Azione nonviolenta – Novembre 2005

Azione nonviolenta novembre 2005

– Il referendum brasiliano ha bocciato l’abolizione del commercio di armi (di Graziano Costa)
– Ripensare il commercio equo e solidale. Meno consumo, più sobrietà (di Alex Zanotelli)
– Una madre in lutto determinata a cambiare la politica americana (intervista a Ciny Sheehan di Tom Engelhardt)
– Dalla disperazione alla speranza. Sogno l’America che si risveglia (di Ciny Sheehan)
– Le 10 caratteristiche della personalità nonviolenta: L’abnegazione (di M. K. Gandhi)
– In Israele e Palestina la violenza non è una soluzione (di Maria Chiara Tropea)
– La cultura della violenza educa alla guerra. La cultura della pace educa alla nonviolenza (di Werner Wintersteiner)

LE RUBRICHE

– Educazione, Riscoprire se stessi, le relazioni, il territorio, il piacere di imparare (Intervista a Salvatore Pirozzi a cura di Elena Buccoliero) Vai
– Economia, Anno del microcredito, una prima valutazione (di Paolo Macina)
– Musica, Non c’è rivoluzione senza canzoni (di Paolo Predieri)
– Per Esempio, Vuka S’hambe: il risveglio dei giovani prigionieri in Sudafrica (di Maria G. Di Rienzo)
– Lilliput, Il trasformismo della Nestlè e il caffè corretto (a cura di Massimiliano Pilati)
– Movimento, La rete ecologista lancia il programma di governo
– Libri

Il Referendum brasiliano ha bocciato l’abolizione del commercio di armi

La sconfitta del referendum brasiliano non è la sconfitta della nonviolenza, ma solo l’ennesima prova della insufficienza che ancora esiste nel mondo dell’informazione. L’esito negativo del referendum rappresenta un’occasione persa per tutta l’umanità.
A parte qualche rara eccezione, la cosiddetta grande stampa italiana non ha data alcuna informazione prima del referendum brasiliano. I telegiornali Rai e Mediaset non hanno dato la notizia durante la campagna referendaria e non hanno offerto ai telespettatori nessun serio approfondimento sul tema. Invece la notizia della vittoria del no è stata data anche con servizi e collegamenti. E’ stato annunciato, come prima notizia di politica estera, che i brasiliani hanno respinto a grande maggioranza la proposta di abolire il commercio di armi. E’ evidente la mala fede di questo tipo di giornalismo, fazioso, di parte, asservito agli interessi del potere, dei fabbricanti d’armi, dell’industria bellica italiana e internazionale.
E’ dunque vero che nel nostro paese non c’è libertà di informazione poichè le notizie vengono date non per educare i cittadini, ma usate per distorcerne la coscienza. C’è bisogno di lavorare per sostenere e far crescere nuovi spazi liberi di informazione, come questo nostro mensile, e altri ancora. Il segnale che ci viene dal Brasile è un appello ad ognuno a fare qualcosa di più per avere anche in Italia spazi veri di libertà di informazione.

A cura di Graziano Costa *

Domenica 24 Ottobre si è votato in tutto il territorio brasiliano per il referendum sulla vendita delle armi. La domanda a cui si rispondeva con un “sim” o con un “nao” era la seguente: “Il commercio delle armi deve essere proibito in Brasile?”.
Su 122.442.141 aventi diritto alla votazione si sono presentati alle urne 92.442.000 elettori, quindi con un indice di astensione pari al 21,85%.
Il 63,94% ha scelto il “no”, il 36,06% il “sì”. Si sono avuti l’1,39% di voti nulli e l’1,68% di non espressi. Si è votato con metodo elettronico.
Non è stata una sorpresa la maggior percentuale del “no” già peraltro prevista dai sondaggi pre elettorali. Viene così mantenuta in vigore l’attuale legge del 2003 che prevede sì il libero acquisto delle armi ma con alcune restrizioni. Il che non impedisce peraltro la facile diffusione di pistole e fucili e altro…
Stando ai dati della stampa brasiliana, quasi assente quella italiana, erano a favore del no le classi medio alte, più soggette alle azioni della criminalità che vedono nella difesa personale il mezzo migliore per difendersi. Vi è sfiducia nelle forze dell’ordine, e questo peraltro anche da parte dei ceti più bassi, perchè spesso vittime della violenza e della inefficienza del sistema di sicurezza. Non solo per la massa dei poveri esse sono viste con timore perchè spesso conniventi con la malavita locale, specie nelle periferie suburbane, ma soprattutto per la inattaccabile impunità che lascia liberi molti poliziotti, pur indiziati, nel 95% dei processi a loro intentati.
Da un punto di vista politico si è voluto vedere nel referendum anche una opposizione ben emergente e consolidata al governo del Presidente Luiz Inacio da Silva, soprattutto dopo gli scandali di corruzione di membri del suo partito, che si erano appropriati di fondi pubblici per fini elettorali. Infatti negli ultimi sondaggi la popolarità di Lula era calata ad una percentuale uguale a quella degli oppositori al suo governo. Il quale ha peraltro affermato che “è comunque una vittoria della democrazia e della popolazione che ha potuto esprimersi in maniera diretta”.
E’ stato questo il primo referendum mai tenuto in Brasile e, secondo alcuni esperti, il più grande al mondo attuato con voto elettronico.
Era stato fortemente voluto da Lula e dal PT, il Partito dei Lavoratori, dai settori progressisti del paese e dalla chiesa cattolica nella speranza di ridurre le circa 40.000 vittime annuali di morte violenta di cui almeno un terzo a causa dell’uso di armi da fuoco. Durante la campagna preparatoria al referendum era stata promossa la consegna di armi da parte dei cittadini . Dietro il compenso di cento euro sono state consegnate circa 500.000 armi leggere che sono state distrutte.
Qui in Italia vi è stata una campagna di sensibilizzazione promossa da alcuni sacerdoti che lavorano in Brasile. Sono tre missionari di Bolzano, don Ermanno Allegri, don Lino Allegri e don Pierluigi Sartorel che fanno da punti di riferimento dei movimenti di base brasiliani per sensibilizzare l’opinione pubblica italiana affinchè sostenga le aspirazioni nonviolente del popolo latino americano.

* Agenzia stampa “Fatti in Brasile”

Ripensare il Commercio Equo e Solidale. Meno consumo, più sobrietà.
La grande distribuzione tradisce lo spirito dei piccoli produttori locali.

A cura di Alex Zanotelli

Carissimi e carissime, Jambo!
Grazie per lo splendido lavoro che state facendo nelle oltre 500 botteghe del commercio equo e solidale (CES) sparse in Italia.
Girando per questo paese, ho trovato botteghe dove lavorano persone splendide e che sono veri luoghi di condivisione, di informazione, di resistenza. Grazie per l’ospitalità e il calore umano che vi ho trovato. Ho visto il CES nascere quando ero a Nigrizia ed espandersi quando ero a Korogocho. Poi l’ho conosciuto più dal di dentro quando a Korogocho iniziò la cooperativa Bega Kwa Bega che ebbe il suo sbocco nel commercio equo e solidale.
Per me il CES è un grande dono, una perla preziosa per resistere al sistema. Sappiamo bene poi che questo sistema economico-finanziario neo-liberista è talmente scaltro che può trasformare anche questa “perla” in un suo fiore all’occhiello. Corriamo il pericolo di buttare le perle ai porci. Per cui è giusto chiederci dopo 20 anni di CES a che punto siamo.
Permettetemi come compagno di viaggio di esporvi alcuni aspetti che mi lasciano perplesso.

La grande distribuzione è in rapida crescita.
Sembra che la metà del fatturato alimentare del CES si venda sulla grande distribuzione. Mi sembra che nei punti vendita dei supermercati non c’è uno sforzo serio di informazione e coscientizzazione. Questo mi sembra tradisca lo scopo stesso del CES che è nato non per mandare qualche soldo in più al sud del mondo, ma per far capire ai consumatori del nord che c’è qualcosa di radicalmente sbagliato nella filiera commerciale. Scopo del CES infatti è cambiare le regole del gioco perché c’è qualcosa di radicalmente ingiusto nel sistema economico internazionale. È vero che i contadini impoveriti del sud ci chiedono di vendere sempre più i loro prodotti, ma non è così che risolveremo i loro problemi. Se ci dimentichiamo che il CES è uno strumento politico per coscientizzare i consumatori del nord a cambiare le regole del commercio internazionale, non otterremo nulla. Avremo fatto solo carità.
Avevo ritirato il mio nome da Transfair proprio perché, a mio avviso, non faceva uno sforzo sufficiente per informare coloro che comperavano quei prodotti. Ed in questo avevo allora l’appoggio del CES. Ora è lo stesso CES che rischia di trovarsi nella stessa situazione.

Lo sforzo politico è in calo.
Mentre il CES a livello economico prospera, non altrettanto si può dire del suo impegno politico. Trovo spesso nel CES una mancanza di sensibilità politica che mi sconcerta! È incredibile per me vedere che spesso su importanti questioni politiche (non parlo di partiti!), il CES non c’è. Questa mancanza della dimensione politica può portare a conseguenze per me assurde. So di certo che la
Max Havelaar (il corrispettivo del CES in Svizzera) vende alla McDonald’s di quel paese, quaranta tonnellate di caffè all’anno!!! E questo nel quasi totale silenzio delle botteghe svizzere che trovano difficile protestare. Ma allora a cosa serve il CES? A vender di più per aiutare i poveri?

Uno stimolo a consumare di più?
Se l’enfasi del CES va al primato del commercio, al vendere di più, è chiaro che l’invito ad uno stile di vita più sobrio, a consumare di meno, andrà decrescendo. Eppure è il cuore del CES che dovrebbe invitare tutti a consumare di meno, ad avere uno stile di vita più semplice. Un esempio di questa tendenza è l’apertura di tante botteghe durante le “domeniche d’oro” (precedenti la festa di Natale, la festa per eccellenza del consumismo mondiale). È ovvio che in quelle domeniche si vende di più. Ma è giusto? Non rischiamo di entrare nel grande giro del consumare, consumare, consumare…Le botteghe dovrebbero essere dei luoghi dove la gente impara ad essere più sobria, più essenziale.

Punto d’incontro, di relazioni?
Ogni bottega del mondo dovrebbe essere il luogo dove si sperimentano relazioni umane, fraternità, serenità, gioia di vivere. È un aspetto fondamentale questo per ogni bottega in una società come la nostra dove viene imposta una massificante cultura, materialista e consumista, che ci riduce tutti a atomi, a tubi digerenti dove non esistono più autentiche relazioni umane. Ecco perché è così importante la bottega (con il rifiuto del supermercato!), dove si sperimenta la gioia dello stare insieme, della celebrazione, dell’incontro anche interculturale e interreligioso. L’anima di ogni bottega dovrebbe essere una piccola comunità che ama ritrovarsi, far festa, danzare la vita. Ogni comunità dovrebbe essere una comunità alternativa alla cultura dominante.

E il volontariato?
E’ sotto gli occhi di tutti la tendenza ad assumere impiegati in bottega a scapito del volontariato. È chiaro che una volta che il volume commerciale di una bottega cresce, si dovrà assumere personale per far fronte al lavoro. Per questo l’assunzione di personale dovrebbe essere temuta entro precisi limiti. Guai a noi se perdiamo la dimensione del volontariato in bottega. Il rischio è che alla fine ci guadagneremo sempre noi del nord a scapito dei poveri ai quali daremo le briciole. Ho potuto toccare questo con mano con la cooperativa Bega Kwa Bega di Korogocho.

L’Africa fanalino di coda
L’Africa sembra, purtroppo, essere all’ultimo posto nel CES. E’ una constatazione questa che mi ferisce proprio perché l’Africa è il continente oggi più disastrato. Ma perché il CES sta investendo così poco in questo continente crocifisso? Perché così pochi prodotti africani nelle nostre botteghe? Lo so, per esperienza, che è più difficile lavorare con gli africani. Ma oggi è proprio l’ora dell’Africa! Quand’è che il CES deciderà di investire di più in Africa?

E il lavoro in rete?
Girando per l’Italia, ho trovato botteghe della stessa città che non si parlano, che non collaborano e che non lavorano in rete! Ma che razza di commercio equo e solidale è mai questo? Come fanno botteghe della stessa città a guardarsi in cagnesco, rifiutandosi per di più di partecipare alla rete cittadina? Il CES è o non è uno strumento politico di resistenza al sistema? E non dovrebbero le botteghe di una stessa città essere le promotrici di reti locali che raccolgono tutte le realtà di resistenza al sistema?

Comunità locali autosufficienti
Il CES non è fine a se stesso, ma deve aiutare tutte le forze critiche presenti sul territorio per far nascere quelle esperienze locali alternative che permettano poi l’emergere di soluzioni economiche di più vasto raggio. “L’elemento chiave di questa prospettiva – afferma il teologo tedesco U. Duchrow nel suo libro Alternative al capitalismo globale – è di rendere le comunità locali il più possibile autosufficienti e proteggerle dagli effetti dannosi del mercato mondiale”.
Oggi non è più sufficiente fare resistenza, ma sarà sempre più compito del CES creare spazi economici locali autosufficienti. E’ fondamentale – afferma sempre Duchrow – “la creazione di spazi economici locali con mercati locali che siano orientati al bisogno, sostenibili dal versante ecologico e promuovano il lavoro”. Il noto teologo tedesco Duchrow conclude: “Per questa evoluzione è molto importante il decentramento dell’approvvigionamento energetico con energie rinnovabili (sole, vento, acqua, …) e lo sviluppo dell’agricoltura biologica preferibilmente nella forma della cooperativa dal produttore al consumatore.

