Azione nonviolenta – Ottobre 2005

Azione nonviolenta ottobre 2005

– Dire SI’ alla Vita (di Giuliano Pontara)
– Ascoltare e parlare per partecipare dal basso alle scelte della politica
(Intervista di Elena Buccoliero a Daniele Lugli)
– Una palestra di democrazia, per dare potere ai cittadini (di Luciano Capitini)
– La nonviolenza nel passaggio alla società transculturale (di Pasquale Pugliese)
– Le 10 caratteristiche della personalità nonviolenta: Il Coraggio (di Lidia Menapace)
– Il successo dei campi estivi nonviolenti (di Sergio Albesano, Laura Gentili, Claudio Greco, Roberto Cuda) Vai

LE RUBRICHE

– Cinema, L’intimità lacerata dalla guerra. Per sempre (di Gianluca Casadei)
– Economia, Spaghetti all’italiana, con pomodoro, senza armi (di Paolo Macina)
– Musica, Omaggio a Sergio Endrigo, musicista e poeta che ripudiava la guerra e coltivava la curiosità (di Paolo Predieri) Vai
– Per Esempio, Nonviolenza a Belfast per spezzare i fucili (di Maria G. Di Rienzo)
– Educazione, Convegno internazionale sul decennio per l’ educazione alla nonviolenza
(di Angela Dogliotti Marasso)
– Lilliput, Dialogo con un candidato su pace, guerra, disarmo (di Lisa Clark)
– Movimento, Se vuoi la nonviolenza, finanzia la nonviolenza
– Libri, a cura di Sergio Albesano

Diga SIM à Vida
Dì Sì alla Vita

Il 23 ottobre 2005 la popolazione brasiliana si recherà alle urne per decidere se volere o no la proibizione del commercio delle armi e delle munizioni in Brasile.
Sarà il primo referendum al mondo su questo tema.
Tutti i cittadini e le cittadine dai 18 ai 70 anni dovranno presentarsi alle urne per rispondere sì o no al quesito: “Il commercio delle armi da fuoco e delle munizioni deve essere proibito in Brasile?”.
In un anno di Campagna per il disarmo, consistente nella consegna volontaria alle autorità delle armi in possesso dei cittadini affinchè vengano distrutte, più di 450.000 armi sono state tolte dalla circolazione.
E i risultati positivi si sono già visti: una ricerca condotta dal Ministero della Salute ha dimostrato che per la prima volta da 13 anni c’è stato non un aumento ma una riduzione del numero delle persone uccise da armi da fuoco nel paese. Nel 2004, anno di inizio della campagna per il disarmo, il numero delle morti provocate da armi da fuoco è diminuito dell’8,4%.
La campagna per il sì al referendum è organizzata dal Frente Brasil Sem Armas (Fronte per un Brasile senza armi), composto dai parlamentari, da organizzazioni non governative, chiese, imprese, artisti, sindacati e movimenti sociali.
Per maggiori informazioni visitate il sito: www.referendosim.com.br

Di Giuliano Pontara

Il referendum sul commercio delle armi leggere e delle munizioni che si terrà in Brasile il 23 ottobre, il primo referendum nell’intera storia del paese, è un’iniziativa senza precedenti nel mondo, presa nel paese che, a stare ai dati forniti dai brasiliani stessi, conta il maggior numero di morti del mondo dovuto ad armi da fuoco in possesso e usate da cittadini privati contro cittadini privati (e anche contro se stessi): 180 al giorno (dato riguardante il 2003), con un tasso assai elevato di morti tra i giovani. In Brasile, ci dicono sempre i brasiliani, circolano circa diciotto milioni di armi leggere, di cui solo il 10% è in dotazione della polizia e dell’esercito, mentre il 90% è in mano di privati; negli ultimi anni sono state in media vendute ogni anno legalmente intorno a 50.000 armi leggere e relative munizioni, in gran parte prodotte in Brasile, dove l’arma con cui si uccide di più, un revolver calibro 38, è prodotto dalla società brasiliana Taurus.
Come era da aspettarsi, le potenti lobby delle società produttrici di armi da fuoco e dei mercanti di armi, che fanno soldi a non finire, hanno scatenato la loro propaganda, divulgando favole sulla necessità dei cittadini privati di essere armati al fine dell’autodifesa personale. Fatto sta che in vari paesi in cui la vendita di armi da fuoco ai cittadini privati è stata severamente regolata, il numero di omicidi perpetrati con armi da fuoco è fortemente calato: in Australia, per citare un solo esempio, nel giro di cinque anni è diminuito del 50%.
Va anche sfatato il mito, pure diffuso dalle lobby delle potenti società produttrici di armi, per cui una riconversione delle industrie degli armamenti non sia possibile: la questione è quantomeno controversa, come sta a dimostrare la gran copia di studi scientifici prodotti su tale problematica negli ultimi cinquant’anni.
Nessuna persona razionale si aspetta che una vittoria del “Sì” (“Sim”) in Brasile metta da un giorno all’altro fine alla catena di violenze dentro la società brasiliana, in cui la violenza più cospicua, del resto, è dovuta alle strutture economiche che condanno milioni di cittadini alla miseria più abietta e dentro la quale poi nascono anche le violenze dirette. Contro questa violenza strutturale occorrono ben altre misure.
Ma il referendum è importante, e non solo per la società brasiliana che attraverso di esso mette concretamente alla prova la sua vocazione democratica.
La vittoria del “sì” può contribuire a rafforzare i movimenti contro le multinazionali produttrici di armamenti e il commercio delle armi attivi in altri paesi dell’America latina, specie in Colombia devastata da quarant’anni di guerra civile, e negli Stati Uniti, che non solo è il paese con la maggior spesa militare e con l’esercito più armato del mondo, ma è anche il paese i cui cittadini privati sono i più armati del pianeta (secondo dati del National Institute of Justice, nel 1998 negli Stati Uniti il numero totale delle armi da fuoco in mano di cittadini privati assommava alla cifra di 192 milioni, il che significa in media un’arma per abitante).
Una vittoria del “sì” e l’abolizione del commercio delle armi dentro la società brasiliana costituirebbe anche un importante passo nella lotta contro il commercio internazionale delle armi e i paesi maggiormente responsabili della loro produzione in massa, a cominciare dagli Usa e non dimenticando che l’Italia è il secondo paese produttore di armi leggere al mondo, produce da più di mezzo secolo, e vende sempre meglio, il tipo di pistola con cui fu assassinato Gandhi: una Beretta.

Ascoltare e parlare per partecipare dal basso alle scelte della politica

L’esperienza del COS a Ferrara, nell’immediato dopoguerra

Intervista a Daniele Lugli
a cura di Elena Buccoliero

Da qualche anno a questa parte sono tanti i segnali di un bisogno di partecipazione, e da parte dei cittadini che vogliono intervenire sulle decisioni che li riguardano, e da parte delle istituzioni che si riconoscono inefficaci se perdono il confronto. Ci è sembrato interessante e fertile raccontare l’esperienza dei C.O.S., che di tutto questo sono in certo qual modo anticipatori.

Che cos’è il COS?
COS vuol dire Centri di Orientamento Sociale. È una creatura di Aldo Capitini, fondatore del Movimento Nonviolento, all’indomani della liberazione di Perugia, un’esperienza che prende l’avvio nel luglio del ’44 e si diffonde in tutta la provincia di Perugia e nell’Italia centrale.

Con quali presupposti nasce?
I COS sono libere assemblee dove tutti possono intervenire. Hanno come motto “Ascoltare e parlare, non l’uno senza l’altro”. Assemblee frequenti, inizialmente due alla settimana, si assestano su un incontro settimanale. I temi vanno dai problemi amministrativi e politici locali, nazionali e mondiali, ad ogni tema sociale, culturale, tecnico, religioso. L’eterogeneità, rilevata come un limite, è difesa da Capitini, secondo il quale è bene si parli di “patate e ideali”.

“Patate e ideali” sembra un buon motto anche per gli interessi della nonviolenza, sempre in bilico tra ideale – religioso, filosofico – e prassi sociale e politica. Eppure nel pensiero comune di nonviolenza si parla di fronte alla guerra. Che cosa c’entra con questo un’assemblea amministrativa?
Nei COS Capitini vede il luogo ideale per la crescita e l’approfondimento di pensiero e pratica della nonviolenza. Nella sua concezione la nonviolenza è prima di tutto “apertura all’esistenza, alla libertà, allo sviluppo del vivente”. La sua prima manifestazione è in questo stare assieme, aperti l’uno verso l’altro, curando nella libertà uno sviluppo comune. Nelle assemblee settimanali i cittadini chiamano gli amministratori, i tecnici, i responsabili ad esporre e rispondere del loro operato. Questo costruisce la competenza dei cittadini a conoscere, consigliare, decidere. È il rovescio della chiamata populista a “partecipare” a scelte già effettuate, a fare il tifo.
Per Capitini COS in ogni parrocchia, in ogni quartiere, in ogni fabbrica, in ogni aggregato dovevano sostituire le adunate oceaniche del fascismo e i grandiosi comizi dei partiti popolari nell’immediato dopoguerra. Ha molto a che fare dunque con la nonviolenza che è potere di tutti e di ciascuno.

Ferrara, la tua città, ha avuto un COS importante.
Molto importante. Quando Silvano Balboni torna dalla Svizzera nell’estate del ’45 prende contatti con Capitini e con Pio Baldelli, allora il più stretto collaboratore nelle iniziative dei COS, per importare l’esperienza a Ferrara. Prende l’avvio il 4 marzo del ’46, dopo una faticosa gestazione, il COS locale. La sua attività è molto varia e costante, non salta una settimana. La partecipazione è sempre sostenuta. I temi vanno dalle difficoltà del vivere quotidiano – il cattivo funzionamento delle ambulanze; il costo del mangime per i polli – ai temi della ricostruzione – la riapertura del Teatro Comunale, il piano regolatore – fino ad argomenti quali il divorzio e l’obiezione di coscienza, che dovranno attendere quasi un trentennio per essere affrontati a livello nazionale. È sempre il COS a promuovere ben dodici incontri consecutivi sul problema religioso, dal dicembre ’46 al marzo ’47, con una presenza media di 200 persone e 16 relatori.
Tanta attenzione per la religione non inganni, a Ferrara lo slogan “patate e ideali” trova piena applicazione. Uno dei primi temi affrontati, e peraltro non risolti, è: Perché elettricisti ed idraulici non vengono mai quando li chiami e costano troppo?

Come funzionava un incontro?
C’era un tavolo e un campanello. Nel frattempo fuori la gente si scannava, erano gli anni tra il ’46 e il ’48, tempi di scontri anche cruenti. Nel COS non c’è mai stato un problema di ordine pubblico, è sempre bastato il campanello.

C’erano delle regole?
I problemi all’ordine del giorno vengono definiti una volta per l’altra. La gente siede attorno ad un tavolo, oppure a semicerchio. L’animatore ha il campanello per regolare la discussione, mentre un segretario verbalizza e invia i resoconti ai giornali locali, che generalmente ne danno notizia, aprendo nuove possibilità di confronto.
La serata inizia con una esposizione sul tema, che spesso è affidata anticipatamente ad un partecipante o ad uno o più “esperti” invitati ad intervenire. Segue la discussione.
Il tema può dirsi esaurito dopo una o in più sedute, quando l’assemblea è soddisfatta. Del divorzio, ad esempio, a Ferrara si parla per tre settimane. Questo COS discute gli argomenti dell’Assemblea Costituente, mentre ne parla nazionalmente, e gli orientamenti espressi a livello locale su questioni di interesse generale come il divorzio o l’obiezione di coscienza vengono inviati alla Costituente, anticipando di anni gli orientamenti nazionali.

Una sala gremita di 200 persone è entusiasmante ed incredibile pensando alla normale frequenza delle iniziative che attualmente vengono promosse a livello cittadino. Quale legame vedi il COS e il bisogno attuale di partecipazione?
Il COS non aveva poteri che non derivassero dalla sua intrinseca autorevolezza, dalla competenza che riusciva ad esprimere. La sua diffusione ed approfondimento, che non si ebbero compiutamente per l’indifferenza quando non l’ostilità dei maggiori partiti, miravano proprio a garantire una partecipazione dal basso che evitasse la delega acritica o, peggio, l’appropriazione della politica da parte dei partiti, con gli esiti che Capitini aveva indicato chiaramente all’indomani della liberazione, e che abbiamo visto precipitare circa quant’anni dopo.
Anche ora la partecipazione alla quale ci si richiama è spesso puro maquillage di una politica che resta in mano a gruppi sempre più ristretti e fuori da ogni controllo.

C’è però un secondo tema, che è quello del desiderio di partecipare. Ai COS andavano in 200, un evento difficilmente ripetibile oggi in una piccola città.
È un momento che non va idealizzato. Il COS era la possibilità di una democrazia profonda che non è stata colta. Ogni tanto riaffiora questo spirito, lo abbiamo visto nelle assemblee diffuse che hanno caratterizzato ad esempio i momenti migliori del ’68, però accompagnato da ubriacature e sogni di onnipotenza dai quali invece il continuo richiamo della nonviolenza al rapporto fini-mezzi avrebbe dovuto tenere lontani.

