• 15 Agosto 2022 11:16

Azione nonviolenta – Marzo 2003

DiFabio

Feb 4, 2003

Azione nonviolenta marzo 2003

– Prendere l’uscita di sicurezza prima che sia troppo tardi, di Mao Valpiana
– In tre milioni, senza se e senza ma, per la pace, contro la guerra, semplicemente
– Televisione con l’elmetto e giornalisti obiettori, di Beppe Muraro
– Noi cittadini israeliani e palestinesi, ci opponiamo alla guerra contro l’iraq, di Elena Buccoliero
– L’obiezione di coscienza al servizio militare in israele: un diritto umano non riconosciuto, di Elena Buccoliero
– Le 10 parole della nonviolenza, per fare un cammino comune: “giustizia”, di Graziano Zoni
– Giustizia, diritto e nonviolenza amare la legge, per migliorarla, di Daniele Lugli
– Difendere l’articolo 11, ripudiare la guerra

Rubriche

– L’azione
– Lilliput
– Economia
– Alternative
– Musica
– Cinema
– Educazione
– Storia
– Libri
– Lettere

Prendere l’uscita di sicurezza, prima che sia troppo tardi

Di Mao Valpiana

Caro Saddam,
non dar retta al Premier italiano Berlusconi: noi pacifisti non siamo tuoi amici e tanto meno facciamo il tuo tragico gioco. Anzi, abbiamo sempre lottato contro la tua feroce dittatura, anche quando i paesi occidentali guardavano con benevolenza al regime irakeno, perchè contrapposto all’Iran di Komeini, e ti vendevano armi e assistenza militare. Abbiamo sempre condiviso le rivendicazioni di autonomia del popolo kurdo, che tu hai sterminato. Sosteniamo i partiti democratici irakeni in esilio e condanniamo i metodi sanguinari con i quali tieni nel terrore il tuo popolo, continuamente umiliato e costretto a fingere di benvolerti.
La tua politica è quanto di più lontano c’è dai nostri ideali di pace e giustizia.
Se ci opponiamo alla guerra che Bush vuole muoverti non lo facciamo certo per difendere il tuo regime, ma solo per evitare al popolo che opprimi altra violenza che si aggiungerebbe a quella che già subisce; ed inoltre sappiamo che una nuova guerra ti renderebbe ancora più forte, come è già accaduto nel 1991.
Chi vuole la guerra lo fa solo per interessi economici; ai signori del petrolio importa ben poco il destino del popolo irakeno. Il tuo regime doveva essere abbattuto anni fa con la forza della democrazia; bisognava fare un vero embargo delle armi e lasciar passare solo cibo e medicinali; invece per dieci anni è stato fatto il contrario.
Chi è armato fino ai denti non può imporre ad altri di disarmare. Per questo L’America, e la Russia e la Cina, non hanno alcuna autorevolezza ai nostri occhi.
La Russia, per essere credibile quando si oppone alla guerra in Iraq, dovrebbe avviare da subito un vero processo di pace in Cecenia e riconoscere di aver commesso un genocidio.
La Cina, per dare credibilità al suo veto alla guerra di Bush, dovrebbe iniziare a ritirarsi dal Tibet e chiedere scusa al mondo intero per l’infamia di quell’invasione.
Gli Stati Uniti, quando chiedono che l’Iraq abbandoni le armi di sterminio di massa, dovrebbero contemporaneamente rinunciare al proprio armamento atomico, chimico e batteriologico.
Sappiamo ben vedere la differenza fra una democrazia e un totalitarismo. E non abbiamo dubbi da quale parte schierarci. Per quanto imperfetta e calpestata, la democrazia in cui viviamo è un dono prezioso, mentre il tuo regime dittatoriale è una tragedia storica. Ma la guerra non ha aggettivi, non è né democratica, né giusta, né preventiva, né fascista, né comunista. E’ guerra e basta. Le tue bombe non sono diverse da quelle di Bush.
Noi sappiamo che la violenza non si spazza via con altra violenza. Sappiamo che non si può sconfiggere il terrorismo con altro terrorismo.
Noi siamo contro la guerra, fatta da chiunque, per qualsiasi motivo, con qualsiasi arma. La guerra è il più grande crimine contro l’umanità. La guerra è il peggiore dei mali che vuole combattere.
La nonviolenza è la vera alternativa alla guerra. Non l’utopia di un mondo senza conflitti, ma il realismo di una proposta per risolverli.
La strategia della nonviolenza è quella del disarmo unilaterale. La storia, anche recente, ha dimostrato che gesti concreti di disarmo unilaterale ottengono risultati decisivi.
Di fronte all’installazione nei paesi della Nato dei missili nucleari Cruise, la risposta di Gorbaciov fu il ritiro dei missili nucleari SS 20 dai paesi del Patto di Varsavia. Fu un gesto clamoroso, che diede l’avvio al processo di distensione e contribuì al declino (senza spargimento di sangue) di tanti regimi dittatoriali e al crollo del Muro di Berlino.
Noi riteniamo che il tuo allontanamento sia assolutamente necessario e doveroso, ma senza usare i tuoi stessi mezzi omicidi. Già 10 anni fa Alexander Langer, leader storico dei pacifisti europei, formulò una seria proposta che andava in questa direzione: “chiedere all’ONU di promuovere una sorta di “Fondazione S.Elena” (nome dell’isola in cui alla fine fu esiliato Napoleone, tra gli agi e gli onori, ma reso innocuo), per facilitare ai dittatori ed alle loro sanguinarie corti la possibilità di servirsi di un’uscita di sicurezza prima che ricorrano al bagno di sangue pur di tentare di salvarsi la pelle (Siad Barre, Ceausescu, Marcos, Fidel Castro, il re del Marocco, Saddam Hussein… potrebbero o potevano utilmente beneficiarne piuttosto che giocare il tutto per il tutto); la questione di amnistie e indulti per chi è abbastanza lontano ed abbastanza vigilato da non poter più fare danni, non dovrebbe essere insolubile”. Quante sofferenze sarebbero state risparmiate al popolo irakeno se l’Europa avesse fatto propria questa soluzione!
La mostruosa e potente macchina bellica, ben oliata, finanziata, addestrata, è pronta alla carneficina. Noi faremo l’impossibile per fermarla, insieme con tante forze popolari, sociali, spirituali e religiose. Non illuderti, Saddam Hussein, il potere della violenza è fragile, la forza della nonviolenza è invincibile.
In tre milioni, senza se e senza ma, per la pace, contro la guerra. Semplicemente.

Riportiamo stralci dal testo dell’intervento unitario conclusivo della manifestazione contro la guerra svoltasi a Roma il 15 febbraio 2003

C’è chi pensa che solo ai potenti sia dato di scrivere la storia.
Oggi in tutto il mondo stiamo dimostrando il contrario.
In tutto il mondo, oggi, stiamo dimostrando che gli uomini e le donne, i popoli, i cittadini e le cittadine possono riprendere in mano il proprio destino e decidere insieme il proprio comune futuro.
Fermiamo la guerra. Milioni di persone, movimenti sociali, organizzazioni grandi e piccole in tutto il pianeta hanno risposto all’appello promosso dal Forum Sociale Europeo e rilanciato nel Forum Sociale Mondiale.
Dal Giappone agli Stati Uniti, dalla Russia all’Islanda, da Manila al Cairo abbiamo marciato insieme. Insieme, palestinesi a Ramallah e israeliani a Tel Aviv. Gli osservatori di pace di tutto il mondo a Baghdad. Oggi, siamo parte della più grande manifestazione mondiale della storia dell’umanità. Per dire no alla guerra all’Iraq. No, senza se e senza ma.
Non siamo qui a fare testimonianza. Siamo qui perchè questa guerra vogliamo fermarla. E possiamo fermarla.
Sappiamo bene che il governo degli Stati Uniti vuole questa guerra. Sappiamo che Bush e i suoi alleati sono disposti a fare la guerra anche contro la volontà della maggioranza dei popoli del pianeta. Ma sappiamo anche che l’opinione pubblica ha un peso. Che i presidenti devono essere eletti. Che i governi hanno bisogno di voti. Lo sanno anche loro.
Abbiamo un potere immenso, nelle nostre mani, se siamo capaci di presentarci uniti. Se siamo capaci di convincere gli indecisi. Se non ci rassegniamo. Se non torniamo a casa. Se non ci diamo per vinti. Se nei prossimi giorni continueremo ad estendere la resistenza popolare e permanente alla guerra.
Fermiamo la guerra.
*
Siamo tanti e diversi. Veniamo da storie, culture, pratiche e percorsi diversi e differenti. Oggi hanno marciato insieme i movimenti che si battono contro la globalizzazione neoliberista, i movimenti per la pace, i movimenti per la democrazia, partiti politici, l’associazionismo sociale, sindacati confederali e di base, associazionismo religioso, i social forum, le strutture dell’autorganizzazione, le aree antagoniste e della disobbedienza, le ong, intellettuali, operatori della comunicazione, le organizzazioni degli studenti, delle donne, dei migranti, e migliaia di cittadini e di cittadine.
Siamo orgogliosi di tanta diversità. È la nostra forza, perchè la nostra convergenza è costruita sulla chiarezza. Senza ambiguità, senza opportunismi, siamo tutti schierati contro questa guerra, in ogni caso, qualsiasi istituzione la promuova o la autorizzi.
Siamo qui, a dispetto delle scelte della dirigenza della Rai, il servizio pubblico pagato da tutti i cittadini, che ha deciso di oscurare questa grande manifestazione rifiutandosi di dare la diretta televisiva.
*
Siamo qui per difendere l’articolo 11 della nostra Costituzione “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Non erano sognatori, quelli che scrissero la Costituzione. Avevano visto gli orrori del nazifascismo, erano stati protagonisti della Resistenza, avevano visto le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Non si illudevano di poter vivere in un mondo senza conflitti. Di fronte ai conflitti, hanno fatto una scelta: non usare la guerra, usare la politica. A questa scelta di civiltà, noi ci sentiamo vincolati.
Siamo qui per difendere il diritto internazionale. E il diritto internazionale dice che nessuno può farsi giustizia da sè. La giusta risposta al terrorismo non può essere la vendetta, nè tantomeno la guerra preventiva. Non può essere la risposta di Bush dopo le Twin Towers, e neppure quella di Sharon. La guerra preventiva è la morte del diritto internazionale. La guerra preventiva è l’affermazione del dominio del più forte. Il governo degli Stati Uniti ha esplicitato fino in fondo il suo progetto di egemonia mondiale, senza regole e senza vincoli, nel documento sulla sicurezza nazionale nel quale si arroga il potere di muovere guerra “a chiunque costituisca una minaccia per i propri interessi nazionali”. A vivere in un futuro di barbarie, noi ci rifiutiamo.
Siamo qui perchè siamo convinti che la guerra non sconfigge il terrorismo.
Il terrorismo non ha mai ragione, neanche quando si nasconde dietro le ragioni dell’ingiustizia sociale. Il terrorismo uccide la partecipazione, che è la forza dei movimenti sociali. A delegare la lotta per il cambiamento, non ci rassegneremo mai. Siamo qui per difendere la giustizia. Uno degli obiettivi della guerra è il controllo del petrolio che alimenta le economie occidentali. Non è benessere quello che si crea a costo della vita di milioni di persone in tutto il mondo.
Il mondo è pieno di armi nucleari, batteriologiche, chimiche, di distruzione di massa. Le spese militari aumentano in tutti i paesi del mondo, e alimentano il commercio illegale e criminale. Lo stato più armato del pianeta vuole fare la guerra all’Iraq in nome del disarmo. Gli Usa hanno speso quest’anno 500 miliardi di dollari per le armi. Ne basterebbero 13 per salvare dalla morte per fame milioni di persone. A un mondo cosi’ tremendamente ingiusto, noi ci opponiamo.
*
Siamo qui anche contro la guerra economica, sociale e culturale che affligge il pianeta, contro la globalizzazione neoliberista che produce ogni giorno più disoccupazione, precarietà, miseria e ingiustizia sociale.
Siamo qui per difendere la pace. La guerra sarà vista, nei tanti sud del mondo, come un’altra prova dell’arroganza e della politica di potenza dell’occidente. Aumenterà la spirale dell’insicurezza e della repressione, dell’odio etnico e religioso. Produrrà altra violenza, altra guerra. A questo circolo vizioso, noi ci impegniamo a resistere.
Siamo qui per difendere la democrazia e i diritti umani. Ci battiamo perchè democrazia e diritti umani siano affermati in tutto il mondo contro ogni dittatura e tirannia. Anche in Iraq. Ma la democrazia non si può affermare con l’arbitrio. Il popolo iracheno ha sofferto abbastanza.
Il regime di Saddam è stato sostenuto e armato per anni dagli Stati Uniti. Dodici anni di embargo hanno fatto il resto. All’orrore di tremila bombe lanciate su un popolo stremato, noi ci rivoltiamo. Cosi’ come ci rivoltiamo all’uso delle bombe atomiche già minacciato nei piani del Pentagono, e siamo particolarmente allarmati per la presenza di ordigni nucleari tattici ad alta penetrazione nelle basi militari in Italia.
Siamo qui perchè la Carta dell’Onu esclude e condanna la guerra come flagello dell’umanità. Nessun Consiglio di Sicurezza può legittimare questa guerra. La Carta delle Nazioni Unite non lo permette. Autorizzare la guerra vuol dire uccidere definitivamente l’Onu, già da anni debole, succube dei poteri forti, tollerante di troppe ingiustizie in tutto il mondo. Basta con le complicità, basta con le doppie misure, basta con la sudditanza agli Stati Uniti. All’ipocrisia della comunità internazionale,
noi ci ribelliamo.
*
Siamo qui, infine e soprattutto, per difendere il diritto alla vita dei nostri fratelli e sorelle irachene minacciate di morte dopo dodici anni di stenti. Vogliamo ricordarci sempre, e vogliamo ricordare a tutti, che saranno loro a pagare il prezzo più alto. La guerra la decidono i potenti, ma sono i deboli che la fanno e la subiscono.
Noi la guerra la vediamo dall’alto, con le immagini dei traccianti e la scia dei missili. Loro la vedono dal basso, ed è tutta un’altra cosa. Un razzismo strisciante, per il quale le vite non sono tutte uguali, impedisce di vedere la guerra con i loro occhi, di pensare ai loro volti e ai loro sorrisi quando parliamo di guerra.
A loro, e alle vittime mai viste di tutte le guerre dichiarate e non dichiarate, vi chiediamo di dedicare ora un minuto di silenzio.
*
Siamo cittadini e cittadine d’Europa. Una Europa che ancora può fermare questa guerra.
Facciamo appello perchè partiti e parlamentari si impegnino a votare contro la guerra, anche in caso di autorizzazione delle Nazioni Unite, e contro l’utilizzo delle basi militari, contro il sorvolo degli spazi aerei nazionali e contro qualsiasi supporto logistico diretto o indiretto alla guerra.
Facciamo appello perchè le porte del negoziato siano tenute caparbiamente aperte, per arrivare a una soluzione politica e non militare della crisi.
In molti paesi europei, come in Italia, la grandissima maggioranza della popolazione è contro la guerra. Chiediamo che i Parlamenti rispettino questo orientamento e lo traducano in scelte coerenti.
Chiediamo un vincolo di coerenza in particolare alle forze politiche che hanno aderito a questa manifestazione. Ognuno si assuma le proprie responsabilità, nella libertà che a ciascuno compete. Ciascuno risponderà delle proprie azioni di fronte ai cittadini e alle cittadine di questo
paese. Il tempo del politicismo è finito. È tempo di chiarezza.
Votate contro questa guerra. Fate vincere in Parlamento le ragioni della pace e della democrazia che nel paese hanno già vinto. Assumete la responsabilità di rappresentare la volontà della maggioranza dei cittadini italiani. Restituite al nostro paese un ruolo positivo e una dignità.
*
A noi, movimenti sociali, associazioni, partiti politici, organizzazioni sindacali, esperienze religiose, strutture autorganizzate, società civile organizzata e diffusa, cittadini e cittadine che abbiamo condiviso la piattaforma di questa manifestazione, da qui rilanciamo un appello e un impegno comune. Mettiamo in campo tutte le nostre energie, le nostre forze, le nostre intelligenze e i nostri corpi, le nostre relazioni, la nostra fantasia e la nostra determinazione per fermare la guerra.
Costruiamo la più grande esperienza di resistenza permanente alla guerra e alla macchina della guerra che sia mai stata messa in campo, nel caso
sciagurato che la guerra inizi.
Facciamo appello perchè andiamo avanti insieme, nel rispetto delle differenze, trovando il massimo possibile di unità e di convergenza, coordinando laddove possibile le nostre iniziative, comunicando, riconoscendo le pratiche diverse in un patto di solidarietà.
Ciascuno con i propri strumenti, ciascuno con le proprie forme, ciascuno con le proprie pratiche, costruiamo una rete gigantesca di iniziative e di azioni che provino a fermare, a intralciare, a boicottare, a mettere ostacoli alla guerra.
Facciamo appello perchè prosegua la mobilitazione di massa in ogni città, in ogni quartiere, in ogni piazza del paese. Prepariamoci a rispondere all’appello dei pacifisti americani perchè in caso di attacco tutti scendano in strada. Prepariamoci a rispondere all’appello europeo per manifestazioni di massa in ogni paese il primo sabato dopo l’attacco. Facciamo appello agli studenti perchè le scuole e le università siano ancora una volta al centro della mobilitazione contro la guerra.
Facciamo appello alle associazioni dei consumatori e dei cittadini consapevoli perchè promuovano campagne, coinvolgendo il maggior numero di persone in azioni quotidiane contro la guerra.
Facciamo appello alle organizzazioni sindacali, molte delle quali sono oggi in piazza qui e in tutto il mondo, affinchè rafforzino ed estendano la mobilitazione dei lavoratori utilizzando tutti gli strumenti possibili, inclusi gli scioperi.
Facciamo appello agli operatori dell’informazione affinchè rifiutino di essere arruolati in una guerra fatta innanzitutto di menzogne. Disobbedite anche voi agli ordini ingiusti, impedite che le redazioni si trasformino in caserme.
Facciamo appello perchè aumenti la mobilitazione capillare per coinvolgere tutti e tutte. Riempiamo le finestre delle nostre città di bandiere della pace. In ogni casa, in ogni scuola, nei luoghi di lavoro, nelle sedi istituzionali, tappezziamo l’Italia di bandiere pacifiste.
Facciamo appello affinchè ciascuno trovi il suo modo per non obbedire all’ordine ingiusto di sostenere la guerra.
Le pratiche della nonviolenza attiva, della testimonianza, del digiuno, della preghiera, della disobbedienza civile e sociale, della resistenza e dell’antagonismo sociale hanno grandi radici e tradizioni nel nostro paese.
Costruiamo una fitta rete di resistenza popolare che sappia essere efficace, allargare il consenso e la partecipazione attiva per fermare la guerra in tutti i suoi aspetti.
*
Facciamo appello perchè aumenti la solidarietà concreta a fianco delle vittime della guerra. A fianco della popolazione civile irachena, che si prepara alla guerra in mezzo a mille sofferenze. A fianco del popolo palestinese, del popolo kurdo, del popolo afgano, dei popoli che soffrono le guerre dimenticate.
Noi non siamo quelli che vendono le armi ai dittatori. Noi siamo quelli che da anni, nel silenzio colpevole dei governi, siamo a fianco giorno dopo giorno ai popoli del mondo che patiscono la guerra, la povertà, l’oppressione.
Rilanciamo tutte le iniziative di solidarietà concreta e di cooperazione internazionale che la società civile mette in campo. E avvisiamo sin d’oggi il governo che non parteciperemo ad iniziative umanitarie promosse da chi butta le bombe. I nostri soldi, li spenderemo bene. Salutiamo da qui i cooperanti e i volontari impegnati all’estero che oggi hanno fatto lo sciopero bianco contro la guerra in tutto il mondo.
Facciamo appello perchè si rilanci l’iniziativa politica in Medio Oriente, per la fine dell’occupazione in Palestina, per due popoli e due stati, per
Gerusalemme capitale condivisa, per la pace e la democrazia in tutto il Kurdistan, per la vita e la libertà del presidente Ocalan e di tutti i leader politici, sociali, sindacali, di minoranze etniche detenuti e perseguitati. Noi non usiamo due pesi e due misure.
Facciamo appello perchè il sostegno alle forze democratiche dei popoli che vivono oppressi da regimi e dittature in tutta la regione diventi priorità politica per tutti, istituzioni e movimenti. Dall’Iraq all’Arabia Saudita, i diritti umani, civili e politici sono negati per milioni di persone. C’è bisogno di solidarietà e di impegno politico quotidiano.
Facciamo appello perchè si rafforzino i movimenti europei e mondiali che con noi sono impegnati contro la guerra, perchè si realizzi la massima solidarietà e sostegno al movimento pacifista negli Stati Uniti che rappresenta una grande speranza di cambiamento per il proprio paese e per tutto il mondo.
Facciamo appello per una politica di disarmo globale sul piano militare, economico e sociale, per politiche di riduzione delle spese militari, per una riconversione dell’economia di guerra verso usi civili.
Facciamo appello perchè l’impegno assunto da tanti movimenti sociali nel Forum Sociale Europeo di Firenze affinchè l’articolo 1 della Costituzione Europea contenga il ripudio della guerra come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali divenga una grande campagna nazionale ed europea.
Possiamo dare alla storia un altro segno. Un segno di civiltà. Un mondo senza guerra è possibile. Un mondo di pace, di giustizia, di diritti è possibile. Un altro mondo è possibile. E oggi qui lo stiamo costruendo.
Fermiamo la guerra.
Televisione con l’elmetto e giornalisti obiettori

