• 15 Agosto 2022 12:12

Azione nonviolenta – Maggio 2001

DiFabio

Feb 5, 2001

Azione nonviolenta maggio 2001

– Elezioni: qualcuno vincera’ ma tutti perderanno
– …e questa volta per chi votiamo?
– La minaccia futura di un ritorno al passato
– Onorevole ha voluto la bicicletta? Pedala!
– Caro Francesco ti ricordi quando eri antimilitarista?
– Fare pace all’universita’ per sviluppare la ricerca e la prevenzione dei conflitti
– Un movimento di lotta Lillipuziano e nonviolento

Rubriche

– Educazione
– Economia
– Storia
– Cinema
– Musica
– Lettere
– Libri

Elezioni: qualcuno vincerà, ma tutti perderanno

di Mao Valpiana

Dunque fra pochi giorni gli italiani saranno chiamati al voto. Se ci si interroga dal punto di vista della nonviolenza, c’è davvero poco da stare allegri.
Noi abbiamo un concetto altissimo della politica (ce l’hanno insegnato Gandhi e Capitini), e quindi (nonostante le delusioni avute da movimenti politici che anni fa avevano aperto qualche speranza e oggi si sono automodificati geneticamente, come i radicali o i verdi/socialisti) vogliamo comunque dare il nostro attivo contributo ad una scelta così importante come l’elezione del nuovo Parlamento. La nostra democrazia si allontana sempre di più da prospettive di partecipazione informata e ciò avviene per responsabilità anche dei cittadini. Non ci consola pensare che qualsiasi schieramento perda se lo sarà meritato, perché già ora a perdere siamo noi tutti. Ci pare comunque possibile rifiutare la scelta peggiore. Per questo, pur ribadendo la natura laica, aconfessionale e apartitica del nostro Movimento, che svolge prevalentemente un lavoro educativo e di coscienza, alla vigilia elettorale abbiamo incontrato i responsabili di forze con le quali confronti e collaborazioni ci sono stati, nella più piena autonomia, in vari momenti della nostra attività. E fra questi incontri abbiamo avuto anche quello con Francesco Rutelli, candidato premier per l’Ulivo.
Lunedi 9 aprile Rutelli era a Verona, ad un’assemblea organizzata dalla rivista Nigrizia. Non un comizio, ma una bella occasione di riflessione. Come rappresentante del Movimento Nonviolento ho riproposto il documento politico della Marcia Perugia-Assisi del settembre 2000, con le seguenti precise questioni:
-riduzione del bilancio militare (nel 2000, 34.000 miliardi);
-finanziamento alla Legge 230 per la formazione alla difesa nonviolenta;
-iniziative istituzionali per il decennio della nonviolenza;
-opzione fiscale (difesa armata e difesa nonviolenta);
-istituzione corpi civili di pace;
-istituto nazionale di ricerche sulla pace.
Nella replica Rutelli ha premesso di essere abbonato ad Azione nonviolenta, di essere stato un obiettore di coscienza e di non rinnegare il passato; ma ha voluto anche fare la distinzione tra “testimonianza” e “politica”: “i testimoni indicano la via, ma chi governa deve tenere conto di tutto il paese e trovare un cammino di cambiamento, un approdo condiviso. Da Sindaco ho imparato a fare sintesi fra chi deve difendere l’idea di un gruppo minoritario e chi deve fissare le regole in base all’interesse generale”. La politica è un’arte complessa: ed infatti ha detto che le spese militari non saranno ridotte, anzi, “i programmi internazionali ai quali l’Italia ha aderito nel campo militare (esercito europeo e professionalizzazione delle forze armate) sono molto costosi. Gli interventi militari internazionali cui l’Italia è chiamata possono essere dolorosi ma vanno attuati, con finalità di pace e interposizione: l’uso della forza e dell’autorità può risolvere un conflitto. Rispetto chi non accetta questa posizione, ma non la si può rifiutare per principio”.
Si è invece detto favorevole ad un maggior finanziamento per la legge dell’obiezione e del servizio civile volontario “che dovrà trovare integrazione con la leva professionale e la protezione civile”; favorevole anche all’Istituto di Ricerca per la Pace; favorevole ad iniziative istituzionali per il Decennio della Nonviolenza e “per programmi di educazione alla pace, coinvolgendo il Ministero della Pubblica Istruzione, della Cultura, della Difesa: su questo chiedo espressamente la collaborazione del Movimento Nonviolento”.
In conclusione ha voluto chiarire che si rende ben conto di farci venire il mal di pancia sulla questione delle spese militari: “Siamo d’accordo sul 90% delle cose, e in disaccordo sul 10%. Mentre con il mio avversario probabilmente sarebbe il contrario. Tenetene conto il 13 maggio!”. Grazie e auguri!
Resta il fatto che il rifiuto della preparazione della guerra è il primo e ineludibile punto della nostra Carta Programmatica; ed è stato anche l’obiettivo della Marcia “Mai più eserciti e guerre”.
A Rutelli va riconosciuta l’onestà intellettuale, ma per lui l’adesione dell’Italia al nuovo modello di difesa non si discute; nessuno spiraglio su un tetto massimo di spese da rispettare o di armi da non costruire: no, anche con il governo dell’Ulivo i bilanci militari saranno in aumento e la guerra resterà una prospettiva. Questo è stato il messaggio politico.
E noi rimaniamo con il mal di pancia…
…e questa volta per chi votiamo?

Nota di orientamento per le prossime elezioni politiche del 13 maggio 2001

Circa sessanta guerre in corso in varie parti del mondo, una accentuazione degli squilibri tra aree ricche ed aree povere del pianeta, un progressivo aumento del ruolo delle alleanze e dei legami militari rispetto a quelli politici, una riduzione sostanziale degli spazi di democrazia e di partecipazione popolare, una mondializzazione sempre più a servizio di un liberismo sfrenato, senza regole, e senza rispetto per la vita delle persone e dei viventi in genere, senza cura alcuna della natura, e senza nessuna attenzione alle sorti dell’ intero pianeta hanno accompagnato il nostro ingresso nel nuovo millennio.

Nel nostro paese, agli effetti derivanti e devastanti – l’Italia è tornata in guerra, nonostante la Costituzione – si aggiunge una fase di grande confusione, di grave crisi culturale e politica, prima ancora che di disgregazione istituzionale, di chiusura sociale, e di restrizione sostanziale di spazi di democrazia e di partecipazione.

Ma gli amici della nonviolenza non disperano; aumentano il loro impegno, guardando ai segni dei tempi: le rivoluzioni nonviolente degli ultimi decenni, le scelte nonviolente che maturano nel mondo (significative la marcia degli zapatisti e l’opzione della resistenza curda, oltre al vasto movimento di critica alla globalizzazione), il Manifesto dei premi Nobel per la pace e la nonviolenza, la finalizzazione ONU per la decade 2001/2010 a decennio per l’educazione alla pace ed alla cultura della nonviolenza.

In Italia il Movimento Nonviolento ha lavorato, in modo autonomo ed in modo coordinato con altre esperienze ed altri movimenti, per gli obbiettivi fondamentali definiti dal Congresso di Pisa.

Lo svolgimento con ampio successo della Marcia nonviolenta del settembre scorso da Perugia ad Assisi con il titolo “Mai più eserciti e guerre”, l’avvio del lavoro per la Federazione dei Nonviolenti, l’impegno profuso anche a livello territoriale per tante iniziative, hanno indotto il Coordinamento Nazionale a farsi carico di un lavoro anche più propriamente finalizzato ad una interferenza politico-istituzionale, con la volontà di proporre una “aggiunta” nonviolenta al confronto politico elettorale.

Siamo consapevoli che l’uscita dalla crisi del paese non può essere affidata alle risposte semplificatrici ed autoritarie di qualsivoglia destra, nè alle proposte disgregatrici del leghismo, nè tanto meno alle indicazioni confuse e contraddittorie di forze che sembrano aver smarrito l’orientamento di superare uno statalismo burocratico, un liberismo senza regole, la centralità degli apparati funzionariali dei partiti, un tatticismo quotidiano privo di progettualità aperta.

Le nostre identità, i nostri valori, le nostre opzioni fondamentali hanno portato il movimento a riconoscere con coerenza gli interlocutori politici , ai quali proporre un limitato pacchetto di interventi concreti, praticabili, visibili, la cui realizzazione ci pare garantire un livello più avanzato di impegno ed assicurare un coerente processo di riforma irreversibile.

Ancorati allo stato di diritto ed alla piena cittadinanza, alla laicità dello stato e delle istituzioni, alla solidarietà responsabile ed alla pratica dell’inclusione sociale, al consapevole coniugare sviluppo ed ampliamento della democrazia, autogoverno e statualità, cittadinanza attiva e correttezza di guida delle istituzioni, abbiamo individuato le seguenti proposte/richieste:

– attuazione piena ed articolata della legge 230, con l’indicazione dell’istituzione di un Sottosegretariato alla Presidenza del Consiglio;

– attuazione della risoluzione ONU: decennio 2001/2010 finalizzato all’educazione alla pace ed alla cultura della nonviolenza, anche avviando un coordinamento specifico delle diverse competenze (Istruzione, Università, Istituzioni, Esteri, ecc.) attraverso una apposita Agenzia o Autorità.

– rivitalizzazione della Commissione Povertà presso la Presidenza del Consiglio;

– intervento strutturale sul Bilancio statale per “bilanciare” i fondi della difesa armata e quelli della difesa civile e nonviolenta, con la definizione di un criterio/soglia di garanzia (attualmente il rapporto è di 1 a 100 !);

Alla pratica realizzazione di tali obbiettivi il Movimento non farà mancare il proprio sostegno ed il proprio contributo di idee, di lavoro e di impegno diretto.