Scrivo questa lettera dal Quartiere Sanità dove vivo, uno dei quartieri a rischio di questa grande città di Napoli, il più grande complesso urbano d’Italia e vero cuore del Sud. Vorrei proprio ricordare anche alle botteghe del Nord di non dimenticarsi del commercio equo e solidale del Sud . Le botteghe si sono infatti propagate molto al Nord e al Centro, ma poco al Sud. E questo per tante ragioni. Penso che sarebbe un bel gesto se le botteghe del Nord dessero una mano alle botteghe del Sud per poter decollare. E’ così brutto veder che c’è un Nord e un Sud anche nel CES!
Questa lettera che vi proviene dal cuore del Sud vuole essere un grido di allarme, ma anche un inno di grazie per lo splendido lavoro che il CES ha fatto in questi 20 anni. Tutta l’Europa guarda con meraviglia alla nostra maniera di fare commercio equo e solidale. Non sciupiamo questa perla preziosa che ci è stata affidata, ma rendiamola sempre più strumento efficace di resistenza.
Buon lavoro.
Sijambo

Una madre in lutto determinata a cambiare la politica americana
L’ Iraq e l’uragano Katrina faranno cadere il Presidente Bush

Durante un sit-in, il 26 settembre scorso a Washington davanti alla Casa Bianca, è stata arrestata Cindy Sheehan, ribattezzata “Peace Mom”, la donna americana madre di un soldato morto in Iraq e protagonista, durante l’estate, di una clamorosa protesta contro la guerra. C’erano circa 500 persone alla manifestazione, organizzata per una giornata di protesta che ha coinvolto sia la Casa Bianca che il Pentagono. Con Cindy Sheenan sono state arrestate una cinquantina di persone, mentre sono finite in manette circa quaranta persone fra quelle che partecipavano alla protesta davanti alla sede della Difesa Usa.
Durante il passaggio davanti alla sede presidenziale, un gruppo di un centinaio di persone, tra le quali anche la Sheehan, si sono dirette verso l’ingresso nord-ovest della Casa Bianca, quello più vicino alle postazioni dei grandi network televisivi americani. Qui, la donna ha detto di parlare “a nome di altri genitori che hanno perso figli in Iraq”, e ha chiesto di poter incontrare Bush.
La polizia ha fatto allontanare il gruppo, chiudendolo dietro alcune transenne allestite su Pennsylvania Avenue, la strada su cui si affaccia l’ingresso principale della Casa Bianca. Cindy Sheehan e gli altri hanno allora improvvisato un sit-in, sedendo sul marciapiede. Per tre volte gli agenti hanno avvertito il gruppo che gli accordi per la manifestazione non prevedevano soste. Poi, sono scattate le manette.
La donna, che indossava una maglietta nera con slogan contro la guerra, è stata prima sollevata di peso da tre poliziotti, poi fatta sostare in piedi appoggiata a un furgone, mentre un agente le stringeva le manette ai polsi davanti a una ressa di fotografi e operatori della tv, e il resto del gruppo gridava “Tutto il mondo vi guarda”. La polizia ha poi arrestato alcune altre decine di persone.
Casey, il figlio ventiquattrenne della donna, è stato ucciso in un’imboscata a Sadr City il 4 aprile 2004 pochi giorni dopo il suo arrivo in Iraq. Cindy Sheehan si è guadagnata l’attenzione internazionale quando, lo scorso agosto, è rimasta accampata per 26 giorni davanti al ranch del presidente americano George W. Bush a Crawford, in Texas.
Il movimento che sostiene Cindy ha preso forma nelle ombre, su internet, ha cominciato a mostrarsi in forze nei campi a Crawford, ed attualmente sembra in grado di mutare la mappa politica degli Usa.

Intervista a Cindy Sheehan di Tom Engelhardt *

Quando arrivo alla dimostrazione Cindy è una figura distante, che cammina con una troupe di “Good Morning America” fra le croci bianche che sono state piantate qui. Jodie, una delle attiviste antiguerra di Code Pink che indossa uno stravagante cappello ornato di piume rosa, mi dice di restare nei paraggi con Joan Baez, i genitori dei soldati, i veterani, i giornalisti e tutta quest’altra gente. Cindy non mancherà all’appuntamento che ha con me. Ad ogni passo che fa, viene circondata dalla folla. Abbraccia qualche persona, si fa fotografare con chi glielo chiede, ascolta brevemente ma con attenzione chi le dice che è venuto dalla California o dal Colorado solo per incontrarla. È incrollabilmente paziente. Ha una parola per ciascuno e per tutti.
Più tardi mi dirà: “La maggior parte delle persone, se mi seguisse per un’intera giornata, andrebbe in coma già alle undici del mattino.” La sua figura mi sorprende. È imponente, alta, certamente mi sovrasta. Forse sono sorpreso perché generalmente si pensa che una madre ferita debba essere, in qualche modo, una creatura piccola e “diminuita”. Infine, pochi minuti dopo le cinque del pomeriggio, Jodie mi fa un fischio e mi conduce al sedile posteriore di un’auto, dove Cindy siede fra me e Joan Baez. La sorella di Cindy, Dede, che indossa una maglietta con su scritto “Tutto ciò che la guerra può fare, la pace sa farlo meglio”, sale al posto di guida. Mentre l’auto si muove, Cindy si volta verso di me: “Cominciamo?”