Di Beppe Muraro *

“Siamo imbavagliati: noi giornalisti del servizio pubblico radiotelevisivo non potremo raccontare in diretta la manifestazione per la pace che si terrà a Roma e in altri 54 paesi del Mondo.
La Rai ce lo impedisce.
Le voci e le ragioni di milioni di persone troveranno spazio solo nei notiziari e su satellite.
Comunque la si pensi sulla eventuale guerra in Iraq, noi siamo dalla parte dei cittadini che hanno il diritto di essere informati nel modo più ampio possibile su una crisi internazionale che divide profondamente le coscienze. Secondo la Direzione Generale della Rai la diretta non si deve fare perché potrebbe influenzare il dibattito politico. Una giustificazione che offende le istituzioni della Repubblica, i lavoratori della Rai e tutti i cittadini”.

Questo è il testo del videocomunicato prodotto dall’Usigrai (il sindacato dei giornalisti Rai) per protestare contro la mancata diretta sulla manifestazione di Roma. Mostrava anche decine e decine di giornalisti Rai – riuniti nel loro congresso nazionale – imbavagliati, a simboleggiare la censura e il silenzio imposto dai vertici dell’azienda.
Nessuno di voi però l’ha potuto vedere. Anche questo videocomunicato è stato censurato dal Direttore Generale Agostino Saccà. Incurante delle proteste dei giornalisti, ma anche quelle dei presidenti di Camera e Senato oltre che dell’Osservatore Romano e Famiglia Cristiana, sulla manifestazione di Roma ha continuato a mantenere la linea del silenzio. Non è stato visto in Italia, ma ha girato per le tv di mezzo mondo: chiesto e messo in onda senza problemi. Il nostro ‘silenzio’ ha fatto notizia. Inevitabile, allora, che il 15 febbraio i giornalisti della Rai (e non solo loro) si siano rimessi i bavagli bianchi usati per il videocomunicato e abbiano sfilato per le vie di Roma dietro ad uno striscione bianco-blu con la scritta ‘I giornalisti Rai contro il silenzio’ e con questo siamo saliti sul palco di piazza San Giovanni.
E il tema della guerra e dell’informazione in tempi di guerra è così entrato prepotentemente non solo nel dibattito del congresso dei giornalisti Rai, ma anche di tutta la categoria.
Per noi giornalisti non si tratta di fare questa o quella scelta di campo, ma di poter rendere conto di quanto succede sia sui fronti di guerra che sui cosiddetti ‘fronti interni’. E vogliamo farlo senza dover subire censure, riportare veline, seguire le direttive di questo o quel portavoce. In questi giorni Bruce Springsteen ha detto che con i venti di guerra i primi a perire in America sono stati i diritti civili e tra questi il diritto di informare e ad essere informati.
Il no alla diretta Rai della manifestazione del 15 febbraio va proprio in questa direzione e il no alla censura del silenzio ‘gridato’ dai gironalisti Rai imbavagliati vuole impedire questa deriva.
‘Quanto sta accadendo nel mondo dell’informazione è figlio diretto del conflitto di interessi del capo del Governo che inevitabilmente influenza la politica dell’informazione’ ha detto il segretario della Federazione nazionale della stampa, il sindacato unitario dei giornalisti italiani, Paolo Serventi Longhi, dopo la manifestazione di Roma.
‘La guerra‘ ha continuato Serventi Longhi ‘è nemica della libera informazione, di ogni forma di libertà e dei diritti collettivi ed individuali; la stessa Costituzione all’articolo 11 la ripudia ed afferma la vocazione dei cittadini italiani alla pace’.
Altra iniziativa messa in moto da un gruppo di giornalisti è quella promossa dall’associazione ‘Articolo 21 liberi di’ (che fa chiaro riferimento all’articolo 21 della Costituzione, quello che garantisce a tutti la libertà di parola, di espressione e di informazione).
Si tratta di un appello al mondo dell’informazione che si può trovare sul sito ‘articolo21liberidi.org’, insieme a molte altre informazione contro la censura, contro la guerra e contro la malainformazione).
La guerra (che speriamo di non vedere) non ha bisogno di ‘pensiero unico’ e di ‘cassette a reti unificate’ ma, al contrario, è necessario garantire le più ampie circolazioni delle idee, dei punti di vista, anche i più distanti.
Un impegno che molti di noi hanno già preso, decisi a dire sempre e comunque no a chi vuole mettere l’elmetto ai giornalisti.

* Giornalista Rai
Noi, cittadini israeliani e palestinesi, ci opponiamo alla guerra contro l’Iraq

15 febbraio 2003- Manifestazioni a Tel-Aviv e a Ramallah

A cura di Elena Buccoliero

“Noi, israeliani e palestinesi, ci opponiamo alla guerra contro l’Iraq. Non serve ad affermare la sicurezza o la giustizia, è piuttosto una guerra di potere, per l’egemonia, il controllo e il vantaggio. Siamo convinti che la sicurezza e la libertà di tutti i popoli del Medio Oriente non si raggiungeranno con la guerra, la violenza e la morte”.
È stata questa la dichiarazione conclusiva che ha unito, nella piazza di Tel-Aviv, migliaia di pacifisti ebrei ed arabi – secondo le associazioni, oltre 3.000; secondo un quotidiano israeliano, 1.500… – scesi in piazza per chiedere la pace, in unione con milioni di persone in tutte le capitali del mondo.
Tra le organizzazioni presenti ricordiamo: Balad, Gush Shalom, il Comitato Israeliano contro la Demolizione delle Case, Hadash, Yesh Gvul, Black Laundry, Mada, la partnership arabo-ebraica Ta’ayush, il Centro per l’Informazione Alternativa e la Coalizione delle Donne per la Pace, composta da: Bat Shalom, Machsom Watch, Noga-Feminist Journal, Nalad, Donne in Nero, New Profile, Tandi, WILP e Fifth Mother.
Una manifestazione simile si è svolta a Ramallah, in Palestina. La chiusura militare ha impedito ai due gruppi di incontrarsi, unico spiraglio un collegamento telefonico con Haidar Abdel Shafi, statista palestinese anziano e rispettato, che ha espresso parole di solidarietà e di fiducia sorprendentemente forti, in arabo e in inglese, a sottolineare la comune volontà di pace. Una volontà che è condivisa, in Israele, quasi dalla metà della popolazione, nonostante politici e militari facciano fronte unito in appoggio a Bush e rassicurino la gene sul fatto che i missili iracheni non arriveranno nel paese.
Secondo tre recenti sondaggi di opinione infatti (pubblicati su Ha’aretz e Israel Broadcasting Company il 13 febbraio, su Ma’ariv il 14 febbraio) circa il 42-47% degli israeliani preferisce una soluzione diplomatica e sostiene la posizione franco-tedesca; un caso davvero singolare in un paese in cui tutti, il sistema politico e l’opinione pubblica, tendono a seguire gli Stati Uniti su tutte le problematiche di politica internazionale, e probabilmente l’anomalia è dovuta alla paura, visibilmente crescente a mano a mano che lo scoppio della guerra sembra farsi più vicino.