Il Comitato di Coordinamento del Movimento Nonviolento
Riunito a Verona il 24 marzo 2001
Vota per chi vuoi, ma non per lui

Appello di
Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone, Alessandro Pizzorusso, Paolo Sylos Labini

E’ necessario battere col voto la così detta Casa delle libertà. Destra e sinistra non c’entrano: è in gioco la democrazia. Berlusconi ha dichiarato di voler riformare anche la prima parte della Costituzione, e cioè i valori fondamentali su cui poggia la Repubblica italiana. Ha annunciato una legge che darebbe al Parlamento la facoltà di stabilire ogni anno la priorità dei reati da perseguire. Una tale legge subordinerebbe il potere giudiziario al potere politico, abbattendo così uno dei pilastri dello stato di diritto. Oltre a ciò, Berlusconi, già più volte condannato e indagato, in Italia e all’estero, per reati diversi, fra cui uno riguardante la mafia, insulta i giudici e cerca di delegittimarli in tutti i modi, un fatto che non ha riscontro al mondo.
Ma siamo ancora un paese civile? Chi pensa ai propri affari economici ed ai propri vantaggi fiscali governa malissimo: nei sette mesi del 1994 il governo Berlusconi dette una prova disastrosa. Gli innumerevoli conflitti di interesse creerebbero ostacoli tremendi a un suo governo sia in Italia sia, ancora di più, in Europa. Le grandiose opere pubbliche promesse dal Polo dovrebbero essere finanziate almeno in gran parte col debito pubblico, ciò che ci condurrebbe fuori dall’Europa.
A coloro che, delusi dal centrosinistra, pensano di non andare a votare, diciamo: chi si astiene vota Berlusconi. Una vittoria della Casa delle libertà minerebbe le basi stesse della democrazia.
La minaccia futura di un ritorno al passato

di Emilio e Grazia Honegger Fresco

Fin dalle elezioni regionali dello scorso anno, avevamo avvertito che la democrazia poteva correre in Italia seri pericoli. Quelle elezioni hanno consegnato al cosiddetto “Polo” o “Casa delle Libertà” la maggioranza delle regioni italiane ed hanno costretto il Primo Ministro D’Alema a rassegnare le dimissioni.
In quest’ultimo anno abbiamo assistito alle prime avvisaglie di quello che ci attende se la coalizione guidata da Silvio Berlusconi vincesse anche le prossime elezioni politiche:
1)1la minaccia da parte del Presidente della Regione Lazio Storace (di Alleanza Nazionale) di sottoporre i libri di testo di Storia usati nelle scuole ad una censura preventiva;
2)1un incrementarsi della campagna razzista e xenofoba da parte della Lega di Umberto Bossi;
3)1l’estendersi a tutti coloro che, non solo in Italia ma anche all’estero, osano sollevare qualche critica nei confronti del Polo e del suo leader Berlusconi, dell’appellativo di “comunista” (usato persino nei confronti di un giornale di prestigio come il londinese “Financial Times”);
4)1gli insulti ai giudici e i tentativi di delegittimarli, fino a qualche tempo fa limitati alla magistratura italiana, ora estesi anche alle magistrature straniere (vedi gli attacchi al giudice spagnolo Bartasar Garzon);
5)1l’auto incensamento del leader di Forza Italia che ormai non si accontenta di definirsi il migliore Primo Ministro d’Italia ma addirittura il migliore Primo Ministro su scala mondiale;
6)1il fatto che Silvio Berlusconi ha aggiunto al suo enorme potere televisivo la proprietà di parecchi giornali e il quasi monopolio delle Case Editrici.
Vorremmo ricordare che a differenza di quanto accadde in Russia nel 1917/18 e in Spagna nel 1936/39, paesi nei quali la dittatura fu instaurata con la forza delle armi, in Italia nel 192/25 e in Germania nel 1933 la dittatura giunse al potere per vie legali e con il voto favorevole della maggioranza dei popoli italiano e tedesco. Non diciamo, per favore, che “oggi è tutto diverso”.
La stragrande maggioranza degli italiani che il prossimo 13 maggio si recheranno alle urne non ha conosciuto sulla propria pelle il regime fascista: noi purtroppo l’abbiamo vissuto, e oggi guardiamo con disgusto, ma anche con senso di vergogna a quel periodo perché ricordiamo che purtroppo anche noi, allora molto giovani, ci adattammo alla mancanza di democrazia e di libertà e applaudimmo, come quasi tutti, un prepotente che, da ultimo, si rivelò anche un vigliacco.
Che non sia ancora una volta il popolo italiano a dare, per primo, il cattivo esempio all’Europa e al mondo.
Onorevole, hai voluto la bicicletta? Pedala!

Il Consiglio nazionale della FIAB (Federazione Italiana Amici della Bicicletta) ha approvato il testo di un appello da trasmettere ai candidati alle prossime elezioni politiche ed amministrative del 13 maggio 2001.

Impegnatevi per una politica del trasporto in bicicletta

Egregio candidato,
il traffico è ormai la prima delle emergenze delle città e delle aree metropolitane e sempre più viene considerato come tale dai cittadini. Come, del resto, lo sviluppo incontrollato del turismo di massa costituisce un serio pericolo per l’integrità dell’ambiente.
Si impone dunque il riorientamento della politica della mobilità nelle aree urbane, assegnando priorità alla moderazione del traffico ed alla protezione dell’utenza debole (bambini, anziani, disabili).
In particolare, occorre mettere in sicurezza i bambini nei loro spostamenti, a piedi ed in bicicletta, da casa a scuola.
Così come necessita la promozione delle alternative di trasporto rispetto all’utilizzo indiscriminato dei mezzi motorizzati. In questa prospettiva, lo sviluppo dell’uso della bicicletta – mezzo a propulsione muscolare – rappresenta senza dubbio uno dei modi per contribuire a migliorare traffico e ambiente.
Eppure quasi nulla si è fatto a livello nazionale per promuovere e sostenere una politica della mobilità ciclistica come componente essenziale delle più generali politiche dei trasporti, dell’ambiente e del territorio.
Nella prossima legislatura occorre che il Governo nazionale, in primo luogo, ponga in essere un Piano Generale della Mobilità Ciclistica – come sollecitato dalla Dichiarazione di Amsterdam a Velo Mondial del 22 giugno 2000 – nel quale siano stabiliti gli obiettivi di sviluppo dell’uso della bicicletta come mezzo di trasporto da raggiungere entro l’anno 2010 ed istituisca il Servizio nazionale per la mobilità ciclistica.
Occorre poi che per la mobilità ciclistica vengano destinate risorse ben più adeguate di quelle simboliche messe finora a disposizione. Più precisamente, occorre che, a partire dalla finanziaria 2002 , venga rifinanziata la legge 366/98 sulla mobilità ciclistica con lo stanziamento di almeno 400 miliardi di lire all’anno per l’intera prossima legislatura, ai quali devono aggiungersi, per analoghi importi, le risorse delle Regioni e quelle degli Enti locali.
Le risorse, nella entità appena indicata – indispensabili se si intende dare effettivo impulso alla mobilità ciclistica – rimangono comunque incommensurabilmente inferiori a quelle da sempre destinate alla circolazione dei mezzi motorizzati. A fronte, peraltro, di un loro rendimento ben più elevato rispetto ad altri investimenti nel settore dei trasporti, con evidenti e consistenti benefici in termini di decongestionamento del traffico, protezione ambientale, risparmio energetico, miglioramento della salute pubblica, aumento della sicurezza stradale, nonché di sviluppo del cicloescursionismo, quale comparto turistico particolarmente rispettoso dell’ambiente e con significative ricadute economico-occupazionali, comprensive di un rilevante contributo all’incoming turistico nel nostro Paese.
A livello degli enti locali, vale a dire delle istituzioni chiamate a realizzare concretamente gli interventi in materia di ciclabilità, occorre un analogo impegno per dare impulso alla mobilità ciclistica sicura e confortevole.
E’ indispensabile, in particolare, che gli enti locali:
sviluppino localmente l’agenda 21 con particolare riferimento ai percorsi casa scuola e, più in generale, alla mobilità sostenibile · diano applicazione, meno timida rispetto a quanto fino ad ora avvenuto, alle norme del Codice della Strada che consentono l’adozione dei provvedimenti di moderazione del traffico; · diano piena attuazione alle politiche di gestione della domanda di mobilità attraverso l’applicazione dei decreti del Ministero dell’Ambiente in materia di Mobilità sostenibile nelle aree urbane (decreto Ronchi del 27 marzo 1998 e successivi), nominando i responsabili della mobilità (mobility manager) e organizzando le strutture di supporto necessarie, e quindi mediante la redazione dei piani di mobilità;
destinino effettivamente ogni anno, come prescritto dalla legge, una parte dei proventi delle multe a favore della mobilità in bicicletta e, nella misura minima del 10 %, ad interventi di tutela della sicurezza degli utenti deboli e non motorizzati;
costiutiscano al proprio interno un apposito Ufficio per la Mobilità Ciclistica; · adottino ai sensi della legge 366/98 e delle altre norme di legge in materia, il piano di rete per la mobilità ciclistica e un piano pluriennale delle realizzazioni degli itinerari ciclabili – stanziando le necessarie risorse per cofinanziare, con i contributi statali e regionali, gli interventi progettati – sia a livello urbano, sia a livello delle strade per la pratica del cicloescursionismo.
Caro Francesco, ti ricordi quando eri antimilitarista?