Hai parlato di competenza nella partecipazione. In questo momento è difficile pensare a questioni che non siano complesse, e sulle quali si possa parlare a ragion veduta senza un approfondimento molto serio.
Nel COS era centrale il valore della discussione, e discutere vuol dire, secondo Capitini, “scuotere gli argomenti per saggiare la loro consistenza”. Il primo passo è l’incontro e l’ascolto reciproco, ed è formativo. Chi partecipa sa di essere ignorante, è lì proprio per acquisire una maggiore conoscenza. Questo processo conduce all’acquisizione di una maggiore competenza tecnica ed amministrativa che deve essere diffusa e aiuta a colmare la separazione tra tecnici, politici, decisori… e popolo.

Agenda 21, bilancio partecipato, Rete di Lilliput… In qualcuna di queste esperienze ritrovi qualcosa dello spirito originario dei COS?
Certamente ritrovo l’esigenza che è stata alla base dei COS: la consapevolezza dei limiti della democrazia cosiddetta rappresentativa nella quale viviamo. Mi pare che per tutte queste iniziative si ponga lo stesso problema di autorevolezza che si è posto per i COS, quanto cioè vi investano in concreto le forze che li promuovono affinché l’esperienza si radichi e i partecipanti la vivano come propria, necessaria ed importante.

È una sottolineatura interessante. Spesso sembra invece che l’autorevolezza derivi dallo spazio mediatico ottenuto. Ai tempi del COS la tv non c’era, forse questo era un vantaggio…
Attraverso la televisione passa un pressante invito al conformismo, all’accettazione dell’esistente, al riconoscimento di tutta la cosiddetta realtà così come è presentata. Poco è lo spazio residuo per lo spirito critico, che è l’anima e la finalità dell’esperienza dei COS. Oggi una “aggiunta” agli strumenti di formazione, conoscenza, partecipazione nello spirito dei COS dovrebbe fare i conti con questo ulteriore ostacolo.

L’associazione Amici di Aldo Capitini promuovono un COS in rete. Lo spazio virtuale può essere un luogo di discussione?
È una opportunità che non va trascurata, valutando bene anche qui la forza e le distorsioni che il mezzo comporta. Secondo Capitini l’essenza dei COS sta in questo: “due persone parlano ad alta voce di qualsiasi problema, e in modo aperto, cioè in modo che altri possano anch’essi intervenire e parlare”. I forum orientati alla ricerca delle migliori soluzioni ai problemi, e non al prevalere di una tesi precostituita su un’altra, sono certamente nello spirito dei COS.

Pensi che sarebbe possibile avviare un COS oggi? Sarebbe attuale, necessario…?
Trovo che nelle pratiche consiliari, assembleari, di organizzazioni politiche, sociali, culturali, vi siano elementi di COS ogni volta che si mira alla costruzione di una più larga conoscenza e consapevolezza dei problemi e non a estorcere con mille modi diversi il consenso necessario.

Parlare di discussione spontanea però sembra quasi troppo facile. Deve pur esserci una differenza tra il COS e il bar dove, ugualmente, ci si confronta.
Il COS non è un passatempo, è un impegno. Era per Capitini addirittura “strumento di tramutazione, di distacco dalla realtà vecchia… prefigurazione della comunità aperta, che non ripete se stessa, il proprio passato, la tradizione, le abitudini, ma si apre continuamente al nuovo”. È un fermento di mutamento e di apertura. Oggi il mondo cambia molto in fretta e le forze politiche sembrano confrontarsi su chi garantisca la miglior protezione rispetto al cambiamento piuttosto che l’impegno ad esserne protagonisti.

In un processo di questo tipo, ieri come oggi, quali potrebbero essere gli anticorpi necessari per ridurre i rischi di “degenerazione” che sempre esistono in tutte le formazioni sociali?
Il COS non è un’associazione, è un luogo di formazione e di crescita della democrazia, quindi si rinnova costantemente. È un luogo che non fa parte del potere ed esiste solo in quanto è partecipato, perché se l’assemblea non viene frequentata, il COS non è.
Nelle parole di Capitini il COS “non delibera: propone, sollecita, escogita, chiarisce”. La sua finalità è trovare ogni volta la soluzione migliore ai problemi che esamina ma non è nelle sue mani applicarla. Nei presupposti c’è che se tanta più gente conosce le cose, le cose andranno meglio.

Una palestra di democrazia, per dare potere ai cittadini

A cura di Luciano Capitini

Aldo Capitini fa parte di quel gruppo di giovani, che diventano antifascisti durante il periodo fascista, quando i personaggi politici e membri dei partiti storici sono all’estero o in carcere, o tenuti sotto strettissima sorveglianza.
Dopo il 1922 questi giovani elaborano un percorso d’opposizione al fascismo che non ricalca gli schemi precedenti, e che contiene pertanto elementi molto innovativi, ma anche, a volte, elementi di critica ai partiti pre/1922.
Poi, dopo la caduta del fascismo, ed il rientro in Italia di molti fuorusciti, ed il consistente aumento di coloro che si pongono in netta antitesi con Mussolini ed il suo sistema di potere, avviene un rimescolamento che fa superare a tutti le divisioni e le critiche, nella prospettiva di una più necessaria lotta al nazifascismo.
Questo ha contribuito a stemperare la radicalità delle posizioni che tuttavia esistevano ed ha impoverito il dibattito politico.
Un tipico esempio di ciò lo ritroviamo nella proposta di Aldo Capitini – non appena liberata Perugia da parte degli alleati, il 20 giugno del ’44 – di costituire i COS, che, in effetti, iniziano ad agire il 17 luglio.
Si tratta di assemblee locali, aperte a tutti, senza preclusione per nessuno e senza vincoli di appartenenza, in cui si intende discutere “della cosa pubblica”, sia per quanto riguarda argomenti concretissimi (patate, legna da ardere, ecc), che temi culturali.
In realtà è la realizzazione concreta di un complesso pensiero politico: quello relativo alla nonviolenza, ed il suo corollario politico l’omnicrazia o potere di tutti.
Il metodo è quello delle assemblee consultive, non deliberanti, che impongono i propri indirizzi solo in virtù della forza delle ragioni, del consenso, del rispetto verso tutti.
A Perugia, dopo il COS cittadino, nascono otto COS di quartiere, e ne sono fondati anche a:
Ferrara, Firenze, Arezzo, Ancona, Bologna, Ponte S.Giovanni, Ponte Valleceppi, Brufa, Assisi, Bastia Umbra, Foligno, Forgiano, Marciano, Agello, Todi, Magione, Nocera Umbra, Castelrigone, Gubbio, Città della Pieve, Prato, Foiano, Sansavino, S.Giovanni Valdarno, Cortona, Jesi, Castelferretti, Cellino Attanasio, Nervi, Napoli e 7 piccoli comuni in provincia di Teramo.
Questa modesta diffusione dei COS dipende anche dalle difficoltà logistiche: per il primo periodo vige il divieto di allontanarsi di più di 10 Km dalla propria residenza.
Per giudicare adeguatamente l’importanza di quell’esperienza, sia osservandola nel suo contesto temporale, ma anche con l’occhio di un nostro contemporaneo, vale la pena di riportare parte di un testo di Aldo Capitini che descrive i principi cui i COS si ispiravano:

L’esame dei problemi compiuto pubblicamente e con l’intervento di tutti.
Nessuna esclusione, alla porta della riunione, per un criterio di iscrizione ad un partito o gruppo, di istruzione, di censo, di età, di sesso, di razza, di nazionalità.
L’ordine e il funzionamento dell’assemblea stabilito da essa stessa, senza l’intervento di guardie o di autorità fornite di un potere superiore.
Il ripudio della violenza e dell’intolleranza nell’ambito del COS, dove la sola forza sta nella razionalità, competenza, persuasività del proprio discorso.
L’aperto contatto tra il pubblico e autorità a capo di enti ed uffici pubblici, che venendo al COS, facendo ivi relazioni e ascoltando critiche e suggerimenti, riconoscono fonte del loro potere il popolo, e stabiliscono la trasparenza delle amministrazioni pubbliche.
Il controllo sui funzionari inetti o disonesti mediante ricorsi alle autorità superiori.
La nomina di commissioni del COS per inchieste, riferendone i risultati alla riunione, e nomina dei rappresentanti del COS nelle varie commissioni pubbliche.
Il contributo alla stampa cittadina di un ricco materiale elaborato collettivamente, con il risultato di interessare i cittadini più vivamente alla cronaca e ai problemi del loro luogo.
Il vivo contatto tra gli intellettuali e il popolo, portando quelli il contributo della loro cultura, delle loro riflessioni e letture quotidiane, e questo la concretezza delle sue esigenze, la schiettezza del suo linguaggio.
Il superamento del tipo”conferenza”, nel principio del COS, dove ognuno, dopo che ha parlato, resta a ricevere critiche e domande di chiarimento.
Il superamento del tipo “comizio” chiassoso, vuoto, diseducatore, nella riunione dove circolarmente vengono discussi e ragionati i problemi, senza sottolineatura enfatica e grossolanamente polemica.
La formazione, nel principio del COS, di “ascoltare e parlare”, di una mentalità e di un animo che, nel presentare le proprie idee, intimamente fa posto a quelle degli altri, con il risultato di un pensare collettivo che tuttavia non toglie lo scambio, le differenze, l’opposizione.
L’accostamento degli ideali e dell’amministrazione, dei problemi più elevati e generali e dei problemi umili e quotidiani, del mercato, dell’igiene, del miglioramento del luogo dove si vive, con il risultato di superare sia l’orgoglio del colto che l’orgoglio del così detto pratico, mostrando che è “orientamento” sia il più alto ideale come la buona amministrazione della propria città o borgata e della propria casa.
Il grande posto dato alle donne …. (e difatti al COS è sempre venuto un gran numero di donne, malgrado le loro faccende domestiche).
La possibilità di raggiungere una certa obiettività (di contro alla tendenziosità della stampa) nel commento degli avvenimenti, a causa degli interventi di persone di diverse correnti.
La possibilità offerta ai capi di enti e uffici pubblici di mostrare alle richieste del popolo ciò che è possibile e ciò che è impossibile.
Il controllo del COS sulla misura delle tasse.
La possibilità di prendere, nell’ambito del COS, iniziative cooperative come, per esempio, acquisto di legna, formazione di una biblioteca circolante, istituzione di doposcuola, di concorsi tra i ragazzi con premi in libri ecc.
Segnalazione continua, nell’ambito del COS, delle persone più competenti e più premurose in modo da facilitare la scelta, per esempio dei consiglieri comunali al momento delle elezioni.
L’esistenza di un organo di ricorso per tutti quelli che, da ufficio a ufficio, non riescono a veder riconosciute le proprie ragioni.
L’essenza e la meta ideale di tutto questo è l’attivazione della periferia fino ai più remoti villaggi e angoli di terra, fino alle persone più anonime e illetterate e inascoltate; il decentramento del potere fino alla sostituzione, alla legge centralistica e coattiva, dell’autodeterminazione persuasa.

Questo testo è del 1948, e, superate alcune spigolosità tipiche di quel periodo, a tutti noi appare chiaro che Aldo Capitini aveva ben presente, ed aveva messo in pratica, un metodo di confronto che, a partire dalle esperienze più locali, era una palestra di democrazia, e di una democrazia che vedeva il cammino, davanti a sé, verso una democrazia aperta e ben più avanzata.
Solo moltissimi anni dopo abbiamo accolto con attenzione e soddisfazione le notizie che in una altra parte del mondo si attuano “bilanci partecipati”, coinvolgendo gli abitanti delle città , e così anche in Italia si è aperta una stagione di studio e sperimentazione sui “Nuovi Municipi”.
E’ chiaro a tutti noi che queste pratiche (bilanci, municipi) non possono essere fini a sé stessi, ma debbono portare a risolvere il problema del reale potere dei cittadini.
Anche su questo tema Aldo Capitini ha visto giusto, con un incredibile anticipo rispetto a noi, che abbiamo sempre l’impressione di arrancare sulle sue orme.