Molte ragioni per chiedere la pace
In Israele le ragioni per difendere la pace sono molto sentite e riguardano sia la salvaguardia del popolo iracheno, sia il timore di un ulteriore inasprimento del conflitto mediorientale.
“Se ci sarà un attacco americano contro l’Iraq, tutti i popoli del Medio Oriente, inclusi noi, israeliani e palestinesi, ne pagheranno il prezzo: morte, distruzione ed altre guerre”, si legge infatti nella piattaforma di indizione della manifestazione.
Proprio per questo il comunicato diffuso dall’associazione nonviolenta israeliana Gush Shalom immediatamente prima della manifestazione inizia con un grazie alla Francia e alla Germania:
“Merci M. Chirac!, Danke Herr Schroeder!, per i vostri sforzi coraggiosi. La nostra opposizione a questa guerra non è una difesa di Saddam Hussein – è una auto-difesa. Oltre al pericolo immediato per gli abitanti di Israele, questa guerra potrebbe trascinare tutti i popoli della regione nel sangue e nel caos. Sharon, i suoi sostenitori e i suoi ufficiali aspettano questa guerra, perché credono che offrirà loro l’opportunità per avverare i loro piani: l’espulsione di massa dei palestinesi e la distruzione della loro leadership. Una tale possibilità sarebbe un errore fatale non solo per la pace, ma per il futuro stesso di Israele”.

Verso la globalizzazione della pace
All’indomani della manifestazione Adam Keller, portavoce di Gush Shalom, ha raccontato e commentato in via telematica la manifestazione dando grande risalto alla dimensione globale del movimento per la pace:
“Il contesto era familiare. Eppure, questa volta c’era qualcosa di nuovo e di diverso: mai prima d’ora i pacifisti israeliani si sono trovati ad essere parte integrante di un movimento mondiale di protesta; mai prima d’ora i nostri problemi, in questo miserabile angolo del mondo, sono stati tanto connessi con l’angoscia, il senso di allarme e la paura di tante persone in tanti paesi del mondo. E i dimostranti abituati a mandare Sharon al Tribunale dell’Aja per crimini di guerra questa notte hanno consegnato Bush alla stessa corte”.
Lo slogan della manifestazione era “Israeliani e palestinesi si oppongono alla guerra”, proprio per sottolineare l’unione tra i due popoli sul tema della pace. E “non era soltanto uno slogan”, rassicura Adam Keller, “la questione è davvero molto sentita, anche per l’ansia di quello che potrebbe succedere in questo paese se nei mesi a venire Bush lanciasse davvero il suo attacco. Ogni giorno i giornali sono pieni di foschi annunci di missili iracheni che atterrano in Israele a dispetto di ogni rassicurazione ufficiale, e si prospetta una nuova ondata di attentati kamikaze più terribili che mai, che inizierebbero in contemporanea con gli attacchi su Baghdad. Un timore condiviso dai manifestanti di questa sera, era che in tali circostante Sharon troverebbe un pretesto e una opportunità per portare avanti il suo vero piano mortale: l’espulsione di massa dei palestinesi e la distruzione della loro leadership”.

Tante voci contro la guerra
Il Jerusalem Post sulla sua edizione telematica racconta un altro volto della stessa manifestazione, dà conto delle frange estremiste filo-Saddam. “Si sono sentiti slogan anti-americani e anti-israeliani”, riferisce il giornale israeliano, “e alcuni canti che sarebbe azzardato definire pacifisti. “Bush, Powell e Sharon, terroristi al potere” era uno degli slogan. Alcuni striscioni invitavano gli ispettori delle Nazioni Unite a indagare sulle armi di distruzione di massa israeliane, mentre altri si concentravano sul conflitto tra Israele e Palestina con cartelli come: Sharon è più pericoloso di Saddam”.
Consapevole di tante contraddizioni, la scrittrice femminista Rela Mazali, rappresentante della Coalizione delle Donne per una Pace Giusta, è intervenuta con una “Lettera aperta a un amico che non è venuto qui questa sera”, un testo indirizzato ai molti israeliani che non condividono la guerra imminente ma ciò nonostante non hanno partecipato alla manifestazione ritenendola “troppo radicale” o “troppo araba”.
C’è stata molta commozione quando un rappresentante di Yesh Gvul, Dan Tamir, capitano riservista che ha rifiutato il servizio nei territori occupati, ha letto la lettera di un giovane refusenik detenuto nella Prigione Militare n. 4, che invitava i giovani americani e inglesi a seguire il suo esempio.
“Quali piani sono già stati preparati nel più piccolo dettaglio, aspettando semplicemente che Bush offra un pretesto per adottarli?”, ha urlato Haim Hanegbi di Gush Shalom. “Quanti alberi sono già destinati a venire sradicati? Quante case saranno demolite? Quante persone hanno già ricevuto una sentenza segreta di espulsione o di morte?”.
Azmi Bdeir di Ta’ayush, che conduceva l’incontro, ha concluso: “La guerra che si abbatterà su di noi non è un disastro naturale. È voluta dagli uomini. Esseri umani l’hanno pianificata, esseri umani vogliono portarla avanti. Esseri umani possono anche fermarla. Noi, insieme a molte altre persone in tutto il mondo”.
L’obiezione di coscienza al servizio militare in Israele: un diritto umano non riconosciuto

A cura di Elena Buccoliero

Nel gennaio 2003 War Resisters’ International ha stilato un rapporto indirizzato alla Commissione Onu per i Diritti Umani, per chiedere una pressione internazionale affinché Israele riconosca il diritto all’obiezione di coscienza, previsto peraltro nelle convenzioni internazionali di cui lo stesso stato israeliano è firmatario. Il rapporto è anche una occasione per comprendere chiaramente come funziona il servizio militare in questo paese e, di seguito, l’obiezione di coscienza. Ne presentiamo un estratto.

Cosa dice la legge
In Israele la leva obbligatoria è nata insieme allo Stato, nel 1948. L’attuale legge sul servizio militare però è del 1986. Secondo questa normativa tutti i cittadini israeliani e i residenti permanenti devono prestare servizio militare; tuttavia, il Ministero della Difesa, a sua discrezione, ha esentato automaticamente tutte le donne non ebree e tutti gli uomini palestinesi, con l’eccezione dei drusi. I palestinesi possono offrirsi come volontari, ma pochissimi lo fanno.
Il servizio militare dura tre anni per gli uomini, 20-21 mesi per le donne. Prosegue poi come servizio di riserva, un mese all’anno, per gli uomini fino ai 51 anni (54 per gli ufficiali) e per le donne fino ai 24 anni, un contributo che viene considerato essenziale per la costruzione dell’identità nazionale e per la difesa del paese. Ciò nonostante dagli anni Ottanta in avanti le cose stanno cambiando. Spesso giunti a 35 anni gli uomini non vengono più richiamati perché considerati non più idonei dal punto di vista fisico, e a 41 o a 45 anni sono esentati definitivamente.
Le donne non vengono chiamate affatto come riserviste e sono favorite nell’ottenimento dell’esenzione tanto che solo il 60% delle ragazze è effettivamente reclutata, anche perché le ragazze sposate, in cinta o con figli possono richiedere il congedo.
L’esenzione formale è possibile anche agli uomini quando il servizio leda la sicurezza, la stabilità economica o il sistema educativo del paese, oppure per ragioni familiari o altri comprovati motivi. Questa possibilità si applica ai malati, a chi è imputato di un reato, agli ebrei o drusi che studiano in una scuola religiosa, a chi non ha ancora ottemperato all’obbligo scolastico, ma NON agli obiettori di coscienza.

L’obiezione femminile
Il diritto all’obiezione di coscienza è riconosciuto parzialmente alle donne, basandosi sulla tradizione ebraica che non permette alle ragazze di allontanarsi dall’autorità paterna o di vivere in una società mista, come potrebbe essere il sistema militare. Difatti l’obiezione viene concessa solo per ragioni religiose, dopo verifiche sui comportamenti anche alimentari delle richiedenti e dopo averle sottoposte a colloqui con un rabbino, uno psichiatra, un ufficiale dell’esercito, un rappresentante della comunità e una donna soldato.
Quasi tutte le ragazze che lo richiedono ottengono il congedo, ma si tratta comunque di una esperienza umiliante. Inoltre, nessuna possibilità è garantita per donne militari che, dopo un periodo di servizio, chiedano l’esenzione per ragioni di coscienza.

L’obiezione maschile
Tra i ragazzi l’obiezione di coscienza non è contemplata. Nel 1985 le forze armate hanno costituito un tavolo che affronti i casi di obiezione, il “Comitato per Garantire l’Esenzione dalla Difesa dello Stato per Ragioni di Coscienza, composto soltanto da rappresentanti dell’esercito israeliano. Secondo le associazioni impegnate per la difesa dei diritti civili, “l’esenzione è ritenuta una grazia e non un diritto. Non ci sono leggi, forme o procedure chiare in materia, né criteri di giudizio esplicitati”. Amnesty ha scritto che il Comitato “non ha legittimità legale”, dal momento che “una direttiva interna stabilisce la composizione e le procedure da seguire, ma non c’è diritto di appello” e “questa direttiva non viene resa pubblica”.
Un giovane richiamato alle armi che dichiari la propria obiezione dovrebbe venire inviato al Comitato di Coscienza, in realtà questo non succede sempre, soprattutto non per gli obiettori drusi né per chi opera un rifiuto selettivo. Quando anche viene consultato, la procedura si conclude con parere negativo.
In alcuni casi si verificano degli aggiustamenti interni all’esercito per cui il servizio di alcuni giovani viene posticipato, fino a coincidere con un periodo in cui la loro unità non presterà servizio nei Territori Occupati, ma sarà impegnata in compiti di rilevanza sociale. Questa soluzione non è un diritto ma solo una possibilità lasciata all’arbitrio dei comandanti.
La condizione di obiettore di coscienza pone frequenti restrizioni per tutto l’arco della vita. Chi non presta servizio militare viene guardato con sospetto, e questo vale sia per gli obiettori che per i palestinesi.

L’obiezione si diffonde
Dall’inizio della seconda Intifada il numero di obiettori è cresciuto lentamente. Nella maggior parte dei casi si tratta di obiettori selettivi che rifiutano di prestare servizio nei territori palestinesi ma non rinnegano l’esercito nel suo complesso. Il diffondersi di questa scelta ha avuto in questi due anni alcune tappe fondamentali.
Il 3 settembre 2001, 62 studenti di scuola media superiore si sono esposti in una lettera aperta al primo ministro israeliano. All’inizio dell’anno successivo, la lettera degli ufficiali del gruppo “Courage to Refuse” ha ricevuto un’attenzione pubblica anche maggiore e ha raccolto numerosi consensi tanto che, al 29 gennaio 2003, sono 520 i riservisti che hanno firmato questa dichiarazione.
Nell’aprile 2002 l’esercito israeliano ha annunciato una mobilitazione di emergenza di 20.000 riservisti, causando un picco nei casi di obiezione, conclusi tutti con la carcerazione. Da allora i numeri sono ancora alti. Nel settembre 2002 è uscita una nuova lettera degli studenti, firmata da oltre 200 giovani, oggi oltre 300, per la maggior parte per ragioni politiche.
Il numero di obiettori cresce continuamente. Tuttavia, è quasi impossibile dare cifre esatte. I diversi gruppi di obiettori stimano che oltre 2000 persone abbiano dichiarato la loro obiezione, dal settembre 2000 ad oggi. Più di 1.100 casi sono documentati con precisione.

Il carcere militare
Secondo la legge israeliana il rifiuto di eseguire un ordine militare può essere punito con un periodo di detenzione fino a due anni, la diserzione fino a 5 anni, il rifiuto del servizio fino a 56 giorni, con sentenza rinnovabile se l’obiettore rifiuta ancora. Chi aiuta altri a evitare il servizio militare rischia fino a due anni di carcere.
In pratica le sentenze non superano mai un anno di carcere. Gli obiettori di coscienza vengono accusati di rifiuto di obbedire ad un ordine, assenza senza ragione, diserzione o rifiuto dell’arruolamento. Se la richiesta di esenzione non viene accolta, al giovane si impone nuovamente il servizio militare. Un secondo rifiuto da parte dell’obiettore porta ad una sanzione disciplinare oppure alla corte marziale.
Normalmente le condanne sono brevi (dai 7 ai 35 giorni), ma ripetute. L’esperienza mostra però che non esistono regole generali, ci sono stati casi di obiettori condannati anche a un anno e mezzo di carcere militare. Il trattamento più duro è quello riservato ai drusi.
Dall’ottobre 2000 al gennaio 2003 gli obiettori in carcere sono stati più di 180, e di essi 151 erano obiettori selettivi. Anche il numero di sentenze consecutive è aumentato. Fino a un anno fa ci si fermava alla quinta condanna, di recente si sta andando avanti anche sei, sette volte o più, senza che si intravveda una via d’uscita.
Per tutte queste ragioni WRI chiede alla Commissione ONU per i Diritti Umani di intervenire affinché Israele riconosca il diritto all’obiezione di coscienza.

Le 10 parole della nonviolenza, per fare un cammino comune.
Proponiamo digiuno e iniziativa per mercoledì 9 aprile 2003
La parola del mese: “Giustizia”

Di Graziano Zoni *

Il 27 gennaio 1985, l’Abbé Pierre venne chiamato a concludere, in Palazzo Vecchio a Firenze, il seminario che aveva per tema: “Contro la fame, cambia la vita”.
In quella occasione, l’Abbé Pierre fece alcune osservazioni che penso possono efficacemente introdurre le considerazioni che vorrei condividere con gli amici lettori di Azione nonviolenta.
Ecco l’inizio dell’intervento del fondatore di Emmaus: “Quando ho visto il vostro manifesto: “Contro la fame cambia la vita”, ho pensato che ciò potesse avere due significati. Uno, imperativo: Tu, prendi delle iniziative per cambiare la vita. Ma è altresì evidente, l’ulteriore significato, non più un imperativo, ma semplicemente uno sguardo realista. Non più, soltanto, che ciascuno di noi deve cambiare la propria vita, ma: ‘ Apri gli occhi. Anche senza di te, la vita cambia!’. La differenza è evidente. La vita cambia, e questo cambiamento avverrà o attraverso le nostre iniziative, il nostro cambiamento, oppure, senza di noi, a suon di pedate nel sedere. Questo mondo così com’è non ha futuro. Non dipende dalle nostre opinioni… è un’evidenza lampante, per più di una ragione. I politici, in Francia come in Italia ed ovunque, si arrabattano per presentare agli elettori il proprio programma e dicono: “Votate per me, se volete uscire dal tunnel di questa crisi economica che ci tormenta”. Non commettete l’errore di crederci. Si tratta di un inganno. La verità è che non c’è uscita da questo tunnel. Ciò che possiamo iniziare a intravedere è il fondo del tunnel. Questo tunnel nel quale l’umanità si è trovata impegnata da secoli, avendo come spinta di ogni iniziativa: Avere di più, avere di più. E’ un cammino che finisce contro un muro. Non c’è che una sola speranza, quali che siano le opinioni dei partiti politici. Questa sola speranza è che sappiamo essere capaci, tutti, di fare qualche passo indietro. Volontario, per ritrovare la strada aperta. Continuare a inventare stratagemmi, trucchi, illusioni. per cercare di uscire dallo stallo in cui ci troviamo, è pura follia.”

