giro di negoziati. Tutte le parti devono accantonare le loro richieste massimalistiche. Non vi sono (come in numerosi altri conflitti simili, come quello dell’Irlanda del Nord) soluzioni facili e veloci. Noi tutti dobbiamo essere preparati per un lungo e sofferto processo di negoziazione e normalizzazione.

3. Il bombardamento della Jugoslavia da parte della NATO causa distruzione e un crescente numero di vittime civili (almeno diverse centinaia, forse un migliaio per ora). Il risultato finale sarà la distruzione delle fondamenta economiche e culturali della società jugoslava. Ciò deve finire immediatamente.

4. La Carta dell’ONU, l’Atto Finale di Helsinki, il documento di fondazione della NATO, cosi’ come le costituzioni di paesi come la Germania, l’Italia, il Portogallo, sono stati violati da questa aggressione. Come individui che hanno dedicato la loro vita alla difesa dei valori democratici di base, che credono in norme legali universali, siamo profondamente preoccupati che la violazione da parte della NATO di queste norme renderà impossibile l’opera di tutti coloro che si battono per il primato della legge e dei diritti umani in questo paese e ovunque nel mondo.

5. I bombardamenti della NATO hanno ulteriormente destabilizzato i Balcani del sud. Se prolungato, questo conflitto può scavalcare i confini dei Balcani e, se dovesse tramutarsi in un operazioni militari terrestri, migliaia di soldati della NATO e della Jugoslavia, cosi’ come civili albanesi e serbi, moriranno in una guerra inutile come nel Vietnam. I negoziati politici per una composizione pacifica dovrebbero essere immediatamente riaperti.

6. Il regime esistente è stato solo rinforzato dagli attacchi della NATO in Jugoslavia per via della reazione del popolo a stringersi attorno alla bandiera nel momento di un’aggressione straniera. Noi continuiamo la nostra opposizione all’attuale regime antidemocratico e autoritario ma ci opponiamo con decisione all’aggressione della NATO. Le forze democratiche in Serbia sono state indebolite e il governo democratico riformista del Montenegro è stato minacciato dagli attacchi della NATO e dalla conseguente proclamazione dello stato di guerra da parte del regime e ora si trovano tra il martello della NATO e l’incudine del regime.

7. Nel trattare i conflitti nella ex Jugoslavia i leader della comunità mondiale hanno commesso in passato numerosi errori fatali. Nuovi errori stanno conducendo ad un aggravamento del conflitto e ci stanno escludendo dalla ricerca di soluzioni pacifiche. Noi facciamo appello a tutti: al Presidente Milosevic, ai rappresentanti degli albanesi in Kosovo, ai leader della NATO, dell’Unione Europea e degli Stati Uniti affinché si ponga immediatamente termine alla violenza e alle attività militari e ci si impegni nella ricerca di una soluzione politica.

Belgrado, 16 Aprile 1999

a.. Stojan Cerovic, editorialista e giornalista del “Vreme”

b.. Jovan Cirilov, selezionatore del Festival Internazionale di Teatro di

Belgrado (BITEF), ed ex direttore del Teatro Drammatico Jugoslavo; direttore del Centro di Storia del Teatro

c.. Sima Cirkovic, Membro dell’Accademia Serba delle Scienze e delle Arti, Dip. di Storia

d.. Mijat Damnjanovic, ex Professore dell’Università di Belgrado, Facoltà

di Scienze Politiche, Direttore del Centro per l’Amministrazione Pubblica e il Governo Locale (PALGO)

e.. Vojin Dimitrijevic, ex direttore del Dipartimento di Diritto

Internazionale, Scuola di Diritto di Belgrado; Direttore del Centro per i Diritti Umani di Belgrado; ex vice presidente della Commissione dei Diritti Umani dell’ONU

f.. Dasa Duhacek, direttore del Centro di Studi delle Donne; membro del Comitato della Rete Educativa Accademica Alternativa (AAEN)

g.. Milutin Garasanin, membro dell’Accademia Serba delle Scienze e delle Arti; vice presidente dell’Associazione per la Ricerca dell’Europa del Sud-Est (UNESCO)

h.. Zagorka Golubovic, professore, Università di Belgrado, Dipartimento di Sociologia; Dipartimento Scienze Sociali dell’AAEN

i.. Dejan Janca, professore, Università di Novi Sad, Scuola di Diritto

j.. Ivan Jankovic, avvocato di Belgrado, attivista per i diritti umani, presidente del Comitato del Centro per l’Azione Antiguerra

k.. Predrag Koraksic, disegnatore di cartoni animati di Belgrado

l.. Mladen Lazic, professore, Università di Belgrado, Dipartimento di

Sociologia, membro del Comitato dell’AAEN

m.. Sonja Licht, presidente del Comitato esecutivo del Fondo per una Società Aperta

n.. Ljubomir Madzar, professore dell’Università di Belgrado, Facoltà di Economia, membro del Gruppo 17

o.. Veran Matic, capo redattore di Radio Belgrado B92, presidente del Network of Electronic Media (ANEM)

p.. Jelica Minic, segretaria generale dell’European Movement in Serbia

q.. Andrej Mitrovic, professore, Università di Belgrado, Dipartmento di Storia

r.. Radmila Nakarada, ricercatrice dell’Institute for European Studies di Belgrado

s.. Milan Nikolic, direttore del Center for Policy Studies

t.. Vida Ognjenovic, direttore teatrale e scrittore

u.. Borka Pavicevic, direttore del Center for Cultural Decontamination

v.. Jelena Santic, Anti-war 487 group, attivita per i diritti umani

w.. Nikola Tasic, membro associato del Serbian Academy of Sciences and Arts, memebro dell’European Academy

x.. Ljubinka Trgovcevic, svolge ricerche presso l’Institute of History di Belgrado

y.. Srbijanka Turajlic, docente presso l’Università di Belgrado, Facoltà di ingegneria elettronica, Board President AAEN

z.. Ivan Vejvoda, Fund for an Open Society Executive Director

LA DIFFERENZA TRA GUERRA E INTERVENTO ARMATO
L’uso della forza affidato alla polizia internazionale

di Enrico Peyretti

Come nonviolenti crediamo, anche per le esperienze storiche che conosciamo, nelle possibilità dei mezzi di lotta giusta puramente nonviolenti. Ma dobbiamo ammettere (come anche Gandhi) che possano esserci sciagurate situazioni estreme, nei conflitti ai diversi livelli, in cui l’uso della forza, fino all’uccidere, diventi una necessità, per l’assenza o l’esaurimento di ogni altra possibilità. La necessità compie una forzatura sulla nostra libertà e sulla giustizia, perciò non stabilisce mai un dovere o un diritto di uccidere: il non uccidere rimane sempre il dovere, e anche il diritto della nostra dignità umana. L’eccezione disgraziata, imposta dal conflitto tra due doveri (non uccidere; difendere chi sta per venire ucciso) non modifica la regola. L’eccezione va ristretta quanto più è possibile, sia preventivamente, sia nell’atto.

L’uso legittimo della forza è previsto negli stati di diritto e nella Carta delle Nazioni Unite. Gandhi scriveva che, anche per un difetto del suo pensiero, non riusciva a prevedere uno stato nonviolento privo di polizia, e questa anche armata. Ma aggiungeva che questi poliziotti dovevano essere educati alla nonviolenza.

Ma la polizia, se rimane nella legalità, non è affatto la guerra. La differenza tra polizia e guerra è di essenza, non di parole. Specialmente nella guerra del Golfo del ’91 si è usato, anche da Andreotti, allora Presidente del Consiglio, l’inganno di chiamare azione di polizia internazionale quella che era una vera guerra.

La somiglianza è superficiale (polizia ed esercito hanno le armi, sebbene ben diverse), ma la differenza è di cultura, di etica, di scopi, di organizzazione. La polizia deve neutralizzare, arrestare, non deve distruggere; la polizia deve usare meno violenza del delinquente, mentre l’esercito, per vincere, deve usarne più del nemico; la polizia deve agire in modo tale da far diminuire la violenza complessiva, la guerra la fa aumentare; la polizia è sotto la legge, altrimenti è criminale essa stessa, la guerra per sua natura continuamente dimostrata non ha legge se non quella della forza bruta («tacciono le leggi in mezzo alle armi», scrive Erasmo, con Cicerone e Luciano). La polizia non può bombardare la casa del ladro, la guerra lo fa normalmente, colpendo le popolazioni per “punire” i governi, e così compie un delitto uguale alla vendetta trasversale della mafia, quando uccide i parenti della persona che vuol colpire.

La Carta dell’Onu prevede, dopo tutti i mezzi non armati di soluzione dei conflitti, l’uso di mezzi armati, ma non può fare la guerra, perché è nata per abolirla, come dice il preambolo della stessa Carta! Non può esserci alcuna guerra fatta in nome o con autorizzazione dell’Onu: o è un falso, un inganno verbale, o l’Onu così facendo contraddice il proprio fine primo ed essenziale.

I mezzi armati dell’Onu sono polizia, non guerra. Ma le potenze non hanno mai voluto dotarla degli uomini e del comando previsto dalla Carta, ed hanno preferito mantenere l’anarchia violenta degli stati sovrani e belligeni, ed impedire una effettiva legge dell’umanità, arrogandosi il diritto di mettere ordine nel mondo. Questa responsabilità storica è enorme. Quando ad esercitare le funzioni di gendarme è una parte o fazione della comunità dei popoli umani – oggi, nel sistema monopolare mondiale, gli Usa e la Nato loro strumento – probabilmente o fatalmente lo fa nel proprio particolare interesse, che non è il bene dell’intera famiglia umana. Le probabilità di un uso della forza giusto, legale, ristretto al minimo veramente indispensabile, sono più assicurate soltanto se la forza di polizia rappresenta il più possibile l’insieme di una comunità politica, e lo sono molto poco se rappresenta una sua parte soltanto.

Questa è oggi la situazione del mondo. Insieme allo sviluppo teorico e pratico dei mezzi nonviolenti, che è il piano principale, ammettiamo questo livello inferiore della necessità dell’azione di polizia, e quindi lavoriamo anche per una cultura e una politica di riforma democratica dell’Onu che realizzi la sua funzione nei conflitti internazionali. Questa funzione è di ridurre la violenza, di ristabilire comunicazione e riconciliazione tra le parti con la mediazione civile, di evitare che ci sia vinto e vincitore, e la catena mortale delle rivincite.

COME FERMARE LA PULIZIA ETNICA?
Mai più Auschwitz, mai più Hiroshima

di Edi Rabini

La lacerazione dell’ex-Jugoslavia è nata in Kosovo e in Kosovo è destinata a terminare. Così avevano pronosticato dall’inizio i nostri amici riuniti dal 1991 nel Verona Forum, per la pace e riconciliazione nell’ex-Jugoslavia, che dal 1993 ha poi cominciato a chiedere inascoltato un intervento di polizia internazionale che ridesse spazio alle parole. Se gli accordi di Dayton – secondo il sindaco della Tuzla interetnica Selim Beslagic – avessero codificato lo smembramento della Bosnia in tre parti, legittimando quindi un rapporto automatico tra composizione etnica e appartenenza statuale, il Kosovo non avrebbe avuto difficoltà ad ottenere l’indipendenza.
E’ solo per merito dell’impegno straordinario di interposizione militare svolto prevalentemente dai paesi europei e dagli USA, se in Bosnia rimangono ancora aperte speranze di riconciliazione e di ritorno dei profughi alle terre da cui erano stati scacciati. Assieme all’istituzione del Tribunale internazionale e all’istituzione dei Corpi civili di pace, questi sono alcuni embrioni – ancor deboli – di un nuovo diritto internazionale e segnali di un ripensamento del ruolo delle diplomazie abituate a risolvere i conflitti (ma anche a incancrenirli) tracciando delle linee nette di separazione. Tutte le deliberazioni di ONU, NATO, OSCE, Gruppi di contatto approvate in quest’ultimo anno si muovevano in questa direzione: forte autonomia per il Kosovo, ritiro delle truppe serbe, disarmo dell’UCK.
E’ una posizione questa che si scontra sia con il progetto etnico di grande Albania, sia con quello di una grande Serbia perseguita da Milosevic dal lontano 1986, che ha portato la sua popolazione in un vicolo cieco seminato di aggressioni. Non si tratta quindi di distinguere buoni da cattivi, ma di constatare che la politica di Milosevic ha a disposizione, per la sfortuna di quel grande paese e anche dei kosovari, un potenziale bellico e di milizie irregolari che dopo aver trasformato Sarajevo in un campo di concentramento, può permettersi di sradicare dalle sue case, deportare ed espellere, una popolazione intera. Noi sappiamo del terrore che prende gli abitanti della Belgrado bombardata e vediamo la disperazione dei profughi arrivati in Albania e in Macedonia. Di ciò che è successo e succede in Kosovo sapremo solo alla fine di questa tragedia, quando giornalisti indipendenti saranno forse in grado di raccogliere e verificare racconti e testimonianze. Nel frattempo la fa da padrone la guerra psicologica condotta da una parte e dall’altra attraverso informazione e disinformazione. Ai grandi ideali di “libertà, fraternità, uguaglianza” che abbiamo ereditato dalla rivoluzione francese, nell’era televisiva bisognerebbe aggiungere anche l’utopia della “verità”.
Ma allora come orientarsi, in questa che è diventata una guerra vera, senza farsi paralizzare dalla sua atrocità? C’è che si accontenta di esibire con superbia la sua coerenza ideologica con una militanza pacifista, iniziata con la guerra del Vietnam, proseguita con l’opposizione all’installazione dei missili nucleari in Europa e alle iniziative imperiali americane e russe nell’epoca della guerra fredda. Ma all’idea forte del “mai più Hiroshima”, poi divenuto “mai più guerra”, con l’assedio di Sarajevo, la strage di Srebrenica, i genocidi consumati in Cambogia e in Rwanda, si è fatta sempre più forte la convinzione dell’esistenza di un’ulteriore priorità, a volte in contrasto con la prima: mai più Auschwitz! E non è un caso che siano apertamente o problematicamente favorevoli all’intervento NATO tutti coloro che hanno, una volta almeno, sperimentato nella loro vita cosa vuol dire essere in mano inermi a un potere armato pieno e assoluto. E questo vale per i gruppi minoritari, che per lo meno hanno il conforto di sentirsi parte di un destino comune, ma vale sempre di più anche per donne e uomini che in Algeria o in Afghanistan, in Arabia Saudita o in Cina, rivendicano semplicemente la libertà di scegliere, da persone libere, una lingua, una cultura, una religione.
E’ giusto chiedere ai parlamenti e ai governi che facciano ogni tentativo perché la politica, oscurata dal fragore delle bombe, rimanga sempre al primo posto. Ma anche che i movimenti di pace assumano con coraggio, nel loro patrimonio etico, la condivisione della difficile e a volte drammatica responsabilità decisionale che le democrazie affidano alle istituzioni e a coloro che le dirigono
La crisi in e attorno al kosovo: la prospettiva di Transcend

L’attuale guerra illegale della NATO nella Serbia non può portare a nessuna soluzione. La sola via è il negoziato (non i diktat!), e, in attesa di questi, una massiccia operazione ONU di peacekeeping.

Per una soluzione politica occorre considerare i punti indicati dall’ex-Segretario generale dell’ONU Pérez de Cuéllar nella sua corrispondenza con l’ex- Ministro degli esteri tedesco H.D Genscher, nel dicembre 1991: non favorire nessuna delle parti, sviluppare un piano per tutti i popoli della ex Jugoslavia, assicurarsi che il piano sia accettabile dalle minoranze.

In questo spirito TRANSCEND suggerisce:

[1] Una Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione nell’Europa del Sud Est, promossa da CSCSEE, ONU e OSCE (UNSC è troppo remota, l’UE e la NATO troppo parziali). Tutte le parti interessate (compresi i sottostati, superstati e non stati) dovrebbero essere invitati, con tutti i temi importanti in agenda, per la durata di circa 3-5anni..

[2] Per una soluzione a più lunga scadenza, occorre usare l’analogia tra la posizione dei Serbi in Krajina/Slavonia e quella dei Kosovari in Kosovo (che in quelle aree sono maggioranze nette, ma sono minoranze nelle intere Croazia e Serbia, con vicino il loro “paese madre”) I rifugiati, la gran parte dei quali sono stati forzati a partire, sono rimpatriati, e i Kosovari hanno lo stesso status in Serbia dei Serbi in Krajina/Slavonia, tracciare confini precisi utilizzando lo stesso metodo del trattato Germania-Danimarca del 1920. Non dovrebbe essere esclusa la possibilità di un Kosovo come terza repubblica in Serbia, con garanzie che non si chieda l’indipendenza per X anni; e lo stesso per la Krajina/Slavonia in Croazia (ma non per la Vojvodina, che potrebbe essere la quarta repubblica). L’analogia non vale per Bosnia Erzegovina.