La nonviolenza nel passaggio alla società transculturale
Appunti per la trasformazione dei conflitti interculturali

di Pasquale Pugliese

Un tragico luglio

Ho scritto le righe che seguono nel luglio del 2005 segnato dai 56 morti degli attentati di Londra e dagli oltre 80 di Sharm El Sheikh (oltre alle centina di civili irakeni che nessuno ormai conteggia più), dall’evocazione (o sarebbe meglio dire l’invocazione?) sui media dello “scontro di civiltà” e dalla messa a punto, in un parlamento mai tanto bipartisan, del giro di vite repressivo ed espulsivo nei confronti degli immigrati (in specie clandestini), come misura di sicurezza. E dire che il mese si era aperto con il decennale dell’eccidio di Sebrenica, in cui la tragedia (7.000 musulmani bosniaci uccisi in 5 giorni dai serbi cristiani) si era svolta a ruoli invertiti…
Le ho scritte perché credo che sia un terribile errore lasciarsi chiudere nella spirale di paura e violenza che tanti cattivi maestri, da una parte e dall’altra, stanno irresponsabilmente alimentando, in un macabro gioco globale in cui guerra, terrorismo e repressione si alimentano a vicenda. Mi pare invece importante fermarsi a riflettere su un elemento decisivo, quanto trascurato: i quattro attentatori suicidi di Londra erano figli di pakistani immigrati in Inghilterra all’inizio degli anni `90, gente che ha lavorato sodo, ha fatto di tutto per integrarsi e si è costruita una famiglia e una posizione attraverso una vita dedicata al sacrificio per affermarsi socialmente. “Gli attentatori suicidi di Londra” come ha scritto a caldo Khaled Fouad Allam “sono l’espressione estrema di una generazione euro-musulmana che è “border line”, che non si riconosce né nella cultura dei genitori né in quella occidentale. Essendo priva di riferimenti, è alla ricerca di un’identità che rischia di essere offerta solo dai cattivi maestri del jihadismo»1. Ossia giovani invischiati nell’escalation di un personale conflitto interculturale che l’ideologia terrorista ha infine reso armi viventi.
Insieme all’impegno per il ritiro dall’Iraq delle truppe occupanti – le cui atrocità fanno parte dei video di propaganda dell’internazionale del terrore per il reclutamento dei nuovi martiri – capire che cosa accade quando persone appartenenti a culture differenti con-vivono sullo stesso territorio, quali sono i conflitti profondi (anche in senso personale e temporale) che si aprono e fare un investimento di idee e di risorse sulla loro mediazione e trasformazione nonviolenta, penso sia oggi il più importante passo politico e culturale verso la sicurezza di tutti.
Questi appunti vogliono essere un piccolo contributo.

Culture e conflitti

Se, come sostiene J. Galtung, gli stadi evolutivi nelle relazioni interculturali sono quattro – intolleranza, tolleranza o multiculturalismo passivo (società multiculturale), dialogo o multiculturalismo attivo (società interculturale), transculturalismo (società transculturale)2 – il passaggio dall’uno all’altro non è lineare né indolore.
La società italiana negli ultimi quindici-venti anni sta attraversando un’accelerazione di complessità dovuta al crescente ingresso di popolazione immigrata, proveniente dai diversi meridioni ed orienti del mondo, e l’incontro con persone portatrici di culture altre ha visto diverse velocità nel passaggio da uno stadio all’altro delle relazioni reciproche: in alcuni contesti e situazioni sembra di essere fermi allo stadio dell’intolleranza, in altri si aprono spazi di dialogo che anticipano la società inter e trans-culturale. Poiché le dinamiche globali del sistema-mondo lasciano prevedere una crescita costante delle presenza di cittadini stranieri sul territorio italiano, dobbiamo prefigurarci – nonostante le miope legislazione nazionale e le rozze politiche pseudosecuritarie che incentivano la xenofobia – una società che diventerà nel futuro prossimo progressivamente trans-culturale, ossia trasformata culturalmente dagli innesti apportati dalle differenti culture che sempre più abiteranno i “nostri” luoghi.
L’incontro tra le differenze è naturalmente generatore di conflitti, anzi – come dice bene Giuseppe Bugio – “incontriamo un conflitto ogni volta che incontriamo una differenza. Conflitto è un altro nome della differenza”3. E poiché la cultura, come ci ricorda ancora Galtung rappresenta il profondo, “il subcosciente collettivo di significati condivisi: le norme che non passano per il cervello che abbiamo in testa, ma si ancorano piuttosto al cervello che abbiamo nello stomaco”4, è facile prevedere un inasprimento dei conflitti interculturali che, se lasciati a se stessi, non governati – né mediati né trasformati – possono innescare processi incontrollabili di escalation. Si tratta allora di non nascondere o sottovalutare o demonizzare i conflitti interculturali, ma di attrezzarsi per affrontarli e trasformarli affinché da potenziale terreno di scontro diventino feconda occasione di incontro.
A questo scopo le culture e le pratiche della nonviolenza mi sembra siano dotate di strumenti concettuali e metodologici adeguati, sia perché ormai affinati sui molteplici fronti dei conflitti (diretti, strutturali e, appunto, culturali), sia perché molte delle più significative esperienze di nonviolenza del secolo scorso si sono confrontate proprio con queste questioni. Gandhi ha elaborato il nucleo fondamentale del satyagraha in Sudafrica attraverso il confronto con il segregazionismo e poi, una volta in India, si è misurato ed è stato infine sopraffatto dal conflitto tra islamici ed induisti e M.L.King ha fatto della lotta contro le leggi segregazioniste negli USA lo scopo di una vita, solo per citare i casi più noti e paradigmatici. Da noi, Alex Langer, è stata la voce che più di altri si è levata come monito a porre attenzione alle questioni interculturali, anche in relazione all’esplosione della guerra nei Balcani: “esplosioni di razzismo, sciovinismo, razzismo, fanatismo religioso, ecc. sono tra i fattori più dirompenti della convivenza civile che si conoscano (più delle tensioni sociali, ecologiche o economiche), ed implicano praticamente tutte le dimensioni della vita collettiva: la cultura, l’economia, la vita quotidiana, i pregiudizi, le abitudini, oltre che la politica o la religione. Occorre quindi una grande capacità di affrontare e dissolvere la conflittualità etnica”5.
Perciò è utile provare a mettere insieme qualche elemento che ci aiuti a tracciare dei segni nonviolenti di orientamento sul terreno dei conflitti interculturali, senza alcuna pretesa di organicità.

Le arene dei conflitti interculturali

I conflitti interculturali, proprio perché rimandano alla dimensione più profonda delle relazioni umane, hanno la caratteristica di potersi sviluppare sui diversi piani della scala quantitativa e dell’intensità qualitativa. Usando la griglia elaborata da Arielli e Scotto6, possiamo esemplificare alcune arene dei conflitti interculturali che ci danno il senso di quanto sia ampio lo spettro delle situazioni che possono rientrare in questa definizione:

Conflitti intra-unità
Conflitti inter-unità
Persona
(micro)
Senso di spaesamento e separatezza tra la cultura di riferimento familiare e quella di accoglienza che vivono, soprattutto, i bambini e gli adolescenti di famiglie immigrate
Forme di pregiudizio e atteggiamenti di discriminazione che attraversano molte relazioni inter-individuali nei diversi ambiti della vita sociale
Gruppo
(meso)
Diffidenza all’interno di alcune comunità rispetto ai membri del gruppo maggiormente integrati (o assimilati) alla cultura ospitante
Tensioni tra comunità culturali differenti che abitano lo stesso territorio (es. scontri tra bande giovanili composte per nazionalità di riferimento)
Società/stati (macro)
Rivendicazioni civili politiche e sociali da parte delle minoranze religiose, culturali e nazionali presenti sul territorio dello Stato
Guerre e terrorismo internazionale interpretate come
Scontro di civiltà (Samuel Huntington), ossia la “profezia che si autoavvera”
(come evidenziano efficacemente Arielli e Scotto, “gli interventi statunitensi e occidentali nel Medio Oriente vengono sempre più percepiti nei termini dello “scontro tra civiltà”, e testi come quelli di Huntington non si limitano a “chiarire” il fenomeno, ma contribuiscono in parte a “produrlo”, perché incentivano una cultura dello scontro”7)

Apparentemente distinte, le diverse – realistiche – rappresentazioni proposte hanno un filo che le lega. Per esempio, credo che sarebbe molto interessante ricostruire la storia del processo di dis-integrazione degli attentatori suicidi nella metropolitana di Londra, cittadini britannici a tutti gli effetti. Che esito hanno avuto i diversi conflitti interculturali che hanno attraversato le loro storie di vita personali?

Comunicazione e cornici culturali

“Non si può non comunicare” afferma il primo assioma di Watzlawick in Pragmatica della comunicazione umana8. Ossia anche quando la nostra bocca tace il nostro corpo parla, attraverso la postura, l’espressione del viso, la vicinanza, la gesticolazione ecc… Nel continuo flusso comunicativo coesistono, infatti, due livelli di espressione, quello esplicito del contenuto detto e quello implicito, simbolico, sulla relazione tra i comunicanti che fornisce le informazioni su come interpretare il contenuto. E’ questa la meta-comunicazione, la cui interpretazione corretta è la condizione indispensabile per lo svolgimento di qualsiasi comunicazione efficace. Al di là delle diversità di codici linguistici è infatti proprio la diversità dei codici simbolici che differenzia sostanzialmente la comunicazione intra-culturale da quella inter-culturale. Come spiega Graziella Favaro, “nella prima ciò che tutti diamo per scontato in quanto membri di uno stesso contesto culturale ci aiuta a comprenderci l’un l’altro; nel secondo caso ciò che diamo per scontato può ostacolare o rendere più difficile la comunicazione reciproca”9. Infatti, ciascuno dei comunicanti di differente cultura utilizza competenze comunicative diverse, efficaci e pertinenti nei propri contesti di riferimento, ma probabilmente inefficaci – inopportuni o disorientanti o addirittura controproducenti – in altri contesti. E ciò è spesso causa di piccoli e grandi “incidenti interculturali” che possono dare luogo all’avvio di conflitti su tutte le arene.
“A Trinidad, dopo aver inutilmente tentato di chiamare gli indigeni presso la nave mostrando degli oggetti, Cristoforo Colombo cerca di attirarli improvvisando una “fiesta”. Così scrive nel diario: – Feci salire sul castello di poppa un tamburino che suonava e alcuni ragazzi che ballavano, pensando che si sarebbero avvicinati a vedere la festa. La risposta degli indigeni non si fa attendere: – Appena ebbero sentito suonare e visto ballare, lasciarono i remi e posero mano agli archi e li incoccarono e ciascuno di essi imbracciò il suo scudo e incominciarono a tirarci frecce”10
Lo stesso evento è letto e interpretato attraverso le diverse “cornici culturali” di cui ciascuno è parte, perché assorbite fin da bambino all’interno della propria comunità: la danza è segno di festa all’interno di una cornice e dichiarazione di guerra nell’altra. Le cornici sono perciò le “premesse implicite” attraverso le quali diamo senso, operiamo nel mondo e ci relazioniamo con gli altri, dandole per scontate. Al loro interno vi sono diversi piani di profondità decrescente in cui ciascuno illumina e indirizza l’altro:
a)il piano ontologico dei valori
b)il piano delle rappresentazioni e delle norme
c)il piano dei comportamenti e delle pratiche culturali11
Ma nelle relazioni interculturali fermarsi al comportamento agito c), decodificandolo reciprocamente secondo i propri piani a) e b) significa condannarsi all’incomunicabilità e poi all’ostilità.

Shock culturali ed empatia

Come per altre tipologie di conflitti, anche in quelli interculturali – sia che ci troviamo coinvolti direttamente sia che operiamo come terze parti (perché insegnanti, educatori, operatori sociali o operatori di pace…) – per lavorare alla loro trasformazione costruttiva, è necessario tenere presenti i tre elementi necessari della trasformazione dei conflitti: empatia, creatività e nonviolenza.12
Nel caso degli incidenti interculturali – eventi critici definiti anche shock culturali – particolarmente importante, e anzi indispensabile punto di partenza, è l’empatia, non solo come elemento caratterizzante la “personalità nonviolenta”13, ma soprattutto come, diciamo così, approccio epistemologico alla relazione: ossia disposizione a mettersi dal punto di vista dell’altro, a provare a guardare le cose dalla sua angolazione culturale.
Avere un approccio empatico all’altro, al differente da noi, ci consente infatti di avviare un processo di apertura e ampliamento della conoscenza che si sviluppa attraverso3 tappe:

1.prendere coscienza dalle nostre cornici
Le coordinate culturali nelle quali siamo immersi fin dalla nascita (e che condizionano e influenzano i comportamenti e le pratiche) ci appaiono come naturali fino a quando non veniamo a contatto (o in conflitto) con altre coordinate e cominciamo a capire che, queste come quelle, sono un prodotto complesso di elaborazione storica. Sono una cornice che dà senso agli avvenimenti del mondo, analogamente a quanto fanno le cornici di cui sono portatori gli altri.
Perciò l’incontro con il differente da noi ci consente di conoscere meglio noi stessi

2.avviare il decentramento cognitivo
A questo punto comincia il superamento dell’egocentrismo – che Piaget indica come fase transitoria del bambino piccolo, che è in grado per esempio di comprendere chi è straniero per lui ma non che anche lui è straniero ad altri, e che invece sul piano culturale si prolunga, a volte, per tutta la vita e può diventare ideologia (etnocentrismo) – e si dà l’avvio al decentramento cognitivo. Ossia alla capacità di leggere gli eventi anche a partire da codici culturali differenti dai nostri, “uscendo” in qualche modo dalla nostra cornice.
Perciò l’incontro con il differente da noi aiuta ad aumentare il proprio campo visivo

