• 15 Agosto 2022 11:42

Azione nonviolenta – Ottobre 2000

DiFabio

Feb 6, 2000

Azione nonviolenta ottobre 2000

– Le strade sono tante la nonviolenza e’ il cammino
– Aldo Capitini: intelligenza del presente e profezia dell’impegno
– Mai piu’ eserciti e guerre
– Le guerre di oggi Vai
– Disarmo unilaterale in Kurdistan
– Oltre l’Italia armata
– L’alternativa nonviolenta alla guerra
– Abolire gli eserciti e la pena di morte
– La commozione affiora dai sotterranei della storia
– Marciando in colloquio corale
– Il giubileo degli oppressi… un millennio senza esclusi
– Dichiarazione conclusiva del primo incontro nazionale della rete lilliput
– La “santa” vocazione di imbracciare le armi

Rubriche

– Musica
– Islam
– Cinema
– Libri

Le strade sono tante, la nonviolenza è il cammino

di Mao Valpiana

Il bellissimo e caldo sole di fine estate era tutto per noi.
Siamo arrivati a Santa Maria degli Angeli alle 3 del pomeriggio, accolti da Imagine di John Lennon… La piazza si è riempita fino a contenere tutti i marciatori (quanti? Certamente più di 3000 alla conclusione, e forse 5000 durante tutte le varie fasi della giornata).
La Marcia nonviolenta è andata nel migliore dei modi. L’obiettivo di raccogliere insieme quanti, in modo singolo o organizzati, lavorano per la nonviolenza, è stato raggiunto; il corteo era pieno di bella gente, tantissimi giovani.
Qualche giornalista mi ha chiesto: “C’è qualche autorità presente alla Marcia?”.
La mia risposta spontanea è stata: “Sì, ci sono tremila autorità”.
In effetti è stata una Marcia di coscienze. Assenti striscioni e bandiere di partiti, si vedevano solo cartelli scritti a mano….tutti sentivano che era una Marcia libera, senza condizionamenti, spontanea e partecipata. Certamente Capitini ha apprezzato questa Marcia. Come lui voleva non si sono sentiti slogans, ma solo qualche canto, e tanti dialoghi tra i marciatori. E’ stata una vera assemblea itinerante.
I primi marciatori nonviolenti sono arrivati a Perugia fin dal giorno precedente, per partecipare al mattino al Convegno della Fondazione Capitini (nel corso del quale è stato presentato il nuovo cdrom e proiettato il film della prima marcia del 1961), alla tavola rotonda del pomeriggio organizzata dal Mir su religioni e nonviolenza, e alla veglia serale di meditazione e preghiera. Tre importanti occasioni per prepararsi adeguatamente alla Marcia.
La domenica mattina, ai Giardini del Frontone, Daniele Lugli per il Movimento Nonviolento, e Luciano Benini per il Mir, hanno letto il Manifesto di convocazione della Marcia e i 6 punti di impegno per tutti i marciatori. Poi la Marcia è partita, lungo il vecchio percorso ideato da Capitini,
I partecipanti sono arrivati da ogni parte d’Italia, da Catania e da Torino, da Gorizia e da Foggia… con i pullman, le macchine e i treni.
Moltissimi i giovani, tantissime anche i volti storici del pacifismo italiano.
La formula della “stazioni” come momenti di riflessione comune, ha funzionato. A Ponte San Giovanni, a Ospedalicchio e a Bastia ci sono stati gli interventi su le guerre di oggi (Padre Cavagna e una rappresentante dei Curdi), sull’Italia armata (la LOC e le Donne in nero) e sulle alternative nonviolente (la Campagna Kosovo e i berretti bianchi).
Poi alla conclusione a Santa Maria degli Angeli, sullo sfondo della Basilica e con lo spirito francescano della Porziuncola, è stato emozionante sentire le testimonianze di due protagonisti storici della nonviolenza organizzata, Beppe Marasso e Sandro Canestrini.
Inattesi e graditissimi i messaggi scritti pervenuti da Norberto Bobbio e da Pietro Pinna.
Padre Alex Zanotelli ha trascinato tutti i marciatori con il suo entusiasmo profetico.
E’ stata una Marcia sobria e povera, che dimostra come è possibile fare belle cose, con tanta gente, senza avere organizzazioni mastodontiche alle spalle e senza bisogno di spendere centinaia di milioni.
Alla Marcia, che ha avuto il patrocinio della Commissione italiana dell’Unesco, hanno aderito 120 associazioni, che oggi costituiscono la basa su cui costruire la futura federazione dei nonviolenti organizzati. Della Marcia è stata data notizia su Panorama, Manifesto, Liberazione, Avvenire, Famiglia Cristiana, Rai3, e vari giornali locali.
Grazie a tutte e a tutti i singoli marciatori, per aver contribuito alla riuscita della Marcia nonviolenta “Mai più eserciti e guerre”. Grazie ai tanti che hanno collaborato per la sua preparazione.
In questo numero speciale di Azione nonviolenta, vogliamo dare un resoconto completo, e in ordine cronologico, di quanto è stato detto e fatto durante la Marcia nonviolenta del 2000.
Sono materiali di lavoro per il cammino iniziato…

IL CONVEGNO DI STUDIO
Aldo Capitini: intelligenza del presente e profezia dell’impegno

A cura di Ornella Faracovi

Si sono moltiplicati negli ultimi anni, non solo per le sollecitazioni provenienti dagli anniversari – nel 1997 i sessant’anni degli Elementi di un’esperienza religiosa, il testo che rese noti per la prima volta alla cultura italiana i termini essenziali dell’impegno etico-politico capitiniano; nel 1998 i trent’anni dalla morte; nel 1999 il centenario della nascita – convegni e libri su Aldo Capitini. Basterà ricordare, fra le altre iniziative, il convegno pisano del 1997, i cui materiali sono usciti a cura di Tiziano Raffaelli nel fascicolo 1998/10 della rivista “Il Ponte”, con il titolo Aldo Capitini. Persuasione e nonviolenza; l’incontro perugino del 1998, dal quale sotto l’egida del Comune di Perugia e della Fondazione Capitini, e con la cura scientifica di Mario Martini, è scaturito il quaderno Aldo Capitini, libero religioso, rivoluzionario nonviolento; i due convegni, perugino e torinese, del 1999; nonché il recente volume di A.Vigilante, La realtà liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Foggia, Edizioni del Rosone, 1999. Nel nostro difficile presente, divenuta irreversibile la crisi di antiche certezze, viene facendosi largo l’esigenza profonda di ripensare i temi di fondo del nostro vivere, del senso dell’esistere individuale, del suo rapporto con le dimensioni dell’etica e della politica. E’ un’istanza che stenta a trovare grandi punti di riferimento cui ancorarsi: forse è questa una delle ragioni per le quali a figure ed opere come quella di Aldo Capitini si torna a guardare con interesse nuovo, anche al di fuori degli ambienti più direttamente collegati all’eredità della sua esperienza e della sua elaborazione.
E’ stata dunque una felice idea quella di far precedere la Marcia nonviolenta Perugia-Assisi del 24 Settembre 2000 da un incontro di studio dedicato al tema Intelligenza del presente e profezia dell’impegno in Aldo Capitini, promosso dalla Fondazione Centro Studi Aldo Capitini in collaborazione con l’associazione Amici di Aldo Capitini. La mattinata si è aperta con un contributo di Luisa Schippa, presidente della Fondazione, che ha dato lettura di alcune delle più significative pagine degli Elementi. Mario Mencaroni, dell’Associazione, ha attinto ai suoi ricordi di amico e collaboratore di Capitini una viva testimonianza sulla sua personalità e umanità, rievocandone anche alcuni tratti privati, come la preziosa ironia, il grande amore per la musica classica. Nella relazione su La nonviolenza varco attuale della storia, Matteo Soccio ha illustrato, mettendola anche in rapporto con l’opera di Gandhi, l’elaborazione del tema della nonviolenza in Capitini, che in essa coglieva il “punto di tensione più profondo, tesa al sovvertimento di una società inadeguata”, e ne ha sottolineato l’attualità, che gli eventi degli ultimi decenni hanno, se possibile, ulteriormente accresciuta. Dal canto suo, riferendo su Nonviolenza e politica: criteri dell’azione e dell’impegno, Rocco Pompeo ha messo a fuoco il particolare rapporto che nel pensiero di Capitini stringe religione e politica: ancorata la prima nel presente, cui apporta l’esigenza del trascendimento dei fatti, messi in tensione con il valore; proiettata la seconda verso il futuro, in una trasformazione infinita del mondo, nella prospettiva della realtà liberata. Ha così ricollocato la politica al centro dell’opera di Capitini, sottolineando come dalla sua capacità di leggere il presente siano scaturite indicazioni di impegno di largo respiro (antifascismo, laicità, liberalsocialismo, nonviolenza, democrazia aperta, omnicrazia) ed insieme comportamenti e azioni concrete (posizione di indipendente di sinistra, fondazione dei Centri di orientamento treligioso, dei Centri di orientamento Sociale, del Movimento nonviolento, dell’Adesspi (Associazione difesa e sviluppo della scuola pubblica in Italia), di “Azione nonviolenta”, di “Il potere di tutti”, ecc.). In continuità con esse ha mostrato alcuni grandi temi aperti all’impegno nonviolento di oggi: la questione democratica, per la democrazia aperta nella prospettiva dell’omnicrazia; la questione istituzionale, per un processo di riforme irreversibili nella prospettiva della piena cittadinanza e del ridimensionamento/superamento delle strutture con essa più contrastanti, come l’esercito e la burocrazia; la questione politica, per l’avvio di un nuovo potere, ancorato alla partecipazione e al controllo dal basso, alla solidarietà civile e sociale, alla discussione della forma-partito; la questione dell’educazione, della comunicazione e dell’istruzione, per la formazione di cittadini consapevoli e critici; le leggi per la formazione, per gli accessi alla comunicazione televisiva, per la costituzione delle forze di pace, dei caschi bianchi, ecc.
Nel corso della mattinata, è stato presentato il CD Rom Incontro con Aldo Capitini, promosso dall’associazione Amici di Aldo Capitini ed edito dal Movimento nonviolento con la cura scientifica di Mario Martini : uno strumento assai utile per l’approfondimento dell’opera capitiniana, e dello stato attuale degli studi che la riguardano, da richiedere, se lo si desidera, ad “Azione nonviolenta”. E’ stata anche proiettata la copia restaurata del cortometraggio girato nel 1961 in occasione della prima marcia Perugia-Assisi, che da Capitini fu progettata e guidata: documento vivo ed emozionante di un grande incontro di popolo, in un’Italia così diversa da quella nella quale ci troviamo oggi a vivere.
Una occasione, dunque, intensa ed utile, sia dal punto di vista dell’impegno sui terreni di lavoro che Capitini seppe individuare e proporre, sia in vista dell’approfondimento della sua figura e del suo pensiero.

