Consiglio di lettura N. 27 – Anno 3^, Marzo 2020: primo mese con obbligo di dimora.

Consiglio di lettura N. 27 – Anno 3^, Marzo 2020: primo mese con obbligo di dimora.

TRA IL WEST E IL CORONAVIRUS
È dura. Molto. Me lo ripeto ogni mattina: bisogna reagire, non lasciarsi andare

. Però, alla fine della giornata, cos’ho fatto? Ho ciondolato in casa, tra la camera e la cucina. Come se avessi preso un pugno nel muso, dato bene, forte, pieno e sono ancora rintronato. Testa pesa. Menomale c’è la mia famiglia e ci sono loro, i miei studenti che vedo ogni mattina dal monitor del computer e che mi strappano via dal torpore. Sono spaventati, glielo leggo negli occhi. Ma si collegano e parliamo e così ci facciamo coraggio. Didattica a distanza, si chiama, e con le unghie e con i denti proviamo a strappare normalità a questo periodo che non ne ha.

Niente sarà più come prima. Questa è la verità. Spero solo che nel più breve tempo possibile quei timidi segni di ripresa diventino costanti e qualcosa migliori davvero, ovunque, ma soprattutto al Nord, in Lombardia e Veneto. E in particolare a Bergamo, dove la strade tornino libere e non attraversate dai camion dell’esercito pieni di bare.

Ho paura. Per me, mio figlio, per la mia compagna, per i miei genitori, per tutti. Mi sgomenta questa virus, tanto; però mi terrorizza anche vedere che molti cominciano a invocare l’esercito per le strade, la limitazione di ogni libertà. Attenzione. Lo capisco, ma serve molta cautela. Ringrazio la Cina per l’aiuto vero, concreto, che ci sta dando. Ma non possiamo dimenticare che il loro sistema è una dittatura spietata e repressiva. La nostra è una democrazia debole, corrotta, ma è meno peggio di un regime. Sempre e comunque. Non superiamo il limite, per favore. Lo so che siamo in emergenza, ma tornare indietro è complicato, se non impossibile, una volta che si oltrepassa il varco. E sono tanti, in questo paese, a essere pronti ad approfittare di un momento di crisi per forzare verso derive autoritarie che non dobbiamo assecondare. Senza se e senza ma.

Sono confuso. Tanto. A volte, come diceva Altan in una sua vignetta, ho delle idee che non condivido affatto. Per fortuna esistono i libri. E la musica. Mi auguro che ognuno di noi abbia almeno una passione che lo aiuti a superare questo momento, vuoto e lungo. Io leggo: i libri sono finestre, ancore. Sono vita. Non scrivo. Ho delle storie lì, ferme da un po’. E il tempo ci sarebbe. Ma non mi viene. Devo accettarlo. Ora non è, per me, il tempo giusto. Allora vi racconto i romanzi che mi hanno colpito di più. Se vi va. Il mio piccolo contributo contro il nero che avanza. Ce la faremo. Ce la dobbiamo fare. Non abbiamo alternative.

MERIDIANO DI SANGUE – CORMAC MC CARTY EINAUDI

Traduzione di: Raul Montanari.

Mc Carty mi piace. E non sono l’unico, chiaro. Questo l’ho letto mentre ero a casa, nei primi giorni della ‘Quarantena’ per il Coronavirus. Non so perché. Davvero. Era il più vicino nella libreria ed è toccato a lui. Non è nemmeno quello che mi è piaciuto di più di questo autore. È del 1985 e si sente dentro ancora una leggera punta di artificiosità, qualche eccesso, con frasi a volte ridondanti. Già nella meravigliosa ‘Trilogia della pianura’, il cui primo capitolo è del 1992, tutto è più diretto, chiaro. Stile lineare e secco, senza fronzoli. Poi, nelle opere del 2000, a mio avviso, la sua scrittura raggiunge l’apice: ‘Non è un paese per vecchi’ e quello che, per me, è il suo capolavoro, ‘La Strada’. Che mi è venuto in mente spesso in questo periodo con l’augurio che non sia un racconto profetico, ma rimanga una splendida opera di finzione!

Eppure ‘Meridiano di sangue’ è stato il libro giusto adesso. Forse non è stato un caso che fosse proprio lì in quella posizione nello scaffale accanto al corridoio. Siamo nel Sud del Texas, ai confini tra Stati Uniti e Messico nel 1850. C’è un ragazzo di quattordici anni, senza madre, fuggita via da un po’, che scappa di casa da un padre ubriaco e si unisce a una banda di pistoleri, cacciatori di scalpi di indiani o di chi capita sotto tiro. Li comanda il Giudice Holden, una specie di orso, albino e senza peli, filosofo, pittore, violento e crudele. Questo gruppo di dannati gira per una terra arida, dove non esiste niente se non il caldo e le pistole.

Tra sconti con i ‘federales’, tribù di nativi, altre bande, la combriccola di Holden uccide e perde uomini, un giorno dopo l’altro. Tutto senza un perché chiaro.

Sta qui il senso del libro. Per quale ragione degli esseri umani gettati in un deserto, invece di costruire comunità solidali, usano la violenza e combattono gli uni con gli altri? È il mistero del male e della sua origine che interessa McCarty e lui ce lo mostra così com’è: forte e irrazionale. La paura nasce prima della solidarietà. Punto. Ed è questo che mi è sembrato un sinistro monito verso la nostra attualità. Anche noi siamo prede del terrore. Sapremo trovare il modo per creare legami e non barriere? Contatti e non battaglie?

Mc Carty parla del West, di quello che è successo laggiù. Ma dietro c’è uno spazio, un non detto, che potrebbe essere il nostro presente. In questo libro, come quasi sempre in questo autore, non c’è molta speranza. Gli anni passano, il ragazzo diventa uomo, ma il Giudice c’è ancora sulla sua strada, come un’ombra di cui non ti puoi liberare. E allora ti vengono tante domande e non trovi nemmeno una risposta che ti convinca davvero. Eppure devi, dobbiamo andare avanti. Questo è il nostro compito. E, forse, in questo proseguire, nonostante tutto e tutti, c’è il significato più profondo del nostro esistere.

Come scrive Eduardo Galeano: “Vedo l’orizzonte. Mi avvicino di un passo e quello si allontana di un passo. Ne faccio due e quello si sposta di due. Allora a cosa serve l’orizzonte? A non farci smettere di camminare.”

Buona lettura.

Forza e coraggio.

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