Altre voci, in passato ed anche in tempi recenti, si sono levate per lanciare un richiamo, forte e ripetuto, al rifiuto del consumismo, ma sono rimaste “voci che gridano nel deserto”.
Gioverà ricordarne alcune: Giovanni Paolo II, ad esempio, già nella enciclica Sollicitudo Rei Socialis e qualche giorno prima dello scorso Natale, aveva affermato che “l’accumulo di beni e servizi, anche a favore della maggioranza, non basta a realizzare la felicità umana… Una sorta di supersviluppo… consistente nella eccessiva disponibilità di ogni tipo di beni materiali, rende facilmente gli uomini schiavi del possesso…”
Il filosofo francese Roger Garaudy, aveva scritto nel suo “Appel aux vivants” (1979) che “se vivremo i prossimi venti anni come abbiamo vissuto gli ultimi trenta, prepareremo una bara per i nostri figli…”
Il Presidente americano Carter, nel suo discorso di investitura, faceva osservare alla nazione l’insostenibilità della realtà del mondo: “Noi americani che rappresentiamo il 6% della popolazione mondiale, possediamo e consumiamo il 30% delle risorse e ricchezze disponibili sulla terra…. quale legge matematica può rendere possibile al restante 94% della popolazione la disponibilità della stessa quantità di beni, di ricchezze, di energie?….” (Sono passati molti anni, Carter è tornato alle sue noccioline… ha ricevuto pure il Nobel della Pace, ma se cambiamenti ci sono stati in quelle percentuali, sono peggiorativi, per l’America come per l’Europa…)

In Italia abbiamo avuto un politico intelligente e lungimirante come Enrico Berlinguer che in due famosi e provocatori discorsi (purtroppo immediatamente dimenticati ed archiviati anche dal PCI e successive modifiche o rifondazioni) del gennaio 1977 all’Eliseo di Roma e del marzo 1979 al Lirico di Milano, prospettava con forza e convinzione, la sobrietà e l’austerità come leva di giustizia… “L’austerità per definizione comporta restrizioni di certe disponibilità a cui si è abituati, rinunce a certi vantaggi acquisiti: ma noi siamo convinti che non è detto affatto che la sostituzione di certe abitudini attuali con altre, più rigorose e non sperperatrici, conduca ad un peggioramento della qualità e della umanità della vita. Una società più austera può essere una società più giusta, meno diseguale, realmente più libera, più democratica, più umana….” (Documenti de L’Unità – n.136, 11.6.1989)

Di fronte alla saggezza di questi ripetuti richiami alla giustizia ed al rispetto dell’ambiente sia per noi che per i nostri figli e nipoti, dobbiamo constatare la folle miopia, volutamente portata avanti dalla classe dominante che non curante dell’evidenza dei danni provocati dal consumismo sfrenato, non perde occasione per incitare a “consumare, consumare, consumare”, dando così prova di una irresponsabilità globale davvero diabolica. E, terribile cassa di risonanza, purtroppo efficace, a questa follia dominante, è la pubblicità, ormai divenuta l’aria che respiriamo, per effetto della quale il superfluo diventa conveniente, il conveniente diventa necessario, il necessario si trasforma in indispensabile.
Ma, sarebbe molto comodo e tranquillizzante attribuire la responsabilità di questa ingiustizia strutturale ed istituzionalizzata, qual è il consumismo, ai magici poteri di anonimi persuasori occulti, oppure ad anonime e funeste società sovranazionali, o ad uno o due colossi industriali o potenze politiche imperialiste oppure ai “governi di destra” che oggi reggono, ahimè ciecamente!, le sorti del mondo… il fatto più assurdo è che tutti ammettiamo la necessità di fare qualcosa di efficace per cambiare il mondo, ma nessuno, o almeno molto pochi sono coloro che fanno qualcosa.
Lo strapotere di questi “gestori” senz’anima del futuro del mondo, è dovuto fondamentalmente alla nostra debolezza, alla nostra incoerenza, alla nostra scarsa convinzione che, ancora una volta, il piccolo David può vincere il gigante Golia.
Per creare questa società “consumista”, i cui drammi ci fanno soffrire, si è cominciato “condizionando” ed “educando” l’Uomo “consumista” che ne è il suo elemento base.
Allo stesso modo, e con la stessa capillarità e convinzione, volendo dare vita ad una società giusta ed equilibrata con possibilità di sopravvivenza umana per tutti, dovremo cominciare con il costruire l’Uomo “libero e giusto”.
All’Uomo dei consumi, egocentrico, egoista, più ossessionato dal possedere che dal condividere, schiavo dei bisogni che egli stesso si crea, insoddisfatto ed invidioso, e per il quale l’unico principio morale è quello di accumulare sempre di più, noi dobbiamo proporre l’Uomo “libero e giusto”, l’Uomo che non aspira ad avere di più, ma ad essere migliore, a sviluppare la sua capacità di servizio verso gli altri nella solidarietà, capace di vivere felice nel “sufficiente” misurato con il metro sociale dei bisogni e dei diritti altrui, secondo quando sta scritto nell’Esodo: “Chi molto ne raccolse, non ne ebbe di più; e chi poco, non ne ebbe di meno”.

Bisogna che ci convinciamo tutti che la sobrietà è la sola scelta di vita, politica, sociale ed economica, che possa garantirci un futuro umano. Non più, o non solo, una virtù, ma un doveroso atto politico di giustizia.

* Presidente Emmaus Italia

La giustizia di M. K. Gandhi

La giustizia ha bisogno di essere temperata dalla generosità, come la generosità ha bisogno di essere sorretta dalla giustizia.
Come mai giudichiamo una legge giusta per gli altri e non per noi?
L’uomo veramente morale è colui che conduce una vita di virtù non perché ne ricavi dei vantaggi, ma perché è la legge profonda del suo essere, il suo stesso respiro.

La giustizia di M. L. King

Le leggi umane assicurano la giustizia, ma una legge più alta produce l’amore.
Dio riunisce nella sua natura una sintesi creativa di amore e giustizia che ci condurrà, attraverso l’oscura valle della vita, fino ai luminosi sentieri della speranza e dell’adempimento.
Dobbiamo convincerci che accettare passivamente un sistema ingiusto significa cooperare con quel sistema e divenire, così, complici del male che è in esso.

La giustizia di Aldo Capitini

Se la legge presumesse di stare di sopra agli esseri umani per imporsi ad essi arbitrariamente, sarebbe da respingere in ogni caso.
Sarebbe opportuno, molte volte, formulare leggi con l’aggiunta che l’esecuzione di esse “è affidata alla coscienza dei cittadini”.
La legge è una conquista della ragione, e spesso merita di essere aiutata. Ma il nonviolento l’accetta a modo suo. L’accetta quando è molto buona.

Per approfondire
La Giustizia

Teorie della giustizia
B. BARRY, La teoria liberale della giustizia. Analisi critica delle principali dottrine di John Rawls, Milano, Giuffré, 1994.
B. BARRY, Teorie della giustizia, Milano, Il Saggiatore, 1996.
R. BOUDON, Sentimenti di giustizia, Bologna, Il Mulino, 2002.
S. HAMPSHIRE, Non c’è giustizia senza conflitto. Democrazia comeconfronto di idee, Milano, Feltrinelli, 2001.
A. HELLER, Oltre la giustizia, Bologna, Il Mulino, 1990.
H. KELSEN, Il problema della giustizia, Torino, Einaudi, 1975.
E. OPOCHER, Analisi dell’idea della giustizia, Milano, Giuffré, 1977.
C. PERELMAN, La giustizia, Torino, Giappichelli, 1959.
J. RAWLS, Una teoria della giustizia, 7a ed., Milano, Feltrinelli, 1999.
J. RAWLS, Il diritto dei popoli, Milano, Edizioni di Comunità, 2001.
J. RAWLS, Giustizia come equità. Una riformulazione, Milano, Feltrinelli, 2002.
S. VECA, Questioni di giustizia. Corso di filosofia politica, Torino, Einaudi,1991.
E. H. WOLGAST, La grammatica della giustizia, Roma, Editori Riuniti, 1991.

La giustizia per i cristiani
AA.VV., Perdono e giustizia, n. spec. della rivista “Communio” n. 172-173, Milano, Jaca Book, 2000.
M. CICALA, La legge del Signore. Giustizia e diritto nelle Sacre Scritture, 1998, Milano, Editoriale Eco, 1998.
C. M. MARTINI, Sulla giustizia, Milano, Mondadori, 1999.
J. MOLTMANN, La giustizia crea futuro. Una politica ispirata alla pace e un’etica fondata sulla creazione in un mondo minacciato, Brescia, Queriniana, 1990.
E. M. PERETTO, La giustizia. Ricerca su gli autori cristiani del secondo secolo, Roma, Facoltà Teologica Marianum, 1977.
J. PIEPER, La giustizia, Brescia, Morcelliana, 2000.
R. PIZZORNI, Giustizia e carità, Roma, Pontificia Università Lateranense, 1980.
P. RICOEUR, Persona, comunità e istituzioni. Dialettica tra giustizia e Amore, Firenze, Cultura della Pace, 1994.
P. TILLICH, Amore, potere e giustizia, Milano, Vita e Pensiero, 1994.

Riflessioni e testimonianze sulla giustizia
G. COLOMBO – C. STAJANO, Ameni inganni. Lettere da un paese normale, Milano, Garzanti, 2000.
F. CORLEONE, La giustizia come metafora, Ortona (Chieti), Menabò, 2001
R. CORTESE, Riflessioni sulla giustizia, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1992.
A. SANSA, La memoria e la speranza. Un’idea di giustizia per i nostri anni, Genova, Marietti, 1990.
A. SELLA, Camminando sulle orme della giustizia, Vicenza, Movimento Gocce di Giustizia, 1996.
R. VENDITTI, Giustizia come servizio all’uomo. Riflessioni di un magistrato sul lavoro del giudice, Torino-Leumann, ElleDiCi, 1995.
S. ZAVOLI, Ma quale giustizia, Roma, Edizioni RAI-ERI, 1997.

La crisi della giustizia in Italia
N. AMATO, Processo alla giustizia. La forza del diritto contro il diritto della forza, Venezia, Marsilio, 1994.
F. BARBARANELLI, Prigionieri di un incubo. Gli anni di piombo della giustizia, Roma, Gangemi, 2001.
E. BRUTI LIBERATI – L. PEPINO, Giustizia e referendum. Separazione delle carriere, Csm, incarichi extragiudiziari, Roma, Donzelli, 2000.
G. CORASANITI, Tra potere e servizio. Informazione e giustizia in Italia, Napoli, Liguori, 1997
CENSIS (a cura di), Criminalità e giustizia: cosa ne pensano gli italiani, Roma, Gangemi,1999.
A. DONATI, La concezione della giustizia nella vigente Costituzione. Diritto soggettivo e solidarietà, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1998.
P. FASSINO, Sicurezza e giustizia. Conversazione con Paolo Borgna, Roma, Donzelli, 2001.
G. M. FLICK, Giustizia vera per un paese civile, Casale Monferrato, Piemme,1996.
G. M. FLICK, Oltre tangentopoli? Intervista sulla giustizia, Milano, Il Sole 24 Ore, 1996.
FONDAZIONE AMICI DI LIBERAL (a cura di), Ripensare la giustizia. Una proposta sullo Stato di diritto, Firenze, Liberal Libri, 1997.
C. GUARNIERI, La giustizia in Italia, Bologna, Il Mulino, 2001.
D. LUCCA, Giustizia all’italiana. Storie di magistrati, avvocati e cittadini, Roma, Carocci, 2002.
S. MANNUZZU, Il fantasma della giustizia, Bologna, Il Mulino,1998.
G. MARINUCCI – C. SMURAGLIA, Giustizia e politica tra difesa sociale e garanzie, Milano, ComEdit, 1997.
C. NORDIO, Giustizia, Milano, Cantiere Italia,1997.
E. PACIOTTI, Giustizia, Bologna, CLUEB, 2000.

L’ingiustizia
M. LEONI, Giustizia. Dieci riflessioni sulla non giustizia, Forlì, Experta, 2002.
E. V. FALSITTA, L’ingiustizia della giustizia, Milano, Mondadori, 2001.
I. MEREU, La giusta ingiustizia. Saggio sulla violenza legale, Pordenone, Biblioteca dell’Immagine, 1994.

(a cura di Matteo Soccio)
Giustizia, diritto e nonviolenza Amare la Legge, per migliorarla

di Daniele Lugli

Lo sposo se ne andò, col cuore in tempesta, ripetendo sempre quelle strane parole: “A questo mondo c’è giustizia finalmente!” Tant’è vero che un uomo sopraffatto dal dolore non sa più quel che si dica.
Alessandro Manzoni: I promessi sposi.

