Azione nonviolenta – Marzo 2007

Azione nonviolenta marzo 2007

– Vicenza e governo, movimenti e partiti, di Mao Valpiana
– La guerra in Afghanistan e gli errori della politica estera del governo italiano, di Alberto L’Abate
– Fra testimonianza, dialogo e rapporto diretto con i partiti, la nonviolenza è un’aggiunta o una proposta autonoma?, di Paolo Predieri
– La nonviolenza è di sinistra? La sinistra è nonviolenta? Analisi storica di un rapporto conflittuale e non risolto, di Sergio Albesano
– Nonviolenza in carcere. Seminari e giochi di ruolo con detenuti che cambiano. Un’esperienza in Belgio, di Pat Patfoort
– La proposta di Capitini sul Concordato. 1929-1984-2007. Una questione di attualità, di Raffaello Saffioti

Le rubriche:
– Educazione. Se solo fosse così semplice, a cura di Pasquale Pugliese
– Servizio civile. Nella Carta di impegno etico l’identità del servizio civile, a cura di Claudia Pallottino
– Economia. Gli affari sono affari, specialmente in Transinistria, a cura di Paolo Macina
– Giovani. Un libro per spiegare la nonviolenza ai giovani, a cura di Elisabetta Albesano e Agnese Manera
– Per esempio. Morire per i diamanti, rinascere per la pace, a cura di Maria G. Di Rienzo
– Musica. Il varco della storia è solo una canzonetta, a cura di Paolo Predieri
– Libri. La violenza di Calvino, la nonviolenza di Tolstoi, a cura di Sergio Albesano
– Lettere. Pacifisti e militari impegnati per la sicurezza, a cura della redazione

Editoriale
Vicenza e governo, movimento e partiti

Mao Valpiana

A Vicenza il 17 febbraio c’era tantissima gente con la voglia di partecipare e di essere responsabile. Centomila. Una bella prova di forza e di indipendenza politica. Il movimento per la pace ha i suoi obiettivi ben precisi: abolire gli strumenti che rendono possibile la guerra, e indicare alternative pacifiche per la convivenza fra i popoli della terra.
Noi del Movimento Nonviolento eravamo presenti in tanti, mescolati in quella parte del corteo riservata a “famiglie e bambini”. Non si sentivano slogan politici, ma un gran rumore di coperchi di pentole, non c’erano bandiere di partiti, ma palloncini colorati e si palpava quella “tensione e familiarità” tanto cara ad Aldo Capitini, che insieme ad Alex Langer camminavano con noi (ve lo assicuro, c’erano).
A Vicenza ci siamo stati tante volte nel passato, davanti alla Caserma Ederle, anche quando a manifestare si era davvero in “quattro gatti”. Lo diciamo non per rivendicare primogeniture, o per fare i primi della classe, ma per mantenere viva una memoria storica che è necessaria al movimento per la pace, per avere coscienza di sé.
Il movimento per la pace è l’unico vero movimento nazionale, trasversale, che ha attraversato indenne tutte le stagioni politiche, dagli anni sessanta ad oggi. Non c’è partito, non c’è ideologia, non c’è sindacato che possa vantare questa longevità e questa lungimiranza. La sua forza consiste nell’idealità del fine (la pace), nella scelta dei mezzi (pacifici), e nel restare saldamente un movimento, senza mai cedere a tentazioni partitiche.
Pochi giorni dopo la manifestazione, il governo è caduto. Proprio sulla politica estera.
Il governo rinviato alle Camere dopo la crisi ha posto alla maggioranza alcune condizioni obbligate, fra cui la realizzazione della linea TAV e il rispetto degli impegni internazionali presi (Afghanistan e base militare americana). Comprendiamo bene la complessità e la difficoltà della situazione politica italiana, ma sappiamo anche che il nostro giudizio sullo scempio ambientale della linea ad alta velocità e sulla pericolosità della base militare a Vicenza resta invariato. Quindi il nostro posto è con i cittadini che si oppongono e si sono organizzati nei comitati “No Tav” e “No Dal Molin”, ben sapendo che è meglio avere come interlocutore e avversario un governo di centrosinistra piuttosto che un governo di centrodestra (e sapendo, beninteso, che né questo né quello sono il nostro governo…). Quindi dare il voto e il sostegno al governo e opporsi con nettezza e forza alle scelte scellerate che questo stesso governo compie in Val di Susa e a Vicenza, non è schizofrenia, ma semplicemente agire politico consapevole.
Le istituzioni e i partiti facciano la loro parte (ma la facciano con serietà e competenza), i cittadini e i movimenti faranno la propria parte (con altrettanta serietà e competenza).
Ora si deve guardare avanti, al dopo. Che fare? quale strategia per tenere aperto il dialogo con il governo? quali possibilità ci sono per tornare indietro dalle scelte fatte?
Noi siamo convinti che solamente se il movimento ecopacifista farà l’opzione nonviolenta, chiara e consapevole, si riusciranno a raggiungere gli obiettivi. Nessuno ha la bacchetta magica e non ci sono risposte già definite. La strada della nonviolenza è lunga e in salita, e passa necessariamente dalla persuasione di ogni singola coscienza. Il Movimento Nonviolento è povero di mezzi materiali, ma ha una grande ricchezza di persone e di idee. Nei prossimi giorni, nei prossimi mesi, nei prossimi anni saremo ancora dentro al movimento e al fianco della gente di Vicenza e della Val di Susa per liberarci insieme dall’oppressione del militarismo e per salvare l’ambiente dallo sfruttamento selvaggio, per il bene nostro, delle generazioni future e di ogni forma vivente.