Tu hai detto che gli errori fatali della presidenza di George Bush sono l’Iraq e l’uragano Katrina. A che punto credi stiamo, oggi?
L’invasione dell’Iraq è stata un grosso errore, una guerra politica. I soldi che dovevano servire per le truppe sono finiti nelle tasche dei profittatori. Non solo non dovremmo essere là, ma l’esserci rende il nostro paese molto vulnerabile. La guerra sta creando nemici per i nostri figli e i figli dei nostri figli. Uccidere arabi musulmani innocenti, che non avevano alcuna animosità verso gli Usa ci sta solo creando problemi. Katrina è stato un disastro naturale, ma il disastro creato dagli uomini subito dopo è stato orribile. Voglio dire, in primo luogo tutte le nostre risorse sono in Iraq, in secondo luogo le scarse risorse che avevamo sono state usate troppo tardi. George Bush giocava a golf e mangiava la torta di compleanno con John McCain mentre la gente se ne stava appesa alle proprie case pregando di essere soccorsa. È così “sconnesso” da questo paese, e dalla realtà. Ho sentito un commento ieri, che penso perfetto. Un uomo mi ha detto che Katrina sarà per Bush quello che Monica è stata per Clinton. È vero, solo un po’ peggio.
Che le famiglie di soldati uccisi guidino un movimento contro la guerra suona logico, ma storicamente parlando è insolito. Mi domando cosa pensi tu, voglio dire, del perché è accaduto qui, ed è accaduto ora.
Questa domanda è un po’ come quella che mi fanno certe persone: “Perché nessuno aveva mai pensato prima di andare a protestare al ranch di Bush?”
Vero, intendevo chiederti anche questo.
(ride) Non lo so. So che l’ho pensato e l’ho fatto. Degli impegni che avevo sono stati cancellati e così mi sono trovata con l’intero mese di agosto libero. Sono andata a Dallas, al convegno dei Veterani per la Pace. L’ultimo colpo era arrivato il 3 agosto, con i 14 marines uccisi e George Bush che diceva che tutti i nostri soldati erano morti per una nobile causa, e che noi dovevamo onorare il loro sacrificio continuando la missione. In quel momento non ne ho potuto più. Quel che è troppo è troppo, e così mi è venuta l’idea di andare a Crawford. Il primo giorno eravamo in sei, seduti nelle sdraio sotto le stelle. Poi è cominciata ad arrivare moltissima gente e abbiamo pianificato l’azione man mano che le condizioni cambiavano, spontaneamente. Per essere una cosa così spontanea è risultata potente, ha funzionato.
Tu hai scritto che il rifiuto di incontrarti da parte di George Bush è stata la scintilla che ha incendiato la prateria. E che il fatto di rifiutarsi riflette la sua vigliaccheria. Hai anche detto che se ti avesse incontrato quel giorno…
Joan Baez: Quel giorno fatale…
Sì, hai scritto che se ti avesse incontrata in quel giorno fatale le cose potevano andare assai diversamente.
Se mi avesse ricevuta, so che mi avrebbe mentito. Gli avrei chiesto ragione delle sue menzogne e non sarebbe stato un bell’incontro, ma avrei lasciato Crawford, e probabilmente avrei rilasciato qualche intervista e scritto qualcosa su quello che era accaduto. La cosa non avrebbe acceso la scintilla di questo grande e variegato movimento per la pace. Perciò, credo che abbia fatto un favore al movimento per la pace rifiutandosi di incontrarmi.
Penso che l’errore peggiore l’abbia fatto mandando a parlarti il Consigliere per la sicurezza nazionale Stephen Hadley e il capo dello staff della Casa Bianca Joe Hagin, come se tu fossi stata il primo ministro della Polonia. (Cindy ride) E allora, cosa ti hanno detto questi due?
Mi hanno chiesto: “Cosa vuoi dire al Presidente?” E io ho risposto: “Voglio chiedergli qual è la nobile causa per cui mio figlio è morto.” E loro sono andati avanti un bel po’ con “rendere l’America sicura dal terrorismo, e la libertà e la democrazia”, blah blah blah. Tutte scuse che non intendevo accettare e se dovevo sentirle, volevo sentirle dal Presidente. Poi hanno parlato delle armi di distruzione di massa come se ci credessero davvero. E io facevo: “Ma no, non mi dica, signor Hadley, davvero?” Alla fine ho detto: “Questa è una perdita di tempo. Posso anche essere una madre addolorata, ma non sono una stupida. Sono ben informata, e voglio incontrare il Presidente.” Mi risposero che gli avrebbero riportato le mie parole. Ad un certo punto avevano detto: “Non siamo venuti qui credendo di cambiare il suo punto di vista politico.” E io replicai: “Invece sì, siete venuti per questo.” Credevano di intimidirmi, di impressionarmi con quegli alti funzionari. Credevano che dopo averli sentiti io avrei detto: “Ooooh, non avevo considerato questa cosa. Va bene ragazzi, lasciamo stare.” È stata una mossa che gli si è ritorta contro, mandarmeli, perché di colpo ho acquisito credibilità e i media hanno pensato che la storia valesse la pena di essere raccontata.
Sì, com’è stato? Da un anno leggevo i tuoi interventi in internet, però…
Nei circoli progressisti ero già abbastanza nota. Ma di colpo sono diventata nota in tutto il mondo. Le mie figlie erano in vacanza in Europa quando mia madre ebbe il collasso. Mio marito ed io decidemmo di non dirlo alle ragazze, per non rovinare la loro vacanza, ma loro ebbero la notizia dalla tv. Questa cosa è divampata portando attenzione, anche non voluta come quella che mi riservano i media di destra, ma non mi turbano per niente. Io stavo lavorando già da un bel po’, avevo fatto conferenze stampa, interviste. È solo l’intensità che è cambiata, il mio messaggio è rimasto lo stesso. Non è che mi è saltato il matto il 6 di agosto, per dire. I media non riuscivano a credere che qualcuno potesse mandare un messaggio come il mio facendolo in modo articolato ed intelligente. In primo luogo sono una donna, in secondo luogo sono una madre addolorata, e allora bisogna marginalizzarmi, e dire che qualcuno mi muove come una marionetta. In fondo, il nostro Presidente, articolato ed intelligente non lo è mai, perciò qualcuno gli tira i fili e allora qualcuno deve tirare i fili anche a Cindy Sheehan. Questo mi ha offesa. Riesci a pensare a qualcuno che mi mette le parole in bocca? (ride) Prova a chiedere in giro!
Vorrei che mi parlassi della tua schiettezza, del modo diretto in cui ti esprimi, perché le parole che usi, come “crimini di guerra”, non sono parole che gli americani sentono spesso.
Tutto quel che devi fare è considerare il Tribunale di Norimberga o la Convenzione di Ginevra. Chiaramente si commettono crimini di guerra. Chiaramente questi li hanno commessi, è nero su bianco, non sono io che me ne vengo fuori con un’idea astratta. Hanno rotto ogni trattato. Hanno disatteso la nostra Costituzione, la Convenzione di Ginevra, tutto. Se qualcuno questo non lo dice, significa forse che non è successo? Ma qualcuno doveva dirlo, e l’ho fatto io. Ho definito Bush un terrorista. Lui dice che un terrorista è qualcuno che uccide gente innocente, la definizione è sua. Perciò, per sua stessa definizione, George Bush è un terrorista, visto che ci sono almeno 100.000 iracheni innocenti che sono stati uccisi. E afgani innocenti che sono stati uccisi. E penso che l’opposizione tradizionale sia contenta che sia io a dirlo, così non devono farlo loro. Non sono abbastanza forti o coraggiosi, oppure pensano di giocarsi qualche posizione politica.
Ho letto un sacco di articoli in cui tuo figlio Casey viene dipinto come un ragazzo “casa e chiesa”, come il perfetto boy scout. Ti andrebbe di dirmi qualcosa su di lui?
Era molto calmo. Non l’ho mai visto furioso, o sfrenato. Ho un altro figlio, e due figlie. Lui era il maggiore, e gli altri lo adoravano. Non ha mai dato nessun problema, ma era uno che procrastinava, il tipo di persona che se doveva presentare un lavoro importante a scuola aspettava l’ultimo giorno utile per farlo. Ma quando ebbe un lavoro, perché lavorava a tempo pieno prima di entrare nell’esercito, non è mai arrivato in ritardo, né ha perso una giornata in due anni. La ragione per cui parlano di lui come “casa e chiesa” è perché la chiesa era il suo principale interesse, persino quando ci lasciò per entrare nell’esercito. Dava una mano in chiesa, non mancava mai alla Messa. Era diventato quello che chiamano “ministro eucaristico”.
Perché decise di entrare nell’esercito?
Fu un reclutatore ad agganciarlo, probabilmente in un momento in cui lui era vulnerabile. Gli promise un mare di cose, e non mantenne neppure una delle sue promesse. Era il maggio del 2000. Non c’era stato l’11 settembre, George Bush era di là da venire. Quando Bush divenne il “comandante in capo” di mio figlio, il suo destino fu segnato. George Bush era intenzionato ad invadere l’Iraq ancora prima di essere eletto Presidente. Lo disse quando era ancora governatore del Texas: “Se fossi io il comandante in capo, ecco cosa farei.”
Per tornare a mio figlio, il reclutatore gli promise 20.000 dollari. Ne ebbe solo 4.000 alla fine dell’addestramento avanzato. Gli era stato promesso un computer portatile, così avrebbe potuto seguire le lezioni dovunque fosse stato mandato. Non l’ha mai avuto. Gli promisero che avrebbe potuto terminare il college, perché aveva frequentato un solo anno prima di entrare nell’esercito. Non gliel’hanno mai lasciato fare. La cosa più terribile che il reclutatore gli promise è che non sarebbe mai andato in guerra, neppure se ne fosse scoppiata una, perché aveva ottenuto risultati così alti nel test ASVAB (detto anche “valutazione delle possibilità di carriera”) che non sarebbe stato mandato a combattere, ma avrebbe avuto un ruolo di sostegno. Era in Iraq da cinque giorni quando fu ucciso.
Qual è il tuo background politico?
Sono sempre stata una liberale democratica, ma non credo che quello che faccio sia di parte. Riguarda la vita e la morte. Nessuno ha chiesto a Casey di che partito politico era, prima di mandarlo a morire in una guerra ingiusta e immorale.
So che hai incontrato Hillary Clinton ieri. Cosa pensi in generale dei democratici?
Che sono stati deboli. Penso che Kerry abbia perso perché non ha contrastato con sufficiente forza Bush a proposito della guerra. Si è presentato come un incubo peggiore di Bush: “Manderò più truppe, darò la caccia ai terroristi e li farò fuori!” Queste non erano le cose giuste da dire. Le cose giuste da dire erano: “Questa guerra è sbagliata, George Bush ci ha mentito e delle persone sono morte a causa delle sue bugie: queste persone non avrebbero dovuto morire. Se sarò eletto, farò di tutto per portare a casa i nostri soldati al più presto possibile.” Purtroppo, invece di accorgersi che il fallimento di Kerry stava proprio nel non aver preso posizione, i democratici hanno continuato a dire le stesse cose. Howard Dean se n’è venuto fuori con una dichiarazione in cui augura al Presidente di aver successo in Iraq. Cosa significa? Come può aver successo qualcuno che non ha obiettivi, la cui missione non è definita, i cui scopi non ci sono?
Quello che abbiamo fatto a Camp Casey dovrebbe aver dato ai democratici una scossa. Comunque le porte sono aperte, ai democratici ed ai repubblicani. Come ha detto l’ex deputato al Congresso Tom Andrews: se non vogliono vedere la luce, allora sentiranno il calore. E io credo lo stiano sentendo. Le cose cominciano ad accadere: alcuni repubblicani come Chuck Hagel e Walter Jones non sono più in linea con il partito. Abbiamo incontrato un politico repubblicano ieri, per il momento non voglio fare il suo nome per non bruciarlo, ma sembra qualcuno con cui si può lavorare. Naturalmente, quando ci saranno le elezioni per il Congresso, diremo pubblicamente ai suoi elettori che sulla guerra si può lavorare con lui.
Il movimento contro la guerra pensa di influenzare le elezioni come forza politica?
È sulla guerra la questione, sulla posizione che si ha rispetto alla guerra. Se alle persone interessa questa cosa, allora devono lavorarci su. Stiamo per dare inizio alla campagna “Incontra le madri”. Andremo a disturbare ogni singolo deputato e ogni singolo senatore, affinché attesti con esattezza da che parte sta rispetto alla guerra. La gente dello stato di New York, per esempio, potrà dire ai propri senatori: se non dici con chiarezza che le truppe vanno portate a casa al più presto possibile, non ti rieleggeremo.
Il colloquio con Hillary Clinton è stato soddisfacente?
La sua posizione è ancora quella di mandare più soldati e di onorare il sacrificio dei caduti, suona come la posizione di Bush. Ma il dialogo è stato aperto.
Non ti sembrano strani questi politici, come il Senatore Joe Binden, che chiedono di mandare altre truppe in Iraq, quando tutti sappiamo che non ci sono altre truppe?
Sì, è una cosa folle. Dove pensano di prenderle? Mandiamo altri soldati in Iraq e lasciamo il nostro paese ancora più vulnerabile ai disastri di qualunque tipo?
Tu vuoi che le truppe siano ritirate subito. Bush non intende farlo, ma hai pensato a come procederesti tu se potessi farlo tu stessa?
Quando diciamo “subito”, non intendiamo che tutti possano essere a casa domani. Spero che questo si capisca. Bisogna iniziare il ritiro dalle città, portando i soldati ai margini e poi fuori. L’esercito va rimpiazzato con forze irachene, per ricostruire il paese. Tu lo sai, hanno la tecnologia e le capacità per farlo, ma non hanno lavoro. Quanto disperato dev’essere un uomo per mettersi in fila allo scopo di ottenere un posto nella Guardia Nazionale irachena? Vengono uccisi solo stando là ad aspettare lavoro! Bisogna dar loro il sostegno di cui hanno bisogno per ricostruire un paese che è nel caos. Quando il nostro esercito andrà via, un bel po’ di violenze cesseranno. Ci saranno magari lotte a livello regionale fra le differenti comunità, ma questo accade già ora. Gli Inglesi crearono questo paese mettendo insieme pezzi che insieme non volevano stare: forse avrebbero dovuto essere tre nazioni, non una, ma questa è una decisione che compete a loro, non a noi.
E che ti aspetti per il futuro? Abbiamo ancora più di tre anni e mezzo di amministrazione Bush.
No, non li abbiamo! (sorride) Ricordati che Katrina sarà la Monica di Bush. Non è più una questione di “se”, è una questione di “quando” perché chiaramente questi sono criminali. Voglio dire, guarda chi ha avuto i contratti per ripulire e ricostruire New Orleans. E’ ancora l’Halliburton. È pazzesco. Ma è così che accadrà. So che le indagini sono state richieste. George Bush è giusto pronto ad implodere. Gli hai dato un’occhiata, ultimamente? È un uomo che ha perso totalmente il controllo della situazione.

* Intervista realizzata il 29 settembre 2005. Traduzione a cura di Maria G. Di Rienzo.

Tom Engelhardt, scrittore, storico e giornalista, è l’autore di “The End of Victory Culture, a history of the collapse of American triumphalism in the Cold War era”; gestisce il sito TomDispatch.com, che definisce: “un regolare antidoto ai media dominanti”. L’intervista è stata realizzata a Washington durante le dimostrazioni contro la guerra, prima che Cindy Sheehan venisse arrestata.

Chi volesse saperne di più su Cindy Sheehan può consultare, in lingua inglese, il suo archivio nel sito www.lewrockwell.com, oppure dare un’occhiata al sito www.afterdowningstreet.com che copre puntualmente le sue attività.

Dalla disperazione alla speranza. Sogno l’America che si risveglia
Voglio che i giovani non debbano più morire come mio figlio Casey

Ci sono state molte notti, dopo che Casey era morto e seppellito, in cui ho dovuto trattenermi dall’ingoiare l’intero flacone dei sonniferi. Il dolore e la voragine di disperazione erano troppo forti per lottare contro di loro. Come ci si può aspettare che una persona continui a vivere in un mondo che è così pieno di dolore e così avaro di speranza? Perciò pensavo: “Sarebbe così facile prendere queste pastiglie ed andare a dormire, e non svegliarsi più in questo mondo terribile.” Ciò che mi ha trattenuta dal commettere quest’atto codardo ed egoista sono stati gli altri miei tre figli. Come potevo metterli in una situazione così orribile, dopo quello che stavano già passando? Sapevo che dovevo vivere, e sapevo che continuare a vivere sarebbe stato (e lo è ancora) la cosa più difficile che io avessi mai fatto. Ad ogni modo, ora so perché la gente si uccide: è la mancanza di speranza. Per me era il buco nero del sapere che avrei dovuto alzarmi al mattino per il resto dei miei giorni con la consapevolezza che non avrei mai più rivisto Casey: dovevo esistere in un mondo privo di lui, e limitarsi ad esistere non è un modo di vivere. Circa tre settimane dopo l’uccisione di Casey, mia figlia Carly venne da me e mi colpì con la ragione per vivere: era la sua poesia, intitolata “Una nazione cullata al sonno”. Una delle strofe dice: “Avete mai udito il suono di una madre che grida per il proprio figlio? Il pianto torrenziale di una madre, un pianto senza fine. Lo chiamano eroe, e potete rallegrarvi per questo, ma avete mai udito il suono di una madre che piange per il proprio figlio?” Questa strofa mi ricordò che non ero la sola nell’universo a soffrire di quell’intollerabile dolore, ma ciò che mi aiutò a scavarmi l’uscita dalla fossa della disperazione, un agonizzante centimetro alla volta, fu l’ultima strofa della poesia: “Avete mai udito il suono di una nazione che viene cullata al sonno? I leader vogliono tenervi annebbiati, così il dolore non sarà troppo profondo. Ma se noi, il popolo, li lasciamo continuare, un’altra madre piangerà. Avete mai udito il suono di una nazione che viene cullata al sonno?” Quando mia figlia mi recitò questi versi, seppi che avrei speso ogni briciola di tempo, di denaro e di energia per portare a casa le truppe, prima che un’altra madre dovesse piangere. Mi vergognavo di me stessa, per non aver tentato di fermare la guerra prima che Casey morisse, ma stupidamente avevo pensato: “Cosa può fare una persona da sola?”. Allora mi dissi che non sapevo se avrei fatto la differenza, ma che ci avrei almeno provato. Se fallivo, almeno un giorno sarei morta sapendo che avevo dato il massimo per riuscire. Cominciai gradualmente, per tre dosi di speranza in avanti, facevo anche due passi indietro. Ebbi un meraviglioso periodo in Florida durante la campagna elettorale, lavorando contro la rielezione di George Bush. Trovai l’associazione “Gold Star Families for Peace”. Fui una delle oratrici principali al raduno per la pace di Fayetteville. Casey ed io finimmo sulla prima pagina di “The Nation”. Testimoniai alle consultazioni del deputato John Conyer nel giugno del 2005. Sentivo che, una scheggia alla volta, stavo erodendo il sostegno pubblico all’occupazione dell’Iraq. Poi, nell’agosto del 2005, dopo che mi ero già separata da mio marito dopo 28 anni di matrimonio, me stavo a casa a guardare la tv (un’occasione rara, per me) e vidi che 14 marines dell’Ohio erano morti in un solo incidente. Come se questo non fosse stato abbastanza per spezzarmi il cuore e farmi stare male, George Bush era sullo schermo a dire ai parenti dei soldati caduti che i loro cari erano morti per “una nobile causa”. Questo mi fece impazzire di rabbia, ed alimentò il mio senso di fallimento. Io non credevo, né prima che Casey morisse, né dopo, e neppure quel 3 agosto 2005, che invadere un paese che era minaccioso per gli Usa quanto la Svizzera, e che uccidere decine di migliaia di persone per avidità, potere e denaro, fossero una nobile causa. Decisi di andare a Crawford, e di chiedergli quale fosse tale “nobile causa”. Poi George ebbe la sfortunata sfrontatezza di dire qualcosa che mi infiammò per mesi. Disse che dovevamo “completare la missione per onorare il sacrificio dei caduti”. Per mesi gli chiesi pubblicamente di smettere. Non voglio che una sola altra madre abbia il cuore e l’anima lacerati senza ragione, a causa di bugie e stupidaggini. Ho voluto andare a Crawford anche per domandare a George di smettere di usare il sacrificio di mio figlio per continuare il suo disonorevole e codardo massacro. Il resto è già storia. Più americani vennero a Camp Casey, più lettere, cartoline, e-mail, chiamate telefoniche di sostegno ricevemmo, più a Camp Casey fummo felici. Lo capimmo là, a Camp Casey ricordammo qualcosa, dopo almeno cinque anni di dittatura virtuale che abbiamo negli Usa ora: noi, la gente, abbiamo tutto il potere. Noi, il popolo, DOBBIAMO esercitare i nostri diritti e le nostre responsabilità come americani per dissentire da un governo irresponsabile, temerario, ignorante ed arrogante. Abbiamo capito, un po’ tardi ma non troppo tardi, che quando George disse: “Se non siete con noi, siete contro di noi.”, avremmo dovuto alzarci in piedi in un furente, giusto e patriottico unisono e dire: “Hai dannatamente ragione, pazzo bugiardo. Siamo proprio contro di te, e contro la tua insana precipitazione nell’invadere l’Iraq.” Non lo facemmo allora, ma Camp Casey ci ha insegnato che è giusto far sentire le nostre voci contro il governo. E non solo è giusto, ma è doveroso quando il tuo governo è responsabile dell’uccisione di innocenti. È doveroso, quando non ci sono all’opera né controllo né bilanciamento, che noi, la gente, si sia il controllo ed il bilanciamento dei media e del governo. La mia speranza era stata “uccisa in azione” lo stesso giorno in cui Casey fu “ucciso in azione”. La poesia di Carly mi diede una ragione per vivere. Camp Casey, con i suoi meravigliosi sentimenti d’amore, accettazione, pace, comunità, gioia, e sì, ottimismo per il nostro futuro, mi ha riportato il desiderio di vivere. Posso di nuovo sorridere e ridere, e sapere perché, per la maggior parte del tempo. Sono cose, queste, che diamo per scontate, ma io non lo farò mai più. Vivere nella speranza che il nostro mondo un giorno esisterà in un paradigma di pace, amore e risoluzione nonviolenta dei conflitti è gran buon modo di esistere. Amo essere viva, ora, e la mia vita sarà dedicata alla pace con giustizia, così che i nostri figli non debbano mai più essere abusati dalla macchina della guerra. Grazie, America. Grazie, Casey.