[3] Per i Balcani del Sud si può considerare una comunità Balcana, che comprenda l’Albania, la FRJ, la Romania, la Macedonia, la Bulgaria, la Grecia e la Turchia la “parte Europea”?). Essa può essere capace di risolvere alcune tensioni tra Ortodossi e Mussulmani, e può lavorare per assomigliare alla Comunità dei paesi del Nord Europa e a alla Comunità Europea degli anni 80, per lo meno per il mercato comune, la libera circolazione di beni, servizi, capitale e lavoro, coordinamento con le polizie straniere; e che sia sostenuta economicamente dalla Unione Europea.

[4] Realizzare una fitta rete di solidarietà municipali con tutte le parti della ex Jugoslavia, per i soccorsi, per i rifugiati e per la ricostruzione: Gemeinde gemeinsam, Causa comune, appellandosi al Parlamento Europeo.

[5] Far fiorire 1.000 conferenze locali di pace, sostegno ai gruppi locali che usano reti di comunicazione, sviluppare le idee del popolo.

[6] Intensificare il lavoro ecumenico per la pace, costruendo sulle tradizioni di pace delle Cristianità Cattolica e Ortodossa e Islamica. Sfidare le istituzioni religiose rigide nella regione, e non solo in Jugoslavia.

[7] Nello spirito della futura riconciliazione, abbassare le sanzioni, e piuttosto disseminare dentro e fuori degli specialisti che facciano ricerche per comprendere quello che accade di sbagliato e quelle che sono le esperienze passate e correnti che possono ispirare un futuro comune, come ad es. la confederazione di ulteriori parti o di ulteriori minoranze. E piuttosto che tribunali sui crimini commessi, incominciare dei grandi processi di riconciliazione.

SCONCERTANTE IN UNA SCUOLA DI PISA
Missili intelligenti Presidi deficienti

Alla Preside della facoltà dell’ITC E. Fermi.

E per conoscenza al Preside dell’Ist. magistrale E. Montale di Pontedera.

E al Comando dei carabinieri di Pontedera.

Il giorno 26 marzo 1999 alle ore 11 di mattina, nel corso dello svolgimento di un lavoro di educazione alla pace nella classe 1B pedagogico, ospitata nella succursale sita presso l’ITC E. Fermi, il prof. Rocco Altieri, docente di educazione civica presso il magistrale Montale di Pontedera, ha affrontato il tema della guerra in Kosovo, spiegando le cause del conflitto e analizzando la collocazione internazionale dell’Italia il cui impegno secondo l’art. 11 della Costituzione dovrebbe essere “il ripudio della guerra”. Nel dialogo educativo seguito alle spiegazioni storico-giuridiche, sviluppando anche tutte le opportune considerazioni etiche, culturali e religiose insite nell’orrore per la guerra e nell’anelito di Pace delle giovani generazioni, abbiamo maturato la decisione di comunicare anche agli altri il frutto delle nostre riflessioni sul fatto che la guerra è una strada senza ritorno verso l’inferno, che i bombardamenti non risolvono i conflitti, ma massacrano solo le popolazioni civili, che il costo di un solo bombardiere servirebbe, come ricordava Raul Follereau ai potenti della terra, a eliminare per sempre la piaga della lebbra. Abbiamo a questo scopo scritto una lettera al Presidente della Repubblica, preparato cartelloni con messaggi di pace e uno striscione con l’articolo 11 della Costituzione, infine abbiamo scelto due frasi significative dal magistero di pace di due tra le massime autorità morali a noi contemporanee, da trascrivere sulla superficie interna del muro di cinta della scuola, lateralmente all’uscita secondaria. Il muro scrostato e degradato dall’incuria è stato così nobilitato da una citazione di papa Giovanni Paolo II che supplice implora a dire no al mostro della guerra:<<La guerra è la sconfitta dell’Umanità!>> e da una frase storica del Presidente Sandro Pertini che invita a convertire le spese degli armamenti in investimenti per sconfiggere la povertà e la fame:<<Svuotiamo gli arsenali, riempiamo i granai>>.

Nel pomeriggio dello stesso giorno, tornato a scuola per i consigli di classe, il prof. Altieri viene convocato urgentemente dal Preside del magistrale prof. Rocchi per essere informato che la preside del Fermi professoressa Fassorra ha chiamato i carabinieri, denunciando il professore Altieri per aver “imbrattato” un muro pubblico della scuola con scritte di Pace e coinvolto dei “minorenni” a compiere un “atto illegale” , sollecitando altresì il superiore gerarchico del professore Altieri a sanzionare una iniziativa non autorizzata .

Quale stupore ha suscitato in noi venire a conoscenza dell’atteggiamento repressivo assunto dalla preside Fassora, una dirigente scolastica notoriamente apprezzata come pedagogista sensibile e illuminata, apertamente impegnata in politica come “intellettuale di sinistra”.

Siamo costernati e sconcertati per una tale reazione che ci appare incomprensibile e inspiegabile.

Le frasi da noi scelte dovrebbero essere trascritte come monito imperituro sui muri di tutte le scuole.

Nulla è stato deturpato, perché è stato scelto una parte del muro di cinta completamente fatiscente e coll’intonaco sconnesso.

“Imbrattare i muri” si riferisce comunemente, come ben ci spiega lo Zingarelli, all’opera di chi con la vernice sporca i muri con frasi o disegni sciocchi e osceni. Osceno era l’odio di chi invitava dai muri il popolo italiano a “credere, obbedire, combattere”. Al contrario le parole del Papa e del presidente Pertini nobilitano e abbelliscono con il richiamo ai più alti valori della giustizia e della Pace.

Durante l’occupazione tedesca la gente del popolo e i partigiani scrivevano sui muri: No alla guerra! e venivano accusati e processati dai nazi-fascisti per essere disfattisti e “ imbrattatori di muri “ . Scrivere sui muri (nei luoghi e nei tempi opportuni, non certo sui monumenti o su superfici appena imbiancate) è da sempre lo strumento di comunicazione e di democrazia di chi è senza voce e senza potere , dei “ piccoli “ della terra che non hanno a disposizione i potenti mezzi dei giornali, delle radio e delle televisioni .

Il muro di cinta interno alla scuola appartiene ai ragazzi, alla loro iniziativa, alla loro libera e spontanea creatività, alla loro voglia di comunicazione e di espressione . Censurare e biasimare la loro iniziativa, accampare le solite motivazioni sulle mancate autorizzazioni significa ignorare e svilire l’impulso di pace, immediato e necessario, nato come reazione morale ed emotiva allo scoppio della guerra .

Col loro grido di Pace i ragazzi volevano scuotere i cuori induriti, le fedi assopite, l’inerzia e la passività degli adulti .

Sanzionare e cancellare le loro scritte da parte, per di più, dei loro educatori sarebbe la peggiore risposta possibile al loro desiderio di vita, di amore, di nonviolenza.

INIZIATIVA DEI PACIFISTI DI FERRARA
Dentro la base NATO per aprire un dialogo

Il 25 aprile, anniversario della Liberazione, un gruppo di pacifisti ferraresi si è recato all’importante base NATO di Poggio Renatico (FE) e ha consegnato al Generale Comandante un testo rivolto a tutti gli addetti alla base. Alla delegazione, composta da Daniele Lugli del Movimento Nonviolento, Alberto Melandri del Comitato Ferrare per la Pace, Emanuela Zucchini di Rifondazione, Barbara Diolaiti dei Verdi, il Comandante ha assicurato l’affissione in bacheca del testo che segue e del documento della Campagna Kossovo.

Al Comandante e a tutti gli addetti alla Base NATO di Poggio Renatico

La Nato, che celebra in questi giorni i suoi 50 anni, non ha mai avuto bisogno di usare la sua forza militare per i fini esclusivamente difensivi, che l’hanno fatta nascere. Oggi però bombarda, con crescente intensità, Kosovo, Serbia e Montenegro. Lo fa in nome di fini nobilissimi e da noi condivisi: i diritti fondamentali degli abitanti del Kosovo, sottoposti da anni ad ogni genere di vessazioni, senza che la comunità internazionale abbia mosso più che blandi rimproveri al regime di Milosevic.

Sapete certamente che l’attacco aereo della Nato (ma non è detto che a questo ci si fermi) viola tutte le norme del diritto internazionale ed interno che, così faticosamente, si sono venute costruendo. La Carta dell’ONU vieta la guerra e prevede, contro le minacce alla pace, che il Consiglio di sicurezza adotti le necessarie misure, dall’interruzione delle relazioni economiche, alla rottura della relazioni diplomatiche, fino all’impiego della forza. L’intervento contro l’Iraq, al quale pure sono state mosse non poche critiche, si è collocato in questa cornice. Non è stato così l’intervento in Kosovo. Il trattato della NATO – che conoscete bene – assegna all’alleanza compiti esclusivamente difensivi. Si prevede cioè che si tratti di un’autodifesa comune contro un attacco ingiustificato alla libertà di uno stato membro dell’alleanza. La nostra Costituzione va anche oltre, ripudiando la guerra come soluzione delle controversie internazionali e dunque, a maggior ragione, delle controversie interne ad uno Stato.

L’azione della NATO a noi pare quindi un’aggressione, quali che siano le motivazioni addotte. E l’aggressione è un delitto, secondo lo statuto della Corte penale internazionale approvato l’anno scorso a Roma. Noi speriamo che anche questa Corte contribuisca a fare giustizia nei confronti di tutti i responsabili: Milosevic, principale imputato, non dovrebbe trovarsi solo. Il tribunale ad hoc per la ex-Jugoslavia dovrà giudicare crimini di guerra e contro l’umanità (ogni giorno che passa la lista si allunga) commessi da tutte le parti in causa: forze di sicurezza serbe, indipendentisti del Kosovo, eserciti della NATO. E tuttavia, si obietta, si dovevano pur fermare le quotidiane violenze nei confronti degli inermi, i conflitti a fuoco, il costringere tante persone ad abbandonare il paese. Ma come non vedere che bombardamenti, sempre più massicci e distruttivi, avrebbero aggravato e reso catastrofiche le condizioni dei kosovari di etnia albanese che si pretende di tutelare? Loro sola consolazione (mentre muoiono di fame, freddo, malattie, se già non colpiti da missili NATO o mitragliatrici serbe) è che altri civili a Belgrado o Novi Sad sono sotto le bombe. Intanto vengono distrutte tutte le fonti di ricchezza e lavoro del paese. Leggiamo che i militari queste cose le avevano previste e dette, ma che ragioni politiche hanno spinto alla guerra.

La nostra Costituzione vuole che l’Esercito, come tutte le istituzioni, si conformi allo spirito democratico della Repubblica. Questa, non certo una cieca obbedienza, deve essere la sua più alta ispirazione. Ci piace pensare che le persone che hanno scelto la vita militare lo abbiano fatto, almeno in gran parte, per portare un contributo alla sicurezza propria e dei cittadini e non per esibizione di forza o amore di violenza. Vorremmo che riflettessero sulla condizione umiliante e subalterna alla quale sono condannati, trascinati in una guerra della quale non si sono valutate le pur prevedibili conseguenze e nella quale tuttavia si persevera. E che trovassero quindi le motivazioni e le forme più adeguate per opporsi. La forza militare può avere un ruolo positivo in questi conflitti, ma a garanzia di interventi che mirano alla loro soluzione, che hanno cioè per obiettivo di rendere accettabili, se non ottimali, convivenze difficili, ma inevitabili, di operare mediazione culturale, psicologica, religiosa, per la riconciliazione delle comunità. Diversamente li aggrava e non fa che preparare, quale che sia l’esito momentaneo, rappresaglie e vendette per generazioni a venire. Sappiamo che le responsabilità non sono tutte dei militari, né sono nelle loro mani tutti gli strumenti per una risposta positiva, ma crediamo che anche da loro possa venire un contributo importante di conoscenza e di coscienza.

UN APPELLO CHE È QUASI UNA POESIA,
PER FERMARE LA MORTE CON LA FANTASIA
Lettera ad un pilota NATO: diventa un “piccolo principe”

di Giuliano Scabia

Caro pilota della NATO, ieri hai colpito un treno in Jugoslavia e hai ucciso 27 persone. I tuoi capi hanno chiesto scusa e detto: “incidente di guerra”. Io non credo che questo sia un incidente. Tua hai colpito per uccidere, su comando. Perché dovevi creare panico nel popolo jugoslavo “civile”: avvertito che “per errore” può essere colpito ovunque. Questa è la logica dei bombardamenti. Terrorizzare. Per questo nel 1945 mio fratello, di sette anni, da solo in bicicletta su una strada di campagna di Bertipaglia (Padova) è stato inseguito e mitragliato da un aereo alleato (come il tuo). Pilota assassino.

Tu stai partecipando a una guerra non dichiarata contro uno stato sovrano, cioè stai commettendo una violazione di legalità, un crimine. Dici di farlo per umanità, ma secondo me lo fai solo per la paga: perché dev’essere orribile, anche per te, sparare dal buio della notte. Finirai all’inferno, la tua coscienza ti ci porterà, insieme ai tuoi orrendi capi, Solana, la Albright, Clinton, i governanti europei. Ma ci pensi, pilota? Che ininterrotta serie di trionfi! Massacrati gli Inca, i Maya, i pellerossa, gli etiopici (impero d’Italia, 1963), gli spagnoli (Guernica), gli ebrei ad Auschwitz (e altrove), i giapponesi a Hiroshima, i tedeschi a Dresda, i palestinesi, gli irakeni, Sarajevo, gli iugoslavi (serbi, kossovari, macedoni). Hai raso al suolo Pristina, macellato la Serbia e il Kosovo – tutto per la giustizia di cui parlava ieri orribilmente su un giornale italiano il tuo capo Solana. E’ un diabolico trucco dell’informazione trasformare il nemico in demonio e attribuirgli tutte le colpe e tutti i massacri – e massacrarlo per giustizia.

Secondo me i tuoi capi sono matti, senza sapienza, senza saggezza. Non prevedono le conseguenze delle loro azioni. Ci sono persone che conoscono i Balcani (Peter Handke, Claudio Magris, Matvejevic, Paolo Rumiz – e non molti altri) e invece tutti parlano, decidono, assassinano – senza sapere coso dicono. La falsa informazione non ci aiuta, caro pilota, inganna te, me i capi di stato, i popoli. Aizza e divide. Tu e i tuoi compagni provocate una catastrofe spaventosa, fate fuggire città e paesi, aiutate gli iugoslavi a cacciare gli sgraditi abitanti del Kosovo e tutto (tutto) il tuo distruggere lo attribuiscono al popolo iugoslavo. Ecco la perfidia, la malvagità. Tutti i buoni da una parte, tutti i cattivi dall’altra. Ma tutti abbiamo visto che solo dopo i tuoi bombardamenti è avvenuta la grande catastrofe. Quella tremenda avvocatessa della morte che ti detta i bersagli, la signora Albright, messaggera di un presidente spergiuro, senza faccia e senza onore, capace solo di tacitare il delitto del Cermis coi soldi, mi fa pensare che i serial killer sono arrivati al potere e ti mandano a colpire in nome dell’impero (come in Guerre stellari) per coprire il loro vuoto, la loro mancanza di anima, la loro ipocrisia. Pensa, giovane pilota: in dieci anni noi, gli stati più potenti e più ricchi della terra, abbiamo distrutto due paesi del Terzo Mondo, coi nostri bombardieri: L’Irak e la Yugoslavia. Sarà per giustizia – ma perché, almeno una volta, non si bombardano gli Stati Uniti? Per fargli smettere la pena di morte, potrebbe dire qualche capo balcanico.

Guerra, morte, menzogne: ma per ottenere cosa?

Con ogni raid, missile, bomba tu uccidi la speranza (mia e di tutti), bruci i germogli della vita, radi al suolo la possibilità futura di ritorno alla convivenza fra serbi, albanesi, kossovari e quanti abitano là dove tu porti la morte. Tu non fai altro che accrescere l’odio: è come se per mettere la pace fra due villaggi posti sotto una diga, che stanno litigando, tu bombardassi la diga. Ecco, la catastrofe che hai provocato equivale a mille Vajont. Hai accelerato, la strage, ucciso la parte buona dell’uomo, stroncato l’opposizione serba, ferito a morte Dio. Per me anche tu sei colpevole, come la Albright, Clinton, D’Alema, e tutti quelli che hanno voluto o accettato la logica dei bombardieri fuori legge. Non si contrasta un crimine con un altro crimine.

Adesso mi sento nudo e disperato. E mi domando, e ti domando, su che fede possiamo continuare a costruire l’uomo futuro. Un uomo che ripudi i bombardieri come un tempo sono stati ripudiati l’incesto e il cannibalismo.

Fermati, pilota. Resta a dormire in queste notti da incubo solcate dai bombardieri assassini. Hai guadagnato abbastanza. Non uccidere più. Non assassinare Dio, il tuo Dio, cioè te stesso. Tu non segui giustizia. Segui dei killer senza testa che uccidono premendo bottoni.