La guerra in Afghanistan e gli errori della politica estera del governo italiano

di Alberto L’Abate

La principale giustificazione che si dà della guerra afgana è quella che questa farebbe parte della generale guerra al terrorismo, fenomeno dal quale l’Occidente dovrebbe difendersi, a rischio, altrimenti, di una disfatta sua e del modello di sviluppo che questo ha portato avanti, con i suoi innegabili vantaggi per questi stessi paesi, in particolare per il livello di vita molto elevato di cui godono le sue popolazioni. Una ragione non dichiarata, ma forse pensata, è quella che, secondo alcuni studiosi, in questo stesso paese, in zone recondite protette dai guerriglieri talibani, si troverebbe ancora Bin Laden, considerato l’ispiratore ed il finanziatore dell’attentato alle Torri Gemelle di New York, se, come sembra, egli è sempre vivo ed attivo. Altri studiosi di notevole valore (Chomsky, 2005; Martirani, 2001, 2002; Chossudovsky, 2002) e con elementi non indifferenti a loro sostegno, ritengono invece che le vere ragioni della guerra siano sempre da ricercare, oltre che nella politica di potenza degli USA, anche nel controllo delle fonti energetiche che sono un motore fondamentale dell’attuale modello di sviluppo dei paesi occidentali, imitato e superato (oltre il 10 % di incremento annuo del PIL contro il misero 2/3 % dei paesi occidentali) dai grandi paesi asiatici (Cina, India). L’Afghanistan in realtà non ha petrolio ma è al centro di una zona dove ci sono ancora le principali risorse di petrolio tuttora esistenti,ed ha, nel Nord, importanti giacimenti di gas, ed è uno dei corridoi principali per il trasporto del gas dall’ Asia Centrale verso il Pakistan, l’India, ed i mari del sud (vedi i siti in Mappe).
Ma in questo articolo non voglio sostenere questa seconda tesi, che comunque secondo me ha molti elementi di validità, ma cercare di analizzare a fondo le ragioni ufficiali della guerra date dagli USA e dall’Inghilterra e mostrarne i limiti.
Vediamo, uno per uno, questi problemi:
1) Lotta al terrorismo
I fatti dell’11 settembre hanno colpito l’immaginazione delle popolazioni di tutto il mondo, e soprattutto di quelle del mondo occidentale. Il vedere due grandi grattacieli, che erano il simbolo della ricchezza e della prosperità del mondo “ricco”, crollare in poco tempo, ha dato alle popolazioni del mondo “sviluppato” la sensazione che dietro la loro ricchezza si celi in realtà una grande debolezza, che porta, a sua volta, ad una grande insicurezza,. Qualcuno ha scritto che l’11 settembre è stato una svolta nella storia, e che la storia futura non potrà più essere quella del passato. Ma la risposta che Bush, seguito dai suoi vassalli, sta dando, non è affatto nuova, anzi ripercorre esattamente la vecchia storia, quella che vuole dimostrare che per aver ragione bisogna essere i più forti, e che “ragione” e “violenza” vanno di pari passo, sono l’una il riflesso dell’altra. Bush considera perciò la guerra che sta portando avanti come un atto di doverosa “difesa” del proprio mondo e dei propri valori, e ha cercato alleati in altri paesi del mondo ricco.
Ma se volessimo realmente considerare l’11 settembre come una svolta storica dovremmo al contrario non rispondere nel vecchio modo, quel modo che cerca di scacciare la violenza con altra violenza più forte della prima, ma piuttosto in quello, anche questo antico, e forse più antico dell’altro, ma nuovo per la politica mondiale, del detto del profeta Isaia “che non ci sarà pace finché non ci sarà giustizia”. Il fatto che la popolazione del mondo occidentale, che è circa il 20 % della popolazione mondiale, utilizzi circa l’80 % di tutte le risorse del mondo (petrolio, cibo, acqua, aria, ecc.) lasciando agli altri paesi, chiamati eufemisticamente “mondo sottosviluppato”, solo le briciole, sembra che non ci interessi, e che non abbia alcun collegamento con i fatti dell’11 settembre. Infatti si dice che bisogna spendere di più di quello che già spendiamo attualmente per avere armi sempre più sofisticate, ed un esercito “professionalmente” ben preparato, che possa rispondere con efficacia alle minacce del terrorismo internazionale, e possa tornare a farci sentire “sicuri” nella nostra roccaforte di “mondo ricco”.
Ma facendo così dimentichiamo due delle grandi lezioni che ci vengono dalla storia di questo secolo. La prima è quella che ci ha insegnato Gandhi che è riuscito, attraverso la lotta nonviolenta, quella che lui chiamava “Satyagraha”, e cioè la lotta con la forza dell’amore e della verità, a far ottenere l’indipendenza all’India, liberando il suo paese dal colonialismo inglese e stimolando anche in Inghilterra un cambiamento politico, e cioè la vittoria dei laburisti, che erano contrari al mantenimento delle colonie, contro i conservatori, che pure, guidati da Churchill, avevano vinto la guerra contro il nazismo ed il fascismo. Uno degli insegnamenti principali di Gandhi è quello che ”la migliore difesa è quella di non avere nemici”. In realtà invece, non tenendo affatto conto di questa divisione tra mondo “ricco”, che vede la morte di alcune migliaia di persone che si trovavano nelle due torri procurata da due aerei dell’ ”esercito” di Al Qaeda come un fatto da vendicare, e mondo “povero” che invece dovrebbe subire senza fiatare questi squilibri e queste ingiustizie che portano ogni giorno a morire migliaia dei propri figli, non fa che incrementare la “guerra”, perché tale è, tra mondo ricco e mondo povero. Perciò la risposta armata ed arrogante del mondo occidentale non serve ad annientare il terrorismo, ma piuttosto lo fomenta e fa nascere ogni giorno dei nuovi Bin Laden, giovani ed adulti che sono disposti a perdere la propria vita pur di non far soccombere i propri popoli di fronte ai soprusi del mondo occidentale.
Per questo se vogliamo realmente che l’11 settembre sia una svolta storica dobbiamo imparare a combattere le ingiustizie ed i soprusi, che sono tanti, in modo nuovo, attraverso le armi della nonviolenza che sono sostanzialmente: la non-collaborazione alle ingiustizie, l’azione diretta nonviolenta, l’obiezione di coscienza e la disobbedienza civile, da una parte, come strumenti per combattere le tante ingiustizie sociali che il nostro mondo perpetua giorno per giorno contro il mondo dei poveri, ed il progetto costruttivo per dare vita ad un mondo, a livello planetario, più giusto ed umano.
Ma un importante contributo a vedere i limiti di questo comportamento dell’Occidente nei confronti del terrorismo ci viene anche da un premio Nobel per l’economia, l’indiano Amartya Sen. (Sen, 2006). Egli, trattando del contributo di Gandhi al mondo attuale, parla del problema del terrorismo e di cosa, sia l’America che la Gran Bretagna, potrebbero imparare da Gandhi. Scrive Sen. “Uno dei grandi insegnamenti di Gandhi è quello che non si può sconfiggere la malvagità, inclusa quella violenta, a meno che non si sia eliminata quella propria. Questo ha una grande rilevanza al mondo d’oggi. Per esempio ogni atrocità commessa per cercare informazioni utili a sconfiggere il terrorismo, o nel centro di detenzione di Guantanamo, o nella prigione di Abu Ghraib in Iraq, aiuta a dare vita ad altro terrorismo. Il problema non è solamente quello che la tortura è sempre sbagliata (come lo è), e non solo che la tortura può difficilmente procurare informazioni affidabili dato che le vittime della tortura dicono qualsiasi cosa che può aiutarli ad uscire dal miserevole stato attuale (il che è anche vero). Ma andando oltre questi ovvii, ma importanti punti, Gandhi ci ha anche detto che la perdita del proprio stato di moralità dà una forza tremenda ai propri oppositori violenti. Lo sconcerto, a livello mondiale, che queste sistematiche trasgressioni hanno provocato per la azioni anglo-americane, ed il modo in cui il cattivo comportamento di coloro che dichiarano di combattere per la “democrazia ed i diritti umani” è stato usato dai terroristi per arruolare altre persone ed anche per avere una certa simpatia da parte del pubblico in generale, può aver sorpreso gli strateghi militari seduti a Washington o a Londra, ma sono completamente in linea con quanto il Mahatma Gandhi ha cercato di insegnare al mondo. Il tempo non ha indebolito la forza delle argomentazioni di Gandhi, né la loro incisiva rilevanza per il mondo. (Sen, 2006, p.6). Come si vede, nell’interpretazione di questo noto studioso, il processo di lotta al terrorismo, portato avanti in questo modo dagli anglo-americani, e dai loro alleati, è bloccato perché tende a riprodurre il fenomeno che vuole combattere, e cioè il terrorismo, dando anzi a questo nuova linfa.
2) Presenza dei militari e sviluppo auto-centrato dell’Afghanistan
Un problema di fondo è questo: la presenza dei militari italiani e degli altri paesi impegnati in quell’area può essere un appoggio all’attività civile di aiuto allo sviluppo, oppure lo rende più difficile ed addirittura impossibile? La mia opinione, che cercherò di argomentare anche con l’aiuto di Gino Strada, il fondatore di Emergency, è del secondo tipo.
Una bugia che i militari sostengono normalmente è quella che se ci sono attività realmente umanitarie (non quelle fatte come paravento dai militari stessi che in Iraq, ad esempio, sono risultate essere non più del 5 % della spesa totale dell’intervento militare complessivo) queste sono possibili grazie alla loro presenza armata. E di questa verità, che è una falsità in molte delle situazioni da noi sperimentate direttamente (Iraq, Kossovo) (L’Abate, 1993,1997) si fa convincere anche qualche ministro della difesa, anche se questi è di un governo di centro-sinistra come Parisi. Il testo qui riportato di Gino Strada, fondatore e presidente di Emergency, ne è una chiara dimostrazione. Scrive Strada: “Ho avuto il piacere di conoscere il Ministro Parisi qui a Kabul, e ne ho apprezzato l’interesse per il nostro lavoro. Tornato a casa, leggo sul “Corriere” di oggi una sua dichiarazione che suona cosi’: “Se Emergency può agire a Kabul, e’ grazie alla protezione dei militari” Domanda secca: perché un Ministro dice bugie? Una bugia sciocca, tra l’altro, banale, facilmente confutabile: Emergency era a Kabul gia’ nel 2000, quando non c’erano truppe italiane e perfino la nostra Ambasciata era chiusa da anni. Già, eravamo a Kabul, nella Kabul talebana. E dal 1999 in Panchir, con un ospedale che curava chi viveva da quella parte del fronte. Banalmente, per non fare torto a nessuno e occuparci il più possibile di chi aveva bisogno, senza chiedere appartenenze. A Kabul come in Panchir, abbiamo lavorato per anni senza protezione militare.
Dal 7 ottobre 2001 per oltre un mese Kabul e dintorni sono stati bombardati. Lotta al terrorismo, sicurezza internazionale? La nuova guerra in Afghanistan, signor Ministro, e’ iniziata così, con i B52 a sganciare bombe anche da sette tonnellate, da quarantamila piedi. Molte migliaia di civili sono morti sotto quelle bombe, signor Ministro. Possiamo fornirle nomi e indirizzi, se le interessa. Più morti, molti di più, che alle Torri Gemelle: hanno fatto “giustizia” quei bombardamenti? O la “guerra al terrorismo” non e’ stata invece un altro atto di terrorismo? Moltiplicare le vittime, nella macabra rincorsa ad uccidere di più, ciascuno per le sue ragioni, non mi sembra una strada ragionevole. La trovo perfino disumana. Ma torniamo a Kabul. Neanche in quella occasione abbiamo avuto bisogno dei militari a proteggerci (anzi i militari di ogni sorta erano in verita’ il pericolo). E abbiamo continuato cosi’, a Kabul e nel resto dell’Afghanistan. Nei cinque anni di “guerra al terrorismo” abbiamo fatto il nostro lavoro – curare persone ferite o ammalate – senza bisogno dei militari.
E allora, Ministro Parisi, perché quella bugia? Pero’ in qualche modo la capisco: lei “deve” dire bugie sull’Afghanistan. Vi é obbligato dall’avere scelto di partecipare a una operazione di guerra camuffandola e spacciandola per operazione di pace. Non si può fare senza raccontare bugie. E senza apparire ridicoli. Gli Stati Uniti chiamano Gwat quello che stanno facendo in Afghanistan (con Enduring Freedom prima, con l’Isaf poi, infine con la Nato): guerra globale contro il terrorismo. Il nostro Ministro della Difesa tende invece a far credere che le truppe italiane (che hanno partecipato a tutte le operazioni lanciate in Afghanistan) siano qui a fare la guardia ai medici. Mi spiace contraddirla signor Ministro, ma non siamo qui grazie ai suoi soldati, ne’ ad altri militari. Anzi la loro presenza e’ per noi motivo di seria preoccupazione, per la sicurezza nostra, del nostro staff e dei nostri pazienti. Provi a trovare altre scuse, per giustificarla. Per quanto mi riguarda, e per quanto riguarda Emergency, può riportare a casa le sue truppe domani mattina. Anzi ci spingiamo a pensare che lei dovrebbe farlo. Per molte ragioni, la più evidente essendo che lei ha giurato di rispettare la Costituzione Italiana, articolo 11 compreso. (Strada, 2006).
3) Falsità delle motivazioni per l’intervento militare in Afghanistan
Ma la bugia del Ministro della Difesa del governo di centro-sinistra Parisi, segnalata da Strada, è la diretta derivazione di molte bugie dette in antecedenza, ma in questo caso non dai militari ma dai politici di vari paesi. Se guardiamo infatti la guerra in Afghanistan, questa è stata giustificata come lotta al terrorismo, ed in particolare per arrestare, “o vivo o morto” Bin Laden, che si era vantato di essere l’ispiratore degli attentati alle torre gemelle di New York, e che, a quei tempi era rifugiato in quel paese. Senza voler assolutamente assolvere i Talebani che sono terribili dittatori, ed hanno fatto azioni criminose orribili (si pensi anche solo alla distruzione dei simboli religiosi più importanti di quella zona), va detto però che, per ben due volte, nei nostri giornali, era apparsa la notizia che il governo talebano era disponibile a consegnare Bin Laden purché questi fosse giudicato da una corte internazionale realmente neutrale. Ma gli USA hanno rifiutato con sdegno queste proposte perchè ritenevano di dover essere loro a giudicare Bin Laden, con il loro tribunale militare, considerandosi perciò sia poliziotti internazionali che giudici. Si può comprendere questa posizione degli USA che hanno sempre rifiutato di aderire a Tribunali Internazionali veramente neutrali perché non accettano che i loro cittadini, anche se commettono crimini (ad esempio uccidendo persone come Calipari, oppure i molti civili morti per l’ errore di un loro aereo militare che ha tranciato i cavi della funivia del Cermis, nel Trentino, il 3 Febbrario 1998), possano essere giudicati da giudici esterni, ma non si capisce come l’Italia, che è stata promotrice del Tribunale Penale Internazionale di Roma (cui hanno aderito oltre 140 paesi con l’eccezione dei paesi più forti e più militarizzati del mondo come gli USA, Israele, India e Cina), abbia voluto e potuto accettare supinamente la posizione degli USA, senza prendere una iniziativa autonoma che andasse verso la messa in atto, in questo caso, di un serio processo ad un personaggio come Bin Laden che l’intervento in Afghanistan non è riuscito né ad arrestare né ad uccidere, e che risulterebbe sempre vivo, intervento inoltre che si è trasformato in una vera e propria guerra che ha ucciso migliaia di cittadini afghani del tutto innocenti. Partecipiamo alla guerra al terrorismo, o siamo solo i vassalli di un governo che pretende di essere contemporaneamente polizia e giudice internazionale, ponendosi al di sopra di tutte le leggi, e che non riconosce alcun tentativo di dar vita ad una reale polizia internazionale delle Nazioni Unite, e ad un Tribunale Penale Internazionale che sia realmente neutrale, e che possa intervenire con autorevolezza nei confronti di chiunque, di qualsiasi paese sia, commetta dei crimini di guerra? E’ una domanda da rivolgere non solo al governo italiano di allora, che ha deciso l’intervento in Afghanistan con l’appoggio della stragrande parte dell’allora opposizione di sinistra, ma anche di quello attuale che dovrebbe invece avere il coraggio di prendere posizioni meno servizievoli e subordinate a quelle del padrone USA, o meglio del suo attuale Presidente Bush (per fortuna sempre più in minoranza).
Conclusioni
Invece di aumentare le spese militari considerate come motore dello sviluppo, come ha fatto anche il governo di centro-sinistra, ed accettare l’imposizione degli USA ad un raddoppio della base di Vicenza, il governo Prodi dovrebbe seriamente pensare ai limiti dell’attuale modello di sviluppo e darsi seriamente da fare per dare vita ad un modello alternativo che è del tutto possibile, purché lo si voglia (Pianta, 2001; Friedmann, 2004; Petrella, 2007). Infatti di fronte alla globalizzazione in atto che è all’interno di un modello di sviluppo che pone al suo centro il capitale che trasforma tutto in merce e mette in primo piano nei processi che guidano quella che Padre Balducci ha definito “la strategia dell’impero” (Allegretti, Dinucci, Gallo, 1999), il potere del mercato, è in via di organizzazione un movimento alternativo, definito come “globalizzazione dei diritti” oppure di “globalizzazione della pace”. Un grosso insegnamento, per il cambiamento dell’attuale modello di sviluppo ci viene da Aldo Capitini (1969,1973), e da Danilo Dolci (1964,1968), che hanno ambedue sottolineato l’importanza del lavoro dal basso, con la gente, del potere di tutti e del controllo dal basso verso coloro che governano sia a livello locale che nazionale e dell’importanza di una rivoluzione dal basso, nonviolenta, per la trasformazione della nostra società, in una società più giusta, più umana. Bibliografia citata
Allegretti U., Dinucci M., Gallo D., La strategia dell’impero, Ediz. Cultura della Pace, Firenze, 1992
Balducci E., L’uomo planetario, Ed. Cultura della Pace, Firenze, 1992.
Capitini A., Il potere di tutti, La Nuova Italia, Firenze, 1969., II ediz. Guerra Ed. Perugia,1999.
Capitini A., “Per una corrente rivoluzionaria nonviolenta”, in, Azione Nonviolenta, 1973.
Chomsky N., Egemonia o sopravvivenza, Tropea Edit., Milano, 2005.
Chossudovsky M., Guerra e globalizzazione, EGA, Torino, 2002.
Dolci D.,, Verso un mondo nuovo, Einaudi,Torino, 1964.
Dolci D., Inventare il futuro, Laterza, Bari, 1968.
Friedmann J., Empowerment: the politics of alternative development, Blackwell, Cambridge ,USA, Oxford, U.K, ultima ristampa 1996 (traduzione italiana, a cura di A. L’Abate, Empowerment verso il potere di tutti. Una politica per lo sviluppo alternativo, Ediz. Quale Vita, Torre dei Nolfi, (Aq.), 2004.
L’Abate A, Tartarini S., a cura di, Volontari di pace in Medio Oriente: storia e riflessioni su una iniziativa di pace, Ediz. La Meridiana, Molfetta (Ba), 1993.
L’Abate A., Kossovo. Una guerra annunciata. Attività e proposte della diplomazia non ufficiale per prevenire la destabilizzazione dei Balcani, Ediz. La Meridiana, Molfetta, (Ba), 1997, 2a ediz., 1999.
Mappe dell’Afghanistan (in vari siti informatici si possono trovare le carte geografiche dell’Afghanistan con al nord i giacimenti di gas e le linee dei gasdotti che trasportano i gas dell’Asia Centrale, tra questi: www.blueprint-magazine.de/oil/oil2.htm; <Perry-Castaneda.library.map.collection- Afghanistan>
Martirani G., Il drago e l’agnello, Ediz. Paoline, Milano, 2001.
Martirani G. Fire Countries/ Il paese dei fuochi, Usmi, Roma, 2002.
Petrella R., Una nuova narrazione del mondo, EMI, Bologna, 2007.
Pianta M., Globalizzazione dal basso: Economia mondiale e movimenti sociali, ManifestoLibri, Roma, 2001
Sen A., “Gandhi and the world”, in , Sarvodaya, vol. 4, n.4, July-August 2006.
Strada G., Perchè un ministro dice bugie?, 1 luglio 2006 – dal sito www.peacereporter.net

Fra testimonianza, dialogo e rapporto diretto con i partiti
La nonviolenza è un’aggiunta o una proposta autonoma?

