Democrazia e difesa – Popoli prigionieri dei protettori

Democrazia e difesa – Popoli prigionieri dei protettori

Sul tema “Cominciamo dal disarmo” si è tenuto a Torino (Centro Studi Sereno Regis, 31 gennaio-2 febbraio) il 24° Congresso nazionale del Movimento Nonviolento. È utile continuare la riflessione sulla difesa, punto decisivo della politica e della civiltà di un popolo, nel concerto di tutti i popoli.

Monopolio militare
Per una crescita civile e umana va anzitutto spezzato il monopolio militare della difesa. La difesa limitata ai mezzi e ai metodi armati riduce la possibilità e capacità di un popolo di difendersi da aggressioni e pericoli vari. E intanto dissangua, in senso fisico e in senso economico, il popolo che afferma di voler difendere. L'errore militare, troppo passivamente accettato dalle società, anche le più evolute, è radicale e concettuale: è la supposizione dogmatizzata che contro un'offesa c'è soltanto la controffesa: infatti, l'azione militare più tipica si chiama controffensiva. E il proverbio più militarista che ci sia dice: La miglior difesa è l'attacco.

Corruzione militare
«Il concetto militare è una vera e propria corruzione del pensiero politico» (Ekkehart Krippendorff, Azione Nonviolenta, marzo 1999). Il dominio della difesa armata sul pensiero e la prassi politica rivela un pessimismo antropologico distruttivo. Nessuno deve ignorare la capacità umana di violenza, la «banalità del male», che tutti noi, persone “normali”, possiamo compiere contro gli altri, e di più le potenze organizzate. La prima sorveglianza contro le minacce è la sorveglianza di noi stessi, l'autocontrollo, la formazione alla mitezza e alla collaborazione politica costruttiva invece della rivalità competitiva, eliminatoria. Ma il pensiero politico militarizzato lacera l'umanità in “qui dentro” e “là fuori”, noi e loro, «amici o nemici» (Carl Schmitt); fa di questa lacerazione l'essenza della politica, ed è il maggiore impedimento ad addomesticare la belva che dorme in noi, pronta a scatenarsi appena un altro essere umano viene de-umanizzato, espulso dalla “mia-nostra” umanità, confinata in questa tutta “nostra” cerchia di mura mentali.

Offesa militare
Gli eserciti sono offensivi, e dissipativi, e persino dannosi in rapporto alle vere minacce. Gli eserciti, che si vantano e si esibiscono come gloria nazionale (miles gloriosus; vedi la parata del 2 giugno, offesa alla Costituzione pacifica), sono essi stessi una avversità ingloriosa. Come ricorda Pasquale Pugliese, l'Italia, ultima in Europa «per le spese per la cultura, penultima per le spese per l’istruzione, ultima per le politiche sociali, la disoccupazione giovanile e via degradando, ossia indifesa di fronte alle minacce dell’analfabetismo, della precarietà, della povertà, del dissesto idrogeologico, del rischio sismico e così via, è tornata ad essere tra le prime quattro potenze dell’UE e tra le prime dieci al mondo per spesa pubblica militare». 
Ogni società ha davvero problemi e minacce da cui difendersi, e chi ha responsabilità politica ne ha il dovere. L'esistenza ha anche aspetti tragici. Ma quali minacce (per limitarci all'oggi)? Quelle appena ora citate sono le vere minacce. Possiamo aggiungere il terrorismo internazionale, sul quale ogni serio osservatore (p. es. Luigi Bonanate) riconosce che solo la politica estera amichevole, la giustizia economica planetaria, la cultura del dialogo, la pace tra le religioni, hanno probabilità di creare rapporti capaci di smontare le cause della disperazione terroristica che invade le menti, anziché alimentare quelle cause, come fanno la politica militare, il dominio finanziario sui popoli, e la guerra. 
Del resto, all'economia militare mondiale non interessa affatto la difesa della vita dei popoli. Interessa il proprio profitto gigantesco. A questo fine serve enfatizzare e creare i pericoli e la paura. Chi produce armi vuole che le guerre scoppino. Non vuole lavorare in perdita. Chi difenderà i popoli dai difensori? Chi li proteggerà dai protettori? Saranno i popoli stessi, se acquisteranno coscienza e conoscenza.