Diventa, piuttosto, un piccolo principe. Buttati in mare col tuo carico di morte. Là potresti incontrare lo scrittore Saint-Exupery, pilota aereopostale: là, se vuoi, vengo anch’io: e con Saint-Exupery e con te, e coi serbi, gli jugoslavi, i kossovari, i macedoni, i russi, gli americani (verranno?), e tutti quelli che vogliono, tutti, attiriamo gli aerei da guerra, le presunzioni di giustizia, le pulizie etniche (basta con queste etnie! un po’ di internazionalismo, per amore), le menzogne dell’informazione, l’odio che sta demonizzando i popoli: attiriamo tutto ciò e lasciamolo in fondo al mare.

Buttati, pilota della NATO. Vieni a fare il piccolo principe, se ti resta un po’ di onore. Non dare più morte, non provocare catastrofi, vieni a covare la vita nuova.

INTERVISTA AI PROTAGONISTI DELLA CAMPAGNA KOSSOVO
Riflessioni sulla guerra: fallimento della nonviolenza?

Qual è il vostro giudizio complessivo sulla guerra in Kossovo?

Durante i nove anni di repressione serba e altrettanti di resistenza nonviolenta del popolo albanese, di fronte alle ripetute (dal 1989) denunce di Amnesty International e ai ripetuti e inascoltati richiami della Commissione per i Diritti umani dell’ONU (che hanno portato alle dimissioni per protesta del commissario M. Tadeusz Mazowiecki), l’Unione Europea e la Comunità Internazionale non si sono mosse per prevenire il conflitto, hanno atteso i primi fatti di sangue per far applicare l’accordo Milosevic-Rugova per le scuole sottoscritto un anno e mezzo prima grazie alla mediazione della Comunità di S Egidio, non hanno dato seguito alle molte promesse fatte a Ibrahim Rugova che denunciava nei diversi Parlamenti o negli incontri politici la situazione del suo popolo. Solo in Italia il leader nonviolento kossovaro è venuto due o tre volte ma è stato ricevuto sempre in maniera non ufficiale dai parlamentari essendo il nostro paese partner economico privilegiato dell’attuale Federazione Jugoslava. Tutto questo ha esasperato una parte del popolo albanese che dopo gli accordi di Dayton, in cui non veniva neppure menzionato il Kossovo, si è andata convincendo che solo l’uso della violenza richiama l’intervento della Comunità Internazionale e porta le parti a sedersi ad un tavolo per le trattative. Tutto ciò ha portato una parte degli albanesi Kossovari ad abbandonare la strategia di Rugova della resistenza nonviolenta per passare alla resistenza armata, alla quale con ancora maggior violenza ha risposto la mai cessata repressione delle milizie serbe, alle quali si sono aggiunte le efferatezze delle truppe paramilitari di Arkan. L’intervento armato della NATO, dopo i tardivi e inconcludenti incontri di Rambouillet, hanno completato l’escalation della violenza.

La campagna Kossovo ed il pacifismo del giorno dopo: cosa non ha funzionato?

La Campagna Kossovo in sei anni di attività (è nata nel ’93) ha prodotto sette documenti, con analisi e proposte, inviati puntualmente alla stampa, ai capigruppo di tutti i partiti politici, a tutti i membri delle Commissioni Esteri di Camera e Senato e al Ministro degli Esteri; ha inviato in Kossovo 4 delegazioni qualificate (una di Sindaci e un’altra con due Vescovi); ha mantenuto dal ’95 al ’97 un Ambasciata di Pace a Pristina con compiti di mediazione e monitoraggio; ha contribuito alla realizzazione di due convegni internazionali sul Kossovo, organizzati a Padova e a Lecce, ne ha promosso uno a Bolzano invitando ONG europee impegnate nei Balcani; ha programmato e realizzato da solo e con il COSPE (Cooperazione per lo sviluppo dei paesi emergenti ) due progetti umanitari; ha inviato, nel ’96, 10.000 cartoline al nostro Ministro degli Esteri e al presidente del Consiglio d’Europa per chiedere la difesa dei diritti umani in Kossovo; ha partecipato a due incontri specifici per la mediazione del conflitto, a Vienna e Ulqin (Montenegro), ai quali erano presenti serbi e albanesi del Kossovo: per tre volte, nel ’96 e nel ’97, è stata inviata dal Parlamento Europeo ad incontri per la formazione di Corpi Civili Europei di Pace da inviare in Kossovo per prevenire il conflitto armato: ha organizzato nel ’97 una manifestazione a Roma con centinaia di Kossovari per chiedere un efficace intervento di mediazione dell’Italia in difesa del rispetto dei diritti umani e per prevenire il conflitto armato; è stata presente in Kossovo per monitorare le elezioni del 22/03/’98; ha partecipato all’iniziativa “I Care” del dicembre scorso; ha prodotto numerosi dossier oltre a 6 pubblicazioni realizzate in Kossovo. Queste le iniziative della Campagna. Riguardo al pacifismo del giorno dopo, appunto, è in ritardo di nove anni. E con questo pacifismo, che interviene solo quando parlano le armi, anche l’Europa ha perso un’occasione importante per dimostrare che nel panorama internazionale ha una sua identità politica e che tutti i suoi Stati sono rappresentati in quella stessa Organizzazione delle Nazioni Unite da cui sono pur state emesse numerose raccomandazioni per far rispettare i diritti umani in Kossovo. Oseremmo dire che senz’altro oggi è più difficile, ma non impossibile, essere pacifisti e nonviolenti in modo costruttivo, purché ci si muova durante “i giorni prima” e non solo “il giorno dopo” che la parola è passata alle armi.

Cosa si propone la campagna Kossovo dopo il conflitto?

La Campagna già da ora sostiene progetti di aiuto ai profughi. Insisterà perché sia convocata al più presto una Conferenza Internazionale sui Balcani. Proporrà un incontro di verifica e di programmazione a tutte le ONG europee che in questi anni si sono occupate del Kossovo. Con i leader kossovari nonviolenti, in una probabile seconda Ambasciata di pace, esaminerà la possibilità di elaborare sul territorio strategie per dissipare gli odi: non dimentichiamo che questa gente ha saputo superare il codice consuetudinario della vendetta del sangue con azioni di riconciliazione. Manterrà i contatti stabiliti in questi anni con gruppi democratici e pacifisti serbi, macedoni, montenegrini e albanesi nella convinzione che una pace duratura è possibile solo con una incessante politica da basso.

La campagna usa fin dal ’93 la grafia “Kossovo”, che è un’italianizzazione usata da sempre nelle carte geografiche e militari, perché neutra nei riguardi della grafia serba “Kosovo” e di quella albanese “Kosova”.

Campagna per una soluzione nonviolenta in Kossovo c.a. 8 – Grottaglie (TA)

LE URGENTI ALTERNATIVE ALLA GUERRA
Quale politica della difesa per i nonviolenti?

di Angela Dogliotti Marasso

Intervento alla Tavola rotonda del Seminario di Verona sul Corpo Civile Europeo di Pace

Credo sia di particolare significato che noi oggi ci troviamo qui a parlare di Corpo Civile di Pace Europeo, mentre il nostro paese si trova coinvolto nella guerra contro la Federazione Iugoslava. Questa situazione ci richiama , in modo ancor più pressante, all’impegno costruttivo volto a cercare strade alternative alla guerra per risolvere i conflitti che si presentano a vari livelli.

I nonviolenti devono elaborare una politica della difesa: può sembrare un paradosso solo se guerra e difesa si identificano, solo se si pensa la difesa come difesa armata. Ma sono ormai molte le esperienze e le riflessioni che nel nostro secolo hanno affermato l’idea di una difesa senza guerra, di una difesa civile.

Così come è necessario superare un’idea generica di pacifismo, che di fronte ai terribili conflitti della storia si limita a dire NO alla guerra (e perciò è facilmente soggetto al ricatto della guerra “giusta”: se non si bombarda Milosevic si è complici del massacro dei Kosovari , da lui perpetrato). Certo il rifiuto radicale della guerra, di ogni guerra, è il presupposto fondamentale di una politica nonviolenta, esso è però condizione necessaria ma non sufficiente, se si assume il conflitto come parte ineliminabile dell’esperienza umana e se perciò, sulla scia dell’esperienza gandhiana, ci si pone il problema di cercare strade per umanizzarlo, strade capaci di mettere realmente la guerra fuori dalla storia .

Dunque si tratta di prendere atto in primo luogo delle profonde trasformazioni riguardanti le politiche di difesa avvenute dopo l’89.

La prima di queste trasformazioni è già stata presa in considerazione da Tamino nel suo intervento: con la fine del bipolarismo si assiste al riemergere di nuove forme di conflitto all’interno degli stati, si presenta con maggior evidenza alla comunità internazionale il problema della tutela di diritti umani violati ad opera degli stati stessi, si riaffacciano rivendicazioni identitarie fondate su nuove ideologie nazionaliste, razziste, integraliste…, che pongono in termini diversi la questione della difesa. A questo proposito scrive J. M. Muller: “Non si tratta più di difendere un territorio nazionale direttamente minacciato da un esercito di invasori, bensì di intervenire su altri territori per far fronte a crisi e conflitti che portano un grave attacco ai diritti dell’uomo e ai valori della democrazia. La politica di difesa degli stati democratici si vede così assegnare come obiettivo principale la prevenzione di crisi e la gestione di conflitti che si determinano su teatri lontani dal territorio nazionale. Ormai si tratta di intervenire come parte terza al fine di interporsi tra avversari in conflitto, per tentare di stabilire una mediazione che permetta la negoziazione di un trattato di pace a garanzia dei rispettivi diritti” *

La pace, in questo caso, non si identifica tanto con la salvaguardia del territorio nazionale (non più minacciato), bensì col rispetto e la garanzia delle libertà e dei diritti politici e sociali, individuali e collettivi dei cittadini (idea piuttosto vicina a quella di pace positiva identificata dalla peace research).

Tutto ciò porta ad affermare il principio di ingerenza, come nuova frontiera del diritto nell’ambito delle relazioni internazionali . Tale diritto pone certamente dei problemi, poiché non è di facile identificazione, può essere invocato a sproposito ed in modo strumentale, perciò deve essere attentamente regolamentato a livello internazionale, ma richiamarsi ad esso costituisce una svolta significativa nelle politiche della difesa.

Basti pensare alle vicende dei Balcani ed in particolare alla più recente questione del Kossovo. Che sia o meno la motivazione vera dell’intervento (e autorevoli commentatori lo mettono in dubbio) , quella della guerra “etica”, dell’ingerenza umanitaria fatta per salvare i kosovari è la motivazione forte usata per legittimare l’intervento armato della NATO. E’ perciò importante affermare che, mentre i bombardamenti finiscono per ottenere l’effetto opposto a quello che si proponevano, perché fatalmente si verifica una eterogenesi dei fini quando la violenza vuole farsi giustizia, è necessario che la comunità internazionale si doti degli strumenti idonei per gli interventi di ingerenza umanitaria e per la trasformazione dei conflitti tra gli stati e all’interno di essi.

La seconda trasformazione riguarda proprio quest’ultimo aspetto: per un simile tipo di difesa i tradizionali strumenti militari sono inadeguati, spesso incompatibili. Ci sarebbe semmai bisogno di una polizia internazionale anche armata, sotto egida delle Nazioni Unite, nei casi in cui un intervento armato si renda indispensabile. Ma è fondamentale distinguere tra esercito e polizia ed i nonviolenti dovrebbero ribadirlo.

Quando però si tratta di mantenere o, ancor più, di costruire la pace, quando si tratta cioè di riallacciare ponti tra le parti in conflitto, di ricostruire il tessuto della convivenza, di mediare, di interporsi, allora servono strumenti specifici di intervento civile; le armi spesso si rivelano un impedimento più che un aiuto nella difesa e nella costruzione della pace.

Perciò abbiamo subito creduto in progetti come il Corpo Civile di Pace Europeo, che in quanto strumento di intervento civile nella prevenzione, nella trasformazione dei conflitti e nella ricostruzione , rappresenta il cuore di una strategia di difesa senza armi, che tra l’altro sarebbe un segnale forte di forza e autonomia dell’Europa, in una materia così cruciale com’è la difesa.

Pensare ad una politica di difesa centrata sulla prevenzione delle crisi e sulla trasformazione dei conflitti con mezzi civili è un’utopia? Non credo, se attraverso le diverse esperienze che nascono dal basso (caschi bianchi, berretti bianchi, diplomazia popolare…) , attraverso la ricerca, attraverso il rapporto con le istituzioni si riesce a modificare il paradigma culturale radicato della legittimazione della guerra, si riesce a produrre un cambiamento di mentalità che sappia influire anche sulla destinazione di risorse per rendere concreta l’alternativa alla guerra.

C’è una terza trasformazione in atto, che richiede anch’essa una attenta considerazione della difesa non armata. E’ il processo, in atto anche da noi, di progressiva sostituzione del sistema di leva obbligatoria con l’esercito di professione. Il dibattito intorno a questo tema non riesce ad uscire dal dilemma: affermare la difesa come diritto-dovere di tutti e perciò difendere la leva obbligatoria oppure rifiutare la difesa come diritto-dovere di cittadinanza e perciò delegarla a dei professionisti, eliminando l’obbligatorietà del servizio militare? Nessuna delle due opzioni è accettabile, credo, per dei nonviolenti: non ci piace l’obbligo del servizio militare, ma non ci piace nemmeno che la difesa sia delegata a dei professionisti dell’uccidere. Affermare il principio della difesa civile ci consente di sostenere il concetto di difesa come diritto-dovere di tutti i cittadini e le cittadine, diritto-dovere da non delegare ma da esercitare in forme non armate, anche a livello professionale.

E’ certo un tema da approfondire e da dibattere, ma perché non pensare ad una sorta di leva civile come periodo in cui giovani di entrambi i sessi offrano un servizio alla collettività, una parte del quale sia costituito da un addestramento alla difesa nonviolenta?

Che cosa possono fare, per concludere, i movimenti nonviolenti per contribuire alla realizzazione di un Corpo Civile di Pace Europeo?

Credo sia fondamentale un impegno chiaro in almeno tre direzioni:

– continuare a far pressione perché sia al più presto realizzato, raccordando questa istanza istituzionale con le esperienze che nascono dal basso;

– individuare delle proposte precise in termini di formazione dei volontari, degli obiettori di coscienza e del personale civile, questione centrale se si vuole che il progetto funzioni e risponda alle aspettative;

– promuovere sempre più nella cultura un cambiamento di mentalità attraverso la diffusione capillare dell’educazione alla pace e alla nonviolenza, per uscire dal paradigma della guerra . Le guerre, infatti, sono sempre “giustificate”: la prima guerra mondiale per l’interventismo democratico avrebbe dovuto essere “l’ultima guerra per porre fine alle guerre”. Non è stata che la prima di una lunga serie di conflitti armati sempre più sofisticati e distruttivi . E’ sempre più chiaro che “O l’umanità porrà fine alla guerra o la guerra porrà fine all’umanità”.

Cercare strumenti civili di trasformazione dei conflitti è un modo per farlo, perciò elaborare una politica della difesa senza guerra è forse la sfida cruciale per i nonviolenti, oggi.

nota:

* J.M.Muller, Vincere la guerra, E.G.A.,Torino, 1999, pag.27

Che fare?

di Adriano Sofri

Ecco che cosa si sarebbe potuto fare, piuttosto che continuare con i raid aerei.

Rifocillare- riscaldare, ripulire rivestire, buone scarpe soprattutto- i fuggiaschi kosovari, e radunarli con gentilezza tutti in un punto: a Kukes, per esempio, 500.000 o 700.

Convocare da tutta Europa – ma anche dal Canada, dagli Usa, dal resto del mondo – 200, 300.000 volontari inermi con un bagaglio leggero e le macchine fotografiche.

Raccogliendo 20, 30.000 fra giornalisti, fotografi, operatori e altri addetti di troupe televisive, dal Giappone, dalla Corea del Sud, dall’Islanda e dal resto del mondo. Distribuire a tutti razioni basilari e condensate di viveri e medicinali, e impermeabili da tasca. Muovere a piedi, lentamente – con i carri per gli invalidi i malati, i troppo vecchi, le donne incinte e quelle coi bambini piccoli – verso Pristina: un milione di persone più o meno, nessun armato. Niente bandiere né contrassegni. Mettere in testa e in coda i volontari stranieri. Dislocare i fotografi professionali e le telecamere lungo l’intero corteo, e far riprendere tutto il tragitto. Non fermarsi né disperdersi per nessuna ragione, neanche di fronte ad attacchi armati. Si può fare? Io non lo escludo affatto. Se si esclude che sia possibile, o si pensa che non lo sia comunque in tempi utili, allora bisogna dire in che modo mettere fine alle violenze interne contro i kosovari, e far rientrare profughi e deportati. Dire invece qualunque altra cosa, che eluda questo problema, è un esercizio indebito.