Paolo Predieri

Il tempo dell’aggiunta nonviolenta che molti di noi hanno tentato di portare in organizzazioni politiche varie, senza produrre risultati duraturi nel tempo, sembra ormai superato. La nonviolenza si può presentare come proposta politica complessiva e non da oggi, basti pensare alle proposte del Man (Movimento per l’Alternativa Nonviolenta, Francia) del 1976 (“Una nonviolenza politica”…).
Ci scontriamo però con due realtà quasi insormontabili: un sistema politico sempre più lontano ed estraneo alle prospettive nonviolente e una dimensione nostra (in termini di “numeri” nudi e crudi) che resta insignificante per avere voce in un sistema politico del genere. La risposta di Fassino alla richiesta di confronto sulle proposte programmatiche del Mir-Mn prima delle ultime elezioni (“…ma voi quanti siete?…) è emblematica.
Esistono però diverse esperienze in cui i gruppi locali Mir-Mn hanno realizzato qualcosa di più dell’aggiunta e mi sembrerebbe importante, oltre al ricordo, poterle analizzare per capire cosa hanno rappresentato, dove sono andate a finire e cosa ci possono indicare oggi.
Presenze nonviolente di base
In alcuni casi è accaduto che un gruppo locale ben radicato e protagonista di attività con largo coinvolgimento, per un certo tempo sia stato riferimento dei nostri movimenti: il MIR di Ostia, nato sulle lotte popolari dell’Acquedotto Felice, il Servizio Cristiano di Riesi, la Comunità del S.Cuore di Foggia che diventa prima sede Mir e poi Mn, la Cooperativa La Collina a Reggio Emilia, sede Mir. In questi casi non si è mai trovato un giusto equilibrio nei rapporti fra realtà locali che in alcuni casi numericamente potevano avere dimensioni anche superiori alle nostre assemblee nazionali, perdendo presto queste partecipazioni che, dopo un primo periodo di entusiasmo, passavano a cercare il collegamento con realtà nazionali “più serie”.
In altri casi, piccoli gruppi del Mir e del Mn hanno saputo realizzare una presenza significativa, riconosciuta dalle istituzioni, dall’associazionismo, dagli organi di informazione, ottenendo un buon impatto sulla cittadinanza e realizzando fatti concreti. A Brescia e in Val Seriana sulle speculazioni edilizie, a Canale (CN) sugli anziani e gli asili nido, a Desenzano (BS), Casalecchio (BO) e Salerno sull’urbanistica e il verde pubblico, a Martellago (VE) sulla salvaguardia dell’ambiente naturale, a Bolzano per migliorare i rapporti fra i vari gruppi etnici. Alcuni gruppi locali in alcuni periodi hanno avuto capacità di coinvolgimento e dialogo con gruppi affini, raggiungendo numeri di persone oggi impensabili (riunioni regolari con 40 persone e rotazione di centinaia …) come è successo ad esempio fra gli anni settanta e ottanta al Mn di Verona, al Mir di Verona e Padova, al Mir di Parma.
La nonviolenza al governo…
I casi in cui militanti e iscritti ai nostri movimenti si sono trovati a governare una realtà locale non sono pochissimi. C’è una realtà dove il gruppo locale del Movimento Nonviolento è stato la base della lista che ha vinto le elezioni comunali esprimendo un Sindaco e un’intera giunta di formazione nonviolenta: è successo negli anni settanta a Condove (TO). Altri Sindaci del Mn ? Io ricordo Renato Fiorelli a Moraro (GO) e Mariano Cattrini a Domodossola (VB). Alcuni vice-sindaci: Gino Scarsi a Canale (CN) dove il Mir-Mn negli anni ottanta era una forza politica più rilevante dei partiti tradizionali e Luciano Benini a Fano. Poi abbiamo avuto diversi Assessori, sia a livello comunale, ma anche a livello regionale, per non parlare dei consiglieri che sono stati sicuramente un numero interessante e distribuito in giro per tutta l’Italia, dalla Val d’Aosta al sud. Più raro e controverso il discorso sul Parlamento: deputati e senatori “nostri” sono stati pochi e a volte difficilmente identificabili. Fra gli “iscritti” a Mir o Mn c’erano Rutelli, Pannella e Mattioli: ma erano da considerare davvero “nostri”…? Se parliamo invece di Tullio Vinay, Alex Langer, Michele Boato, Tiziana Valpiana, Lidia Menapace e anche Giancarlo Salvoldi, saremo forse un po’ più d’accordo. Momenti di nonviolenza amplificata
Sono svariati i periodi politici e i momenti specifici in cui ci siamo trovati a dialogare o a coinvolgere numeri di persone nettamente superiori ai nostri soliti. Un piccolo elenco di esempi disomogenei, solo per avere qualche idea:
La lotta antinucleare, soprattutto nella prima fase (1976-1980): le prime manifestazioni, il primo convegno a Verona, il campeggio antinucleare a Montalto di Castro, la produzione dei primi materiali (Sillabario, rivista Wise, audiovisivi e quaderni Spie), l’obiettivo del nuovo modello di sviluppo e l’attenzione alla connessione fra nucleare civile e militare, partivano dall’area nonviolenta;
Lo sviluppo del servizio civile per gli obiettori di coscienza, con oltre 500 obiettori passati per le sedi Mir e poi anche al Mn, i corsi di formazione gestiti dalle nostre sedi che hanno coinvolto circa 1000 obiettori, la promozione del primo coordinamento di Enti di servizio civile, il Cesc;
La formulazione (Mir di Napoli) della legge che consentiva ai giovani di leva delle zone terremotate della Campania e Basilicata nel 1980 di scegliere il servizio civile nella ricostruzione invece del militare, scelta poi decisa da oltre 40 mila ragazzi!
L’assemblea su “La società desiderabile” con Ivan Illich a Bologna nel 1980, con oltre 1000 persone;
La Campagna di obiezione alle spese militari che ha raggiunto nell’anno di punta 10000 aderenti;
La marcia Perugia-Assisi per la nonviolenza del 2000, che ha visto circa 5000 partecipanti.
Tentativi di riflessione e organizzazione
Non sono gli unici, ma in due momenti particolari abbiamo tentato in modo strutturato di lavorare sull’aspetto politico. Negli anni ottanta con il progetto “Apax-assise nazionale della nonviolenza” che ha suscitato assemblee regionali di gruppi e associazioni in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Toscana e organizzato due ottimi convegni nazionali: “Nonviolenza e mondo del lavoro” a Viareggio e “Per un nuovo modello di sviluppo” a Cesena, senza però riuscire ad arrivare all’Assise Nazionale che avrebbe dovuto formulare un vero e proprio programma politico nonviolento. Negli anni novanta è stata la volta della “Costituente nonviolenta” che aveva come obiettivo la costruzione di un rapporto stabile sugli obiettivi della nonviolenza fra l’associazionismo di base e le persone elette ai vari livelli (locale, regionale, nazionale). Anche qui alcuni convegni e seminari, tentativi di avvio di commissioni miste (rappresentanti di associazioni e persone “elette” nelle istituzioni) sia locali che nazionali, poi il graduale esaurimento sia delle azioni intraprese, sia degli obiettivi intravisti.
…e adesso ?
I miei ricordi sono ovviamente parziali e datati: sicuramente il patrimonio politico di Mir e Mn è superiore a quanto ho messo insieme, perciò appare evidente il potenziale messo in moto per lunghi periodi e in svariate realtà. Su ogni singola storia si possono conoscere o trovare spiegazioni, ma è mancata una riflessione strategica generale basata su tutto quello che è accaduto. E’ stato proposto in altre occasioni di ricostruire questo patrimonio, prima di tutto a livello di conoscenza e poi a livello di analisi su come si sono costruite certe realtà e, nei casi in cui si sono concluse, per capire cosa è successo, cosa è rimasto o dov’è andato a finire. In pratica però non siamo riusciti a lavorarci su con continuità: troppo difficile e, sul momento, non produttivo rincorrere persone in giro per l’Italia per recuperare faticosamente notizie e risposte non sempre immediatamente utili.
Che fare ? Prima di ritornare alle delusioni dell’aggiunta nonviolenta di vecchio tipo e prima di abbandonare (perché irrealizzabile nei fatti ?!) la prospettiva di una politica nonviolenta specifica, varrebbe la pena di provare a lavorarci su, magari utilizzando strumenti e persone che potrebbero essere interessate e disponibili.
Tesi di laurea proposte da docenti universitari collegati all’area nonviolenta ? Un bel progetto specifico per i giovani e le giovani del servizio civile ? Altro ancora, magari coordinato da qualcuno individuato nei nostri Comitati di coordinamento o Consigli nazionali?
Dopo il seminario di Verona sembrerebbe davvero opportuno non far cadere il discorso…

La nonviolenza è di sinistra? La sinistra è nonviolenta?
Analisi storica di un rapporto conflittuale e non risolto