Cindy Sheehan

7 ottobre 2005

Traduzione di M.G. Di Rienzo

LE 10 CARATTERISTICHE DELLA PERSONALITA’ NONVIOLENTA
L’abnegazione

Di M. K. Gandhi

(…) La nonviolenza naturalmente non opera distinzioni tra connazionali e stranieri, giovani e vecchi, uomini e donne, amici e nemici. La forza applicabile in questo modo non può mai essere fisica. In essa non vi è posto per la violenza. L’unica forza applicabile universalmente può dunque essere quella dell’ahimsa, o dell’amore. In altre parole, la forza dell’anima.
L’amore non brucia gli altri, brucia se stessi. Dunque un satyagrahi, ossia un individuo che pratica la resistenza civile, sopporta con gioia le sofferenze, anche fino alla morte.
Ne consegue che chi pratica la resistenza civile, pur impegnandosi con tutte le sue forze per porre fine all’attuale sistema di governo, non recherà offesa intenzionalmente né con il pensiero, né con la parola, né con le azioni alla persona di nessun inglese. Questa forzatamente breve esposizione delle caratteristiche del satyagraha riuscirà forse a far comprendere e valutare le seguenti regole.

I° Come individuo:

1.Un satyagrahi, ossia un individuo che pratica la resistenza civile, non coltiverà sentimenti di ira.
2.Egli sopporterà l’ira del suo avversario.
3.Egli sopporterà gli attacchi del suo avversario non cedendo mai alla tentazione della ritorsione: ma non si sottometterà, per timore dì punizioni o di altre sofferenze, a nessun ordine dettato dall’ira.
4.Se l’autorità tenta di arrestarlo, il seguace della resistenza civile si sottometterà volontariamente all’arresto e non resisterà al sequestro o all’asportazione delle sue proprietà qualora le autorità decidessero di confiscargliele.
5.Se un seguace della resistenza civile ha qualche proprietà altrui affidatagli in custodia, si rifiuterà di consegnarla, e la difenderà anche al costo della vita. Egli tuttavia si asterrà sempre dalla ritorsione.
6.La non ritorsione esclude anche l’ingiuria e l’imprecazione.
7.Il seguace della resistenza civile dunque non insulterà mai il suo avversario e non scandirà neppure gli slogan di nuova coniazione che sono contrari allo spirito dell’ahimsa.
8.Il seguace della resistenza civile non saluterà l’Unione Jack, ma non la insulterà, come non insulterà alcun funzionario governativo, inglese o indiano.
9.Se nel corso della lotta qualcuno insulterà un funzionario o cercherà di aggredirlo, il seguace della resistenza civile proteggerà tale funzionario contro gli insulti e l’aggressione anche al rischio della vita.

II° Come detenuto:

10.Come detenuto il seguace della resistenza civile si comporterà cortesemente con il personale della prigione e si sottometterà a tutte le norme disciplinari della prigione che non siano contrarie al rispetto di se stesso; ad esempio, mentre saluterà con il consueto salaam il personale carcerario, non farà nessun umiliante inchino e si rifiuterà di gridare «Vittoria a Sarkar» o cose del genere. Egli prenderà il cibo cucinato e servito in modo igienico e che non è contrario alla sua religione, e rifiuterà di prendere il cibo servito in modo insultante o in piatti sporchi.
11.Il seguace della resistenza civile non farà alcuna distinzione tra i prigionieri comuni e se stesso, e non si considererà in alcun modo superiore agli altri, né domanderà alcunché che non sia strettamente necessario a mantenersi in buona salute e in buone condizioni. Egli può chiedere soltanto ciò di cui ha veramente bisogno per la propria conservazione fisica e la propria pace spirituale.
12.Il seguace della resistenza civile non digiunerà per rivendicare delle comodità la cui privazione non comporta un’offesa al rispetto di se stesso.

III° Come membro di una brigata nonviolenta:

13.Il seguace della resistenza civile obbedirà con gioia a tutti gli ordini impartiti dal capo della brigata, che sia d’accordo con essi o non.
14.Egli prima eseguirà gli ordini, anche se gli sembreranno offensivi, dannosi e assurdi, e poi si appellerà all’autorità superiore. Egli è libero, prima di entrare nella brigata, di giudicare se questa è in grado di soddisfare le sue esigenze, ma una volta che è entrato a far parte della brigata, diviene suo dovere sottomettersi alla sua disciplina, per quanto molesta possa sembrargli. Se un membro di una brigata giudica che l’azione questa sia errata o immorale, ha il diritto di abbandonare la brigata, ma finché rimane al suo interno, non ha il diritto di infrangerne la disciplina.
15.Nessun seguace della resistenza passiva deve aspettarsi che venga garantito il mantenimento dei suoi familiari. Se ciò avvenisse, sarebbe soltanto un caso straordinario. Il seguace della resistenza civile affida i suoi familiari alle cure di Dio. Anche in guerra, le centinaia di migliaia di uomini che vi partecipano non hanno la possibilità di provvedere in anticipo al mantenimento dei loro familiari. Lo stesso non deve avvenire dunque a maggior ragione nel satyagraha? È esperienza universale che in questi tempi è difficile che qualcuno venga lasciato morire di fame.

IV° Nei conflitti all’interno delle comunità:

16.Nessun seguace della resistenza civile diverrà intenzionalmente causa di conflitti all’interno delle comunità.
17.Nel caso scoppino conflitti di tal genere, egli non si schiererà da nessuna parte, ma si limiterà ad aiutare la parte che palesemente si trova nel giusto. Se è un indù, si comporterà in modo generoso nei confronti dei musulmani e dei seguaci di altre religioni, e sarà pronto a sacrificare la sua vita nel tentativo di difendere un non indù contro l’attacco di un indù. E se l’attacco proviene dai non indù, egli non parteciperà ad alcuna azione di ritorsione, ma darà la sua vita per difendere gli indù.
18.Egli tenterà con tutte le sue forze di eliminare tutti i motivi che possono condurre allo scoppio di conflitti all’interno delle comunità.
19.Se i satyagrahi organizzano un corteo essi non dovranno far nulla che possa offendere le convinzioni religiose di una comunità, e non dovranno prendere parte ad alcun corteo che offenda tali convinzioni.

(Tratto da “Teoria e pratica della nonviolenza”, antologia di scritti di M. K. Gandhi, a cura e con un saggio introduttivo di Giuliano Pontara, Edizioni Einaudi, da pag. 162 a pag. 164.)

In Israele e in Palestina la violenza non è una soluzione
Solo la nonviolenza può superare il conflitto in atto

A cura di Maria Chiara Tropea

La campagna alla quale fa riferimento l’appello che pubblichiamo qui a fianco è già comparsa sulle pagine di Azione nonviolenta: il numero di aprile conteneva come allegato il documento di presentazione e le cartoline da inviare alle autorità dell’Unione Europea e al Ministro degli Esteri .
Se qualcuno avesse dimenticato di spedirle, è il momento di riprenderle in mano, compilarle e imbucarle; per questa prima fase della campagna ci eravamo dati il termine della fine dell’anno.
Dopo la pubblicazione su Azione nonviolenta, il lancio della campagna è avvenuto il 14 maggio a Pontedera, durante un convegno nazionale sul tema “come intervenire nella realtà per superare i conflitti e costruire percorsi di pace: la ricerca e la metodologia della nonviolenza si confrontano con la politica”. Nei mesi successivi l’iniziativa è stata presentata in alcuni campi del MIR/Movimento Nonviolento, in un campo di educazione alla pace a S.Anna di Stazzema, dedicato a DPN, servizio civile e interposizione nonviolenta, e in varie altre occasioni locali.
Il documento di presentazione è stato anche inviato a tutti gli europarlamentari italiani.

A livello europeo la campagna, partita dalla Francia, si sta estendendo non solo in Italia ma anche in Spagna e in Belgio. E’ stata presentata al Forum mondiale di Porto Alegre e individuata come una delle campagne nonviolente da sviluppare. Il MAN francese, con l’impegno in prima persona di Jean Marie Muller, coordina l’azione internazionale che si sviluppa non solo con l’attività di pressione dal basso delle cartoline, ma anche con contatti diretti sia con europarlamentari, sia con personalità e gruppi in Palestina ed Israele.

Tra le personalità israeliane che appoggiano la campagna figura Ury Avneri, fondatore di Gush Shalom; tra i palestinesi Sari Nusseibeh, rettore dell’università palestinese di Gerusalemme e due dei firmatari della “iniziativa di Ginevra”.
Per rinnovare i contatti e studiare insieme i possibili sviluppi, una delegazione internazionale della campagna si recherà in Israele/Palestina nel prossimo dicembre.

I membri della delegazione, guidata da J.M.Muller, parteciperanno poi al convegno “Celebrating Nonviolent Resistence: an International Conference”, del quale si da notizia nel riquadro qui sotto.

Per informazioni sulla Campagna, adesioni all’appello, per ricevere il materiale da diffondere : Centro Studi Sereno Regis, via Garibaldi 13, 10122 Torino – www.reteccp.org – e-mail: a.alba@areacom.it

Conferenza internazionale a Betlemme

Dal 27 al 30 dicembre si svolgerà presso l’Università di Betlemme il convegno “Celebrating Nonviolent Resistence: An International Conference” (Affermare la resistenza nonviolenta: una conferenza internazionale), promosso da Holy Land Trust, un’associazione partner di Nonviolence Peaceforce, in collaborazione con la stessa Nonviolence Peaceforce.
Obiettivo della conferenza internazionale è quello di convocare i membri della comunità nonviolenta mondiale per un confronto sul passato, il presente e il futuro della resistenza nonviolenta e per prendere contatto diretto con la realtà dell’azione nonviolenta in Palestina.
Quattro sono le piste di lavoro proposte:
?Teorie e metodi dell’azione nonviolenta;
?Movimenti nonviolenti in Palestina;
?Passato, presente e futuro della lotta nonviolenta,
?Religione e nonviolenza
Il lavoro è articolato in sessioni plenarie al mattino e workshops al pomeriggio
Si possono trovare informazioni su come partecipare sul sito: www.celebratingnv.org
APPELLO

PER UNA FORZA INTERNAZIONALE
DI INTERVENTO CIVILE IN ISRAELE E PALESTINA

Di fronte all’aggravarsi del ciclo perverso “terrorismo – guerra – terrorismo”, che minaccia la vita civile in tutto il mondo;
consapevoli che una delle più profonde radici di questa drammatica situazione sia nel conflitto che oppone Palestinesi ed Israeliani;
convinti che sia dovere pressante dell’Europa e dei suoi cittadini e cittadine impegnarsi seriamente per aiutare i due popoli a raggiungere un accordo giusto e condiviso;

sosteniamo la campagna “La violenza non è una soluzione”,
lanciata dal MAN (Mouvement pour une alternative nonviolente) e dai suoi partners in Europa, in Israele e in Palestina, alla quale hanno aderito numerose associazioni anche in Italia; è una campagna di pressione che chiede all’Unione Europea di creare una forza internazionale di intervento civile, con il compito di lavorare fianco a fianco con le organizzazioni della società civile palestinesi ed israeliane, per rafforzare spazi di dialogo, con azioni di accompagnamento e mediazione nel difficile processo, avviato con Gaza, di disimpegno di Israele dai territori occupati, con azioni di protezione e sostegno alla sicurezza di entrambe le popolazioni, con azioni di osservazione del rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale.