Unicuique suum et neminem laedere (a ciascuno il suo e non far male a nessuno) potrebbero essere il fondamento della giustizia. Il problema si sposta a cosa debba essere considerato “suo” e che sia il “far male”. Le leggi lo stabiliscono e i giudici ne decidono l’applicazione. È una distinzione che risale al diluvio universale.
A fondamento e coronamento dei sette precetti donati a Noè dopo il diluvio (con la promessa di non mandarne un altro, ché tanto l’umanità è ben capace di distruggersi da sé) Dio pone infatti quello di istituire un sistema di giustizia, riservando forse a sé il giudizio di ultima istanza o finale.
Anche gli altri comandamenti, espressi come divieti, sembrano ragionevoli. In particolare evidenza è il divieto di uccidere. L’ebreo polacco Lec osserva che a torto lo si considera un divieto: è invece una scoperta, come sa ogni amico della nonviolenza, cioè dell’apertura (appassionata!) all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo di ogni essere.
Quale rispetto meriti l’ufficio del giudice risalta ancora in un racconto della tradizione ebraica. Un uomo si ritiene ingiustamente trattato in varie circostanze, quasi perseguitato, da Dio. Si rivolge perciò al tribunale della sua comunità. Espone i fatti e chiede giustizia. Non risulta nessuna risposta del convenuto (onnipresente e quindi non contumace) alle contestazioni. I giudici si ritirano per deliberare, in assenza delle parti interessate. Per questo invitano Dio a lasciarli soli, e Dio si ritira.
Di primato della legge e interpretazione del diritto ha recentemente parlato, con competenza ed esperienza profonde, Francesco Saverio Borrelli. La sua prolusione al nuovo anno accademico dell’Istituto di formazione politica “Pedro Arrupe” di Palermo è pubblicata in Aggiornamenti Sociali (gen. ‘03). Il rapporto tra legalità, etica, diritto e politica viene approfondito prendendo le mosse dal senso di legalità, dalla spontanea, quotidiana sottomissione alle leggi, che il comportamento delle istituzioni incentiva o dissuade. E nella nostra realtà i quattro difetti dell’autorità: lentezza, villania, debolezza, corruzione (individuati quattrocento anni fa da Francesco Bacone) non regrediscono, ma trovano piuttosto nuovi modi di esprimersi.
Nel rapporto tra etica e diritto Borrelli confronta l’orientamento giusnaturalista e quello positivista, optando per quest’ultimo. Dunque il rispetto della legge vigente è un valore sociale per sé. Nei suoi confronti la coscienza detterà posizioni di disobbedienza, resistenza, rivolta solo nelle situazioni limite di insanabile contrasto tra giustizia legale (dike) e senso di giustizia (dikaiosyne) proprio di ogni persona. Vi sono valori morali a monte del diritto positivo. Anche con questi si confronta il giudice, collocato com’è all’incrocio di legge, giustizia ideale e politica.
L’esame si conclude individuando il ruolo del giudice, integrativo dello stesso indirizzo politico. Il primato della legge è temperato dal dovere di interpretare il diritto secondo istanze di giustizia e morale sociale, scritte nella Costituzione e simili (ma non solo). Legalità, politica, giustizia, etica, senza confondersi e senza cristallizzarsi, potrebbero equilibrarsi verso un futuro aperto, illuminato dal lampeggiare del vivido frammento di divinità che ogni uomo custodisce in sé.
Questa conclusione riporta alla mia memoria tre cose con crescente intensità. Il verso di una canzone, noi siam come le lucciole; una frase in cui Galtung riassume il senso fondamentale della visione ebraica: “La verità non è rinchiusa in una formula verbale, ma nel dialogo richiesto per raggiungere quella formula: questo dialogo non ha né inizio né fine”; la discussione su questi stessi temi tra Calogero e Capitini, alla quale ho assistito quarant’anni fa a Perugia, nella stanza del C.O.R. in via dei Filosofi.
Sull’appena nata Azione nonviolenta i temi vengono da Capitini affrontati proprio in rapporto a quell’incontro ed ai suoi sviluppi, in due articoli del 1964 Nonviolenza e dialogo e Nonviolenza, diritto e politica. E da ultimo, sulla rivista di agosto-settembre ‘68:
“Che fa la nonviolenza davanti alla legge? La scruta per intenderla, per integrarla con l’animo, per migliorarla, per ridurre la violenza. La legge non può essere respinta per sostituirla senz’altro con la naturale istintività individualistica umana. È una conquista della ragione, e spesso merita di essere aiutata. Ma il nonviolento la aiuta a modo suo. L’accetta quando è molto buona. Consiglia di sostituire progressivamente all’esclusiva fiducia nei mezzi coercitivi lo sviluppo di mezzi educativi e di controllo cooperante di tutti. Fa campagne per sostituire leggi migliori, quando le attuali sono insoddisfacenti o sbagliate. Errato è insegnare a ubbidire sempre alle leggi e a non volerle riformare, come se non esistesse la coscienza e la ragione. Non basta dire “noi siamo autonomi e ci diamo perciò le nostra leggi”. Bisogna aggiungere “e le nostre leggi hanno l’orientamento di realizzare la nonviolenza come apertura all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo di tutti”.
Il compito di “aprire” il diritto, di integrarlo, di dare giuste risposte in una direzione di uguaglianza, libertà e fraternità progressive, nella stessa direzione in cui dovrebbe operare la politica cioè, spetta in primo luogo ai giudici. C’è da chiedersi se la loro preparazione, selezione, le condizioni del loro lavoro siano le più adeguate e cosa si possa fare per migliorarle.
Ricordava Capitini a Calogero: “Chi è amico della nonviolenza è teso all’aggiunta, all’integrazione verso la legge, a vivere le ragioni profonde di essa, come accomunante tutti a un livello superiore. Perciò egli la fonda, la vive, la giudica e rifiuta quando essa contrasta all’apertura di tutti. Perciò fa una netta distinzione tra la giuridicità e il potere politico, e in nome di un approfondimento e arricchimento della giuridicità, è catafratto verso le confusioni tra giuridicità e potere politico, tutt’altro che infrequenti”.

Noi giudici, notai delle disuguaglianze sociali

La legge è uguale per tutti. Una favola impossibile. I potenti si misurano con la legge e con la tempra dei giudici. Per loro ci sono processi infiniti, prescrizioni, cavilli. Intanto la giustizia si esercita con i poveri e i non garantiti che commettono reati facili da accertare. Si procede per direttissima: patteggiamento della pena, condanna e carcere. Così le prigioni scoppiano perché sono piene di poveri cristi. È come gettare le reti in un acquario: sicuramente si prende qualcosa. Per i garantiti c’è al più la seccatura del processo e nessuna conseguenza penale.
Tutti i giorni viviamo la profonda umiliazione di essere certificatori, notai delle disuguaglianze sociali. Attraverso di noi si esercita la sopraffazione dello Stato verso gli ultimi. Il rischio è il degrado sociale, l’esplosione; non è detto che chi sta dall’altra parte accetti a tempo indeterminato di essere puro oggetto passivo della giustizia.
Non dico, con questo, che i poveri non commettano reati, la violenza c’è ormai dappertutto. Mi colpisce di più quando è mero fattore di produzione del reddito, chirurgica, solo quando serve, minima e senza eccedere. Le rapine con armi da fuoco, per esempio, ormai sono rare. I rapinatori agiscono con i taglierini: azioni fredde, con introiti modesti. Si guadagna di meno e se ne fanno di più. La logica è entrata nel patrimonio culturale di tanti giovani, e il controllo non impedisce iniziative non del tutto organizzate.
In questi anni si stanno formando altre sacche di violenza inesplorata tra persone che vivono in situazioni di degrado terrificante. Il traffico di organi, lo sfruttamento dei minori… Ci sono cinesi che vivono schiavi nelle zone del pratese, ragazze albanesi trattate come bestie e uccise quando non servono più. Consideriamo tutto questo con posizioni politicamente corrette, miopi. Si parla molto dei reati degli extracomunitari e si perdono di vista le vittime che spesso sono anch’esse extracomunitarie. Certo è un problema politico, di rapporti di forza, ma sono questioni estremamente gravi, e qualche intervento lo dovremo pur studiare, che non sia solo giudiziario o repressivo.

Daniele Lugli
Segretario nazionale del Movimento Nonviolento

 

dall’intervento di Sergio Materia, giudice del Tribunale di Bologna, al convegno “La normalità della violenza” promosso a Verona nell’ottobre 2002 da Movimento Nonviolento e Psichiatria Democratica.

Difendere l’Articolo 11
Ripudiare la guerra

Nella nostra Costituzione, che elenca diritti e doveri, un articolo “ripudia la guerra”.
Niente è stato fatto, o è in programma, per dare attuazione all’impegno.
Al contrario, si è fatto, e ci si prepara a fare, tutt’altro.
Se il contrasto a noi appare stridente, qualche rappresentante politico addirittura suggerisce di cambiare l’articolo. Gli amici della nonviolenza preferiscono impegnarsi per l’attuazione della Costituzione, per dare concretezza al diritto/dovere di ripudiare il più grande crimine contro l’umanità: la guerra.
In questo quadro desolante di particolare importanza è la proposta di legge di attuazione dell’art.11 della Costituzione, che il Movimento condivide e sosterrà in ogni modo.
L’iniziativa di raccolta firme sarà anche più significativa se si accompagnerà ad un’assunzione precisa di responsabilità personale, quale quella sollecitata dalla Campagna di obiezione del Cittadino.
Al centro dell’agire – ci ricorda Capitini – sono persone.

Norme di attuazione del ripudio della guerra sancito dall’articolo 11 della Costituzione

Art. 1
(Ripudio della guerra)
1. La realizzazione di un ordinamento internazionale che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni, di cui all’art. 11 della Costituzione, non può essere perseguita facendo ricorso allo strumento della guerra.
2. Per “guerra” si intende qualunque intervento armato di uno o più Stati che, a causa del ricorso massiccio alla violenza, sia idoneo a provocare la morte, la mutilazione o il ferimento di persone innocenti o a produrre distruzioni indiscriminate o a causare gravi alterazioni dell’ambiente naturale.
3. La difesa della patria, di cui all’art. 52 della Costituzione, si esercita nell’ambito delle disposizioni dell’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite.
*
Art. 2
(Prevenzione dei conflitti)
1. L’Italia coopera alla soluzione pacifica delle controversie internazionali, a norma del Capo VI della Carta delle Nazioni Unite.
2. Fino a quando non avranno attuazione gli articoli 43, 45 e 47 della Carta delle Nazioni Unite, l’Italia potrà fornire soltanto formazioni non armate, nonchè contingenti militari per il mantenimento della pace (“caschi blu”) con il consenso delle parti interessate. I relativi accordi dovranno essere autorizzati dalle Camere in conformità all’art. 80 della Costituzione.
*
Art. 3
(Inammissibilità di ulteriori interventi armati)
1. Le forze armate italiane non possono compiere interventi militari all’estero in contrasto con le disposizioni di cui agli articoli precedenti.
2. I fatti commessi nel corso di operazioni militari all’estero, eseguite in violazione delle disposizioni di cui sopra, sono regolati dal diritto penale comune.
3. I fatti illeciti e le conseguenze dannose connesse ad operazioni militari non possono essere sottratti al sindacato giurisdizionale.
*
Art. 4
(Armi vietate dalle Convenzioni internazionali)
1. In attuazione del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari, ratificato con Legge del 24 aprile 1975, n. 131, della Convenzione che vieta la fabbricazione e l’immagazzinamento di armi batteriologiche e tossiche, ratificata con Legge dell’8 ottobre 1974, n. 618, della Convenzione che mette al bando la produzione, lo sviluppo e l’immagazzinamento delle armi chimiche, ratificata con Legge del 18 novembre 1995, n. 496, sono vietati la produzione, l’introduzione e il transito nel territorio nazionale delle armi biologiche, chimiche e nucleari, nonchè la loro fornitura ai Paesi esteri.
2. Tale divieto si estende alle mine anti-uomo, alle bombe a grappolo (cluster bombs), ai proiettili e alle munizioni all’uranio impoverito (“DU”) e a ogni altro sistema d’arma il cui uso sia vietato dalle Convenzioni internazionali.
3. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, le violazioni del presente articolo sono punite ai sensi dell’art. 435 del Codice penale.
*
Art. 5
(Cooperazione con la Corte Penale Internazionale)
1. L’Italia fornisce piena collaborazione all’attività della Corte Penale
Internazionale, istituita con il Trattato di Roma del luglio 1998, ratificato con legge 12 luglio 1999, n. 232, ai sensi degli articoli 88 e seguenti dello Statuto istitutivo della medesima Corte.
2. E’ fatto divieto di stipulare accordi internazionali volti a sottrarre i cittadini di paesi terzi alla giurisdizione della Corte Penale Internazionale.

Questo progetto di legge di iniziativa popolare è stato elaborato dai giuristi Danilo Zolo (Docente Universitario), Luigi Ferrajoli (Docente universitario) e Domenico Gallo (Magistrato).

L’AZIONE
A cura di Luca Giusti
Boicottaggio economico delle multinazionali americane

Le campagne internazionali di boicottaggio delle multinazionali Usa – soprattutto petrolifere – come strumento di pressione sugli interessi che vogliono la guerra: Bush e i suoi “grandi elettori” Ne parliamo con Marinella Correggia di Idea.

Fermare la guerra con la disobbedienza economica? Che è questa ”Idea”?
Da mesi il Gruppo internazionale azioni economiche dirette (Idea è l’acronimo in inglese), una rete di attivisti di diversi paesi, propone ai fautori di pace il boicottaggio internazionale delle multinazionali statunitensi – in testa a tutte quelle petrolifere, anche inglesi, a partire dal 15 febbraio. Sono gli interessi al cuore di quello che possiamo definire il bus-h-iness.

Cosa boicottare, come, e a che servirà?
Lo scopo dell’azione non sarebbe solo simbolico o di protesta: George W. Bush si muove seguendo gli interessi delle corporations che l’hanno eletto, e a loro va passato il messaggio che subiranno danni economici se Washington non cambia rotta. La richiesta di boicottaggio è diretta anche ai pacifisti statunitensi: “Con questo boicottaggio, apparirà chiaro che i Bushiti, i quali sostengono di fare la guerra in nome della sicurezza del popolo americano, in realtà lo danneggiano, e in molti modi. Si capirà che c’è il popolo da un lato e gli interessi dall’altro”.

Non più solo pacifisti europei ma anche dagli USA e dal terzo mondo?
Segnali sparsi arrivano da diverse aree del mondo. Il 18 dicembre al Cairo, i presenti al meeting internazionale organizzato dalla campagna popolare egiziana contro l’egemonia Usa e l’aggressione all’Iraq hanno proposto di “boicottare le merci statunitensi”. Uno slogan generico ma chiaro. Appelli al boicottaggio antiguerra sono risuonati a Porto Alegre e al Forum Sociale asiatico svoltosi ad Hyderabad (India). Là il malese Mohideen Abdul Kader del Third World Network ha detto: “I movimenti dovrebbero iniziare a organizzare boicottaggi effettivi dei beni e servizi americani ”.

E in Italia?
Qualcosa si muove anche in Italia. In risposta all’appello di un lettore numerose sono le lettere giunte al manifesto con l’impegno a non acquistare prodotti di marchi a stellestrisce.
E’ da supporre che, se i diversi “spezzoni di boicottaggio” si unificheranno in una piattaforma comune, questa sarà: boicottiamo anzitutto le compagnie petrolifere Usa e inglesi per i loro chiari interessi nella guerra annunciata del “petroliere Bush”, e boicottiamo le multinazionali Usa che hanno sostenuto Bush perché facciano pressione sul presidente per un cambio di rotta.
Un boicottaggio del bushiness potrebbe unificare in un fiume i torrentelli delle campagne già in corso per svariate ragioni contro questo o quel marchio. Viene in aiuto.

