Con le parole giuste

Con le parole giuste

Martedì 18 dicembre sono a Fano con l’amico Gabriele De Veris a parlare di “PACE. In ricordo di Aldo Capitini” a cinquant’anni dalla sua morte.

L’appuntamento è in biblioteca alle 18. Fa parte di una rassegna iniziata otto anni fa: “Con le parole giuste.

Da Capitini più che di pace ho sentito parlare di nonviolenza. Nel suo scritto testamentario “Attraverso due terzi del secolo” la parola pace ricorre 6 volte, con l’aggiunta di pacifismo e pacifista si arriva a 8. Nonviolenza invece 13 volte, con l’aggiunta di nonviolenta, nonviolento, nonviolenti si arriva a 26. Nonviolenza è la parola giusta per indicare la pace e il modo di costruirla. È chiaro in tutti i suoi scritti, durante il fascismo e dalla Liberazione. L’articolo “Mondo aperto”, del 1945, si apre con una citazione di Spinoza: “La pace non è l’assenza della guerra; è una virtú che nasce dalla forza dell’anima”. Anche le istituzioni possono e debbono cooperare. Così in “Pace per l’Europa e per tutti” del 1947, dove l’Europa unita, indipendente dai blocchi contrapposti è garanzia di pace e di diritti. “La nonviolenza è lotta” del 1948 ci dice della sua concezione di nonviolenza attiva. Ha scritto in quegli anni, e gli ho sentito ripetere, che “non si può far pace col mondo, e il suo dolore, la sua ingiustizia, la sua stoltezza, i suoi limiti…”. È questo mondo che va liberato con la nonviolenza. Scritti di quel periodo sono raccolti in un piccolo libro, “Italia nonviolenta” ancora disponibile e di grande interesse.

Gli organizzatori mi hanno rivolto due domande alle quali ho risposto.

1) Qual è l’eredità di Aldo Capitini?

Libero religioso” ha indicato il legame profondo tra libertà e religione – cosa per nulla scontata – e ha proposto la religione come strumento di ulteriore liberazione, accanto, e oltre, la liberazione politica ed economica. “Indipendente di sinistra”, è dalla parte dei lavoratori e di tutti gli oppressi, pronto ad ogni necessaria collaborazione, ma capace di agire anche da solo, o in pochissimi, secondo la sua persuasione, che gli garantiva indipendenza nel giudizio e nell’azione. Profeta più che saggio, anche se studioso attento e appassionato. Il saggio alla fine dei conti ti indica come è la realtà e ti invita ad accettare quanto non po’ essere mutato, che il pesce grande mangi il pesce piccolo, ad esempio. A Capitini la cosa non va giù: “Mi vengono a dire che la realtà è fatta così, ma io non accetto… non posso approvare che la bestia più grande divori la bestia più piccola, che dappertutto la forza, la potenza, la prepotenza prevalgano: una realtà fatta così non merita di durare”. Di qui la proposta della nonviolenza: apertura all’esistenza, alla liberta, allo sviluppo del vivente. In una nota su Azione nonviolenta (marzo 1967), lodando una mia piccola iniziativa di una pubblicazione che non seppe divenire periodica, scriveva: “i governi si succedono per fare più ricchi e più potenti i ricchi e i potenti… spetta a noi nonviolenti… dare esempi e stimoli di una solidarietà dal basso, di un metodo aperto per costruire, pulitamente e in uno spirito nuovo, la civiltà”. Non abbiamo saputo rispondere a questo compito muovendo dall’indicazione che fino all’ultimo ci ha dato: “Il rifiuto della guerra è la condizione preliminare per un nuovo orientamento”.

2) Cosa pensa della deriva fascista e razzista alla quale stiamo assistendo in questi ultimi tempi?

Covava da tempo in una società di crescenti disuguaglianze, alle quali non si è in grado di opporre efficace resistenza e azione di rinnovamento, indicate da Capitini. Ai cittadini, incapaci di prendere nelle proprie mani il loro destino, resta lo sfogo di accanirsi contro i più deboli, i più esposti, i meno garantiti, secondo il tristemente noto rituale del capro espiatorio. Bene dice Luigi Ferrajoli: è “razzismo istituzionale”, che stimola “sadismo legislativo e burocratico”. Rende i migranti persone senza diritti, contro la nostra storia, la nostra Costituzione, la civiltà giuridica europea e il diritto internazionale. Rende pessimo e pericoloso il nostro presente, prepara un avvenire peggiore. Cinquant’anni fa nessuno prevedeva gli scenari attuali di persone che cercano una possibilità di vita in un paese diverso da quello dove sono nati, spinti dalla disperazione e dalla speranza. Capitini però (Azione Nonviolenta, Agosto-Settembre 1968) nell’articolo “Ragioni della nonviolenza”, al punto 8 dei 20 punti in cui tali ragioni riassume scriveva “il metodo nonviolento… rende presenti moltitudini di donne, giovinetti, folle del Terzo Mondo, che entrano nel meglio della civiltà, che è l’apertura amorevole alla liberazione di tutti. E allora perché essere così esclusivi (razzisti) verso altre genti? Ormai non è meglio insegnare, sì, l’affetto per la propria terra dove si nasce, ma anche tener pronte strutture e mezzi per accogliere fraternamente altri, se si presenta questo fatto? La nonviolenza è un’altra atmosfera per tutte le cose e un’altra attenzione per le persone e per ciò che possono diventare”. La nonviolenza attiva è la risposta difficile, ma non ne vedo altre, alla deriva di violenza alla quale assistiamo.

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