l’Associazione Obiettori Nonviolenti scrive a Francesco Rutelli

On. Francesco Rutelli
Candidato Premier dell’Ulivo

Caro Francesco,
come pacifisti ed obiettori ci aspettiamo, dalla coalizione da te capeggiata, segnali ben chiari. Ci aspettiamo soprattutto una netta presa di distanza da una legislatura che sui temi della difesa è sicuramente da dimenticare: il profondo strappo della guerra del Kosovo, i maggiori poteri dati ai vertici delle forze armate, l’elevazione dei carabinieri a quarta forza armata e la trasformazione delle forze armate in uno strumento mercenario, al solo scopo di poter intervenire in qualsiasi tipo di conflitto con un distacco sempre maggiore da società civile e Parlamento.
Inoltre: il varo di una nuova portaerei da 4.000 miliardi, l’aumento delle spese militari, che quest’anno hanno raggiunto la cifra record di 34.000 miliardi, ma che saranno destinate a crescere ulteriormente per fronteggiare le maggiori spese previste per i sistemi d’arma, che devono passare dagli attuali 6.000 a 9.000 l’anno, e quelle legate alla professionalizzazione delle forze armate. Il crollo del reclutamento, registrato in questi giorni, infatti può portare solo a percorrere tre strade: il ripristino della leva, un ulteriore aumento delle spese militari, per dare ulteriori incentivi ai volontari o, come auspichiamo noi, una drastica riduzione dello strumento militare.
Una politica militarista, che la destra non avrebbe fatto meglio. Quasi tutti i provvedimenti approvati, sono passati infatti anche con il voto della Casa delle Libertà.
Non basta a controbilanciare tale politica, né l’approvazione della legge sull’obiezione, né quella sul Servizio Civile Volontario. Infatti ambedue sono nate sotto forti pressioni dei vertici militari, che ne hanno influenzato negativamente l’esito. Oltretutto quel poco di positivo che contengono è stato disatteso, da un lato con gli scarsi investimenti economici, parliamo di 225 miliardi per quest’anno destinate al servizio civile, dall’altro con un disinteresse gestionale, che sta portando alla deriva il servizio civile: un pezzo non indifferente della concreta solidarietà di cui molti giovani sono portatori, che rischia di svanire nel nulla.
Lo spauracchio della Destra, non regge più: cosa potrebbero fare di peggio?
Mettere in galera gli obiettori? Ne dubitiamo!
L’unica possibilità che l’Ulivo ha di farci uscire di casa il 13 maggio è un programma che dica chiaramente: no alla guerra nel totale rispetto dell’articolo 11 della Costituzione, che riduca lo strumento militare a 120.000 unità, mettendolo prevalentemente a disposizione delle Nazioni Unite, riducendo di conseguenza le spese militari e garantendo il diritto all’obiezione di coscienza per i militari volontari; garantire un servizio civile volontario, con 80.000 giovani che abbiano gli stessi incentivi dati ai militari e creare i Corpi Civili di Pace.
Altrimenti, candidate pure i generali, però andate poi a chiedere i voti alla Folgore, ed in bocca al lupo.
Saluti di pace

Massimo Paolicelli, Presidente
Enrico Maria Borrelli e Maurizio Magistrelli, Portavoce

ASSOCIAZIONE OBIETTORI NONVIOLENTI, Via Scuri 1c, 24128 Bergamo, tel 035/260073, fax 035/403220
sito internet www.obiettori.org
Fare pace all’Università per sviluppare la ricerca e la prevenzione dei conflitti

Di Sergio Bergami

Il MIR di Padova, con l’Assopace, i Beati, il Gavci, ha organizzato, in collaborazione col Centro diritti della persona e dei popoli, un dibattito all’interno dell’Università di Padova sugli Studi per la Pace. Il Bo, è la più antica Università del mondo.

Mentre organizzavamo questo dibattito alcuni studenti di medicina ci hanno detto: “Ma noi che c’entriamo con la Pace?”.
Potrebbero naturalmente esser stati anche studenti di altre facoltà scientifiche come ingegneria o biologia a sollevare questa obiezione: “E noi che c’entriamo?” A questi studenti vorremmo rispondere proponendo dei semplici interrogativi:
“La pace, e di conseguenza la guerra, non coinvolge anche i medici che si ritrovano di fronte questioni vitali, come quelle dell’uranio impoverito che potrebbe contaminare migliaia di persone e danneggiare in modo permanente l’ambiente e la vita? E ai futuri ingegneri: è forse la stessa cosa progettare cacciabombardieri o progettare protesi per mutilati da mine, progettate a loro volta da qualche altro abile ingegnere? Scusate la banalità degli esempi, ma la questione della non neutralità della scienza non la scopriamo certo noi, è anzi interrogativo che gli scienziati si pongono da molto tempo. Mi piace qui ricordare almeno due figure di scienziati come Einstein ed Oppenheimer e le loro crisi di coscienza che li portarono a porsi di fronte alle questioni della pace e della guerra in maniera critica, pagando anche di persona.
Piuttosto le obiezioni di alcuni studenti di questo ateneo fanno sorgere in noi associazioni pacifiste altri interrogativi.
Che tipo di sapere viene impartito da questa Università? Un sapere tecnico, indubbiamente di alta qualità, tanto da porla ai primi posti nella graduatoria delle università italiane. Ma è forse, e sottolineo il forse, un sapere che non si pone più in maniera problematica, in maniera critica, che non si interroga più sul perché ma solo sul come?

Veniamo allora a spiegare il perché di questo dibattito, quali sono state le ragioni che ci hanno spinto a chiedere di incontrare all’interno dell’Università gli studenti ed i docenti dell’ateneo.
Questa richiesta ha trovato la pronta e fattiva disponibilità del Centro Diritti della Persona e dei Popoli, che ha chiesto quest’aula e che qui voglio ringraziare sentitamente, dopo che una nostra richiesta diretta al “competente ufficio” era stata respinta, perché noi associazioni per la pace non facciamo parte dell’università. In sostanza, noi che volevamo porre il problema di chi farà “pace” dentro l’università padovana avremmo dovuto trovare uno spazio fuori dell’università per poter discutere.

Il perché è indicato nel documento prodotto dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite che ha proclamato l’anno 2000 Anno Internazionale per la cultura di pace.
Nella sua risoluzione 53/243 del 6 ottobre1999: Dichiarazione e Programma d’azione su una cultura di Pace, l’Assemblea Generale all’art. 4 dichiara:
L’educazione a tutti i livelli è uno dei principali mezzi per edificare una cultura di pace. In questo contesto, l’educazione nel settore dei diritti dell’uomo riveste un’importanza particolare.
Ed all’art. 8 dichiara:
I genitori, gli insegnanti, gli uomini politici, i giornalisti, le organizzazioni ed i gruppi religiosi, gli intellettuali, le persone che esercitano una attività scientifica, filosofica, creativa ed artistica, gli operatori nei servizi sanitari o nelle organizzazioni umanitarie, gli assistenti sociali, le persone che hanno delle responsabilità a diversi livelli così come le organizzazioni non governative hanno un ruolo primario da giocare per ciò che riguarda la promozione di una cultura di pace.

Inoltre l’Assemblea Generale dell’ONU ha anche proclamato il decennio 2001-2010 “Decennio internazionale della promozione di una cultura della nonviolenza e della pace a beneficio dei bambini del mondo”. Per promuovere questo decennio l’Assemblea Generale ha anche stilato un programma d’azione.
In questo programma d’azione l’art. 9 chiede tra l’altro che i diversi attori, ai vari livelli, si attivino in favore di:

Iniziative per rafforzare una cultura di pace per mezzo dell’educazione:
[…]
b) Fare in modo che i bambini ricevano, fin dalla più tenera età, una educazione al riguardo dei valori, delle attitudini, dei comportamenti e dei modi di vita che debbano loro permettere di risolvere le controversie in maniera pacifica e in uno spirito di rispetto della dignità umana e di tolleranza e di non discriminazione; […] d) Assicurare l’eguaglianza dell’accesso all’educazione per le donne, specialmente per le ragazze;
e) Incoraggiare la revisione dei programmi di insegnamento, ivi compresi i manuali, nello spirito della Dichiarazione e del Quadro d’azione integrato riguardante l’educazione alla pace, ai diritti dell’uomo e alla democrazia del 1995
[…]
h) Ampliare le iniziative in favore di una cultura di pace attuate dalle istituzioni di insegnamento superiore nelle diverse regioni del mondo, ivi comprese l’ Università delle Nazioni Unite, l’Università per la pace ed il progetto di gemellaggio delle università e il programma dei quaderni dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura.

E all’art 16 al punto L chiede di: Incoraggiare la formazione alle tecniche di comprensione, di prevenzione e di risoluzione dei conflitti in favore del personale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, delle organizzazioni regionali competenti così come degli Stati Membri.

La Regione Veneto si è dotata di importanti strumenti legislativi per favorire la diffusione della cultura di pace. Lo stesso statuto dell’Università di Padova recita all’art. 1.2: “Essa promuove l’elaborazione di una cultura fondata su valori universali quali i diritti umani, la pace, la salvaguardia dell’ambiente e la solidarietà internazionale”.