3.operare per “doppie visioni”
Infine siamo pronti, all’interno di un incidente culturale piccolo o grande che sia, ad operare non per semplice azione-reazione ( aut-aut) ma per doppie visioni (et-et), cercando di dare all’evento critico diverse interpretazioni, senza giudizio di valore, per comprenderne le ragioni a partire dalle differenti cornici di riferimento
Due litiganti vengono portati davanti ad un giudice conosciuto da tutti per la grande saggezza. Il giudice, dopo aver ascoltato il primo litigante, commenta: “Hai ragione”. Poi, sentito anche il secondo, anche a lui dichiara: “Hai ragione”. Si alza uno dal pubblico che esclama:” Ma Eccellenza, non possono aver ragione entrambi”. Il giudice ci pensa su un attimo e poi, serafico: “Hai ragione anche tu”
A commento di questa storiella Marianella Sclavi scrive: “il senso comune e la logica classica ci dicono che se tutti hanno ragione non si è più in grado di decidere niente, si rimane bloccati. Questo è vero quando operiamo in “sistemi semplici” entro i quali prevalgono le stesse premesse implicite. Invece nel dialogo interculturale e più in generale nella gestione creativa dei conflitti l’assumere che tutti hanno ragione è la condizione per fare dei passi avanti”14
Perciò l’incontro con il differente da noi è un’indispensabile tappa verso la ricerca della verità

Stereotipo, pregiudizio, discriminazione

Un ostacolo che può bloccare il processo di empatia cognitiva, impedendo così di operare efficacemente alla trasformazione dei conflitti interculturali con creatività e nonviolenza, è il processo che dalla “categorizzazione” porta allo stereotipo e poi al pregiudizio e alla discriminazione.
Vediamo velocemente di che si tratta.
I manuali di psicologia sociale spiegano che classificare alcune persone come “stranieri” è parte di quel processo di categorizzazione cognitiva in base al quale gli individui ordinano e semplificano l’insieme dei dati che proviene dal mondo esterno, al fine di dare senso alla multiforme realtà e poter agire al suo interno. Parte integrante di questo processo sono i meccanismi di “semplificazione” e “distorsione percettiva”: vengono enfatizzati i dati che consentono di inserire un elemento in una determinata categoria (mentre sono depotenziati quelli che porrebbero difficoltà d’inserimento) in modo da realizzare per ciascun dato della realtà il “miglior adattamento” possibile. Per l’inserimento nella categoria “straniero”, per esempio, si enfatizza – tra le altre cose – la non conoscenza della lingua italiana, minimizzando le differenti competenze linguistiche di ogni singolo “straniero”. Naturalmente la costruzione delle categorie non è neutra ma avviene all’interno del processo di apprendimento sociale delle cornici culturali, per cui siamo portati a leggere il mondo attraverso le categorie proprie della nostra cultura di riferimento.
Quando ad una categoria sociale si attribuiscono poi determinate caratteristiche – a partire dalla conoscenza diretta o indiretta di qualche membro di essa che è portatore di quella caratteristica, estendendola quindi a tutti i membri della categoria e infine a ciascuno di essi – si schematizza e cristallizza una realtà in movimento, creando lo stereotipo. E’ questa una forma di scorciatoia cognitiva, la generalizzazione, che ci induce a considerare ciascuno non in quanto persona singola ma solo come membro del gruppo di appartenenza.
Si parla poi di pregiudizio quando allo stereotipo si aggiungono giudizi di valore accompagnati da emozioni, che rimangono inalterati anche di fronte a nuovi elementi di conoscenza. Come spiega Aluisi Tosolini: “se riteniamo, pregiudizialmente, che ad un dato gruppo di persone ben si attaglia l’etichetta di “ladri” (per esempio i rom), ben difficilmente cambieremo opinione di fronte a persone che in tutta evidenza si comportano in modo difforme dal nostro pregiudizio. E se proprio non riusciamo a reggere la dissonanza cognitiva generata da un comportamento impensato (per esempio un ragazzo rom che ci insegue per restituirci il portafoglio perso o la borsa dimenticata) possiamo fare ricorso alla logica dell’eccezione. Che, al solito, conferma la regola”.15
Quando dallo stereotipo e dal pregiudizio si passa all’azione conseguente ecco che entriamo nel campo della discriminazione vera e propria, individuale, e/o sociale e/o politica. E gli esempi nella storia e nella cronaca non mancano. 16

Nonviolenza e mediazione culturale

Nel contesto italiano attuale non siamo ancora giunti a forme di discriminazione propriamente detta, almeno diffusa in dimensioni socialmente significative, perciò l’intervento nonviolento nei conflitti interculturali può ancora essere considerato di carattere preventivo.
Se infatti utilizziamo come strumento di analisi il triangolo dei conflitti di Galtung17,

B comportamento

————————— linea della latenza

A atteggiamento C contraddizione

vediamo che i tre elementi che compongono tutti i conflitti (diversamente combinati a seconda che si tratti di conflitti semplici o complessi, con due o più attori ecc.), sono A l’atteggiamento, ossia la disposizione e i presupposti anche individuali, C la contraddizione, ossia il contenuto, il problema, e B il comportamento (in inglese behavior) l’azione messa in pratica. Gli elementi A e C sono latenti, ossia spesso non emergono con evidenza, mentre l’elemento B è manifesto.
In questa delicata fase di trasformazione sociale e culturale del nostro paese, i conflitti interculturali sono caratterizzati da una forte presenza dei due elementi conflittuali latenti: gli atteggiamenti, per esempio sui piani della categorizzazione, dello stereotipo e del pregiudizio, e le contraddizioni, rappresentate dai molti incidenti/shock culturali. Sono dunque presenti, in maniera crescente, entrambi i presupposti di base necessari per far compiere ai conflitti il balzo – più spesso di quanto ancora non avvenga – dal piano della latenza a quello del comportamento, che potrebbe manifestarsi anche in forme di discriminazione e violenza. Se a queste condizioni infatti aggiungiamo il martellamento sempre più assordante sul pericolo islamico che svolgono parte degli intellettuali, della stampa e del mondo politico e specularmente la propaganda jihadista che si diffonde anche in alcune moschee italiane, che armano gli animi di sentimenti xenofobi e guerrafondai da un lato e violenti e fondamentalisti dall’altro, è evidente che lo scenario della diffusione di comportamenti violenti sulle diverse scale – dalla discriminazione sui banchi di scuola, al razzismo culturale, al terrorismo suicida – può farsi sempre più concreto, anche in Italia. La partecipazione italiana alla guerra e le organizzazioni terroriste internazionali buttano intanto benzina sul fuoco…
Per questo è importante intervenire con la nonviolenza prima che ciò accada e bisogna, come direbbe Danilo Dolci, fare presto(e bene).
In questo senso un’esperienza che, a mio parere, andrebbe fortemente ri-lanciata, ri-motivata e sostenuta è quella dei mediatori culturali. Attualmente si tratta di una incerta categoria professionale, poco numerosa, con una formazione insufficiente e spesso usata dai servizi sociali, educativi e sanitari come mera riserva di interpreti e traduttori. E invece l’investimento politico e sociale sulla mediazione per la trasformazione dei conflitti interculturali è un terreno d’intervento cruciale, al fine di rendere meno traumatico, per quanto possibile, l’inevitabile passaggio alla società trans-culturale. Consentendo di operare inoltre sul serio in funzione della sicurezza di tutti, che è data non dalle severe leggi repressive ma dalle buone pratiche relazionali.
Si tratta di formare molti più mediatori proprio tra i giovani delle diverse comunità culturali e nazionali presenti nelle nostre città e nei loro percorsi di studio bisognerebbe inserire specificamente la nonviolenza, come filosofia e metodo di lettura e trasformazione dei conflitti. Si tratterebbe di farne quei “costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera, veri e propri “traditori della compattezza etnica” che però non si devono mai trasformare in transfughi”, secondo il profilo “professionale” che tracciava Alex Langer18. In questa direzione qualcosa si comincia a muovere a livello di master universitario19, ma è insufficiente. Ciò di cui c’è bisogno è una moltiplicazione delle persone e dei luoghi capaci di sostenere la mediazione interculturale nel basso; capaci di costruire ponti, tessere reti e ricostruire relazioni interrotte tra le persone e le comunità negli interstizi sensibili dei molti territori locali segnati dai conflitti, dentro le nostre città e i nostri quartieri.
Insomma l’ aggiunta nonviolenta alla prevenzione e mediazione dei conflitti interculturali, nei livelli micro e meso-sociale, si prospetta come un contributo ideale e metodologico alla costituzione di un corpo civile interculturale di mediatori esperti in trasformazione nonviolenta dei conflitti.

Piano ontologico e dei valori
Appartenenza religiosa
Concezione della vita/della morte
miti di fondazione
sfera pubblica/privata
autorità/libertà individuale
solidarietà
tabù e pudore
concezione della natura

Piano delle rappresentazioni e delle norme
modalità di apprendimento e di comunicazione
rapporto tra oralità e scrittura
diritti e doveri degli individui: leggi codificate e tradizioni
concezione del tempo, spazio, corpo
rappresentazione di malattia e salute
concezione della famiglia
relazioni interpersonali: uomo e donna, anziani e giovani, genitori e figli
concezione del lavoro, dei beni e del denaro

Piano dei comportamenti e delle pratiche culturali
Messaggi verbali
Messaggi non verbali
Linguaggio del corpo
modalità di occupare lo spazio
modalità di gestire il tempo
modalità di stabilire relazioni interpersonali; saluto, contatto, distanza …
elaborazione di progetti individuali
strategie di apprendimento
cibo, abbigliamento, segni esteriori….

1 da Graziella Favaro Manuela Fumagalli Capirsi diversi. Idee e pratiche di mediazione interculturale, Carocci, Roma 2004

2 Da Analisis y resolucion de conflictos interculturales Assoc. Amani. Ed. Popular. Madrid 1995, in italiano in Io non vinco tu non perdi UNICEF, Roma 2004