Mai più eserciti e guerre
in cammino sulla strada della nonviolenza

Noi riteniamo che esista negli esseri umani una sufficiente riserva di coscienza, intelligenza e scienza capace di affrontare e comporre con equità i grandi conflitti di gruppo, evitando così che questi giungano ad un grado di esasperazione incontrollata fino allo sbocco sanguinoso della guerra (da rifiutarsi sempre, anche quando venga eufemisticamente chiamata “umanitaria” e “giusta”).
Ci poniamo quindi in antitesi con la politica dominante che, in lacerante contraddizione col ripudio pressoché universale della guerra, ne mantiene ben oliato l’apparato portante: l’esercito. Talché, di contro alle ormai secolari trattative diplomatiche per il disarmo, ne è sempre sortito l’esatto contrario, la corsa al riarmo, da cui inesorabilmente, insieme con guerre mondiali, la sequela di “piccole” guerre sgocciolanti sulla scena terrestre come spiccioli da una tasca bucata.
Per uscire dal vicolo cieco di siffatta politica schizofrenica e bancarottiera, si rivela indispensabile che l’avversione puramente verbale alla guerra sia accompagnata dal rifiuto degli strumenti che la consentono e la producono: gli eserciti e gli armamenti. Siamo pertanto impegnati ad avviare una politica di superamento degli apparati bellici attraverso passi reali ed inequivocabili di disarmo unilaterale: una politica che contro l’idea nefasta dell’inevitabilità della guerra sappia costruire forme alternative di prevenzione e risoluzione pacifica dei conflitti (in linea con la sentenza della Corte Costituzionale n. 164 del 1985 che ha sancito la piena aderenza della difesa non armata al dettato costituzionale, e con la legge sull’obiezione di coscienza al servizio militare n. 230 del 1998 che per la prima volta ha istituito la sperimentazione e l’addestramento alla Difesa Popolare Nonviolenta).
La Marcia intende convocare tutti coloro, singoli ed organizzati, che lavorano per costruire l’alternativa della nonviolenza. L’occasione della Marcia, di evidenziazione del pacifismo nonviolento, che si oppone in modo assoluto alla guerra, potrà anche servire a chiarire e superare finalmente la via bloccata in cui ancora una volta si sono trovati irretiti i diversi pacifismi relativi, “sconcertati” e “spiazzati” di fronte all’Italia di nuovo lanciata in un’avventura bellica, contro le regole che si consideravano certe ed acquisite una volta per sempre (art. 11 della Costituzione).
Al contempo marciamo affinché la risoluzione delle controversie internazionali venga assunta non dalla NATO ma da un’ONU riformata e sia realizzata con veri interventi di polizia internazionale; anche per questo sosteniamo l’istituzione di un Corpo Civile Europeo di Pace e contrastiamo la nascita di un nuovo esercito comune europeo. Marciamo contro tutti gli eserciti, di leva o professionali, con o senza le donne, e per opporci al Nuovo Modello di Difesa.
In questo nostro impegno di sviluppo di una politica nonviolenta tesa ad ulteriori iniziative fra tutti i nonviolenti organizzati, siamo fin d’ora pienamente confortati dal Manifesto dell’Unesco per l’Anno 2000 (Anno Internazionale per la Cultura della Pace), che segue a sua volta la deliberazione ONU basata sull’appello lanciato dai Premi Nobel per la Pace, per la raccolta di impegni personali per la pace e la nonviolenza.
Auspichiamo infine che una qualche voce possa salire all’esterno della marcia e giungere ad essere intesa nel coro delle celebrazioni per il Giubileo: e che a suggello di questo, con preminenza sulle tante altre pratiche di contrizione e di remissione dei peccati, sia posto il pentimento e la remissione del crimine sommo, quello di continuare, da cristiani, a preparare con gli eserciti la guerra.

Movimento Nonviolento
Movimento Internazionale della Riconciliazione

Stazione di Ponte San Giovanni

Le guerre di oggi

L’obiettivo di questa Marcia è di spingere l’opinione pubblica, la politica, il governo, il parlamento, verso l’obiettivo “Mai più eserciti e guerre”.
Per il momento la realtà del 2000 parla di: circa 50 guerre in atto nel mondo; milioni di morti per queste guerre ogni anno (quasi tutti civili); 40.000 bambini che muoiono di fame o di malattie banali ogni giorno (cifre in crescita!); colonne e colonne di profughi e di emigranti in fuga dalla guerra e dalla miseria; rilancio dell’industria e del commercio bellico e perfino delle bombe atomiche, chimiche, batteriologiche; uranio impoverito già buttato a tonnellate con i missili nella guerra del Golfo, dell’Iraq e della Jugoslavia… con effetti disastrosi sugli stessi soldati americani (“La sindrome del Golfo”) e ora anche sui soldati italiani (vedi Libero del 22, 23 e 24 settembre e Avvenire del 22 settembre, pag. 7); e si parla di scudo missilistico atomico spaziale, con costi astronomici, senza una reazione minima né da parte dell’opinione pubblica, né tanto meno da parte dei politici.
In tal modo il mondo ha già superato ogni limite di razionalità umana e siamo in piena follia collettiva planetaria.
Così il fantomatico terzo millennio è cominciato male, malissimo.
Emblematico è il caso della guerra in Cecenia. In questi giorni, sui giornali si leggono i soliti orrori delle fosse comuni, di esodi biblici, di profughi, ecc. E l’Italia va a nozze con la Russia, vendendo armi, facendo piani di esercitazioni militari congiunte.
All’inizio dell’anno, abbiamo fatto quattro mesi interi di digiuni, a oltranza salvo la vita o a staffetta, con partecipazione di molti gruppi in Italia e perfino all’estero. Chiedevamo due cose al governo italiano:
1.Una iniziativa chiara e forte dell’Italia per una riforma radicale dell’Onu per la giustizia e la pace di tutto il mondo;
2.Un appello chiaro, pubblico e pubblicizzato, del governo italiano a quello russo, perché trasferisca la soluzione della questione cecena in sede Onu, al fine di ricercarne la soluzione in base ai reciproci diritti-doveri dell’uomo e dei popoli.
Poi è caduto il governo D’Alema, senza aver fatto nulla del genere. Abbiamo sospeso temporaneamente i digiuni. Come promotore mi è parso bene continuare personalmente con una giornata settimanale di digiuno: il che ho fatto regolarmente dall’inizio di maggio. Anche oggi sono in digiuno per tale motivo. Poi vedremo…
Intanto si moltiplicano le iniziative di pace, contro eserciti e guerre: per Bukavu (la guerra in Cingo-Kinshasa): per la Colombia; per i curdi, ecc. E ora, per la legge finanziaria, per chiedere tagli effettivi alla spesa militare a beneficio della spesa sociale, a cominciare da un finanziamento adeguato dei 120.000 obiettori, che hanno presentato domanda di riconoscimento e precettazione al servizio civile nel 1999. Questa lotta nonviolenta per una finanziaria di pace ci deve vedere tutti uniti!
Sul “No alla guerra” quasi tutte le persone di buon senso sono d’accordo.
Sul “No agli eserciti”, quasi nessuno è d’accordo.
Ma volere gli eserciti significa volere la guerra, perché l’esercito è anello inscindibile del sistema militare che è sistema di guerra; l’esercito vuole armi sempre più avanzate e, quindi, vuole la ricerca bellica e, poi, l’industria, il commercio, le spese belliche e….le guerre! “Finché c’è guerra c’è speranza” (titolo del film di Alberto Sordi). Tale è la logica del sistema militare.
Cosa fare per abolire gli eserciti?
Quando si è fatta l’unità d’Italia, si sono pure aboliti gli eserciti del Piemonte, del ducato di Milano, della Serenissima, dello Stato Pontificio, ecc. Così pure, da quando si sono fatti gli Stati Uniti d’America, non si parla più di eserciti del Texas, della California, ecc. Invece gli europei vogliono fare gli Stati Uniti d’Europa preparando un esercito mega in più.
Oggi i problemi sono mondiali: occorre una vera politica mondiale, eliminando tutti gli eserciti del mondo, educando tutti i popoli della terra alla nonviolenza attiva come hanno chiesto i 20 Premi Nobel per la pace e come richiede l’art. 11 della nostra Costituzione nella seconda parte, articolo costituzionale di fondamentale importanza, eppure quasi totalmente ignorato dai vertici politici nostrani internazionali.
Occorre una riforma radicale dell’Onu, con un Corpo di Polizia Internazionale alle sue dirette dipendenze e non dell’America o della Nato.
Questa non è utopia. La nonviolenza ha già scritto pagine storiche magnifiche, salvando, unica, l’onore dell’umanità, come ha dichiarato Papa Giovanni Paolo II nel messaggio di pace all’inizio di quest’anno.
Non è utopia!
Al contrario, siamo in ritardo!

Padre Angelo Cavagna Del Gavci

Stazione di Ponte San Giovanni

Disarmo unilaterale in Kurdistan

Come 40 milioni di kurdi, da quando sono nata conosco la guerra. Ho visto torturare mio padre, ho visto bruciare dai soldati turchi il villaggio della mia infanzia. Come decine di migliaia di giovani kurdi, sono nata con un’altra guerra: la guerra di liberazione. Come 60 anni fa in Italia, nella montagna che si armava contro gli oppressori, è rinata l’identità, la coscienza, la fierezza di un popolo violentato e negato. Coloro che spargono il terrore ci hanno chiamati terroristi. Oggi, insieme al mio popolo, sto imparando che la strada della pace, del dialogo, del disarmo unilaterale è ancora più difficile, ma anche più esaltante, di quella delle armi.
Io qui rappresento il primo movimento di liberazione nella storia che abbia fatto una scelta radicale di rinuncia unilaterale alla violenza e alla lotta armata, prima ancora di essere legittimato e di conquistare un qualsiasi tavolo di negoziato. Il più grande partito kurdo, il Pkk, nel suo ultimo congresso ha deciso di archiviare anche il nazionalismo. Noi siamo una nazione, nel senso storico-culturale, ma non rivendichiamo uno Stato-nazione. Non vogliamo creare altri muri e confini: ne abbiamo già sofferto troppo.
Vogliamo vivere con dignità nella nostra terra, insieme a tutti coloro che, come me, sono stati costretti all’esodo e all’esilio. Vogliamo parlare, scrivere e cantare nella nostra antica lingua. Vogliamo essere kurdi in una Turchia, un Iraq, un Iran e una Siria democratici. Il Kurdistan esiste ed esisterà, ma non sarà il germe di un’altra guerra, come è avvenuto nell’ex Jugoslavia. Senza abbattere le frontiere che ci hanno smembrati, sapremo scavalcarle pacificamente per proporre democrazia e federalismo in tutto il Medio Oriente.
Questo è il nostro sogno: una rivoluzione non distruttiva, ma creativa e pacifica.
In nome di questo sogno collettivo io chiedo a voi, pacifisti italiani ed europei: perché non ci aiutate a farlo diventare realtà? Perché non ci aiutate a legittimare, oggi in Italia e domani in Europa, quello che è oggi il partito della pace in Turchia e nel Medio Oriente, il Pkk?
Provate a sognare con noi la grande nave che ci riporterà nella nostra terra: noi profughi ed esuli, insieme a voi.
Perché l’Europa che noi amiamo e rispettiamo, non è quella dei mercanti della armi che ci massacrano, ma è la vostra Europa.

Hevi Dilara
Resp. Ufficio informazione del Kurdistan in Italia

Stazione di Ospedalicchio

Oltre l’Italia armata

Le Forze armate italiane, che impiegano 230.000 persone (tra personale di leva e di carriera), costano allo stato italiano 36.000 miliardi all’anno; in altre parole potremmo dire che, per ogni militare, lo Stato spende 157 milioni all’anno.
Le risorse dedicate al servizio civile, invece, sono di tutt’altra entità: 171 miliardi nel 2.000, a fronte delle 108.000 dichiarazioni di obiezione presentate nel 99; 1,5 milioni per obiettore, dunque!
Questi fondi, in realtà, sono sufficienti solo a pagare le diarie (6.000 £ al giorno!!!) di 80.000 obiettori e, così dal 1999 migliaia di giovani vengono dichiarati in esubero e congedati, per mancanza di fondi.
Queste cifre rendono evidente la scelta dei governi succedutisi in Italia da quando è stata approvata la Legge 230.98: abbandonare il servizio civile al suo destino e puntare alla professionalizzazione delle FFAA, in attesa della sospensione della leva militare e la conseguente professionalizzazione delle FFAA, che viene presentata all’opinione pubblica come un fatto di progresso.
In realtà, dietro al Nuovo Modello di Difesa, si muovono grandi interessi politici ed economici; la ristrutturazione della FFAA ed il nuovo protagonismo militare italiano determinano: l’aumento delle commesse all’industria bellica per la produzione di armi sofisticate e costose; l’accesso agli appalti per la ricostruzione, alle materie prime, ai mercati delle zone “conquistate”; l’incremento del peso politico della lobby del complesso militare – industriale.
Cosa ancora più grave è che sul Nuovo Modello di Difesa (progetto voluto dalla NATO, avviato nel 92), in Italia, non si è mai avviato un dibattito aperto e democratico.
A questa impostazione noi rispondiamo che i conflitti armati si possono prevenire (monitorando le aree di crisi, sostenendo i soggetti che operano per il dialogo, annullando il commercio d’armi, sviluppando politiche di cooperazione economica, realizzando interventi di interposizione nonviolenta) o se ne può ridurre l’intensità.
In questi anni le iniziative finalizzate ad affrontare i conflitti in modo nonviolento si sono moltiplicate, coinvolgendo centinaia di obiettori e di nonviolenti (Operazione Colomba, Beati i Costruttori di Pace, Berretti Bianchi, Rete Caschi Bianchi; Balcan Team for Peace, Peace Brigade International, etc.).
Si tratta ancora di esperienze che devono maturare e crescere ma indicano l’unica strada percorribile per evitare di ricorrere a mezzi che finiscono per creare danni ancora più gravi di quelli che si vorrebbero sanare.
In Italia, potenzialmente, ci troviamo in posizione privilegiata per avviare la sperimentazione istituzionale di modelli di difesa alternativi, infatti la Legge 230.98 riconosce agli obiettori il diritto alla formazione alla nonviolenza nell’ambito del servizio civile; la possibilità di partecipare a missioni umanitarie e di pace promosse da ONG e dall’ONU.
E’ un’opportunità da sfruttare per formare alla nonviolenza centinaia di migliaia di giovani ed impiegare i più motivati in progetti internazionali.
Può essere la base per costruire un Corpo Civile di Pace, il cui scopo sia quello di intervenire nelle aree a rischio praticando alternative nonviolente.
Purtroppo questa potenzialità rischia di andare sprecata poiché, come già segnalavamo all’inizio, i Governi D’Alema prima e Amato poi hanno abbandonato, nei fatti, la corretta attuazione della Legge 230/98, la quale, senza un adeguato finanziamento, è costretta a fallire.
Corsi di formazione e missioni internazionali non potranno mai decollare se i fondi a disposizione dell’Ufficio Nazionale preposto alla gestione del Servizio Civile non sono sufficienti nemmeno per avviare al servizio tutti coloro che si dichiarano obiettori!
Il servizio civile è una risorsa enorme e non può essere lasciata morire per mancanza di risorse.
Mentre lo stato sociale viene smantellato pezzo a pezzo, la spesa militare è in costante crescita.
E’ necessario invertire questa tendenza, denunciare l’inadeguatezza dello strumento militare, sostenere l’importanza di percorrere strade alternative.
Per questo, tra le altre, ribadiamo l’importanza della Campagna di Obiezione alle Spese Militari, per la Difesa Popolare Nonviolenta (OSM), invitando tutti ad aderire a questa importante iniziativa nonviolenta, mirante a ridurre il Bilancio della difesa armata, costituire una difesa alternativa e nonviolenta, ottenere una legge che garantisca l’opzione fiscale tra difesa armata e difesa nonviolenta.