Allora noi siamo andati a vedere cosa succede nelle università straniere e limitandoci all’Europa abbiamo trovato:
Università europee con un dipartimento di ricerca per la pace, i conflitti e lo sviluppo
Università di Uppsala (Svezia)
Università di Goteborg (Svezia)
Università di Bradford (Gran Bretagna)

Università Europeee con un Istituto di ricerca per la pace ed i conflitti:
Università di Lancaster (Gran Bretagna) Università di Granada (Spagna)

Molte università hanno invece Centri di ricerca o College con programmi di ricerca specifici, come l’Università di Lovanio in Belgio con una Divisione per le relazioni internazionali
L’Università dell’Ulster ha un College
l’Univewsità di Limerik in Irlanda ha un Centro studi per la pace e lo sviluppo
In Italia i più conosciuti sono:
il Centro Interdipartimentale di ricerche sulla pace dell’Università di Bari
il Centro interdipartimentale di scienze per la pace dell’ Università di Pisa.

In questi dipartimenti ci si occupa di pace, dell’analisi della violenza e dei conflitti, di prevenzione dei conflitti, di teoria della risoluzione dei conflitti, di psicologia della cooperazione, del controllo sul trasferimento di armi convenzionali, di controllo sulle politiche riguardo le armi biologiche e la proliferazione nucleare, dell’applicazione pratica di tali studi come per esempio la riconversione dell’industria bellica; alcuni istituti si sono specializzati nell’analisi di aree geografiche determinate, in modo da offrire soluzioni positive ai conflitti potenziali presenti in tali aree. Ci si occupa anche della politica della sicurezza internazionale, che oggi significa analisi dei rapporti Nord Sud e quindi delle questioni socioeconomiche riguardanti lo sviluppo sostenibile, la cooperazione economica e la tutela dell’ambiente. In queste istituzioni ci si preoccupa anche di formare esperti in mediazione nei conflitti, supervisori alle elezioni, di valutatori di programmi di sviluppo.
L’Anno Internazionale per una cultura di pace si è concluso, con un bilancio per l’Italia non brillante. Resta il cammino da compiere nel prossimo decennio se crediamo che la pace e la nonviolenza siano la prima un valore fondamentale indispensabile al mantenimento della vita sulla Terra, e la seconda un mezzo ed un fine per migliorare il mondo nel quale viviamo.
Allora noi, associazioni pacifiste e nonviolente padovane, chiediamo quale ulteriore contributo, oltre a quello che già fa il Centro sui Diritti della persona e dei Popoli, potrà dare la nostra Università su questi temi.
In particolare chiediamo:
se e come si sta sviluppando una ricerca per la pace e la prevenzione dei conflitti, la cooperazione internazionale e lo sviluppo sostenibile – come sarà possibile rendere l’educazione alla pace e allo sviluppo patrimonio di tutte le facoltà e di tutti i corsi di laurea e non solo di quelli di tipo umanistico, come richiesto dalle già ricordate Dichiarazione e Programma d’azione dell’Assemblea Generale dell’ ONU e affermato dallo Statuto dell’Università di Padova,
come adeguare la preparazione degli insegnanti, che viene svolta nelle scuole di specializzazione, all’educazione alla pace e alla risoluzione nonviolenta dei conflitti.
Nel processo di riordino degli studi universitari è stata creata una classe di lauree che si chiama: lauree nelle scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace ed è la n. XXXV.
L’Università di Firenze, per esempio, ha già istituito uno specifico corso di laurea sulla pace e la prevenzione dei conflitti che coinvolge due dipartimenti quello di Scienza della politica e quello dell’educazione.
E la nostra Università come si sta preparando? Quale organizzazione pensa di darsi? Ci sarà un istituto specifico o si arriverà ad un vero e proprio dipartimento?
Nel corso della legislatura che si è appena conclusa è stata depositata nei due rami del Parlamento una proposta di legge per la creazione anche in Italia di un Istituto di ricerca per la pace sul modello di quelli stranieri come il Sipri o il Prio. L’Università di Padova ha qualcosa da dire in proposito?
Un nuovo movimento di lotta lillipuziano e nonviolento

di Pasquale Pugliese

Lo scenario
In questi ultimi anni, a cavallo tra due secoli, molti nodi stanno venendo al pettine.
Da un lato, gli esperti indicano ormai come prossimo il muro dell’insostenibilità ambientale contro il quale il treno in costante accelerazione dello sviluppo capitalista si sta per schiantare, con l’innesco entro qualche decennio – se nessuno frena bruscamente – di una crisi sistemica globale che aprirà scenari di miseria per tutti e di guerre per l’accaparramento delle ultime risorse petrolifere ed idriche (1).
Dall’altro lato, dopo un lungo periodo di tessitura isolata di filamenti di resistenza, gruppi sempre più numerosi di cittadini in tutti i paesi del mondo – al Nord come al Sud – stanno collegandosi in un movimento internazionale di opposizione e costruzione delle alternative a questo modello. Seattle, nel cuore dell’Impero, rappresenta ormai il luogo reale e simbolico di avvio della resistenza organizzata; Porto Alegre, alla sua periferia, rappresenta, con il Forum Sociale Mondiale di gennaio scorso, il luogo di avvio dell’elaborazione del programma costruttivo comune per la realizzazione del “mondo diverso possibile”. Per entrambi i percorsi la prossima tappa sarà l’appuntamento del 20/21/22 luglio a Genova con i responsabili politici degli otto paesi più ricchi del mondo.

I rischi
All’interno di questo scenario di rinnovato conflitto sociale condotto in modo ampiamente pacifico e creativo, ed a volte decisamente nonviolento (2), da parte della maggioranza dei partecipanti – e per questo collettore di simpatia anche di persone e gruppi non usi a mobilitazioni di piazza – alcuni segnali indicano un rischio di involuzione verso il cul de sac, già visto, della guerriglia urbana e della repressione poliziesca.
Un movimento che a Seattle ha raggiunto il massimo di risultato – blocco e fallimento dell’assemblea del WTO – con l’imprevedibiltà e l’assenza (quasi) totale di violenza, si è via via avvitato nelle successive mobilitazioni pubbliche in un doppio circuito negativo: la ripetitività e l’aumento degli atti di violenza. Ogni incontro pubblico di organismi internazionali, formali o informali, vede ormai il rito delle, ampiamente prevedibili, manifestazioni contrarie con la conseguente militarizzazione delle città; ogni manifestazione o corteo vede ormai il rito della distruzione delle vetrine dei McDonald e delle banche da parte di alcuni gruppi organizzati con la conseguente repressione, sempre più dura, delle polizie nei confronti di tutto il movimento.
Gli avvenimenti di Napoli in marzo hanno dato la percezione di una vera e propria escalation della violenza e il preciso segnale del rischio involutivo del nuovo conflitto verso forme vecchie di lotta, già sperimentate negli anni ’70, che hanno prodotto come estrema, ma inevitabile, conseguenza il terrorismo, la repressione e la stabilizzazione del sistema.

Le possibilità
Eppure, le condizioni di malessere sociale ed esistenziale, di incertezza di fronte al futuro, di diffidenza rispetto alla pretesa razionalità del sistema, percepite più o meno distintamente da una grande maggioranza di persone – frastornate da mucche pazze, uranio impoverito, cibi geneticamente modificati, disoccupazione, immigrazione, inquinamento, alluvioni, aumento del costo del petrolio ecc. ecc. – potrebbero oggi favorire la trasformazione del disagio diffuso in dissenso e del dissenso in lotta.
Ma perché questa alleanza con i cittadini del Nord del mondo, ricco e malato, possa avvenire è necessario che l’azione politica dei movimenti si indirizzi sempre più verso una pratica che sveli, nella struttura e nei metodi, la violenza del sistema mettendone a nudo i meccanismi perversi che producono miseria, insicurezza, devastazione culturale e ambientale e guerre. Non può avvenire invece attraverso manifestazioni di piazza che, trasformandosi in prove di forza con la polizia, allontanano le persone dalle nostre ragioni a causa della militarizzazione del conflitto.
Tra la violenza grande, ma nascosta ai più, del potere e la violenza pur piccola, ma amplificata dai media, dei contestatori è sempre la seconda che suscita tra la gente spavento e richiesta di protezione allo stesso potere di cui essa è, per molte ragioni, suddita e vittima.

La nonviolenza
Per minare le basi del consenso su cui si fonda il potere pervasivo del nostro sistema di consumo e sfruttamento, per trasformare il disagio da esso generato in lotta consapevole, bisogna perciò imboccare, come scelta strategica del movimento di lotta in costruzione, la strada nuova – ma antica come le montagne – della nonviolenza.
Non della generica e tattica non violenza che, in negativo, si astiene dal compiere atti violenti, ma della specifica nonviolenza che, in positivo, assume l’insieme dei principi e delle caratteristiche che definiscono il metodo nonviolento a partire dalle campagne gandhiane. E’ questo il metodo di lotta che mira alla comunicazione trasformatrice tanto con l’avversario che con le terze parti, ossia, appunto, con i cittadini da coinvolgere dalla nostra parte. E’ questo il metodo che mira non alla presa del potere, e quindi allo scontro con esso sul piano della forza, ma alla trasformazione di quello da potere dei pochi sui molti a potere di tutti.
Del resto, anche l’ultima rivoluzione armata del ‘900, l’insurrezione zapatista (che, con la sollevazione del 1° gennaio 1994 in Chiapas, ha anticipato molti dei temi dei movimenti di resistenza anti-globalizzazione) ha compreso la necessità di abbandonare progressivamente le caratteristiche della guerriglia, al fine di favorire la propria capacità di radicamento e dialogo con l’intera società messicana, evolvendosi verso forme di mobilitazione nonviolenta(3).