Scomparsa militare
Kant, con insuperata e inascoltata saggezza, alla fine del Settecento scriveva: «Gli eserciti permanenti (miles perpetuus) devono col tempo interamente scomparire». «Essi, infatti, dovendo sempre mostrarsi pronti a combattere, rappresentano per gli altri una continua minaccia di guerra; li invitano a superarsi reciprocamente nella quantità di armamenti, al quale non c'è limite. Dato poi che il costo di una simile pace viene ad essere più opprimente di quello di una breve guerra, tali eserciti permanenti sono essi stessi causa di guerre aggressive intraprese per liberarsi di un tal peso» (Per la pace perpetua. Progetto filosofico, 1795, Sezione Prima, Articoli preliminari, Articolo 3).
Tutto il pensiero serio, umanistico e morale, condanna gli eserciti, ma, nella logica del potere non davvero democratico-umanistico – anche nelle democrazie formali – l'esercito è ancora il cuore falso e avvelenato della struttura politica. La democrazia, autogoverno dei popoli, ha i suoi propri e veri strumenti nei mezzi della vita e non della morte.
L'apparato militare – sia il personale, sia le enormi dissanguanti megamacchine per uccidere - crea un potere, un ceto e una potenza da cui la società è posta in posizione di dipendenza, con riduzione grave della democrazia. Nei casi di assenza o compressione della politica, popoli disperati si mettono nelle mani dei militari (vedi oggi l'Egitto). Ma una società che affida ai militari e alle armi la propria sopravvivenza, libertà e diritti, è gravemente malata, debolissima, disorientata.
La finanza militare mondiale è un governo occulto che governa sui governi, anche quelli liberamente eletti. La contraddizione tra il fatto militare e la democrazia sta nel risucchio di risorse vitali e nell'inquinamento delle procedure decisionali e finalità democratiche, ciò che sfibra l'essenza stessa della democrazia, conquista umana della storia moderna. La libertà civile e democratica deve crescere nella autoliberazione consapevole dei popoli dalla sottomissione a quel supergoverno assoluto, loro nemico. 

Dimagrimento militare
Il pensiero e la prassi nonviolenta chiedono il disarmo, e cioè lo sviluppo delle potenziali capacità proprie, civili, nonviolente, presenti in ogni società, di difendersi da aggressioni interne o esterne con la forza umana nonviolenta. Sappiamo bene che un tale passo è ancora politicamente impossibile: non ha la maggioranza. Allora vogliamo almeno il “transarmo” (Galtung), cioè la trasformazione degli armamenti attualmente offensivi – gravemente offensivi – in mezzi puramente e strettamente difensivi, quindi (come dicevano i pacifisti tedeschi nella lotta contro i missili negli anni '80) «strutturalmente incapaci di aggressione», come non sono le portaerei e gli aerei di attacco a lungo raggio. Da qui l'esigenza dei movimenti nonviolenti che il cittadino abbia diritto di opzione fiscale tra la difesa militare tradizionale e la difesa popolare con mezzi nonviolenti; che tutti i giovani abbiano diritto di svolgere il Servizio Civile Nazionale e che si costituiscano i Corpi Civili di Pace.  «La difesa è soprattutto quella dei diritti costituzionali, la cui graduale erosione è la vera e grande minaccia di questa epoca. Insomma una vera riappropriazione civile della difesa e delle sue risorse» (Pugliese).

Abbiamo bisogno dei militari
Il discorso contro gli eserciti non è contro i militari. Già tanti anni fa scrivevamo «Abbiamo bisogno dei militari per la pace non armata» (il foglio, n. 169, febbraio 1990). Per quanto molti, specialmente nei comandi più alti e incontrollati, siano impregnati di pensiero disperatamente mortale, rassegnato al distruttivismo  - «L'esercito è mortale, anche in tempo di pace» (Peter Bichsel, Il virus della ricchezza, Marcos y Marcos 1990, p. 83 e 41-43, 81-94)  - nessuno più dei militari conosce l'orrore e la falsità della guerra. Per lo più, la guerra non è colpa loro. Molte delle analisi più critiche della fallacia e del male della guerra sono opera meritoria di saggi e liberi militari, anche di alto grado (si veda ora: Fabio Mini, La guerra spiegata a... , Einaudi 2013). La conoscenza realistica delle situazioni e delle dinamiche dei conflitti è un patrimonio della cultura militare, della sua tradizione e organizzazione, che può diventare un valoroso contributo alla gestione non militare dei conflitti stessi, scopo della nonviolenza positiva e attiva.

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