Massimo Aliprandini
Per la Lega Obiettori di Coscienza

Stazione di Ospedalicchio

Nonviolenza è una parola al femminile

Oggi siamo qui anche noi, donne in nero, per indicare la centralità della nonviolenza.
Oggi vogliamo rappresentare le donne in nero di tanti paesi, che hanno subito la guerra. Le donne della Serbia, del Kossovo, della Palestina e di Israele. Per quelle donne la nonviolenza è necessità di vita, testimoniata sotto le bombe o nei campi profughi.
Noi donne in nero agiamo dal 1988, in solidarietà con le nostre sorelle che subivano violenza e che si ribellavano ai rumori di guerra. Con il silenzio e i vestiti a lutto, vogliamo essere la voce di chi non ha voce.
Oltre alla nostra presenza in silenzio e in nero, negli spazi pubblici, nelle marce e manifestazioni per mostrare il nostro rifiuto della guerra, della violenza, del nazionalismo, in questi anni abbiamo lanciato campagne per: chiedere agli uomini di non partire per la guerra, alle donne di agire per non far partire per la guerra, per fare l’obiezione fiscale alle spese militari, inviato messaggi di protesta ai paesi membri della Nato, fatto appelli alle donne nei governi perché non siano complici della guerra, organizzazione di volontarie (per facilitare relazioni e rispondere ai bisogni delle donne profughe), nei campi profughi, lanciato la campagna per la raccolta di fondi per realizzare l’incontro internazionale di donne organizzato dalle donne in nero di Belgrado con la nostra collaborazione…. Sono tante gocce di nonviolenza che vogliamo far confluire nel mare della pace.

Giannina Dal Bosco
Portavoce nazionale dell’Assopace e Donne in Nero

Stazione di Bastia

L’alternativa nonviolenta alla guerra

Come Campagna Kossovo per la nonviolenza e la riconciliazione abbiamo lavorato dal 1993 per trovare possibili alternative al conflitto armato e per promuoverle, aprendo anche a Pristina, per circa due anni con contributi finanziari della Campagna per Obiezione alle Spese Militari, una “Ambasciata di Pace”. Abbiamo cercato di sensibilizzare i nostri politici, a livello nazionale ed europeo, e l’opinione pubblica sulla gravità della situazione e sulle possibilità di risolverla senza l’uso delle armi. Purtroppo non siamo stati ascoltati e c’è stata una guerra che, non solo poteva essere evitata, ma che ha portato all’inasprimento degli odi tra le etnie che abitano in Kossovo e che ha reso la loro convivenza pacifica in questa regione più una utopia che una realtà. Su richiesta di vari amici del luogo che avevano partecipato al movimento della riconciliazione e per il superamento della tradizione della vendetta siamo tornati nella zona e stiamo facendo dei training per la formazione in loco di formatori alla risoluzione nonviolenta dei conflitti e per la riconciliazione, sia per gli albanesi del Kossovo sia per tutte le minoranze etniche di quella zona, per elaborare una comune strategia per la convivenza etnica e per la riconciliazione che parta dal basso.

SETTE IPOTESI SULLA PREVENZIONE DEI CONFLITTI ARMATI

1)Una delle più importanti cause della mancata prevenzione dei conflitti armati è la cultura militarista sempre dominante; ovvero la credenza che i conflitti armati possano essere gestiti e risolti solo con le armi. Questo impedisce di cogliere i tanti segnali di possibili soluzioni diverse. 2) Un’altra causa, ugualmente molto importante, è il ruolo trainante della costruzione e della vendita di armi all’interno dell’economia di molti paesi del mondo. Da un documento dell’UNICEF, risulta che i cinque paesi del Consiglio di sicurezza dell’ONU abbiano venduto l’85,6% delle armi di distruzione di massa nel periodo dal 1985 al 1989. 3) Gli squilibri economici mondiali, con il 10% della popolazione che utilizza circa l’85% delle risorse mondiali, sono un altro fattore di stimolo alla violenza, squilibri che portano gli oppressi a ribellarsi anche con le armi e gli oppressori a giustificare e rinforzare gli apparati militari di repressione. 4) L’uso della lotta armata da parte dei movimenti di liberazione di molti dei paesi del Sud, dato che le armi vengono di solito costruite e vendute dai paesi del Nord, tende ad aumentare gli squilibri economici e sociali invece che a ridurli. 5) Questi fattori, messi insieme, fanno sì che a livello internazionale ci si preoccupi di controllare il conflitto per evitare il rischio di una nuova guerra mondiale, d’altra parte ci si preoccupa anche che il conflitto non decresca troppo da mettere in crisi l’economia di guerra, ed in particolare la vendita di armi. 6) Da questi squilibri sociali, culturali ed economici deriva anche un notevole squilibrio di spese: infatti dai primi calcoli basati sulla guerra jugoslava, risulta un rapporto di 1/20000, ossia che per ogni 20.000 lire spese per la guerra, ne era stata spesa soltanto una per la prevenzione. 7) La rivoluzione nonviolenta per una società più giusta e più pacifica è un importante strumento per il superamento di questo stato di cose per le seguenti ragioni: a – riduce la violenza di uno dei due gruppi contrapposti (oppressi ed oppressori) contribuendo a ridurre la crescita esponenziale della violenza; b – mette in moto, grazie alla contemporaneità tra azione diretta e progetto costruttivo, il rifiuto di tutto ciò che è sbagliato ed ingiusto, con un processo di costruzione di una società nonviolenta nelle sue tre dimensioni: verso se stessi, verso gli altri, verso la natura. c- attraverso lo sviluppo di forme di obiezione di coscienza e di disobbedienza civile riduce il rischio che il potere venga concentrato in poche mani.

Alberto L’Abate
Campagna Kosovo

Stazione di Bastia

L’interposizione nonarmata nuova diplomazia popolare

I Berretti Bianchi, uomini e donne di tutte le età, sono un’organizzazione dal basso della società civile che si ritengono uno strumento internazionale di sicurezza e di pace alternativo al militare, che intende opporsi al crimine della guerra ovunque si tenti di commetterlo. Nella loro azione i Berretti Bianchi si attengono scrupolosamente ai principi della nonviolenza.
I Berretti Bianchi intendono per interposizione qualsiasi azione umana od elemento ideale o simbolico che intervenga a bloccare un possibile conflitto armato tra due o più parti.
I Berretti Bianchi intendono per diplomazia popolare qualsiasi intervento della società civile teso a ricostruire o consolidare un tessuto di rapporti umani pacifici e solidali tra gruppi diversi nel rispetto dei bisogni delle persone e delle loro aspirazioni ideali. I Berretti Bianchi ritengono fondamentale per lo svolgimento della loro azione in zona di possibile conflitto i rapporti con le Istituzioni Politiche, Sociali e Religiose delle Comunità Locali e l’appoggio a tutte le Associazioni del Volontariato, presenti sul territorio, che lottano in difesa dei diritti umani.

Silvano Tartarini
dei Berretti bianchi

Santa Maria degli Angeli
Abolire gli eserciti e la pena di morte

L’intervento di Beppe Marasso
Presidente del MIR

Questa vostra presenza ampia e festosa mi richiama il debito di gratitudine che abbiamo verso due padri della nonviolenza che hanno agito con speciale intensità tra Perugia e Assisi: Capitini e San Francesco. Entrambi appartengono al passato, ma non solo al passato, perchè sono ora compresenti con noi nella costruzione dei valori.
Per gustare questa benefica presenza basta, ad esempio, andare al capitolo ottavo dei fioretti; come andando per cammino Santo Francesco e Frate Leone gli spose quelle cose che sono perfetta letizia, altissima e felicissima lezione di nonviolenza….
Quest’estate, per ragioni familiari, sono stato in Portogallo e ho ammirato la statua di Nuno Alvarez, il giovane condottiero che guidò i lusitani a sconfiggere i Castigliani. E’ considerato il fondatore del Portogallo. La mano sinistra tiene le briglie del cavallo, la destra brandisce verticalmente la spada. Ogni particolare del volto e del corpo esprime grande forza e indomito coraggio. Tanti sono stati affascinati dalla serafica letizia francescana, ancora più numerosi quelli che hanno sentito il fascino delle virtù militari quali il coraggio, l’onore, la disciplina…
Io non nego che questi siano valori: nego che in ogni tempo siano solo dell’esperienza militare e soprattutto lo nego radicalmente per la guerra di oggi. Che coraggio c’è a sganciare bombe da diecimila metri di altezza? Che onore c’è a colpire case, ospedali, scuole?
No, la guerra oggi e la sua preparazione è solo viltà, disonore, colpa e pericolo. Va estromessa dalla vicenda umana, questo è il varco attuale della storia. La scomparsa degli eserciti e della pena di morte è l’eredità di civiltà e di amore che dobbiamo alla futura generazione.
Per questo impegno vi chiedo una formale promessa. Chi si sente si alzi in piedi. (Tutti alzati).
Promettete di impegnare tutte le vostre forze per eliminare eserciti e pena di morte?
(Tutti) “Prometto!”