LE 10 CARATTERISTICHE DELLA PERSONALITA’ NONVIOLENTA

Il coraggio

Di Lidia Menapace

A lungo nell’anatomia animistica che gli antichi ci hanno tramandato ci si è chiesto dove avessero sede varie facoltà, competenze, sentimenti. A cominciare dalla vita, simboleggiata nel fiato, vento, anemos, animus, respiro, spiritus. Per i Greci il fegato era la sede dell’ardimento (del resto ancora diciamo: che fegato!), lo era anche per i Romani, che tuttavia legavano il coraggio piuttosto all’essere maschio: virtus è la stessa cosa che virilità, una qualità tipica dell’uomo, perciò quel tipo di coraggio che serve nella guerra, virtus significa valore militare e nel cristianesimo è il risultato della guerra simbolica contro il male, lotta che fa diventare “virtuosi”.
Meravigliava nei primi secoli l’ardimento e il sacrificio anche delle donne che testimoniavano la loro fede durante le persecuzioni come martiri e spesso nei martirologi si legge che andavano oltre la debolezza tipica del loro genere e raggiungevano il massimo ardire, valore ecc. “Vir facta sum” dice di sè una martire.
Il termine coraggio è più recente, è di origine cavalleresca francese medioevale. Coraggio è dunque avere cuore. Nel cuore sono quelle stesse qualità che i Greci collocavano nel fegato e i romani nell’uomo, temperate tuttavia dal fatto che la cultura trobadorica aveva espressioni meno corrusche e violente, era più ricca di sentimenti dolci: di conseguenza con “coraggio” da allora non si indica solo una qualità adatta allo scontro militare. Poichè tuttavia resta sempre molto presente la scena, il set del duello, si comincia a indicare col termine “coraggio civile” un’altra forma di ardire, che non è -per l’appunto- militare.
Ecco dunque sciorinata un po’ di storia, che ci aiuta a capire quali caratteristiche evoca nel profondo di noi la parola coraggio: sempre una qualità un po’ rude, brusca, forte, pesante, un sentimento duro, una esperienza limite.
Sicchè l’immaginario popolare lega il coraggio agli strumenti della violenza, all’addestramento allo scontro, alla capacità di lotta, alla forza nell’affrontare situazioni cariche di rischio, e nega tali qualità a chi fa professione di nonviolenza. Un che di femmineo, nel senso deteriore del termine, resta legato a tale scelta, come se chi si dichiara nonviolento non avesse coraggio. Dunque è molto importante riflettere se il coraggio, l’avere cuore e non lasciarlo cadere nelle situazioni difficili sia incompatibile con la nonviolenza .
Ma prima di affrontare il tema nonviolenza-coraggio civile vorrei accennare a un argomento che mi inquieta da un po’: capitano guerre, terrorismo, eventi calamitosi, delitti efferati, le persone temono per la loro sicurezza e chi ha il potere continua a prendere decisioni per “dare sicurezza”: espulsioni , invii di armati, deterrenti sociali vari: siamo circondati di rassicurazioni e la nostra paura cresce , è un sentimento diffuso incerto angoscioso. Delitti tremendi (madri che uccidono figli, spesso dichiarando di sentirsi incapaci di gestirli), innamorati assassini, uxoricidi, pirati della strada, incendi di case abitate da poveri immigrati, naufragi, disastri aerei, luoghi di detenzione per persone che non hanno commesso reati (siano prigionieri di guerra, siano clandestini della migrazione), uso della tortura. E su tutto continua a risuonare la voce ardimentosa dei “capi” che vantano la loro durezza, che non prendono in considerazione la resa, continuano nelle violenze. “Vinceremo!” grido insensato che risuona beffardo e ridicolo alla memoria di molti tra noi.
E’ coraggio? a me sembra piuttosto ybris, la parola greca con la quale gli antichi indicavano una forma di coraggio che sfida la ragione, ama il rischio, vuole la supremazia. Molti miti ce ne parlano: Adamo ed Eva sfidano la conoscenza e vengono cacciati dall’Eden, Prometeo vuole il possesso del fuoco e Giove lo condanna ad avere il fegato perennemente mangiato dall’aquila, incatenato su una rupe, Giobbe subisce una immotivata persecuzione divina. Il mito è pieno di personaggi che non accettano limiti o non accettano ingiustizie e persino quando -come Giobbe- non replicano vendicandosi, il loro coraggio è tale che come capita anche nel teatro tragico greco la tenace resistenza, la pazienza proverbiale del personaggio che soccombe, è più forte della prepotenza di chi vince. Con ybris i greci indicavano un sentimento di superiorità attribuito a chi lancia tali sfide: la radice della parola si ritrova in ueber, over, sopra, iper: insomma in tutte le lingue indogermaniche il prefisso che regge la parola ybris indica superiorità, sopraffazione, sovranità . E suscita la vendetta del potere supremo.
Si tratta di una primitiva idea di giustizia come vendetta e ripristino dell’equilibrio etico attraverso la pena. Ma comunque indica un coraggio che non accetta limiti e provoca una risposta tremenda. Quando Bush ha detto: “Il nostro standard di vita non tollera riduzioni”, ha pronunciato una frase carica di ybris e la sprezzante e tremenda risposta di Katrina davvero sembra presa dal mito greco o dal racconto evangelico delle vergini stolte. Si capisce da qui che non è coraggio quello che non include coscienza del limite, misura della risarcibilità, ripristino dell’equilibrio violato.
A me pare che oggi sia di ragione avere coraggio calcolato, non considerare umano lo sprezzo del pericolo, il disprezzo della vita, il calpestamento della natura, il misconoscimento dei diritti. Tutte funeste espressioni di temerità ybris demenza irrazionalità, cui non riconosco titolo di coraggio, che invece sta nell’ affrontare insieme i rischi inevitabili e nel ridurli, nell’intervenire con mezzi non distruttivi, nel rispettare i diritti di tutti e tutte, anche quando essi non vengono riconosciuti. Il coraggio civile che accompagna la nostra vita quotidiana affronta spesso rischi difficoltà malattie morte miseria dolore solitudine: lì essere senza coraggio non si può: bisogna pur sovvenire chi ha bisogno, sostenere chi è sconfortato, aiutare chi è in difficoltà, impegnarsi per il rispetto dei diritti, amare più la giustizia che la beneficenza.
Resta una qualità un po’ severa, forse: ma ci si può anche sempre ridere sopra, farci pratica di understatement, ridurne gli aspetti truci, raccontare quanta paura si è dovuta vincere per avere coraggio. Il coraggio non è infatti assenza di paura, ma capacità di governarla.
Racconto sempre di una notte dell’inverno 1944, quando portavo un messaggio a formazioni partigiane sulle rive del Lago Maggiore e imboccando, senza documenti durante il coprifuoco, una salita in una gelida stagione innevata (tutto il contorno dell’horror c’è) mi bloccai, perchè da una svolta vidi spuntare la canna di un fucile -immobile- e a mia volta restai ferma, poi mi rimisi in moto facendo con gli scarponi il massimo rumore possibile per far venir fuori chi imbracciava l’arma e rifilargli la “scusa” che faceva parte della mia copertura, se era un repubblichino o un nazi, o riferire il messaggio, se era il mio contatto. Ma niente succedeva e ancora mi vengono i brividi dalla paura e mi ricordo passi sempre più lenti e timorosi finchè la vicinanza mi rivelò che la famosa canna di fucile era la stanga di un carretto che sporgeva dalla svolta e la risata liberatoria fu il segno che avevo finalmente coraggio.

Il successo dei campi estivi nonviolenti

Educarsi alla pace
Dal 31 luglio al 7 agosto si è svolto a San Mauro La Bruca, nel parco nazionale del Cilento in provincia di Salerno, il campo organizzato dal Movimento Nonviolento intitolato “Educarsi alla pace”, riservato ai giovani dai tredici ai diciotto anni e alle loro famiglie.
I partecipanti sono stati dodici, di cui nove ragazzi e tre adulti.
Relatore è stato Gianni D’Elia, che ha proposto un percorso articolato in tre momenti: il passato (ricostruire nostri momenti in cui abbiamo vissuto spazi di pace), il futuro (immaginiamo un mondo fra trent’anni senza violenza); il presente (come costruire oggi la pace?).
L’ospitante Beppe Amorelli ha dimostrato grande disponibilità nel mettere a disposizione la sua casa, che per la posizione e per la struttura ben si presta per ospitare altri campi e anche per essere una struttura fissa del Movimento Nonviolento. L’ubicazione decentrata al sud può creare problemi logistici, ma è al tempo stesso una possibilità per non limitare il nostro raggio d’azione alle regioni centro settentrionali. Amorelli ha espresso già nel passato la sua disponibilità a mettere la sua casa a disposizione del Movimento Nonviolento e quindi ora tocca a noi cogliere questa sua offerta e farla fruttare.
Gli ospiti del campo hanno dimostrato grande partecipazione in tutte le attività, nei lavori, nelle relazioni interpersonali e nei momenti di divertimento. Non si è verificato alcun problema di nessun genere. Si è creata una particolare atmosfera di unione fra tutti, facilitata dalla giovane età dei partecipanti, e ciò ha aiutato lo svolgersi al meglio del campo.
La presenza di famiglie non ha creato problemi. E’ tuttavia questo un elemento di cui tener conto per eventuali futuri campi simili. Infatti la presenza dei genitori potrebbe da un lato inibire la possibilità espressiva dei ragazzi e dall’altro creare un conflitto di ruoli. Ad esempio, se un giovane dovesse comportarsi in maniera scorretta, chi dovrebbe intervenire? Il suo genitore o il coordinatore? Il rischio è che, se ognuno dei due ruoli delegasse all’altro l’intervento, il comportamento negativo potrebbe non essere stigmatizzato. O, al contrario, che uno dei due ruoli si sentisse scavalcato ed esautorato dall’intervento dell’altro. Il mio parere è che tale problema può essere risolto valutando il tipo di mancanza su cui intervenire. Se relativa alla sfera personale (ad esempio un gesto di maleducazione) può essere il genitore a riprendere il figlio; se relativa invece alla conduzione del campo è compito del coordinatore intervenire. Ripeto che nel mio campo tali problematiche non si sono presentate, ma in vista di futuri campi analoghi sarebbe opportuno prevenire il sorgere di conflitti di tale tipo per evitare problemi durante la conduzione del campo.
Prima dell’inizio del campo ero preoccupato, in quanto è la prima volta in assoluto che un campo viene organizzato per ragazzi minorenni e dunque, non avendo esperienze pregresse, poteva risolversi il tutto anche in un amaro fallimento.
Ora che il campo si è svolto, la mia personale soddisfazione è massima.
Ritengo che sia opportuno che il Movimento Nonviolento si occupi maggiormente dei giovani adolescenti, in quanto essi saranno la prossima generazione e quindi è nostro dovere imprescindibile presentar loro l’alternativa nonviolenta. Inoltre potremmo rivolgere maggiormente la nostra attenzione ai ragazzi fra i tredici e i diciannove anni con varie iniziative: una rubrica a loro dedicata su “Azione nonviolenta” e promuovere sezioni giovanili in occasione di marce e incontri. La loro istintiva capacità di coesione e di divertimento sarebbe un elemento di cementificazione in vista dello scoprire e poi del vivere l’ideale della nonviolenza.

Sergio Albesano

Il potere dei senza potere

Resistere oggi significa abbracciare stili di vita basati sulla cooperazione e sulla fiducia, anziché sull’individualismo imperante: coltivare le relazioni, le comunità, l’accoglienza, mettersi nelle mani dell’altro, creare legami che rendano visibile nella quotidianità il dato di fatto: siamo tutti dipendenti gli uni dagli altri.
Resistere significa restare vigili, perché le grandi ingiustizie che hanno segnato e segnano la storia sono nate dalle piccole ingiustizie che l’anestetizzazione delle coscienze troppo spesso fa tollerare o nemmeno riconoscere: il primo passo è non esimersi dal manifestare il proprio dissenso, nel “micro” come nel “macro”.
Resistere significa essere nonviolenti laddove la violenza ci viene costantemente proposta come modello; tendere alla coerenza e boicottare le aziende collegate a sistemi di sfruttamento, sostenendo invece con i propri soldi e le proprie energie le realtà che lavorano per la nonviolenza.

Questi sono solo alcuni dei frutti della settimana di campo “Il potere dei senza potere” che abbiamo condiviso dal 7 al 14 agosto, ospiti dell’accogliente Comunità di Mambre, a San Martino di Busca (CN), o forse dovremmo dire dei semi, perché di frutti potremo parlare solo quando vedremo se la nostra vita sarà cambiata almeno un poco.
“Sessant’anni fa, la Resistenza si concludeva con la fine della guerra. Uomini e donne liberi, ma privi di potere, decisero di lottare rischiando la vita contro il totalitarismo fascista e nazista. Molti di loro imbracciarono le armi e presero la via delle montagne, molti altri si opposero come potevano al regime fascista, boicottando con le proprie azioni, grandi e piccole, gli atti più disumani: i rastrellamenti, le deportazioni…” : potrà sembrare strano ma un manipolo di 16 persone provenienti da diverse regioni italiane ha deciso di trascorrere una settimana delle proprie ferie attratto dalla prospettiva di approfondire queste tematiche e di cercare di attualizzarle per comprendere quale possa essere oggi il potere dei semplici cittadini che hanno sogni ed ideali a cui non vogliono rinunciare. E dicendo approfondire intendiamo davvero dire “andare a fondo”, perché Renzo Dutto della Comunità, Adriana Muncinelli e Michele Calandri dell’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo, Riccardo Assom e il suo piccolo museo della Resistenza di Lemma, ci hanno comunicato la passione e la fiducia nell’utilità di fare memoria, mettendo a disposizione tutta la competenza accumulata in anni di studio e di lavoro sul territorio. Ad arricchire ulteriormente il programma ci sono stati film splendidi come Tutti a casa, di Comencini, e documenti d’epoca tra cui Nascita di una formazione partigiana di Olmi e Le prime bande, condivisi con la comunità allargata.
Certo, abbiamo potuto solo sfiorare la ricchezza di memoria della Resistenza presente in quest’area del cuneese, così come abbiamo potuto solo accennare alle prospettive di Resistenza oggi; ciò che tuttavia abbiamo colto appieno è il legame forte tra il tempo che ci è dato oggi di vivere e il tempo delle lotte partigiane e dell’opposizione nonviolenta al totalitarismo, acquisendo la consapevolezza di essere inseriti nella storia, in continuità con chi ci ha preceduto.

La visita di “pilastri” del nostro movimento come Beppe Marasso, Angela Dogliotti e Piercarlo Racca, con alcuni dei quali abbiamo anche condiviso la gioia della danza perché “ad un campo può anche mancare il pane ma non deve mancare la danza”(B.M.), la camminata in montagna in cui ciascuno ha potuto sperimentare la propria resistenza… alla fatica, la presenza curiosa dei cani Bobi e Barabucci, il suono del flauto e della campana tibetana, i lavori nel bosco, le ricette semplici e gustose, la spesa quotidiana che ci ha fatto comprendere come sia facile contribuire inconsapevolmente allo sfruttamento, i massaggi shiatsu generosamente dispensati, i delicati richiami alla disciplina del milanesissimo coordinatore, il raccontarsi e le discussioni appassionate per cambiare il mondo (e ridurre le ore di sonno), le sorprendenti e spassosissime improvvisazioni teatrali, la serata di raccoglimento intorno al fuoco di sabato sera che abbiamo sostituito alla prevista festa di fine campo per condividere a nostro modo l’improvviso lutto che ha colpito i nostri ospiti la mattina stessa (come a ricordarci che il destino si fa beffe dei nostri progetti ma sa essere molto generoso se siamo in grado di accettarlo), l’espressione di sofferenze, speranze e gratitudine per ciò che abbiamo imparato gli uni dagli altri in questa settimana…. tutto questo ha completato la sorpresa e la gioia dello stare insieme.
Se “la notte finisce ed il giorno comincia quando vedi nel volto di chi ti sta vicino quello di tua sorella e di tuo fratello”, allora i campi estivi sono un utile strumento per far sì che l’alba sia un po’ più vicina e ci si possa scaldare nell’attesa…..