LANGER, PER PRIMO, AVEVA LANCIATO L’ALLARME
I ponti sacri di Alex (i ponti tra noi e il Kosovo)

Quattro anni fa moriva suicida Langer. Che nel 1991 aveva partecipato a una carovana per la pace interetnica che attraversò il Kosovo. E ne scrisse un appassionato diario. Per dire che forse era già troppo tardi.

di Adriano Sofri

Alexander Langer è morto, suicida, nel ’95. In questi giorni molti lo ricordano, magari un po’ sbrigativamente: i suoi infatti erano pensieri difficili e tormentati, non una dottrinetta buona una volta per tutte. Potete leggerne gli scritti nel volume “Il viaggiatore leggero” (Sellerio). Fu viaggiatore leggero, traghettatore, portatore di croci, pellegrino. Leggete ora qui un resoconto che Alex fece di un pellegrinaggio di pace nel Kosovo: nel maggio 1991. Vi farà impressione, credo.

“Potrebbe essere un modesto esempio una carovana di pace che ha attraversato il Kosovo ai primi di maggio, composta di serbi, albanesi del Kosovo, sudtirolesi, piemontesi, veneti, foggiani, macedoni, bosniaci… Organizzata dai Verdi di Belgrado, che si distinguono per l’orientamento europeista e interetnico. Il Kosovo è forse la regione più martoriata della Jugoslavia, e i suoi abitanti (90 per cento albanesi, 10 per cento serbi) sembrano non parlarsi più tra etnie diverse. L’autonomia di cui godeva è stata da tempo revocata, la si considera ormai (da parte dei serbi) come “parte della politica antiserba di Tito” e si è passati alla linea dura. Il potere serbo cerca in tutti i modi di comprimere la vitalità e i diritti degli albanesi del Kosovo, tanto più ora che con la nuova situazione in Albania un richiamo irredentista d’oltreconfine potrebbe crescere. Il piccolo e coraggioso gruppo dei Verdi – disprezzato e malvisto da tutti i nazionalisti serbi, anticomunisti o comunisti che siano – ha invitato al “dialogo tra la gente” portando una cinquantina di persone a compiere un singolare pellegrinaggio…

Assemblea con i minatori licenziati di Kosovska Mitrovica: “Ci hanno licenziati in dodicimila, dopo gli scioperi dell’ultimo anno. Solo qualche centinaio di serbi lavora ancora…Vogliono prenderci per fame, siamo, fra noi albanesi, ormai 50 mila disoccupati”. “Nelle scuole vengono pagati solo gli insegnanti serbi, quelli albanesi da tempo non prendono lo stipendio perché si rifiutano di applicare i nuovi programmi serbi.”

“Ma il miracolo di vedere insieme un gruppo di serbi, di albanesi (di Alternativa albanese, un sodalizio che raggruppa socialdemocratici, verdi, intellettuali e altri kosovari di buona volontà) fa breccia, e la gente dice che ancora si può sperare nel dialogo. Più tormentata un’assemblea albanese nel paesino di Zunr, dove il sangue di alcuni giovani uccisi dalla polizia è ancora troppo fresco. Veniamo accolti calorosamente tutti, serbi compresi. Dopo il primo gelo, rafforzato da una lettura aspra di misfatti serbi e della rivendicazione della “repubblica del Kosovo come programma minimo”, il dialogo tuttavia comincia e si accetta di distinguere tra il potere di Milosevic e i serbi che non sono tutti così. Storie tremende di bambini avvelenati dalle autorità sanitarie serbe, volontariamente, e controaccuse serbe, fanno capire quanto esasperati siano gli animi. I serbi, in gran parte veterani partigiani, del paesino di Strapoe non sono da meno: ”Con gli albanesi non si può dialogare finché non riconoscono che questa è e rimarrà sempre Serbia e Jugoslavia, ci vogliono mandare via tutti, se non ci protegge l’ombrello serbo di Belgrado”. Gli albanesi cattolici di Stuble, riuniti nella chiesa con il loro vescovo per accoglierci solennemente, sembrano più moderati e si pronunciano per il dialogo, ma un loro poeta legge dal pulpito una poesia che gronda di sangue albanese innocente versato dai serbi.

“L’incontro con professori e studenti all’università albanese di Pristina è più articolato: si parla del quotidiano albanese Rilindje messo fuori legge, dei licenziamenti del personale sanitario albanese, dei soprusi polizieschi, ma si ascolta anche la voce autorevole e pacata di Aden, che dopo 28 anni di galera (“E’ il nostro Mandela”) si dice convinto che non c’è alternativa alla convivenza democratica e pacifica. Dovunque la gente si stupisce e si illumina alla vista di un gruppo di speranzosi che crede nella conciliazione interetnica. Molti obiettano che può essere troppo tardi. Le notizie che negli stessi giorni arrivano sullo scontro ormai violento fra serbi e croati non sono fatte per iniettare ottimismo. Qualcuno dice, con una amarezza soprattutto verso gli intellettuali di Belgrado (gli “ex” del gruppo Praxis) che accompagnano la carovana: “Perché non siete venuti qualche anno fa? Ormai forse è troppo tardi”. E qualcuno, tra gli stessi verdi, dubita che il sogno jugoslavo della coesistenza solidale plurietnica sia ancora realizzabile. Ma una speranza è comune a tutti: il riferimento a una prospettiva europea, postcomunista, postnazionalista, postbalcanica anche. Varrebbe la pena di dare gambe concrete a questa speranza, moltiplicando gli sforzi che la società civile, il volontariato, le associazioni possono oggi fare per contribuire a sciogliere qualcosa di quell’incompatibilità etnica che altrimenti rischia davvero di far esplodere guerra cruente ai nostri confini.”

Così agiva, e scriveva Alex 8 anni fa. Quando molti pensavano già che fosse “troppo tardi”. Io sono stato molto suo amico, ma non azzarderei una parola per dire che cosa avrebbe fatto e detto oggi, di fronte alla tragedia finalmente cruenta, così a lungo covata. Non solo per rispetto: anche perché forse gli sarebbe riuscito di fare qualcosa di inaspettato. Forse no, forse non sarebbe riuscito. Fu inaspettato e impensato anche il suo solitario abbandono. Non dirò neanche, perché sarebbe falso, che almeno gli è stata risparmiata la vista di questa ennesima caduta della convivenza e della civiltà. Io penso che, “troppo tardi”, era inevitabile che la comunità degli stati democratici impiegasse la sua forza contro la soppressione della gente kosovara. Quanto ai modi, ho molte obiezioni pratiche e di coscienza. Penso ad Alex ogni volta che vedo abbattere un ponte. I ponti, per lui, erano sacri. Anche per me.

NEI SALOTTI TELEVISIVI IL MARCO NAZIONALE PLAUDE AI MISSILI DELLA NATO
La nonviolenza di Gandhi, le bombe di Pannella

Il Comitato di Coordinamento del Movimento Nonviolento ha espresso per iscritto il proprio giudizio sullo sconcertante indirizzo politico di Marco Pannella, che da nonviolento e appellandosi a Gandhi si fa sostenitore di violenza bellica.

L’estro imbonitore dell’eloquio pannelliano, riversato a più riprese sui fronti del pacifismo, della nonviolenza e della guerra, continua a creare, ancor più che perplessità, confusione e sconcerto. Da campione di nonviolenza, e ancor peggio chiamando ad avallo l’autorità di Gandhi, si fa poi urbi et orbi acceso sostenitore di interventi bellici, ieri contro l’Iraq, oggi contro la Serbia. A questo punto una parola di chiarificazione risulta doverosa (e opportuna fors’anche per lo stesso amico Pannella).

La questione in campo verte sul diritto – e ancor più sul dovere – di tutela della dignità umana. Là dove i mezzi ordinari incruenti – civili, democratici, giuridici, diplomatici – non siano sufficienti a ciò, esiste il diritto-dovere di provvedervi anche col mezzo estremo della violenza, fino alla guerra.

Sin qui, nulla di particolarmente stravagante e scandaloso: dappertutto e da tempo è questa la tradizionale morale dell’uomo della strada fino ai governanti e ai capi di Chiese. La difficoltà e la divergenza nascono dal fatto che Pannella, a sostegno di questa morale, mette in campo il nome di Gandhi – la cui opera straordinaria è stata, tutto all’opposto, di darle la disdetta introducendo nella storia politica la nuova morale della nonviolenza. Pannella dunque lo fa, citando e recitando una frase di Gandhi in cui egli dice di preferire al codardo che si sottomette passivamente all’oppressione, colui che invece vi si ribella con la violenza. Ma Pannella cita la frase di Gandhi a metà, sottacendone l’altra parte che di contro elide la prima dalla considerazione del nonviolento, impegnato appunto ad un agire alieno dalla violenza. Ecco allora prodursi la confusione e lo sconcerto, poiché in quel suo modo monco Pannella finisce per ridurre Gandhi ad un qualsiasi fautore dell’ordinaria prassi politica della violenza “a fin di bene”. Dove va a finire il Gandhi della nonviolenza, la straordinaria novità del suo messaggio, l’esemplarità della sua lezione politica? Ne risulta una completa mistificazione. Nella stessa frase infatti, Gandhi ha cura di aggiungere, affinché non sorgano equivoci, che alla risposta violenta all’oppressione egli preferisce la risposta nonviolenta.

Fermandosi alla prima parte dell’affermazione di Gandhi, avendo cura di non citare l’altra parte sulla preferenza della nonviolenza ( dovere e compito del nonviolento), dove va a finire la conclamata nonviolenza pannelliana?, si chiedono delusi e smarriti i suoi stessi seguaci, che a simbolo del proprio partito trovano posta la figura di Gandhi, e nel suo statuto proclamata la nonviolenza quale principio direttivo della politica radicale. “Mestier non era partorir Maria”, dice Dante: non era il caso che Maria avesse a generare un tale Figlio, se il genere umano doveva rimanere ai modi del vecchio mondo pagano. Non valeva la pena che Gandhi desse la vita a introdurre la nonviolenza nella vecchia marcescente politica, se poi i “nonviolenti” si danno in suo nome a ripetere la politica di sempre.

Tanto sbandamento – che in questi giorni viene ad investire con lacerazioni interne anche il partito dei Verdi, irretiti da “nonviolenti” nel sostegno a decisioni di guerra – promana dal fatto che in realtà non si è mai preso sul serio l’esigenza della nonviolenza, che già oltre mezzo secolo fa, all’approssimarsi del massacro della 2° guerra mondiale, Aldo Capitini indicava come “il varco attuale della storia”. Esigenza primaria, pena il ripetersi all’infinito nella storia umana di obbrobri senza nome.

Abbiamo sentito oggi replicare da un ministro verde ai militanti del suo partito, che gli rimproveravano la sua concordanza con la politica pro-guerra del governo: “Sono anch’io un nonviolento, e vorrei quanto voi dare una risposta nonviolenta alla soluzione della tragedia in corso. Ma non ne ho qui nessun mezzo: sapete voi dirmi come fare?”. Già, si chiede sempre agli altri di dare la risposta, invece che imporre doverosamente la domanda a sé stesso. Da nonviolento serio, persuaso cioè e impegnato a porre la nonviolenza quale primario impegno del suo agire politico, la domanda da rivolgere a sé stesso è: che cosa ho fatto fin qui, nella certa previsione del succedersi altrimenti di orrende tragedie umane, affinché la nonviolenza entrasse nella considerazione del pensiero politico, nella coscienza popolare, nel costume quotidiano, e lavorare quindi ad organizzarla e darle forza politica? Sempre quel ministro verde, a chi lo incalzava rammentandogli Gandhi, rispondeva: “ Sì, ma a Gandhi occorsero anni prima di poter mobilitare la lotta popolare nonviolenta del suo paese. Qui invece la partita viene giocandosi nel giro di giorni, e nulla abbiamo nelle mani di pronto per un intervento risolutore di tipo nonviolento”. Appunto! Tu “nonviolento” hai avuto addirittura il doppio di tempo rispetto a Gandhi per predisporre qualcosa che oggi servisse alla bisogna di una risposta nonviolenta, e l’hai sprecato ad altro che più ti lusingava.

Il fatto è che le convulsioni storiche, come l’attuale balcanica, non insorgono impreviste come un istantaneo terremoto naturale, ma che germinano lungo anni e decenni durante i quali nulla si fa per evitarne l’esplosione. E il compito del nonviolento è di lavorare e vigilare insonne, affinché in primo luogo l’ambiente politico non disponga di apparati …….al divampare violento del conflitto, e quando pure esso insorga si sia predisposta la necessaria riserva d’acqua – la forza nonviolenta organizzata – atta a bloccare l’incendio devastatore.

Parliamo di una preordinata politica nonviolenta (fatta puranche di rinunce e di sacrificio nell’immediato quanto a potere e benessere: ma la furia assassina delle bombe non è di perdite e sacrifici centuplicati, oltre che di orrori senza pari?), che preservi dal divampare dello scontro cruento; una politica che operando nelle coscienze, nella cultura, nell’educazione, negli indirizzi e nelle strutture politiche ne elimini in partenza gli strumenti portanti. L’incendio devastatore della guerra ha il suo essenziale strumento portante nella macchina militare. Si può imputare tutto quanto si vuole alla follia sanguinaria di un Milosevic, ma senza l’esercito la sua follia non avrebbe potuto al più che andare a caccia di mosche. Diciamo oggi “Milosevic”, ma i nomi legati a crimini siffatti si sprecano: USA in Vietnam, URSS in Ungheria e Cecoslovacchia e Afganistan, Italia con le sue guerre (sei !) tutte aggressive dalla fine del secolo scorso…

Così dunque l’antimilitarismo, l’abolizione di qualsivoglia esercito, si impone come l’esigenza primaria dappertutto nel mondo, fondamentale per togliere finalmente dalle mani di chiunque lo strumento chiave dello sterminio. (Già è stato detto da decenni: “O l’umanità distruggerà gli armamenti, o gli armamenti distruggeranno l’umanità”).

Ma i “nonviolenti” impastoiati oggi nell’inevitabilità della guerra hanno avuto altre urgenze cui dedicarsi nei decenni trascorsi. L’uno ha avuto da occuparsi del problema, fondamentale per i destini nazionali e transnazionali, della propria elezione a consigliere comunale di Catania, e tant’altro di pari suprema importanza; all’altro è mancato il tempo di lavorare per la nonviolenza, avendo dovuto necessariamente entrare nell’agone della grande politica, quella “vera” e “concreta” – istituzionale, parlamentare, governativa -, così da aver modo di averla vinta nei confronti di un Di Pietro su un certo svincolo autostradale, con ciò segnando una svolta epocale nel destino verde dell’umanità. Lasciamo l’ironia. A questi amici “nonviolenti”, entrati in politica da rivoluzionari reclamanti e impegnati ad un radicale cambiamento del sistema politico-economico-sociale, si può ben riconoscere qualche seria realizzazione, nel lungo elenco che essi in replica possono esibirci di riforme realizzate; ma riforme che in nulla intaccano la sostanza retrograda e cancerogena del sistema ( tant’è che taluni di questi stessi amici “nonviolenti”, a smentita della loro attività riformistica, tacciano oggi il sistema d’essersi consolidato in regime, non dissimile da quello fascista).

Concludiamo, tornando a Marco Pannella. Dal ’67 al ’75, lo salutiamo tutto nonviolenza e quindi antimilitarismo (qualcuno dei suoi gli ha ricordato che l’antimilitarismo, oggi espunto dal Partito Radicale, aveva costituito l’anima e il nerbo del suo essere e fare iniziale). Poi, per venticinque anni ad oggi, l’abbandono dell’antimilitarismo, avendo egli avuto da darsi tutto all’ingaggio istituzionale, per una lunga marcia riformatrice oggi tuttavia, dopo tanta stagione di lotte, penosamente approdata ad un deserto ( come dice Pannella stesso) – a traversare il quale non altra risorsa gli è rimasta che la svendita di tutti i beni patrimoniali del Partito onde rifornirsi almeno di quella borraccia d’acqua indispensabile a tentarne il varco.

Ma non tutto è perduto. Se abbiamo capito bene un inciso del suo comizio finale all’assemblea radicale di giorni fa, Pannella avrebbe prospettato l’impegno futuro suo e del Partito in un ritorno all’antimilitarismo, per una campagna che raggiunga il suo esito entro 20-25 anni : a quella data, dice Pannella di credere che in un eventuale conflitto bellico la nonviolenza potrà allora giocare per il 95% almeno, restando null’altro alla forza armata che un ruolo del 5%. Plaudiamo sinceramente a quanto da lui prospettato – con l’auspicio peraltro che di questo suo rinnovato antimilitarismo, nel caleidoscopio del protagonismo politico pannelliano, non abbia egli di nuovo a scordarsi a sostegno d’una ennesima guerra sul cui proscenio salire a citare a sproposito Gandhi.