Santa Maria degli Angeli
La commozione affiora dai sotterranei della storia

L’intervento di Alex Zanotelli

“Guardate negli occhi i vostri fratelli, date il benvenuto a coloro che avete accanto e con i quali avete camminato, forse senza incontrarvi…”
Così, con un richiamo ad un’attenzione profonda e vera verso la persona umana, verso il vicino, affinché sia più autentico il gesto di solidarietà rivolto a chi è distante, è iniziato l’intervento di padre Alessandro Zanotelli, a coronamento della Marcia nonviolenta. Una marcia che padre Zanotelli ha condiviso passo dopo passo accanto ai molti amici che, ci ha detto, la Marcia gli ha consentito di riabbracciare. Davvero in tanti, già fin dalla marcia, abbiamo goduto la sua presenza colorata e festosa che era per tutti segno e testimonianza, ed ora, frugando tra le righe e a poco a poco, l’intensità e la commozione del suo intervento si riaffacciano timidamente, incapaci a riafferrare il calore dell’incontro.
Insieme a p.Alex, molti altri erano con noi. All’ombra di Santa Maria degli Angeli, da un francobollo di palco montato da un amico generoso, certamente sufficiente e armonico rispetto all’intenzione e allo stile che muoveva l’intera iniziativa, padre Zanotelli ci ha ricordato che nella forza della compresenza – per dirla con Capitini, ma un credente come padre Alessandro potrebbe forse chiamarla “comunione dei santi”…? – erano presenti in mezzo a noi i molti volti della nonviolenza. Ha ricordato alcuni amici esemplari che fanno parte della nostra storia: accanto ad Aldo Capitini, Alex Langer, Ernesto Balducci, David Turoldo, Tonino Bello…
Padre Zanotelli saluta migliaia di volti e non smette di esortare ad una lotta nonviolenta e determinata contro l’ingiustizia, che colpisca il sistema economico attuale e l’uso delle armi che lo protegge e lo perpetua.
“Devo venire io, un povero missionario, per dirvi queste cose? Viviamo in un sistema economico dove il 20% degli uomini si pappa l’82% delle risorse a spese del resto dell’umanità. Il 20% dei più poveri ha a disposizione solo 1,4% dei beni. Sono 30 milioni le persone che muoiono per fame ogni anno: un olocausto. Per me questo è un sistema di peccato”.
Padre Zanotelli ci ha donato l’umiltà, la gioia e la forza di chi è servo e lieto. Di chi sta consapevolmente dalla parte degli ultimi per amore perché, ci ha detto, “io che vivo a Korogocho non ho bisogno di statistiche, per me i poveri sono volti e storie umane”.
E ancora: “Questo sistema di oppressione si regge sullo strapotere delle armi: spendiamo ogni anno 800 miliardi di dollari in armamenti. Eppure il muro di Berlino è crollato. E l’Italia è tra i maggiori paesi produttori. A che cosa vi servono, le armi? A difendervi dai marocchini?”
Accanto al problema economico, e ad esso strettamente connessa, si pone la questione ambientale. “Gli scienziati ci dicono che abbiamo non più di 50 anni per cambiare: è in ballo la vita del pianeta. Dobbiamo renderci conto che i nostri politici ci prendono in giro quando parlano di ‘sviluppo sostenibile’. Perfino Reagan, le cui mani grondano sangue, e lo stesso ex direttore della Banca Mondiale, che con le sue scelte davvero ha seminato morte nei paesi poveri, perfino questi personaggi hanno avuto il coraggio di dire che non esiste uno sviluppo sostenibile, l’unica possibilità che ci è data è un radicale cambio di rotta”.
Questa inversione, padre Alex la indica ad ogni livello, incominciando dallo stile di vita individuale: privilegiare e sostenere il commercio equo e solidale, la finanza etica, l’informazione alternativa; consumare in modo critico, partecipando alle campagne di boicottaggio che hanno mostrato fin qui di dare un risultato; lottare contro la prostituzione e l’emarginazione nelle nostre ricche città. E dal privato, p. Zanotelli passa a parlare della vita sociale, delle scelte economiche, politiche e militari sulle quali è doveroso incidere. Ricorda la lettera aperta inviata a Veltroni, nella quale chiede al leader politico un impegno coerente e testardo contro l’ingiustizia, ma invita anche noi a non abbassare la voce e, soprattutto ad essere uniti, perché il popolo della pace non può disperdersi in mille rivoli, o spegnerà la propria speranza.
Un punto preciso da cui partire è il commercio delle armi. Zanotelli chiede l’embargo delle armi leggere verso l’Africa, dove attualmente vanno ad alimentare la guerriglia e rendono possibile la strumentalizzazione dei bambini-soldato. Ma nel contempo domanda a noi di contrastare le trasformazioni in corso nell’apparato di difesa italiano ed europeo, perché, ci ricorda, “non possiamo credere si tratti di una politica di difesa del territorio, non possiamo dare credito alla guerra giusta o umanitaria. Ciò che stiamo preservando, con il rafforzamento dell’esercito e con l’intervento armato quando ci viene richiesto, è il nostro privilegio. Occorre delegittimare una Nato che serve gli interessi dei più ricchi. Ed è troppo facile fare le guerre stellari, bombardare dall’alto una popolazione inerme, senza sporcarsi e senza rischiare”.
I primi interpellati, secondo padre Zanotelli, sono gli uomini e le donne credenti in Cristo. Non sono mancate le critiche verso la Chiesa di oggi quando tentenna sui temi della guerra e dell’oppressione, ma anche verso alcuni suoi esponenti, quali Mons. Biffi, per le dichiarazioni di chiusura e di giudizio espresse verso le altre culture. Grande è stata l’indignazione verso il giubileo dei militari con la quale si continua a legittimare la difesa nazionale attraverso le armi. “Allora io dico: promuoviamo il giubileo degli obiettori di coscienza, per tutti coloro che con la loro scelta si sono espressi contro l’apparato bellico”.
Ad esempio per tutti, padre Zanotelli ha proposto la vita di S. Francesco d’Assisi, “un genio nonviolento”, figura della cultura medievale che l’Italia ha donato al mondo intero, cristiani e non cristiani, in un periodo in cui la Chiesa ufficiale convertiva con le crociate e non sapeva rinunciare alle proprie ricchezze. “In totale controtendenza San Francesco, ubbidiente sempre ai suoi superiori, si è opposto con una condotta e in uno spirito di nonviolenza integrale. E mentre il Pontefice invitava i cristiani a prender parte alle Crociate per ottenere l’indulgenza plenaria, Francesco ha avuto il coraggio di proporre in alternativa, come purificazione per il perdono dei peccati, il recarsi, disarmati, alla Porziuncola”.
Proprio dall’ombra della Porziuncola padre Zanotelli – nient’altro che “un povero missionario”, come più volte ha amato definirsi – ci ha salutato con fraternità ed affetto prima di ritornare “nei sotterrani della terra e della storia”. E ricordandoci, soprattutto, che la “vera” Marcia è appena iniziata.

(sintesi a cura di Elena Buccoliero)

Marciando in un colloquio corale il plurale di “tu” diventa “tutti”

Commento di Daniele Lugli*

“La forza preziosa dei piccoli gruppi” è il titolo dell’ultima lettera di religione di Aldo Capitini nell’ottobre 1968, alla vigilia dell’operazione cui non sarebbe sopravvissuto. E “Al centro dell’agire sono persone” aveva scritto in “Vita religiosa”, in piena guerra, nel 1942. Questi scritti di Capitini, ed il suo sorriso, ho ritrovato nella mia memoria quando abbiamo cominciato a discutere la proposta di Piero Pinna, avanzata due anni fa, di una Marcia della (e per la) nonviolenza. Sono stati importanti, per me, nel superare perplessità, che non erano solo mie. Sarebbe stato compreso il senso della proposta di Pinna, pur così nitidamente espressa? Saremmo stati capaci di darvi espressione adeguata? Sarebbe stato un elemento di rafforzamento ed unità dell’esperienza della nonviolenza? I confronti con le grandi marce della pace, sullo stesso percorso, non sarebbero stati schiaccianti e fuorvianti?
L’adesione del MIR, non solo alla marcia, ma ad un’ipotesi di maggior collegamento ed unità dei gruppi e dei singoli che si richiamano alla nonviolenza, è stato un elemento incoraggiante. La laboriosa stesura del manifesto, il fraintendimento e l’ostilità alla proposta da parte di organizzazioni (che riteniamo vicine e partecipi di un cammino comune), le difficoltà operative, ingigantite dalla nostra fragilità organizzativa, hanno pero’ fatto dubitare della nostra capacità a farci portatori di una proposta, della cui validità eravamo e siamo persuasi. Sono arrivate le adesioni: qualcuna dalle associazioni più conosciute, altre, numerose, da piccoli gruppi locali. Nel confronto, pur limitato, che c’è stato con singoli e gruppi prima della marcia ho sentito all’opera la forza preziosa dei piccoli gruppi, di cui parlava e scriveva Capitini, ed aumentare la persuasione nel valore dell’impegno personale posto al centro dell’agire. È la forza che ho sentito pienamente dispiegata durante la marcia: una forza fatta di tensione e familiarità, che debbono stare assieme, come ci ricordava sempre Capitini, chè la familiarità senza tensione diviene faciloneria e la tensione senza familiarità si fa durezza. Come promotori possiamo riconoscerci il merito di non esserci lasciati trascinare in polemiche inopportune, alimentate anche alla vigilia dell’iniziativa, di aver affrontato con apertura, che è stata ricambiata, la questione di una “contromarcia” indetta per lo stesso giorno e sullo stesso percorso, di aver previsto uno svolgimento che, dal messaggio di avvio, alle riflessioni delle varie tappe, alla conclusione finale accompagnasse il cammino esteriore con un cammino interiore, personale e collettivo. La marcia è stata di ciascuno e di tutti: nelle parole dette e ascoltate, negli sguardi scambiati, negli incontri, negli appuntamenti, negli impegni assunti. Ma questo scambio non ha prodotto distrazione e confusione. A me ha richiamato il titolo, e non solo, di un’opera amata: “Colloquio corale”. Ci si è conosciuti e riconosciuti. Ci si è rivolti un “tu”, meno distratto del solito e si è forse intuito perchè Capitini diceva che “tutti” è plurale di “tu”. La marcia ci lascia con un impegno che era nella convocazione, nelle riflessioni, nei messaggi, nei nostri atti, nell’abbraccio di Alex Zanotelli: “Mai più eserciti e guerre!”

*Segretario nazionale del Movimento Nonviolento

Il Giubileo degli Oppressi…
…Un millennio senza esclusi

”Noi ci impegniamo”. Nel commercio equo e solidale, nella Rete di Lilliput, nella finanza etica, e soprattutto a creare una nuova politica… Questo il segno conclusivo di “Un millennio senza esclusi: non solo utopia. Il Giubileo degli oppressi”, che si è tenuto sabato e domenica 9 e 10 settembre al palasport di Verona. Il convegno, organizzato dagli istituti missionari comboniani con l’appoggio di molte associazioni di volontariato e ong presenti nel piazzale del palasport, ha riunito quasi cinquemila persone per parlare di restituzione del debito, delle schiavitù di oggi, della distribuzione ingiusta delle ricchezze tra nord e sud del mondo, ma soprattutto per assumere impegni concreti perché il millennio senza esclusi non rimanga un’utopia, e perché la celebrazione del giubileo cristiano sia un punto di partenza per realizzare più giustizia sulla terra.
A partire da sabato pomeriggio si sono alternati nelle provocazioni Francesco Gesualdi (coordinatore del Centro nuovo modello di sviluppo di Vecchiano, Pisa), Susan George (presidente dell’osservatorio sulla globalizzazione), dom Tomas Balduino (vescovo brasiliano tra i fondatori della Commissione pastorale terra) per parlare dei beni della terra all’epoca della globalizzazione, Giancarlo Caselli (direttore dell’amministrazione carceraria italiana), don Luigi Ciotti (Gruppo Abele, Torino) e Scolasticha Kimanga (dell’associazione Pamoja Trust di Nairobi, Kenya, che si batte per i diritti dei baraccati) per affrontare il tema delle nuove forme di schiavitù e di esclusione.
Domenica mattina un palazzetto gremito ed entusiasta ha accolto le provocazioni di padre Alex Zanotelli e Beppe Grillo con la moderazione di Jean Léonard Touadi (congolese, giornalista di Nigrizia autore della trasmissione Rai “Il mondo a colori”).
Alla fine dell’assemblea, dopo una messa festosa e partecipata, con coreografie e canti eseguiti da quattro diversi cori (italiano, ghanese-nigeriano, filippino e sudamericano), il segno conclusivo “Noi ci impegniamo” è stato letto dal padre provinciale dei comboniani in Italia, Francesco Antonini, che ha poi chiesto a tutti i presenti di sottoscriverlo e assumerlo come stile di vita.