Laura Gentili e Claudio Greco

Partire …   prima di tutto

A pochi passi da S. Mauro la Bruca, nel cuore del parco del Cilento, un gruppo di 20 persone provenienti da ogni parte d’Italia hanno riflettuto dal 21 al 28 agosto sul significato del viaggio. Il viaggio interiore, quello che porta l’inquietudine della vita o la ricerca di porti sicuri, ma anche il viaggio attraverso luoghi, persone e culture diverse. Lo abbiamo fatto sistemando la casa che ci accoglieva, aprendo e segnando i sentieri del parco, confrontandoci e mettendo in comune le sensazioni, le difficoltà e le speranze dei “nostri” viaggi. Ci hanno aiutato le impeccabili coordinatrici Raffaella ed Elena, la conduttrice Paola con le bellissime immagini dei suoi viaggi e naturalmente Beppe, il padrone di casa, che ha avuto l’ardire e la pazienza di accoglierci. Una settimana intensa, come sono sempre i campi Mir-MN, con il potere di rimettere in gioco le energie, ridare spazio alla serenità e alle sensazioni migliori, anche nella fatica del confronto. Restano i volti di tutti e le belle chiacchierate, il sudore della lunga camminata fino alla spiaggia, il tramonto mozzafiato sul mare, le melanzane quasi tutti i giorni e .. un po’ di nostalgia.

Roberto Cuda

CINEMA
A cura di Flavia Rizzi
L’intimità lacerata dalla guerra.
Per sempre.

La vita segreta delle parole
di Isabel Coixet, Spagna, 2005
62. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – Sezione Orizzonti

Una piattaforma petrolifera nel cuore dell’oceano. Una deflagrazione, un uomo nell’incendio e poi il buio. Titoli di testa.
Il frenetico e indaffarato ritmo di una catena di montaggio, una qualsiasi, non importa quale. L’avvicendarsi e lo scorrere di uomini e donne in divisa da lavoro. La macchina da presa isola il volto di una giovane donna. Il rumore di fondo si fa ovattato: si scopre che è sorda e può ascoltare solo attraverso un apparecchio acustico; ma quando vuole isolarsi dal resto del mondo lo spegne e attorno a lei tutto è silenzio.
Da una parte Josef, che dal lettino d’ospedale nel quale è finito dopo l’incidente, divenuto temporaneamente cieco, manifesta tutto se stesso attraverso la parola, con ironia, umorismo, per non lasciarsi travolgere dal dolore provocato dalle ferite fisiche e interiori; dall’altra Hanna, “costretta” all’isolamento dalla sua menomazione, ma alla ricerca del silenzio come unica e ultima forma di difesa rispetto alle tragedie e agli orrori che ha dovuto subire nel corso della vita.
Tutto questo intenso e sconvolgente film di Isabel Coixet ruota attorno a due poli: la parola, il silenzio. Per essere più precisi il film, come dalle dichiarazioni della regista, intende soffermarsi sul silenzio prima della parola: «…le parole girano nelle nostre teste, cozzano contro le corde vocali e combattono per uscire ed essere ascoltate dagli altri. E qualche volta si perdono in questo tragitto. Questo film vuole raccontare di queste parole che si perdono e vagano per lungo tempo nel limbo del silenzio fino a quando, un giorno, fuoriescono e, dal quel momento, nulla le può più fermare».
Il percorso compiuto dalla parola (e dalle immagini) ha qui valore rivelatore e terapeutico; rivelatore, perchè lavoro di scavo e estrazione dei segreti della propria esistenza dagli anfratti più oscuri e profondi del silenzio della coscienza:
«…Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso»1;
terapeutico, perché propedeutico all’incontro, alla conoscenza e, infine, all’amore unica possibile (forse) modalità di cura delle ferite profonde, fisiche e morali, dalle quali scaturisce ancora copioso il dolore. Anche se per Hanna tale dolore è enorme, lancinante, forse impossibile da sanare: in una sequenza tanto perfetta dal punto di vista filmico e della recitazione quanto straziante per lo spettatore, confessa a Josef il perché del suo “chiudersi a riccio” e della sua ricerca di solitudine descrivendo il terribile fardello che la opprime e, probabilmente, l’avrebbe oppressa per sempre: qualche anno prima, quand’era studente di medicina nel suo paese natio, la Croazia, nella primavera della sua vita, quando tutto sembra sorriderti e il futuro non è che un’esaltante avventura appena iniziata, precipita nell’incubo dello scoppio del conflitto nei balcani; catturata dai miliziani serbi, insieme alla sua amica del cuore, viene seviziata, torturata e stuprata ininterrottamente per mesi e mesi. Il passato, attraverso la parola fuoriesce come il pus scaturisce dalle ferite. La macchina da presa ci svela quante e quali orribili cicatrici coprano il suo corpo nudo.
La Coixet accompagna per mano lo spettatore all’interno di un autentico oceano di sofferenza e solitudine. Isolando le vicende al di sopra di una piattaforma petrolifera piantata in mezzo al mare e abitata da personaggi che, ciascuno per le proprie ragioni, trovano in essa l’approdo ideale della loro fuga dalla società.
E’ in tale contesto di silenzio e solitudine che per Hanna e josef la parola si fa prossimità intima, legame profondo, forse amore; forse, perché su Hanna, come nella realtà è avvenuto a centinaia di migliaia di donne vittime della violenza del conflitto ed esuli dai balcani, la guerra ha lasciato una ferita talmente ampia e profonda da rendere impensabile una sua completa cicatrizzazione: «…voglio passare il resto della mia vita con te», le rivela Josef; Hanna alla fine accetta pur conservando profonda dentro di sé la paura che «…un giorno qualunque, in un posto qualsiasi, nella tranquillità della sua nuova famiglia, potrei mettermi a piangere e a gridare così forte che niente e nessuno potrebbe mai fermarmi.»
Un universo intimo e personale, dunque, talmente lacerato dall’orrore della guerra e dalla barbarie che neppure il lieto fine appare pienamente in grado di riconciliare.

Gianluca Casadei

ECONOMIA
A cura di Paolo Macina
Spaghetti all’italiana, con pomodoro, senza armi

Barilla, ultimo atto. O per meglio dire, chi la fa l’aspetti. Questa rivista si è occupata in passato della composizione azionaria della famosa azienda emiliana (v. Azione nonviolenta 6/2004) e già nel 2001 un articolo del sottoscritto segnalava la presenza di una famiglia produttrice di armi nel suo azionariato: la famiglia Anda-Bührle, presente dal lontano 1979, tramite la finanziaria Ihag, con una partecipazione del 15% nel capitale di Barilla Holding ma soprattutto proprietaria della svizzera Oerlikon Contraves (ora ribattezzata Unaxis).
Fondata dal nonno della attuale coproprietaria (con il figlio Gratian Anda) Hortense Bührle, la società costruisce aerei, cannoni, proiettili (anche quelli all’uranio impoverito) e varie amenità del genere. Lo scorso anno ha stretto ancor più i legami con la famiglia di Parma, finanziando l’acquisto di aziende panificatrici in Germania e Francia. Unaxis, pur con risultati deludenti, ha avuto un incremento del fatturato del 15% nel 2004 e conta circa 6.800 dipendenti: il mercato degli armamenti non conosce crisi, ed i profitti maturati hanno sempre bisogno di nuove attività in cui essere reinvestiti. Per seguire attentamente come vengono impiegati i quattrini imprestati poi, la famiglia ha ottenuto un posto nel consiglio di amministrazione Barilla, quest’anno ricoperto da Robert Steven Singer.
Personalmente in questi anni ho sempre masticato a malavoglia spaghetti e biscotti dell’azienda emiliana, ben sapendo che parte dei suoi profitti sarebbero approdati nelle tasche di spregiudicati produttori di armi. Non mi arrendevo all’idea che un’azienda con una buona immagine, prima ad eliminare i giochi a premi nelle confezioni per ridurne complessivamente il costo, sostenitrice del grano non geneticamente modificato per i suoi prodotti, dovesse in qualche modo beneficiare, sia pur indirettamente, simili attività. Sembrava non esserci alcuna soluzione possibile, vista la determinazione con cui i Bührle hanno difeso per ben 26 anni la loro partecipazione italiana.
Il motto però dice che chi la fa, l’aspetti. E i finanzieri svizzeri sono stati a loro volta attaccati da due raider austriaci, Mirko Kovats e Ronny Pacik, che con il loro fondo d’investimento Victory hanno iniziato lo scorso anno una lunga battaglia di trincea: dapprima acquistando il 7% di Unaxis, poi incrementando la quota fino al 34% (la Banca cantonale di Zurigo ha il 20% e la Banque Cantonale Vaudoise il 9%) e trovando sostegno in altri fondi speculativi per l’assalto finale che ha obbligato i Bührle a cedere la loro partecipazione di maggioranza.
Ora Mirko Kovats è stato nominato presidente del gruppo, che comunque è sempre più lontano dalla produzione di armi e sempre più produttore di tecnologie: schermi piatti, semiconduttori e immagazzinamento dati soprattutto. Potrà quindi integrarlo con le attività delle sue A-TEC Industries (ingegneria mineraria e macchinari) e Von Roll Inova (motori elettrici). Barilla invece allontana da sè anche l’ultimo aspetto deteriore del suo profilo: la famiglia Bührle, pur non essendo composta da stinchi di santo, continuerà ad affiancare finanziariamente l’azienda emiliana, ma perlomeno non si trastullerà più con carri armati e caccia da combattimento. Anche se personalmente continuerò a sgranocchiare gli snack del commercio equo, vista l’abitudine ormai acquisita in questi anni.
Un altro scontro potrebbe infatti incrinare l’immagine della Barilla nei prossimi mesi: è di tipo sindacale, ed è causato dalla volontà di chiudere gli stabilimenti di Matra e Termoli per spostare la produzione all’estero. Ma questa è un’altra storia, condivisa con molte altre aziende italiane.

MUSICA
A cura di Paolo Predieri
Omaggio a Sergio Endrigo, musicista e poeta che ripudiava la guerra e coltivava la curiosità

“Siamo arrivati fin qui un po’ stanchi e affamati di poesia/ le mani piene di amore che non vuole andare via/ abbiam vissuto e fatto figli piantato alberi e bandiere/ scritto mille e più canzoni forse belle forse inutili/ altre emozioni arriveranno te lo prometto amica mia …” Così si apre la sua ultima canzone e di certo altre emozioni continueremo a provare grazie alla musica e alle parole di Sergio Endrigo. Due anni fa, è stato un vero piacere conoscerlo e intervistarlo per Azione nonviolenta (vedi n. . In quell’occasione ci ha invitato a coltivare la curiosità, a non subire passivamente quello che passa il mercato in tutti i campi e soprattutto in quello musicale. Resta il rimpianto di aver perduto successivamente nuove possibili occasioni di incontro per continuare le riflessioni e capire meglio il suo pensiero.
Non voglio qui dilungarmi sulle collaborazioni illustri con poeti come Ungaretti, Pasolini o Buttitta, né sui successi sanremesi o sulle amicizie brasiliane che gli hanno addirittura dedicato una “Samba para Endrigo” (Toquinho, Vinicius de Moraes) e neanche sul periodo oscuro in cui ha prodotto canzoni e dischi ricchi di contenuti ma non arrivati al grande pubblico anche per lo scarso impegno delle case discografiche. Mi piace piuttosto ricordarlo per qualche aspetto che ci può interessare direttamente.
Sergio Endrigo sapeva sorprendere. Negli anni 60 gli avevano affibbiato l’immagine del poeta triste e malinconico, così come lo aveva raffigurato Alighiero Noschese in memorabili imitazioni o Cavezzali nei suoi fumetti sui cantanti (il primo dark italiano…). Invece amava raccontare spesso barzellette e usava l’ironia come ingrediente fondamentale nelle canzoni di tutti i tipi e di ogni periodo, basti pensare a “Teresa”, “Perché non dormi fratello”, “San Firmino”, “Filastrocca vietnamita”, “Se il primo maggio a Mosca”, “Mille lire”, “Inventario”, “Tango rosso” e “C’era una volta anzi domani”.
Non era credente e non ha voluto un funerale. La città di Roma, dove si era trasferito da alcuni anni, gli ha dato l’ultimo saluto allestendo la camera ardente in Campidoglio. Non era credente, ma le sue canzoni toccano quello che sta alla base della fede, sia quando ha ironizzato sulle religioni che possono diventare occasioni di divisione o pura superstizione, sia quando ha saputo raggiungere anche momenti di profondità teologica: “Per tutti c’è un solo Dio, è solo anche Dio” (“Gli uomini soli”).
La critica alla guerra e la prospettiva di pace è presente costantemente, dai primi agli ultimi album, trattata spesso in modo non convenzionale, a partire dalla vita quotidiana.
Con “La guerra”, del 1963, viene considerato a ragione un precursore dell’ondata di canzoni contro la guerra che poi arriveranno verso la fine degli anni sessanta. Nello stesso album troviamo “La rosa bianca”, su versi del poeta eroe cubano Jose Martì, presi dal testo già utilizzato dagli autori di “Guantanamera”; le parole scelte fra tutte le altre da Endrigo, sono uno dei manifesti poetici della nonviolenza: “per chi mi vuol male e mi stanca/ questo cuore con cui vivo/ cardi né ortiche coltivo/ coltivo la rosa bianca”.
Nel 1966 arriva “Girotondo intorno al mondo”, un’efficace rappresentazione della pace costruita da ragazzi e ragazze, basata su una poesia di Paul Fort, che diventerà inno dell’Unicef .
Nel 1970 con “L’arca di Noè” indica la via del piccolo gruppo che, di fronte ai mali del mondo, inizia un viaggio per ricostruire una vita migliore e ancora nello stesso anno con “Lorlando” Endrigo si diverte a raccontarci l’assurdità di una guerra considerata santa da ciascuna delle due parti contrapposte, con una gustosissima descrizione di come i cristiani e i musulmani si descrivono vicendevolmente.
Nel 1974 con “La voce dell’uomo” ci ricorda la possibilità di lavorare sulla parte positiva che c’è in ogni essere umano: ”…anche quando è violento e uccide il fratello/ la voce dell’uomo quando parlo mi risponde”. E’ dello stesso anno l’album “Ci vuole un fiore”, frutto della collaborazione con Gianni Rodari, indirizzato ai bambini ma con un occhio ai genitori; proprio da qui viene uno degli inni ecologisti usati nelle manifestazioni antinucleari degli anni ottanta e altre pillole di saggezza: ”tanta gente non lo sa non ci pensa e non si cruccia/ la vita la butta via e mangia soltanto la buccia” (“Un signore di Scandicci”).
Il tema della guerra viene ripreso negli anni successivi e sempre in modo originale, ad esempio con “Francesco Baracca” del 1982 e “Prima della bomba” del 1986.
Con “Fare festa”, siamo nel 1993, ci offre secondo molti un inno di pace, con un ritornello indimenticabile: “fanno festa i musulmani il venerdì e il sabato gli ebrei/ la domenica i cristiani e i barbieri il lunedì”.
Potremmo continuare ad attingere alla sterminata produzione di Sergio Endrigo, trovando altre citazioni interessanti… e spesso vedremmo emergere prospettive e sollecitazioni nonviolente, frequenti e significative. Endrigo probabilmente conosceva poco della nonviolenza specifica, almeno per quanto ci ha fatto capire: potremmo dire che i contenuti delle canzoni, in un certo senso hanno superato il pensiero dell’autore e, per un cantautore impegnato, scusatemi se è poco …
Oggi che se n’è andato, mi piace continuare a ricordarlo nell’atteggiamento di sereno commiato, che ci trasmette con “Una casa al sole”, fra le sue canzoni una delle mie preferite: “ il mondo è pieno di pace e il futuro è già qui con noi/ pensa pensa noi due dalle porte e per le strade a salutare/ a salutare cantando la nostra vita/ che piano piano se ne va ma in piena libertà”.