Domande e risposte sul Kossovo
di Alessandro Marescotti

Abbiamo cercato di basare questo dossier su fonti e documenti precisi al fine di garantire il più possibile l’obiettività e la verificabilità delle informazioni. Questo dossier è particolarmente rivolto agli insegnanti che vogliono coinvolgere gli studenti. Questo dossier può essere prelevato, con i prossimi aggiornamenti, presso il sito di PeaceLink: http://www.peacelink.it

Dove è il Kossovo?

Il Kossovo è una delle regioni della Federazione Jugoslava la quale è formata, oltre che dal Kossovo, anche dalla Serbia, al Montenegro e alla Vojvodina. Ai tempi di Tito il Kossovo godeva di una certa autonomia che poi è stata abolita.

Si scrive Kossovo o Kosovo?

Le forme sono diverse: Kosovo (lingua serba) e Kosova (lingua albanese). La scelta di usare la parola “Kossovo” (definizione originaria delle carte geografiche italiane) in questa scheda e’ giustificata da un’equidistanza dalla lingua sia dei serbi sia degli albanesi.

Perché è scoppiato il “problema Kossovo”?

Perché in Kossovo la maggioranza della popolazione è di origine albanese e il governo di Belgrado ha ripetutamente violato i diritti umani della gente del Kossovo che chiedeva una maggiore autonomia e soprattutto di maggiore libertà.

Chi si oppone in Kossovo al governo di Belgrado?

Gli oppositori sono di due tipi: i nonviolenti che seguono il leader Rugova e i guerriglieri che seguono l’organizzazione militare clandestina Uck.

E’ nato primo l’Uck o il movimento nonviolento di Rugova?

Il movimento nonviolento di Rugova si è affermato da dieci anni fa ed è cresciuto negli scorsi anni grazie a una politica di pace che sanava i conflitti e educava al perdono. Questo movimento ha messo al centro la questione dei diritti umani in un quadro di autonomia ed autogestione regionale evitando di esasperare le rivendicazioni per l’indipendenza e la secessione. L’Uck è invece nato per la secessione e ed è di recente costituzione; ha preso slancio quando la politica nonviolenta di Rugova non ha ottenuto ascolto nella comunità internazionale.

E’ vero che l’Uck ha rapporti con la mafia?

Il settimanale Panorama (18/2/99) ha così titolato un’inchiesta sull’Uck: “UCK: in quell’esercito c’è anche odore di mafia. Inquietanti contatti con la malavita organizzata. E strani conti in Svizzera. Per battere Belgrado e fondare la “Grande Albania” i combattenti kossovari sono pronti a tutto. “I conti svizzeri numerati, che secondo la propaganda albanese kossovara appartengono all’Uck, sono in realtà di proprietà di organizzazioni mafiose: è quanto asseriscono portando le prove, varie riviste di politica internazionale tra cui l’italiana Limes”, ha scritto Bruno Crimi su Panorama.

Come mai tanta indifferenza in Italia verso le violazioni dei diritti umani in Kossovo?

Alcune aziende italiane avevano in corso trattative che hanno portato alla stipula di lucrosi contratti commerciali. Ad esempio il rifacimento delle linee telefoniche della Jugoslavia. “La mia unica colpa è quella di aver coltivato da tempo, e negli anni, un ottimo rapporto personale con il presidente serbo Milosevic”, ha dichiarato Lamberto Dini, ministro degli esteri (fonte: Il Messaggero 27/3/99).

Come mai la Nato è impegnata in un attacco non previsto dai suoi principi costitutivi?

Secondo Lucio Caracciolo, direttore della rivista di politica internazionale “Limes”, nonché analista che di solito apprezza la Nato, questa guerra è una sorta di “test di fedeltà” e spiega: “Considero questa guerra una follia. Gli americani stanno sperimentando, con questa enorme follia, l’utilità della Nato. Vogliono vedere fino a che punto la Nato gli può servire e fino a che punto gli europei sono disposti a seguirli. Ad esempio, se la Nato diventa qualcosa di diverso, e potrebbe un giorno essere chiamata ad intervenire nel Caucaso: degli europei chi li seguirà. Questa guerra è anche una selezione stabilita dagli americani con una logica molto cinica su chi sta nella Nato e chi non ci sta.” (Avvenire 28/3/99)

L’Italia aderisce all’attacco della Nato per affermare i propri interessi nazionali nei Balcani?

Secondo il già citato direttore di Limes, Lucio Caracciolo, “siamo dentro una guerra che dal punto di vista della nostra sicurezza e dal punto di vista della nostra collocazione nel mondo, non ha alcun senso. Capisco che possa averlo per altri, ma per noi, proprio non ne vedo il senso. Ed è anche estremamente pericolosa. Quanto all’esperimento della compattezza della Nato, alla fine, i primi a pagarlo saremmo noi, quando arriveranno adecine di migliaia i profughi. Sbarcheranno qui da noi, non certo a Miami.” (Avvenire 28/3/99)

In Europa tutti sono d’accordo con l’intervento Nato?

“La Svezia si è dissociata e considera illegittimi gli attacchi. L’Austria ha deciso di negare il proprio spazio aereo ai cacciabombardieri Nato. L’Irlanda e la Finlandia si sono trincerate dietro la loro neutralità” (Corriere della Sera 25/3/99). Inoltre la Grecia, nazione della Nato, ha preso le distanze dai bombardamenti. Secondo il presidente dei vescovi degli Stati Uniti Joseph Anthony Fiorenza “l’Europa dovrebbe essere molto più autonoma, non può agire come se tutto dipendesse dall’esercito e dalla strategia politica americana”. (Avvenire 28/3/99)

Da chi dipende se gli aerei italiani in guerra possano svolgere azioni di bombardamento o meno?

“Siamo parte della Nato – ha dichiarato il ministro della Difesa Carlo Scognamiglio – e questa operazione è sotto il comando della Nato. L’impiego futuro dei nostri mezzi dipenderà dalla discrezionalità della Nato” (Repubblica 26/3/99).

L’azione della Nato rientra nel concetto di “disarmare l’aggressore” e nei principi di ingerenza umanitaria in difesa del diritto alla vita?

Dice l’intellettuale americano Noam Chomsky: “Quello che i leader serbi hanno fatto negli ultimi dieci anni è imperdonabile e la condanna deve essere totale e senza equivoci. Tuttavia il comportamento di Washington indebolisce il concetto di interferenza umanitaria, invece di metterlo in pratica”. (Avvenire 28/3/99)
Secondo il presidente dei vescovi degli Stati Uniti Joseph Anthony Fiorenza “per chiunque si tratta di un dilemma molto complesso. Tuttavia i bombardamenti in corso mi sembrano un’iniziativa ingiustificata, poiché non sappiamo quanti morti e feriti stiano causando tra civili innocenti. I vescovi esprimono serie riserve sulla giustificazione di questa guerra.

E’ possibile che un militare della Nato si possa dichiarare “obiettore di coscienza” in questo conflitto?

“Un soldato americano dovrebbe esaminare molto attentamente la propria coscienza per valutare se si sente di partecipare o meno a questa guerra. E se non la ritiene giustificata dovrebbe mettere al corrente i propri superiori delle sue riserve morali”, ha dichiarato il presidente dei vescovi degli Stati Uniti Joseph Anthony Fiorenza (Avvenire 28/3/99)

L’attacco Nato protegge i civili in Kossovo.

L’attacco Nato, annunciato per tutelare i civili del Kossovo e proteggerli da nuovi massacri, sembra aver provocato l’effetto opposto: “Stanno accadendo cose tremende in Kosovo”, ha detto il portavoce delle Nazioni Unite Jamie Shea, smentendo l’ottimismo del presidente del Consiglio Massimo D’Alema che affermava “L’azione militare della Nato ha indotto, pare, i serbi a sospendere l’offensiva contro i civili in Kosovo” (Corriere della Sera 26/3/99) chiedendo la riapertura delle trattative. Lo stesso D’Alema ha poi cambiato opinione due giorni dopo dicendo che le trattative non si potevano riaprire perché “i massacri dei civili inermi sono intollerabili” e ponendo come condizione per la riapertura delle trattative il ritiro delle “truppe speciali serbe” (Corriere della Sera 28/3/98).

La posizione di Amnesty International: “Siamo contrari a qualsiasi azione che non salvaguardi i civili – sostiene il presidente Daniele Scaglione – e un bombardamento non ha ragione di essere senza garanzie per i civili” (Liberazione 24/3/99).

Ma di fronte al fallimento delle trattative di Rambouillet cosa altro si poteva fare?

Secondo Noam Chomsky “forse si poteva ritoccare l’accordo di Rambouillet sostituendo le truppe Nato che dovevano garantirlo, con un contingente diverso” (Avvenire 28/3/99). Nei contatti diplomatici intrattenuti dal Vaticano erano emerse proposte di un contingente militare di verifica e attuazione degli accordi che comprendesse anche soldati russi. Il tutto sotto l’egida dell’Onu e non della Nato.

L’opinione pubblica e l’informazione che influenza possono avere sulla guerra?

In società democratiche l’opinione pubblica costituisce un termometro tenuto sotto osservazione specie durante una guerra come questa (i sondaggi mostrano una metà dell’America non convinta o contraria e così pure in Italia). Il generale Carlo Jean, in una relazione al Centro Alti Studi Difesa di Roma, ha spiegato: “Ormai ci si deve orientare a combattere due guerre parallele: una sul campo di battaglia, l’altra sui media. I media creano rilevanti condizionamenti all’uso della forza. La “giusta causa” dell’intervento è diventata una necessità comunicativa. Anche obiettivi derivati dalla “realpolitik” devono rivestirsi dell'”idealpolitik”. (Il Manifesto 26/3/99)

PeaceLink, particolarmente in questo difficile momento, sta compiendo intensi sforzi economici per offrire al movimento per la pace un servizio gratuito ed efficiente. Oltre alle spese telematiche sono aumentate le spese per fotocopie, lettere e francobolli. Nessun attivista di PeaceLink è stipendiato da PeaceLink e ognuno realizza la propria attività come “volontario dell’informazione” in rete e fuori di essa.

Chi volesse sostenere PeaceLink può effettuare un versamento sul ccp 13403746 intestato ad Associazione PeaceLink, via Galuppi 15, 74010 Statte (TA).
Oppure inviando un contributo in francobolli a:

PeaceLink -c.p.2009 – 74100 Taranto

http://www.peacelink.it – a.marescotti@peacelink.it

I LIMITI DI UN CERTO PACIFISMO E LE SFIDE DELLA NONVIOLENZA
Il brusco risveglio di fronte alla guerra

Sulle povertà del pacifismo in tempo di crisi

di Fulvio Cesare Manara

Non fa niente se le parole ora viaggiano anche per via telematica, e non solo su quotidiani, volantini e manifesti… La sostanza, mi pare, non è mutata, o è cambiata assai debolmente e impercettibilmente, rispetto ad esempio a quanto si è detto e fatto di fronte alle crisi del Golfo.

Non è mio intento compiere una analisi della situazione internazionale, anche se riconosco che potrebbe essere valida premessa a uno studio più approfondito del problema che già qui vorrei affrontare. Preferisco procedere direttamente ad analizzare alcune fra le reazioni a questa situazione sorte nell’ambito delle forze contrarie alla guerra, offrendo alcuni spunti preliminari. Tratterò delle reazioni cui ho assistito personalmente, quindi non pretendo che siano contemplate tutte. Anzi, voglio dire che so per certo della grande varietà e complessità della stessa “area pacifista” e “non-interventista”, per cui le mie osservazioni sono da leggere non quali categorizzazioni universali, ma quali critiche ad personam intente a mostrare, atteggiamento per atteggiamento, affermazione per affermazione, le incongruenze, le povertà, le ideologizzazioni. Pertanto si capirà che le valutazioni di questo scritto sono da considerarsi provvisorie ed indicative, magari, in parte, anche parziali. Ma quale valutazione, in una congiuntura come questa, no lo è? Mi piacerebbe però se si sviluppasse un accurato dibattito in merito (che, debbo dire, qualche anno fa stentò a decollare: anzi, non decollò per nulla).

Non c’è che dire: il groviglio dei fattori che stanno alla radice di quanto sta avvenendo nell’area dei Balcani è assai difficile da comprendere e districare. D’altra parte, il senso comune percepisce con chiarezza che siamo ad una svolta veramente critica, potremmo dire “epocale”: ed è così urgente leggerne le ragioni e dare le risposte migliori. In gioco sono molti elementi del diritto internazionale, il problema della difesa attiva dei diritti umani e la questione dell’autodeterminazione di un popolo, ed altre molteplici questioni, non ultime quella della riforma dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, e/o degli interventi di “ingerenza umanitaria” su scala mondiale, oppure quella di un’Europa che si metta una buona volta di fronte ai nuovi scenari di conflitto con responsabilità e nella ricerca di una alternativa vera alla guerra…

Ormai ci siamo abituati: dopo le crisi del Golfo, la guerra in Kuwait, gli interventi di “bombardamento strategico”, la guerra in Bosnia, ormai non ci spaventa più il fatto che le forze in campo sono “troppo reali”. Non dà più tanto fastidio che siano così reali, così terribilmente concrete e minacciose. Eppure è proprio la constatazione della realtà dura di queste forze, di questi diversi fattori ciò di cui il mondo pacifista ha bisogno. Se, in generale, la stessa de- ideologizzazione del pacifismo è necessaria, questo è uno dei suoi momenti indicativi: leggere i fatti criticamente, rispettandone la complessità, ponendo fine in modo definitivo a vecchi schematismi. In effetti, questo conflitto, è stato anche detto, mostra con sufficiente chiarezza che non ci è possibile demonizzare nessuno. E che l’atteggiamento autolesionistico che scopre che siamo noi i cattivi mentre il nemico è buono è speculare alla stessa ideologia del conflitto armato, ossia alla logica amico-nemico. Non si risolve nulla capovolgendo l’antico motto “mors tua vita mea” in quello “mors mea vita tua”. Sono entrambi espressione di una psiche malata. Ce lo insegnava con insistenza Franco Fornari, mostrandoci la via per imparare a risolvere questa polarità distruttiva con il principio “vita tua vita mea”.

Ci si deve pur chiedere – in via preliminare – se sia davvero possibile che un movimento “dal basso” di cittadini “contro la guerra”, di dimensioni variabili a seconda delle crisi, riesca ad uscire da un ambito di motivazioni di stampo puramente ideologico, dall’improvvisazione.

Prima di tutto, l’atteggiamento generale. Mi sembra che si esprima bene questo modo di affrontare il problema, ad es., nel titolo stesso del Supplemento a “Liberazione” del 28 marzo scorso, e ripreso a iosa in molti altre pubblicazioni d’area: “Contro la guerra” (ma anche espresso nelle dichiarazioni di voto in Parlamento dai non-interventisti). Se un minimo comune denominatore si può trovare nella varietà composita del mondo pacifista, penso sia proprio riassunto da questa espressione. Ma sembra però tanto generica da poter essere condivisa, come affermazione generale, da molti che pacifisti non sono. Anzi, ci si potrebbe chiedere quanti sono ad avere il coraggio, qui ed ora, di proclamarsi a favore della guerra. Clinton, e insieme a lui ileaderpolitici dell’occidente, direbbero che anche loro sono contro la guerra. Forse così direbbe anche Milosevic. Una logica vecchia quanto il mondo. Ma vale la pena chiedersi se un motto del genere abbia tutto il senso che sembra avere. O meglio, occorre chiedersi se esso è produttivo, ed a quali condizioni.

Aggiungo che personalmente nutro la più grande simpatia verso ogni “pacifismo sentimentale”, e che mi sono spontaneamente vicini gli “internazionalisti sentimentali”. Così come sorrido istintivamente, e a volte rido di cuore, di fronte a certe manifestazioni di militarismo. Se esiste un universo pacifista, quello è certo il mio mondo. Ma so bene che non tutti, nei fatti, sono pacifici, che il mondo è un luogo di conflitti a volte insanabili, che non abbiamo ancora un’idea precisa di come si può vivere in pace nonostante questi conflitti. So infine abbastanza del mondo per aver capito che questi atteggiamenti debbono prendere corpo, pena la loro totale e definitiva insignificanza ed irrilevanza: ed è questo il punto.