E ORA TOCCA A NOI…

Documento conclusivo
presentato da P. Francesco Antonini
superiore provinciale dei Comboniani in Italia

Tocca a noi
anzitutto sviluppare una spiritualità giubilare che affonda le sue radici nella tradizione biblica, ebraica e cristiana, tradizione che sta dalla parte degli esclusi perché il Dio di Mosè, il Dio di Gesù, non è il Dio del faraone e dell’impero romano, ma è il Dio degli schiavi e dei crocifissi.
Una spiritualità che si alimenta di contemplazione e di Parola. E nella contemplazione scopre e assume il Sogno di Dio, sogno di una economia e di una società alternative all’impero.
Concretamente, ci impegniamo
a dare tempo alla lettura e all’ascolto della Parola, alla contemplazione, al silenzio, alla preghiera.
Tocca a noi migliorare la nostra formazione con un impegno personale e comunitario, per conoscere e riflettere sulle situazioni del mondo e capirne i meccanismi e trovare modi di intervento per cambiarne la logica.
Ci impegniamo a leggere strumenti di informazione alternativa, come Nigrizia, e a prendere sul serio campagne di sensibilizzazione.
Ci impegniamo a resistere all’impero del denaro e del mercato, consumando solo lo stretto necessario (definito coi criteri dei poveri), sia nel mangiare, sia nel vestire, sia nel viaggiare, e riducendo il consumo di energia, acqua, elettricità, petrolio e derivati. Coltivando la cultura del limite nell’uso delle cose e della sobrietà, adottando la metodologia dei bilanci di giustizia e usando preferibilmente i prodotti del commercio equo e solidale.
Ci impegniamo a consumare in modo critico, rifiutando di essere complici di ogni sfruttamento dell’uomo, della donna e dei bambini.
Ci impegniamo a guadagnare il nostro denaro onestamente, fuggendo ogni tipo di speculazione finanziaria.
Ci impegniamo a non accumulare, dando ai poveri ciò che supera lo stretto necessario. Ci impegniamo a investire saggiamente i nostri risparmi, impedendo che servano a produrre armi e altri fattori negativi per la vita dell’umanità; per questo mettiamo i nostri risparmi nella Banca Etica o comunque in circuiti trasparenti e puliti. Ci impegniamo a far conoscere queste realtà nel nostro ambiente, ad amici e conoscenti.
Ci impegniamo a riconoscere e promuovere la dignità di ogni uomo e di ogni donna; noi vogliamo osare l’accoglienza: per questo collaboriamo perché gli immigrati abbiano lavoro e casa – non solo lavoro, ma lavoro e casa, perché possano vivere una vita normale. Come missionari comboniani abbiamo cominciato mettendo a disposizione dell’accoglienza dei lavoratori immigrati la maggior parte dell’ex seminario comboniano di Thiene.
Ci impegniamo a lottare contro la tratta delle donne per la prostituzione, affinché nessuna donna sia costretta dalla necessità a vendere il proprio corpo. Come comboniani siamo coinvolti con vari missionari in questo impegno diretto, a Cestelvolturno di Caserta come a Verona e altrove.
Ci impegniamo a promuovere la pace sempre e ovunque, ad essere sentinelle attente e pronte a gridare contro ogni ingiustizia, a denunciare con forza il delitto continuo delle guerre volutamente dimenticate dalle grandi agenzie di informazione che sono nelle mani dell’impero, come le guerre in Sudan, Congo, Ruanda, Burundi, Somalia, Eritrea, Etiopia, Angola, Sierra Leone, Colombia, e altre. Un mezzo concreto di pressione è oggi la Campagna Break the silence.
Ci impegniamo perché la chiesa italiana assuma come istanza propria la non violenza attiva. Come comboniani continuiamo a dare il nostro contributo anche attraverso Nigrizia e con una presenza di animazione nelle comunità cristiane.
Ci impegniamo a gridare forte l’ingiustizia di cui sono oggetto milioni di persone private della loro terra, come gli indios e i baraccati delle grandi città. Cercheremo di coordinarci, con l’aiuto dei nostri mezzi di comunicazione, in maniera di esercitare una pressione sulle autorità responsabili.
Ci impegniamo a lottare contro una politica che rende i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, non solo nel nostro paese, ma in tutto il mondo; vogliamo invece una politica attenta alle fasce più deboli e impegnata in relazioni internazionali tese a creare un mondo solidale, dove i beni sono distribuiti equamente. Diciamo no ad una politica che è a servizio di un’economia di sfruttamento che arricchisce solo i ricchi.
Concretamente ci impegniamo a chiedere ai candidati alle elezioni, politiche o amministrative, cosa intendano fare riguardo a problemi come le povertà, le nuove schiavitù, le relazioni con i paesi impoveriti, l’economia liberista… E ci impegniamo a rifiutare il nostro voto a candidati che propongono una politica che continua a favorire i ricchi e a impoverire i poveri, in Italia come nel resto del mondo.
Ci impegniamo a collaborare sul territorio con tutte le realtà cristiane e laiche che condividono gli stessi ideali, lo stesso Sogno di Dio per un mondo più bello e fraterno. Come comboniani ci impegniamo a dare la nostra adesione alla rete locale di Lilliput
Noi non ci rassegniamo a questa situazione del mondo: resisteremo e lotteremo insieme.
Noi resteremo uniti: isolati, saremo presto assorbiti dall’impero che continua a divorare i poveri, anzi rischiamo di diventarne complici.
Insieme saremo forti e riusciremo a produrre qualche crepa nell’edificio dell’impero che oggi appare solido e vincente. Per restare uniti siamo pronti ad usare ogni mezzo, anche le moderne tecnologie informatiche. Come comboniani mettiamo a disposizione un sito per entrare in altri mondi (www.giovaniemissione)
Noi continueremo a riunirci per aiutarci a conoscere, a riflettere e ad agire come veri discepoli di Gesù Cristo affinché
tutti siano riconosciuti
figli dello stesso Padre
chiamati a vivere da fratelli.
Solo allora sarà festa!
Solo allora sarà giubileo degli oppressi e millennio senza esclusi.

Mille lillipuziani dicono che…

Dichiarazione conclusiva del primo incontro nazionale della Rete di Lilliput.

Marina di Massa – 6, 7, 8 ottobre 2000

Nel momento in cui le leggi del profitto pretendono di dominare ogni ambito del vivere umano distruggendo la base naturale su cui si fonda la vita sul Pianeta e la politica è incapace di contrastare lo strapotere dell’ economia dominante,

noi oltre mille tra semplici cittadini, associazioni e gruppi

riuniti a Marina di Massa per il primo incontro della Rete di Lilliput rivendichiamo il diritto di riappropriarci della facoltà di decidere sul nostro futuro e ci sentiamo parte integrante di una nuova forma di cittadinanza sociale che sta prendendo corpo nel Pianeta e che ha avuto una sua prima manifestazione a Seattle.
Nel contempo affermiamo che non basta battersi contro le principali storture del sistema, ma che dobbiamo ricercare delle alternative eque e sostenibili a questo assetto economico che genera esclusione, ingiustizie e distruzione del Pianeta.
I tratti fondamentali dell’alternativa che noi ci impegniamo a costruire si basano sulla sobrietà, la riduzione dell’impronta ecologica e sociale, l’esaltazione dell’economia locale ed il riconoscimento che i bisogni fondamentali sono diritti da garantire a tutti gli abitanti del Pianeta.
Noi ci impegniamo fin d’oggi a costruire questa prospettiva organizzando gruppi di lavoro e campagne:
per riaffermare la dignità del lavoro e la democrazia economica, costringendo le
multinazionali, alla trasparenza ed alla responsabilità sociale ed ambientale
per ottenere una radicale riforma dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale che fino ad oggi hanno generato disuguaglianze e oppressione sociale
per l’annullamento del debito e il riconoscimento del Debito ecologico dei paesi del Nord verso quelli del Sud
per ridurre l’impronta ecologica e sociale dell’Italia proponendo alle famiglie un diverso modo di consumare, e spingendo gli enti locali e le istituzioni nazionali alla costruzione di filiere produttive alternative
per promuovere la conversione dell’industria bellica, per spingere le banche a non finanziare i traffici di armi, per promuovere la tutela e diritti dei migranti
Sul piano della vita interna della Rete vogliamo costruire dei rapporti che esaltino la partecipazione, l’identità dei gruppi locali ed il loro radicamento sul territorio, la costruzione di campagne comuni proponibili da tutti i punti della Rete, la costruzione di una struttura leggera di riferimento nazionale con compiti di informazione e di servizio.
Sappiamo che la nostra Rete costituisce una sfida per tutti perché è una novità assoluta che rompe con gli schemi del passato. Per questo ci impegniamo ad avviare un approfondimento interno a tutti i livelli per individuare forme ottimali di aggregazione e di azione.
Un segnale importante che va in questa direzione è la nascita di gruppi tematici emersi durante lo svolgimento dell’assemblea.
Il primo passo di questo cammino è la costituzione di un gruppo di lavoro composto dal Nodo locale genovese e dal Tavolo Intercampagne per organizzare la nostra opposizione alle politiche del G8 che si riunirà a Genova nel 2001.

…la resistenza è nonviolenta

di Stefano Guffanti

L’aria che si respirava era quella dell’evento, del momento di svolta, dell’inizio di un nuovo cammino destinato a cambiare radicalmente il panorama politico, intendendo il termine politico nella sua accezione più bella e nobile.
Siamo sicuramente nella fase dell’entusiasmo, la fase pionieristica, in cui ci si stupisce ed esalta, guardandoci nei “volti” (come più volte ha sottolineato Padre Zanotelli nell’intervento finale veramente toccante ed emozionante).
Una fase in cui si capisce di avere un compito grande, si comprende di avere delle forti potenzialità ma bisogna ancora capire come fare a gestire questa enorme forza disordinata e, fino a ieri, sconosciuta ai suoi stessi depositari; perché la forza non sta in ognuno di noi, ma nell’essere tutti insieme; ritrovarsi in tanti, diversi in molte cose (esperienze, competenze, linguaggi, modalità e terreni dell’agire politico), ma accomunati dalla voglia di resistere all’impero e cercare di costruire, qui ed ora, con le nostre forze, degli spazi liberati e alternativi.
Difficoltà, dunque, anche per permettere la discussione; 5 gruppi di lavoro tematici, a cui hanno partecipato mediamente 120/170 persone l’uno.
I facilitatori che hanno gestito i gruppi sono stati indispensabili ma, malgrado questo, non vi è stato tempo a sufficienza per analizzare e confrontarsi con la dovuta profondità. La discussione è appena iniziata e il rischio di fughe in avanti, verso modelli organizzativi già sperimentati e falliti è sempre all’ordine del giorno. La Rete ha bisogno di nodi forti e resistenti per poter resistere e affrontare le sfide; il livello locale è ricco di spunti sui quali misurarci.
La grande novità, positiva per noi che veniamo dall’area dell’antimilitarismo e della nonviolenza, è che la Rete ha, tra le sue poche certezze, quella di dirsi nonviolenta o, per lo meno, di voler usare metodi nonviolenti.
Questo è un passaggio importante anche perché, dietro all’adesione ideale alla nonviolenza, c’è la consapevolezza di una scarsa conoscenza, e scarso approfondimento, sia teorico sia pratico, a livello individuale, quanto collettivo. Molto interessante, pertanto, il fatto che la Rete abbia deciso di incentrare la propria mobilitazione nonviolenta e la propria attività politica, in vista del Vertice dei G 8, che si terrà in Italia nel 2001 (a marzo a Trieste e poi, a Luglio a Genova). Un forte impegno, a tale riguardo, sarà dedicato proprio alla gestione delle iniziative, che dovranno avere carattere nonviolento ed alla necessaria formazione alle tecniche nonviolente che dovrà precedere le iniziative stesse. Per la prima volta c’è una richiesta di formazione alla nonviolenza così ampia da far persino dubitare, i pochi soggetti finora specializzatisi in questo settore, di essere in grado di reggere la domanda.
Malgrado questo devo dire che l’incontro e la fusione della Rete con l’associazionismo antimilitarista e nonviolento, lascia ancora dei punti interrogativi non di poco conto.
Innanzitutto va detto che la Rete ha una impostazione centrata quasi esclusivamente sugli aspetti economici della società occidentale e sulla globalizzazione. La conseguenza di questo dato di fondo è che le tematiche e le Campagne legate al disarmo, alla contestazione del Nuovo Modello di Difesa, alle Spese Militari, alle alternative alla Difesa armata (Corpi civili di pace, Servizio Civile e Obiezione di Coscienza), potevano essere lette, per lo meno fino all’Incontro di Massa, come appendici secondarie e non fondative dell’azione e della riflessione della Rete stessa.
Prova ne è il fatto che il tema “armi e conflitti” è stato inglobato nello stesso gruppo di lavoro in cui si doveva discutere anche del tema “migranti” e che, in questo gruppo di lavoro, la maggior parte dei partecipanti si è dichiarata disponibile ad impegnarsi (come obiettivo di lavoro prescelto per il prossimo futuro) in vista del vertice dei G 8, mentre solo un terzo dei partecipanti a questo gruppo ha dato indicazione di disponibilità al lavoro sui temi più specifici del disarmo, delle alternative alla difesa armata, delle spese militari, della formazione alla nonviolenza.
Per superare questa contraddizione, è necessario che:
1)gli aderenti alla Rete assumano con maggior decisione le tematiche e le Campagne già esistenti in merito al tema della pace e del disarmo (penso a Venti di Pace, Campagna di Obiezione alle Spese Militari, Campagna per la piena attuazione della L. 230.98, sull’Obiezione di Coscienza al servizio militare, Corpi civili di Pace, campagne per la riconversione dell’industria bellica e per la limitazione del commercio d’armi, contro l’uso dei bambini soldato, contro gli embarghi, etc), che altrimenti rischieranno di rimanere appannaggio delle solite quattro organizzazioni deboli e poco incisive;
2)che gli aderenti alle associazioni che operano nel settore antimilitarista e nonviolento partecipino con maggior convinzione alla vita della Rete, proponendo che le tematiche da essi trattate vengano assunte, con pari dignità, dalla Rete stessa e ne divengano patrimonio comune.
Credo che questo attuale limite della Rete sia superabile e che esso sia soprattutto la conseguenza negativa della separatezza che, in questi anni, ha contraddistinto le varie componenti dell’associazionismo italiano. Sarà solo attraverso il funzionamento e lo sviluppo della Rete, soprattutto a livello locale, che potremo meglio intrecciare e condividere ciò che ognuno è andato maturando ed esperendo nel proprio specifico.