“GRANDI ELETTORI” DI BUSH, “AZIONISTI DI MAGGIORANZA” DEL BUSHINESS*

1.Exxon-Mobil (marchio Esso) prima fra tutte il colosso fra i colossi (fusione avvenuta nel 1999). Boicottata da tempo da Greenpeace (www.stopesso.org) per le note posizioni su Kyoto; fornisce carburante a prezzi stracciati all’esercito Usa.
2.Chevron-Texaco: fusione avvenuta nel 2001; ex datore di lavoro di Condoleeza Rice
3.Bp-Amoco: fusione anglo-statunitense avvenuta nel 1998.
4.Shell: anglolandese, non ha “eletto” Bush ma ha comuni mire nell’area mediorientale, oltre a essere già nel mirino degli ambientalisti.
5.Philip Morris (marchio Marlboro): adotta politiche aggressive di penetrazione nel Sud del mondo.
6.Microsoft: evviva Linux.
7.Coca Cola e Pepsi Cola: già oggetto di sparsi boicottaggi per violazione di diritti sindacali (in Colombia) o del diritto all’acqua (in India).
8.Pfizer, Glaxo, Bristol Meyers Squibb: multinazionali farmaceutiche note agli attivisti per la campagna accesso ai farmaci essenziali; portano grandi profitti in casa Usa.
9.Walt Disney non mancano nel bushiness marchi di intrattenimento
10.General Motors e Ford: fabbriche d’auto.
11.McDonald: l’anti icona del movimento non ha dato tantissimo a Bush ma porta pur sempre royalties al sistema americano.
Fonte: www.boycottbush.net

E’ difficile sostituire il made by US multinationals?
Neanche tanto: i prodotti e servizi alternativi esistono ovunque e così si supera l’obiezione classica: il boycott danneggia i lavoratori. Si può fare perfino negli Usa: “Comprate merci locali, di cooperative, al limite di importazione, mettete i soldi in piccole banche cooperative, andate in bici”, propone Idea.

Andare in bici?
Ovunque, il boicottaggio sfocia nella scelta di consumi alternativi e ridimensionati, una svolta necessaria se si vuole un mondo senza guerre per le risorse. Insomma, la disobbedienza economica antiguerra come sganciamento dal consumismo e del petrolio. Primo target, i trasporti. Ed ecco moltiplicarsi in Italia le biciclettate contro la guerra (a Treviso, Reggio Emilia, Prato, Verona, Lodi) organizzate dai Gruppi di azione nonviolenta. E c’è la proposta –avanzata da ecopacifisti piemontesi – delle giornate di risparmio energetico per la pace.

LILLIPUT
A cura di Massimiliano Pilati
Quando fai benzina finanzi la guerra

Sempre più prendiamo consapevolezza della responsabilità collegata ad ogni acquisto. Il comperare è la forma di consenso a un prodotto del mercato e l’approvazione e l’incoraggiamento a tutta la filiera di produzione da cui deriva. Ogni acquisto ci fa diventare consenzienti di tutte le vicende che hanno dato origine al prodotto che noi scegliamo.
In questo momento, in cui la guerra viene proposta come strumento di sicurezza e ordine nel mondo, chi è convinto che invece essa provochi solo sofferenza e distruzione si interroga su quali imprese economiche siano coinvolte nell’affare guerra. Dire no alla guerra non è sufficiente. E’ il momento di affiancare ai gesti simbolici azioni nonviolente dirette a incidere sugli equilibri di mercato. L’azione sarà tanto più efficace se sarà collettiva e orientata verso un prodotto strategicamente importante come il petrolio.
Bush ha deciso di attaccare l’Iraq soprattutto per garantirsi il controllo delle più grandi riserve di petrolio al mondo dopo quelle dell’Arabia Saudita. Ebbene, a fornire il carburante all’esercito americano sarà la Exxon, la più grande multinazionale petrolifera del mondo, che in Europa è proprietaria del marchio Esso.
Secondo quanto riportato alla fine di settembre dall’agenzia di stampa Defense Logistic, la Exxon ha vinto l’appalto di 48 milioni di dollari per la fornitura di benzina, gasolio ed oli lubrificanti per l’esercito, la marina, l’aviazione, la Nato e le altre agenzie afferenti al Dipartimento della Difesa. La fornitura comprende anche l’approvvigionamento alle basi italiane continentali (Vicenza, Camp Derby, Napoli ecc) ed insulari (Sicilia, La Maddalena ecc). Questa cifra è un’inezia per una compagnia con introiti di decine di miliardi di dollari annui, ma assume un aspetto interessante se si considera che la Exxon, per la sua posizione di maggiore compagnia petrolifera, per di più statunitense e con un grande “ascendente” su Bush, sarà la compagnia che più di altre trarrà profitti dalla conquista dell’Iraq e dei suoi campi di estrazione, il 25% dei quali era già di sua proprietà prima del conflitto del 1991.
La Exxon è già al centro di una campagna di boicottaggio internazionale che coinvolge Gran Bretagna, USA, Francia, Austria, Germania e Australia. Oggi persino la Deutsche Bank giudica a rischio investire nella multinazionale petrolifera.
Nel 2000 la Exxon, in occasione delle elezioni presidenziali statunitensi, ha contribuito alla campagna elettorale del partito repubblicano con oltre un milione di dollari. Sin dal suo insediamento, è apparso chiaro che il nuovo Governo statunitense era guidato da una potente lobby legata all’industria petrolifera. Infatti tra le prime decisioni di Bush, così come esplicitamente richiesto dalla Exxon, ci sono state il rifiuto di ratificare il Protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici, l’avvio all’estrazione petrolifera anche in aree protette e la rimozione del presidente dell’IPCC (International Panel on Climate Change) che sin dal 1995 aveva indicato nell’uso di combustibili fossili la principale causa dei cambiamenti climatici.
Per tutti questi motivi proponiamo di togliere il nostro consenso a chi fornisce energia alla guerra: così daremo un segnale del reale potere che è in mano ai consumatori.
Greenpeace, I Bilanci di Giustizia, Il Centro Nuovo Modello di Sviluppo, l’associazione Botteghe del Mondo e la Rete di Lilliput propongono di non rifornirsi più alla Esso.
Questa azione responsabile e nonviolenta è uno strumento per esprimere efficacemente dal basso la volontà della stragrande maggioranza della popolazione.

FAI UN GESTO CONCRETO CONTRO LA GUERRA
NON FINANZIARE CHI LE DA ENERGIA
DIMINUISCI I TUOI CONSUMI DI CARBURANTE
NON FERMARTI PIU’ ALLE STAZIONI DI SERVIZIO ESSO

www.stopessowar.org
per informazioni: 06 5729991

ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Riconvertire i beni dei mafiosi in terra e lavoro per tutti

Il Gruppo Abele e l’associazione Libera furono i promotori, nel 1996, di una iniziativa di legge popolare che si concluse con la promulgazione nello stesso anno, da parte del nostro Parlamento, della legge 109 sulla restituzione alla collettività, per un uso sociale, dei patrimoni confiscati alle mafie.
Nel corso di questi anni oltre 4.500 beni sono stati confiscati dallo Stato: il 50% in Sicilia, il 15% in Calabria e altrettanti in Campania. Tra di essi troviamo una discreta varietà edilizia: 17 alberghi, 230 ville, 1.600 appartamenti e 1.000 terreni, ma anche 3 fabbricati scolastici e 6 impianti sportivi, segno che tra i mafiosi si fa strada il bisogno di diversificare gli investimenti. Di queste confische più di mille, per un valore complessivo che supera i 450 milioni di euro, sono state destinate a scopi sociali.
A Castelvetrano (TP) i 46 ettari di uliveti del capomafia Bernardo Provenzano sono stati affidati ad una comunità di recupero di tossicodipendenti che produce l’olio extravergine “Libera” (venduto anche da alcune botteghe equo-solidali); stessa sorte è avvenuta per i 30 ettari appartenuti a Matteo Messina Denaro, uno dei più pericolosi latitanti di Cosa Nostra, ora affidati alle cure della Casa dei Giovani di padre Salvatore Lo Bue. A San Giuseppe Jato, feudo della famiglia Brusca, la casa dove venne tenuto prigioniero e poi barbaramente ucciso il piccolo Giuseppe Di Matteo è stata scelta per dar vita ad un giardino della memoria antimafia; a Casal di Principe infine una ludoteca è nata in un condominio confiscato al boss locale.
Libera è l’ente che più ha cercato di coniugare il recupero dei beni con scelte di valore simbolico e la necessità di creare opportunità di lavoro che, in ambienti dove la disoccupazione crea l’humus per il proliferare della malavita organizzata, riescano a sostenersi autonomamente dopo un aiuto iniziale.
Banca Etica ha finanziato alcune attività di recupero di questi appezzamenti, attività spesso contrastate dalla parte di popolazione ancora legata al boss finito in carcere. Uno degli ultimi finanziamenti ha riguardato “Lavoro e non solo”, cooperativa sociale di tipo B con sede a Palermo che gestisce, su incarico del Comune di Corleone, 27 ettari di terreno confiscati a Totò Riina, con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo economico e sviluppare percorsi di inclusione sociale.
Tramite il progetto “Liberaci dalle spine” la cooperativa ha creato e gestisce una azienda agricola, unendo la genuinità e qualità dei prodotti (coltivazione biologica e naturale) al valore sociale (utilizzo di beni confiscati e inserimento lavorativo di soggetti con disagio psichico). Nella splendida villa che Riina aveva appena finito di farsi costruire è stato inoltre insediato l’Istituto Professionale di Stato per l’Agricoltura.
In luglio la prima raccolta di frumento è stata eccezionale: 2 mila quintali di grano, che dopo una lavorazione artigianale in un pastificio di Corleone hanno prodotto circa mille quintali di fusilli, spaghetti e rigatoni, venduti tra gli altri dalla Coop in 50 ipermercati, tanto da convincere il regista torinese Armando Ceste (Abdellah e i suoi fratelli) a ricavare un film-documentario dalla sua visita ai luoghi liberati in Calabria, Sicilia, Campania. “Libera Terra” è stato presentato nell’ottobre scorso al Torino Film Festival.
Le iniziative di Libera hanno contribuito a creare un modello-pilota esportabile in varie situazioni. Ultimamente alcuni paesi tra i più esposti alle organizzazioni mafiose come Monreale, San Giuseppe Jato, Piana degli Albanesi e Corleone hanno creato un consorzio con l’obiettivo di dare impulso a cinque progetti infrastrutturali, da realizzare in collaborazione con l’associazione di Don Ciotti. Nasceranno quindi a breve in quei comuni due aziende agrituristiche, un centro ippico polivalente, una cantina vinicola ed un laboratorio di piante officinali.
Suona quindi come una beffa il fatto che dal 2002 Libera non è più tra le associazioni riconosciute dal Ministero dell’Istruzione per i corsi di educazione nelle scuole, su segnalazione del ministro Moratti.

ALTERNATIVE
A cura di Gianni Scotto
Venti di guerra e soffi di speranza

Solo all’inizio dell’anno la guerra annunciata contro l’Irak sembrava già decisa e praticamente inevitabile. Nelle prime settimane di febbraio il vento sembra essere girato, e gli oppositori all’avventura bellica paiono avere qualche speranza in più.
Scrivo queste note il 16 febbraio. È impressionante solo elencare gli episodi senza precedenti degli ultimi giorni.
Due settimane fa la dichiarazione di otto capi di stato o di governo europei in appoggio all’amministrazione Bush (pubblicata sui giornali di diversi paesi, tra cui in Italia il quotidiano di famiglia del Presidente del Consiglio) aveva indicato una divisione profonda nel vecchio continente.
La scorsa settimana si è avuta la più grave frattura interna nella storia della NATO. Francia, Germania e Belgio hanno posto il veto alla richiesta di fornire appoggio militare alla Turchia in vista dell’invasione all’Irak. Se i governi avessero acconsentito, la NATO sarebbe diventata di fatto un’alleanza offensiva, del tutto prona ai voleri della potenza egemone.
Il 14 febbraio, in una seduta del Consiglio di Sicurezza, gli Stati Uniti si sono ritrovati praticamente isolati insieme alla Gran Bretagna. Hans Blix, il capo degli ispettori, ha usato un linguaggio senza perifrasi: anche se i problemi sono lungi dall’essere tutti risolti, l’Irak si mostra più cooperativo e la situazione lascia ben sperare. Nei confronti degli Stati Uniti la sua critica è stata aspra: le informazioni dei sistemi di spionaggio USA, che il Segretario di Stato Powell aveva presentato pochi giorni prima in Consiglio di Sicurezza, non provano alcunché.
Nella stessa seduta, il ministro degli esteri francese Villepin ha sottolineato che la guerra può essere considerata solo una extrema ratio, e ha affermato con orgoglio che la Francia è una paese antico, con una memoria viva delle distruzioni belliche. Una chiara risposta agli sprezzanti commenti del ministro della difesa USA Rumsfeld, che aveva bollato Francia e Germania come la “vecchia Europa”. Alla fine del discorso, nella sala del consiglio la tensione si è sciolta in un applauso del tutto irrituale. Gli Stati Uniti apertamente isolati nel massimo organo delle Nazioni Unite: gli ambienti diplomatici del “palazzo di vetro” hanno commentato che una scena del genere non si era mai vista.
In questo scenario ha avuto luogo la mobilitazione planetaria del 15 febbraio, con manifestazioni di dimensioni senza precedenti in diverse capitali europee, tra cui Londra, Berlino e Roma. Ora la posizione dei governi che si sono opposti alla guerra in Irak è assai meno precaria: non hanno più spazio i giochi di prestigio come il comunicato degli otto capi di governo della “nuova Europa”. E forse le manifestazioni cancellano la possibilità di un compromesso dell’ultima ora con il governo statunitense.
Con tutta probabilità la guerra in Irak avrà luogo. La nostra speranza è che ciò avvenga violando apertamente il diritto internazionale; peggio sarebbe se le Nazioni Unite avallassero l’attacco che contraddice i principi del loro stesso patto fondativo. Tutto però lascia supporre che gli Stati Uniti non recederanno dal loro proposito: troppo alto sarebbe il prezzo politico di una marcia indietro. Conviene quindi già fare i conti con la guerra e il dopoguerra iracheno.
La guerra sostituirà il vecchio sopruso (la dittatura sanguinaria di Hussein e le devastanti sanzioni internazionali) con uno nuovo (l’occupazione militare USA). È ovvio che non vogliamo difendere il crimine vecchio, né rassegnarci al crimine nuovo. Oggi è importante sostenere una presenza di diplomazia popolare in Irak, mobilitarsi contro la guerra (e contro le sanzioni!), e tessere fin d’ora i fili della continuità tra l’opposizione al vecchio e al nuovo sopruso.
Dal punto di vista dei nonviolenti, è fondamentale trovare uno spazio e una voce in questo nuovo movimento globale per la pace improvvisamente salito alla ribalta. È un grande segnale di speranza il fatto che il movimento ha una spiccata caratteristica paneuropea, e che una sua componente fondamentale sono migliaia di persone che per la prima volta si avvicinano al tema della pace. Senz’altro nel prossimo futuro ci sarà fame di nuove e diverse informazioni, di organizzazione, di formazione. Questo è tanto più vero quanto più appaiono peregrine opinioni e parole d’ordine di militari e governanti. Basta leggere i giornali per comprendere quanto sia incerto il futuro del sistema internazionale e dei valori fondativi della convivenza tra i popoli.
All’incertezza sul domani dobbiamo rispondere con l’adesione ai valori della nonviolenza, con la creatività delle risposte all’ingiustizia e al dominio. I guerrafondai diffondono la paura: i costruttori di pace dovranno offrirne gli antidoti, la serenità e la saldezza di continuare in ciò che è giusto.

MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Se possiamo cantare insieme, possiamo anche vivere insieme!

Musicians without Borders (MwB) é un’associazione nata in Olanda nel 1999, durante la guerra nel Kosovo. “Mentre la Serbia venivabombardata – ci dice Laura Hassler, direttore dell’organizzazione – un gruppo di musicisti della cittá di Alkmaar decise di presentare, in occasione del tradizionale concerto in memoria delle vittime della seconda guerra mondiale (la sera del 4 maggio, N.d.R) un programma di musiche provenienti dalla ex-Jugoslavia; volevamo esprimere la nostra preoccupazione e indignazione per la guerra ritornata in Europa. Una trentina di cantanti di diversa provenienza (olandesi, curdi, turchi)
insieme ad una piccola orchestra si esibí di fronte a un pubblico commosso fino alle lacrime. Uno degli artisti turchi disse allora che bisognava mettere quel concerto su un treno e mandarlo in Kossovo. Abbiamo cominciato semplicemente cosí nel maggio 1999, col pensiero di dover fare qualcosa contro quella guerra”.
I primi passi
Nel giro di pochissimo tempo altri musicisti aderiscono al progetto, appoggiato anche dall’IFOR (International Fellowship of Reconciliation) che offre supporto tecnico e amministrativo : viene raccolta una consistente somma di denaro ma l’idea iniziale di partire immediatamente per il Kossovo risulta irrealizzabile “Allora abbiamo deciso di lavorare qui in Olanda, nei campi accoglienza per rifugiati kossovari; abbiamo fatto musica con i bambini e raccolto strumenti musicali per gli artisti che avevano perduto i propri nella fuga. La gente nei campi piangeva, riconoscendo la propria musica, commossa dal fatto che persone straniere la trovassero bella: un riconoscimento delle cose buone che essi avevano da offrire, al di lá dell’attuale condizione di miseria in cui versavano.”
Nel novembre 1999 un gruppo di 25 musicisti venne invitato a partecipare all’inaugurazione di un centro per l’infanzia a Sarajevo. In quell’occasione si visitó anche un campo di rifugiati.
”La gente stava lá seduta in mezzo al fango, sotto le tende. É stato bello vedere i loro volti illuminarsi”.
Nell’estate 2000, in collaborazione con artisti locali, viene organizzata una tourné che tocca la Macedonia, il Kossovo, la Bosnia e la Croazia: otto intensi giorni di laboratori di musica e danza, animati da 15 persone. “Tutta i brani suonati erano balcanici, ma di diversa provenienza etnica : in questo modo abbiamo agito da catalizzatori. A Skopje, capitale della Macedonia, gruppi Albanesi, Macedoni, Turchi e Rom fecero musica insieme dando vita infine ad un grande concerto. ‘Se possiamo cantare insieme, allora possiamo anche vivere insieme’ cantó un gruppo di bambini ROM.” Da allora questo slogan é diventato la bandiera dell’associazione.
Canzoni per Srebrenica
Questo primo viaggio in Bosnia e il contatto con i musicisti locali ispirano a Laura il successivo progetto, riguardante la tragedia di Srebrenica: nel 1995, la sicurezza di questa enclave musulmana, situata all’interno della Bosnia serba, doveva essere garantita da truppe olandesi affiliate alla NATO. In realtá queste si trovarono impotenti e impreparate ad assistere a una spaventosa carneficina attuata dalle truppe serbo-bosniache di Mladic: 12mila uomini furono fatti prigionieri e separati dalle donne e dai bambini, che vennero allontanati dalla cittá insieme ai militari olandesi. In pochi giorni si stima che furono uccisi a sangue freddo circa 7mila uomini, i corpi gettati in fosse comuni.
MwB prepara un programma di canzoni bosniache e poesie del popolare poeta locale Mehemed Aljia Dizdar. La musica viene arrangiata per l’ensemble vocale femminile Vrouwvolk, che nella primavera 2001 si esibisce con successo in diverse localitá olandesi, prima di trasferirsi in tourné in Bosnia; qui, nel teatro della cittá di Tuzla, le donne di Srebrenica, provenienti dai campi rifugiati, possono assistere al concerto di solidarietá con il loro dolore, offerto da altre donne provenienti dalla nazione che non aveva saputo salvare le vite dei loro cari.
Laura Hassler non escludeva un’accoglienza risentita o quanto meno perplessa da parte delle donne di Srebrenica. “Ma noi siamo andate lá soprattutto come donne che sentivano qualcosa per altre donne, per far vedere che non erano state dimenticate. L’Olanda ha finanziato costose ricerche per la ricerca della veritá nell’affare Srebrenica (riguardo eventuali errori o mancanze da parte dei soldati olandesi, N.d.R.), ma non ha ha investito sul futuro dei sopravvissuti; gran parte di loro non ha elaborato il lutto, non ha prospettive di lavoro”.
”Anche la rappresentazione in Olanda ha avuto un suo scopo, per il modo con cui questo paese é stato coinvolto nella vicenda. Nelle inchieste governative, pur necessarie, tutto passa per vie razionali: noi volevamo invece spiegare il meno possibile e far emergere le emozioni”.
Macedonia e Kossovo
Le iniziative si sono poi susseguite rapidamente: le visite in Bosnia, Macedonia e Kossovo diventano sempre piú professionali e coinvolgono un maggior numero di locali musicisti, operatori socio/culturali e associazioni locali e internazionali. Viene organizzata una tourné in Olanda per due cantanti di etnia albanese e macedone, che include i maggiori festival di musica etnica (maggio-giugno 2001); in collaborazione con l’organizzazione Civil di Skopje si dá vita al Peace Unlimited Festival, durante il quale musicisti di differenti etnie si esibiscono insieme in diverse cittá macedoni (settembre 2001)
Nel maggio 2002 parte il progetto Canzoni per Srebrenica
II. L’ensemble vocale femminile Vrouwvolk ritorna in Bosnia con un repertorio arricchito da canzoni africane e sudamericane, per sottolineare il messaggio musicale di diversitá culturale; si intensificano le collaborazioni con musicisti e con scuole locali.
Programmi futuri
Attualmente il progetto principale é la realizzazione della “scuola musicale itinerante” per la zona di Srebrenica : un bus pieno di strumenti per poter fare musicoterapia con e per i bambini di Srebrenica e con i sopravvissuti che vivono ancora in campi di rifugiati. Il progetto é realizzato in collaborazione con l’organizzazione Nederlands- Srebrenica e dará lavoro a personale locale.
Proseguono gli scambi di visite tra artisti: una tourné di musicisti macedoni e bosniaci é prevista in Olanda per marzo, mentre il progetto “Un cerchio di amici” porterá alla formazione di giovani ballerini nella zona di Tinja, specializzati in danze popolari per animazione all’interno dei campi profughi.
Nel futuro il progetto piú ambizioso é “Singing the bridge”, una doppia conferenza internazionale su musica e riconciliazione, da organizzarsi nell’autunno 2003 in Bosnia e nella successiva primavera in Olanda: questo evento prevede la partecipazione di numerosi musicisti ed esperti in processi di pace. Lo scopo é duplice: indagare le condizioni necessarie affinché la musica diventi un efficace strumento di riconciliazione in situazioni di violenza etnica, guerra o post-guerra (conferenza in Bosnia); individuare le strategie che permettano alla musica (“world music” ma non solo) di diventare un mezzo di integrazione sociale nelle nostre societá occidentali, multiculturali ma ancora lontane da una piena interculturalitá (conferenza in Olanda).
Al di fuori dei Balcani MwB ha collaborato con Warchild per la formazione di una banda all interno di una prigione giovanile in Sudan, inviando strumenti musicali: ci sono anche contatti con organizzazioni di riconciliazione di Cipro, Isreale e Palestina.
Le persone di MWB
MwB Olanda conta su uno staff di 4 impiegati piú una ventina di volontari: a questi bisogna aggiungere circa 50 musicisti che collaborano regolarmente, ma con tempi e modi differenti, alla realizzazione delle iniziative. Lo staff in Bosnia conta su 3 persone con molti contatti locali.
La particolaritá di MwB é appunto il lavorare in rete e la creazione di contatti; la struttura di base é leggera, l’utilizzo dei volontari é fatto in modo flessibile, si offre supporto alle iniziative anche individuali volte alla raccolta dei fondi, si stimola la creativitá e l’autonomia delle persone coinvolte, in modo da sviluppare al massimo
le potenzialitá di ognuno all’interno dei singoli progetti.
MwB non ha al momento contatti in Italia, anche se Laura Hassler é a conoscenza di iniziative di musicisti italiani impegnati per la pace, ad esempio in Irak, a sostegno della popolazione. “Il nostro obiettivo é quello di espandere la rete di MwB a livello mondiale, un pó come sono riusciti a fare, nei loro rispettivi campi di azione, Medici senza Frontiere o Amnesty International.”
”Dire che la musica é un linguaggio internazionale é banale” conclude Laura “ma questo cliché nasconde una profonda veritá: ogni musicista percepisce sé stesso, prima di ogni altra connotazione nazionale, etnica, sociale, culturale o religiosa, come un musicista. Per questo motivo puó, piú facilmente di altri, guardare al di lá delle frontiere fisiche ma anche culturali, capire al volo cosa unisce la gente: e puó anche insegnare ad altri, penso soprattutto ai giovani, a vedere le
persone nella loro umanitá. Credo inoltre che la musica possa aiutare nella rielaborazione dei traumi, personali ma anche collettivi: sono i traumi non elaborati a causare l’infinita catena di violenze etniche e religiose a cui assistiamo in questi tempi.”
Per contatti con MwB
Musicians without Borders
Spoorstraat 38
1815 BK Alkmaar
www.musicianswithoutborders.nl
info@musicianswithoutborders.nl
Contatti in italiano Maria Lissoni ( maria@picaflor.xs4all.nl )

Maria Lissoni
E-mail: maria @ picaflor.xs4all.nl

Vila Esperança Project
http://www.xs4all.nl/~picaflor

CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
Essere e avere (etre et avoir)

di Nicolas Philibert
Francia 2002 – Documentario

Francia, Saint-Etienne sur Usson, un piccolo paese montano di 232 persone, nella regione dell’Alvernia, nel cuore del Massiccio Centrale. Una piccola comunità che vive di agricoltura e di allevamento: una quotidianità fatta di duro lavoro e semplicità.
Una lavagna, dei pennarelli, seggioline e banchi di scuola, alcuni più alti, altri più bassi. Libri, matite, armadietti,cartine… Una tartaruga si muove con disarmante lentezza nell’unica aula, ancora vuota, dell’unica scuola. Vuota ancora per poco, perché presto, accolti dal maestro Georges Lopez vedremo arrivare Alizè, Axel, Guillame, Jessie, Jojo, Johann, Jonathan, Julien, Laura, Létitia, Marie-Elisabeth, Nathalie e Olivier. E in loro compagnia, nella loro classe, trascorreremo un anno ricco di bellezza e di meraviglia, mentre fuori dalla finestra il mite autunno lascerà il posto ai rigori dell’inverno, e tra i profumi della primavera esploderà l’estate con i suoi campi di grano.
Presentato fuori concorso all’ultimo Cannes, “Essere e avere” ha conquistato in Francia più di due milioni di spettatori: è la prima volta che un documentario europeo gode di un successo di pubblico tanto inatteso quanto travolgente. Secondo documentario della stagione, dopo l’americano “Bowling a Colombine” di Michael Moore, a venire distribuito nei cinema come un film, questo piccolo capolavoro ha inoltre avuto la fortuna di essere distribuito in Italia in lingua originale con i sottotitoli: il doppiaggio lo avrebbe privato di parte della sua magia e dei suoi colori.
Con “Essere e avere” Philibert ci regala un lavoro delicato e potente, una poesia con la magia della fiaba, affresco di una realtà ancora esistente in Francia, quella delle scuole con classi uniche in cui, soprattutto in piccole cittadine e villaggi, vengono raggruppati bambini di età diverse, nel nostro caso dell’asilo e delle elementari. L’autenticità che “Essere e avere” ci restituisce non è quella “costruita” del cinema, ma quella “immediata” della realtà; i protagonisti non sono attori, sono se stessi. E l’occhio discreto e delicato della telecamera di Philibert ci accompagna alla scoperta della fatica di crescere, dell’amore per la conoscenza, della fatica del lavoro, manuale e intellettuale, della sorpresa per le proprie potenzialità e i propri limiti…
Dopo aver visitato più di 200 scuole, la scelta di Philibert è caduta sulla classe del maestro Lopez, sia perché rispondeva ad una serie di criteri relativi al numero di allievi e alla composizione della classe, sia perché il regista è stato immediatamente catturato dalla personalità di questo maestro. Pur senza volerne fare un modello, Philibert dice di lui : «Malgrado lo stile un po’ tradizionale (…) ho rapidamente percepito in lui una profonda attenzione, una grande capacità di ascolto, e ho capito che si sarebbe rapidamente imposto come un personaggio forte, capace di trasmettere una bella immagine del proprio lavoro», e riferendosi al film aggiunge: «Ho voluto centrarlo sul rapporto tra quel maestro e i suoi allievi, mostrare in che modo l’insegnante li aiutava a superare le difficoltà, ad acquisire fiducia in se stessi, a rispettarsi reciprocamente, a rispettare se stessi…». Il maestro non propone tecniche particolari d’insegnamento, non si fa paladino del passato o di qualche teoria pedagogica alla moda: la forza e il carisma della sua figura, che va al di là degli stessi metodi che gli vediamo impiegare, sta nell’essere sempre lì accanto ai suoi alunni, in una relazione che è sempre educativa, che è sempre di disponibilità; un maestro a cui stanno a cuore non solo le giovani menti dei suoi alunni, ma quei piccoli uomini e donne in tutta la loro pienezza di “persone”; tutto è occasione di conoscenza e di crescita: la coniugazione dei verbi e la tabellina del cinque, la fatica di rispettare un impegno preso e la difficoltà di comunicazione, la paura del passaggio alla scuola media e la voglia di mettersi alla prova, l’importanza di essere d’esempio verso i più piccoli e il dispiacere del distacco dal maestro, rompere le uova per fare una torta e accettare la malattia di un genitore, smascherare la propria rabbia verso un compagno e scoprire la voglia di riappacificarsi…
“Etre et avoir”, ovvero un viaggio dall’”Essere e avere” come buffa e faticosa filastrocca che si impara a scuola, all’“Essere e avere” della maturità, della crescita, attraverso la conoscenza di sé, degli altri, del mondo, e la formazione della propria coscienza e della propria personalità. Un viaggio lento, di una lentezza disarmante, come quella della tartaruga dell’immagine iniziale: educazione è lentezza, pazienza, e lenta e paziente acquisizione di consapevolezza e assunzione di responsabilità… “per chi insegna” e “per chi impara”, o meglio, “quando” si insegna e “quando” si impara.