Non vorrei che si confondesse la mia precisazione con il tradizionale appello morale secondo cui bisogna passare dall’essere “contro” all’essere “per”. Non è neppure questione di forma. Molti manifesti pacifisti di questi ultimi giorni riprendono questo schema alla perfezione. Ripetono puntualmente un elenco di “contro” e un altrettanto nutrito elenco di “per” (del resto anch’essi assai generici). É tutt’altro ciò che intendo indicare. In uno di quei manifesti ho letto il motto «Se vuoi la pace, non fare la guerra». Bel capovolgimento dell’antico «Si vis pacem, para bellum» (Se vuoi la pace prepara la guerra). Ma ancora un vecchio modo di pensare. Bisogna pur dirci chiaramente che volere la pace non significa ancora che siamo davvero in grado di farla. In secondo luogo, se ci limitiamo a questo, si ripropone la visione più negativa della pace stessa: quella secondo cui basta appunto «non fare la guerra» per avere la pace. Vecchi modi di pensare, dicevo: ma sembra che per i pacifisti dell’ultima ora sia sempre lo stesso leitmotiv a imporsi. Ma tant’è.

Quindi, come giustamente afferma Jean-Marie Muller, non basta fermarsi alla semplice condanna della guerra, è necessario che si trovi una alternativa ad essa. «L’errore del pacifismo consiste nel denunciare “gli orrori della guerra” senza proporre dei mezzi realisti per mettere fine agli “orrori della pace”».

Credo che l’atteggiamento indicato nei due motti sopra esposti, ossia la radicale contrarietà alla guerra, possa sostanziarsi solamente nella condotta del singolo. Ed infatti, l’unico invito concreto all’azione che mi è stato dato sinora di incontrare negli appelli pacifisti, oltre al più generale invito a “scendere in piazza”, è la proposta dell’obiezione di coscienza al servizio militare. L’unico modo per esprimere la contrarietà alla guerra al di là delle parole, con l’azione.

E – sia detto in tutta chiarezza – condivido questo appello all’obiezione di coscienza risolutamente e completamente.

Ma ritengo che sia un vero problema, quello di essere contro la guerra senza essersi opposti radicalmente, in tempi di pace (che ormai sono divenuti, come scriveva James nel lontano 1910, solamente tempi di “preparazione alla guerra”) e soprattutto senza aver avanzato proposte fattibili, concrete, efficaci ed efficienti per affrontare e gestire i conflitti (risolverli, forse, è un’altra faccenda…). È un atteggiamento debole, a parer mio, quello di essere contro la guerra solo quando questa viene guerreggiata (e non prima), solo con il rifiuto della coscrizione obbligatoria, e non anche con il rifiuto delle strutture di sistema che si preparano alla guerra, delle spese militari, dei finanziamenti alle industrie di armi che esportano in tre quarti di mondo; e non anche agendo per far sìche si mettano in atto tutte le alternative alla guerra (da quelle funzionali a quelle giuridico-istituzionali). Noi ci chiediamo più o meno indignati perché questo intervento e perché non altri, in altri scenari altrettanto tragici e terribili (perché non in Kurdistan, perché non in Africa centrale, ecc.…). E non ci accorgiamo che la stessa perplessità e la stessa domanda coinvolge anche noi: più delle proteste verbali, in questi contesti, che abbiamo fatto? Diceva Gandhi che il problema dei pacifisti occidentali è che non si può in coscienza mangiare nemmeno un chicco di grano se si è a conoscenza che esso è frutto di violenza e di guerra. Nessun movimento di cittadini contro la guerra ha fermato guerre nel nostro secolo: anche se, è vero, qualcuno ha cercato di farne una politica.

Mi sembra che sia quindi il caso di riflettere a fondo da una parte sul fatto che certe mobilitazioni dei movimenti d’opinione si strutturino e acquistino identità solo quando la crisi è in atto, quando le minacce sono talmente concrete da non poter più essere minimizzate, esorcizzate o misconosciute. D’altra parte, che questo movimento prenda la direzione dell’appello generico.

Resto sempre un po’ perplesso, quando mi si parla di lotta alla guerra, se non mi viene anche detto come questa deve essere condotta, se non mi si indicano strategie di coinvolgimento politico che giungano fino a influenzare le decisioni, quando non mi si indicano le forme d’azione di questa lotta, se non mi si dice “che fare” al posto della guerra.

Protestare, esprimere il proprio dissenso sulla “sporca guerra”, scendere in piazza è legittimo, sacrosanto, necessario ma non sufficiente. Bisogna agire in maniera da incidere negli eventi, bisogna proporre nuovi comportamenti. Ma questa è una attività che richiede tempi diversi, non certo quelli critici determinati dall’onda della paura o dello sdegno. Se il movimento (posto che esista) non ha provveduto per tempo a costruirsi ed a maturare in relazione a questi obiettivi, difficile è che lo possa fare ora, sotto l’urgenza incalzante degli eventi.

Dicevo che non è questione di moralismi: è infatti un problema di strategie. Il pacifismo ha sempre avuto (e vantato) fini assai nobili. Ma anche assai snobbati dalle “forze trainanti” della storia. É allora il caso di chiedersi che cosa può significare oggi la semplice affermazione che siamo “contro la guerra”, tanto più in questo contesto.

Queste mie riflessioni potrebbero essere sostanziate mediante un riferimento puntuale alla storia delle lotte pacifiste del nostro secolo. A molto valgono la circolazione delle idee, la protesta. Ma bisogna venire ad una prassi molto più matura: all’azione strategica, all’organizzazione di campagne mirate, alla presentazione di progetti fattibili di fronte alla società civile ed alle istituzioni.

E sembra che invece nel nostro paese, l’ondata dello sdegno pacifista sia in gran parte da ascrivere ad un interesse contingente, momentaneo, suscitato dal pericolo reale, più che da una prassi politica.

Questa del resto è una constatazione generale che occorre fare quando si parla di pace. In effetti, troppi la considerano una chimera presto in pericolo per nuovi inevitabili “venti di guerra”. Troppi sono ancora quelli che si limitano a rendere «il dovuto omaggio alla nobile aspirazione irenica, buona per i giorni festivi», mentre per il resto si dedicano a più circoscritti oggetti e/o preoccupazioni quotidiane. Talvolta, nei momenti di grave crisi, si risvegliano l’improvviso, ed allora fanno un po’di can can, si agitano e protestano. Per tornare, relativamente in fretta, alle proprie occupazioni, con la “coscienza a posto” per aver protestato.

Ma non basta più muoversi a sdegno contro la guerra se non si ripensano alla radice tanto la guerra come la pace e la politica, se non si pone mano ad una rifondazione e reinvenzione della politica a partire da un nuovo modo di comportarsi, che riscopra alla fonte la possibilità per i cittadini di determinare il senso delle decisioni dei capi di governo. Non ha più molto senso la semplice condanna della guerra, quando è disunita da una ricerca sistematica e sostanziale di tutte le possibili alternative funzionali, o, peggio, quando comporti l’inazione, e sbocchi in un isterismo irenistico esattamente speculare a quello militaristico. Ripeto: ma questo non può essere se non il frutto di una attività politica di ampio respiro e di lunghi tempi.

Nutro dubbi molto seri sulla reale possibilità che si possa fermare anche solo la partecipazione italiana a questa guerra mediante il semplice strumento dell’obiezione, per quanto affascinante possa essere il sogno. E così, l’obiezione mantiene la sua ambiguità: forte appello ai valori e grande testimonianza di volontà; ma in sostanza, debolezza sul piano della trasformazione dei meccanismi e dei comportamenti che portano le società ad agire secondo la logica della guerra.

Forse, si potrebbe ottenere qualcosa se larghissimi strati della popolazione utilizzassero sistematicamente i metodi della disobbedienza civile e della non-collaborazione: ma la nostra popolazione è convinta, matura? E cosa abbiamo fatto per portarla a tutto questo?

Un fine giusto pensiamo di averlo: abolire la guerra, ossia ridurre ed eliminare il ricorso alla violenza nelle relazioni internazionali, anche come sanzione contro una illegittimità; trasformare la società internazionale in direzione della democrazia e dell’omnicrazia, del decentramento dei centri di potere, della libertà di autodeterminazione dei popoli.

Siamo invece ancora alla ricerca di un sistema giusto di mezzi che rispetti e garantisca il raggiungimento di una pace giusta, di una risoluzione o gestione non distruttiva dei conflitti. E inutile è demonizzare quei pacifisti che si convertono in interventisti perché sentono con rabbia la “passività del bene”. Quella metamorfosi, a ben pensare, non è casuale o dovuta a cattiva coscienza: è la logica conseguenza che nasce dalla scoperta che nelle questioni di “mezzi” il pacifismo ancora non ha una risposta sufficiente, soprattutto quando si tratta di progettare dei mezzi di lotta ed azione, di resistenza contro situazioni estreme del tipo di quelle della Ex-Jugoslavia in questi ultimi anni (pulizia etnica, nuove forme di genocidio, crimini contro l’umanità, ecc.).

Fare spazio a nuove forme di sanzione, di tipo nonviolento e non distruttivo: mediante lo studio, l’organizzazione strategica, l’esercitazione e l’addestramento. Nessuna di queste cose si inventa da un momento all’altro. Nessuna di queste cose si improvvisa in un momento di crisi. E infatti l’impreparazione a dare risposte politiche (concrete, fattibili, efficaci) ad una crisi come quella che stiamo vivendo si rivela uno dei caratteri dominanti delle ondate di sdegno pacifista.

Un’Europa imbelle di fronte al disegno statunitense? Probabile: ma quale potrebbe essere l’alternativa di sicurezza e di stabilità regionale, la strategia di difesa e sicurezza di un’Europa “forte”, capace di districarsi dalla dipendenza dalla Nato e di mostrarsi capace di controllare e gestire il peace keeping e il peace-enforcing sul suo stesso continente?

Aggiungo quindi: un arcipelago ecopacifista ancora più imbelle e impotente, disorientato e senza una strategia seria (fatta eccezione per proposte che però circolano solo entro i ristretti gruppi dei pacifisti-pacifisti, e di cui non ho trovato menzione alcuna sui giornali che hanno manifestato tutto il proprio dissenso in questi giorni…).

Un altro atteggiamento indicativo dei movimenti pacifisti è quello della “logica della persuasione”. Si gioca tutto sulla protesta e le molte parole in cui essa si esprime, come se l’obiettivo consistesse solo nel convincere tutti attorno alle proprie idee. Certo, la gente continua a pensare in merito alla pace ed alla guerra secondo obsoleti schemi e fatica ad uscire da essi. Ma poniamo mente alla reale valenza delle argomentazioni quando ormai siamo, come si diceva, allo scontro di forza. Non voglio con questo dire che gli appelli e le argomentazioni non servano a nulla…

E non mi si venga a dire che noi pacifisti abbiamo “fatto” qualcosa di risolutivo: da Mir Sada a qui, si è trattato di flebili esperimenti, di porre toppe su lacerazioni disumane e di fornire solidarietà e sostegno alle vittime, mai certo di gestire lo sviluppo del conflitto. Perché infine, l’azione di volontariato verso le popolazioni colpite dai massacri, verso le vittime della guerra, il grande e necessario impegno di solidarietà non sarà nemmeno esso in grado di pacificare i Balcani. È doveroso tanto protestare contro la guerra quanto mobilitarsi per soccorrere chi è colpito dalle sue nefaste crudezze. Ma tutto questo non solo non basta, è proprio tutt’altro rispetto a quello che ci vorrebbe: ci servono mezzi che ci permettano di combattere senza distruggere, combattere senza violenza: li dobbiamo studiare, sperimentare, provare, ci dobbiamo addestrare. Praticare la nonviolenza non significa dire no alla guerra: significa prepararsi al conflitto puntando a un nuovo modo di combatterlo. “Nonviolenza” non è solo motivazione etica ed aspirazione irenica: è una forma di lotta che nei mezzi cerca la coerenza con il fine. Ma finché non abbiamo pensati strutturati ed organizzati strategicamente questi mezzi, vano sarà tutto il resto.

Se vogliamo davvero trasformare le cose, «rendere l’abolizione della guerra un fine realistico» dobbiamo rivedere le strategie, le motivazioni, i comportamenti del movimento pacifista. Con maggior accuratezza in ragione del pubblico cui ci rivolgiamo. I “militanti” dei tradizionali movimenti nonviolenti possono non aver bisogno di tutta una serie di precisazioni. Mentre al pubblico più vasto, quello per il quale la parola “pacifista” può anche avere una connotazione negativa, è necessario rivolgere messaggi più maturi.

La gente comune ha percepito visceralmente ed in modo irriflesso l’irrilevanza di certi atteggiamenti tipici dei pacifisti, e la loro relativa incapacità di incidere nella storia. E non parlatemi di segni di speranza (o di simboli) — che, sia ben chiaro, non disprezzo né respingo —: qui ci vogliono politiche conseguenti e strategie di cambiamento, concrete, fattibili, efficaci. Occorre pertanto che quando ci si rivolge a questo pubblico si provveda ad evitare gli errori commessi nel passato. In effetti, solo raggiungendo la gran parte della popolazione e coinvolgendola sarà possibile uscire dall’impasse in cui si dibattono in genere i movimenti pacifisti. Ma questo lo si potrà fare quando si abbandoneranno definitivamente e in modo maturo tanto gli atteggiamenti moralistici come gli schematismi ideologici. Quando si provvederà a costruire progetti di trasformazione fattibili. Quando, oltre alle grandi affermazioni di principio, sapremo mostrare concrete vie d’uscita dalla spirale della violenza distruttrice.

SPECIALE CONGRESSO NAZIONALE L.O.C.
L’Italia ripudia la Costituzione: noi ripudiamo l’Italia!

Nelle giornate del 16.17 e 18 aprile si è tenuto, a Napoli, il XXI Congresso della Lega Obiettori di Coscienza; i partecipanti, oltre ad aver seguito le due tavole rotonde già indicate nello scorso numero di questa rivista, hanno preso parte ai lavori della Commissione Organizzazione e della Commissione Politica.

La Commissione Organizzazione ha definito il nuovo Statuto dell’associazione (poi approvato dall’Assemblea plenaria, a stragrande maggioranza), il cui rinnovo si era reso necessario per adeguare la nostra associazione alla normativa riguardante le associazione di volontariato.

La Commissione Politica, invece, ha affrontato, nei suoi lavori, la guerra nella Jugoslavia, cercando di definire non solo una posizione politica di scontata contrarietà ma, anche, di dare una serie di indicazioni operative, sulle quali ricercare la più ampia collaborazione da parte del variegato arcipelago che oggi si sta opponendo alla guerra.

Frutto di questo lavoro è il seguente documento politico, approvato dall’Assemblea plenaria all’unanimità, che di seguito pubblichiamo.

Vorremmo sottolineare che, nel dare indicazioni pratiche, ci siamo limitati ad indicare quelle sulle quali pensiamo di essere in grado di dare un fattivo contributo operativo, tralasciando, invece, appelli generici che, alla fine, rischiano di apparire puramente velleitari (forse è anche questo un segno della maturazione e crescita in atto nella nostra associazione).

A tale scopo, abbiamo individuato una sede referente per ogni proposta pratica, indicandone il numero di telefono, fa, e-mail, sì da permettere il più ampio raccordo ed efficienza.

L’Obbedienza non è più una virtù

La guerra in Jugoslavia rappresenta una svolta epocale nella storia dei conflitti e – di conseguenza – in quella dell’opposizione alla guerra. La Costituzione è stracciata, l’ONU messa in un angolo.

Le prospettive che hanno diretto la nostra azione politica e il nostro dibattito interno fino al Congresso di Torino subiscono un duro colpo. Una situazione storica in cui si erano aperti importanti spazi legislativi nazionali e internazionali (L. 230/98, legge contro la produzione di mine, corpo civile europeo di Pace, ecc.) e dove la costituzione materiale del Pianeta, si arricchiva via via di importanti risultati e prospettive (Tribunale penale internazionale, “caso Pinochet”, prospettive di riforma dell’ONU, del Consiglio di Sicurezza, della Banca mondiale, ecc.), ci aveva fatto delineare una strategia del “passo dopo passo”, del dialogo con le istituzioni, della moderazione politica, con il fine di consolidare queste conquiste ed espandere progressivamente il rifiuto della guerra.

Ma la guerra in Jugoslavia ci dimostra con chiarezza, come la volontà politica dei “signori del pianeta” può spazzare in tre minuti le conquiste faticose di 50 anni di lotte.

Non possiamo non tenere conto di ciò

La guerra in Jugoslavia ci costringe a rimettere al centro della nostra azione: la rivolta contro la guerra, la disobbedienza, l’intolleranza alle mediazioni politiche la guerra non e’ una finanziaria che non ci piace!

Alla guerra si può solo rispondere con un chiaro e irriducibile no!

Peraltro, se per dire no alla guerra, si vuole obbligatoria una coerente ed impeccabile analisi sulle origini del conflitto, l’opposizione alla guerra sarebbe impossibile. Una guerra non ha mai un solo motivo. Gli interessi sono molteplici, spesso contraddittori, i quali convergono per poi probabilmente divergere nuovamente. Però, per dimostrare che le guerre facciano tutte schifo, non c’è bisogno di scomodare i filosofi: lo dicono per primi i militari. Che tutte le guerre portano il puzzo di interessi nascosti e inconfessati, lo capisce anche l’homo calcisticus abituato a misurarsi solo con traversoni e difese ad uomo. Ma il fetore di questa guerra è diverso da quelli a cui la storia ci aveva abituato. Questa volta la guerra è a colpi di pagnotte: la difesa dei diritti umani, punto di forza da sempre di ogni movimento di opposizione alla guerra, diventa la ragione stessa del conflitto, imponendo come etica e morale la contrapposizione del diritto alla vita di civili di diverse etnie.

