Consiglio di lettura n. 18: Trilogia della città di K. – Agota Kristof (Einaudi)

Consiglio di lettura n. 18: Trilogia della città di K. – Agota Kristof (Einaudi)

Ci sono dei libri che ti fanno male. E sei contento. Che ti insegnano cosa si nasconde sotto l’apparenza, sotto le maschere. Ti fanno vedere il nero, il buio, il male; le crepe, le fessure, dalle quali, forse, passa un po’ di luce. Questo è così. Uno dei libri più potenti che ho letto. Strano, storto, come una chitarra elettrica scordata, ma che ci sta nel concerto. La storia di una famiglia e di una ‘cosa’, come ci dice una delle voci: “Non ho ancora trovato la parola per qualificare quello che ci è successo. Potrei dire dramma, tragedia, catastrofe, ma nella mia testa lo chiamo solo ‘la cosa’ per la quale non c’è parola.”

C’è la guerra, la violenza, l’amore cieco e addolorato: c’è la vita con la sua forza distruttiva, quella del tempo che avanza e non cancella le ferite, le trasforma solo in racconti pieni di menzogna, per cercare di soffrire di meno. Due fratelli, una madre, un padre e il mondo fuori, ognuno alla ricerca di un senso, di una logica, che sfugge, si perde, si allontana.

Storia nera, amara, senza sconti o facili scorciatoie: vivere è fatica. Punto. Con la consapevolezza che ogni essere umano ha le sue cicatrici e che non guariranno, ma, in qualche modo, potranno essere condivise, raccontate e questo è un atto di liberazione.

Ci sono molti rimandi alla scrittura, con pagine da attaccare sul muro per chi vuole cercare di raccontare, per le nostre esistenze, tutte, perché ‘chi non scrive un libro, ha sprecato la sua vita’ e non importa se qualcuno lo leggerà o se non sarà mai pubblicato. Va fatto. Per espiare colpe, per alleviare odi e vendette. Per sopravvivere.

Con un linguaggio che alterna uno stile asciutto, secco, a un periodare più ampio, articolato, la Kristof ci conduce in una ‘selva oscura’, ma siamo da soli, non c’è nessuna guida, nessun disegno salvifico.

Siamo soli e dobbiamo imparare a resistere.

Libro eccezionale. Denso, profondo, a volte ti disorienta. Ma è giusto così. Perché per cercarti, devi prima essere disposto a perderti.

Lucas e Klaus sono i due narratori che si mescolano, fino a perdersi, a non riconoscersi. Parlano in prima persona plurale, poi in prima, in un io che si sdoppia, come la loro esistenza di gemelli. C’è anche una parte in cui vengono mostrati da fuori, in una terza persona, quasi staccata, lontana, distante. Ma tu che leggi sei lì, dentro, e non esci mai dal loro destino intricato e sconvolgente.

Un’opera importante, nel senso che ti prende e ti porta da un’altra parte, in un diverso livello di conoscenza dell’animo umano.

Veramente un capolavoro.

Buona lettura.

Anche se dolorosa. Ma fa bene.

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