La novità
Nel panorama italiano dei movimenti c’è in questo senso un elemento nuovo, potenzialmente capace di produrre la trasformazione in senso nonviolento del conflitto sociale ed ecologico: è la Rete di Lilliput per un’economia di giustizia(4). Sono le centinaia e centinaia di associazioni che in tutta Italia, collegandosi in oltre cinquanta nodi locali, hanno scelto con nettezza e definitivamente la strada della nonviolenza nella lotta di resistenza alla globalizzazione neoliberista e per la costruzione di un’economia sostenibile e di giustizia.
Sono ormai numerosi i pronunciamenti e le riflessioni, dal Manifesto di costituzione in avanti, sia a livello locale che nazionale, che indicano nel metodo nonviolento il punto di riferimento irrinunciabile delle Rete di Lilliput. L’ultima approfondita e articolata riflessione sulle strategie lillipuziane di mobilitazione, a cura del Tavolo intercampagne, definisce la nonviolenza “il principio etico/valoriale insito nella stessa costituzione della Rete di Lilliput” e insiste sulla necessità politica – per superare la “sindrome di ripetitività” nella quale le manifestazioni del popolo di Seattle rischiano di cadere – “di attivare tutta la ricchezza di una strategia nonviolenta” (5).
Probabilmente mai prima d’ora un ampio e variegato movimento, capace di mobilitare migliaia di persone sui temi sociali ed economici, aveva compiuto una scelta di campo così esplicita per la nonviolenza.

Conclusioni
Naturalmente non sono sufficienti le dichiarazioni d’intenti.
E’ necessario fare ancora chiarezza intellettuale su ciò che tra i lillipuziani si intende per nonviolenza. Sarebbe sicuramente utile, in tal senso, riferirsi esplicitamente al metodo satyagraha per evitare il rischio che le interpretazioni di questo principio siano talmente elastiche da accogliere in sé approcci di lotta estranei alla tradizione nonviolenta.
E’ necessario dare sostanza alle affermazioni di principio avviando percorsi di formazione teorico-pratici alla nonviolenza specifica, per prepararsi alle azioni già in vista del contro-vertice di Genova.
E’ necessario infine puntare molto sul “programma costruttivo”, che è il sale di ogni lotta nonviolenta, da cominciare a realizzare qui ed ora.
Ma perché tutto ciò possa realizzarsi appieno è necessario soprattutto il contributo partecipe e fattivo dei movimenti nonviolenti – e della loro esperienza maturata sul campo in decenni di lotte antimilitariste ed antinucleari – affinché, con la Rete di Lilliput, si possa costruire il primo esperimento in Italia di lotta nonviolenta di massa nel campo della violenza strutturale.
Prima che sia troppo tardi.

EDUCAZIONE

A cura di Angela Marasso
In quali modi noi sappiamo comunicare con gli altri?

Vorrei presentare la Comunicazione Nonviolenta di Marshall B. Rosenberg e mostrare come la possiamo utilizzare nella vita di tutti giorni, nelle situazioni in cui noi desideriamo educare, insegnare o influenzare le persone a comportarsi in un modo che sia in armonia con i nostri valori e bisogni.
Attraverso quali modalità noi cerchiamo di influenzare le persone per ottenere il comportamento desiderato? Quali strategie utilizziamo per far si che le persone cambino il comportamento che non ci piace?
Il Prof. Rosenberg evidenzia innanzitutto alcune strategie che le persone usano spesso sul nostro pianeta per far cambiare i comportamenti agli altri. Sono strategie molto tragiche e distruttive che si basano su una comunicazione alienata e scollegata dalla vita.
Di quali strategie si tratta? Innanzitutto la punizione. Quando usiamo la punizione possiamo dire ad un’altra persona: “Se non cambierai il tuo comportamento ti punirò”.
Le persone sono state mal educate per centinaia di secoli nel credere che la punizione a volte sia giustificata; in realtà la punizione non funziona mai se ci rendiamo conto di qual é il suo costo; la punizione distrugge qualche cosa di molto prezioso tra gli esseri umani: distrugge la possibilità degli uomini di donare dal cuore, e più le persone sperimentano la punizione meno provano il piacere nel dare.
Possiamo poi usare il premio per ricompensare la persona se ha intenzione, se desidera cambiare il suo comportamento.
La ricompensa come la punizione distrugge la cooperazione. Quando le persone fanno delle cose per ricevere un premio non collaborano, si sottomettono, e paghiamo per la sottomissione.
Ora c’è un’altra tattica tragica per far cambiare il comportamento di una persona: il senso di colpa. Possiamo provare a farlo sentire in colpa per quello che ha fatto, e anche questo è un mezzo estremamente costoso per far cambiare le persone.
Come usiamo il senso di colpa? Cerchiamo di ingannare l’altro facendogli credere che é responsabile di avere fatto delle cose che mi fanno stare male.
Possiamo dire a questa persona: “mi fai veramente male quando ti comporti in questo modo”, oppure ”mi fai arrabbiare quando fai così”.
Naturalmente sappiamo che questo non è vero.
Un’altra tecnica molto distruttiva è la vergogna. Per usare la vergogna utilizziamo il linguaggio sciacallo. Il prof. Rosenberg chiama sciacallo il linguaggio della critica, dei giudizi moralistici, il linguaggio che implica che le persone sbagliano quando fanno determinate cose. Chi utilizza questo linguaggio pensa di sapere cosa è giusto e cosa sbagliato, che cosa è bene e cosa è male, che cosa è normale e cosa è anormale, che cosa è appropriato e cosa non é appropriato. Per esempio diremo all’altro: “ sei egoista quando ti comporti così” oppure “sei irresponsabile” oppure “sei prepotente ”.
Possiamo poi cercare di far fare le cose alle persone per dovere o per obbligo.
Affinché le persone credano nel dovere e nell’obbligo dobbiamo negare qualsiasi sentimento di responsabilità personale. Dobbiamo insegnare loro il linguaggio degli schiavi: devi, dovresti.
Fare qualsiasi cosa per obbligo o per dovere toglie ogni gioia, ogni piacere nel dare. E’ un’idea creata sulla base della dominazione. Se creiamo una struttura gerarchica in cui poche persone beneficiano degli sforzi di molti altri, il concetto di obbligo e di dovere è la prima cosa che dobbiamo insegnare agli altri.
Ogni cambiamento che otterremo dall’altro attraverso la punizione, il premio, il senso di colpa o di vergogna o il senso del dovere, lo pagheremo, perché tutte queste modalità distruggono nelle persone la possibilità di cooperare.
Sfortunatamente questi sono alcuni dei metodi utilizzati in tutto il mondo per far si che gli altri cambino. Ed ecco perché, a mio parere, questa è la ragione per cui abbiamo così tanta violenza intorno al mondo. Perché se utilizzeremo questo strategie con le persone che abbiamo vicino non ci sorprenderà il fatto di vedere violenza tra le nazioni.(MBR, idem)
Il prof. Rosenberg ha così cercato dei modi per far si che possiamo comunicare con gli altri ed influenzarli in un modo diverso. Vogliamo influenzare gli altri a darci qualche cosa attraverso il cuore, ad agire in armonia coi nostri desideri in modo spontaneo, desiderando farlo, provando piacere nel donare.
Ha chiamato questo modo di comunicare Comunicazione Nonviolenta o anche Linguaggio del cuore, Comunicazione Collegata alla vita o anche Linguaggio Giraffa, perché le giraffe hanno il cuore più grande tra tutti gli animali terrestri.

Vilma Costetti

Riferimenti bibliografici:
Marshall B. Rosenberg, Educazione Reciproca, Edizioni Esserci, RE, 1997
Marshall B. Rosenberg, Comunicazione Nonviolenta, Edizioni Esserci, RE,1999
Vilma Costetti, CNV- sperimentazione nella scuola elementare, Edizioni Esserci, RE, 2000

(1° parte – segue)

ECONOMIA

A cura di Paolo Macina
Ma è proprio necessario andare in una Banca?

Sicuramente molti di voi hanno presente quei cassonetti bianchi o gialli che, soprattutto nelle grandi città, servono per la raccolta differenziata degli indumenti smessi. In provincia di Torino l’attività di raccolta e smaltimento è data in appalto a due cooperative, una delle quali è attiva in questo servizio nella città dalla fine del 1996 e utilizza come manodopera persone svantaggiate (è una cooperativa sociale di tipo B).
Una volta ricevuto l’appalto dal Comune di Torino, la cooperativa ha avuto bisogno di un sostegno finanziario per iniziare i lavori: si trattava di garantire i primi stipendi in attesa dei pagamenti della sua clientela, e di acquistare due camioncini per svolgere l’attività di recupero dai cassonetti che intanto cominciavano a riempirsi.
Immagino la scena quando il presidente della cooperativa, recatosi in banca per richiedere un prestito, dopo un iniziale scetticismo espresso dal direttore, si sia sentito sparare il tasso di interesse relativo ad un’attività ritenuta a rischio. Dispiaciuto ma non vinto, il presidente si è quindi recato alla MAG4 presente in città, e dopo gli accertamenti del caso, ha ricevuto senza troppi problemi il tanto sospirato prestito. Ma il presidente, ché è uno di quelli tosti, non contento del risultato, ha messo nell’orecchio del suo commercialista una pulce destinata a produrre un sostegno prezioso per le attività della cooperativa: “Possibile che l’unico modo per farsi prestare denaro in questo mondo sia quello di passare attraverso enti finanziari?” ha esclamato il nostro, ricevendone pronta risposta.
“Veramente, il decreto legislativo 385 dell’1/9/93 e la successiva deliberazione CICR consentono alle cooperative di raccogliere denaro anche presso i loro soci: basta inserire nello statuto questa possibilità e mettersi d’accordo per il tasso di interesse…”. Il presidente non lasciò finire di parlare il suo commercialista: scrisse immediatamente una accorata lettera a soci e simpatizzanti, richiedendo loro un impegno diretto in cambio di un tasso di interesse inferiore a quello stabilito da banche e MAG, ma conveniente anche per chi il denaro lo prestava: i prestiti alle cooperativa godono infatti, in virtù di una legislazione che in Italia ha sempre favorito questo tipo di società, di una tassazione inferiore per esempio a quella dei BOT.
D’altronde, il meccanismo è lo stesso utilizzato dalle MAG per erogare i loro prestiti, e anche dalla COOPERATIVA (la cooperativa più grande d’Europa) per remunerare i soci che aprono un conto corrente presso uno dei suoi supermercati. Se funzionava per loro, perché non poteva funzionare anche per la cooperativa di raccolta indumenti?
Molte persone, tra i quali il sottoscritto, si sono così trovate coinvolte nella vita di questa azienda (chi diventa socio può infatti partecipare alle assemblee e orientarne le scelte) e vederne lievitare a poco a poco le attività: alla raccolta e allo smaltimento degli indumenti si è in questi anni affiancata una sartoria ed una attività di decorazione, mentre non mancano altre idee per il futuro. L’investimento “etico” dei soci sovventori ha prodotto un risultato concreto, e questo racconto vuole essere da stimolo per chi, leggendolo, si guarderà intorno chiedendosi se non esista una realtà analoga da finanziare allo stesso modo.

