Codici identificativi per la polizia: condizione essenziale per uno Stato di diritto.

Immagine di forze di polizia schierate in compiti di ordine pubblico.

“Una Polizia che non ha e non deve avere paura degli identificativi nei servizi di ordine pubblico, di una legge, buona o meno che sia, sulla tortura, dello scrutinio legittimo dell’opinione pubblica o di quello della magistratura“, rispondeva il Capo della Polizia Franco Gabrielli nel luglio 2017 al giornalista che gli chiedeva come lui immaginasse la Polizia del dopo Genova 2001.

Le forze di polizia tutte non dovrebbero infatti temere il giudizio dei cittadini, e hanno diritto ad essere sostenute  quando siano oggetto di accuse infondate relative all’esercizio delle sue funzioni.

Del resto, la polizia – secondo la legge  – “esercita le proprie funzioni al servizio delle istituzioni democratiche“: in funzioni di polizia di sicurezza, svolge il compito fondamentale di garantire la preservazione dell’ordine pubblico, la sicurezza personale dei singoli componenti del corpo sociale, la loro incolumità, nonché l’integrità dei diritti.

E’ infatti innegabile il ruolo essenziale delle forze di polizia in una democrazia; di converso, è anche la ampiezza e la modalità dei esercizio dei compiti della polizia a dare la misura della effettività di uno stato di diritto.

Si pensi, ad esempio, alla importanza della divisione dei poteri come riaffermati nella sentenza del 7  novembre 2018 della Corte Costituzionale; in tale sentenza è stato dichiarato illegittimo l’obbligo proprio per la Polizia previsto in una legge estiva del 2016 di trasmettere per via gerarchicale nei Dato otizie relative all’inoltro delle informative di reato all’autorità giudiziaria, indipendentemente dagli obblighi prescritti dalle norme del codice di procedura penale” per conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato, potendo influire l’ingerenza una violazione delle prerogative della magistratura (e così incidendo appunto sulla separazione dei poteri).

Ma vi  è un’altro campo nel quale l’Italia aspetta invano una regolamentazione.

Identificabilità delle forze dell’ordine: Italia fanalino di coda in Europa

Incredibilmente, in  Italia, le forze di polizia non solo non hanno obbligo di identificarsi a richiesta di chi sia titolare di un interesse qualificato a conoscerne l’identità, ma l’Italia è anche uno dei pochi paesi europei in cui le non sono neppure dotate di codici identificativi sulla divisa e/o sul casco, codici utili per individuare i singoli agenti e responsabilizzarli nel corso del servizio di ordine pubblico. Segni identificativi sono ad esempio usati dalle forze di polizia  francesi, svedesi, irlandesi, norvegesi, austriache, greche, turche (e, in parte, quelle inglesi e tedesche), …

“.. quando le autorità nazionali competenti schierano i poliziotti con il viso coperto per mantenere l’ordine pubblico o effettuare un arresto, questi agenti sono tenuti a portare un segno distintivo – ad esempio un numero di matricola – che, pur preservando il loro anonimato, permetta di identificarli in vista della loro audizione qualora il compimento dell’operazione venga successivamente contestato”

(sentenza Corte EDU, Cestaro vs. Italia, 2015)

L’obbligo di identificabilità delle forze dell’ordine in funzioni di polizia di sicurezza è invece previsto a livello internazionale da diverse fonti.

La fiducia pubblica nella polizia è infatti strettamente collegata all’atteggiamento e al comportamento verso il pubblico, in particolare al rispetto della dignità umana e dei diritti fondamentali e delle libertà dell’individuo, contenuti, in particolare, nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo, come ricorda il preambolo della  Raccomandazione Rec (2001)10 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa agli Stati membri, organismo che ha anche lo scopo di promuovere lo stato di diritto, che costituisce il fondamento di tutte le autentiche democrazie.

La citata raccomandazione, adottata il 19 settembre 2001, costituisce il cd. Codice etico della polizia, oltre a stabilire ad esempio che

  • la polizia deve rispettare il ruolo degli avvocati della difesa nel processo penale” (art. 10),
  • prescrive che le forze di polizia debbano essere “facilmente riconoscibili” (art. 14), ed
  • essere “in condizione di fornire le prove del proprio status e della propria identità professionale” (art. 45),
  • sancendo che “la polizia deve rendere conto allo Stato, ai cittadini e ai loro rappresentanti. Deve essere sottoposta ad un efficiente controllo esterno” (art. 34).

Perchè è inimmaginabile che chi è depositario del potere di privare legittimamente una persona della sua libertà personale (incidendo altresì su numerosi altri diritti fondamentali) non debba dover rispondere di eventuali abusi.

Infatti, proprio la Risoluzione del Parlamento europeo del 12 dicembre 2012 sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione europea  invita gli Stati membri “a provvedere affinché il controllo giuridico e democratico delle autorità incaricate dell’applicazione della legge e del loro personale sia rafforzato, l’assunzione di responsabilità sia garantita e l’immunità non venga concessa in Europa, in particolare per i casi di uso sproporzionato della forza e di torture o trattamenti inumani o degradanti” e infine esortando i Paesi dell’Ue “a garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo” (art. 192; vai alla risoluzione).