Sono già numerosi e generosi gli sforzi di gruppi di cittadini e cittadine, in Italia e nel mondo, che si organizzano volontariamente per svolgere compiti di questo tipo. Ma è più che mai necessario ed urgente, soprattutto in questo delicato momento, che siano coinvolte le istituzioni europee.

Perciò sottoscriviamo le richieste della campagna ai responsabili politici, in Francia, in Italia e negli altri paesi europei.

Chiediamo ai responsabili dell’Unione Europea e al nostro Ministro degli Esteri di:
realizzare uno studio di fattibilità sulle condizioni per la creazione di una forza internazionale di intervento civile in Israele e Palestina;
mettere in atto tutti i mezzi necessari alla formazione e all’invio di una tale forza di intervento civile, composta di volontari e volontarie non armati e adeguatamente preparati;
condurre un’azione diplomatica presso le autorità israeliane e palestinesi affinché accettino la presenza dei/delle volontari/e.

L’Unione Europea può e deve uscire dall’opzione militare nella soluzione delle crisi internazionali; impegnarsi per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese è un passo per concretizzare questo orientamento politico.

PRIMI FIRMATARI:
Luigi Ciotti – Lidia Menapace – Roberto Mancini – Roberto Giudici – Marco Revelli – Tonio Dall’Olio – Brunetto Salvarani – Marina Pecorelli – Luisa Morgantini – Albino Bizzotto – Lisa Clark – Alex Zanotelli

Per ulteriori adesioni: a.alba@areacom.it

La cultura della violenza educa alla guerra
La cultura della nonviolenza educa alla pace
La guerra e la pace cominciano nella mente degli essere umani

A cura di Werner Wintersteiner *

Alla base della professione di medico, di assistente sociale e della nuova figura dell’operatore di pace, sta l’esigenza di unire la sensibilità del cuore ed il sapere della testa in un’ idea di professione, in cui il lavoro sia sempre basato sulla conoscenza specialistica e abbia lo scopo di migliorare le condizioni dell’esistenza umana.
Johan Galtung

1. La politica di pace ha bisogno di una ricerca sulla pace a livello accademico

Chi critica il fatto che violenza e guerra siano le prevalenti forme di relazione sociale, tanto nelle relazioni interne che internazionali, si sente rispondere che la causa va ricercata nella “natura dell’uomo” o “nelle costrizioni della politica internazionale”, contro le quali purtroppo – così si sostiene – si è impotenti.
A prescindere dal fatto che questa argomentazione non regge in nessun modo ad un esame scientifico (si veda ad esempio la “Dichiarazione di Siviglia sulla Violenza”1), essa serve anche a nascondere i fatti. Infatti, ciò che con queste sbrigative affermazioni scompare dalla visuale, è il fatto che per il riarmo, per le strategie di guerra e di manipolazione della popolazione a sostegno della guerra e degli atti di violenza perpetrati dallo Stato, si spendono spese somme enormi.
Interi eserciti di scienziati vengono fatti lavorare e pagati per questo, cioè per produrre una condizione di “cultura della violenza” e per mantenerla al massimo livello, dall’alto del quale si afferma, con falsa compassione, che questa è la condizione naturale dell’uomo. In stridente contrasto con questo spiegamento di mezzi stanno le piccole somme spese per l’indagine delle cause e delle condizioni della pace. Non può esservi alcun dubbio che una ricerca sistematica sulla pace potrebbe dare un contributo alla pace pari almeno a quello che la ricerca bellica fornisce oggi per la guerra.

2. La pace ha bisogno di una formazione alla pace

Lo studio pubblicato da Jacques Delors “Nell’educazione un tesoro”2 si pone come scopi la ridefinizione della formazione, a fronte delle sfide del ventunesimo secolo l’indicazione delle tendenze globali e l’elaborazione dei principi decisionali su cui dovrà basarsi la politica della formazione. Tra le affermazioni più importanti contenute nello studio vi è quella secondo cui la formazione deve essere intesa come permanente, datosi che le esigenze sono sempre soggette a mutamento. Inoltre lo studio afferma che il concetto di formazione andrebbe rivisto, emancipandolo dalla mera prospettiva commerciale. Lo scopo prioritario della formazione è molto di più: l’abilitazione alla partecipazione alla vita sociale, l’autorealizzazione, lo sviluppo di tutti i talenti della persona, la capacità al dialogo e la convivenza pacifica. I principi di questo nuovo apprendimento vengono riassunti in 4 dimensioni: imparare a essere, a conoscere, a fare e a vivere insieme. Il punto di partenza e il cardine di tutte le riflessioni sulla formazione sono i cambiamenti a livello mondiale, quelli che noi oggi contrassegniamo come “globalizzazione”. Essi ci “costringono” a concepire la formazione come educazione alla convivenza pacifica nella società mondiale:

Gli ampi cambiamenti negli stili di vita tradizionali ci obbligano a cercare di capire meglio gli altri esseri umani e il mondo nel suo insieme. Sono richieste comprensione reciproca, scambi pacifici e naturalmente armonia; proprio di queste cose difetta maggiormente il nostro mondo oggi.3

Sempre in cooperazione con l’UNESCO, il sociologo e filosofo francese Edgar Morin ha riassunto “I sette saperi necessari all’educazione del futuro 4”. Questo testo, che costituisce una sintesi del pensiero complessivo di Morin sull’educazione, ha come obiettivo la preparazione della giovane generazione a vivere in “un’era planetaria” (un concetto chiave in Morin). L’educazione alla pace viene esplicitamente definita scopo educativo essenziale, che però può essere raggiunto solo quando verrà sviluppata “un’etica del genere umano”:

L’educazione non deve contribuire solo ad una presa di coscienza della nostra patria, la Terra, ma anche far sì che questa consapevolezza generi la volontà di realizzare la cittadinanza della Terra.5

Ancora più concreto è Oskar Negt6, che distingue cinque “competenze chiave della società”, di cui dovrebbero essere forniti già gli adolescenti:
Competenza dell’identità: imparare a convivere con le minacce alla propria identità e con la perdita dell’identità, una competenza che, in un’epoca di assoluta “flessibilità”, costituisce la premessa per lo sviluppo della personalità.
Competenza tecnologica: comprendere gli effetti sociali della tecnologia, per non cadere né in una cieca fiducia in essa, né in una conformistica condanna delle conquiste tecnologiche. Ciò significa sviluppare una facoltà di discernimento, che consenta di distinguere le tecnologie negative dal semplice uso sbagliato di tecnologie utili.
Competenza della giustizia: acquisire sensibilità per i fenomeni di espropriazione, per il giusto e l’ingiusto, per l’uguaglianza e la disuguaglianza. La sensibilità naturale per la giustizia rischia di andare persa nelle società moderne. Non si tratta di una qualità caratteriale, bensì di un sapere che serva a orientarsi nel mondo di oggi, altrettanto importante quanto il saper leggere, scrivere e far di conto.
Competenza ecologica: la relazione rispettosa con le persone, la natura e le cose. Non si tratta solo della rimozione di danni ecologici, la quale può essere concepita di nuovo come una faccenda tecnica. Competenza ecologica vuol dire invece “riconoscere che esseri umani, natura e cose hanno proprie leggi” rinunciare alla loro “sopraffazione”, cioè ad imporre ad essi leggi a loro estranee.7
Competenza storica: capacità di ricordare e capacità di concepire l’utopia. Nell’epoca della crescita tecnologica accelerata e della rapida svalutazione delle cose, la tenacia e la capacità di ricordare hanno scarso valore, ma proprio queste qualità sono la premessa per un sapere storico e per la comprensione della storia, e con ciò della capacità di prepararsi al futuro. Infatti ”la memoria sociale e la capacità utopistica sono due facce della stessa medaglia”. 8

3. La competenza di pace deve diventare per tutti una competenza di base

Cosa significa dunque competenza di pace? In base alle argomentazioni di Delors o Negt, la si deve innanzi tutto definire come “competenza chiave” oppure “competenza di base”, premessa di tutte le altre competenze.
Per questo motivo essa deve essere fornita già nelle scuole dell’obbligo e in quelle superiori, oltre che nelle forme di educazione giovanile extra scolastica e nella formazione degli adulti.
Si tratta di quelle conoscenze, capacità e atteggiamenti di cui ogni persona dovrebbe disporre, non solo per comportarsi in modo pacifico e civile, ma anche per poter discutere e attivamente cooperare in modo responsabile e competente all’interno della società e a livello politico, contribuendo a orientare i valori nel senso della pace.
Fornire competenze di pace significa quindi collegare nell’educazione la dimensione sociale a quella politica. .
Le competenze di pace attengono al rapporto con la violenza in ambito sociale e politico. Esse non hanno come scopo semplicemente il creare una disposizione pacifica, non vogliono indurre a una generica mitezza o gentilezza; al contrario, esse vogliono generare una capacità a fornire un contributo attivo alla pace all’interno della società. Le competenze di pace debbono per lo meno comprendere:
La gestione costruttiva dei conflitti (nei rapporti personali, tra gruppi e a livello politico)
La consapevolezza politica, intesa come “consapevolezza mondiale” (nozioni di base dell’educazione politica, intesa come educazione cosmopolita)
La competenza interculturale (sensibilità e rispetto nel rapporto con “l’altro”)
Insieme di valori, atteggiamenti, comportamenti e stili di vita che rifiutino la violenza (violenza nella vita quotidiana, tra i sessi, nella politica, nei rapporti internazionali: forme di violenza culturale, strutturale e diretta).
Come si vede, qui si tratta da un lato di precise abilità e capacità nella relazione personale, di disponibilità ad attivarsi a livello personale, e dall’altro di una metacompetenza, di un sapere circa le cause strutturali e politiche di situazioni in cui la mancanza di pace è conseguenza di comportamenti voluti, come anche nella di comprendere quali siano le indispensabili premesse della pace.

4. Necessità della formazione degli insegnanti in materia di pace

Betty Reardon, fondatrice e da molti anni direttrice del Peace Education Center presso il Teachers’ College della Columbia University di New York, spiega così la necessità della formazione degli insegnanti in materia di pace:

Noi non dovremmo limitarci ad aspettare che gli insegnanti forniscano i valori di una cultura della pace. Noi dobbiamo chiedere che essi vengano preparati per questo, in modo determinato, esplicito e sistematico. La formazione dei formatori è il più importante settore della formazione superiore, per quanto attiene alla possibilità della nascita di una cultura della pace.9

Sotto questo profilo la situazione appare ancora abbastanza carente, nonostante i numerosi documenti internazionali richiedono l’avvio di una formazione degli insegnanti in materia di pace. Per questa ragione nel 1999 è stata lanciata una Global Campaign for Peace Education10, in occasione della conferenza sulla pace a L’Aia (esattamente 100 anni dopo la prima storica conferenza sulla pace de L’Aia).
La campagna consiste nel creare una rete di pedagoghi della pace di livello universitario, scolastico e interni alle NGO, che disponga anche di numerosi contatti con le istituzioni pubbliche competenti per la formazione. Questa rete si estende a tutti i continenti; a differenza di molte altre iniziative, vi è un’influente rappresentanza del “Sud globale”.
Scopo di questa rete è di realizzare l’educazione alla pace in tutti i paesi e a tutti i livelli del sistema formativo. La Global Campaign, in cooperazione il Department for Disarmament Affairs dell’ONU ha avviato al momento quattro progetti pilota pluriennali per l’introduzione dell’educazione alla pace in società postbelliche, esattamente in Albania, Cambogia, Niger e Perù.11 Inoltre la campagna ha pubblicato un manuale “Learning to Abolish War”12, che è appena stato tradotto in numerose lingue.

* Werner Wintersteiner è nato nel 1951 a Vienna e insegna Didattica del tedesco all’Universita’ di Klagenfurt. Da venti anni si occupa di Educazione alla Pace. Promotore di molteplici iniziative in questo campo, membro di comitati internazionali, fondatore dell’Eured (1) e promotore del Centro per le ricerche sulla pace e l’educazione alla pace, ha curato l’edizione di varie riviste e pubblicato circa 150 contributi sull’educazione alla pace. Qui ci limitiamo a citare le sue monografie: Paedagogik des Anderen. Bausteine fuer eine Friedenspaedagogik in der Postmoderne. Muenster: Agenda 1999; “Haetten wir das Wort, wir braeuchten die Waffen nicht”. Erziehung fuer eine “Kultur des Friedens”.
Innsbruck-Wien-Muenchen: Studien Verlag 2001; Poetik der Verschiedenheit. Literatur, Bildung, Globalisierung. Klagenfurt: Drava 2005 (in corso di stampa); Transkulturelle literarische Bildung. Die “Poetik der Verschiedenheit” in der literaturdidaktischen Praxis. Innsbruck: Studien Verlag 2005 (in corso di stampa)

Articolo estratto da: Wintersteiner, Werner, Friedenskompetenz als universitäre Aufgabe, in: Wintersteiner, Werner et al. (a cura di), Wissen schafft Frieden. Friedenspädagogik in der LehrerInnenbildung, Drava Verlag, Klagenfurt, 2005.