BOTTA…
La ‘santa vocazione’ di imbracciare le armi?

Intervista a Mons. Mani, Arcivescovo Ordinario Militare (da Toscana Oggi, 2.07.00)

a cura di Luca Kocci, redattore di Adista

Caserme che sembrano noviziati di suore e militari simili a moderni crociati che indossano le divise e imbracciano il fucile per seguire la loro vocazione. E’ l’esercito secondo mons. Giuseppe Mani, dal 31 gennaio 1996 arcivescovo Ordinario militare per l’Italia e, nello stesso tempo, Generale di corpo d’armata in virtù di quella singolare norma che assimila l’Ordinariato militare ad una qualsiasi diocesi costituita però non da parrocchie, bensì da caserme, scuole di guerra, navi, basi militari e affini.
Intervistato dal settimanale cattolico Toscana oggi (02/07) all’indomani dell’approvazione, da parte della Camera, della riforma che abolisce la leva obbligatoria e istituisce l’esercito dei professionisti, il vescovo con le stellette o, secondo le preferenze, il generale in abito talare parla a ruota libera della professione, anzi della vocazione, del soldato, del Nuovo modello di difesa, dei cappellani militari, della pace e della guerra, attaccando in maniera dura e inaccettabile il volontariato, le associazioni e gli enti di servizio civile.
Di seguito, senza alcun commento che risulterebbe del tutto superfluo, l’intervista a mons. Mani, realizzata da Riccardo Bigi, redattore di Toscana oggi.

Mons. Mani, cosa ci fanno i preti in mezzo ai soldati?
“I cappellani militari svolgono tutte le funzioni di un parroco; la loro parrocchia può essere la scuola militare, la caserma, ma anche la nave, lo stormo, il contingente in missione all’estero. La nostra pastorale è fatta essenzialmente di pastorale giovanile: i cappellani militari si trovano a fianco di tantissimi giovani, molti di più di quelli che frequentano oggi le nostre chiese. Per questo hanno un ruolo molto delicato”.
I cappellani fanno parte anche loro dell’esercito?
“Secondo il Concordato, i cappellani sono assimilati ai militari. Questo è indispensabile perché nel mondo militare non si può entrare dal di fuori, non si sarebbe accettati pienamente. Come i militari quindi, anche i cappellani con il passare degli anni acquisiscono i gradi: ma i gradi non servono per comandare, come qualcuno può pensare: servono solo per poter essere autorevoli”.
Il prete comunque non imbraccia le armi…
“Assolutamente no, questo è del tutto escluso, anche in tempo di guerra. Il cappellano non porta neppure i gradi e non indossa la divisa, tranne la mimetica in sede operativa: i preti normalmente vestono in clergyman”.
Cosa cambierà con l’abolizione della leva obbligatoria?
“Andremo verso la costituzione di un esercito nuovo, professionale, che confluirà in un esercito europeo e avrà come compito essenziale il mantenimento della pace. Il ruolo del cappellano militare diventa quello di ricordare a tutti i militari che il loro non è un mestiere, ma una vocazione; che devono maneggiare le armi esclusivamente per difendere la pace. Il nostro Sinodo diocesano, che abbiamo finito l’anno scorso, ha assunto tra le proprie disposizioni l’articolo 11 della Costituzione italiana, che rifiuta la guerra come forma di soluzione di qualsiasi vertenza. Il cappellano militare quindi è colui che ricorda al militare che deve essere un costruttore di pace”.
Nella consapevolezza, comunque, che la pace costruita con le armi non è la vera pace…
“Certamente: io dico sempre che la pace portata dai militari è la “pace per forza”. Il grande servizio che il militare svolge in funzione della pace è stato illuminato di recente da tanti interventi del papa, che in un messaggio ultimamente ha sottolineato il dovere di “disarmare l’aggressore”. Ecco, questo è un compito che si fa solo con la forza”.
Fare la guerra o difendere la pace con le armi: qualcuno potrebbe dire che è solo una distinzione teorica…
“Può sembrare teoria, ma io vedo spesso con i miei occhi questo principio messo in pratica in tanti interventi dei nostri soldati: in Bosnia, ad esempio, i militari italiani armati fino ai denti tengono buoni due popoli che altrimenti si ucciderebbero fra di loro”.
Come giudica, dal suo punto di vista, la riforma del servizio militare e l’abolizione della leva obbligatoria?
“Non vale neanche la pena di formulare un giudizio. Tutte le nazioni ormai hanno scelto questa strada, è un segno dei tempi”.
Secondo lei quindi è una strada obbligata…
“Nella leva, indubbiamente, c’erano grandi valori, ma un esercito professionista è più efficace per le funzioni che oggi hanno i militari”.
Per qualcuno l’abolizione della leva sarà certamente un sollievo: molti oggi lo considerano un “anno perso”…
“Beh, devo dire che anche io prima la pensavo così. Ma in questi anni ho potuto vedere che il servizio di leva ha svolto in Italia un servizio pedagogico enorme. Per molti giovani è la prima volta che si trovano lontano da casa, con dei doveri da svolgere. I “figli di papà” scoprono per la prima volta che esistono ancora gli analfabeti, che in Italia esiste ancora la povertà. In questo senso, non avere più la leva obbligatoria significherà perdere un’occasione”.
Degli ambienti militari, per la verità, si sentono dire anche cose molto dure: il nonnismo, la droga…
“Su questo tema sono piuttosto disincantato: prima di essere Ordinario militare sono stato per dieci anni vescovo nelle borgate di Roma e le posso dire che di fronte all’ambiente delle borgate, le caserme sono noviziati di suore”.
Certi aspetti negativi quindi, secondo lei, sono solo lo specchio di situazioni che si vivono anche fuori?
“Non c’è dubbio, rappresentano la gioventù di oggi. Ma la situazione delle caserme, le posso assicurare, è migliore di quella che c’è fuori”.
Con la riforma non c’è il rischio che chi sceglie il servizio militare come professione maturi un attaccamento alle armi e all’uso della violenza che può rivelarsi pericoloso?
“Proprio questo sarà il compito dei cappellani. È importante in questo senso ricordare la virtù fondamentale del militare: proprio questo è stato l’argomento del nostro Sinodo. La virtù fondamentale del militare è la fortezza, che è cosa diversa dalla forza e che va sempre coniugata con la giustizia e la prudenza. Il soldato deve essere uomo forte, che però usa questa sua forza per motivi giusti e con le giuste misure. Non a caso la fortezza è la virtù dei martiri”.
Tra i soldati italiani è una virtù diffusa?
“Le posso dire che, in questi anni, è stata una sorpresa scoprire tanti giovani capaci di donarsi per il bene altrui prendendo rischi enormi. Penso ai paracadutisti che sono andati a Timor e hanno fatto cose egregie per quel popolo: è impressionante sentire cosa le suore canossiane raccontano dei soldati italiani, della loro dedizione, del loro coraggio. Penso al battaglione san Marco, partito per il Kosovo a fermare gente che si stava sparando. E la cosa impressionante è sentire le motivazioni per cui lo fanno: sembra impossibile che tra i giovani di oggi ci siano ancora valori così forti. Chi parla male dei militari lo fa perché non conosce questo mondo. D’altra parte è un mondo che non pubblicizza quello che fa, per cui finisce che si conoscono solo gli episodi negativi che purtroppo fanno scalpore. I nostri militari in Kosovo, ripeto, hanno fatto cose straordinarie: solo che quelle fatte dai volontari vengono pubblicizzate in mille modi, mentre quelle fatte dai militari giustamente passano sotto silenzio”.
L’abolizione della leva obbligatoria porterà, probabilmente, anche la scomparsa del servizio civile…
“E’ divertente il fatto che tutti coloro che fino ad oggi hanno cercato di denigrare il servizio militare per fare propaganda all’obiezione di coscienza, oggi difendono la leva. D’altra parte capisco che per qualche organizzazione perdere gli obiettori è un problema grosso; ma c’è poco da fare, i tempi chiedono di andare in questa direzione”.

… E RISPOSTA
L’esercito non serve al Vangelo. Forse il contrario?