STORIA

A cura di Sergio Albesano
Le causalità della storia e la storia delle causalità

Studiare la storia significa ricercarne le cause. La storia consiste nel dominio degli avvenimenti del passato inquadrati in una connessione coerente di cause ed effetti. Di fronte ad un avvenimento lo storico deve elencare tutte le cause che lo generarono e catalogarle in ordine di importanza. Ma lo storico ha poi anche il compito di mettere ordine, di semplificare le cause dopo averle moltiplicate. Bisogna muoversi fra i due estremi del determinismo storico di Hegel e il concetto della casualità nella storia, ovvero del naso di Cleopatra. Secondo il rigore panlogico di Hegel nella storia ogni evento è determinato da una serie di cause ed effetti. Ogni evento ha una causa ed è possibile accertare un numero di cause tale da dar luogo ad un’immagine del passato e del presente abbastanza coerente da servire da guida all’azione. Tutte le azioni umane sono ad un tempo libere o determinate, a seconda del punto di vista da cui le guardiamo. Nella storia non vi è nulla di inevitabile, tranne nel senso puramente formale che, perché le cose si svolgessero in un altro modo, anche le cause avrebbero dovuto essere diverse. L’analisi storica costruita con i “se” è tipica della storia contemporanea; infatti, a nessuno interessa immaginare che cosa sarebbe successo se le truppe di Antioco III avessero sconfitto i romani nel 191 a.C. presso il passo delle Termopili, ma molti, che hanno sofferto per le conseguenze della rivoluzione sovietica, hanno il piacere di sognare come la storia sarebbe cambiata se ad esempio la guida della rivoluzione fosse stata presa dai menscevichi anziché dai bolscevichi. Il problema del naso di Cleopatra nasce dalla teoria secondo la quale la storia sarebbe un susseguirsi di accidenti, determinata da coincidenze casuali; in realtà alla base di ogni evento permangono cause, che possono riguardare anche l’infatuazione di Antonio per Cleopatra, essendo la connessione fra bellezza femminile e infatuazione maschile una delle correlazioni causali più infallibili che sia dato riscontrare nella vita d’ogni giorno. Più che altro possiamo domandarci come è possibile scoprire un rapporto coerente di causa ed effetto, se i nessi causali da noi supposti possono in ogni momento essere deviati da altri nessi che dal nostro punto di vista sono irrilevanti. In genere nei Paesi che si trovano in momenti di crisi storica si ha una prevalenza di storici che sottolineano la funzione del caso nella storia, così come d’altronde gli studenti che ricevono brutti voti hanno sempre aderito alla teoria che gli esami sono un terno al lotto. “Se una causa particolare, come l’esito accidentale di una battaglia, ha condotto uno Stato alla rovina, esisteva una causa di carattere generale che provocò la caduta di quello Stato per colpa di un’unica battaglia” (Montesquieu). Spesso definire un fatto storico un “incidente” è un modo per sottrarsi al fastidioso compito di indagare la causa del fatto stesso. Dobbiamo ammettere che tanti eventi accidentali, come la forma del naso di Cleopatra, modificarono il corso della storia. Lo storico non può abbracciare il complesso dell’esperienza, ma soltanto una minima porzione dei fatti, limitatamente al settore della storia da lui scelto.
La certezza della nostra morte non ci impedisce di redigere piani per il futuro; allo stesso modo, nonostante la possibilità della distruzione termonucleare, immaginiamo che la storia continui. L’uomo moderno scruta ansiosamente il crepuscolo da cui è uscito nella speranza che il suo pallido lucore illumini l’oscurità verso cui procede. La pretesa di gettar luce sulle azioni dei grandi personaggi della storia con i metodi della psicoanalisi deve essere accolta con diffidenza: il procedimento psicoanalitico si fonda sull’interrogatorio del paziente che è soggetto all’analisi ed è impossibile interrogare i morti. Le motivazioni in base a cui gli uomini credono di aver agito non sempre sono adatte a spiegare le loro azioni. Un tempo si credeva che leggi economiche oggettive, sottratte al controllo degli uomini, regolassero gli scambi commerciali umani, mentre oggi gli uomini sono convinti di poter controllare il proprio destino economico mediante un’azione consapevole. L’uomo è diventato capace, grazie all’esercizio consapevole della ragione, non solo di trasformare l’ambiente, ma anche di trasformare se stesso. La rivoluzione sociale, quella tecnologica e quella scientifica sono parti integranti di un unico processo. Soltanto oggi è diventato possibile per la prima volta immaginare un mondo composto da popoli entrati tutti a far parte della storia e divenuti perciò competenza dello storico e non più del funzionario coloniale o dell’antropologo.

CINEMA

A cura di Flavia Rizzi

Conoscere “l’altro” per accettarne la diversità
LE FATE IGNORANTI

Regia: Ferzan Ozpetek
Sceneggiatura: Ferzan Ozpetek, Gianni Romoli
Cast: Margherita Buy, Stefano Accorsi, Andrea Renzi, Serra Yilmaz, Gabriel Garko
Distribuzione: Medusa
Durata: 100′
Nazionalità: Italia 2001

Roma: Mostra d’arte e scultura; primo piano su di un antico busto marmoreo proveniente da un non meglio precisato periodo della classicità; primissimo piano sul viso della statua: il senso di compostezza e pacata serenità espresso dai bei lineamenti appare deturpato da uno sfregio. L’elegante signora che la osserva un po’ distrattamente si scopre pedinata neanche troppo furtivamente da un distinto signore sulla quarantina che repentinamente azzarda un approccio: «desidererei tanto guidarla ad una conoscenza più profonda di queste opere d’arte…»; «ne faccio volentieri a meno» , risponde lei per sottrarsi alle sue audaci avance. Subito dopo lo spettatore scoprirà che i due protagonisti della sequenza sono marito e moglie e che… è bene non perdersi mai i primi sei o sette minuti di un film perché vi sono condensati alcuni tra gli elementi più importanti ed utili ad una sua comprensione, per lo meno nei film di un certo valore; e questa opera terza del regista Ferzan Ozpetek, inserita in un processo di approfondimento di tematiche quali il potere dell’ambiguità, il recupero di una dimensione istintuale e trasgressiva e la liberazione della propria autentica sessualità, che già ne avevano sostanziato i film precedenti Hamam- Il bagno turco e Harem Suare, lo è senz’altro.
Lo sfregio come una lacrima sul bel volto apollineo potrebbe voler indicare il pregiudizio e l’ottusità con cui la pubblica opinione spesso affronta un argomento tanto delicato e personale come l’omosessualità; pregiudizio che, con questo film, il cineasta italo-turco sembra volere con decisione combattere.
La sottile dissimulazione, la compiaciuta “finzione”, il gioco a mentire e a nascondere la propria vera natura ed identità, sviluppato dalla coppia nella sequenza iniziale, rappresentano metaforicamente ciò a cui spesso e volentieri può condurre tale pregiudizio: l’impossibilità di vivere con pienezza ed autenticità i propri sentimenti e la necessità della menzogna come unico modo di conquistarsi una propria libertà.
Antonia e Massimo sono sposati da molto tempo. Vivono un’esistenza apparentemente monotona in un’incantevole e spaziosa villetta con giardino e vista sul fiume. Finchè Massimo non muore in un incidente stradale. Antonia cade in uno stato depressivo, scosso da una scoperta: la dedica sul retro di un quadro regalato a Massimo firmata “la tua fata ignorante” fa emergere la vita parallela di Massimo e la sua relazione, vecchia almeno di sette anni, con un’altra donna: una donna, però, di nome, Michele.
Antonia scopre, non solo che Massimo aveva un’amante del suo stesso sesso, ma anche che dietro questa relazione vi era nascosto un mondo, un modo di essere, fatto di luci e di ombre, una famiglia “altra” felicemente “appollaiata” su una allegra abitazione con terrazzo nel quartiere ostiense, in grado di cambiare e riempire la vuota routine di Massimo, le “sue fate ignoranti”:«Con questo film – afferma Ozpetek – ho voluto sottolineare come nella vita di tutti vi siano persone in grado di cambiarci e di trasformare il corso della nostra esistenza. In tal senso queste si rapportano a noi come delle “fate”, intenzionate a renderci oggetto dei loro incantesimi. Sono tuttavia “ignoranti” perché non si comportano come le vere fate: spesso sono bugiarde, dicono le parolacce, hanno in sostanza un atteggiamento d’imbroglio». E il progressivo ingresso di Antonia all’interno di questa “a-normale famiglia”, il suo vincere i preconcetti e le oggettive difficoltà iniziali, fino a diventare a sua volta, nel finale del film, portatrice di cambiamento, vuole indicare, forse, come l’unica strada che può condurre all’accettazione della “diversità” sia quella della conoscenza dell’”altro” come persona e non come “categoria sociale” , con le sue gioie e i suoi dolori, nell’unica e più autentica dimensione possibile: quella della condivisione.