Ciò viene ribadito anche nella analoga Risoluzione del 2014, nella quale viene richiesto agli Stati membri di garantire la presenza di elementi di identificazione sulle uniformi delle forze dell’ordine e di assicurare che queste ultime rispondano sempre delle loro azioni.

Del resto, ogni reato rimarrà certamente impunito in caso non possano essere identificati gli autori.

Impunità per autori anonimi dei reati?

E l’Italia dovrebbe essere consapevole, più di altri paesi,  delle conseguenze terribili derivanti dalla mancanza di identificabilità delle forze dell’ordine.

Parliamo di tortura:

” .. quando un individuo sostiene di avere subito, da parte della polizia o di altri servizi analoghi dello Stato, un trattamento contrario all’articolo 3 della Convenzione europea per i diritti dell’Uomo, tale disposizione, combinata con il dovere generale imposto allo Stato dall’articolo 1 della Convenzione di «riconoscere a ogni persona sottoposta alla [sua] giurisdizione i diritti e le libertà definiti (…) [nella] Convenzione», richiede, implicitamente, che vi sia un’inchiesta ufficiale effettiva.

Tale inchiesta deve poter portare all’identificazione e alla punizione dei responsabili.

Se così non fosse, nonostante la sua importanza fondamentale, il divieto legale generale della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti sarebbe inefficace nella pratica, e sarebbe possibile in alcuni casi per gli agenti dello Stato calpestare, godendo di una quasi impunità, i diritti di coloro che sono sottoposti al loro controllo.

La Corte rammenta, in particolare, di aver già dichiarato, sulla base dell’articolo 3 della Convenzione, che l’impossibilità di identificare i membri delle forze dell’ordine, presunti autori di atti contrari alla Convenzione, era contraria a quest’ultima.

Parimenti, ha già sottolineato che, quando le autorità nazionali competenti schierano i poliziotti con il viso coperto per mantenere l’ordine pubblico o effettuare un arresto, questi agenti sono tenuti a portare un segno distintivo – ad esempio un numero di matricola – che, pur preservando il loro anonimato, permetta di identificarli in vista della loro audizione qualora il compimento dell’operazione venga successivamente contestato“.

Lo ha stabilito con parole che pesano come macigni per un paese dalla lunga tradizione in promozione e difesa dei diritti fondamentali la sentenza di condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 7 aprile 2015,  Cestaro c. Italia, in relazione ai gravissimi fatti commessi da forze di polizia alla caserma Diaz dove – oltre ad eseguire una perquisizione illegittima alla scuola Pascoli, allo scopo di cercare e distruggere prove riguardante gli eventi in corso alla scuola Diaz anche danneggiando volontariamente i computer in uso agli avvocati – eseguì pestaggi crudeli e sadici, anche mediante manganelli non regolamentari (sentenza di Corte di appello n. 1530/10 del 18 maggio 2010); la Cassazione confermò che si trattò di violenza non giustificata e esercitata con finalità punitiva, vendicativa e diretta all’umiliazione ed alla sofferenza fisica e mentale delle vittime (sentenza n. 38085/12 del 5 luglio 2012).

Ciononostante, stiamo ancora aspettando.

Che fare?

Non si può però dire che parte dell’opinione pubblica italiana non avesse percepito la necessità di introdurre una regolamentazione in materia di identificazione delle Forse dell’ordine:  se ne occuparono, non solo i promotori di una raccolta di firme, ma anche diverse proposte di legge con medesimo contenuto (es.  1639 del 2001 alla Camera dei Deputati, la 1556 del 2002 al Senato a firma Martone e altri e la 1307 del 2008 alla Camera dei Deputati, a prima firma Maurizio Turco); in alcune proposte venivano anche previste sanzioni in caso di copertura o rimozione dei codici identificativi.

campagna AI 2018

Immagine della campagna 2018 “Polizia mettici la faccia” di Amnesty International.

Ma nonostante il legislatore sia intervenuto a più riprese sulla materia della cd. sicurezza, ampliando i poteri delle forze di polizia, anche introducendo armamenti dubbi dal punto di vista di un impiego legittimo (si pensi all’introduzione delle pistole ad impulsi elettriche nel 2014 – 2018, nonostante Amnesty International ne abbia denunciato un uso largamente sproporzionato), non si è mai formato il consenso politico necessario per poter introdurre una norma di civiltà tanto ovvia (e nonostante la meritoria azione di chi non si rassegna alla illegalità: cfr. la campagna 2018 di Amnesty International Italia “Polizia, mettici la faccia“).

La presenza dei codici di identificazione, si potrebbe dire, non impedisce un uso sproporzionato della forza, ed è vero, ma è facile rispondere che la documentazione degli abusi può essere più accurata, agevolando il lavoro della magistratura.

D’altro canto timore d’essere identificati è un deterrente per gli agenti mal intenzionati e in generale un freno per gli eccessi preordinati nell’uso della forza (come giustamente scritto da Lorenzo Guadagnucci nel 2013).

L’identificabilità dei singoli operatori di polizia sarebbe infine anche una forma di tutela per gli stessi appartenenti alle forze di polizia, che hanno diritto – proprio per il difficile e meritorio lavoro che svolgono – di non essere confusi con chi invece infanga la divisa nascondendosi nell’anonimato.

Se non ora, quando?

 

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