STORIA
A cura di Sergio Albesano
Tanti obiettori in esubero per una Legge da riformare

Il 13 dicembre 1994 Alessandro Azzoni presentò all’Ufficio di reclutamento del distretto militare di Milano la domanda di obiezione di coscienza, ma durante il periodo di attesa dell’accettazione maturò la volontà di rifiutare anche il servizio di leva alternativo, considerando lo stesso come legittimazione di un obbligo a cui non voleva sottostare (1) e pertanto si negò al comune di Tezze sul Brenta (VI), al quale era stato assegnato come obiettore nel mese di giugno 1996 (2).
Il 7 febbraio 1995 l’A.O.N. e l’Associazione per la pace presentarono il libro “Ministero del falco – libro bianco sull’obiezione di coscienza”, nel quale era ana­lizzata, tramite un’indagine condotta su un campione di enti convenzionati, la gestione del servizio ci­vile attuata dal Ministero della difesa. Il quadro che ne usciva era desolante. Risultava che in media un ente atten­deva fino a due anni per ottenere la convenzione con il mi­nistero; era stato intensificato l’obbligo di garantire il vitto e l’alloggio anche per gli obiettori residenti, con rimborsi irrisori (£ 5.106 giornaliere per il vitto e £ 922 per l’alloggio), che oltre tutto venivano versati con ri­tardi che andavano dai quattro ai dieci mesi; le precetta­zioni d’autorità raggiungevano la media del 60%, anche se molti enti vivevano situazioni ancora più disastrose, come il Servizio Civile Internazionale (90%), la Soprintendenza archeologica di Ostia (90%) e la Federsolidarietà (75%). Inoltre la Lega Anti Vivisezione (L.A.V.) ormai da anni chiedeva la convenzione senza ancora averla ottenuta, mentre Amnesty International aveva dovuto rinunciare agli obiettori a causa delle troppe vessazioni subite dal ministero. Te­nendo conto che le domande di obiezione erano in costante aumento, si rischiava di arrivare al punto in cui i giovani non avrebbero più trovato un posto per svolgere il servizio civile.
Il 15 dello stesso mese iniziò in aula al Senato il dibattito sulla riforma della legge n° 772 e si arrivò all’approvazione dell’art. 5 senza sostanziali modifiche. Fu però approvato anche un emendamento proposto dal sen. Ceccato della Lega Nord, che prevedeva l’avvio obbligatorio al servizio civile per tutti coloro che fossero in esubero dal contingente di chiamati alla leva militare. Inoltre l’art 2, alla lettera c), stabiliva l’esclusione dal ricono­scimento dell’obiezione per chi aveva riportato una con­danna, con sentenza di primo grado, per detenzione, uso, porto di materiali e armi esplodenti o per un delitto col­poso, commesso mediante violenza contro persone o per l’appartenenza a gruppi eversivi o di criminalità organiz­zata. “Il far dipendere la perdita di un diritto da una con­danna, non definitiva, di primo grado è veramente grave ol­tre che illegittimo; non esiste altro caso nella legisla­zione italiana. (…) Potrebbe benissimo essere previsto, per legge, il rinvio della decisione sull’accoglimento della domanda di obiezione, sino al termine del giudizio penale” (3).
Due giorni dopo in una conferenza stampa il sotto­segretario alla difesa Carlo Maria Santoro espresse la pre­occupazione del governo per il testo in discussione al Se­nato, specialmente per la copertura finanziaria, al momento di settanta miliardi, poiché secondo le sue stime il fabbi­sogno per il primo anno sarebbe stato di duecentocinquantun miliardi di lire e per il secondo di duecentoquarantotto. Inoltre esprimeva preoccupazioni anche per il possibile depaupera­mento delle Forze armate. Il governo presentò quindi una quindicina di emendamenti, considerati migliorativi da Santoro, tra i quali vi erano le richieste di limitare la presentazione della domanda solo al momento precedente la visita di leva, di caricare i costi della formazione degli obiettori completamente sugli enti e di obbligare questi ul­timi a fornire sempre e comunque vitto e alloggio.
Il Ministro della difesa Domenico Corcione nell’audizione del giorno 22 davanti alla commissione Difesa della Camera affermò che in Senato l’andamento della discus­sione sul disegno di legge evidenziava “la tendenza a far divenire l’obiezione di coscienza un valore assoluto, preva­lente anche nei confronti di elementari esigenze organizza­tive”. Ribadì inoltre “la forte preoccupazione della Difesa” non nei confronti dell’obiezione di coscienza in quanto tale, ma per il “tentativo abbastanza esplicito di porla in contrapposizione ideale con il Sacro dovere costituzionale di difendere la Patria”.
La Direzione generale della leva del ministero della difesa l’8 marzo fornì i dati relativi all’obiezione di coscienza nel 1994. Le domande presentate erano state 33.339, con un incremento del 15% rispetto all’anno prece­dente, quando erano state 28.910. L’incremento maggiore si era registrato nella regione militare meridionale, dove si era passati dalle 2.945 domande del 1993 alle 3.688 dell’anno seguente, con una maggiorazione del 25,22%. La crescita era ovunque in costante aumento.

(6 – continua)

LIBRI
A cura di Sergio Albesano

Wolfgang Sachs, Ambiente e giustizia sociale, Editori Riuniti, Roma 2002, pagg. 247, € 13,00
.
“Un motivo di guerra oggi è il petrolio. Se useremo l’energia alternativa garantiremo la stabilità”. E’ questa un’affermazione di Wolfgang Sachs, uno dei più celebri studiosi di sviluppo e politiche ambientali e direttore dell’istituto tedesco Wuppertal per il clima e l’energia, che in questo libro, dal sottotitolo I limiti della globalizzazione, si occupa di giustizia sociale. Egli continua: “Un buon consiglio agli Stati Uniti per combattere il terrorismo? Investire nelle energie rinnovabili.”
Colpiscono le sue parole, con le quali cerca di spiegare che cosa c’entra la campagna anti-Saddam del presidente statunitense George W. Bush con lo sviluppo sostenibile del pianeta: “Quella contro l’Iraq è una guerra per il petrolio, che però non è infinito. Ci sono pochi giacimenti e tanta richiesta. L’economia fossile, su cui Bush sta orientando la politica estera, è per sua natura vulnerabile. Le energie rinnovabili, al contrario, sono sicure: sole, acqua, vento sono ovunque. Il loro processo di distribuzione annulla le distanze tra le fonti e i consumatori e questo garantisce stabilità.”
Sachs afferma nel libro che la globalizzazione frena lo sviluppo sostenibile. Kofi Annan ha invece reso noto nei primi giorni del 2003 dati da cui risulta che, nel nostro pianeta scosso da conflitti spesso legati a forti differenze tra Paesi ricchi e poveri, chi si è aperto ai mercati, come ad esempio l’Asia orientale, ha ridotto del 14% il numero della popolazione sotto la soglia d’un dollaro al giorno. “Sviluppo è un concetto diverso da sviluppo sostenibile”, ribatte Sachs. “Non credo che il miglioramento registrato nei Paesi asiatici tipo Taiwan, Malesia, Corea del Sud e soprattutto Cina sia attribuibile agli effetti della globalizzazione intesa come politica neoliberale. Quelle economie, indubbiamente di successo, non si sono affatto aperte ciecamente al mercato, secondo il modello immaginato dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (W.T.O.). Lo Stato ha mantenuto peso e competenza promuovendo una politica industriale. Altrove, in Africa subsahariana e in Sudamerica, la situazione resta grave.”
L’economista peruviano Hernando de Soto sostiene che l’arretratezza del terzo mondo dipende anche dall’assistenzialismo occidentale. Sachs ribatte: “Pur essendo un critico dell’assistenzialismo, non credo che negli ultimi dieci anni quello occidentale nei Paesi poveri sia stato così significativo da determinare una cultura di dipendenza. Sono invece d’accordo con de Soto quando sostiene che in tante zone del terzo mondo lo sviluppo è frenato dalla burocrazia e da sistemi di controllo mafiosi.”
Il neopresidente brasiliano Inacio Lula da Silva, che ha riconosciuto la proprietà della casa agli abitanti delle baraccopoli, potrebbe rappresentare l’inizio di un dialogo tra istituzioni e istanze sollevate dal basso, tra Forum economico mondiale di Davos e Forum sociale di Porto Alegre. “Un’ipotesi interessante”, prosegue Sachs. “Il panorama mondiale è cambiato, l’antagonismo tra Davos e Porto Alegre si è attenuato. I missionari della globalizzazione sono più cauti e paiono disponibili al dialogo, mentre il popolo di Porto Alegre ha mutato l’atteggiamento radicalmente no global in uno più possibilista, new global. Insomma, un terreno su cui discutere s’intravede.”
Il libro avanza il sospetto che il modello di sviluppo occidentale sia in disaccordo con la richiesta di giustizia per i popoli del mondo. Il modello occidentale significa però anche democrazia e diritti. E’ dunque possibile una mediazione tra sviluppo economico e giustizia? Conclude Sachs: “Non vedo legami diretti tra globalizzazione e democrazia. Il Paese più globalizzato del mondo è la Cina, dove libertà e tutela dei diritti non sono affatto garantiti.”

La “prevenzione” è la miglior cura!

Stamani ho picchiato i miei bambini prima di mandarli a scuola. Non che vadano male, ma non si sa mai. Non posso mica aspettare il responso delle pagelle io. E poi non riconosco i loro insegnanti in quanto tali, figuratevi il Ministero dell’Istruzione o, peggio ancora, l’UNESCO.

In mattinata ho mandato alla malora il giornalaio: é da due anni che mi vende brutte notizie e prima o dopo deve cambiare registro. Un giorno gli brucerò il baracchino se non la smette: uomo avvisato… Verso mezzogiorno ho litigato con il mio macellaio primanc’ora d’ordinargli la carne. Non se l’aspettava affatto; un domani la mucca pazza arriverà anche qui ed ho avuto più di una ragione per conciarlo per le feste.

Nel primo pomeriggio ho chiesto ad un ufficiale di polizia di arrestare tutti i bambini di strada che vagabondando per la città di Nyahururu. Ed avevo ragione. Statistiche alla mano, signori. Lo sanno tutti che vivono di espedienti; prima o poi diventeranno delinquenti. Meglio sradicare la malapianta da subito.

Avrei voluto far arrestare anche tutti gli extracomunitari: ubriaconi e prostitute che non sono altro! Guardandomi attorno, mi son sembrati un po’ troppi; sarà per un’altra volta. Comunque maledetti!

Collaboro per un progetto di riforestazione. In serata, quando i lavoratori hanno lasciato i vivai, sono entrato furtivamente ed ho sradicato tutte le piantine: una ad una. Altro che sradicare la povertà; te la do io sulla testa. A che serve aspettare che le piante crescano se poi un domani devono essere tagliate. Meglio farlo subito e non ci si pensa più. E’ stata una cosa breve, una guerra lampo, come promesso. Poi le piante crescono velocemente qui all’equatore e magari i lor signori lavoratori riescono a ricavarci qualcosa per poi farsi la casa in pietra e mandare i figli a scuola. E cos’altro poi? Vogliono per caso intaccare il mio livello di vita? Meglio prevenire da subito.

E’ quasi notte ed ho una voglia matta di buttar giù la baracca in legno del mio vicino. Che ne dite? Magari non è dentro e vi sono solo i bambini con la nonna che stan già dormendo; ma chi se ne frega? Lui un tempo produceva carbone illegalmente tagliando le foreste e questo mi basta per farmi giustizia da solo. Il fumo del carbone poi arrivava fino alla mia finestra toccando l’aria che respiravo e quindi gli “interessi vitali” del sottoscritto. Che s’è fatto da solo. Ma non ho tempo ora, mi devo togliere tutti i denti sani prima che si carino.

E cosa dovrei fare con mia moglie che oggi è salita sul Monte Kenya per impiantarvi la bandiera della pace assieme ad alcuni iracheni ed americani? Nulla di più dannoso di un insano miscuglio di razze.

Ma cosa crede che una bandiera di pace strattonata dal vento dei 5.000 metri tra i ghiacciai perenni possano fermare il rombo dei motori dei caccia? Ma, dico io, chi se ne frega di uno straccio colorato che grida disperata pace legato su una lancia Masaai. Ora gli toccherà vedere tutte le albe dal Kilimangiaro fino ai tramonti sulle terre Samburu, ove pastori ancestrali pascolano oggi come facevano due millenni fa. Secondo voi, quanto può interessare al Pentagono che lassù, nel Monte considerato sacro dai Kikuyu perché abitato da Dio, è stata recitata stamani una preghiera per la Pace in Arabo, Kiswahili ed Inglese? Quanto può interessare alla Casa Bianca del dialogo interculturale ed interreligioso, della nonviolenza, della sobrietà come stile di vita e quant’altro?

Nulla! Avete visto? Siete anche voi come me. Proprio a me è toccata una social forum, pacifista, giottina, no global, comunista, terrorista, girotondina, equa e solidale, amica dei talebani che prima o dopo mi porta in casa Bin Laden? Ecco chi lo nasconde! Lo sento, è qui in casa. Non ho le prove, ma c’è. Ma poi io di prove non ne ho proprio bisogno. Che faccio; mi autobombardo?

Fabio Pipinato
il preventivo