Il sito ufficiale dove si trovano i testi completi della maggior parte delle canzoni e numerosi materiali di grande interesse (discografia, storia, aneddoti, ecc., ecc…): www.sergioendrigo.it

PER ESEMPIO
A cura di Maria G. Di Rienzo
Nonviolenza a Belfast per spezzare i fucili

“Esprimiamo preoccupazione per la crescente proliferazione del commercio d’armi nell’Irlanda del Nord. Vi è una chiara evidenza di come tale commercio alimenti guerra e violenza nel mondo, specialmente quando le armi arrivano nelle mani di regimi repressivi e corrotti. Il disarmo e la demilitarizzazione delle forze paramilitari e delle forze di sicurezza è una parte integrante del processo di pace. Almeno 900.000 sterline del Fondo Europeo per la Pace e la Riconciliazione sono stati diretti, attraverso il servizio Invest Northern Ireland (INI), alla compagnia produttrice di missili Thales Air Defence. Molte persone pensano che dovrebbe esservi un’inchiesta pubblica per stabilire come mai i soldi per “la Pace e la Riconciliazione” vengano usati in questo modo. E’ per questo che abbiamo lottato? La “pace” in Irlanda del Nord si ottiene nell’esportare la violenza e nel guadagnarci sopra del denaro?”
Il passo viene dalla lettera consegnata a mano il 20 maggio 2005 al direttore di INI, Damien McAuley, dagli attivisti irlandesi nonviolenti di Peace People e Innate Nonviolence. Belfast ha vissuto grazie a loro due giornate intense e significative in cui si sono alternate azioni dimostrative e dibattiti. Al centro di una città che ha conosciuto decenni di incredibili durezze, violenze e repressioni, durante la manifestazione pubblica del 21 maggio, Kevin Cassidy e gli altri attivisti ed attiviste hanno pubblicamente “spezzato” fucili e “disarmato” missili, tutti manufatti costruiti in scala reale da loro stessi. Il simbolismo, come hanno spiegato, collegava la necessità del disarmo mondiale alla necessità del disarmo nel contesto irlandese. “Promuoviamo una visione antica, la nonviolenza, proiettandola nel futuro, perché solo attraverso la nonviolenza avremo un futuro.”
Durante la conferenza tenutasi nello stesso giorno alla Friends Meeting House, sono intervenuti fra gli altri Patrick Corrigan di Amnesty International (che ha parlato della connessione delle armi all’abuso dei diritti umani), Kevin Mullen della “Campagna contro il commercio d’armi”, Anthony Nicotera (uno dei sette arrestati a Chicago per aver tenuto un sit in nel quartier generale della fabbrica produttrice di armi della Boeing), Tim Hourigan dell’Alleanza contro l’aggressione militare (che ha spiegato come l’Irlanda funga da punto di transito per le truppe statunitensi: un “jet adibito alla tortura” della CIA, coinvolto con certezza nel rapimento e nella tortura di “sospettati” di vario tipo, si è fermato nella città di Shannon almeno 14 volte) e, con grande sorpresa degli astanti, è intervenuto anche un tale Henry Winkler della fabbrica d’armi Raytheon.
Il sig. Winkler, usando una presentazione in powerpoint, ha spiegato come le armi siano un male necessario, parte della lotta per la libertà e la democrazia, e come gli USA non abbiamo l’intenzione di difendere in armi il proprio stile di vita per scopi egoistici, ma solo al fine di condividerlo con il mondo intero… L’uditorio ha incalzato naturalmente Henry Winkler con una valanga di osservazioni e domande di tipo piuttosto “reattivo”, ma costui ha detto di non poter rispondere a tutti, perché c’erano altri relatori in attesa di parlare, ed ha lasciato la sala. E’ tornato pochi minuti dopo presentandosi con le sue vere qualifiche: era infatti il rappresentante della “Campagna per gli investimenti etici”, un gruppo che invita da molto tempo i rappresentanti della Raytheon ad un confronto pubblico, ma non ha ancora avuto il piacere di ottenere una risposta. A questo punto la conferenza si è trasformata in un seminario, in cui relatori e pubblico si sono impegnati a cercare tecniche efficaci di dialogo e confronto con gli oppositori: cosa dire ad un rappresentante di una fabbrica d’armi, e in quali modi? Che tipi di approcci pro-attivi, convincenti, potrebbero spostare il punto di vista di tale persona?
La struttura di questa due giorni irlandese si è rivelata particolarmente efficace: la lettera chiede una risposta pubblica, nonché trasparenza e controllo sui fondi europei da parte della popolazione; l’azione dimostrativa simbolica ha attirato l’attenzione dei media; il convegno ha stabilito alleanze importanti con altri gruppi attivi; è stata colta l’occasione per lavorare insieme ai semplici partecipanti, trasformandoli da uditori e uditrici in compagni/compagne nel percorso sulla via della nonviolenza.

EDUCAZIONE
A cura di Angela Dogliotti Marasso

Convegno internazionale sul decennio per l’ educazione alla nonviolenza

SE VUOI LA PACE EDUCA ALLA PACE
Sanremo, 18-19-20 novembre 2005

“ Il testamento di Alfred Nobel deve essere indicato in questo luogo con gratitudine e lode come
un avvenimento di massima importanza per il movimento per la pace…
…Davanti a tutto il mondo per la prima volta è stato pubblicamente dichiarato –e non da un
esaltato sognatore, bensì da un inventore geniale, e per di più inventore di materiale bellico-,
che l’affratellamento dei popoli, la riduzione degli eserciti, la sfida dei congressi della pace
si annoverano tra quegli eventi che significano il massimo per la felicità dell’umanità….”
(Bertha von Suttner, 1897)

Nel 1997, a cento anni dall’istituzione del Premio Nobel per la Pace, Mairead Corrigan e Adolfo Perez Esquivel, membri autorevoli dell’I.F.O.R. (International Fellowship of Reconciliation) coinvolsero tutti gli altri Premi Nobel per la Pace viventi in un Appello a tutti i capi di stato e di governo affinché il decennio dal 2001 al 2010 fosse dedicato allo sviluppo di una cultura di pace in grado di contrastare efficacemente la violenza che, nelle sue diverse forme, fisica, psicologica, socio-economica o politica, continua a essere causa di sofferenza per numerosi esseri umani, in ogni parte del mondo.
L’assemblea generale dell’ONU, in seguito a ciò, con la Delibera n.53/25 del 10 novembre 1998, ha proclamato ufficialmente il “Decennio internazionale per la promozione di una cultura di pace e nonviolenza a favore dei bambini del mondo” e con la delibera deln.53/243 del 13 settembre 1999 ha votato una “Dichiarazione e programma di azione per una cultura di pace” che presenta alcune rilevanti affermazioni:

la pace “non è semplicemente l’assenza del conflitto, ma un processo positivo, dinamico, partecipativo che favorisce il dialogo e il regolamento dei conflitti in uno spirito di reciproca comprensione e cooperazione”;
per illustrare le condizioni che caratterizzano la pace e i mezzi per raggiungerla, viene introdotto il concetto di nonviolenza; la cultura della pace viene definita, infatti, come l’insieme dei valori, delle attitudini, delle tradizioni, dei comportamenti e dei modi di vita fondati “sul rispetto della vita, il rifiuto della violenza e la promozione e la pratica della nonviolenza attraverso l’educazione, il dialogo e la cooperazione…l’impegno a regolare pacificamente i conflitti…”
per quanto riguarda i mezzi, l’Assemblea propone “La formazione, a tutti i livelli di responsabilità, di persone che sappiano favorire il dialogo, la mediazione, la ricerca del consenso e la gestione pacifica delle differenze”;
l’articolo 4, infine, sottolinea che “L’educazione, a tutti i livelli, è il principale strumento per costruire una cultura di pace…”

Questa proposta accoglie e istituzionalizza una pratica di Educazione alla Pace e alla Nonviolenza diffusa ormai da alcuni decenni ad opera di singoli, centri, associazioni, movimenti e istituzioni in ogni parte del mondo, anche se il decennio si è aperto con l’attentato teroristico a New York e sta proseguendo con il terrorismo infinito della guerra su scala planetaria.
Sembrano dunque sempre più urgenti le necessità e maturi i tempi perché la pratica della nonviolenza sia insegnata nelle scuole e si diffonda in modo capillare nei diversi contesti formativi, dal momento che, come sostiene anche l’autorevole Manifesto di Siviglia, diffuso dall’UNESCO, la violenza non è una condizione ineluttabile e irreversibile, ma piuttosto un processo che può essere contrastato, bloccato, trasformato.

Il presente Convegno Internazionale si pone in continuità con questi percorsi e premesse e si propone come occasione di confronto, approfondimento e scambio tra quanti si sentono impegnati in una simile direzione.

Programma

Venerdì 18, ore 21.00

Concerto di apertura – breve saluto del presidente dell’Assefa Italia

Sabato 19 novembre
Mattino:
Ore 9.00: Apertura lavori. (luogo da definire)
– Saluti delle Autorità
– Introduzione al convegno: Giovanni Salio, Presidente del Centro Studi Sereno Regis, Torino

Ore 10.00: Prima sessione

Il Decennio per la promozione di una cultura di nonviolenza e di pace per i bambini e le bambine del mondo: a che punto siamo?
Coordina Angela Dogliotti Marasso, Comitato italiano per il Decennio
Relazione introduttiva di un Premio Nobel per la Pace
Intervento di Christian Renoux, Presidente del Coordinamento Internazionale per il Decennio
Intervento di Sergio Bergami, Comitato italiano per il Decennio: bilanci e prospettive di lavoro future
Alberto L’Abate, Università di Firenze (con proiezione di un CDRom)
Dibattito e interventi liberi sulle relazioni generali

Pomeriggio :
Ore 15.00 : Seconda sessione (luogo da definire)

“Promuovere l’educazione ad una cultura di nonviolenza e di pace.”
Coordina: Nanni Salio, Centro studi “Sereno Regis”, Torino
Brigitte Liatard, Generation Médiateurs, Parigi La mediazione tra pari a scuola
Daniele Novara, CPP – Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti (Piacenza), La formazione alla nonviolenza in ambito pedagogico
Brigitte Mesdag, Comunità dell’Arca di Saint Antoine L’esperienza di vita e di intervento nonviolento delle Comunità dell’Arca,
Elena Camino, Centro Interdipartimentale IRIS (Istituto di ricerche interdisciplinari sulla sostenibilità), Università di Torino Educazione alla pace e sostenibilità,
Pat Patfoort, The Fireflower, Centro per la gestione dei conflitti, Bruges Il lavoro per la riconciliazione in Rwanda e Cecenia,
Domande e risposte

Ore 17.00: Intervallo

Ore 17.20: Tavola rotonda fra i relatori.
“Le questioni aperte e le sfide di oggi”
Segue dibattito

Sera:
Ore 21.00 : Danzare la Pace (luogo da definire)
Serata di danze popolari animate, condotte da Brigitte Mesdag e Claudia Pallottino.