Sergio Albesano

Il Partito Comunista, il Partito Socialista e i Democratici di Sinistra
Il Partito Comunista Italiano (P.C.I.) non ha avuto alle spalle una tradizione nonviolenta e non ha fatto propria, ad esempio, la campagna per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza, poiché ne temeva gli effetti negativi. Un’obiezione generalizzata avrebbe potuto portare alla costituzione di un esercito di mestiere, situazione ben vista dai gruppi militaristi e di destra, mentre i comunisti consideravano l’esistenza di un esercito popolare una garanzia per la sopravvivenza della democrazia. Si dovettero duramente ricredere nel 1973, quando il colpo di stato in Cile dimostrò che la leva di massa non era una garanzia sufficiente a difendere la nazione dall’instaurazione di una dittatura, mentre paesi come gli U.S.A. e la Gran Bretagna che hanno sempre avuto un esercito di mestiere non hanno mai vissuto derive dittatoriali. Non può neppure essere ricordata come iniziativa pacifista del P.C.I. la costituzione dei “partigiani della pace”, che fu un’organizzazione sostanzialmente collaterale al partito che utilizzò spesso le iniziative pacifiste per scopi propagandistici.
Il Partito Socialista Italiano (P.S.I.) era il partito italiano che poteva vantare una tradizione antimilitarista, risalente alla formula di Lazzari nella prima guerra mondiale: “Né aderire, né sabotare”. Ma quando nel 1949 Pietro Pinna si rifiutò di svolgere il servizio militare, il P.S.I. lo criticò, anche se con toni corretti e senza l’animosità della destra. E’ interessante leggere al riguardo un articolo apparso su l'”Avanti!” nel novembre del ’49. “La mentalità degli obiettori di coscienza”, scriveva il giornalista “a me pare peccare di astrattezza. E’, il loro, un atteggiamento senza dubbio nobile, ma di una nobiltà generica e astratta che guarda alle cose umane dall’alto chiudendosi in un individualismo esasperato, come è sempre l’individualismo di chi, religiosamente, non si pone altro problema che quello di difendere in ogni modo la propria purezza di spirito. L’obiettore di coscienza non fa nulla contro la guerra; rifiutandosi di combattere, egli le sottrae un fucile, ma il riconoscimento legale dell’obiezione di coscienza non ha impedito agli Stati Uniti o all’Inghilterra di fare la guerra e non potrà impedire loro di scatenarne un’altra domani. E non può fare nulla proprio perché la sua è una posizione individualistica e la guerra è un fatto sociale. Membro di un partito marxista impegnato in questo momento con milioni e milioni di uomini di tutto il mondo nella lotta per la pace, io sento che l’obiettore Pinna non giova né alla causa della pace, né a quella del proletariato e che nulla c’è da sperare in lui in questa lotta dura e lunga contro la guerra” (1).
La sinistra e l’obiezione di coscienza
In effetti la sinistra ha sempre guardato all’obiezione di coscienza con una certa sufficienza, se non addirittura con fastidio. Le ragioni di questo atteggiamento risiedono nella cultura marxista e nella storia del movimento operaio. La sinistra è sempre stata antimilitarista, ma ha individuato nel militarismo soprattutto il naturale prolungamento del dominio capitalista e l’inesorabile preludio delle mire imperialiste. Pertanto la lotta contro il militarismo è stata valutata parte della battaglia politica generale, da sviluppare ed estendere con la mobilitazione popolare, in fabbrica come nelle caserme. L’obiezione di coscienza è stata considerata un gesto significativo nella sua opposizione radicale, ma al tempo stesso soltanto simbolico e di portata individuale e dunque scarsamente generalizzabile. Inoltre esisteva una ragione profonda che portava il pensiero marxista, e di conseguenza i partiti che se ne facevano portatori, a rifiutare la pratica dell’obiezione di coscienza e cioè la possibilità del ricorso all’uso della violenza. Infatti l’obiettivo rivoluzionario, l’abbattimento del potere borghese e poi la difesa del nuovo ordine, era configurato come un atto di forza (l’insurrezione o la guerra civile) attraverso cui il proletariato armato conquistava il potere politico. Tutto ciò è molto distante dalla nonviolenza. Lenin, nel pieno dell’Ottobre, scriveva che “i socialisti non possono essere contrari a ogni guerra senza cessare di essere socialisti” e che “chi ammette la lotta di classe non può fare a meno di ammettere anche le guerre civili, che rappresentano in ogni società di classi un’estensione, uno sviluppo e un’acutizzazione naturale, in determinate circostanze, della lotta di classe”. Solo al completamento della fase rivoluzionaria, dopo l’assestamento definitivo del potere proletario e con il comunismo ormai realizzato non ci sarebbe stato più motivo di ricorrere alla forza. “Soltanto dopo che noi avremo abbattuto, debellato totalmente e spodestato la borghesia in tutto il mondo e non solo in un unico paese”, scriveva ancora Lenin “soltanto allora le guerre saranno impossibili”. In ogni caso, al di là dei principi dottrinari e dei dogmi, le forze del movimento operaio hanno sempre rifuggito l’obiezione di coscienza anche nella pratica. L’antimilitarismo marxista ha privilegiato l’intervento politico e possibilmente di massa direttamente all’interno delle Forze Armate, sia nei periodi di pace sia, soprattutto, in guerra. L’esempio più luminoso al riguardo è quello della rivoluzione bolscevica e cioè il rovesciamento, grazie all’insubordinazione dei soldati, della guerra zarista in guerra rivoluzionaria. In altre parole la pratica antimilitarista delle forze marxiste per avere successo aveva bisogno dei soldati, che rappresentavano il terminale di classe attraverso il quale organizzare l’opposizione al potere militare. Si trattava dell’applicazione dello schema di classe alle gerarchie nell’esercito. La truppa era identificata con il proletariato e il soldato diventava il “proletario in divisa”. La pratica politica nelle caserme poggiava pertanto sul presupposto irrinunciabile della natura popolare delle forze armate, cioè sulla leva di massa, che fu la grande riforma della rivoluzione francese. La difesa della coscrizione obbligatoria, che nel secondo dopoguerra fu salvaguardato come un importante patrimonio della sinistra, rispose all’esigenza di contenere nei ranghi militari quei naturali anticorpi democratici e antimilitaristi che erano considerati i giovani soldati di leva, i figli del popolo. L’obiezione di coscienza teoricamente riduce tale garanzia e anzi, lasciando prevalentemente l’esercito ai soli professionisti, favorisce la trasformazione delle Forze Armate in un’istituzione ulteriormente separata dalla società e fuori dal controllo democratico. E’ questa la ragione più concreta per cui le forze del movimento operaio non hanno mai favorito l’obiezione di coscienza e anzi l’hanno addirittura ostacolata (2).
La sinistra extraparlamentare
Nell’ultima parte degli anni Sessanta nacquero gruppi che decisero di combattere l’esercito dal suo interno. In genere tali formazioni erano estremamente politicizzate, si trovavano sulle posizioni della sinistra extraparlamentare e non mettevano in discussione l’esistenza dell’esercito, ma solo la sua attuale organizzazione. Loro scopo non era quello di abolire le Forze Armate, ma di democratizzarle e di trasformarle in un esercito di popolo. Spesso le idee di questi gruppi erano piuttosto confuse e radicalmente filo-marxiste; molti loro aderenti sognavano che la presenza di tanti proletari fra le fila delle Forze Armate avrebbe garantito al momento opportuno la distribuzione delle armi al popolo, con conseguente scoppio di una rivoluzione rimandata dall’ottobre 1917. Erano illusioni tanto pericolose quanto irrealizzabili. Si deve riconoscere, però, che spesso queste formazioni ebbero il merito di portare all’attenzione dell’opinione pubblica il ruolo repressivo svolto dall’esercito e quindi contribuirono a una gestione più aperta e democratica dell’apparato militare.
Il Movimento dei soldati
Uno di tali gruppi fu il Movimento dei soldati, il quale rappresentò un’esperienza di impegno antimilitarista originale e stimolante. Sorto fra il 1969 e il 1970 sulla spinta di un’ondata di lotte studentesche e operaie che avevano mandato sotto le armi giovani già politicizzati, il Movimento fu il primo tentativo di organizzare l’opposizione di classe all’interno delle nostre Forze Armate nel secondo dopoguerra. Strettamente legato alle organizzazioni della sinistra extraparlamentare, in particolare a Lotta Continua (L. C.), esso ne seguì la parabola, indebolendosi progressivamente dopo le elezioni del 20 giugno 1976, quando venne meno il supporto organizzativo esterno indispensabile per un intervento politico illegale o comunque considerato tale dalle autorità militari sulla base del regolamento di disciplina e del codice penale militare in tempo di pace. Il programma del Movimento partiva da una premessa semplice ma precisa: l’esercito è uno strumento dell’oppressione di classe, destinato a reprimere le lotte proletarie e a condizionare i giovani all’obbedienza passiva. Un’azione rivoluzionaria doveva quindi mirare a sconfiggerlo dall’interno, rendendolo inservibile per la borghesia e trasformandolo contemporaneamente in una scuola politica. Un limite del Movimento fu quello di non cogliere le inquietudini latenti dei sotto-ufficiali, né a prevedere la possibilità di un’alleanza nella lotta con loro, sia perché il Movimento era radicato in reggimenti di fanteria dove il ruolo dei sotto-ufficiali era secondario sia soprattutto perché la sua logica antiautoritaria individuava nei sergenti e nei marescialli solo il tramite dell’ordine gerarchico al livello più basso e li considerava come i detentori di un potere che si manifestava in loro nella sua espressione più rozza e aspra. Gli aguzzini più spietati e di conseguenza gli uomini più odiati dalla truppa erano proprio i sergenti e i sergenti maggiori, che essi valutavano come persone socialmente fallite, che si erano arruolate nell’esercito per sfuggire alla fame atavica della loro terra e che acquistavano con sconcertante facilità una mentalità ottusa e fascista. In tale maniera il Movimento dei soldati fotografava con lucidità la reazione istintiva del soldato, ma commetteva un grave errore di superficialità politica, perché escludeva la possibilità di un intervento che, per il carattere di quadro permanente e professionalizzato dei sotto-ufficiali, avrebbe avuto peso e consistenza rilevanti. Ancora più insufficiente fu l’analisi effettuata a proposito degli ufficiali. Il Movimento, quindi, come diversi altri gruppi simili, ebbe innegabili meriti, ma non riuscì a cambiare la questione di fondo e a raggiungere le sue mete (3).
I Proletari in divisa
I gruppi nonviolenti furono spesso contrastati dai movimenti della nuova sinistra, che contrapponevano alla scelta dell’obiezione, da loro giudicata individualista e moralista, la pratica di lotta nell’esercito, con il movimento dei Proletari in divisa prima e dei Militari democratici poi. Dopo il Sessantotto affiorarono le prime esperienze di lotta nelle caserme. Ne furono protagonisti i giovani di leva. Dai loro atteggiamenti ribelli e trasgressivi nacque quello che diventò presto un vero e proprio movimento dei soldati, che si dotò subito di un’approssimazione politica largamente prelevata dalla storia dell’antimilitarismo marxista. La nascita del movimento risale ai primi scioperi del rancio, cioè al rifiuto di recarsi in mensa da parte dei soldati; il caso più noto fu quello che si svolse a Casale Monferrato nell’autunno del 1970. I primi a porsi politicamente il problema della lotta nelle caserme furono i militanti di L.C., che fondarono i Proletari in divisa (P.I.D.), che nella loro proposta politica affermavano che “lo sviluppo odierno della lotta di classe fa sì che parlare di opposizione e lotte proletarie nell’esercito non sia più velleitario: nei nuovi contingenti reclutati alle armi vi sono un gran numero di proletari che nelle fabbriche, nelle campagne, nelle scuole hanno condotto dure lotte contro i padroni e i loro servi – siano poliziotti, professori, parlamentari o sindacalisti – e che hanno capito che, in qualsiasi forma si presenti, il nemico da battere è il sistema capitalistico nel suo insieme” (4). A L.C. si unirono presto le altre organizzazioni della nuova sinistra: “Il manifesto”, che fondò i Comitati dei militari comunisti, e Avanguardia operaia. Ciò ebbe l’effetto di dare un’ulteriore spinta alle lotte dei giovani soldati, ma soprattutto di fornire al movimento un più accurato corredo teorico-politico. Ci fu allora un grande dibattito tra i vari gruppi e fra loro e l’area nonviolenta e la sinistra storica. Con i primi la polemica ricalcava l’antica contraddizione tra iniziative di massa ed esperienze individuali, mentre al P.C.I. si rimproverava un atteggiamento inerte e sostanzialmente contiguo alle forze di governo. Ma anche tra i gruppi della nuova sinistra ci furono polemiche e divisioni. L.C. fu accusata di sostenere uno schematismo eccessivo lungo la traiettoria “proletario in divisa-proletario senza divisa”. Un’altra critica rivolta ai militanti di L.C. fu quella di diffondere un esagerato allarmismo sul presunto uso repressivo delle Forze Armate, anche questo derivante da un’analisi semplificata della lotta politica e dei rapporti di forza. Nonostante le critiche da parte del gruppo de “Il manifesto” e di Avanguardia operaia i P.I.D. restarono però l’organizzazione più influente tra i soldati e la più partecipata. Il movimento nelle caserme, nella sua crescita in parallelo con le battaglie sociali e politiche dei primi anni Settanta, incontrò nel 1973 il colpo di stato militare contro il governo di sinistra di Salvador Allende. Dopo quell’evento la nuova sinistra intensificò la lotta contro le gerarchie, considerata l’unica garanzia in grado di bloccare le manovre fasciste dentro le forze armate. Nacquero in questo clima alcune iniziative clamorose, rivolte a spezzare l’isolamento sociale e politico in cui vivevano i soldati. Si riteneva che soltanto così, costituendo un collegamento di lotta tra i vari soggetti sociali, si potessero evitare pericolose avventure golpiste.
Il rifiuto dell’obiezione di coscienza
I Proletari in divisa di Lotta continua attaccarono duramente i pacifisti e gli antimilitaristi per il loro appoggio all’obiezione di coscienza. Essi affermavano: “Volersene estraniare [dall’istituzione militare] perché questa è organizzata e funzionale a interessi antagonisti a quelli della propria classe è assurdo quanto lo sarebbe il rifiuto di entrare in fabbrica perché in questa i rapporti di produzione sono di natura capitalistica”. Agli obiettori si rimproverò anche che il servizio civile riconosciuto dallo Stato sarebbe alla fine risultato funzionale alle esigenze del sistema neocapitalistico che è ben disposto a espellere ogni elemento rivoluzionario dalle caserme in nome di una razionalizzazione che tende alla creazione di un esercito professionale di volontari. Quindi l’obiezione di coscienza veniva criticata come metodo scarsamente efficace nella lotta per la trasformazione della società in senso socialista, almeno fino a quando essa non fosse diventata iniziativa di massa.
“Il manifesto”
Tra il maggio e il giugno del 1972 si aprì un dibattito su “Il manifesto” tra obiettori e sostenitori dell’impegno politico all’interno delle strutture militari. Il confronto fu sollecitato da un articolo intitolato “Non in prigione ma in caserma”, apparso sul quotidiano il 16 maggio 1972. In esso, prendendo spunto da alcune manifestazioni pacifiste svoltesi a Roma e a Vicenza, veniva dato un giudizio negativo sulla nonviolenza e sull’obiezione di coscienza. Partendo dall’analisi di Lenin nel Programma militare della rivoluzione, si contestava l’affermazione dei nonviolenti che “tutti gli eserciti sono neri” e repressivi allo stesso modo. “La parodia di azienda organizzata dal Pentagono – gerarchica, costrittiva, mercenaria, razzista – è una cosa; un’altra il piccolo esercito di liberazione dei vietcong, popolare, volontario, egualitario”. Ma soprattutto si affermava che “una forza popolare ha il diritto e il dovere di combattere e di usare le armi (…) contro l’armatura imperialistica e contro le compagnie di ventura che l’appoggiano”. Riprendendo la critica dei P.I.D. agli obiettori, accusati di restare fuori dalle lotte dei proletari, si concludeva: “Non è con l’obiezione di coscienza, anche se di gruppo, anche se fondata su ragioni politiche, che si faranno saltare i meccanismi dell’esercito, meccanismo a sua volta del potere di classe: è invece vivendo la naja come la vivono 300.000 giovani ogni anno, da proletari costretti a una divisa fra altri proletari, lottando sui terreni politici che la naja impone (nocività, gerarchia, sfruttamento), nel momento e nell’ambiente in cui, ‘stranamente’ gli ufficiali, i fascisti, i padroni hanno soprattutto paura: nella naja stessa”.
Il Partito Radicale
Mentre il P.C.I. continuò a perseguire il progetto di democratizzazione e di efficientismo delle Forze Armate, sollecitando nel contempo i militari di professione al senso di indipendenza nazionale umiliato dalla subordinazione alla N.A.T.O., altre forze, soprattutto il Partito Radicale (P.R.), denunciarono non lo snaturamento del carattere democratico dell’esercito causato dalla deviazione fascista di alcuni ufficiali, ma la preparazione di un vero e proprio smantellamento delle istituzioni democratiche. “In questo contesto”, leggiamo in una mozione del P.R. della fine degli anni Sessanta, “deve essere promossa l’obiezione di coscienza insieme ad ogni altra forma di lotta che valga a contrastare la funzione oppressiva dell’organizzazione militare”. Il Partito Radicale fu una forza politica che fece propria la battaglia per il riconoscimento legale dell’obiezione di coscienza, battendosi con grande energia e ponendo i suoi mezzi al servizio della causa. Molte manifestazioni furono organizzate dal P.R., alcuni suoi membri effettuarono dichiarazioni collettive di obiezione e tanti subirono processi e condanne sia perché furono obiettori sia perché sostennero la necessità del riconoscimento attraverso dimostrazioni perseguite dalla legge. Probabilmente il merito maggiore dei radicali sull’argomento fu quello di aver dato un tono molto politicizzato alla lotta per l’obiezione e di averla portata all’attenzione dell’opinione pubblica utilizzando la loro struttura. E’ però doveroso precisare che i radicali non hanno mai avuto una chiara posizione nonviolenta. Più che altro essi si sono battuti per allargare la sfera del privato e per far diminuire l’ingerenza dell’interesse pubblico; in tal senso possono essere considerate le loro campagne per il divorzio, per l’aborto, per il libero commercio della droga, contro la censura e, appunto, per l’obiezione di coscienza.
Conclusioni
La guerra ha bisogno di semplificazioni: amico o nemico. Pure la distinzione fra sinistra e destra è una semplificazione e collocare la nonviolenza, anche in maniera sottintesa, in una di queste due posizioni è una sua mutilazione, perché la nonviolenza va oltre queste schematizzazioni, consapevole che non esiste un “noi” e un “loro”, ma solo un “noi”, perché tutti facciamo parte dell’umanità. La nonviolenza è un’aggiunta che le forze politiche davvero volenterose di lavorare per il bene dell’umanità devono porre al loro operato.

Sergio Albesano

La nonviolenza entra in carcere. Un’esperienza in Belgio
Seminari e giochi di ruolo con persone che hanno ucciso