Gianluca Casadei
Cooperativa FuoriSchermo – Cinema & Dintorni

CINEMA

A cura di Paolo Predieri
Musica e poesia come cultura dei sentimenti

Intervista a Massimo Bubola, cantautore-poeta, che oggi sta preparando il doppio album “Il Cavaliere elettrico”, versione live di tutte le sue canzoni più note. Ha collaborato artisticamente, fra gli altri, con Fabrizio De Andrè e Fiorella Mannoia.

Partiamo dalla nonviolenza…
C’è la nonviolenza di Gandhi e c’è la nonviolenza di Dylan.
La nonviolenza è legata al rispetto della dignità umana. Esiste la violenza del mondo occidentale che vede le persone come merci da comprare e vendere. Esistono meccanismi come quello della vendetta che tendono a riprodursi perché fanno parte di una cultura atavica e sono alimentati dai media.
Io che sono cristiano so che Gesù ha detto “perdona”, cioè rompi la catena della violenza. E’ un lavoro duro… guarda gli albanesi del Kosovo prima massacrati dai serbi, oggi massacratori …
La violenza subita in mille modi, credo non si possa eliminare ed è difficile da controllare. Però si può educare la gente a gestire l’aggressività in maniera meno pericolosa per rompere la catena vittima-carnefice, causa-effetto, scaricarla in altri modi, ad esempio con una bella camminata, una bella ubriacatura. I Greci, che avevano raggiunto un alto grado di civiltà la scaricavano nella tragedia, grande momento di catarsi collettiva.

Come entrano questi aspetti nelle tue composizioni?
“Andrea”, scritta con Fabrizio De Andrè rompe la sacralità oggi ancora esistente attorno alla prima guerra mondiale, con la storia di due soldati amanti. Quando passi il Piave puoi vedere il cartello “fiume sacro alla patria”…non c’è nessuna guerra sacra …
Ho scritto diverse canzoni che hanno a che fare con la guerra: “Canzone del guerrigliero cieco”; “Eurialo e Niso”, “Fiume Sand Creek”. E’ una delle presenze costanti nelle mie musiche e nei miei testi il rapporto dell’uomo con i grandi sentimenti e con le tragedie. Io ho una cultura storica, medievalista, per cui la storia dell’uomo è storia di tragedie, con tutte le guerre e le devastazioni.

Fra chi ha espresso questi grandi sentimenti cosa ritieni importante conoscere e far conoscere?
I grandi maestri si dovrebbero conoscere sempre: Shakespeare, Molière, i grandi tragediografi greci… Ma dovrebbero essere fatti conoscere alle nuove generazioni anche i nuovi grandi poeti, Bob Dylan, Steve Earle, John Hiatt, Patti Smith, Lou Reed. Leonard Cohen è uno dei più grandi maestri della canzone intimista, uno che veramente racconta dei sentimenti in maniera profonda, pura, seria, non ipocrita.

Dalla musica e dal mondo musicale cosa può venire in questo senso?
Nel nostro paese la musica ha dovuto assolvere a funzioni che la poesia non assolveva. La poesia italica dal Rinascimento ad oggi è una poesia salottiera, di circoli letterari quasi inaccessibili, sempre più incentrata su se stessa. Non ha potuto soddisfare quel bisogno fisiologico di poeticità che aveva la gente. La canzone l’ha fatto per tanti anni, in particolare negli anni settanta, ma non può farlo sempre.
Poi, al cantante, al cantautore spesso si è attribuito quasi un ruolo di profeta biblico, per cui doveva fare concerti gratis per iniziative di beneficenza di qualsiasi tipo, come se i cantanti dovessero assumersi una costante emergenza sociale. La canzone può fare quello che può. Su una bicicletta non puoi caricare una cassaforte.
Adesso ho scritto un inno per lo Slow Food. Un inno può servire, pensa a cosa ha fatto “La Marsigliese” per la rivoluzione francese. A volte un inno fa molto più dei cannoni, pensa al lavoro che ha fatto “Blowin’in the wind” per il pacifismo.
Le canzoni possono fare molto, ma devono fare il loro lavoro. La canzone è emotività. Va meglio la saggistica per trasportare ideologia, per strutturala meglio, per essere esaurienti. Una canzone troppo greve, troppo ideologizzata è come un cormorano pieno di petrolio, non vola, dura poco. Meglio una canzone d’amore bella e leggera che tante brutte e pedanti canzoni politiche.

La tua attuale priorità ?
La buona poesia può muovere le coscienze. Una persona che non si crea un lessico sentimentale è asociale e diventa disadattato. La poesia ha una sua funzionalità importante. Lavoro molto nelle scuole per farci arrivare quello che non passano i media.

Dove intervieni e con che tipo di lavoro ?
Vado nelle scuole superiori e anche all’università. Parliamo di poesia, dell’importanza che ha esprimersi bene, aprire il proprio cuore a sé e al mondo.
Il vero fascismo delle coscienze cancella la poesia dalla nostra cultura, perché la poesia è la cultura dei sentimenti. Così anche il cuore della gente si impoverisce e si atrofizza. Parlare di sé e dei propri sentimenti è una delle più grandi forme di libertà che l’uomo possa conoscere.

LETTERE
Difendere la Patria oggi, perché?

Questo è stato il tema dell’incontro di tutti gli obiettori della Caritas del Triveneto, svoltosi ad Asiago il 17 Marzo 2001 in occasione della ricorrenza del martire S. Massimiliano, patrono degli obiettori di coscienza.
Presenze estremamente significative: Mario Rigoni Stern, l’uomo saggio dell’Altopiano, scrittore, l’uomo del bosco, il “sergente d’inverno”, che narra e rivive la guerra, la ritirata dalla Russia per salvare la pelle, racconta l’umanità dei nemici quando viene ospitato assieme ai suoi soldati per vincere la fama e il freddo, un racconto di fronte a giovani che la guerra non l’ hanno mai fatta e che come gli obiettori non la vogliono né ora né mai; Guido Petter, uno dei maggiori esperti di psicologia dell’età evolutiva, profondo conoscitore delle realtà giovanili, scrittore, in particolare di libri per ragazzi, ma anche della sua esperienza di partigiano (“ci chiamavano banditi”), ancora molto giovane nelle formazioni partigiane della Val d’ Ossola: lui pure di fronte a giovani che la resistenza non l’ hanno letta neppure nei libri di testo ma che proprio alla resistenza devono la libertà di poter obiettare.
I luoghi: profondamente simbolici e pregnanti di significato. L’ Ossario di Asiago dove riposano soldati austriaci e italiani vittime della guerra sull’ Altipiano di cui Emilio Lussu ci ha così bene raccontato (“Un anno sull’Altopiano”). In questo luogo di raccoglimento la testimonianza della nuova generazione di obiettori di coscienza, i caschi bianchi, operatori di pace in zone di conflitto dal Ruanda alla Bosnia, da Sarajevo al Kosovo , racconti veri, forti ma detti a bassa voce per non disturbare chi alla guerra è andato e mai più è ritornato a casa.
L’ incontro è servito a dialogare, “a narrare le diverse generazioni”, a stringersi attorno ad un solo imperativo etico: non dimenticare.
Un grande momento di vera educazione alla pace e alla mondialità.

Alberto Trevisan – Rubano PD
E’ stato un bene abolire la leva?

Scrivo questa mia per fare due considerazioni sul servizio militare.
La legge approvata recentemente non abolisce la naia. Essa invece istituisce l’esercito professionale.
Il fatto che la naia sia effettivamente abolita è una conseguenza tutto sommato secondaria.
Quella legge fa sì che in Italia non ci sia più un esercito di coscritti ma un esercito di professionisti, verosimilmente appartenenti a una delle due categorie : o gente convinta di tutto tranne che della nonviolenza, o gente che non ha trovato di meglio.
Io non sarei nemmeno tanto convinto della abolizione della leva obbligatoria. Insieme alle tasse è l’ultima occasione in cui è sancito un principio condiviso da tutte le posizioni politiche, tranne l’anarchia : che uno stato abbai il diritto di esigere qualcosa dai cittadini. Tranne interpretare questo fatto come un’imposizione arbitraria, ciò significa che esista, o possa esistere, un organo al di sopra dei singoli che segue gli interessi della collettività.
Abolire la naia, poi, implica inevitabilmente l’abolizione dell’obiezione, palestra di civiltà per tanti ragazzi che magari la scelgono per comodità e scoprono poi un mondo, dei valori e delle idee.
E questo non è affatto bene. Preferirei che non fosse abolita la naia.
Ritengo quindi che sia stato fatto un grande passo indietro : la società civile, e il Movimento Nonviolento, sono stati chiusi fuori da un aspetto importante nella vita del paese, e mi domando come si farà a impedire che vengano spesi sempre maggiori somme per l’esercito, quando mancherà il contrattare dei fondi a favore dell’obiezione. Non credo infatti che decolleranno mai i progetti dei corpi di pace nonviolenti promossi dagli Stati, troppo compromessi con l’attuale andazzo internazionale, né immagino facili finanziamenti a favore di organizzazioni transnazionali e critiche nei confronti di quell’andazzo.
Spero di sbagliare, ma la vedo nera.