Domenica 20 novembre

Ore 9.00: Terza sessione (luogo da definire)
Laboratori tematici (presentazione di esperienze, materiali, percorsi, strumenti…)
L’organizzazione dei laboratori è coordinata da Antonella Cafasso (Centro Studi Sereno Regis)

Bullismo (Elena Buccoliero/Mariella Lajolo) sigla Z1
Conflitti interculturali (Pasquale Pugliese/Rita Vittori) sigla Y2
Gestire lo stress e le emozioni nel conflitto (Marco Coppo) sigla X3
Tecniche di animazione teatrale per educare alla nonviolenza
(Caterina Lusuardi /Luca Agnelli) sigla W4
Costruire percorsi di nonviolenza per le scuole (Anna Mirenzi/Fabrizio Lertora) sigla V5
Giocare la Pace (Gegè Scardaccione) sigla U6
Esperienze di pace in zone di conflitto: Bosnia (Giorgio Barazza ) sigla T7

Ore 12.00: Ritorno in plenaria per una breve illustrazione dei lavori prodotti durante i laboratori

Ore 13.00: Conclusione e saluti

Il convegno è organizzato da:
Comitato italiano per il Decennio (Associazione per la Pace, Banca popolare etica, Beati i costruttori di pace, Gruppo autonomo di volontariato civile in Italia, MIR-Movimento Internazionale della Ricon- ciliazione, MN-Movimento nonviolento);
Centro Studi Sereno Regis di Torino;
Gruppo Assefa – Sanremo

Con il Patrocinio di:
Comune di Sanremo, Provincia di Imperia, Regione Liguria

PER INFO SULL’INIZIATIVA CONTATTARE LA SEGRETERIA DEL CENTRO STUDI SERENO REGIS DI TORINO , TEL. : 011-532824 ; MAIL: edap@cssr-pas.org ; antonella.cafasso@cssr-pas.org

LILLIPUT
A cura di Massimiliano Pilati
Dialogo con un candidato su pace, guerra, disarmo

Il 2 settembre scorso, in occasione del Festival Lilliput di Fidenza, Rete Lilliput ha incontrato Romani Prodi. Al Leader della coalizione di centrosinistra alcuni intervistatori hanno posto domande specifiche riguardo alle tematiche affrontate dalla Rete. Di seguito riportiamo il contributo di Lisa Clark che quella sera rappresentava Lilliput su ‘Pace e Nonviolenza’.

Ero molto tesa, la sera del 2 settembre. Avevamo dedicato due incontri a prepararci per “fare le domande a Prodi”. Non solo avevamo sviscerato ogni dettaglio di come porci, ma avevamo anche tutte/i ricevuto decine di e-mail (anche telefonate) in cui ci veniva raccomandato “a Prodi devi dire che…”. La maggior parte dei consigli sulle domande da fare, iniziavano come i quesiti della maturità: “Nel contesto di XY, considerato il fatto KJ, il candidato non crede che …”.
E poi è stato deciso che fossi io la prima ….
Ho cominciato cercando di spiegare chi siamo, su quali basi Rete Lilliput si sia ritrovata, insomma le cose principali in cui crediamo. Ho esordito dicendo che Lilliput rifiuta la logica della guerra in tutte le sue forme. Ho parlato del nostro povero articolo 11 stracciato e riferito delle centinaia di migliaia di firme affinché venisse incluso nella Costituzione Europea. Abbiamo bisogno intanto di rientrare nella legalità per quanto riguarda l’Iraq, ho detto a Prodi: “con grande sollievo, abbiamo ascoltato il suo impegno chiaro e deciso a ritirare le truppe italiane dall’Iraq, ma le chiediamo anche di trovare modi diversi di intervenire nelle situazioni internazionali di tensione. Ritirare le truppe non significa volersene tirar fuori.”
Ho poi detto come ci sentivamo umiliati dal comportamento del Governo Berlusconi che vede l’appartenenza alle istituzioni internazionali solo come mezzo per avvicinarsi sempre più ai potenti (il mio amico George, o Vladimir, e la ricerca di un seggio nel Consiglio di Sicurezza), chiedendo quindi se il futuro governo del centrosinistra avrebbe rimesso in piedi ciò che è stata (a volte) la tradizione dell’Italia nello scenario internazionale, un ruolo, cioè, propositivo e di portavoce dei popoli del sud del mondo? Ed ho aggiunto che dal nostro punto di vista avremmo preferito un’Italia che costituisse un rapporto priviliegiato con l’Africa piuttosto che con i forti, i ricchi.
Nell’ultima parte del primo intervento, ho detto che, però, esiste una ferita aperta, ormai purulenta perché nessuno tra coloro che erano al Governo nel 1999 ha mai accettato un confronto aperto sul tema. Si tratta del Kosovo. Tutti quelli che questa guerra hanno fatto, invece che accettare di confrontarsi con noi, continuano invece a giustificarla. E la frattura fra noi e loro non va via semplicemente perché il tempo passa. Al contrario, la fiducia viene a mancare anche su tutto il resto. Ho concluso dicendo che mi piacerebbe poter dire insieme “Mai più Kosovo!”.
Le risposte di Prodi su questi punti sono state molto generiche. L’Europa è già costruita sulla pace, sulla riconciliazione, ha detto: è l’unico caso nella storia di un’unione di stati che si ingrandisce senza guerra né conquista. La riconciliazione tra Francia e Germania è il pilastro fondante dell’esperimento europeo. E’ vero che il nostro art.11 è splendido, perché è così’ semplice che si capisce subito quando viene violato. Le truppe verranno ritirate dall’Iraq,e poi l’Italia manderà uomini e donne per contribuire alla ricostruzione non solo materiale, ma anche delle istituzioni civili e democratiche.
Sulla guerra del 1999 si è rifiutato di rispondere. “Tutto ciò che ho detto in passato sul tema è anche troppo, visto che in quel periodo non ero più io a prendere le decisioni.”
Nel secondo intervento ho parlato delle basi militari, della violazione del Trattato di Non-proliferazione Nucleare (e non solo) con le bombe atomiche a Ghedi e Aviano, della crescente militarizzazione dei territori. Qui le sue risposte sono state le più evasive. Ha infatti solo risposto che l’Italia onorerà i suoi impegni internazionali: in un altro ambiente, sarebbe stato da chiedergli, ma la priorità va al contenuto dei trattati sul disarmo o agli accordi in ambito NATO?
Nell’ultimo intervento ho parlato di Control Arms. Forse perché eravamo già alla fine e si era tranquillizato, ma in questa sua risposta Prodi ha detto finalmente ciò che volevamo sentire. Sono venuta via con l’idea che Prodi pensi che, una volta al Governo, questa Campagna possa rappresentare uno strumento per la diplomazia italiana di riprendere un ruolo importante, trainante, nel campo dei trattati internazionali sul disarmo. Rifarsi la reputazione, insomma, dopo l’appiattimento sulle posizioni USA.

Lisa Clark

LIBRI
A cura di Sergio Albesano

M. ZUCCHETTI (a cura di), Il male invisibile sempre più visibile, Odradek, Roma 2005, pagg. 268, euro 16,00.

Se non dovesse risultare chiaro il titolo di questo volume, che non è immediatamente esplicito, più esplicativo è il sottotitolo (“La presenza militare come umore sociale che genera tumori reali”), che si riferisce alle conseguenze della presenza militare sull’ambiente nel quale viviamo e sulla nostra salute. Si parla dunque della mentalità militare che pervade sempre più il nostro tessuto sociale con un sistema di disvalori che desta repulsione nella nostra coscienza civile. Si tratta delle conseguenze devastanti sulla salute e sull’ambiente delle popolazioni cosiddette “nemiche” e delle conseguenze altrettanto devastanti sui corpi e sulle menti dei “nostri” soldati, dei militari che sono mandati a combattere. Si genera anche un tumore sociale, quale il drenaggio delle risorse e del lavoro, che genera tumori reali: non solo nei nostri corpi, ma anche nella nostra mente e in quella delle generazioni che verranno. I vari autori affermano che è arrivato il momento di sollevare il velo di censure, compiacenze, ignoranza coltivata ad arte che ricopre il mondo militare e quindi questo libro vuole contribuire a rendere visibile e vivido questo male invisibile che avvelena la nostra società.

M. FERRO, La guerra è stupida, Viennepierre edizioni, Milano 2005, pagg. 200, € 15,00.

La guerra di Marise Ferro iniziò nel 1935 a Londra e un sottile filo autobiografico conduce il lettore fra paure, morti e rovine fino al 1945. Il libro uscì nel 1949, in un clima culturale ed etico profondamente cambiato. La guerra è stupida è solo parzialmente un libro di memorie sulla guerra, poiché è soprattutto, fin dal titolo, un libro contro la guerra. L’assurdità, l’inutilità, la disumanità del conflitto superano ogni limite razionale, ogni giustificazione che una donna possa trovare in sé e fuori di sé, nelle cose e negli avvenimenti quotidiani. Per la scrittrice, moglie di Guido Piovene e poi di Carlo Bo, la guerra è la massima offesa alla dignità umana, l’avvilimento totale di ogni forma di civiltà. Il libro, di impianto dichiaratamente autobiografico, è strutturato in undici capitoli, di cui alcuni sono veri e propri racconti che affiorano dalle memorie di famiglia: è come se l’autrice sfogliasse un album di vecchie fotografie. Rappresentano una sorta di esorcismo contro il vivere giorno per giorno, senza passato né futuro, che la guerra impone alle sue vittime, l’orribile assuefazione al nulla, alla morte. In queste pagine la guerra è come il fitto ordino nel quale si dipana una vita che tenacemente vuole continuare a vivere e a testimoniare una sua fede nella ragione e nella felicità. Ferro parla soprattutto dei suoi rapporti con la vita, rammenta storie liguri e vicende di persone e attraverso queste storie umane contribuisce a far crollare miseramente il castello di carte false della guerra.

Riceviamo

I.T.I.S. “Leonida Marinelli” I.P.S.I.A. Agnone, Giornata della pace. Martin Luther King. La forza di amare, Agnone1997, pp. 102
Lev Tolstoj, Come ruinare l’autorità, La Pecora Nera Edizioni VR
AA.VV, Pace non è solo assenza di guerra, ma dove la vita fiorisce, Erga edizioni, Marea n. 4/2004, Genova, pp. 95
Bassiano Moro, Il lontano grugnir di porci, Edizioni in proprio, Bassano, 2005, pp. 101
Nòvita Amadei, Con voce di donna. Migranti dall’Est, straniere di casa, Assessorato Pari opportunità della Provincia di Parma, Suppl. al nr. 5/2005 di Animazione Sociale, Torino, pp. 88
Lorenzo Guadagnucci, La seduzione autoritaria. Diritti civili e repressione del dissenso nell’Italia di oggi, Nonluoghi Libere Edizioni, Trento 2005, pp. 144
Cinzia Piccioni, Semplicità volontaria. Come inquinare e consumare di meno, Edizioni L’Età dell’Acquario, Torino 2003, pp. 140
Lev N. Tolstoj, Scritti politici. Per la liberazione nonviolenta dei popoli, Sankara Edizioni, Roma 2005, pp. 125
Mahatma Gandhi, Guida alla salute, Edizioni Archeios, Roma, pp. 152
Michael N. Nagler, Per un futuro nonviolento, Ponte alle grazie, Milano 2005, pp. 325
Franco Del Moro, Riposare nel cuore della tempesta. Il coraggio di esporsi alla sofferenza senza perdere la serenità, Ellin Selae, Cuneo 2005, pp. 167
A cura di Laura Operti e Laura Cometti, Verso un’educazione interculturale, Bollati Boringhieri editore, Torino 1992, pp. 169
A cura di Laura Operti, Sguardi sulle Americhe. Per un’educazione interculturale, Bollati Boringhieri editore, Torino 1995, pp. 175
A cura di Laura Operti, Cultura araba e società multietnica. Per un’educazione interculturale, Bollati Boringhieri editore, Torino 1998, pp. 224
Remo de Ciocchis, Il volto della nonviolenza. Valore e pratica dell’amore, Edizioni dell’Amicizia, Agnone 2005, pp.145
AA.VV., Nonviolenza e mafia. Idee ed esperienze per un superamento del sistema mafioso, DG Editore, Trapani 2005, pp. 158
AA.VV., I sei sensi dell’India. Un’esperienza di servizio civile, Roma 2005, pp.125
Nandino Capovilla e Betta Tusset, Nei sandali degli ultimi, in Terra Santa con Etty Hillesum, Edizioni Paoline, Milano, 2005, pp. 128
Don Lorenzo Milani, La parola fa eguali, Documenti ed inediti a cura di Michele Gesualdi, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 2005, pp. 190

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