Ed ancora, l’intervento umanitario, garantendo la sopravvivenza in campi di concentramento dei civili che si voleva difendere, è la pregiudiziale per il proseguimento del conflitto.

Ecco il perché dell’affanno dei militari targati USA, negli anni passati, nel costruire rapporti organici fra esercito e mondo del volontariato per una cogestione dei conflitti.

Per chi come noi ha sempre sostenuto che l’indifferenza equivale alla colpa, non c’è che dire, è una situazione che appare senza via di uscita. Appellarsi a motivi di coscienza e dire che non vogliamo essere coinvolti sarebbe facile, se non ci fossero 1 milione di disperati che rischiano letteralmente di morire di fame e di diarrea. Indifferenza equivale a colpa.

Partecipare perciò alla grande milizia umanitaria? Coscienza salva, telespettatori-elettori soddisfatti e uniti nel delirio collettivo dell’Italia brava gente, tutti pronti al massacro jugoslavo prossimo venturo, magari per mano di un embargo di dieci o vent’anni. Iraq docet, perché se è la conta dei morti, quella che esperti e plurilaureati vogliono, allora lì ce ne sono 1.500.000, internazionalmente riconosciuti e sulla coscienza dell’ONU, uccisi dal “pacifico” genocidio economico chiamato “sanzioni economiche”.

GLI OBIETTORI NON PARTECIPERRANNO NEMMENO A QUESTA GUERRA!

Ma la guerra è il convitato di pietra al tavolo del nostro lavoro politico: il rifiuto di questa guerra deve tradursi in azione concreta, fattiva.

Inoltre la denuncia dei rischi e delle ipocrisie di molto “aiuto umanitario”, non ci può giustificare, ne rendere meno colpevoli se la conseguenza diventa il sottrarsi all’azione a favore delle vittime della guerra.

Per tutto questo la Lega Obiettori di Coscienza, nel ribadire la sua convinta partecipazione alla mobilitazione nazionale contro la guerra, propone al movimento degli obiettori e a tutti coloro che si riconoscono nel dettato costituzionale, le seguenti azioni:

Obiezione elettorale: abbiamo disertato il referendum oggi, alle prossime elezioni non daremo legittimità democratica a chi sostiene la guerra (LOC Palermo – t: 0347.1457971).

Obiezione alla partecipazione alla guerra: lanciamo un appello a tutti i soldati (compresi i richiamati), affinché utilizzino lo strumento legale dell’obiezione di coscienza, per abbandonare la divisa, rifiutare la guerra e difendere la Costituzione; la LOC sta predisponendo uno staff legale per dare assistenza a chi sceglierà questa strada (LOC Napoli – t: 081.7605769, f: 081.7605769; E-mail: locnapoli@hotmail.com

Disertori del conflitto: ci impegniamo a mettere in atto forti atti di pressione nei confronti del governo affinché in conformità con quanto previsto dalla vigente legislazione metta in atto tutti gli strumenti necessari per dare asilo politico ai disertori di tutte le parti in conflitto (LOC Verona – t: 045.8009803; f: 045.8009212; E-mail: azionenonviolenta@sis.it

Obiezione fiscale contro le spese militari: con i soldi delle nostre tasse stiamo finanziando questa guerra; se non vogliamo essere complici dobbiamo obiettare (LOC Milano – t: 02.58101226 – 8378817; f: 02.58101220; E-mail: locosm@tin.it

Aiuti umanitari: invitiamo gli obiettori a impegnarsi nell’aiuto a tutte le vittime di guerra, stando attenti a non partecipare a quelle cosiddette “operazioni umanitarie” che sono congeniali e funzionali alla guerra, come l’operazione Arcobaleno (LOC Roma – t: 06.6780808; f: 06.6793968; E-mail: signorno@hotmail.com

Ci appelliamo infine alle associazioni umanitarie affinché non dimentichino la popolazione serba, anch’essa colpita da questa guerra.

La LOC infine non intende abbandonare il percorso intrapreso fin qui, che ha tra i suoi obiettivi la riqualificazione del servizio civile come luogo importante dell’educazione alla pace e alla cittadinanza: si tratta di rivederlo e ridefinirlo sulla base di queste nuove drammatiche priorità.

Obiezione contro la guerra o per vincere la guerra?

Il Parlamentare Europeo C. Tannert (PSE), riferendosi ad una risoluzione del PE del 1993, chiede che “tutti gli Stati membri contribuiscano ad indebolire l’esercito jugoslavo, sostenendo concretamente i disertori e i renitenti alla leva, dichiarando che garantiranno il diritto d’asilo ai disertori e agli obiettori di coscienza jugoslavi … E’ necessario … incoraggiare e anche ricompensare i soldati degli stati belligeranti (quali? Solo la Jugoslavia? ndr) per la loro diserzione.” Questa richiesta fa riferimento ad una risoluzione del 1993, mai attuata, che invita a sostenere gli obiettori di coscienza e i disertori degli stati dell’ex Jugoslavia.

Tannert invita ad incoraggiare e ricompensare i disertori anche sulla base di considerazioni economiche: con 5.000 euro a testa, a 50.000 ipotetici disertori jugoslavi, si otterrebbe la smobilitazione delle FFAA serbe, spendendo solo 250 milioni di euro (1/3 del costo sostenuto per la mobilitazione del solo esercito tedesco). Da queste affermazioni sembra che l’On. Tannert chieda di appoggiare disertori ed obiettori nella speranza di indebolire le forze serbe ed accelerare la vittoria militare. Per noi, invece, obiettori e disertori vanno accolti ed incoraggiati non per vincere la guerra ma per opporci alla guerra e, al contempo, garantire a tutti il diritto all’obiezione di coscienza. Pertanto, pur rifiutando un uso strumentale dell’obiezione di coscienza, finalizzato a scopi militari, proponiamo che:

si avviino a più livelli (Parlamento Europeo e Italiano, Regioni, Comuni) tutte le procedure per accogliere e sostenere disertori ed obiettori;

il sostegno e la solidarietà ai disertori ed obiettori sia usata a tutto campo, quale strumento di opposizione integrale alla guerra e, pertanto, riguardi tutti i soldati, di tutte le parti coinvolte e/o coinvolgibili nel conflitto.

VERSO LA PERUGIA-ASSISI
Bombe “umanitarie”e disfatta umanitaria

di Alberto Trevisan

Ci siamo trovati in molti amministratori a Perugia per preparare la 3° assemblea dell’ONU dei Popoli e la Marcia-Assisi ( 26 Settembre 1999) con tanta angoscia per la guerra del Kosovo. Ero arrivato a Perugia passando da Aviano, sconcertato da tanta potenza di morte che abbiamo in casa e di cui tranquillamente disporre: è proprio vero che quando le armi ci sono, alla fine bisogna pur usarle !!!

Sono e in tanti siamo contro la guerra, contro tutte le guerre e in particolare questa !

E’ l’ipocrisia dell’Occidente, ricco e potente, che rastrella le risorse dai paesi più poveri, che ha costituito l’Europa dei mercati e non dei bisogni e dei diritti: Rugova, il Gandhi dei Balcani, ci aveva spiegato ormai da troppo tempo cosa stava succedendo (lenta occupazione serba), cosa poteva ancora succedere e anche il rischio terribile di un genocidio.

Lui ha fatto la sua parte, se è vero come è vero, che in piena guerra in ex Jugoslavia convinceva moltissime famiglie kosovare a firmare una riconciliazione abolendo la legge del “taglione”, cioè potersi fare giustizia da soli senza l’intervento delle istituzioni.

E noi cosa abbiamo fatto ? forse l’abbiamo ascoltato per educazione e poi è ritornato dalla sua gente ancora convinto di potercela fare. Non solo non l’abbiamo ascoltato e capito ma abbiamo deciso di passare dalle bombe “intelligenti” della guerra contro Saddam Hussein (ancora tranquillo al potere, mentre i bambini muoiono negli ospedali per l’embargo !!!) alle bombe “umanitarie”, così le ha definite un bravo sindaco di una comunità locale toscana.

Ora tutta la strategia di questa macchina da guerra, sia l’organizzazione militare e politica, sembra scricchiolare: sono gli stessi politici a riconoscere Rambuillet non come un negoziato bensì come un ultimatum !

Chi l’ha letto (basta cercare in Internet), anche se non è un diplomatico, si rende conto che ad un negoziato, quando si è deciso di convocare le parti in conflitto, non è ammesso umiliare nessuno, neppure i dittatori come Milosevic.

I tempi dei negoziati non possono avere limiti ristretti, c’è bisogno di tempo: solo un esempio come il conflitto israelo-palestinese, quanto tempo c’è voluto perché le parti si “riconoscessero” se pensate che Arafat era solo un terrorista e ora è riconosciuto unico rappresentante del Popolo palestinese, anche se Rabin è caduto per mano fratricida?

A Rambouillet non si è pensato alla logica dell’interposizione tra le parti in conflitto, al rilancio dell’ONU, si è riproposta la logica della NATO, peraltro alleanza difensiva, non aggressiva, che, a mio parere, dopo la caduta del muro di Berlino, doveva cadere sotto le sue macerie, dato che il Patto di Varsavia è solo un triste e lontano ricordo.

E’ proprio strana questa guerra e come sa fare un grande scrittore, come Garcia Marquez, che conosce bene entrambi i massimi protagonisti di questa tragedia, Solana e Clark, ha voluto presentarcela come la dissociazione di due persone, che erano diverse.

Solana, attuale segretario della Nato, uomo letterato, lo ricordo come il più risoluto oppositore all’entrata della Spagna nella NATO, lui la chiamava OTAN, nell’ambito di una Convention Pacifista ad Amsterdam (1984) e con tutta la platea in piedi ad applaudirlo: ora ha premuto il grilletto di questa guerra. Il Generale Clark considerato il generale Filosofo capo indiscusso di fase 1, fase 2, fase 3 e così via. I ruoli, le identità di questi due uomini sono cambiate: è triste ma la guerra, ogni guerra riesce a fare anche questo, trasforma le persone spesso irreversibilmente!

C’è un uomo “politico” un po’ anomalo che da vari anni non sbaglia sul terreno della pace è il Papa, che definisce questa guerra una “doppia guerra”: io la intendo come una guerra “umanitaria” che non ha problemi di finanziamenti, che si ritrova con arsenali stracolmi di armi e paradossalmente cerca di negare sé stessa chiedendo aiuti “umanitari” perché i granai sono vuoti per i dannati della terra !

Basta, rompiamo questa spirale d’ipocrisia: facciamo tacere le armi subito, riprendiamo la trattativa, non umiliamo nessuno, Russia compresa come chiede in questi giorni Gorbaciov, rilanciamo l’ONU, poniamo, se necessario truppe di interposizione, rinunciamo gradualmente ai nostri eserciti “nazionali”, costruiamo davvero una polizia internazionale.

della Presidenza Nazionale degli Enti locali per la pace

LA NONVIOLENZA NELLA LETTERATURA / 4
Boezio, la consolazione della filosofia

di Claudio Cardelli

L’impero romano d’Occidente durante il quinto secolo si frantumò nei vari Regni romano-barbarici: i Visigoti si stanziarono in Spagna, i Franchi in Gallia, gli Ostrogoti in Italia. Teodorico, re degli Ostrogoti, cercò di favorire la convivenza tra il proprio popolo e i Latini, ai quali attribuì importanti cariche nell’amministrazione civile del nuovo regno.

Severino Boezio era nato intorno al 480 da nobile famiglia romana. Dopo la morte prematura del padre, fu educato nella casa di Simmaco, senatore e uomo di ampia cultura umanistica, del quale sposò successivamente la famiglia Rusticana. Di precocissima intelligenza e conoscitore della lingua greca, aveva concepito il progetto di tradurre in latino tutta l’opera di Aristotele e di Platone.

Poté ultimare solo la traduzione della logica aristotelica: tuttavia la definizione della filosofia e la classificazione delle sue parti, che egli trasmise ai pensatori medievali, bastavano a farlo considerare da questi un’autorità massima nel campo degli studi. Entrato al servizio di Teodorico, Boezio fu ricoperto di onori: nel 510 assunse la carica di console e nel 522/23 quella di magister officiorum, cioè la direzione generale dei servizi della Corte e dello Stato.

Ma la brillante carriera di Boezio venne interrotta dall’accusa, forse infondata, di aver cospirato contro Teodorico in favore dell’imperatore d’Oriente Giustino. Il re ostrogoto infatti aveva abbandonato la politica di pacifica intesa coi nobili romani, in seguito al contrasto tra i Goti di religione ariana e i latini cattolici, appoggiati dall’imperatore d’Oriente.

Boezio fu arrestato e tradotto a Pavia: dopo qualche mese di prigione e di torture fu messo a morte nel 524 (o 526). I motivi della condanna furono prevalentemente politici; tuttavia, nel Medio Evo, si vide in lui un martire della fede cristiana. Dante lo colloca nel Paradiso, accanto ai filosofi e teologi cristiani (X, 124-129).

La consolazione della filosofia

È l’opera più famosa del filosofo, composta nel carcere in attesa della sentenza definitiva. Boezio si duole in prigione della sua triste condizione; improvvisamente gli appare una donna di aspetto venerando, dagli occhi penetranti: è la personificazione della Filosofia, che in un lungo dialogo (5 libri) gli fa intuire i valori autentici della vita. Boezio comprende che il saggio non deve abbattersi quando la buona sorte si allontana da lui: le cariche pubbliche, le ricchezze e la fama non portano la felicità; sono viceversa fonte di preoccupazione e di contrasto. Le avversità giovano più della vita prospera, perché liberano l’anima, sollevandola alla verità e alla virtù, quindi alla vera beatitudine, e a Dio, meta suprema della ricerca umana.

In altre parole, l’anima dell’uomo si ottunde nel clamore della folla e del successo; al contrario, attraverso il dolore si affina e avverte la presenza dei valori spirituali, condivisi intimamente dagli spiriti più consapevoli e tendenti a Dio, Essere sommo. La sofferenza non è privazione, ma arricchimento di sensibilità e di apertura verso gli altri uomini.

Un uomo sapiente ha il dovere di non allarmarsi ogni qual volta si trova impegnato nella lotta con la sorte, come ad un uomo coraggioso non è confacente turbarsi ogni volta che risuona l’allarme della guerra.

Le difficoltà stesse, infatti, offrono ad entrambi un’occasione adatta: a questo per estendere la sua gloria, all’altro per perfezionare la sua sapienza.

La virtù (Virtus) si chiama così proprio per questo, perché essa, poggiando sulle sue forze (vires), non si lascia vincere dalle contrarietà; e dall’altra parte, voi siete venuti al mondo per progredire nella virtù e non per affogar tra le gioie e marcire tra i piaceri.

Nel vostro spirito voi combattete duramente la vostra battaglia contro ogni tipo di sorte, per impedirvi di abbattervi, quando è dolorosa, o di corrompervi, quando è gradevole.

Tenetevi saldamente nel giusto mezzo; tutto quello che rimane al di sotto o va oltre ad esso non è compatibile con la felicità e non riceve il premio per la fatica sostenuta. Sta, infatti, nelle vostre mani la possibilità di costruirvi la sorte quale la preferite; ogni sorte, infatti, che appare dolorosa, se non serve a mantenere in esercizio o a correggere, serve a punire. (IV,7)

* * * * *

Presso i sapienti non c’è assolutamente posto per l’odio.

Chi infatti potrebbe odiare i buoni, tranne che una persona stolta quant’altri mai? Dall’altra parte, odiare i cattivi è un atteggiamento privo di ragione. Infatti, come la debolezza per il corpo, così la disposizione al vizio costituisce, in certo qual modo, una malattia per lo spirito: perciò, se è vero che i malati nel corpo li giudichiamo niente affatto meritevoli di odio, ma piuttosto di compassione, a maggior ragione non si devono trattare ostilmente, ma semmai compassione, coloro le cui menti sono tormentate dalla malvagità, malattia ben più grave di qualsiasi esaurimento fisico.

(IV, 4 – da Boezio, La consolazione della filosofia, trad. di O. Dallera, Rizzoli, Milano, 1977).