EDUCAZIONE
A cura di Angela Dogliotti Martasso
Riscoprire se stessi, le relazioni, il territorio, il piacere di imparare.
Un progetto coraggioso per riportare i ragazzi a scuola, a Napoli.

Il progetto Chance è nato nel 1998, nei Quartieri Spagnoli di Napoli, per accompagnare alla terza media un gruppo di ragazzi che avevano interrotto la frequenza scolastica. Negli anni, Chance si è trasformato radicalmente e si è ampliato ad altre zone della città. Ce ne parla Salvatore Pirozzi, uno dei principali collaboratori di Marco Rossi Doria, primo ideatore di questa esperienza e attualmente coordinatore del modulo dei Quartieri Spagnoli. Sul lavoro dei maestri di strada napoletani ricordiamo il bellissimo libro di Marco Rossi Doria, “Di mestiere faccio il maestro”.

La differenza tra noi e la scuola è che, mentre là puoi fare “il gioco della scuola”, cioè “far finta di essere sani”, nel progetto Chance il re è sempre nudo. I ragazzi ti affrontano di petto, di faccia, e ti riportano alla crudità e alla crudeltà del mondo che sta intorno. Non saremmo riusciti a fare niente se non avessimo costruito una rete significativa di relazione con i ragazzi a partire proprio dall’ascolto, in una operazione di riconoscimento dei ragazzi stessi, dei loro vissuti e dei loro agiti. E a partire da un legame forte tra la scuola e il territorio.

Inizialmente i ragazzi erano tutti dei Quartieri Spagnoli?
Sì, quell’anno l’85-90% dei ragazzi abitava nel raggio di 300 metri dalla scuola, e anche noi docenti eravamo quasi tutti del quartiere, per cui ogni mattina venire a scuola era passare dalle loro case. Li andavamo a prendere, li svegliavamo addirittura.
Quanti ragazzi avevate il primo anno?
Circa 30 studenti che non avevano raggiunto la licenza media, con 6 docenti e 6 tra tutor ed esperti.
Come si è evoluta la situazione?
Abbiamo capito che il nostro con questi ragazzi non poteva che essere un incontro antropologico. Sentivamo cioè di avere a che fare con una cultura radicalmente, profondamente diversa dalla nostra. Dentro alla relazione – fatta sia di ascolto che di forza, di contenimento, di presidio addirittura dei luoghi e degli spazi – hanno cominciato a germinare elementi di innovazione sul piano didattico. Il primo è stata l’organizzazione della lezione per compresenze.

L’insegnante “Vieni avanti, cretino”

Perché avete optato per le compresenze?
Si partiva dall’esigenza di aiutare i ragazzi a calmarsi, a stare in classe, dal bisogno talvolta di accompagnare i più esplosivi fuori dall’aula. Il discorso veniva affrontato in questi termini: da un lato c’era l’insegnante conduttore e dall’altro un insegnante mediatore, che più tardi abbiamo chiamato anche spalla o “vieni avanti cretino”.
Chi è l’insegnante mediatore, che cosa fa?
Costruisce continuamente ponti tra il conduttore e i ragazzi non soltanto nella traducibilità dei contenuti – sarebbe fin troppo facile – ma nella capacità, che un po’ alla volta è diventata un vero e proprio savoir faire, di mettersi dalla parte degli studenti cominciando dal riconoscimento delle loro forme primordiali di disagio: il silenzio, l’incontenibilità… Poi il mediatore lavora sull’autostima, perché di fronte a qualunque proposta la reazione dei ragazzi è invariabilmente: “Non lo so fare”.
Come sono impostate le lezioni?
Il processo di apprendimento non può che partire da quello che il ragazzo ha dentro di sé e che per lui è significativo poter conoscere. A questo punto anche la disputa se fare lezione frontale, apprendimento cooperativo o laboratoriale è assolutamente secondaria, addirittura il nozionismo può diventare importante se in quel momento è il ragazzo ad attribuire valore alle cose che sta ascoltando.
Parliamo dei contenuti curricolari.
Il programma, a Chance, non esiste proprio più. Esiste una soglia, un orizzonte, che è data da alcune alfabetizzazioni strumentali per il diritto alla cittadinanza, ma queste sono abilità e non contenuti di un programma. L’impegno di fondo è trovare dentro il ragazzo quell’elemento di aggancio per riavviare un percorso anche minimo di apprendimento e di conoscenza. E a quel punto vale tutto. Abbiamo inconsapevolmente imparato ad andare a pescare anche fuori dai percorsi scolastici e standardizzati quei saperi taciti, informali, addirittura inconsapevoli, quei saperi sociali su cui è possibile costruire.
Se siamo capaci di fare questo noi abbiamo una didattica che non è più costruita sulla banalizzazione dei contenuti e sulla semplificazione.
Eppure in molte scuole, soprattutto dove si incontrano i problemi più forti, gli insegnanti si sentono in qualche misura costretti a esigere di meno, a ridurre i programmi o a semplificarli.
Certo, di fronte all’evidenza di non riuscire più a trasmettere dei contenuti, la strada che il mondo formativo sceglie nel novanta per cento dei casi, nella coazione a ripetere della didattica quotidiana, è quella della semplificazione e della banalizzazione. Noi, nonostante le apparenze, siamo per un modello espansivo, non per un modello riduzionistico, a partire però da nuclei di sapere significativi per il ragazzo.

Ritrovare la voglia di imparare

Una delle difficoltà che molti bravi insegnanti incontrano è proprio la passività dei ragazzi di fronte alla scuola, che sembra non avere molto a che fare con la loro vita.
Spesso la scuola parte dal presupposto che, se un ragazzo non prova interesse per le materie, non ha interessi. Abbiamo imparato invece che si può arrivare alla letteratura, e anche all’alta letteratura, partendo dai gusti estetici dei ragazzi, passando da Vasco Rossi a Rimbaud. Ma non è solo questo. I ragazzi che incontriamo hanno grandi saperi comunicativi, saperi empirici legati al mondo del lavoro, un’immediata predisposizione per l’apprendimento della macchina fotografica o del computer… forme dell’intelligenza che la scuola non riesce ad accettare, e invece sono fondamentali.
Quindi dai saperi alle competenze…?
Noi pensiamo che sia un diritto di questi ragazzi poter scrivere un testo minimamente comunicabile, saper leggere un testo scritto che serva per l’uso della città o poter usare 50 parole per scendere nella metropolitana di Parigi senza perdersi. Questo è l’orizzonte delle abilità, non dei contenuti. E questo processo può anche essere intermittente, stare su un arco più lungo dell’anno scolastico. L’importante è essere consapevoli che tra i 14 e i 18 anni collochiamo la costruzione di questi alfabeti minimi di cittadinanza, che può essere ripresa dopo.
Un ragazzo che si rifiuta di imparare a riconoscere l’“è con l’accento” dall’“e senz’accento”, quando poi entra nel mondo lavorativo, approccia in un’altra maniera questo problema a partire dalla vergogna che prova. E sono questi ragazzi a farci la richiesta, alle volte disperata e quindi inaffrontabile nell’immediato, di imparare a parlare l’italiano. Questa è forse la richiesta più frequente. Però vorrebbero che questo avvenisse per miracolo, da un giorno all’altro, e il difficile è costruire un percorso insieme con loro.

Tanti riferimenti adulti

Come è strutturato il gruppo di lavoro di Chance?
Accanto agli insegnanti – che scelgono di essere lì sulla base della loro adesione al progetto e vengono selezionati per captazione, per alcune caratteristiche abbastanza specifiche… – ci sono gli esperti di laboratorio, per interpretare nel miglior modo possibile le potenzialità e le inclinazioni dei ragazzi. Due attività sono andate sempre in modo eccellente: la pittura e la multimedialità. Poi abbiamo l’educatore sociale, le mamme sociali, le bidelle sociali…
Cominciamo dal principio…
L’educatore sociale fa un grosso lavoro di accompagnamento e di contenimento, mantiene i rapporti col territorio e con le famiglie. Questa figura è nata come il Mercurio, il messaggero del gruppo docenti, ma nel tempo si è evoluta fortemente e oggi l’educatore ha un proprio campo di autonomia, responsabilità e intervento, e una quota di fondi da gestire.
In alcuni moduli abbiamo la figura della “mamma sociale”, cioè mamme che fanno opera di mediazione. Nei Quartieri Spagnoli abbiamo le “bidelle sociali”. Le nostre bidelle, con una funzione professionale in più oltre a quella originaria alla quale non hanno mai abdicato e che eseguono in maniera addirittura forsennata – tengono la scuola talmente in ordine e talmente pulita che, come si dice a Napoli, si potrebbe mangiare per terra – fanno mediazione culturale con i ragazzi.
Come valuti il lavoro di Chance?
Noi ci troviamo di fronte ad un paradosso per cui, nonostante le dinamiche interne ai gruppi siano davvero complesse e difficili da gestire, la gamma di risultati positivi è enorme, la potenza e la persistenza di questi risultati sono stupefacenti.
Ci fai qualche esempio?
Prima dell’esame di terza media abbiamo preteso molto. Ad esempio, abbiamo chiesto che fossero puntualissimi. Lo sono stati tutti tranne un solo caso, dovuto a una situazione familiare terrificante che noi abbiamo affrontato di petto, in maniera molto energica, e che abbiamo risolto. Abbiamo preteso che si vestissero come si fa per un esame: niente pantaloncini corti, niente ombelichi di fuori, niente petti prorompenti esposti sotto il naso degli esaminatori – e lo hanno fatto. Abbiamo preteso che parlassero italiano, e nell’80% dei casi questo è successo. Abbiamo preteso un tono di voce medio, adeguato all’ambiente e, mi devi credere, non si è sentito un urlo, nemmeno uno. Non sentire un urlo a Chance è come vincere al totocalcio per un mese di seguito, ha la stessa probabilità…

Intervista a cura di Elena Buccoliero

ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Anno del microcredito, una prima valutazione

Si sta per chiudere ormai l’anno internazionale del microcredito (www.annodelmicrocredito.org), istituito dall’Assemblea generale dell’Onu nel 1998 per incentivare e sviluppare questa forma di sostegno alle fasce deboli delle popolazioni.
Solitamente si associa questo tipo di attività, che si confonde spesso a torto con la beneficenza, al sud del mondo; ma non occorre percorrere migliaia di chilometri per trovare, anche nel nostro paese, strati di popolazione ai limiti della soglia di povertà, per le quali poter accedere anche solo a piccole somme eviterebbe di dover chiudere l’attività lavorativa o magari consegnarsi ad usurai.
In Italia le banche hanno raccolto nel 2001 un risparmio complessivo di circa 729 miliardi di euro e svolto un’attività di impiego di quanto raccolto per oltre 520 miliardi di euro (fonte Banca d’Italia). Ebbene, l’entità dei capitali coinvolti nei progetti di microcredito negli ultimi quattro è stata di soli 550 mila euro, a testimonianza dello scarso interesse degli istituti di credito per i soggetti deboli.
Le iniziative di microcredito in Italia sono poco pubblicizzate ed occorre sfogliare tesi di laurea o interventi a convegni specialistici per averne notizia. Si scopre così che la città di Torino gode di un ritorno particolarmente favorevole della presenza contemporanea di diversi enti creditizi sensibili a questa forma di sostegno.
Le più leste nel presentare una iniziativa sono state le donne di Almaterra, che dal 1994 offrono un punto di riferimento e di incontro per tutte le donne che si trovano ad approdare a Torino e sono prive di un aiuto ed un appoggio immediato. Tramite Mag2 Milano, già dall’anno scorso sono in grado di erogare microcrediti per bisogni di emergenza o per lo sviluppo di attività imprenditoriali. La stessa finalità è perseguita dalla Compagnia di San Paolo, fondazione che controlla la banca omonima. La Compagnia ha messo a disposizione delle diocesi di Torino, Genova, Roma e Napoli un fondo di garanzia di 400 mila euro per fasce deboli che vorrebbero entrare o rientrare nel mercato del lavoro.
Ma sono le amministrazioni che soprattutto hanno imparato a prestare il denaro, e non più a donarlo a fondo perduto, consentendo così ad altri soggetti di poter beneficiare dei contributi, una volta restituiti dai beneficiati precedenti. Coinvolgendo associazioni di volontariato e di categoria, il comune di Torino ha stanziato un miliardo delle vecchie lire per chi vuole intraprendere una iniziativa lavorativa nei quartieri considerati degradati della città. Le banche partners, che rinunciano ai contributi per le spese sostenute, possono permettersi di valutare i richiedenti con un occhio di riguardo, avendo il Comune il ruolo di garante economico del progetto. Stesso procedimento è stato individuato dalla Provincia di Torino, che ha stanziato un fondo di 100 mila euro (si sta discutendo l’ampliamento a 1,5 milioni) per incentivare iniziative di lavoro autonomo intraprese da extracomunitari. Il partner bancario unico è in questo caso Banca Etica, di cui Comune e Provincia risultano soci.
Sicuramente l’adesione di numerose amministrazioni a Banca Etica ha permesso a politici e funzionari di approfondire, o perlomeno conoscere, il mondo della finanza etica, ed i risultati sono evidenti: per esempio, da anni la Regione Emilia Romagna ha coinvolto la banca nel sostegno, con il supporto dei servizi sociali, di famiglie che hanno problemi nella cura dei figli; 300 finanziamenti effettuati nel primo triennio, per un totale di 1,5 milioni di euro. Analoghe iniziative sono presenti in Provincia di Milano e nel Comune di Carpi. Banca Etica ha anche avuto il merito di coinvolgere associazioni nazionali come la Caritas in progetti di microcredito che negli anni scorsi erano esposti alla carità pelosa degli istituti di credito tradizionali.
Nell’anno del microcredito si sono impegnate a vario titolo anche le Mag, per le quali la mission coincide praticamente con questa forma di prestito: in particolare, il fondo di garanzia per famiglie e piccole imprese del quartiere fiorentino delle Piagge è nato dalla collaborazione di Mag6 con la Cooperativa sociale Il Cerro.
Il ritorno sociale del microcredito è evidente e Mohamed Yunus ha avuto il merito di renderlo accessibile nel Bangladesh e poi nel resto del mondo con il suo incessante impegno; meno conosciuto è l’alto grado di restituzione delle somme da parte dei soggetti beneficiati (in alcuni esperimenti sfiora addirittura il 100%); sicuramente da esplorare è ancora il cambiamento che esso provoca nei nuovi ambienti in cui si introduce (banche tradizionali, amministrazioni, fasce più ampie di popolazione) in modo che possa diventare in futuro uno strumento efficace di cambiamento dell’economia.

MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Non c’è rivoluzione senza canzoni. La musica sulle barricate.
Dalla Marsigliese all’Internazionale fino a El pueblo unido…

“Non c’è rivoluzione senza canzoni” diceva uno striscione molto evidente nelle immagini di Salvador Allende subito dopo l’elezione a presidente del Cile nel 1970. La “Nueva Canciòn Chilena”, strettamente legata all’esperienza di Unidad Popular, resta un grande esempio fondamentale di musica che diventa essenziale per un movimento popolare. La Unidad Popular di Salvador Allende arriva a governare il Paese col consenso della gente, sostenuta egregiamente da più di 150 fra cantanti, musicisti e formazioni di musica popolare. Violeta e Isabel Parra, Victor Jara, gruppi come gli Inti-Illimani e i Quilapayùn, sono artisti militanti, che la gente può incontrare su piccoli palcoscenici montati a fianco delle officine, nelle miniere, sui moli. Non hanno bisogno di impresari e di promozione: lavoratori e studenti organizzano col volontariato le tournée e li portano negli angoli più remoti del Paese. La “nueva canciòn” nasce legata alle masse e si sviluppa assieme alla coscienza politica popolare, nelle feste dei lavoratori, nelle riunioni sindacali, negli scioperi operai e universitari, nelle manifestazioni per le riforme. “Canto al Programma” e “Venceremos”, sono inni programmatici che accompagnano il successo elettorale. L’autore è Sergio Ortega Alvarado, uno dei grandi protagonisti di quella stagione politico-musicale, pianista e musicista colto, docente di composizione al Conservatorio, compositore di musiche per film, capace di creare canzoni di grande impatto e suggestione. La sua musica rappresenta la fusione di forme classiche e melodie popolari.
E’ nel 1973 che Ortega, ispirandosi a un canto di strada, assieme ai Quilapayùn confeziona di getto “El pueblo unido jamás será vencido!”. Tre mesi dopo, trascorsa l’estate, l’11 settembre dei cileni si verifica proprio in quell’anno: Un colpo di stato spazza via il governo e tutto il movimento della Nuova Canzone Cilena. Ma “El pueblo…” si afferma come inno non solo della resistenza cilena ma anche delle forze progressiste in diversi altri Paesi. Sono i Quilapayùn e, soprattutto, gli Inti-Illimani a farlo conoscere in tutto il mondo.
L’efficacia di questa canzone sono riassunte da Severino Vardacampi: “C’e’ una generazione, la mia, che ancora piange ogni volta che intona la Marsigliese o l’Internazionale o El pueblo unido jamas sera’ vencido”.
La forza trascinante di questa canzone e l’ispirazione colta del suo autore, la fanno diventare la base per una composizione contemporanea molto interessante. “The People United Will Never Be Defeated!”, scritta nel 1975 è probabilmente il più famoso lavoro per pianoforte di Frederic Rzewski, compositore statunitense che ha attraversato molteplici fasi di musica sperimentale, dall’elettronica alla dodecafonica, senza disdegnare le collaborazioni col jazz. Partendo dal tema della canzone politica Rzewski sviluppa trentasei variazioni per piano costruendo una specie di confluenza di tutte le musiche possibili e immaginabili. In questo modo produce un accumulo di energia davvero galvanizzante che illustra molto bene il tema della canzone.
Le variazioni sono suddivise in gruppi da sei. Nel primo il tema viene esposto, spostato, invertito, parafrasato e distillato lungo l’intera estensione della tastiera. Il secondo ciclo è dominato dal fattore ritmico. Il terzo assume un carattere più lirico e popolare. Il quarto lavora su atmosfere virtuosistiche e le variazioni del quinto assumono una forma più libera. Le ultime sei hanno il compito di riassumere l’intero svolgimento. Oltre al tema cileno, Rzewski introduce all’interno delle Variazioni dei riferimenti ad altre canzoni dal contenuto politico, come “Bandiera Rossa”, in riferimento agli italiani che diedero asilo ai rifugiati cileni negli anni Settanta e “Solidaritätslied” di Hanns Eisler.
Ortega è scomparso nel 2003. Viveva da trent’anni a Parigi dove si era trasferito in esilio dopo il colpo di stato di Augusto Pinochet.

Nell’area nonviolenta, c’è chi considera “El pueblo…” come uno dei possibili inni della difesa popolare nonviolenta. Mi pare perciò sia l’occasione per un ottimo esercizio di analisi sull’uso efficace e consapevole di una canzone in ambito nonviolento. Qualsiasi oggetto musicale è carico di ambiguità e si presta a interpretazioni diverse. Ascoltiamo “El pueblo…” e proviamo ad interrogarci con molta concretezza sulla sua utilità in azioni nonviolente o nella formazione alla nonviolenza. Analizziamo il testo: cosa dice in rapporto alla nonviolenza come messaggio esplicito e come messaggio implicito? La struttura musicale (inno/marcia) quali atteggiamenti favorisce? Quali potevano essere le intenzioni degli autori rispetto alla nonviolenza? Come è stata utilizzata questa canzone in Cile, in Italia e nel mondo? Che effetti provoca nel gruppo che effettua un’ azione nonviolenta e nella eventuale controparte? Formulare puntualmente interrogativi di questo tipo sulle canzoni che ci possono interessare, ci può portare a maneggiare in modo efficace un repertorio funzionale alla formazione alla nonviolenza.

El pueblo unido jamás será vencido!
El pueblo unido jamás será vencido

Alziamoci assieme così si vincerà
Troviamo la forza nella nostra unità
E tu verrai avanti insieme a me
Così vedrai il canto e la speranza
Rifiorire qui in una rossa aurora
Ormai la vita nuova arriveràAlziamoci assieme così si vincerà
Sarà migliore la vita che verrà.
Ci costruiremo la felicità
E mille voci in lotta si alzeranno
Canteremo per la nostra libertà
E questa forza decisa vinceràE allora noi popolo ci alziamo nella lotta,
con voci da giganti gridando: andiamo avanti!El pueblo unido jamás será vencido!
El pueblo unido jamás será vencido!

Alziamoci assieme così si vincerà
Trionfa da sola ormai la verità
Lo sfruttamento certo sparirà
Di fronte a mani d’acciaio e tu donna
Col coraggio e col valore che tu hai
Ormai sei qui con il lavoratore.E allora noi popolo ci alziamo nella lotta,
con voci da giganti gridando: andiamo avanti!

El pueblo unido jamás será vencido!
El pueblo unido jamás será vencido!

(adattamento in italiano cantabile)

PER ESEMPIO
A cura di Maria G. Di Rienzo
Vuka S’hambe: il risveglio dei giovani prigionieri in Sudafrica

Nel 1999, il “Centro per lo studio della violenza e per la riconciliazione” (CSVR) di Johannesburg sviluppò un progetto chiamato “Le voci dei giovani criminali”, che coinvolse 24 detenuti nella prigione di Leeuwkop. L’intento era quello di capire la natura e le cause dei comportamenti violenti nella gioventù e di indirizzare chi li aveva attuati verso la risoluzione nonviolenta dei conflitti e la reintegrazione nella comunità. L’intervento ebbe tale successo che dal 2000 al 2004 il CSVR ampliò il programma, grazie anche ad un finanziamento provenuto da un’Ong irlandese di cooperazione allo sviluppo, e lavorò con i giovani prigionieri e prigioniere in vari centri di detenzione sudafricani.
Il nuovo progetto fu chiamato “Vuka S’hambe” che significa “Risvegliati e cammina” e prevedeva: la promozione della consapevolezza personale rispetto alle ragioni per cui si era stati coinvolti in attività criminali; lo sviluppo di abilità efficaci nel portare alla luce le risorse e la forza di ciascuno utili alla risoluzione nonviolenta dei conflitti; la promozione della fiducia in se stessi e negli altri; la costruzione di relazioni emotive positive e stabili; le sessioni sulle istanze di genere. Una delle facilitatrici, Lindiwe Mkhondo, chiarisce: “Le ragazze ed i ragazzi con cui ho lavorato per più di due anni, alla prigione di Johannesburg, hanno aperto i loro cuori e condiviso la loro verità con me. Accettando che li guidassimo nel loro personale viaggio verso la consapevolezza, hanno fatto crescere e cambiare anche noi facilitatori. Le domande che la gente mi poneva più spesso erano: Ma non hai paura a lavorare con i detenuti? Ti senti al sicuro, là dentro? Sorprendentemente, ma forse non poi tanto, i prigionieri avevano la stessa percezione di se stessi che gli altri avevano di loro. Avevano una conoscenza di se stessi come di persone pericolose e temibili. Uno di essi mi fece la stessa domanda: Lindi, sorella, sei così rilassata ed amichevole con noi, non hai mai paura? La verità è che non mi sono mai sentita in pericolo in loro compagnia. Sì, ci sono state molte lacrime, lacrime di gioia e di sollievo, e lacrime di frustrazione e di infelicità. La sfida più grande, per me, era quella di rendere capaci questi giovani di realizzare la propria umanità, di apprendere assieme a loro i metodi grazie ai quali non avrebbero più usato la violenza come una difesa contro le loro paure e contro il loro terribile dolore.”
Il Sudafrica ha un alto livello di criminalità giovanile, che è persino aumentato negli ultimi anni. Secondo le statistiche del 2004, circa il 43% della popolazione carceraria sudafricana ha meno di 25 anni, e circa 25.000 detenuti hanno meno di 21 anni. Le ragazze sono l’1,65% del totale. Vuka S’hambe ha analizzato le origini del fenomeno partendo dalle prospettive dei partecipanti al progetto (motivazioni individuali, contesto in cui la violenza si diede, retroscena culturali ed economici) ed ha utilizzato tale conoscenza per sviluppare programmi che spezzano il ciclo della violenza. I facilitatori hanno attestato che la principale precondizione, emersa durante i seminari, per il manifestarsi della violenza è la mancanza o la percezione della mancanza di metodi nonviolenti per trasformare i sentimenti di rabbia e vergogna, dolore e autostima ferita. La seconda e la terza sono la mancanza di riconoscimento o status sociale/economico, e l’incapacità emozionale dell’individuo di provare empatia per gli altri. Lo sviluppo di tale capacità si è rivelato di grande importanza, durante il programma, per trasformare le reazioni aggressive. Uno dei ragazzi di Vuka S’hambe, che sta scontando una sentenza a vent’anni di prigione per rapina a mano armata ed omicidio, ha detto: “Io sono come un fiore morto. Come un fiore avrei avuto bisogno di acqua, ma nessuno ha mai avuto cura di me, non sono stato amato. Sento che la rabbia mi ha fatto marcire da dentro. Adesso io non riesco ad amare me stesso, e nessun altro. Come posso farlo, se l’amore non so cos’è?” Una delle ragazze, allo stesso proposito, ha citato un proverbio Xhosa: “Umntu Ngumntu Ngabantu” che significa “una persona è umana grazie a coloro che ha intorno”.
Vi farà piacere sapere che entrambi, come il resto di coloro che hanno partecipato al progetto (ed è davvero un dato da festeggiare!), sono stati capaci di mutare la percezione che avevano di se stessi, attestando di sentirsi degni di amore e rispetto, e di sentire quindi che degne di amore e rispetto erano anche le persone verso cui avevano usato violenza. Ora parecchi di questi giovani detenuti beneficiano di semilibertà, e molti di essi hanno incontrato le proprie vittime o i parenti delle stesse, per ottenere il perdono e la rinascita. Questo accade, ad insegnare la nonviolenza.