risposta a Mons. Mani, Arcivescovo Ordinario Militare

Monsignor Generale,
l’intervista da lei rilasciata lo scorso 2 luglio a Toscana oggi, il settimanale delle diocesi della Toscana (In divisa per vocazione, di Riccardo Bigi) ci ha provocato ad alcune riflessioni.
Lei sostiene che “secondo il Concordato, i cappellani sono assimilati ai militari”. Ci chiediamo se sia possibile essere, nello stesso tempo, sacerdoti della Chiesa di Gesù Cristo e ufficiali dell’esercito italiano. Massimiliano martire, nel 295 d. C. a Tebessa, venne messo a morte perché, al proconsole Dione, rispose: “Non posso servire al mondo come soldato, sono cristiano”. Massimiliano è stato canonizzato; la sua testimonianza, quindi, è stata dichiarata esemplare per tutti i cristiani da quella stessa Chiesa che poi, nel 1929 in piena èra fascista e nel 1984 in piena èra craxista, ha stipulato e rinnovato con lo Stato italiano un Concordato che, fra le altre cose, promuove automaticamente (un po’ come avveniva con i vescovi-conti nel Sacro romano impero) i cappellani militari ad ufficiali dell’esercito. San Massimiliano, allora, non è un esempio da imitare oppure, ed è l’ipotesi che preferiamo, lei sbaglia e quell’articolo del Concordato è antievangelico. Delle due l’una et tertium non datur.
Lei sostiene che i gradi, anche per i cappellani, sono necessari perché “nel mondo militare non si può entrare dal di fuori, non si sarebbe pienamente accettati”. È vero: l’ingresso nel mondo militare è proibito agli estranei e lo sa bene, per esempio, chi da anni è alla ricerca di qualche verità su Ustica o sulla morte di Ilaria Alpi e di Emanuele Scieri, il paracadutista della Folgore che “è stato suicidato” in caserma, a Pisa. Ci pare difficile, poi, che i cappellani, proprio perché organicamente legati alla struttura militare, possano criticarla per “educare alla pace” i soldati. Più facile che si lascino trascinare dai meccanismi e dalle logiche di un apparato di cui essi stessi fanno parte, che li stipendia e li inquadra in ruoli gerarchicamente superiori.
Lei sostiene che i gradi acquisiti dai cappellani “non servono per comandare: servono solo per poter essere autorevoli”. Pensavamo che l’autorevolezza fosse una virtù da conquistare “sul campo”, non certo di battaglia, con la propria testimonianza di vita, con la propria coerenza e trasparenza. Non si diventa autorevoli con qualche stelletta appuntata sulla talare, sicuramente però si diventa autoritari.
Lei sostiene che il cappellano militare non imbraccia mai le armi: “questo è escluso, anche in tempo di guerra”. Eppure lei, poco più avanti, sostiene che i soldati “devono maneggiare le armi per difendere la pace” e tesse le lodi dei “militari italiani armati fino ai denti” che “tengono buoni due popoli che altrimenti si ucciderebbero fra di loro”. Se questo è giusto – come lei ritiene – perché allora anche i cappellani militari non partecipano a questa azione così nobile e meritoria? Ma se questo è sbagliato – come noi riteniamo – bisogna però dire che moralmente non c’è alcuna differenza tra i soldati a cui è affidato “il lavoro sporco” e i cappellani che gli impartiscono l’assoluzione poiché, facendo parte dello stesso corpo, agiscono con la stessa unità d’intenti. E perché poi quel medesimo Concordato che promuove i cappellani ad ufficiali dell’esercito consente ai seminaristi, ai religiosi e ai sacerdoti di essere dispensati dal prestare il servizio di leva?
Lei sostiene che il nuovo esercito professionale “avrà come compito essenziale il mantenimento della pace”. Noi, invece, abbiamo la nettissima impressione che la pace militare stia sempre più sostituendo la prevenzione della guerra. Il nuovo esercito italiano – come affermano i documenti del ministero della Difesa – non ha solo compiti di pace ma anche di “difesa degli interessi vitali” della patria all’estero, nonché “della stabilità” e di un non meglio precisato, e quindi sospetto, “ordine internazionale”. Nazionali o sopranazionali (come la Nato) che siano, gli eserciti si contrappongono ad altri eserciti e quindi, monsignor Generale, proseguendo nella sua logica fino alle estreme conseguenze, i cristiani dovrebbero stare solo dalla parte dell’esercito giusto e non dalla parte di quello sbagliato. Con i buoni e non con i cattivi. Con gli Stati Uniti e l’Europa, il mondo ricco e sviluppato. È la nuova santa alleanza tra cristianità e occidente: le nostre benedizioni al servizio del potente e del dominatore e una Chiesa integrata in un esercito che ha solo la funzione di affermare con la forza il nuovo ordine mondiale stabilito, determinato e diretto dai Paesi del capitalismo.
Lei sostiene che “il grande servizio che il militare svolge in funzione della pace è stato illuminato di recente da tanti interventi del papa, che in un messaggio ultimamente ha sottolineato il dovere di “disarmare l’aggressore””. E’ il messaggio per il 1° gennaio 2000, la giornata mondiale della pace, in cui Giovanni Paolo II ha però anche detto: “Di fronte allo scenario di guerra del XX secolo, l’onore dell’umanità è stato salvato da coloro che hanno parlato in nome della pace. (…) Esempi luminosi e profetici ci hanno offerto coloro che hanno improntato le loro scelte di vita al valore della nonviolenza. La loro testimonianza di coerenza e fedeltà, giunta spesso fino al martirio, ha scritto pagine splendide e ricche di insegnamenti”.
Lei sostiene che “la virtù fondamentale del militare è la fortezza”. A noi sembra che la virtù fondamentale del militare – ad oltre 30 anni dalla Lettera ai giudici di don Lorenzo Milani – sia invece e ancora l’obbedienza. L’obbedienza cieca di chi non pensa, di chi non critica e tace, l’obbedienza deresponsabilizzante di chi esegue gli ordini che vengono da un altro. L’obbedienza del soldato al generale, l’obbedienza del generale al governante, l’obbedienza del governante all’economia e al capitale, l’unico a decidere che è giusto fare la guerra o, come lei sembra preferire, portare la pace.
Rivolgendosi direttamente agli enti di servizio civile, lei sostiene: “È divertente il fatto che tutti coloro che fino ad oggi hanno cercato di denigrare il servizio militare per fare propaganda all’obiezione di coscienza, oggi difendano la leva. D’altra parte capisco che per qualche organizzazione perdere gli obiettori è un problema grosso”. Ci dispiace mons. Generale, ma questa volta lei non ha proprio capito. Se è sicuramente vero che qualche ente teme per la sua stessa esistenza venendo meno gli obiettori di coscienza, non si tratta di difendere la leva (e quale ente l’ha mai difesa, anche ora?), ma di attaccare il nuovo esercito professionale che sarà, per usare le parole di padre Angelo Cavagna, religioso dehoniano, “decisamente peggiore dell’attuale: più sganciato dalla società; scelto idealmente da pochi, tendenzialmente esaltati; rifugio di poveri attratti da paghe alte e mandati a fare le guerre dei ricchi”.
Con cristiana franchezza.

Luca Kocci, obiettore di coscienza in congedo (Roma)
Don Vitaliano Della Sala, parroco di S. Angelo a Scala (Avellino)
Sergio Tanzarella, storico della Chiesa, vice presidente della Fondazione don Peppino Diana

MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Sia maledetta ‘sta grande guerra

“4 novembre: non festa ma lutto”
Così, da ormai diversi decenni salutiamo la ricorrenza della vittoria in una guerra evitabile, che un Papa definì “inutile strage” e che si trascinò dietro un profondo sbandamento a livello politico e un forte dissenso a livello popolare. Questa guerra viene subita dal popolo come un’inevitabile catastrofe naturale che provoca 700 mila fra morti e dispersi e oltre un milione di invalidi permanenti.
Il sentimento popolare sfocia in un’abbondante produzione di canzoni sia originali, sia rielaborate su materiale precedente. La raccolta molto ben documentata, curata da Virgilio Savona e Michele Straniero, presenta oltre 300 canti (1); esistono anche dischi di notevole interesse, ma per quanto ne so difficilmente reperibili (2).

Alcune di queste canzoni esprimono generica protesta, rassegnato dolore per la morte di tanti compagni o di persone care:

“Per conquistare un palmo di terra
quanti fratelli son morti già” (Fuoco e mitragliatrici, 1916)

“Abbiam perduto tanti compagni
tutti giovani sui vent’anni” (Montenero, 1915)

“Mi voleva per Pasqua sposarmi/ ma il destino non volle così
non avendo compiuto i vent’anni/ che sul Piave innocente morì” (Regazzine vi prego ascoltare)

Altre esprimono una prima presa di coscienza:

“Sian maledetti quei giovani studenti/ che hanno studiato e la guerra han voluto
hanno gettato l’Italia nel lutto/ per cento anni il dolor sentiran” (Addio padre e madre addio, 1915)

“Il general Cadorna ‘l mangia ‘l beve ‘l dorma
e il povero soldato va in guerra e non ritorna” (sull’aria di Bombacè, 1916)

“Ma se quest’anno non viene la pace/ ma tutto il mondo l’è rovinato
e si potrà chiamar beato/ chi la vita potrà salvar” (Spunta l’alba al quindici giugno, 1915)

Altre ancora esprimono opposizione a questa, ma anche a tutte le guerre in generale, con un chiaro indirizzo antimilitarista. Riproposte in svariati spettacoli, negli anni 60 e 70 hanno provocato addirittura interrogazioni parlamentari e denunce da parte di associazioni di ex combattenti e di militari particolarmente zelanti…

“…Domani rivedremo li sovrani/ che se scambieno la stima
boni amichi come prima
…ce faranno un ber discorso/ su la pace e sur lavoro
pe’ quer popolo cojone/ risparmiato dar cannone” (Ninna nanna della guerra, 1914, testo di Trilussa)

“Traditori signori ufficiali/ che la guerra l’avete voluta
scannatori di carne venduta/ e rovina della gioventù” (O Gorizia tu sei maledetta, 1916)

“Prendi il fucile e gettalo giù per terra
vogliam la pace e non mai più la guerra”
(variante nata in trincea del noto canto di guerra O Dio del cielo, che in origine diceva :”prendi il fucile e vattene alla frontiera/ là c’è il nemico che alla frontiera aspetta)

“Maledetta la guerra e i ministri/ che tutto il mondo i g’ha rovinà
se tutti fossero d’un solo pensiero/ anche la guerra dovrebbe cessar” (Maledetta la guerra e i ministri)

“Un pensiero mi viene in testa
di non fare mai più il soldà” (Sono povero ma disertore)

Per finire ricordiamo che diverse canzoni della grande guerra hanno raggiunto e godono tuttora di una grande notorietà, come ad esempio, ‘O surdato ‘nnamurato (1915), Ta-pum (1917), La leggenda del Piave (1918) e Il testamento del capitano. Fra queste più famose, troviamo a volte passaggi interessanti e meno conosciuti:

“E più di dieci ne ho visti cadere/ e più di cento ne ho visti scappare
là si sentivano sentivano gridare/ su su rendiamoci se siamo prigionier” (Monte Canino)

note:
1 – V.Savona, M.Straniero, Canti della grande guerra, 2 volumi Garzanti 1981

2 – Fra tutti vanno segnalati:
Il povero soldato 1 – 2 (a cura di Roberto Leydi, Dischi del Sole n. 7 e 13)
Maledetta la guerra e i ministri, Duo di Piadena, Cetra Folk n.48 1976
O Gorizia tu sei maledetta, Ala Bianca-Ist.E.De Martino, n.8 della serie Avanti popolo, 1998

ISLAM
A cura di Claudio Cardelli
Rumi, mistico e poeta persiano

Alla tradizione del Sufismo appartiene anche un grande poeta di lingua persiana, Gialàl ad-Din Rumi, comunemente designato in Oriente con l’epiteto Maulana (= nostro signore). Nacque nel 1207 a Balkh nel Khorasàn (oggi entro i confini dell’Afghanistan) da Bahà ad-Din, mistico anch’egli, il quale verso il 1212 lasciò la città e si trasferì a Nishapur, in quel generale riflusso provocato dall’invasione mongola di Genghiz Khan.
La famiglia di Rumi fece poi il pellegrinaggio alla Mecca ; di qui emigrò in Turchia, prima a Malatya e Larinda (ora Karaman) e finalmente a Konya su invito del principe turco selgiuchide di questa città. Il nostro poeta, salvo brevi permanenze ad Aleppo e a Damasco, rimase sempre a Konya, capitale del sultanato, a insegnare e poetare ed ivi morì nel 1273.
Due eventi furono determinanti nella vita di Rumi : l’incontro col misterioso personaggio noto come “il Sole di Tabrìz”, suo maestro spirituale, ucciso in oscure circostanze nel 1247 ; la conoscenza, a Damasco, col pensatore mistico, teorizzatore dell’unità dell’essere, Ibn al-Arabi, che dalla nativa Murcia in Spagna si era trasferito a Damasco. Dall’insegnamento di Rumi nacque la confraternita dei “dervisci danzanti”, ancora presente Konya, presso il santuario dove è custodita la tomba del poeta.

Le opere
Ci restano due opere principali di Rumi : un Canzoniere (Divan) di grande ampiezza e un lungo poema a rime baciate (forma che si chiama comunemente in persiano masnavi) noto come “Masnavi spirituale”, di circa 26 mila versi doppi. Il poema, che è stato chiamato “un Corano in lingua persiana”, è un trattato di teosofia (come scienza o sapienza del Divino) e manifesta il pensiero religioso del nostro poeta, presentando frequentemente aneddoti commentati.
Rumi avverte intensamente lo spirito della Divinità, presente nella vita degli uomini e dalla natura :

Noi siamo le arpe e Tu ci tocchi col plettro, il dolce
lamento non proviene da noi, sei Tu che lo operi ! Noi
siamo il flauto, e il suono che è in noi è da Te ; siamo
montagne impervie e l’eco è quello della Tua voce.
Noi siamo i pezzi degli scacchi, impegnati in vittoria e
sconfitta, e Sconfitta e Vittoria sono da Te, o Perfetto !
Noi siamo come leoni, ma leoni dipinti su una bandiera :
spinti dal vento si slanciano ad ogni istante. Visibili i
loro slanci, invisibile il vento, e se lanciamo una freccia,
noi non siamo che l’arco e Iddio è l’arciere ! (p.24)

Altra caratteristica della personalità del Maulana è il senso di letizia e di speranza, che fa germogliare poesia, musica e danza :

Se comperi un melograno, compralo mentre ride, che il suo riso t’informi dei dolci semi ! O benedetto riso quel riso che dalla bocca mostra aperto il cuore, come perla nascosta nelle pieghe dell’anima, ma disgraziato il riso che, come quello del tulipano, dalla bocca mostra il negrume del cuore ! Il melograno ridente fa ridente il giardino ; la compagnia degli uomini pii ti fa uomo. Poni nel mezzo dell’anima l’affetto per i Santi, non dare il cuore altro che all’amore dei cuori felici ! Non entrare nell’angusta via della disperazione : ci sono speranze !Non andar nelle tenebre : vi sono soli ! (p.26)

Il Canzoniere (Divan)
La vena poetica e musicale di Rumi meglio si espande nel Canzoniere, dove le Odi (ghazal) sono un inno all’unico, infinito Iddio. Narrano i biografi che spesso il poeta componeva le sue Odi danzando in circolo intorno a una colonna della sua scuola e ritmandole col batter delle mani e col canto.