DECALOGO MEDITERRANEO / 4
La pratica del rallentamento
Dare tempo al tempo. Lento è bello

di Christoph Baker

Viviamo l’epoca dell’accelerazione. Tutto intorno a noi è un richiamo alla celerità. Le cose vanno sempre più veloce. Ci viene il nervoso se dobbiamo aspettare più di dieci secondi la risposta ad una nostra domanda. Siamo sempre fuori tempo. In ritardo. In affanno. Il mito della velocità ha invaso tutto il quotidiano, al punto che ben lungi di essere diventati delle Ferrari, siamo consci solo di essere inadeguati, di finire indietro. Così subentra lo stress, quella malattia che persino Molière non si sarebbe mai sognato. Una malattia onnivora, incondizionata, impossibile a controllare. Mentre ci sfugge il senso delle cose, inseguiamo ritmi impossibili. Non c’è più tempo di dire buongiorno, di alzare gli occhi dal pavimento, di cogliere una esitazione nelle parole di un essere caro.

Dalla più tenera età, sentiamo diffusa questa preoccupazione di non farcela, di avere perso il treno. Per non essere stati abbastanza spediti, diretti, spietati. Vediamo intorno a noi quelli che “vincono”, che hanno sempre un altro appuntamento per cui devono correre. Hanno il cellulare facile, il passo nervoso, e quando sono seduti muovono le gambe in continuazione. E che dire della mattina a casa con i figli? Che corsa! Per farli dormire qualche minuto in più (ricordo nobile di un tempo in cui il riposo era sacro), ci troviamo poi a sconvolgere tutti i ritmi biologici del risveglio animale. Non di rado dopo un quarto d’ora, si sono già verificati i primi pianti, le prime imprecazioni… Vi è un rapporto stretto fra velocità e arrabbiatura.

Tutto per colpa dei ritmi, degli orari, delle scadenze troppo ravvicinate, troppo incalzanti. Il prezzo altissimo da pagare è la perdita della serenità. Come fa l’uomo veloce a liberarsi dal senso di angoscia che lo invade quando si ritrova in un vizioso inseguimento di cosa da fare che non si riescono a portare a termine per conto di altre cose da fare che non si riescono a portare a termine, e così via…? Le strade, le stazioni, gli aeroporti, gli autobus sono pieni di gente sudata, che guarda l’orologio in continuazione, che sbuffa, che scatta appena può. Anche chi non sa o non dovrebbe più correre, li vedi che aumentano il passo, una smorfia di dolore sul viso, che si precipitano, che spingono, che non si rendono più conto che esistono gli altri, che anche gli altri devono passare. Ma questi ultimi a loro turno vanno avanti come tori ciechi, testa bassa gomiti larghi, incuranti degli ostacoli umani che gli si parano davanti. MA DOVE ANDATE? MA CHE VI HA PRESO?

Se dovesse sbarcare oggi nel mondo moderno un contadino del seicento, giurerebbe che gli uomini sono completamente impazziti. Non riuscirebbe a capire che cosa li costringe a muoversi a questi ritmi. Proverebbe, poveraccio, a fermare uno di questi umanoidi per chiederglielo. Ma quanto tempo dovrebbe aspettare prima che uno si fermi, che uno gli dia un minimo segno di riconoscimento? E se poi dovesse porre la domanda innocente del perché di tanta fretta, probabilmente si beccherebbe solo uno sguardo infastidito, se non un bell’insulto! La fretta non consente soste.

Fare le cose di fretta, velocemente, quasi sempre vuole dire farle male. La cura dei dettagli, l’attenzione ai particolari, il rispetto delle sfumature, il riconoscimento del limite richiedono tempo, ritmi miti, e un passo più lento. Non ci salveremo con un’altra dose di accelerazione, con un’altra scorciatoia, con l’illusione di nuovi mezzi più potenti e veloci. L’immagine di automobili che possono raggiungere i 300 km/ora bloccati nell’ingorgo quotidiano, è più eloquente di qualsiasi analisi critica…

Abbiamo un bisogno urgente di rallentare. Di riprendere fiato, di sbarazzarci dell’angoscia di non arrivare a fare tutto quel che si deve fare nelle ventiquattro ore che fanno una giornata. Nella cerca della tranquillità, il primo passo è il divorzio dal mito della velocità. Quello va bene per i programmi software e i gran premi di formula uno. Noi piccoli uomini, lasciamoci attrarre dal richiamo della lentezza. Cominciamo a praticare la sosta, le pause lunghe, il passo pigro.

Anni fa, quando ancora dovevo approdare nella città eterna, mi vantavo con le mie lunghe falcate di potere camminare più spedito di qualsiasi altra persona. Il marciapiede era tutta una gara, facevo lo slalom fra i pedoni e pazienza se spesso ci andava di mezzo una bella spallata… Oggi, per “contaminazione ambientale”, ho imparato il passo lento del romano, quel movimento disincantato, il fermarsi spesso in mezzo al marciapiede con l’amico tenuto per braccio perché un particolare della conversazione lo richiede, la ripartenza altrettanto lenta, il ritmo da crociera di una lumaca. Oggi sono io a prendermi le spallate quando mi ritrovo a Parigi, Francoforte o New York. E mi pare assurdo che si debba camminare così in fretta, come se un minuto o due di “guadagnato” facessero una così fondamentale differenza.

La pratica del rallentamento è un modo molto concreto per alleviare lo stress e la frenesia che ci hanno invaso il corpo e l’anima. Se decidi di non correre, di non accettare più di un paio di appuntamenti al giorno, di non cercare di accumulare scadenze, cominci a ritrovare un po’ di calma, e ti rilassi. E facendo questo, diventi più attento, più disponibile a quello e a quelli che ti stanno intorno. La lentezza permette di riscoprire gesti, odori e suoni che l’accelerazione e la velocità ci avevano derubato. Come si fa a sentire il profumo di un fiore – concesso che ci siano ancora fiori intorno a noi – se uno ci passa accanto a cento all’ora? E come vedere sguardi interrogativi o sottilmente perplessi sui visi di esseri cari, se andiamo così di fretta da avere perduto l’abitudine di guardare in faccia quelli con cui parliamo?

Beati i lenti! Fanno domande e aspettano con calma la risposta. Poi, non hanno subito pronta un’altra domanda (come se la vita fosse un interrogatorio permanente), lasciano che un silenzio invada lo spazio, che gli occhi si incontrino furtivamente, aspettano che un sentimento intimo porti in superficie qualche quesito rilevante. Il lento non cerca un rendiconto immediato nei suoi rapporti umani. Ha il tempo, sa che prima o poi ci sarà qualcosa di arricchente, di nuovo, di inatteso. La lentezza ci offre il lusso dell’ascolto e della condivisione profonda. Solo rallentando si possono cogliere i veri significati delle cose, dando spazio all’intuizione, alla nostalgia e al mistero (virtù in via di estinzione nell’era delle risposte invariabili e immediate dei computer).

I lenti hanno sicuramente perso un sacco di aerei e di treni, si sono fatti regolarmente superare sull’autostrada e scavalcare nelle code. Visto nell’ottica della società dei vincenti, loro sono dei perdenti, perché non stanno a “passo con i tempi”, non hanno capito che bisogna “darsi da fare” per arrivare prima degli altri. Ma i lenti di questo se ne fregano. Hanno scoperto che la lentezza gli permette di pesare meglio ogni situazione, di non confondere una cosa per l’altra, di elaborare un pensiero fino in fondo. I lenti sono spesso ricompensati da una idea che nasce da questo lento approdo agli interrogativi. Gli stressati, quand’è l’ultima volta che hanno avuto un’idea?

Pensate anche al risveglio della domenica mattina, quando non ci sono programmi impegnativi, e che c’è tutto il tempo di alzarsi. Non è uno dei piaceri più sensuali, quello di rimanere ancora un po’ al letto, nella terra di nessuno del dormiveglia, fra sogni che scappano e una lucidità che tarda a prendere il sopravvento? Rimandare il momento del divorzio dalle lenzuola, del passaggio dall’orizzontale al verticale, non è un inno alla lentezza questo? Poi andare in pantofole o scalzi fino alla cucina, mettere su la moka, aspettare seduti al tavolo che salga l’acqua, riempirsi le narici con il profumo del caffè, sorseggiare con calma quel liquido caldo. Si potrebbe continuare con l’adagiarsi in poltrona per sfogliare una rivista di viaggi o quant’altro, lasciando volare la mente nel frattempo verso lidi sconosciuti o trasformati dalla nostalgia. Come appoggiare una spalla alla finestra per guardare verso la campagna o giù nella strada, lasciarsi distrarre dalle nuvole o dalla gente che passa sotto. Ma mi chiedo perché questo debba accadere solo di domenica mattina?

Mi viene in mente, parlando di viaggi, quanto il viaggio sotto il segno della lentezza sia quello più autentico, più vissuto. Nell’era dei voli supersonici, rimpiango i transatlantici che ci portavano in America, e la traversata che durava sei giorni, non sei ore. Oggi, quando posso non ho dubbi: prendo le strade segnate in bianco o giallo sulle mappe, quelle piccole tortuose, che passano in mezzo ai paesi dimenticati dai nomi poetici, che ci vogliono ore per raggiungere e poi per ritornare verso gli assi principali. In ogni caso, lontano dalle autostrade. Avere il tempo allora di fermarsi ad un piccolo caffè all’aperto magari con l’ombrellone di tela, un pomeriggio di estate, con un sole che batte feroce, e quell’ombra che diventa un invito a fermarsi, a ordinare una bibita fresca e a sorseggiarla le gambe allungate sotto il vecchio tavolo di ferro battuto. La lentezza è anche perseguire i più piccoli piaceri.

Ma è nei viaggi interni che la lentezza diventa fondamentale. Quando si tratta di cogliere il significato di un sentimento inatteso, di una verità intravista, di un disagio passeggero. Lì, la velocità è veramente deleteria. Non si può sperare di addentrarsi nei meandri delle nostre anime con il cronometro in mano. Perché non si sa fin dove avremo il coraggio di spingere e che cosa questa ricerca intima ci farà scoprire. E quindi, ci vuole il massimo della calma. Il viaggio nel profondo di noi stessi non consente di saltare caselle; ci richiama al rispetto di ogni passaggio, di ogni segnale, di ogni dubbio. Solo con la lentezza si può arrivare ad intuire qualche bagliore nel buio, una musica lontana, un profumo delicato. Solo lentamente si possono acquisire gli elementi della consapevolezza di se stessi, del riconoscimento dei nostri limiti, della nostra poca importanza nel grande quadro della vita. Chi passa in mezzo alla vita come una tromba d’aria avrà sempre l’illusione di essere importante. Ma quanti di essi sono finiti contro un albero, in fondo ad una scarpata, o in un deserto di emozioni…

La pratica della lentezza ci porta poi a diventare più tolleranti. Quante volte abbiamo sbagliato giudizio su una persona solo per avere avuto fretta ad inquadrarla, dopo i primi momenti di incontro? Non avevamo il tempo di ascoltare la fine di una frase, non volevamo perdere tempo a seguire un modo forse un po’ contorto di ragionare, non eravamo disponibili a stare appresso a voli pindarici o a pensieri confusi. Se solo fossimo stati più lenti, avremmo potuto leggere fra le righe, intuire le emozioni dietro le parole approssimative, cogliere il vero significato di un sogno raccontato – che raccontare un sogno è sempre difficile. La lentezza ci porta in un mondo denso e ricco che sta lì a due passi, che ci aspetta, ma che non vediamo per il troppo correre, per la perversa necessità di sempre andare avanti, costi quel che costi. Ma nella vita è fondamentale fermarsi, tornare indietro, ripassare in luoghi già visitati, imboccare sentieri laterali solo appena intravisti. Se uno non rallenta, quei sentieri li scorda. La memoria – preziosa compagna di vita – non si nutre di flash o di lampi. Ha bisogna di immagazzinare le immagini, di raccogliere tutti i dettagli, tutte le impressioni, tutta l’emozione, per poi darci i ricordi che ci serviranno per il resto della vita. Fateci caso, non ci ricordiamo dei momenti furtivi anche se erano uno “sballo”, non rimane niente di un esperienza consumata in fretta e furia.

Vogliamo parlare del corteggiamento? Ho conosciuto coppie che sono andate a letto così velocemente che ancora non sapevano come l’altro o l’altra si chiamava… E’ vero, si può scherzare che fondamentalmente un orgasmo è roba di pochi secondi, ma vuoi mettere il piacere dell’avvicinamento? Il gusto delle mosse giuste, dei fiori dati e ricevuti, dell’attesa davanti al portone di casa che esca finalmente la fiamma del nostro cuore? E niente batte una cena a lume di candele in un piccolo ristorante, con un bicchiere di vino d’annata da sorseggiare mentre gli occhi si sciolgono gli uni negli altri, e il cameriere deve ancora portare il secondo piatto…Poi magari una lunga passeggiata mano nella mano, meglio se lungo il mare o il fiume, o forse nella neve di un paese alpino illuminato a Natale. Non forzare i ritmi, non bruciare la magia, non affrettare i gesti. Allora, nel momento del grande ricongiungimento, tutto il corpo e tutta l’anima si sentono ripagati e a volte anche estasiati. Non dico il tantra, ma insomma…

In Grecia dicono siga siga, e devi immaginare una piazza con centinaia di tavoli e di sedie di legno sotto i platani secolari e il viso cotto dal sole e i grandi baffi bianchi dei figli di Ulisse, seduti con lo tsipuro nei bicchieri, che magari sono là al momento del pranzo e li trovi ancora all’ora di cena che non si sono spostati di un centimetro. (Come i leoni della savana, che ci sono voluti i soliti scienziati di Harvard per scoprire scientificamente che spesso passano dodici ore senza muovere neanche un pelo). O i giocatori di bocce della Provenza, che passano più tempo a misurare il pro e il contro di un certo tipo di tiro, piuttosto che tirare. E che quando per la prima volta una squadra del Nord della Loira ha vinto il campionato francese di boules, andarono in inverno a trovarli che si stavano esercitando in tende riscaldate. E dissero: “Be’ allora, se si allenano, ti credo che vincono…”, scuotendo la testa e tornando al Sud leggermente schifati.

Ammetto: la lentezza è roba che ha a che fare con il sole! Riconosco l’impulso naturale di mettersi a correre quando viene giù il diluvio universale, e in questo caso direi che un po’ di corsa è giustificata. Si tratta di causa di forza maggiore, no? Ma nel resto dei casi, la velocità è raramente vantaggiosa. Lo dice il detto italiano più conosciuto al mondo: “Chi va piano…” Tanta saggezza non avrebbe retto all’esame dei secoli se fosse stato una sciocchezza.

Ma forse l’argomento più solido in favore della lentezza ce lo dà la musica. Ascoltate l’aria della 3a. suite di Bach per orchestra, o l’adagio di Albinoni o il secondo movimento del 2o. concerto per pianoforte di Rachmaninoff. Lasciatevi portare da ritmi languidi, dalla malinconia di un fado, dal ritmo sospeso del reggae o dal brivido adolescenziale di un slow come Hey Jude (scelto a caso per un amico). In questi momenti di spleen musicale, si può galleggiare come una foglia morta che si stacca dall’albero in autunno, e scendere lentamente sempre più profondi verso l’abisso dei nostri sentimenti, delle nostre viscere, fino a toccare quel qualcosa che certi chiamano l’anima o la fede o il mistero, ma che in ogni caso è sontuoso nella sua intensità. Anche se può fare paura…

Quando tutto intorno e fracasso e frastuono, quando l’ansia e l’angoscia prendono il sopravvento, quando ci sentiamo presi in un vortice fuori controllo, in una spirale asfissiante di cose da fare, da sistemare, da risolvere. Quando sappiamo bene dentro di noi che non ce la facciamo, che non siamo fatti per questi ritmi, sempre costretti ad andare di corsa, la scoperta della lentezza è come uscire dall’incubo, tornare alla luce, ripigliare le cose per mano. La lentezza diventa una barca salvatrice, un ponte sopra il torrente, un rifugio in mezzo alla tempesta. La possibilità allora di risistemare i pensieri, di scegliere le priorità, di sbarazzarsi delle nozioni ingombranti, rappresenta l’inizio di un nuovo modo di rapportarsi alla vita, al tempo e agli altri.

Certo, gli scenari che si presentano davanti a noi hanno di che renderci nervosi. C’è più di un buon motivo per sentire il panico di fronte alle catastrofi in atto e annunciate. Non si può dire che ci siano chiari segnali di miglioramento per il futuro. L’uomo continua a fare la guerra, a distruggere la natura, ad immolarsi davanti al dio denaro, a sopraffare e odiare il proprio vicino. Sorge spontanea la volontà di precipitarsi o a “fare qualcosa” o a buttarsi giù dal ponte. Né una né l’altra sono però delle soluzioni sagge. Rallentando un attimo, dando tempo al tempo, cercando di trovare un po’ di tranquillità, si potrà forse individuare delle vie veramente nuove e diverse per la nostra presenza sulla terra. Sono convinto che serve solo un po’ più di calma nella nostra vita per cominciare ad invertire le tendenze. Solo un po’ di sano distacco dalla folle corsa della modernità.