Pat Patfoort

Da sei anni lavoriamo regolarmente in 7 diversi carceri del Belgio con gruppi di circa 10 detenuti. Ci incontriamo con i gruppi una o due volte la settimana, per complessive 8-10 sessioni di 1 ora e mezza (più mezz’ora di conversazione privata successivamente). Complessivamente abbiamo tenuto 20 serie di simili sessioni, lavorando con circa 200 detenuti, prevalentemente maschi, ma anche con alcune donne. Molti di loro erano in carcere da molto tempo, a causa di gravi reati, tra cui l’omicidio.
1)Contenuti dei seminari
Dopo la presentazione della sessione e dell’organizzazione del seminario da parte della facilitatrice, nel primo incontro si chiedeva ai detenuti di identificare se stessi attraverso una metafora e in seguito venivano invitati a raccontare al gruppo alcuni fatti concreti che mettessero in evidenza capacità e sentimenti nei confronti di sé (come amore, felicità, eccitazione, speranza, irritazione, rabbia, rincrescimento, odio). La maggior parte del tempo tutti partecipavano molto attivamente in questa attività di presa di coscienza di se stessi e di solito tutti raccontavano in seguito qualcosa al gruppo. Come facciamo al termine di ogni sessione, alla fine facevamo una valutazione di questo primo incontro e di solito dicevano che era loro piaciuto imparare a conoscersi l’un l’altro, che avevano apprezzato l’atmosfera di ascolto e di rispetto reciproco e che volevano continuare a scoprirsi e a riflettere su se stessi .
Dalla seconda sessione abbiamo iniziato, usando il modello Maggiore-minore e dell’Equivalenza1 a introdurre lezioni teoriche sulla violenza: come inizia, come la gente affronta le differenze in un modo che porta alla violenza, che cos’è un conflitto, quali sono i meccanismi della violenza, come le persone si trovano implicate in essi e come è difficile uscirne, quali sono i diversi strumenti della violenza , come può essere provocata, che cos’è un comportamento aggressivo, come la gente di solito lo affronta. Le lezioni teoriche erano supportate da molti esempi concreti e integrate da esercizi per avvicinare la teoria all’esperienza concreta dei detenuti . Attraverso questi esercizi imparavano a situarsi all’interno di violenza e conflitti, a comprendere come erano giunti ad agire in modo violento, a vedere quali erano stati i meccanismi ed i mezzi della violenza che ciascuno di loro usava e a riconoscere le conseguenze dei propri atti.. Queste sessioni erano talvolta cariche di emotività.
Passaggi importanti di queste lezioni erano “esprimere la collera” e “difendersi”, non essere deboli e passivi. Discutevamo di quanto importante fosse riuscire ad esprimere la propria rabbia e sapersi difendere; diversamente, la violenza subita ci ferisce, si interiorizza e ci fa star male.
Ma consideravamo anche che ciò deve avvenire in modo diverso dal modo aggressivo e distruttivo in cui solitamente accade. Va benissimo essere forti, ma ciò non deve avvenire a scapito di altri. Così è stato molto importante distinguere il difendere se stessi (che è sano e positivo), dal modo in cui lo si fa (che spesso è negativo).
La seconda parte delle lezioni teoriche è stata sulle alternative alla violenza, sulla nonviolenza: in che cosa differisce il modello alternativo da quello basilare della violenza, quali sono gli strumenti di questo modello e quali abilità dobbiamo avere per metterlo in pratica?
Abbiamo fatto esercizi per imparare ad usare quelle abilità e quegli strumenti:
creare storie su fatti violenti e nonviolenti
piccoli role plays sulla comunicazione:
1.chiedere qualcosa a qualcuno in modo aggressivo e in modo nonviolento
2.esprimere critiche in modo aggressivo e in modo costruttivo
3.rifiutare di fare qualcosa in modo aggressivo e costruttivo
4.esprimere la collera in un modo e nell’altro
esercizi di ascolto, supportati da fogli con indicazioni riservate
questionari sui propri atteggiamenti in situazioni di conflitto, sui propri modi di esprimere la collera, discussi poi insieme
offrire una “cassetta degli attrezzi” per imparare a gestire situazioni di alta tensione e sperimentarne alcuni, come ad esempio il respiro profondo e il rilassamento
scoprire qualità positive in se stessi e negli altri, dando e ricevendo affermazione positiva.
Abbiamo lavorato con role plays su situazioni reali solo durante le sessioni di follow up, in cui hanno potuto sperimentare diversi comportamenti, per sviluppare quello nonviolento dell’Equivalenza. Ad esempio uno giocava il ruolo della guardia e l’altro quello del detenuto che si sentiva insultato dalla guardia (e questa era una situazione abitualmente vissuta da quel prigioniero). Il detenuto ha tentato in diversi modi di non reagire aggressivamente nei confronti della guardia (che avrebbe potuto essere molto aggressiva fisicamente). Dopo ogni role play il gruppo discuteva quali elementi a loro parere erano stati aggressivi e quali nonviolenti.
In cima a questi esercizi formali c’erano due ulteriori modi di praticare la nonviolenza e le abilità per farlo:
in primo luogo, quando si presentavano momenti difficili all’interno del gruppo (tra due detenuti, o tra uno di loro e il resto del gruppo, o anche tra chi facilitava e un prigioniero o il gruppo intero di essi) si usavano queste situazioni per mettere il più possibile in pratica quanto appreso e per discuterne in seguito ed esprimere una valutazione in merito. Ciò contribuì molto a rendere efficaci le lezioni. Rendeva più facile, infatti, credere che il metodo poteva funzionare.
Secondariamente, tra una sessione e l’altra i detenuti si prendevano un compito (“il lavoro in cella”, come “compito a casa”), in modo da sperimentare quanto appreso durante la sessione con i compagni di cella, o con un familiare visitatore, o con una guardia. Oppure portavano durante la sessione una situazione difficile che avevano vissuto con una di queste persone e noi la analizzavamo e ci lavoravamo sopra. Questo genere di lavoro ulteriore permetteva loro di andare sempre più a fondo nei contenuti del corso.
Molto importante per dare profondità al lavoro è stato anche dare all’inizio del seminario una cartella ad ogni partecipante, in cui per ogni sessione essi potevano mettere materiale scritto su quell’incontro: sia materiale stampato (ad esempio con modelli e diagrammi), sia materiali da compilare (come questionari), sia commenti o conclusioni sugli esercizi (talvolta dettati).
Alla fine dei seminari, i detenuti spesso dicevano quanto fosse stato per loro importante avere quel materiale e poterlo consultare regolarmente.
2)Ciò che hanno appreso
Hanno imparato a parlare usando il “messaggio IO”, a capire come gestire le proprie emozioni (le frustrazioni, la rabbia compressa, il senso di impotenza, la gelosia, la mancanza di comprensione o l’ingiustizia, il dolore), ad accettarle, a cercarne le motivazioni, a dare empatia, a offrire alternative alle persone invece di metterle sotto pressione, a diventare consapevoli delle diverse forme di comunicazione (la nostra intonazione, il nostro linguaggio non verbale).
Sono diventati consapevoli di come gli altri possono vedere la realtà in modo diverso, senza con ciò essere nell’errore. Gli altri possono avere altri valori.
In particolare apprezzavano le discussioni in gruppo, soprattutto nel modo in cui lo facevamo, al quale non erano per nulla abituati: ciascuno poteva avere la parola, ognuno era ascoltato e rispettato, nessuno cercava di convincere gli altri. Così avevano apprezzato molto che chi conduceva li avesse fin dall’inizio fatti parlare uno per volta e fatti ascoltare l’un l’altro, che non potessero parlare tutti insieme o interrompersi. Tutto ciò era una novità per molti di loro.
Attraverso i modelli presentati, gli esercizi e le discussioni, i due punti più importanti che avevano scoperto erano i seguenti:
1)Non ci sono solo due posizioni, la posizione Maggiore e la posizione minore (il vincitore e il perdente), ma anche una terza, la posizione dell’Equivalenza. L’unica posizione forte non è la posizione Maggiore, quella violenta, ma c’è anche la posizione dell’Equivalenza, quella veramente forte. Ci sono due tipi di eroi: quelli violenti, ma anche quelli nonviolenti. E ci vuole più forza e coraggio per sviluppare la posizione Equivalente che la posizione Maggiore.
Quando uno non si comporta in modo aggressivo, in posizione Maggiore, non significa automaticamente che si trova in posizione minore, che è debole. Può anche costruire una posizione di Equivalenza. E può essere molto forte.
2)C’è un modo di esprimere la rabbia e di difendersi che non è aggressivo e distruttivo, ma costruttivo. C’è un modo di gestire la propria energia in modo costruttivo. E loro hanno iniziato ad esercitarsi per realizzarlo.Qui di seguito troviamo alcuni commenti dei detenuti al termine dei seminari su quanto avevano imparato:
1.Quando ci dedichiamo tempo l’un l’altro, ci accorgiamo che ci sono molte più persone buone di quanto non pensiamo.
2.La mia convinzione che la gente ha buona volontà è stata nuovamente confermata.
3.E’ possibile avere un gruppo in cui ciascuno è Equivalente, in cui nessuno è escluso o ignorato, in cui ciascuno può parlare liberamente senza sentirsi messo in posizione minore.
4.Per me è stata molto importante l’atmosfera del gruppo, aperta e piacevole.
5.Ho potuto avere nuovi contatti, e questo capita molto raramente in prigione.
6.La cosa più importante per me è stata che ho ascoltato molti problemi degli altri.
7.C’è un modo nonviolento per gestire i conflitti
8.Ho imparato cose di cui non avevo mai sentito parlare prima.
9.Questo seminario sarà molto utile anche per la mia vita più avanti.
10.Gli schemi mi hanno permesso di capire meglio.
11.Ho avuto nuove intuizioni su come sorgono i conflitti e i comportamenti aggressivi e come gestirli.
12.Ho avuto maggiori possibilità di comprendere i conflitti e l’aggressività. Ora vediamo se riesco a gestire meglio tutto ciò.
13.Come è possibile, già un bel po’ prima, riconoscere ed eventualmente modificare un conflitto. Questo può essere molto utile nella mia vita.
14.Ho imparato a guardare ai problemi in modo diverso.
15.Dobbiamo trattare i conflitti con maggiore consapevolezza.
16.La cosa più importante per me è che posso lavorare su problemi di aggressività.
17.E’ possibile cambiare, se uno veramente lo vuole ed è aperto al cambiamento.
18.Talvolta non conosciamo abbastanza noi stessi e come ci comportiamo.
19.Ho capito meglio cosa gli altri pensano di me. Questo è prezioso per evitare o risolvere conflitti.
20.Noi non abbiamo alcune abilità, attraverso l’esercizio possiamo migliorare la situazione.
21.Non ho ancora abbastanza competenze per affrontare in modo diverso le persone aggressive.
22.Ho capito meglio quando mettiamo una persona in posizione minore, come questa persona può reagire.
23.Non dovremmo mettere gli altri in posizione minore.
24.Quando ci comportiamo in modo aggressivo siamo sciocchi. L’aggressione non porta a nulla.
25.Questo seminario mi ha fatto riflettere molto e mi ha fatto scoprire alcuni aspetti che posso riconoscere in me o negli altri. Per contro, ho qualche esitazione su alcuni punti della teoria e della pratica. Penso che ogni essere umano ha i suoi limiti di tolleranza ed è condizionato dalle sue emozioni. Quando queste emozioni dominano la mente, si fanno cose sciocche.
26.La cosa più importante che ho capito è che devo pensare bene prima di agire, perché sono focoso.
27.E’ necessario imparare a diventare padroni di se stessi.
28.Chi ha pazienza sarà premiato, chi non ce l’ha sarà punito.
29.Ora so affrontare meglio le opinioni altrui.
30.Dobbiamo ascoltare di più gli altri perché anche le loro ragioni e i loro fondamenti sono importanti e degni di considerazione.
31.Ho sempre saputo che violenza e aggressione non hanno senso.
32.Ho imparato come risolvere un problema con le parole e non subito menando le mani.
33.La cosa più importante è: parlare, parlare, parlare.
34.Ho imparato che è importante usare il “messaggio-io”.
35.Non dovremmo avere paura ad aprirci agli altri.
36.Naturalmente la prigione non è il luogo migliore per imparare tutto questo, comunque abbiamo avuto buone indicazioni anche per la vita in prigione.
37.Ho imparato molto sulla tolleranza, il rispetto per ogni essere umano, la comprensione reciproca e l’autocontrollo.
38.Dobbiamo capirci e rispettarci l’un l’altro, imparare a conoscere di più l’uno dell’altro, e in questo modo evitare situazioni di sofferenza.
39.Tutti dovrebbero essere considerati in modo Equivalente; questo non succede spesso nella realtà.
40.Ho imparato come non dovrebbe accadere, rispetto a me, al mio compagno, guardando gli altri, sulla pazienza, il rispetto, l’autocontrollo, la soluzione dei conflitti parlando, essendo positivi in situazioni negative, pensando positivamente, il mio comportamento verso gli altri, come costruire un mondo migliore.
3)Cambiamenti provocati nei detenuti da questi seminari
Quelli che seguono sono alcuni cambiamenti che secondo i detenuti sono stati prodotti dai seminari:
1)I problemi che ho avuto nel passato mi feriscono ancora molto, ma sto imparando ad accettarli ed a trarre il meglio possibile da tutto ciò.
2)Questo corso mi ha dato alcune indicazioni preziose per ora e per il futuro.
3)Userò certamente la “cassetta degli attrezzi” nella mia vita.
4)Ora sono più orientato al futuro.
5)Non voglio ritornare in prigione, perciò devo imparare ad affrontare meglio l’aggressività e i conflitti.
6)Mi sembra di affrontare in modo diverso l’aggressività e i conflitti perché ho capito meglio che cosa sono e come nascono. Voglio imparare a gestirli meglio giorno per giorno.
7)Ho capito alcuni errori che ho fatto nell’affrontare l’aggressività.
8)Sbagliavo. Ora ho più padronanza di me stesso. Rifletto di più.
9)Non sapevo quando e dove affrontare i miei problemi. Qui l’ho imparato.
10)Avendo compreso meglio ciò che provoca l’aggressività, ora rifletto di più e lavoro per avere più padronanza di me stesso e parlare di più.
11)So meglio come gestire il mio autocontrollo.
12)Parlo di più sul momento.
13)Sto imparando a esprimermi con gli altri nel modo giusto.
14)Sono diventato più paziente: conosco me stesso un po’ di più.
15)Ho iniziato a pensare di più a me stesso e spesso mi fermo a riflettere su situazioni quotidiane.
16)Mi accorgo di più di come reagisco in un conflitto.
17)Ora capisco meglio gli altri.
18)E’ stato importante imparare a guardare una persona in modo positivo e a dirci qualcosa di positivo l’un l’altro, invece che sempre cose negative.
19)Per evitare l’aggressione fisica ma anche verbale, ora cerco di pensare a me stesso in modo più positivo.
20)Sono diventato più tranquillo perché ora so meglio che cosa possiamo fare. Lavoro per imparare a parlare in modo più aperto, a conoscere meglio la gente, a rivolgermi agli altri in modo più equivalente.
21)Questo corso mi ha portato a comprendere meglio che dobbiamo capire la reazione dell’altro.
22)Faccio più attenzione ai problemi degli altri.
23)Ha cambiato l’odio e i sentimenti negativi che avevo verso chi mi aveva ferito nella mia fiducia. Prima vedevo le cose o bianche o nere, ad esempio tra Cristiani e Mussulmani, ora ho capito che non è così.. Questo viene dalla propaganda di leaders e persone interessate.
24)Mi tengo lontano da comportamenti aggressivi, ora.
25)Ora stringo i pugni in tasca quando qualcuno mi provoca.
26)Ieri un uomo mi ha insultato Prima lo avrei immediatamente picchiato. Ora, per la prima volta nella mia vita, ho tenuto i pugni in tasca (dice un uomo con un aspetto molto orgoglioso)
27)Questo seminario mi ha confortato e mi ha dato coraggio.
Penso che questo elenco possa rendere bene l’idea di quanto possono dare questi seminari a persone che hanno commesso terribili atti criminosi. Possiamo riassumere questo elenco dicendo che questo tipo di seminari aiuta le persone a riflettere sul proprio comportamento e le rende capaci di iniziare a cambiare le proprie attitudini in una direzione nonviolenta.
E’ importante essere consapevoli che molte di quelle persone hanno avuto (e spesso hanno ancora) situazioni di vita molto difficili, hanno conosciuto poco rispetto e amore. E’ uno stereotipo dire che hanno avuto “un’infanzia difficile”, tuttavia ciò è spesso un dato di fatto. Si consideri ad esempio un uomo i cui genitori non lo avevano voluto e che per tutta la vita ha dovuto sentirsi dire che non avrebbe mai dovuto essere là, che era “il problema” in famiglia, che tutto era colpa sua…e che non ricorda di avere mai ricevuto un apprezzamento o di essere mai stato coccolato in alcun modo. Durante queste sessioni i detenuti si sono sentiti trattare come esseri umani, si sono sentiti ascoltati, rispettati per quello che erano, con i sentimenti che avevano, indipendentemente da ciò che avevano fatto. Questa è spesso un’esperienza molto speciale per loro. Imparano a conoscere un mondo molto diverso da quello che hanno sempre conosciuto. E’ importante per loro sapere che c’è un altro mondo, un altro tipo di relazioni tra le persone, un altro modo di comportarsi l’uno con l’altro, e soprattutto che possano, quanto più possibile, fare esperienza di una piccola parte di tutto ciò.
Almeno ora sanno che questa possibilità esiste e imparano qualcosa su come si presenta, come funziona e cosa significa emotivamente.
Ciò è significativo per diversi motivi:
In primo luogo, non dobbiamo dimenticare che un giorno quelle persone usciranno di prigione ed è importante che escano avendo imparato qualcosa in modo da saper gestire la propria aggressività e la propria collera in modo più costruttivo di quanto facessero quando sono entrate.
Secondariamente, la prigione non dovrebbe essere una “punizione” attraverso cui vendicarci per quanto esse hanno fatto, perché in questo modo noi useremmo lo stesso sistema Maggiore-minore, il modello violento che hanno usato per i loro crimini. Invece, il tempo di prigionia dovrebbe essere usato come un periodo di riflessione, capace di renderli consapevoli delle conseguenze dei loro atti, di insegnare loro a contestualizzare i loro atti e comportamenti e a vedere come le cose possono andare diversamente.
Infine, molti di loro hanno figli ed è perciò importante che conoscano meglio come si costruiscono relazioni umane costruttive, per la loro educazione.
Questi tre modi aiuteranno a diminuire la violenza nella nostra società e a costruire un mondo più pacifico e sicuro.
Per concludere, vorrei esprimere la mia profonda gratitudine ai direttori degli istituti di pena, alle guardie e agli ausiliari delle prigioni che ci invitano a fare questo lavoro e ci consentono di svolgerlo nelle migliori condizioni possibili.
Relazione presentata alla 21esima Conferenza generale del’IPRA (Commissione sulla Nonviolenza), sul tema “Strutture di conflitto, sentieri di pace”, presso l’Università di Calgary, Canada, 29 giugno-3 luglio 2006.