Riccardo Baldinotti – Milano
Corpi Civili di Pace in tutto il mondo

L’articolo di Raffaele Barbiero “La sinistra di governo e la politica militare” (AN, marzo 2001), che ho letto con molto interesse, parla di tentativi in Italia miranti alla creazione di Corpi civili di pace. Vorrei aggiungere qualche informazione di quanto si sta facendo all’estero per completare il quadro in questo campo, ed eventualmente servirsi di tale contesto per cercare di fare avanzare le cose anche in Italia, soprattutto a livello operativo.
A parte le Peace Brigades International che in meno di 20 anni si sono affermate con centinaia di operatori-volontari in paesi come il Guatemala, Colombia e Sri Lanka, proteggendo la vita di migliaia di persone in pericolo, e che sono oggi altamente stimate anche nel campo diplomatico internazionale, esistono molti altri tentativi che, passo dopo passo, stanno diventando realtà operative, anche a livello di governi e istituzioni internazionali. È il caso della Germania che, avendo giudicato positivamente l’iniziativa del Nord-Rhein-Westfalia, ha deciso di stanziare oltre 50 miliardi annui per la formazione e l’invio di volontari per la pace, di cui circa 70 sono attualmente in servizio in Sudan, Guatemala, Zimbabwe, Bosnia, Croazia, Kossovo, Camerun e Ciad. C’è poi il governo austriaco che, in collaborazione con l’OCSE, finanzia la formazione e l’invio di molte decine, se non centinaia, di giovani – anche obiettori – nei Balcani. Ultimamente, inoltre, il governo Britannico ha messo a disposizione nel bilancio di quest’anno quasi 200 miliardi per la prevenzione di conflitti. Si spera che almeno parte di tali fondi vengano devoluti alla nuova organizzazione “Peaceworkers UK”, componente della Rete europea dei corpi civili di pace. Le cose si stanno muovendo anche in altri paesi, quali Canada, Norvegia, Svezia, Belgio, Paesi Bassi, Svizzera, Francia, Bangladesh e Sud Africa.
A livello mondiale, c’è poi l’iniziativa lanciata in occasione dell’Appello per la pace dell’Aia (maggio 1999) : “Global Nonviolence Peace Force” (GNPF) che sta acquistando consistenza soprattutto negli USA, grazie all’appoggio delle chiese pacifiste storiche (Quakers, Mennonites, Brethren). In questo progetto c’è anche un certo interesse nell’ambito dell’ONU e di alcuni governi, come quello del Bangladesh, il cui Primo ministro, Sheikh Hasina, ha scritto personalmente a tutti i capi di stato chiedendo di sostenere concretamente la GNFP, che è inoltre appoggiata da numerosi Nobel per la pace, tra cui il Dalai Lama, José Ramas Horta (Timor Est), Mairead Corrigan (Irlanda del Nord) e Oscar Arias (Costa Rica).
Infine, desidero segnalare ai lettori di Azione nonviolenta un incontro internazionale che si tiene a Basilea (4-6 maggio) sui corpi civili di pace col tema : “Verso un dialogo privato-pubblico”- un’analisi critico-costruttiva delle iniziative prese a livello di ONG, governi e istituzioni internazionali. Si esamineranno, inoltre, le possibilità di confronto e di collaborazione tra enti privati e pubblici.

Franco Perna – Padenghe (BS)
In Turchia due milioni di fantasmi

Il 21 marzo eravamo a Diyarbakir e a Van, in Turchia, per il Newroz, il Capodanno kurdo.
Non credevamo ai nostri occhi. Oltre 500.000 persone a Diyarbakir, nonostante i tripli controlli di polizia. 150.000 a Van, davanti alle mitragliatrici spianate. Due milioni nei villaggi e città del Kurdistan turco e nelle metropoli turche circondate da baraccopoli di profughi. Due milioni di uomini, donne, bambini, con i loro colori, canti e balli vietati.
Ci hanno festeggiati, noi, quarantaquattro italiani e italiane, la delegazione più vasta dall’Europa. Medici, avvocati, sindacalisti, lavoratori, studenti; Ambasciatori di un’altra Europa possibile. Persone fra persone.
Fantasmi. Noi e loro. Perché per la televisione e la grande stampa italiana ed europea il Newroz non è esistito. La polizia turca ha anche attaccato. A Istanbul una donna è in coma, i feriti sono decine e centinaia gli arrestati. I fuochi di libertà del Newroz non si erano ancora spenti, che le squadre del Jitem si scatenavano casa per casa. Ma grazie al senso di responsabilità di milioni di persone, non una provocazione è stata raccolta. Non ci sono stati morti. Occorrevano i morti perché il mondo si accorgesse di loro?
Il 21 marzo i kurdi hanno aperto una pagina nuova. Hanno avviato la loro “Serhildane (Intifada) politica”. E’ come se quei due milioni di persone si fossero messi in marcia anche loro, verso Ankara ma anche verso Roma, Ginevra, Strasburgo, Bruxelles, Washington. Un popolo negato ha gridato la sua esistenza. In faccia alla polizia e all’esercito ha gridato il nome del suo presidente in catene, legittimato dai giudici di Roma e di Strasburgo ma rimosso dai politici europei.
Due milioni di persone si sono levate in piedi. Come i palestinesi, non torneranno mai più in ginocchio. In Turchia cooperare per la pace e’ possibile.
Sentiamo il bisogno di un momento di incontro e riflessione. Per “un nuovo inizio”, che è appunto il significato del Newroz.
Quella giornata di manifestazioni quasi ovunque legali, con la repressione che l’ha seguita, dimostra che è ancora tutto aperto in Turchia il bivio fra pace e guerra, fra democrazia e militarismo, fra convivenza e discriminazione.
Per troppo tempo gran parte dell’arcipelago italiano della solidarietà, ricco di esperienze dai Balcani alla Palestina al Centroamerica, ha delegato alla diplomazia l’esito di questo confronto in un paese candidato all’ingresso in Europa.
Il tessuto di municipalità e società civile protagonista del Newroz ha bisogno di presenza non episodica, di solidarietà e cooperazione permanente.
Rafforzare questo tessuto, contrastare la repressione e aprire spazi ai diritti negati, oggi è possibile. Dunque è necessario.
Vogliamo partire dall’esperienza di questa ed altre delegazioni, e dalle preziose esperienze di cooperazione avviate da alcuni enti locali ed associazioni italiane, per dare risposte all’angosciosa domanda formulata da migliaia di labbra ed occhi agli osservatori italiani a Diyarbakir: “Ma l’Europa, l’Italia che fa? voi, che fate?”

Dino Frisullo – Roma

LIBRI

A cura di Silvia Nejrotti
L’attualità della pedagogia di Maria Montessori

AA.VV. (a cura di Grazia Honegger Fresco), Montessori: perché no?, Una pedagogia per la crescita. Che cosa ne è oggi della proposta pedagogica di Maria Montessori in Italia e nel mondo, Franco Angeli, Milano, 2000.

Maria Montessori è ancora oggi vista in modo contraddittorio: da un lato come una grande innovatrice, dall’altro come l’ideatrice di un metodo ormai superato. Questo volume invece le rende giustizia, nel senso che mette in luce l’attualità e la forza delle sue realizzazioni, che in varie regioni della terra hanno pieno riconoscimento e una diffusione quale noi in Italia nemmeno immaginiamo.
Esse riguardano l’intera infanzia umana, suddivisa in “piani di sviluppo”: dal neonato e dal bambino dei primi tre anni alla “Casa dei Bambini” (corrispondente all’attuale scuola dell’infanzia), dalle classi elementari alle medie superiori, anche con ragazzi svantaggiati più o meno gravi, inseriti con gli altri. Per Montessori, ad ogni fase di sviluppo occorre partire sempre dall’individuo e dare risposte adeguate, non come se fosse vuoto, ma riconoscendogli tutta la sua potenzialità ed originalità. Quindi le proposte educative o, più tardi, le “materie” vanno pensate come “aiuti allo sviluppo”, liberate dal peso dei continui confronti e dai voti. Grande importanza riveste a tutte le età la “preparazione dell’ambiente” come maestro indiretto, come luogo che il bambino o il ragazzo può esplorare e utilizzare in prima persona. Il risultato è una formazione alla libertà che, contrariamente a quello che si pensa, esige limiti chiari e coerenti, ma anche, da parte degli adulti, un consapevole atteggiamento nonviolento.
Montessori, e forse non tutti lo sanno, aveva progettato anche un’avveniristica Scuola per gli adolescenti e si era occupata di analfabeti adulti, progettando concretamente per loro un materiale semplice ed interessante. Di lei ci sono documenti inediti della fase iniziale dei suoi studi (fra cui uno assai toccante sulle sue esperienze nella sala anatomica, come giovanissima studentessa di medicina), lettere, indicazioni circa la sua partecipazione alle lotte per i diritti femminili; il tutto molto prima di occuparsi di piccoli bambini.
Il libro – che raccoglie numerosi scritti di autori vari, non solo italiani – presenta un ampio prospetto delle molte realizzazioni montessoriane nel mondo. Interessanti le pagine sulla formazione degli educatori e sui temi della pace. con un’intervista (raccolta da Daniele Novara) a Renilde Montessori, che riferisce qualche gustoso aneddoto sulla sua celebre nonna.
Nella parte finale il volume è arricchito da una sorta di storia del movimento Montessori, in Italia e nel mondo, con i recapiti delle varie organizzazioni.

Barbara Fores