LILLIPUT
A cura di Massimiliano Pilati
Il trasformismo della Nestlè e il caffè corretto equo solidale

Il mercato dei prodotti equi e solidali, in continua crescita ed espansione, fa gola a tanti affaristi. E così la multinazionale svizzera Nestlè (sottoposta da anni ad una campagna di boicottaggio per la sua politica di diffusione del latte in polvere nei paesi del terzo mondo, che di fatto ostacola il più naturale, sano e gratuito allattamento al seno) vuole presentare ai consumatori un nuovo volto, quello cosiddetto “equo e solidale”. Al caffè della Nestlé è stato incredibilmente concesso il marchio del commercio equo. Vibrate proteste, alle quali ci associamo, sono arrivate da molte associazioni.

Facendo riferimento alle recenti notizie apparse sulla stampa internazionale (Financial Times) e ora anche italiana (la Repubblica 08.10.05 pag. 25 “la Nestlè lancia il caffè corretto…”), vogliamo segnalare la nostra assoluta contrarietà al fatto che sia concesso un marchio di commercio equo e/o
etico alla Nestlè.
Il marchio FLO concesso al caffè della Nestlè è, per giunta, il frutto dell’unificazione di alcuni dei principali marchi del commercio equo e solidale (come Fairtrade Foundation, Max Havelaar, Transfair) ed è molto diffuso nel mondo (in Italia è Transfair Italia).
Perché siamo contrari alla concessione di questo “marchio” alla Nestlè?
Per una ragione contingente: la Nestlè è sottoposta a campagna di boicottaggio internazionale per la sua politica sul latte in polvere contraria alle direttive OMS e, di fatto, ostacolatrice dell’allattamento al seno (fondamentale per la buona salute del bambino)”
Per una ragione di strategia economica di fondo: il commercio equo e solidale ha fra i propri fondamenti “la visibilità del produttore” sulla confezione finale (politica in controtendenza rispetto a quella delle “grandi marche” che anzi tende ad oscurare questa fonte), il “consentire ai piccoli produttori il libero accesso al mercato”. Tutto ciò è (come previsto dalla risoluzione Fassa del Parlamento Europeo del 2 luglio 1998) una norma esplicita che “impedisce posizioni di monopolio” nell’ambito di quel mercato che può fregiarsi della dizione di commercio equo e solidale, commercio giusto etc…
Per queste due “robuste ragioni”, e non per preconcette opposizioni, con fermezza invitiamo tutto il mondo delle strutture del commercio equo e solidale ad esprimere pubblicamente la loro contrarietà.
Se a queste ragioni poi vogliamo aggiungere considerazioni in merito al come la maggioranza delle multinazionali si comporta di fronte ai diritti umani, sociali, sindacali, culturali, e alle politiche di tutela ambientale e della biodiversità, il discorso si farebbe ancor più motivato.
Riteniamo che il vasto e variegato movimento del commercio equo, dei consumi etici, critici, consapevoli, delle reti e dei distretti dell’economia solidale sia incompatibile con il modello di sviluppo proposto dalle Multinazionali e che ha distrutto fortemente l’ambiente, sfruttato lavoratrici e lavoratori di tutto il mondo, omologato e omogeneizzato saperi, culture e identità, manipolato geneticamente le piante come l’essenza stessa dell’umanità.
Riteniamo, quindi, che qualsiasi operazione di “certificazione etica” possa “trarre in inganno il consumatore” tendendo ad accreditare una immagine “diversa” da quella reale attraverso “un frammento” dell’intera produzione di una grande marca.
Chiediamo immediatamente all’organismo inglese Fairtrade Foundation di ritirare la concessione del marchio internazionale FLO alla Nestlè.
Chiediamo a FLO (Fairtrade Labellings Organizations) di sospendere cautelativamente l’inglese Fairtrade Foundation dal proprio organismo.
Chiediamo agli organismi europei e internazionali del Fair Trade e a Ifat di sospendere cautelativamente l’inglese Fairtrade Foundation.
Invitiamo FLO Italia (già TransFair Italia), di cui apprezziamo la pubblica presa di posizione di contrarietà a quanto sta avvenendo, ad esprimersi ancor più nettamente e – qualora non si arrivi ad una immediata sospensione della concessione del marchio alla Nestlè (che, ricordiamo, è il medesimo in ogni parte del mondo) – ad agire responsabilmente e di conseguenza.

Primi firmatari:Acea, Acec, Consorzio Giusto Etico e Solidale, Deafab, DES Martesana ecosolidale, l’Altropallone, La scheggia, Mimopo bottega equosolidale, Tatavasco bottega equosolidale.

MOVIMENTO
Le Rete ecologista lancia il programma di governo

Sabato 10 settembre 2005, presso l’Istituto Stensen a Firenze si è tenuto il primo incontro nazionale della “Rete ecologista” a cui, finora, hanno aderito una ventina di riviste (tra cui Gaia, L’Ecologist, Azione nonviolenta, AAM Terra Nuova, Tera e Aqua, Il Mediterraneo, AltrEconomia, xFare+Verde, la Fierucola del Pane, Tra Terra e cielo, Territorio Veneto, BioAgricoltura Notizie, Donna e Donna) e una cinquantina di associazioni nazionali e locali (tra cui Mountain Wilderness, Pro Natura, Movimento Nonviolento, gli Ecoistituti di Veneto, Piemonte, Reggio Emilia, delle Tecnologie Appropriate, di Puglia, Terremutanti di Milano e della Valle del Ticino, Gaia Club Valdelsa Senese, Movimento dei Consumatori, AIAB-Ass.It.Agricoltura Biologica, Movimento Verde di Sardegna, Fondazione ICU-Istituto Consumatori Utenti, Codacons Siena, ProRinnovabili e molti coordinamenti ambientalisti locali contro inceneritori, elettrosmog, cave, ecc.).
Sul tema “Dov’è l’ecologia nei programmi di governo? L’ecologia guidi la politica. La politica guidi l’economia. Idee e proposte nell’ipotesi di governare l’Italia con una coalizione che dia il giusto peso all’ecologia” si è aperto un dibattito. Per intervenire collegarsi al sito: http://www.ecoistituto-italia.org/forum/

Le proposte della Rete ecologista

Clima: imporre una decisa riduzione delle emissioni di gas serra. Questa è possibile modificando radicalmente domanda ed offerta energetica, sistema di mobilità, regole urbanistiche e costruttive.
Energia: Riduzione dei consumi e dell’uso di energia elettrica. Incentivi tariffari e regolamenti comunali per il risparmio energetico e le energie rinnovabili. Piano di copertura con pannelli solari termici (e fotovoltaici) di gran parte dei tetti d’Italia.
Mobilità: legare la residenza e i luoghi di lavoro. Sviluppo delle linee ferroviarie, metropolitane di superficie e tranviarie. Incentivi per la mobilità ciclabile. Veicoli a inquinamento zero.
Riduzione del traffico aereo.
Urbanistica: smantellamento dei centri commerciali e tessuto storico urbano nelle periferie, confine tassativo fra campagna e città.
Economia: Battaglia nel WTO per la libera sovranità alimentare di ogni popolo, anche attraverso dazi e tasse locali. Fine dello sviluppo, costruzione di un’economia di uso parsimonioso dei beni della terra. Divieto di esportare prodotti alimentari dai paesi con sacche di fame.
Agricoltura: torni al centro dell’economia come risposta ai bisogni essenziali: cibo, arredo e indumenti. Va sostenuta l’agricoltura biologica, di montagna (anche come presidio ambientale) e la produzione alimentare di qualità. No agli OGM.
Animali: bandire ogni tipo di violenza. Questo vale per gli allevamenti industriali, la vivisezione e la caccia (salvo i casi di necessaria selezione per proteggere specie in pericolo e l’agricoltura locale).
Elettrosmog: è matura la tecnologia alternativa dell’autoproduzione energetica locale, che riduce drasticamente gli elettrodotti e delle microcelle che, a parità di copertura, riduce l’esposizione ai campi elettromagnetici.
Rifiuti: sviluppare la raccolta “porta a porta”, con la tariffa che premia le famiglie che producono meno rifiuti, uscendo dalla cultura delle discariche e dai velenosi, costosi e inefficienti inceneritori.
Acqua: va risparmiata sia negli usi abitativi che, soprattutto, in agricoltura. E’ un bene comune che deve restare nella proprietà e gestione pubblica, efficiente e partecipativa.
Territorio: vanno protette dall’assalto cementificatorio vaste aree collinari, di pianura e di costa in difesa della bio-diversità animale e vegetale, del paesaggio, che è parte essenziale della nostra qualità della vita.
Salute: va salvaguardata a partire dalla prevenzione delle malattie con sana alimentazione, riduzione dell’inquinamento, divieto di produzioni tossiche o cancerogene. Ciò comporta la modifica delle leggi igieniche che hanno aumentato l’inquinamento ambientale, l’allontanamento dalla natura e favorito la distruzione delle tradizioni locali.
Nonviolenza: la giustizia con le armi della giustizia deve permeare sia la politica estera e di sicurezza, che la difesa dell’ordine interno (protezione civile), applicando alla lettera l’art.11 della Costituzione “L’Italia ripudia la guerra” e costruendo da subito i Corpi civili di pace. Vanno ridotte drasticamente le spese militari e interrotta ogni operazione produttiva, commerciale o finanziaria legata al commercio di armi con paesi terzi. Va sostenuto il Servizio Civile Volontario (no al ritorno della Leva obbligatoria), per concorrere alla difesa nonviolenta del nostro territorio.

Michele Boato, Giannozzo Pucci, Mao Valpiana

GIUSEPPE PULINA, Minima animalia, Sassari [data?], Mediando, pagg. 96, € 18,00.Minima animalia è quello che si può definire un singolare libro di filosofia. Tale è per il tipo di scrittura adottato e per i contenuti.
Saggio pluridisciplinare in cui l’autore, docente di filosofia e studioso del pensiero mitteleuropeo, fa convergere influenze, passioni e interessi tra i più diversi, Minima animalia può essere inteso come un contributo originale alle ricerche dell’ultima etologia, visto che si parla di animali e di una loro riabilitazione anche nel campo del sapere. È pure un libro di critica letteraria che pone al centro delle sue riflessioni alcuni dei temi delle poetiche di Cesare Pavese e di Giacomo Leopardi.
Per esplicita volontà dell’autore, vuole presentarsi anche come un contributo critico per una difficile battaglia in difesa degli animali, minacciati non più solo dalle doppiette dei cacciatori, ma anche dalla strumentalizzazione che per fini intellettualistici ne ha spesso fatto la cultura occidentale.
Nell’indice del libro, paragonabile a una sorta di anagrafe aggiornata della lista dei passeggeri dell’arca di Noè, figurano i gatti di Pavese, l’acaro di Pascal (il filosofo che paragonò l’uomo al
più insignificante dei parassiti), il serpente tentatore di Nietzsche, la balena bianca di Melville, i tacchini di Russell e gli animali fantastici di Leonardo da Vinci e di Borges. Tante sono le curiosità che il lettore può soddisfare, pur non essendo Minima animalia un repertorio di aneddoti e fredde informazioni. Attraverso i quattordici capitoli che lo costituiscono si scopre che il pregiudizio della presunta inferiorità degli  animali si è consolidato durante il medio evo proprio per opera di
una delle menti più brillanti della cosiddetta età di mezzo: quell’auctoritas maledetta che rispondeva al nome di Abelardo, libero e spregiudicato genio filosofico. In uno dei capitoli più densi, quello
dedicato al filosofo Giordano Bruno, si apprende che nelle opere di questo pensatore figura il più lungo campionario di animali. Per farsene un’idea bisognerebbe leggere il Canto di Circe, lo Spaccio de la bestia trionfante o la Cabala del cavallo Pegaseo. Il lettore potrà inoltre sorprendersi
scoprendo che i logici, che vengono comunemente considerati intellettuali dal freddo raziocinio attratti dalle astrazioni e dai simboli, hanno una predilezione tutta loro per gli animali. Wittgenstein parla di cani e gatti nelle sue Ricerche logiche, l’americano Quine di conigli e Popper di
cigni.
Minima animalia include un duplice bestiario. Infatti impreziosiscono il libro quattordici immagini di Marco Lodola (artista che ha già collaborato con Aldo Busi e Marco Lodoli, realizzando anche le copertine di cd dei Timoria e degli 883), fondatore del nuovo futurismo e avanguardista tra i più apprezzati e quotati, artista di fama internazionale, che sui soggetti da favola e dissertazione filosofica di Minima animalia ha costruito un suo ciclo tematico. Il filosofo e l’artista, dunque. Entrambi, come la piccola Alice di Lewiss Carroll, personaggi di un mondo incantato che non
è solo il frutto della fantasia.

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