Traduzione di Angela Dogliotti Marasso.

Riaprire il dibattito sul Concordato
1929 – 1984 – 2007
L’attualità della proposta di Capitini

Raffaello Saffioti *

La cronaca recente dei rapporti tra l’Italia e la Chiesa cattolica registra interventi delle gerarchie ecclesiastiche nella politica italiana. Sono interventi compiuti personalmente dallo stesso Pontefice e dal Presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Vengono fatte pressioni sul Parlamento per influenzare l’attività legislativa, e vengono dimenticati quei patti che regolano i rapporti tra Stato e Chiesa. Di quei patti fa parte il nuovo Concordato entrato in vigore il 18 febbraio del 1984.
La vecchia “questione concordataria” sta ritornando di attualità e riprende vigore. Ad essa dovrebbe essere interessato anche il Movimento Nonviolento. La ricorrenza dell’anniversario della firma del nuovo Concordato è una buona occasione per invitare gli amici del Movimento a ricordare quanto Aldo Capitini scrisse sul Concordato.
Qui mi limito a riproporre una pagina tratta dalla Introduzione di Capitini a Gli Atti dell’Assemblea Costituente sull’art. 7, Manduria, Lacaita, 1959. Il testo è riportato col titolo “Abolire il Concordato” nell’antologia Il messaggio di Aldo Capitini, a cura di Giovanni Cacioppo, Lacaita, Manduria, 1977.

*Associazione Casa per la Pace “D. A. Cardone”

Accettiamo l’invito di Saffioti ad aprire un approfondimento, ricordando che già al Congresso di Pisa del 1999 il Movimento Nonviolento ha approvato una mozione particolare per l’abolizione/superamento del Concordato, anche nella sua attuale formulazione. Pensiamo che questo farebbe bene allo Stato e anche alla Chiesa, e soprattutto ai tanti laici e ai tanti cattolici che guardano con la stessa fiducia e speranza alla nonviolenza, come unica via di salvezza e di liberazione per tutti.

ABOLIRE IL CONCORDATO
Il rapporto tra il Concordato e la Costituzione mi pare che si ponga in questi termini:
1)se perdura il governo democristiano, cresce certamente il dilagamento del potere confessionale attraverso l’art. 7 della Costituzione;
2)bisogna porre e allargare una vita morale e religiosa, culturale ed educativa, diversa e antitetica a quella dell’impero ecclesiastico cattolico;
3)parallelamente, sul piano sociale e politico, bisogna promuovere tutto ciò che meglio realizza la società di tutti, crescendo la quale, e articolandosi e consolidandosi economicamente e giuridicamente, attraverso libertà e giustizia, scadrà certamente l’influenza di una Chiesa assolutistica, dogmatica e divisiva;
4)costituita saldamente una convivenza nazionale di apertura reciproca, con tutte le garanzie giuridiche, ma anche con un costume di tutti formato e rafforzato da molteplici associazioni e centri di vita morale e religiosa, sorgerà il desiderio, nella grandissima maggioranza degli italiani, di liberarsi da un Concordato così malamente vincolante, e produttivo di una degenerazione nel vivente tessuto civile; si vedrà la possibilità di una vita religiosa intensa su una base giuridica sana di presenza di tutti, e non su quella malsana di ora, perché piena di privilegi; i cattolici religiosi si sentiranno liberi da un’ansia che ora li tormenta, perché si sentono connessi con un potere mondano.
Bisogna, insomma, che tutti insieme si lavori per dare l’impressione che oltre, dopo e senza il Concordato del gelido febbraio 1929, non c’è il vuoto, ma un pieno di vita elevata, aperta, di reciproco rispetto, di convivenza nella libertà, nel lavoro, nella cultura, e anche nella speranza e fede, se sapremo farla valere, in una realtà liberata. Lo vedo chiaro. O questa via che è di pace (ma non d’impero); oppure non potrà che avvenire, prima o poi, dopo tanta pressione, una reazione, una contropressione tanto più violenta quanto insolente e assolutistica è la pressione; e chi potrà allora frenare la reazione dal basso, la “vendetta” dei lavoratori sfruttati o esclusi dal lavoro perché non conformisti, di tutti coloro che si accorgeranno che li si voleva alimentare, prepotentemente, con miti e leggende, con falsità storiche? Proprio per uscire dal dilemma di prepotenza e di reazione violenta, credo che si debba porre il problema dell’abolizione del Concordato in un quadro di iniziative attivissime e pulite; una prassi di alta qualità e al livello più popolare va messa al posto della incertezza di giudizio, di cui è stata riportata poco sopra una importante testimonianza. E la lettura diretta di questi Atti della Costituente mi sembra utile e opportuna anche per questo, che prova come le astuzie, le minacce, i ricatti, le furbizie nascoste, i machiavellismi e i gesuitismi, disgustano sempre più, con il passare del tempo, mentre ciò che è pulito, della coscienza leale e schietta, a leggerlo, sembra detto ieri.

Aldo Capitini

EDUCAZIONE
A cura di Pasquale Pugliese
Se solo fosse così semplice,
alla Scuola di Pace di Monte Sole

«Educazione alla pace».
Quando questa è la risposta alla domanda: «Di cosa vi occupate alla Scuola di Pace di Monte Sole?», dallo sguardo dell’interlocutore, ci si accorge che la risposta non è stata esauriente né soddisfacente, la sua mente si è accesa in una ricerca di ancore. L’estrema complessità e nello stesso tempo l’estrema familiarità di questo concetto spinge a riferirsi a intrecci di luoghi comuni e stereotipi:
educazione = trasmissione di contenuti e/o di modi di agire;
pace = situazione idilliaca di amore e serenità reciproche.
L’interlocutore non sa che la mappa per districarsi da quegli intrecci è già contenuta nella sua domanda: Monte Sole. Monte Sole come luoghi. Della memoria.
Monte Sole è un triangolo di colline pochi chilometri a sud di Bologna, sull’Appennino tosco-emiliano, tra le valli del fiume Reno e del torrente Setta. Tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, quando il fronte era già vicinissimo, il luogo fu teatro di un massacro di civili ad opera di soldati nazisti, con l’aiuto di fascisti italiani. Nella strage, nota come strage di Marzabotto, furono uccise 770 persone, soprattutto donne, vecchi e bambini.
Educare alla pace, a Monte Sole, vuol dire partire da qui, da queste memorie che chiedono di essere ascoltate, studiate e riscattate (la decontaminazione di cui parla Moni Ovadia1), diventando il primo motore di una riflessione sul presente e sul futuro.
Educare alla pace, a Monte Sole, significa educare ad una cultura di pace: un percorso lungo e complesso dove si intrecciano le memorie del passato ed uno sforzo costante di rielaborarle, a partire dalla consapevolezza di sé, dal riconoscimento dei propri limiti e delle proprie responsabilità per riflettere sulle responsabilità altrui, sui meccanismi e sui percorsi che permettono l’emergere e il consolidarsi della cultura della violenza e della sopraffazione (l’indifferenza e il silenzio di chi vedeva avvicinarsi l’orrore e non sapeva opporvisi; l’indifferenza e il silenzio di chi, oggi, riconosce le premesse di analoghi processi di violenza e di terrore e tuttavia tace).
Una cultura di pace non è una cultura che nega l’esistenza del conflitto. Al contrario, essa ci insegna a riconoscerlo ed accettarlo, come presenza costante e non necessariamente negativa in sé, purché ne diventiamo consapevoli, impariamo a riconoscerne i diversi aspetti, ad agire su di essi, trasformandoli in modo creativo, in forme non violente; purché impariamo a comprendere ed accettare che esso appartiene alla quotidianità del nostro vivere. Come dice Charles Villa-Vicencio, dopo la sua esperienza alla Commissione Verità e Riconciliazione in Sudafrica, «riconoscere la possibilità del male in ciascuno di noi chiama in causa l’importanza di assumerci l’impegno di fare in modo che il male del passato non debba più ripetersi in futuro»2.
L’attività di educazione alla pace a Monte Sole – come ci piace definire, in senso lato, il campo degli interventi che proponiamo e progettiamo (dalla ricerca storica ed educativa, al confronto a livello nazionale ed internazionale con realtà analoghe, ai laboratori didattici con le scuole di ogni ordine e grado) – comincia sempre dal dialogo tra soggetti, uomini e donne, ragazze e ragazzi, con le loro vite, le loro emozioni, desideri, idee, opinioni, visioni del mondo, mantenendo viva l’attenzione per le differenze di genere, generazione, cultura, etnia, nazione, classe. In questo lavoro, la visita ai luoghi è viaggio in sé, punto di partenza di un percorso e perno di una riflessione. E’ viaggio perché Monte Sole comporta il distacco da una realtà quotidiana personale caratterizzata da ambienti familiari e comportamenti consolidati. E’ punto di partenza perché dal racconto di Monte Sole si dipanano percorsi storici, etici e civici. È perno di una riflessione poiché la storia e le memorie di Monte Sole sono catalizzatrici di un processo educativo.
Monte Sole, tuttavia, non si può spiegare, si deve esperire.
Marzia Gigli ed Elena Monicelli

La Fondazione Scuola di Pace di Monte Sole nasce ufficialmente nel dicembre 2002, dopo un lungo periodo di discussioni e di confronto dialettico tra enti locali e società civile, nell’intento di coniugare le esigenze di entrambi nella costruzione di un soggetto autonomo capace di svolgere la sua prioritaria funzione educativa. Essa è costituita da:
– un consiglio di amministrazione con un Presidente, Vittorio Prodi, e una Direttrice, Nadia Baiesi;
– uno staff di responsabili delle aree di attività: Marzia Gigli (storico-educativa), Elena Monicelli (progettazione e comunicazione); Massimo Sterpi (amministrazione);
– uno staff di educatrici/ori.
www.montesole.org

SERVIZIO CIVILE
A cura di Claudia Pallottino
Nella Carta di impegno etico l’identità del servizio civile

“La nonviolenza non è un principio assoluto che basterebbe applicare ad ogni circostanza, ma è un processo di conversione personale, di educazione e di cambiamento delle istituzioni, attraverso cui le innumerevoli forme di violenza presenti nella società vengono riconosciute e ripudiate, l’incidenza delle pratiche autoritarie e violente viene ridotta al minimo, e la pace viene costruita”
Giuliano Pontara
Un piccolo spunto teorico
“Lo spirito di difesa necessario è direttamente correlato con il grado di attaccamento delle popolazioni al modello di società in cui vivono. L’esperienza umana insegna che si sa difendere ciò che si sa amare; si è pronti a correre dei rischi soltanto per ciò a cui si è legati. (…) L’assunzione di responsabilità da parte dei cittadini, lo sviluppo della loro autonomia, l’estensione della vita associativa, sono fattori favorevoli ad una difesa civile.” (Tratto da “Senz’armi di fronte a Hitler. La Resistenza Civile in Europa 1939-1943”, Jacques Sémelin, Edizioni Sonda, pagg. 212 e 213).
Dalla Carta Etica
La Carta di Impegno Etico del Servizio Civile Nazionale (familiarmente detta “Carta Etica”) al primo punto indica che l’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile e gli Enti che partecipano ai progetti “sono consapevoli di partecipare all’attuazione di una legge che ha come finalità il coinvolgimento delle giovani generazioni nella difesa della Patria con mezzi non armati e non violenti, mediante servizi di utilità sociale. Servizi tesi a costituire e rafforzare i legami che sostanziano e mantengono coesa la società civile, rendono vitali le relazioni all’interno delle comunità, allargano alle categorie più deboli e svantaggiate la partecipazione alla vita sociale, attraverso azioni di solidarietà, di inclusione, di coinvolgimento e partecipazione, che promuovono a vantaggio di tutti il patrimonio culturale e ambientale delle comunità, e realizzano reti di cittadinanza mediante la partecipazione attiva delle persone alla vita della collettività e delle istituzioni a livello locale, nazionale, europeo ed internazionale”.
Saltando all’ultimo punto della Carta, troviamo anche che Unsc ed Enti “si impegnano a far parte di una rete di soggetti che a livello nazionale accettano e condividono le stesse regole per attuare obiettivi comuni, sono disponibili al confronto e alla verifica delle esperienze e dei risultati, nello spirito di chi rende un servizio al Paese ed intende condividere il proprio impegno con i più giovani”.
Alcune considerazioni
Lasciandoci sollecitare da questi testi, possiamo provare ad osservare la composizione di due percorsi che il servizio civile può intraprendere verso un’esperienza di difesa civile, anche a sua insaputa. In primo luogo troviamo la dimensione formativa implicita del mettersi al servizio della collettività grazie alle risorse economiche che da essa arrivano. Tanto chi “serve”, quanto chi “è servito” (o riconosce l’esistenza di un servizio), si può dire che sia coinvolto in un potenziale “circolo virtuoso” che lavora sulla coesione sociale o quanto meno sulla cura e il riconoscimento dei bisogni della collettività, dove la differenza la fa il livello di consapevolezza. Bisogni intesi non solo “del territorio e della popolazione in cui si decide di progettare” ma relativi a tutti i soggetti che vi partecipano, come ad esempio il bisogno dei giovani di costruire i propri percorsi o quello di essere riconosciuti come elementi vitali nella collettività e non solo soggetti “non produttivi”.
In secondo luogo vi è il percorso delle istituzioni, che iniziando ad aprirsi ai contributi che i cittadini liberamente offrono, assaggiano la ricchezza della possibile re-impostazione della relazione istituzione-individuo. Gli enti pubblici, come anche il mondo del no profit, hanno un’occasione concreta in più per “allenarsi” nella difficile arte della cooperazione per un progetto comune, che non risparmia dagli sforzi e dagli investimenti, ma che produce direttamente benefici alla collettività e può essere d’aiuto nel creare canali relazionali tra istituzioni che all’occorrenza si troverebbero ad essere già collaudati.
I tempi probabilmente non sono ancora maturi per poter condividere con tutte le istituzioni e i soggetti coinvolti il linguaggio così nitidamente orientato alla difesa civile della Carta Etica, ma è importante cominciare a tracciare una mappa e organizzare il viaggio almeno per queste due strade-dimensioni. Qualcosa si sta iniziando a fare in termini di formazione generale dei volontari (vedi le “Linee guida” dell’Unsc), ma decisamente molto è ancora da fare per la formazione degli operatori coinvolti, dai Progettisti ai Formatori, passando per gli Operatori Locali di Progetto ed i loro colleghi.
Per molti si tratta ancora di comprendere la necessità del viaggio, per altri scegliere la comitiva, ma l’importante è mettersi in Movimento.

ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Gli affari sono affari,soprattutto in Transnistria

Quando si tratta di affari, il mondo economico internazionale non va tanto per il sottile. E mette in campo ogni mezzo per perseguire i suoi scopi, compreso quello di inventarsi stati dove prima non esistevano.
La Transnistria, conosciuta anche come Transdniestria o Trans-Dniester, è diventata recentemente una entità separata della Moldavia, nell’Est Europeo, tra Moldavia e Ucraina. Il nome deriva dal fiume Nistro: la Transnistria è infatti l’area della Moldavia posta ad est del fiume.
L’entità non è riconosciuta ufficialmente da alcuno stato e neanche dall’Onu: solo la Russia vi intrattiene rapporti, ma non la riconosce ufficialmente. Il 2 agosto del 1990, con la proclamazione di una nuova costituzione, i suoi 550 mila abitanti hanno dichiarato unilateralmente l’indipendenza come Repubblica Moldava Transnistria, assumendo la capitale a Tiraspol.
Per dire della democrazia che vige nel paese, che è poco più grande della Valle d’Aosta, basta ricordare che alle elezioni presidenziali nel 2001, in alcune regioni, il presidente uscente Igor Smirnov raccolse il 103.6% dei voti e per questo non furono considerate libere da molti analisti ed osservatori. Non esiste stampa libera e la gente riceve l’acqua calda una settimana al mese, mentre il ministro della sicurezza interna, ex-Kgb come l’attuale presidente, è ricercato dalle polizie di mezzo mondo per omicidio.
Il regime separatista si regge in piedi grazie all’aiuto militare, economico, finanziario e politico della Russia, che agisce con un “contingente di pace” formato da cosacchi ucraini e i resti dei diecimila soldati del 14° corpo d’armata. Nel giro di alcuni anni sono spuntate frontiere e dogane in ogni parte del perimetro dello stato: transinistriane, russe e moldave, ma soprattutto miliziane, formate cioè da irregolari che amministrano il vero tesoro della giovane repubblica: il contrabbando di ogni tipo di merce con particolare attenzione al denaro sporco, alla droga e alle armi.
Il paese sta diventando sempre più una gigantesca lavatrice per ripulire il traffico di combustibile, organi, vodka e tonnellate di armi che senza controllo partono dai vecchi arsenali sovietici e dalle fabbriche di Tiraspol verso i conflitti di tutta l’area, dal Kurdistan alla Cecenia, dall’Ossezia alla Serbia, fino ad al Qaeda come lamentano i rapporti dei servizi segreti moldavi. Secondo le polizie e i servizi segreti occidentali qui vengono a rifornirsi i gruppi guerriglieri e terroristici di mezzo mondo. Più di una volta l’Interpol ha segnalato la presenza in Transnistria di personaggi sospetti provenienti dai paesi arabi e mediorientali, dai Balcani, dall’Africa, venuti qui a fare acquisti. Tra i clienti sono stati annoverati militari coinvolti nel conflitto dell’ex Jugoslavia, golpisti africani, terroristi libanesi e palestinesi, guerriglieri curdi e ceceni, golpisti africani e, ovviamente, al Qaeda.
A comandare nella entità creata ad uso e consumo della malavita internazionale, è principalmente un gruppo di militari russi che hanno deciso di cambiare mestiere: i ragazzi della Brigata Solntsevo, diventati in questi anni uno dei clan più potenti della malavita moscovita, che a Tiraspol hanno aperto la loro sede principale. Da lì amministrano, tramite il figlio del presidente, la Sheriff, unica azienda autorizzata a commerciare con l’estero. La Sheriff, che ha un fatturato pari a 47 volte il PIL dalla Transnistria, gestisce supermercati, distributori di benzina, casinò, compagnie telefoniche e, panem et circenses, la locale squadra di calcio.
Dopo aver cambiato denominazione e timbri alla merce provenuta da ogni parte del mondo, i pacchi prendono la strada per il porto ucraino di Ilichevsk, sul Mar Nero, grazie ai buoni uffici di russi e politici ucraini. Di qui salpano, ripuliti, per i mari più lontani, certi di godere di una ampia impunità extraterritoriale.
Di fronte a questo quadro, le situazioni che si verificano in altri paesi off shore come Montecarlo o il Lichtenstein impallidiscono. La nuova frontiera dell’economia sporca passa per la costituzione di terre di nessuno, dove la giustizia non esiste e le polizie internazionali non possono muoversi. Il fatto che dal 1° gennaio scorso la Moldavia confini ormai con la nuova Unione Europea allargata, allarma ancor più i governi occidentali, che temono l’esportazione dell’illegalità e la conseguente destabilizzazione di tutta l’area balcanica.
L’esempio della Transnistria non è il primo che si verifica a ridosso del mondo occidentale: in precedenza il Kossovo e l’Albania si erano trovati ad essere una terra di nessuno dove i traffici illeciti prosperavano, e vari stati africani e asiatici avevano avuto i loro momenti di fama in tal senso, ma la vicinanza territoriale e la metodicità in larga scala messa in campo dalle mafie russe favorisce ancor più la contaminazione e la rende evidente anche agli occhi più distratti.

GIOVANI
A cura di Elisabetta Albesano
Un libro per spiegare la nonviolenza ai giovani

“Ma che cos’è ‘sta nonviolenza?” E’ la domanda che forse ci siamo posti spesso e che hanno rivolto due ragazze di tredici e diciotto anni al loro padre. Questo padre si chiama Jacques Semelin ed è un sociologo. Così non si è accontentato di dare una risposta alle sue figlie, ma ci ha scritto sopra un libretto, peraltro breve, di sessantadue pagine, che si legge in fretta, intitolato: “La non violenza spiegata ai giovani”. L’ho letto anch’io e mi è piaciuto il modo chiaro in cui sono offerte le risposte a domande che semplici non sono proprio. Faccio qui di seguito una carrellata di alcune tra le parti che mi hanno interessato di più, riassumendo un po’ i concetti.
Quando ci arrabbiamo con qualcuno, siamo violenti?
Un giovane che dice una parola ostile non è violento. Se fosse così, violenza sarebbe tutto quello che non si sopporta più. Ma se alla parola si dà un senso troppo ampio, va a finire che non significa più niente di preciso.
Ma allora che cos’è veramente la violenza?
E’ quello che porta alla negazione dell’altro e in definitiva alla sua morte. Non necessariamente quella fisica, ma anche quella del suo io più profondo. E’ quando non consideri più l’altro una persona, un essere umano, ma piuttosto un oggetto o un animale che può essere sfruttato, violentato e ucciso.
Ma concretamente che cosa proponi per esempio contro il teppismo a scuola?
L’unica soluzione è parlarne subito con un adulto di cui si ha fiducia. Anche se per il momento si è stati solo minacciati. Bisogna rompere la legge del silenzio. E’ l’unico modo per proteggersi. Il comportamento nonviolento consiste nell’avere il coraggio di dire chiaramente come stanno le cose per non subire più.
Ho qualche dubbio che il dialogo possa funzionare con i giovani molto violenti.
Certamente è molto più difficile con loro perché non hanno “le parole per dirlo”. O per meglio dire, le loro parole sono spesso i pugni: un modo di comunicare aggredendo. Vogliono essere rispettati, ma non rispettano gli altri. Allora bisogna punire quelli che non rispettano la legge. E la punizione dev’essere commisurata alla colpa. E’ fondamentale che gli adulti fissino limiti e si deve cominciare con le piccole cose. Ad esempio, se un giovane ruba in un negozio e le persone che lo vedono fanno finta di niente questa passività è una forma di incoraggiamento a fare qualcosa di più grave la volta successiva.
Che cosa si può fare per recuperarli?
Anzitutto devono smettere di sentirsi qualcuno solo quando aggrediscono gli altri. Bisogna dare loro responsabilità e lavoro. Oppure bisogna proporre loro attività che li interessino, come lo sport o la musica. Poi è importante parlare con loro, anche se qualche volta è difficile. Infine c’è l’azione dei giovani che rifiutano la violenza. Nei quartieri non tutti sono violenti. Ci sono molti esempi di ragazzi che hanno organizzato manifestazioni contro la violenza e hanno invitato gli altri giovani a riunirsi per discutere e fare proposte concrete. La nonviolenza non ha ricette miracolose. Bisogna sapere con precisione quali obiettivi si vogliono raggiungere. Per avere probabilità di successo bisogna formare un gruppo, cioè combattere in tanti per farsi sentire e creare la forza del numero. Poi bisogna inventarsi un tipo di azione che funzioni e che sia in grado di mostrare la forza del gruppo. E non basta agire; bisogna anche spiegare quello che si fa. La forza delle parole c’è quando si è uniti e si parla con un’unica voce.
Mi fermo qua. Il libro è scritto in maniera semplice, riporta tanti esempi di casi di lotta nonviolenta che hanno avuto successo nella storia e diverse idee che possiamo realizzare anche noi nella nostra vita quotidiana. Quindi invito i giovani a leggerlo. Mio padre si lamenta che Semelin ha scritto il termine “non violenza” staccato, mentre “nonviolenza” è un’unica parola perché rappresenta un concetto positivo e costruttivo, ma lui è un segone intellettuale e si preoccupa tanto di questi aspetti semantico-concettuali. Non violenza o nonviolenza che sia, è un libro che può essere utile e interessante per noi giovani. Ah, dimenticavo, se decidete di comperarlo è stato pubblicato da Archinto e costa euro 6,20 e lo potete chiedere alla Redazione di Azione nonviolenta.

Elisabetta Albesano

PER ESEMPIO
A cura di Maria G. Di Rienzo
Morire per i diamanti, rinascere per la pace

Arrendersi alla rabbia e al dolore sarebbe stato facile. Hindolo Pokawa ha visto i membri della sua famiglia massacrati. Ha visto vicini di casa mutilare altri vicini. Era spaventato, minacciato, si sentiva privo di potere e finì per fuggire dal suo paese, la Sierra Leone, nello Zimbabwe. Aveva 18 anni, ed era convinto che un giorno sarebbe tornato per vendicarsi e predicare la guerra. Invece, sta per tornare a casa con l’intento di costruire percorsi di pace.
Oggi Hindolo Pokawa ha 30 anni, ed è un membro di Nonviolent Peaceforce, il gruppo che sta lavorando da qualche anno alla costruzione di una forza di pace internazionale impegnata nell’intervento nonviolento di “terza parte”. Al presente, Nonviolent Peaceforce ha già addestrato e formato centinaia di persone, e spera di arrivare a parecchie migliaia nel 2010: capaci di interposizione, con completo supporto logistico, costoro dovrebbero poter intervenire nei conflitti in ogni parte del mondo.
In Zimbabwe, Pokawa ha studiato il ruolo dei diamanti nella guerra civile che ha devastato il suo paese per 11 anni, e grazie al padre, l’unico sopravvissuto della sua famiglia, si è avvicinato agli insegnamenti di Gandhi e di Martin Luther King. La decisione di approfondire la conoscenza della nonviolenza lo ha portato negli Usa nel 2000, a Minneapolis, dove ha frequentato l’università ed ha sposato una compagna di studi proveniente dall’India.
Le sue tracce rimarranno a lungo a Minneapolis, dicono i suoi compagni di Nonviolent Peaceforce. Come membro dell’organizzazione, Hindolo Pokawa ha lavorato con grande impegno nei quartieri più “duri” della città, parlando di pace e nonviolenza a ragazzi coinvolti nelle gang e perpetratori o vittime di crimini ed atti di violenza. “Sto davanti a voi come qualcuno che abbia una pistola puntata alla testa.”, così cominciavano spesso i suoi interventi, “Abbiamo qualcosa in comune, vedete. Dobbiamo lottare insieme, e vi dico, e lo credo con tutta l’anima, che la nonviolenza è molto più potente della pistola.”
Lo studio e la pratica della nonviolenza, racconta Pokawa, lo hanno cambiato profondamente; tutto questo è diventato parte integrante di lui, qualcosa che non può più essere messo a tacere o lasciato indietro: “La mia nuova vita è come un’ombra che mi segue.”, scherza, “Se anche tentassi di ignorarla, non me lo permetterebbe… So che parlare è facile. So che rispondere con violenza sembra naturale. Immaginate di essere costretti a guardare persone che amate in balìa di uomini armati, e questi uomini chiedono loro: Manica lunga o manica corta? ‘Manica lunga’ significa che taglieranno via una mano, ‘manica corta’ che amputeranno il braccio sino al gomito. Questo è ciò che noi in Sierra Leone abbiamo vissuto.”
Oggi questo giovane uomo ritorna ad un paese in cui esiste una fragile pace. L’industria dei diamanti proclama di essere pulita, ora, ma Pokawa sa che i minatori vivono ancora in condizioni terribili, e che ben poco della ricchezza relativa ai diamanti resta in Sierra Leone. E rivedrà i sopravvissuti come lui, quelli mutilati e feriti di cui conosce le terribili vicende. Tornerà nel Minnesota, di cui ama gli innumerevoli laghi e le persone che lo affiancano nella lotta nonviolenta, ma pare proprio che la sua casa lo stia chiamando:
“Devo andare. Devo cercare di capire cos’è cambiato e come. Ed ho bisogno di fare alle persone questa domanda: Cosa potrebbe spingerti a rovinare la vita del tuo vicino di casa, ad amputargli gli arti, ad ucciderlo? E voglio raccontare come la nonviolenza ha trasformato la mia vita, e come trasformerà le loro.”

MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Il varco della storia è solo una canzonetta

Ho scoperto che a molti dei nostri amici anche più affezionati, è sfuggito che da oltre un anno è possibile ascoltare e scaricare una canzone sul nostro sito (link diretto: www.nonviolenti.org/content/view/421/60/ , sennò si va su www.nonviolenti.org poi si cerca la sezione “nonviolenza e musica” e qui si trova “Il varco della storia” ). Questa stessa canzone è ora disponibile sul Cd-Rom “Mattoni di pace”, prodotto dal Comitato Italiano per il Decennio e distribuito dal Mir di Padova. Visto che sul Cd non ci sono notizie sulla storia della canzone e sui collaboratori, mi trovo a parlare di “roba mia”, soprattutto per ringraziare e far conoscere la storia che ci sta dietro e chi ha reso possibile l’impresa. Con suggerimenti di tanti amici della nonviolenza e una spolverata di frasi prese dai testi più o meno “sacri” è nato il primo testo: potremmo organizzare un piccolo concorso fra chi scopre il maggior numero di citazioni! Il titolo, come molti avranno capito, viene da Aldo Capitini. L’abbiamo canticchiata e rimasticata anche in riunioni del Comitato di Coordinamento del MN in vista della camminata Assisi-Gubbio del 2003; nello stesso anno, con Piero Negroni (che ha dato ritocchi significativi in alcuni punti sia del testo che della musica) ed Eugenio Govoni l’ho presentata per la prima volta a Sestola e poi appunto a Gubbio nel corso della riuscitissima festa di Azione nonviolenta che concludeva la camminata. Continuando a cantarla e a farla cantare in vari appuntamenti del “movimento” si è cominciata ad assestare la versione definitiva, visto che fino ad allora era un vero e proprio work in progress. Pensando al “Decennio…” e raccogliendo diverse sollecitazioni si è deciso di far cantare i bambini. In fase di registrazione delle parti strumentali è nata l’idea della telefonata. Così, alla fine, abbiamo coinvolto due mamme e otto bambine e bambini fra i 4 e i 10 anni che hanno cantato e anche… parlato al telefono con M.L.King e Gandhi! Il tutto con sapiente arrangiamento e direzione di Giò Simeoni. Il Movimento Nonviolento ha dato il giusto incoraggiamento e anche un contributo economico ai costi di registrazione. Inutile dire che siamo stati tutti molto soddisfatti del risultato ottenuto.
Ai convegno internazionali sul Decennio (Sanremo 2005 e Chieri 2006)”Il varco della storia” ha fatto da colonna sonora e io posso dire di aver cantato al Casinò di Sanremo! Fra le varie notizie, mi piace ricordare che una comunità parrocchiale l’ha inserita fra i propri canti e che Agnese Ginocchio l’ha cantata a una Marcia di fine anno di Pax Christi.
Circa vent’anni fa, un bellissimo numero sulla musica di “Messaggero Cappuccino” intervistava due cantautori, uno famoso (Edoardo Bennato) e uno sconosciuto (Paolo Predieri…). Proprio lì raccontavo della mia caccia infruttuosa alla canzone per la nonviolenza. Oggi, dopo tanti anni di poco onorata carriera da eterno dilettante-militante, Bennato è sempre famoso e io sono sempre sconosciuto, però non credo ai miei occhi e alle mie orecchie nel trovarmi fra le mani una canzone sulla nonviolenza che pare funzioni davvero!

IL VARCO DELLA STORIA

Nelle periferie della memoria
Negli angoli più fertili della storia
Uomini e donne scoprono che
La forza più forte nelle armi non è
Sui libri di scuola poco evidenziati
Racconti di eserciti che son stati fermati
Tiranni feroci che hanno abdicato
E folli assassini che i coltelli han gettato
RIT: Nonviolenza è il varco della storia
Senz’armi combatti con molta più gloria
Nonviolenza è sempre più da organizzare
Il male col male non si può cancellare
Nonviolenza è il varco della storia
Senz’armi combatti con molta più gloria
Nonviolenza è sempre più da organizzare
Il male in bene si può trasformare
Dove c’è l’odio l’amore portiamo
Amiamo il nemico a lui la mano tendiamo
Ma se con noi si scontra il suo fare
Possiamo e dobbiamo non collaborare
RIT
(Inciso) Nonviolenza non è stare ad aspettare
Che qualcuno cattivo ci faccia del male
Sarà nonviolenza o non esistenza
Nel futuro dell’uomo c’è questa esigenza

Bandiere di pace su tutti i balconi
Umanità nuova senza padroni
Sorelle e fratelli abbracciati a cantare
Campane in festa si fanno ascoltare
RIT: Nonviolenza è il varco della storia
Senz’armi combatti con molta più gloria
Nonviolenza è sempre più da organizzare
Il male col male non si può cancellare
Nonviolenza è il varco della storia
Senz’armi combatti con molta più gloria
Nonviolenza è sempre più da organizzare
Il male in bene si può trasformare
Nonviolenza è antica come le montagne
Nasce in città nasce nelle campagne
Nonviolenza è la forza dell’amore
Diamogli vita con le mani e col cuore

LIBRI
A cura di Sergio Albesano
La violenza di Calvino, la nonviolenza di Tolstoi

Giovanni Calvino, Contro nicodemiti, anabattisti e libertini, Claudiana, Torino 2006, pagg. 575.

La casa editrice Claudiana ha pubblicato, in un’ottima veste grafica, la raccolta di tre libelli scritti da Giovanni Calvino contro i nicodemiti, gli anabattisti e i libertini. Per capire meglio l’argomento inquadriamo il periodo storico. Nel Cinquecento la Riforma si sviluppò nel mondo germanico dando vita anche a diverse correnti radicali che propugnavano tesi differenti rispetto a quelle insegnate dai principali riformatori. Una di queste correnti era quella degli anabattisti. Essi, che si facevano chiamare “fratelli in Cristo”, si opponevano al battesimo dei bambini. Tralasciamo le questioni dottrinali che ci porterebbero lontano e concentriamoci su un tema che ci interessa e che giustifica il fatto che parliamo di questo volume sulle pagine di “Azione nonviolenta”. Gli anabattisti erano anche fautori di una nonviolenza radicale e non ammettevano che si utilizzasse la forza neppure per difendersi. Diversa invece la posizione di Calvino e in generale degli altri riformatori, come Lutero e Zwingli. Nel suo opuscolo egli sostiene: “… essi [gli anabattisti] concludono che qualunque uso delle armi è cosa diabolica. Ora, è vero che nel privato l’uso della spada per contrastare il male non dovrebbe essere permesso a nessuno. (…) Perciò, se qualcuno ci oltraggia, è dovere di ciascuno di noi sopportare con pazienza e non reagire con la forza e con la violenza. (…) Lo Spirito di Dio (…) dichiara per bocca di san Paolo che il magistrato è strumento di Dio, per il nostro utile e per il nostro bene, per reprimere e impedire la violenza dei malvagi. Ed è per questo che gli viene affidata la spada, perché punisca le malefatte. Poiché Dio gli ordina di farlo, chi siamo noi per vietarglielo? (…) Ora, la Scrittura non dice mai che Egli abbia vietato ai prìncipi di usare le armi per difendere il proprio paese da coloro che li molesteranno ingiustamente. E’ ben vero che, parlando del regno di Gesù Cristo, i profeti dicevano che le spade e le lance sarebbero state mutate in strumenti di lavoro per coltivare la terra; con tali espressioni, però, essi non intendono dire altro che tra i fedeli scompariranno tutte le guerre e ogni inimicizia. (…) Se qualcuno invaderà ingiustamente un paese e lo tormenterà con la guerra, ci mancherebbe altro che il principe, posto da Dio per la sua protezione e difesa, sbagliasse a opporsi alla violenza ingiusta; egli infatti è tenuto a farlo come dovere della sua carica. (…). Infatti vale la stessa regola nello sguainare la spada per punire i malfattori che turbano l’ordine pubblico e per respingere coloro che ingiustamente vengono ad assalire un paese. In questo caso, se è chiamato al servizio del suo principe secondo le leggi del paese, anche il cristiano che prende le armi non soltanto non offende Dio ma anzi vive una vocazione santa, che non si può condannare senza bestemmiare Dio.”
Queste le posizioni di Calvino, che risalgono a cinquecento anni fa. Qual è la posizione dei protestanti oggi? Nell’introduzione al volume Laura Ronchi si limita ad analizzare le idee del riformatore francese senza prendere posizione. Giustamente, considerato che si tratta di un’analisi storica e non dottrinale né tanto meno politica. Sarebbe dunque interessante confrontarsi con il mondo protestante.Lev Tolstoi: 1) Il Regno di Dio é dentro di voi. 2) Tolstoi verde – Il primo gradino. 3) La vera vita – Come leggere il Vangelo. 4) La legge della violenza e la legge dell’amore. 5) Il Bastoncino verde – scritti sul cristianesimo. 6) Sulla follia – scritti sulla crisi del mondo moderno. 7) Perché vivo?, Riflessione sullo scopo e significato dell’esistenza. 8) Scritti politici. 9) Tolstoj e Marx. 10) Vita sobria – scritti tolstoiani e consigli pratici. 11) Tolstoi il profeta – saggio critico. 12) “Chi è Tolstoj? – Il suo catechismo”. Edizioni varie, curate dagli Amici di Tolstoi.
Sono passati vent’anni da quando abbiamo avuto fra le mani per la prima volta il libro famoso di Tolstoj “Il Regno di Dio è dentro di voi ”, la cui lettura convertì Gandhi alla nonviolenza e ne curammo la ristampa anastatica.
Vent’anni di studio e di impegno per tradurre, pubblicare, far conoscere in Italia l’opera filosofico-religiosa di Tolstoj. Le pubblicazioni da noi curate si possono trovare in libreria e in particolare presso gli editori Manca e Sankara, o presso la nostra sede.
Oggi noi sentiamo le nostre forze ormai inadeguate all’impegno, proprio in un momento particolarmente importante per la diffusione del pensiero di Tolstoj: la celebrazione del centenario della sua morte nel 2010. In modo particolare, ci rivolgiamo ai giovani, invitandoli a raccogliere il testimone della nostra azione, e ad attivarsi per far conoscere i testi già pubblicati, ricercarne e tradurne altri, divulgarli nei modi e nelle forme che crederanno più opportuni.
http://digilander.libero.it/AmiciTolstoi/index.html
Amici di Tolstoi
Roma

LETTERE

Pacifisti e militari impegnati per la sicurezza
L’attualità di Gandhi

Del ‘Mahatma’ Gandhi è possibile dire molte cose: che amava definirsi un ‘ricercatore della verità’, che ha dato alle masse indiane una coscienza politica, che ha fatto della nonviolenza il tessuto vitale della sua esistenza e la sua proposta di civiltà.
Ma la domanda che ci siamo posti, credendo di intercettare un interrogativo che coinvolge chiunque operi nel campo dell’attivismo politico e religioso, è se il suo insegnamento sia attuale ancora oggi o appartenga, invece, al passato e ad un contesto ben specifico, quello dell’India coloniale di inizio novecento. Una domanda che ispira il percorso di formazione fatto finora dall’Associazione, basato sulla lettura meditata – personale e collettiva – del testo “Teoria e pratica della nonviolenza”, antologia degli scritti di Gandhi dal 1919 al 1948.
Questa volta, però, l’Associazione “Sentiero Nonviolento” ha voluto condividere la domanda con diversi protagonisti della vita sociale, politica e culturale di Cosenza, soprattutto con associazioni e rappresentanti di chiese e religioni.
Al nostro invito hanno riposto in tanti: cattolici, valdesi, avventisti, buddisti, l’associazione politica Gens, simpatizzanti ed amici della nonviolenza.
Gli interventi sono stati qualificati e coinvolgenti ed hanno fatto emergere la necessità di mettere al primo posto, alla base di ogni prassi sociale, la conversione interiore personale, prima di intraprendere qualsiasi azione di cambiamento della società. In fondo, questa è l’anima del messaggio gandhiano: non c’è autentica rivoluzione (sociale) senza un’autentica conversione (personale).
La vera nonviolenza, quella frutto di profonda convinzione, non scavalca mai la vita concreta, quotidiana di ciascuna persona. Anzi, l’assume pienamente, la anima conferendole un significato inedito, portandola perfino a fare dei conflitti (quelli che sia gitano dentro di noi, così come quelli che coinvolgono gli altri) un’occasione di maturazione e di umanizzazione di sé e dell’altro.
E allora la valenza politica della nonviolenza sarà più autorevole e convincente.
Queste considerazioni hanno fatto dell’incontro di martedì 30 gennaio, 59° anniversario della morte di Gandhi, l’inizio di un dialogo aperto, circolare e costante da tutti auspicato, con disponibilità ad un impegno comune per il prosieguo.
Associazione “Sentiero Nonviolento”
Cosenza

Riformare le Forze Armate

Il tema della riforma delle forze armate, ma diciamo pure la creazione di una polizia internazionale ONU come previsto dalle disposizioni inattuale della Carta, mi vede molto interessato, e credo che un processo graduale di riforma troverebbe interesse anche dentro le stesse forze armate.
Da un punto di vista dell’analisi politica e giuridica trovo assai interessante che un istituzione nata per costruire la pace come l’ONU abbia comunque sentito il bisogno nel suo Statuto di considerare il ruolo della difesa, anche se intesa in modo profondamente diverso da quello storicamente assunto.
Io credo che tutto ciò sia possibile se ci richiamiamo al senso dello Stato (e quindi della giustizia e della Democrazia) di chi giura di difendere lo Stato, come appunto i nostri militari.
Costruire i Corpi civili di pace non significa affatto “superare gli eserciti” quanto piuttosto “superare la cultura belligena”, creando strutture di pace autonome dagli eserciti che possano portare sostegno e cooperazione, e controllare l’attività delle forze armate, verificandone la coerenza con il diritto dei diritti umani e il diritto umanitario. Ma è chiaro che per farlo dovranno essere obiettivi e non potranno essere demagogici.
Occorre ripartire dai risultati già ottenuti, come la cancellazione della pena di morte dal codice penale militare, o l’inserimento del reato di tortura all’interno dello stesso, e proseguiamo su questa strada.
Ripartiamo dal contributo dato dalle forze armate per lo sviluppo della vita civile in Italia (il sacrificio umano del Brigadiere Salvo d’Acquisto davanti alla barbarie nazista, del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa davanti alla Mafia, l’impegno dei Carabinieri fautori di alcuni dei più importanti colpi assestati alla mafia siciliana, come l’arresto di Totò Riina.).
Considero illuminanti le parole di Michael Moore in “Fahreneith 9/11” a proposito dei soldati, giovani pieni di vita mandati a morire per bugie che servono gli interessi più immondi.
Bisogna parlare a questi giovani, e discutere con loro i termini per costruire un nuovo approccio alla sicurezza.
Le alternative dobbiamo costruirle assieme, e per farlo dobbiamo rispettarci e rispettare.
Simone Grillo

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