O amanti, o amanti, è tempo di partire dal mondo,
con l’orecchio dell’anima sento tamburi di partenza, dal cielo !
Ecco s’ è ridesto il cammelliere, e già ha arrangiato le file
e il prezzo già ha chiesto pel viaggio ; a che dormite, compagni ?
O cuore, vola dal tuo Signore, amico corri verso l’Amico
e tu guardiano svègliati, àlzati, non deve dormire il custode !
Ovunque grida e tumulto, in ogni via fiaccole e torce,
gravido è stanotte il mondo, a generare l’Eterno ! (p. 123)

LA LUNA
Nel firmamento è apparsa all’alba una Luna
è scesa dal cielo e ha rivolto a me lo sguardo.
Come falco che strappa via un uccello qual preda
mi rapì quella Luna e corse di nuovo nel cielo.
E quando a me stesso guardai, più me stesso non vidi ;
chè, in quella Luna, il mio Corpo per grazia sottile s’era fatto anima pura !
E quando viaggiai entro l’anima non vidi che Luna
finchè svelato fu tutto della manifestazione eterna il mistero !
I nove cerchi del cielo s’erano immersi in quella Luna,
e la barca dell’essere mio s’era tutta in quel mare nascosta.
Si franse d’onde quel mare, e tornò la Ragione
e lanciò il suo grido : così fu, così avvenne.
Spumeggiò quel mare ; e da ogni frammento di quella schiuma
di qualcuno venne un disegno, venne di qualcosa un corpo,
e ogni frammento di schiuma corporea che si mostrò da quel mare
poi subito si fuse e in quel mare entrò ancora ;
ma senza l’aiuto del Signore, del Sole divino di Tabrìz
non si può vedere la Luna, non si può essere mare. (pp.94-95)j

In quest’ardua poesia metafisica si sottolinea che “senza la figura dell’Iniziatore non si può avere coscienza dell’unità dell’essere, non si può essere mare, né si può vedere quella Luna che qui rappresenta l’Assoluto” (Bausani). Per il presente articolo ho usato il volume : Rumi, Poesie mistiche, introduzione, traduzione, antologia critica e note di Alessandro Bausani, BUR Rizzoli, Milano, rist. 1998

CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
Donne senza speranza Tra passato e futuro

IL CERCHIO, di Jafar Panahi

Interpreti Fereshtel Sadr Orafai, Nargess Parvin Almani, Mojgan Faramarzi
Fotografia Bagram Badakhshani
Montaggio Jafar Panahi
Sceneggiatura Kambozia Partovi
Produzione Jafar Panahi film, Mikado film, Lumiere & Co.
Durata 90’
Origine Iran, 2000

Leone d’Oro al Festival di Venezia 2000

…e alla fine Il cerchio si chiude, stringendosi come un nodo scorsoio attorno alla già debole condizione femminile iraniana.
Quando alla 57° mostra del cinema di Venezia è stato dato l’annuncio dell’assegnazione del Leone d’Oro al film di Jafar Panahi, Il Cerchio, si è avvertito un sibilo di stupore, nonostante il film fosse stato segnalato dalle solite voci di corridoio tra i possibili vincitori; in pochi, infatti, alla vigilia della dorata kermesse lagunare avrebbero scommesso anche solo due lire sulla sorprendente opera “terza” del regista iraniano (già autore de Il palloncino bianco, candidato all’Oscar come Miglior film straniero nel ’95, e de Lo specchio, vincitore del Pardo d’Oro al Festival di Locarno nel ’96), anche perché fino a tre giorni prima dell’inizio della mostra, il film non aveva ancora ottenuto il visto della censura del suo paese d’origine; e una volta assistito alla proiezione, non c’è bisogno di essere dei prodigi di genialità per comprendere il motivo di questo ritardo!
Ma torniamo all’inizio…
Che la donna fosse destinata a soffrire le pene dell’inferno durante il parto (la scena iniziale del film è rappresentata da uno schermo nero sul quale scorrono i credits, “commentato” da una serie di gemiti ed urla di imprecazione di una donna che sta partorendo), questo era già stato scritto da qualche parte sul Libro della Genesi.
Che, piu’ genericamente, le donne iraniane non godessero proprio degli stessi privilegi concessi al sesso maschile, anche questo, in parte, si era già sentito.
Ma che il solo fatto di nascere femmina comportasse il ripudio totale da parte della famiglia e un destino disgraziato di sottomissione e sofferenza, beh..per questo bisognava proprio assistere alla proiezione del film di Panahi.
Il suo film racconta la vita di 8 donne nell’Iran di oggi; la macchina da presa quasi sempre a mano e sovente in primissimo piano dietro le spalle, insegue letteralmente queste otto figure femminili secondo i canoni di un’ estetica del pedinamento” già premiata nel ’99 a Cannes attraverso la palma d’Oro ai fratelli Dardenne per il film Rosetta. Delle 8 donne si viene solo a sapere che sono in fuga da un precedente stato di detenzione, anche se non si conoscono con precisione i motivi per i quali siano state condannate al carcere. Una per volta, dalla prima all’ultima, si passano il testimone di un’esistenza fatta di quotidiane umiliazioni e incombenti sciagure, strappandosi vicendevolmente, quasi in una sorta di paradossale staffetta, la centralità della scena all’interno della narrazione filmica. A loro non è concesso nulla, nemmeno il più comune e meno “ribelle” dei vizi: il fumo. La tensione narrativa del racconto si nutre e prospera anche attraverso tale espediente di deprivazione, fino a quando… l’ultima delle ragazze di cui si racconta la storia riesce a fumarsi una sigaretta quasi in pace, ma non per propria scelta o conquista, bensì per benevole concessione dell’universo maschile: siamo nell’angusta cella di un carcere e lì ritroviamo una per una anche le altre protagoniste del film delle quali, in precedenza avevamo perso le traccie. Così, alla fine Il cerchio si chiude; dal carcere erano fuggite e in carcere sono tornate, passando attraverso un itinerario fatto di irrimediabili segregazioni. Il verdetto è molto semplice: non c’è nessuna speranza per la donna in Iran, il cui destino di sopportazione e subordinazione sembra chiudersi su se stesso proprio come si chiude su se stessa la linea di un cerchio; e semplice e lineare, senza l’enfasi ruffiana e spettacolare e gli inutili orpelli di tanta cinematografia occidentale, è l’intera struttura narrativa del film, sorretta da una geometrica precisione all’interno della quale sono incastonati con precisione e pulizia tutti gli elementi della narrazione.
Questo è il motivo, a mio giudizio, grazie al quale il film è stato premiato; e questo è il motivo per cui è bene che tutti voi lo andiate a vedere.

Gianluca Casadei
Cooperativa Fuorischermo – Cinema & Dintorni

LIBRI
A cura di Silvia Nejrotti

Rapporto Guatemala: Nunca Mas,
ed. La Piccola Editrice, Celleno (VT), pp. 342, L. 30.000

L’edizione italiana del rapporto raccoglie le centinaia di testimonianze su un genocidio durato trentasei anni: un periodo di torture, assassinii, scomparsi che ha avuto il suo apogeo negli anni ’80.
Il lavoro di ricostruzione è durato anni ed ha impegnato seicento catechisti, persone di buona volontà che, a fatica e molte volte nella paura – sulle strade, sui sentieri, in conversazioni tacite – hanno scavato nelle profondità della coscienza collettiva con l’unico obiettivo di liberarle da sentimenti di odio e vendetta e portare alla luce la verità di tanto orrore. Molte lacrime hanno accompagnato i ricordi e le tragiche esperienze vissute, lacrime e dolore che non troveranno mai spazio in nessun libro.
Un cammino di verità, questo, che è costato la vita a Mons. Juan Gerardi Conedera, brutalmente assassinato il 26 aprile 1998, a quarantotto ore dalla presentazione del Rapporto, di cui era stato ispiratore e coordinatore, nella Cattedrale di Città del Guatemala.
Nella prima parte del testo vengono analizzate le testimonianze delle varie forme di violenza – il terrore come metodo sistematico, la violenza contro l’infanzia (la distruzione del seme), la disgregazione e la militarizzazione delle comunità, l’esperienza dei desplazados, la violenza contro la religione e la cultura maya, la violenza sessuale, individuale e di massa, sulle donne – perpetrata soprattutto dall’esercito e le relative forme di resistenza.
Nella seconda parte si prendono in considerazione i meccanismi e le pratiche dell’orrore: la struttura di intelligence, le strategie di controllo, le aldeas modelo e i polos de desarrollo, la militarizzazione della vita quotidiana, l’educazione alla violenza, i massacri, le sparizioni e il reclutamento forzato, la tortura, le carceri clandestine.
Nella terza parte viene ricostruito il contesto storico-politico degli avvenimenti, con particolare riferimento alla nascita e allo sviluppo delle forze controinsurrezionali nonché alla strategia della guerriglia.
Nella quarta e ultima parte vengono infine presentate, attraverso tabelle e sintesi, le vittime del conflitto nonché le proposte per una ricostruzione sociale.

AA. VV.,
Globalizzazione, esclusione e democrazia
ed. La Piccola Editrice, Celleno (VT), pp. 220, L. 20.000

Cuauhtémoc Cárdenas, Porfirio Muñoz Ledo, Noam Chomsky, Enrique Dussel, Hugo Zemelman, John Saxe-Fernández, José Valenzuela, Franz Hinkelammert, Heinz Dieterich e altri celebri politici e studiosi contemporanei analizzano in questa opera il coinvolgimento e le conseguenze della globalizzazione per i paesi e i popoli dell’America Latina.
La globalizzazione dei mercati, la fame e la disuguaglianza mondiale, la geopolitica globale, la modernizzazione e l’esclusione, la perdita della soggettività, la democrazia possibile, le alternative neoliberali e la necessità dell’integrazione latinoamericana, sono i punti cruciali di Globalizzazione, esclusione e democrazia in America Latina, un libro importante per capire il presente e il futuro dell’America Latina.

Per acquistare i testi:
La Piccola Editrice, Via Roma 5, 01020 Celleno (VT)
Tel/Fax 0761-912591
E-mail: cen.am.pe@pronet.it

Il ricavato di Rapporto Guatemala: Nunca Mas sarà devoluto per le vittime della violenza.
Per gruppi ed organizzazioni che intendono acquistare più di 5 copie si pratica il 20% di sconto (L. 24.000) e si affranca dalle spese di spedizione postale.

50 anni di pace in Europa: eventi e immagini
Bologna, ed. Centro di Documentazione del Manifesto Pacifista Internazionale (C.D.M.P.I.), italiano/inglese, £ 20.000 (euro 10,33), pp. 110.

Questa pubblicazione esce in occasione della Mostra “50 anni di pace (1950-2000) sui muri d’Europa”, all’interno delle manifestazioni culturali “Bologna 2000”. Il volume, pubblicato dal Centro di Documentazione del Manifesto Pacifista Internazionale (C.D.M.P.I.) di Bologna e presentato nell’ambito della mostra “50 anni di pace sui muri d’Europa”, contiene una cronologia di eventi di pace in Europa negli ultimi cinquanta anni e 50 schede sui contenuti di alcuni manifesti della mostra. Completano il volume alcuni saggi su l’evoluzione del manifesto pacifista nell’ultimo mezzo secolo, il manifesto pacifista come strumento di comunicazione e di formazione, la storia del pacifismo tedesco negli ultimi cinquanta anni, “dove erano (e dove sono) i pacifisti”.

Per richiedere il libro:
Vittorio Pallotti, via Capramozza, 4, 40123 Bologna.
Tel. 051-58.45.13
E-mail cdmpi@iperbole.bologna.it