Cara bulla ti scrivo. Con affetto e compassione

Cara bulla ti scrivo. Con affetto e compassione

Nel giorno di San Valentino Flavia, una 11enne della provincia di Cremona, ha scritto una lettera alla compagna che da tempo la sottopone a prepotenze continue. E lo ha fatto con un atteggiamento gioioso, irridente, per nulla vittimistico.

«Sono passati tanti mesi e non l’hai ancora capito? Io non reagisco! Non reagisco alla violenza con altra violenza, verbale o fisica che sia…». E ancora: «Cara bulla, volevo solo farti sapere che MAI MAI MAI riuscirai a spegnere la mia luce e la mia voglia di vivere. MAI! E se mai lo vorrai, io sono qui…». 

Uno scatto di orgoglio, vitalità e compassione che mi auguro sia di esempio e di consolazione per molti, a fronte delle storie terribili che stiamo ascoltando.

Sì, perché di bullismo si muore. Si muore dentro, e a volte non è tutto lì. Pochi giorni fa nel cesenate una ragazzina di 13 anni si è tolta la vita buttandosi dalla finestra, pare proprio in seguito alle prese in giro a scuola per qualche chilo di troppo. E i precedenti in questo anno scolastico – a Roma, in Puglia, nel Regno Unito – sono stati diversi. Secondo i dati Istat, ogni anno in Italia scelgono la morte circa 200 ragazzi o giovani sotto i 24 anni, e il bullismo è una delle cause scatenanti. È giusto parlarne non perché sia un fatto nuovo (non lo è) ma per ricordare a noi adulti la profondità una sofferenza che tante volte non vediamo.

Quando all’inizio degli anni Novanta ho iniziato ad occuparmene ho scoperto che il bullismo scolastico, vecchio quanto il mondo, aveva incominciato ad essere studiato come fenomeno sociale in Scandinavia e in Inghilterra una ventina d’anni prima (sì, negli anni Settanta, con netto anticipo sull’Italia) proprio in seguito ad un ripetersi di suicidi da parte di bambini e ragazzi. Fino ad allora non esisteva neppure la parola. Succedeva, e basta. Per molti era un rito di passaggio da attraversare per diventare grandi. Sapere che “queste cose sono sempre successe” le alleggeriva e io credo che, magari in modo sotterraneo, questa convinzione così poco politically correct resista ancora.

Sì, il bullismo esiste da sempre, e con ciò? Anche altre forme di violenza sono ugualmente longeve ma tutte generano sofferenza, non si vede perché dovrebbero andarci bene, o dovremmo tenercele per sempre. È ugualmente certo che per tanti le prepotenze rappresentano una parentesi, magari dolorosa ma non troppo influente sugli anni a venire, se è vero che in tutte le indagini i ragazzi che le subiscono (e anche quelli che le agiscono) sono percentualmente in calo dalle elementari, alle medie, alle superiori. I dati si abbassano, ciò significa che per un periodo qualcuno è stato bullo o vittima e poi non lo è stato più. Il cambiamento di ruoli è frequente, soprattutto con l’ingresso in una nuova scuola o classe. Teniamolo a mente, ci aiuta a non perdere di vista che il bullismo è una dinamica di gruppo, non una lotta tra cattivi e buoni. Chi è stato bullo può diventare il miglior difensore della vittima, o distaccarsi dalle prepotenze, o iniziare a subirle. Idem per chi è preso di mira. Se si modifica la composizione o lo spirito del gruppo si cambia maschera e mutano i vissuti emotivi – quasi sempre.

Quasi, perché qualche volta si osserva una persistenza e una gravità maggiori, che inchiodano nel ruolo e fanno del male a tutti nessuno escluso. Conducono alcuni a fare propria la parte del cattivo fino a distruggere le relazioni importanti, fino a rischiare con la legge, e spinge altri ad azzerare la propria autostima e a non vedere spiragli per il futuro. Lo urlano quei bambini o ragazzi che scelgono di andarsene ma non è neppure tutto lì, la fantasia è provvida quando si tratta di inventare modi anche ben nascosti per farsi del male.

Io suppongo che quel dolore più grande abbia tante ragioni, anche ulteriori al bullismo. Probabilmente andrebbero cercate in aspetti caratteriali, nella vita sociale, familiare, affettiva e via di seguito, ma se anche le prepotenze fossero solo o soprattutto una miccia, non per questo potremmo disinteressarcene. Anche perché la miccia, quando si accende tra compagni di classe o di scuola, illumina un mondo di coetanei e, ancor più, di adulti i quali possono forse sentirsi estranei al disagio familiare, personale, o alla disabilità di un singolo ma non hanno il diritto, neppure per legge, di tirarsi fuori da quello che accade sotto i loro occhi.

In un’indagine nelle scuole della mia città ricordo di avere inserito nel questionario una domanda in cui chiedevo a chi subiva prepotenze quanto riteneva grave la propria situazione. Non mi sarei mai sognata di introdurre la parola “suicidio”, la gradazione andava dal disinteresse all’intenzione di ritirarsi da scuola. Ebbene, l’elaborazione successiva individuò un certo numero di ragazzi che stavano effettivamente pensando di arrendersi, e ciò che li caratterizzava non era il fatto di subire soprusi particolarmente gravi bensì quello di sentirsi soli. Percepire, cioè, che non solo uno o alcuni li tormentavano quotidianamente da mesi o da anni, ma che questo avveniva nell’isolamento, nella derisione, nell’indifferenza di coetanei e adulti. Un vissuto doloroso che diventa insostenibile quanto più è corale, prolungato nel tempo, pervasivo nei diversi campi dell’esperienza – dal rapporto diretto al web – e mirato ad aggredire la persona nei suoi aspetti più intimi quali la reputazione, la famiglia o l’identità sessuale.

In questi anni social essere denigrati pubblicamente può far male più di una sberla. Se c’è un tasto su cui dovremmo lavorare nel supporto alle vittime di bullismo, oltre a tutto quello che sappiamo da sempre – l’ascolto, il rinforzo ecc. – è proprio il ridimensionamento dell’immagine pubblica. Insegnare una cosa vera e semplice, ovvero che la velocità con cui le dicerie si propagano è direttamente proporzionale a quella con cui vengono dimenticate, o accantonate, se non radicalmente rovesciate.

Un ribaltamento con lieto fine è successo a Qaden Bayles, un bambino australiano di 9 anni affetto da nanismo. Veniva preso in giro e isolato dai compagni, così un giorno ha chiesto alla mamma di aiutarlo a morire. Lei invece lo ha aiutato a ritrovare gusto per la vita postando il suo pianto su quei benedetti social che, in questo caso, sono diventati virali nel raccogliere solidarietà da tante persone, inclusi divi dello schermo e giocatori di rugby. Tra i tanti messaggi significativi ricordo quello dell’attore Jeffrey Dean Morgan al piccolo Qaden: «Voglio che tu sappia che hai amici, me incluso. Sono un tuo amico. Non mi hai ancora incontrato, ma cercheremo di rimediare. Hai tanti amici lì fuori nel mondo che non hai ancora incontrato, ma siamo qui e ti sosteniamo. E hai bisogno di sapere che la situazione migliorerà. Essendo padre di un bambino di nove anni so che i ragazzi possono essere orribili e questo perché i genitori non stanno facendo il proprio lavoro, ma migliorerà. Ti prometto che accadrà». 

 

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